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Papa Leone XIV ha ringraziato chi ha collaborato al Giubileo
“Una menzione particolare va al Governo della Repubblica Italiana, al Commissario Governativo, al Comune di Roma (in particolare al Signor Sindaco e alla sua struttura organizzativa), ed alla Regione Lazio; come pure alle Forze di Sicurezza, alla Prefettura, che ne ha coordinato il lavoro, alla Protezione Civile e alle numerose Associazioni di volontariato, e all’Agenzia ‘Giubileo 2000’. Speciale gratitudine esprimo al Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo, e agli altri Dicasteri coinvolti, alla Gendarmeria Vaticana, al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, alla Prefettura della Casa Pontificia, alle diverse Commissioni – pastorale, culturale, della comunicazione, ecumenica, tecnica, economica –, ai Sacerdoti Confessori, ai rappresentanti delle Diocesi e delle Conferenze Episcopali, agli esperti di varie categorie intervenuti per i singoli eventi e ai cinquemila “Volontari del Giubileo”, di ogni età e provenienza”.
E’ iniziata con un lungo ringraziamento l’udienza di papa Leone XIV ai collaboratori alla ‘buona’ riuscita del giubileo dell’Anno Santo, conclusosi nella solennità dell’Epifania per il loro prezioso ‘apporto’: “Avete dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e organizzazione. Grazie a voi Roma ha offerto a tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo grande momento di fede”.
In questa occasione ha citato alcuni luoghi importanti per la fede cristiana con una citazione di sant’Agostino: “La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che ‘la speranza non delude’, perché Egli vive e cammina in noi e con noi (nei momenti salienti dell’esistenza come nell’ordinarietà di ogni giorno), e perché con Lui possiamo arrivare alla meta… Con il vostro lavoro voi avete aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della vita con fede rinnovata e propositi di carità”.
E non poteva richiamare la canonizzazione di due santi molto amati dai giovani: “Vorrei richiamare, in particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e adolescenti di ogni nazione. E’ stato bello toccare con mano il loro entusiasmo, essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato, meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure uniti, ordinati (anche grazie al vostro servizio!), desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di grazia, di fraternità, di pace. Riflettiamo su ciò che ci hanno mostrato”.
Ecco il motivo per cui san Carlo Acutis e san Piergiorgio Frassati sono ‘modello’ di discernimento per i giovani: “Tutti, a vari livelli, siamo responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo. Chiediamoci, allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente bisogno? Cosa li aiuta davvero a maturare e a dare il meglio di sé? Dove possono trovare risposte vere alle domande più profonde che portano nel cuore? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene, all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di san Carlo Acutis e di san Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre. Teniamo davanti a noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti”.
Alla conclusione dell’udienza il papa ha dato loro il ‘compito’ di portare a tutti la speranza: “Sia questo il mandato che portiamo con noi, come continuazione feconda del lavoro compiuto, perché i molti semi di bene che, anche grazie al vostro aiuto, il Signore, nei mesi scorsi, ha posto in tanti cuori, possano crescere e svilupparsi”.
Congedandoli ha donato loro un crocifisso con l’augurio di buon anno: “Al termine di questo incontro, sono contento di poter donare ad ognuno di voi, come piccolo segno di riconoscenza, il Crocifisso del Giubileo: una miniatura della croce con il Cristo glorioso che ha accompagnato i pellegrini. Vi resti come ricordo di questa esperienza di collaborazione. Ed allora vi benedico e vi auguro ogni bene per questo nuovo anno”.
Inoltre è stato anche reso noto tutto l’intervento finale al Concistoro del papa, ringraziando i cardinali del ‘lavoro’ svolto: “Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave. Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno. Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio.
Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio. Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi. Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri”.
Ha ribadito la centralità del Concilio Vaticano II: “I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio. Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio. Vi incoraggio a farlo. Ho scelto questo tema, come sapete (i documenti e l’esperienza del Concilio), per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa. ‘Evangelii gaudium’ e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino”.
E la sinodalità è importante per la missione: “Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. Per questo i legami tra noi sono importanti. Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali. Anche queste però non devono diventare riunioni ‘in più’ da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria”.
Parlando della formazione il papa ha evidenziato il problema degli abusi, che devono essere al centro dell’attenzione dei vescovi: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate.
L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante”.
Ed ha concluso con l’invito a trasmettere la speranza: “Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo. E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo. Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante Chiese locali. E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro. Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra”.
E’ stato un invito a farsi carico della speranza anche di fronte a chi l’ha perduta: “Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano. E’ la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso. E’ veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!”
Con Maria Pia Veladiano per capire la ‘polvere’ degli abusi nella Chiesa
“Mi unisco poi alla Chiesa in Italia che oggi ripropone la Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, perché cresca la cultura del rispetto come garanzia di tutela della dignità di ogni persona, specialmente dei minori e dei più vulnerabili”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Leone XIV ha pregato per le vittime degli abusi nella Chiesa, che si è celebrata martedì 18 novembre con il titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.
Prendiamo spunto da questa giornata per un’intervista a Maria Pia Veladiano (‘profondamente credente’, si definisce, già vincitrice del Premio Calvino e finalista al Premio Strega con ‘La vita accanto’), preside in pensione ed autrice del libro ‘Dio della polvere’, che vede Chiara, una donna di fede e fisioterapista, di fronte ad un vescovo, un uomo perbene, ma forse perbene non è abbastanza per un vescovo. Quell’incontro è solo il primo di una schermaglia che metterà in discussione le strutture del potere e l’inerzia che spesso è complice dell’omertà. Perché Chiara ha bussato alla porta del vescovado per una ragione: Luna, una ragazza giovanissima arrivata nel suo studio di fisioterapia, è stata vittima di una violenza, ed anche se lei non ne vuole parlare, il suo corpo parla per lei.
Con la sua scrittura intensa e diretta, Mariapia Veladiano entra nel cuore del tema più scottante per la Chiesa cattolica, quello degli abusi spesso taciuti sui giovani e le donne con un romanzo profondamente umano, che ha il ritmo serrato di un dialogo in cui entrambi sono determinati a salvare ciò che hanno di più caro: la Chiesa e la vita di una ragazza.
Iniziamo dal titolo: quale è il suo significato?
“La polvere è quella che si caccia sotto il tappeto per nascondere la mancanza di pulizia. Un tentativo di non affrontare la verità. Il romanzo racconta il dialogo serrato, a volte feroce, fra Chiara e un vescovo. Chiara è una fisioterapista e chiede giustizia per una sua paziente che ha subito violenza da un prete. Il vescovo è un uomo perbene, di sicuro non un violentatore, ma è parte di una struttura di potere, la Chiesa, che queste cose le vuole nascondere e ancora nascondere.
Il vescovo mette in campo tutti gli argomenti che tradizionalmente la Chiesa ha confezionato per non affrontare il problema dei preti che abusano sessualmente dei ragazzi e delle ragazze: sono casi rari, mele marce e non vale la pena di starcisi sopra troppo; chissà cosa è successo davvero, i bambini dicono bugie, le vittime esagerano; sono cose vecchie, meglio non rinvangarle. E lei, Chiara, contesta, protesta, si infuria perché l’unica cosa che conta, quando il male è stato compiuto, è rendere giustizia alle vittime e nel racconto della Chiesa le vittime non ci sono. C’è solo il prete da salvare. Contro la polvere dell’ipocrisia che corrode il Vangelo, combatte Chiara”.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
“C’è da chiedersi perché non lo affrontino in tanti, vista la dimensione del problema. Papa Francesco in un’intervista del 2014 a Repubblica ha ammesso che il 2% dei preti sono pedofili. Ma le indagini dicono che sono almeno il doppio. Noi abbiamo in Italia 35.000 preti cattolici. Il 2% vuol dire 700. Secondo lo psicoterapeuta Richard Sipe, specializzato in abusi del clero, ogni prete pedofilo, grazie alla prassi di spostarlo di parrocchia in parrocchia quando esce lo scandalo, abusa almeno di duecento, duecentocinquanta bambini e bambine nella sua vita. Il calcolo è facile.
Sicuri che non si debba parlarne? In ogni caso io l’ho potuto fare perché seguo il tema da sempre, sono redattrice del ‘Regno’, una rivista che da almeno 30 anni si occupa con competenza e rigore del tema della pedofilia del clero nel mondo. Perché la verità è che sia pure con lentezza le chiese di molti Paesi stanno affrontando in modo adeguato questo scandalo, noi no, in Italia tutto tace. Un romanzo permette di sentire il dolore dei personaggi, muove l’emozione insieme alla conoscenza. Forse può aiutare a capire la violenza più dei numeri e delle ricerche.
In Chiara come si ‘conciliano’ fede e ricerca della verità?
“Anche qui, c’è da chiedersi come fanno a vivere bene i cristiani informati dei fatti, per così dire, cioè quelli che sanno delle violenze eppure le nascondono o le minimizzano. Come si fa a vivere una fede in Gesù Cristo venuto per liberare i piccoli e i poveri e poi non voler vedere le violenze dei preti? La verità della fede chiede la giustizia. L’unico posto in cui la Chiesa può stare quando sa di un abuso è vicino alla vittima. Quando la Chiesa ha nascosto e negato, come è capitato in Irlanda, ha pagato un prezzo altissimo. I fedeli della Chiesa cattolica d’Irlanda sono più che dimezzati dopo la pubblicazione dei rapporti sulle violenze sessuali sistemiche operate dal clero e soprattutto nascoste dai vescovi. La Chiesa irlandese ha perso credibilità. Non si può tacere”.
Come è possibile non ‘perdere’ la fede?
“Nel romanzo il vescovo ad un certo punto lo chiede a Chiara: ‘Senta, ma mi dice perché crede ancora?’ e lei gli risponde: ‘Non siete così importanti sa, vescovo. Potete togliermi il sonno, non la fede’. Questo è. Pensare che la fede dipenda dai preti è una forma di clericalismo, e c’è questo clericalismo, eccome. Ma la fede è un rapporto personale profondo con Dio. Di sicuro però una Chiesa che nasconde la violenza e umilia le vittime tiene lontano, molto lontano. Alla fine è naturale cercare luoghi di fede, o semplicemente di umanità, più autentica”.
In quale modo la Chiesa può ‘riparare’?
“Il male fatto è grande, perché tocca i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. La strada è indicata dalle Chiese che l’hanno già percorsa, come quella francese o tedesca. Promuovere indagini indipendenti, ci vuole terzietà, lo dicono tutti gli esperti. Un’istituzione potente non si guarisce da sola, non è questione di buona o cattiva volontà. Semplicemente non vede abbastanza, tende all’autodifesa. Poi, riconoscere i fatti, ascoltare le vittime, stare dalla loro parte sempre. Infine trovare meccanismi di prevenzione. E’ evidente che c’è un problema di formazione dei preti.
Le linee guida per la formazione dei seminaristi riportano una visione della donna che non si può nemmeno immaginare, oggi. La donna è ‘esempio di preghiera, servizio, abnegazione, tenera vicinanza al prossimo, testimone di umile, generoso, disinteressato servizio’. Quando leggo queste parole durante gli incontri c’è chi ride e dice: la mamma di una volta, insomma. Altri dicono: la perpetua insomma. Non è bello questo. Chiara lo dice al vescovo: se foste più fedeli al Vangelo trovereste modi di condividere la responsabilità della Chiesa con le donne. Sono convinta che se le donne fossero più presenti nei posti di responsabilità, la violenza del clero sui minori sarebbe un problema molto meno grave”.
Nella Chiesa italiana c’è volontà di ascoltare le vittime?
“No! E non lo dico io, lo dice la Pontificia commissione per la tutela dei minori che il 16 ottobre scorso ha pubblicato il suo secondo rapporto, da quando è costituita. Lì si legge: “La Commissione rileva una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi” e rileva che al questionario sugli abusi e le misure di tutela dei minori inviato alle 226 diocesi italiane, solo 81 hanno risposto e rileva anche che la Conferenza episcopale italiana ‘non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni’.
In realtà in Italia solo la diocesi di Bolzano-Bressanone ha promosso e pubblicato un’indagine indipendente sugli abusi del clero a partire dalla data della sua fondazione. Un lavoro serio. Il vescovo Muser ha recentemente detto che nel passato ci sono stati errori da parte della Chiesa, ma che ora tutto il tema sarà seguito anche da esperti terzi che aiuteranno a far bene. Un modello da seguire”.
Come credente quanto è stato difficile affrontare questo tema?
“Lo sdegno e l’incredulità in me sono cresciuti con il crescere delle testimonianze delle vittime. All’estero, la Chiesa ha affrontato questo tema e ci sta lavorando, in Italia ancora no. In Irlanda se ne parla da 30 anni, negli Stati Uniti l’inchiesta ‘Spotlight’ del Boston Globe risale al 2001 ma le prime indagini datano 1992. La Germania ha fatto un lavoro d’inchiesta notevole, in Francia nel 2021 è stato pubblicato un rapporto dettagliato sugli abusi nella chiesa dal 1950 al 2020 frutto del lavoro certosino della CIASE, una Commissione indipendente e terza a cui la Conferenza episcopale francese ha affidato l’indagine”.
Per quale motivo questa ‘anomalia’ italiana?
“In Italia, quando emergono casi di abuso, c’è la tendenza a considerarli singoli ed isolati e non sistemici. I giornalisti americani che lavorano in Italia e si occupano di questi temi sostengono che c’è un’anomalia anche nel giornalismo italiano”.
(Tratto da Aci Stampa)
I vescovi italiani riflettono sugli abusi
“La dignità è dono di Dio, che ha creato l’essere umano a propria immagine e somiglianza. Non è qualcosa che si ottiene per merito o per forza, né dipende da ciò che possediamo o realizziamo… Anche la cura e la tutela dell’uomo verso il suo prossimo sono frutto di uno sguardo che sa riconoscere, di un cuore che sa ascoltare. Nascono dal desiderio di avvicinarsi con rispetto e tenerezza, di condividere i pesi e le speranze dell’altro. E’ nel farci carico della vita del prossimo che impariamo la libertà vera, quella che non domina ma serve, non possiede ma accompagna…
Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Questo è l’inizio del messaggio che papa Leone XIV ha inviato ai partecipanti al workshop promosso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sul tema ‘Costruire Comunità che tutelano la Dignità’, che si conclude domani in occasione della giornata di preghiera per le vittime ed i sopravvissuti agli abusi, che si celebra oggi: “Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Il workshop, secondo mons. Thibault Verny, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, è ‘un passo significativo’, perché è il primo incontro internazionale che la Commissione dedica a supportare gli istituti religiosi nella preparazione del Rapporto Annuale, il terzo dopo quello presentato lo scorso 16 ottobre, che vedrà coinvolte 40 comunità religiose. Quindi il Rapporto ‘non intende aggiungere un peso’, ma vuole essere ‘un’opportunità’ per aiutare a promuovere ‘l’attenzione verso i membri più vulnerabili’ e rafforzare ‘la qualità della formazione’.
E ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’ è il tema scelto per la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa e il versetto della Scrittura che guida i testi dei materiali è tra i più noti del Vangelo, ‘Lasciate che i piccoli vengano a me’, come scrive la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili, nell’introduzione che accompagna i materiali:
“E’ il rispetto la sostanza etica a cui ancorare le nostre relazioni ecclesiali, quelle verticali come quelle orizzontali, affinché l’altro sia riconosciuto come tale: altro da me, differente. Di fronte all’altro non solo ci è chiesto di toglierci i sandali per rispettarne la sacralità e l’originalità di cui ciascuno è portatore, ma imparare a ‘chiedere permesso’, per incontrarne la vulnerabilità come tratto dell’umano da integrare e custodire, sempre e ovunque. Ed il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti di quella essenza che ci accomuna al di là di ogni gerarchia verticale e prossimità orizzontale: la dignità che ci appartiene come esseri umani. Quella dignità inviolabile che Gesù per primo ha riconosciuto ai bambini”.
Inoltre ai vescovi riuniti in assemblea oggi mons. Thibault Verny, ha ricordato che papa Leone XIV aveva chiesto di proseguire il lavoro fin qui compiuto: “Ci ritroviamo oggi in un momento significativo: segno il mio quarto mese come Presidente della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. E’ stato infatti nel luglio di quest’anno che Papa Leone XIV mi ha chiesto di proseguire il lavoro avviato sotto la guida del card. Sean O’Malley. Una sfida certamente impegnativa”.
Quindi ha richiamato il cammino compiuto: “Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa, insieme a voi, stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino”.
Infine ha condiviso un’immagine: “Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con papa Leone XIV”.
Questa sedia vuota vuole rappresentare un nuovo sguardo: “In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie”.
Mentre mons. Luis Manuel Alì Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato il lavoro fatto dalla Chiesa italiana: “E’ vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali.
Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.
Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile”.
Per tutelare le vittime degli abusi occorrono misure riparative
“E’ per me un onore presentare il secondo rapporto annuale della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, in qualità di nuovo presidente. Come ho accennato al momento della mia nomina, il 5 luglio, assumo la mia nuova missione con umiltà, alla luce delle sofferenze e delle sfide che comporta, e con gratitudine al Santo Padre, papa Leone XIV, per la sua fiducia. Permettetemi inoltre di esprimere il mio profondo apprezzamento a Sua Eminenza il Cardinale Seán O’Malley”: con queste parole è iniziata, ieri, la presentazione del documento pubblicato dalla Commissione pontificia, da parte di mons. Thibault Verny, arcivescovo di Chambéry, vescovo di Saint-Jean-de- Maurienne e Tarentaise; nonché presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.
Nell’intervento il presidente della Pontificia Commissione ha ringraziato le vittime degli abusi per la condivisione del percorso: “Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non sia semplicemente per vittime e sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo…
Infine, vorrei ringraziare tutti i presenti oggi, compresi coloro che ci seguono online da tutto il mondo. La vostra presenza e attenzione alla Commissione testimoniano l’esistenza, l’importanza e la crescita di un approccio globale alle questioni relative alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”.
Poi ha spiegato questo rapporto: “Come richiesto dalla nostra Commissione, il rapporto annuale è concepito “per fornire un resoconto affidabile di ciò che si sta facendo e di ciò che deve essere cambiato, in modo che le autorità competenti possano intervenire”. In quanto tale, il rapporto annuale intende essere uno strumento a supporto della missione di protezione della Chiesa.
E’ importante sottolineare che il rapporto annuale tiene conto del principio di sussidiarietà. Desideriamo sostenere le autorità ecclesiastiche (vescovi, superiori maggiori e responsabili laici) nelle loro missioni, nel rafforzamento degli strumenti di protezione e nella promozione di norme comuni a tutte le culture”.
Mentre la giurista, dott.ssa Maud de Boer-Buquicchio, incaricata del Rapporto Annuale, ha sottolineato il valore di questo Rapporto: “Il Rapporto Annuale riflette la competenza collettiva dei membri e del personale della Commissione, passati e presenti. Si tratta di professionisti multidisciplinari della tutela dei minori di altissimo livello. Il Rapporto Annuale è il miglior strumento della Commissione per condividere tale conoscenza con i nostri principali stakeholder e con il pubblico in generale. Questo è fondamentale per il nostro mandato di fornire una guida universale sia nella prevenzione che nella risposta”.
Ed ha sottolineato che l’impatto di ogni segnalazione è determinato dalla credibilità dei dati: “Dati affidabili sono al centro di qualsiasi sforzo di responsabilizzazione e la loro assenza mette a repentaglio la nostra lotta contro gli abusi sessuali sui minori. Per questo motivo, la nostra Commissione si è impegnata a elaborare una metodologia innovativa che presenti dati sempre più verificabili e linee guida pratiche. Così facendo, la Commissione, da parte sua, contribuisce anche ad affrontare il divario globale nei dati sulla violenza sessuale contro i minori”.
L’ascolto delle vittime è stato il centro di questo rapporto: “Ascoltare vittime e sopravvissuti è il primo passo verso la realizzazione di una Chiesa più sicura per i nostri figli. Dobbiamo una risposta onesta alle innumerevoli vittime e sopravvissuti (noti e sconosciuti ) che hanno avuto il coraggio di lanciare l’allarme sugli abusi, nonostante ostacoli inimmaginabili. Questo Rapporto Annuale è una testimonianza del ruolo sostanziale che svolgono nel lavoro della Commissione”.
Inoltre questo rapporto ha cercato di rappresentare il mondo: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato lo scorso anno, abbiamo implementato una metodologia pilota di Focus Group in una delle nostre regioni. Questa è stata progettata per garantire un approccio incentrato sulle vittime al Rapporto Annuale, fin dai suoi primi sviluppi.
Quando abbiamo presentato la metodologia pilota, la Commissione ha riconosciuto apertamente la necessità di dare una rappresentanza molto più ampia a questa popolazione così importante. Con il Secondo Rapporto Annuale, abbiamo esteso il Focus Group iniziale a tutte e quattro le nostre regioni: Africa, Americhe, Asia-Oceania ed Europa. Il processo ha incluso sessioni di ascolto individuali, guidate da professionisti qualificati, con circa 40 partecipanti vittime/sopravvissute provenienti da tutto il mondo”.
Poi anche la testimonianza delle vittime è stata preziosa: “La loro testimonianza ha fornito un contributo fondamentale al nostro lavoro sul concetto di riparazione. Grazie al nostro studio su questo importante pilastro della Giustizia Conversionale, siamo riusciti a compilare un vademecum operativo. Lo offriamo come strumento pratico per guidare la Chiesa.
Il nostro studio ha chiaramente rivelato che la Chiesa deve ampliare la sua comprensione delle riparazioni oltre il mero risarcimento economico. Un approccio veramente completo alle riparazioni include: accoglienza, ascolto e cura; comunicazioni e scuse pubbliche e private; supporto spirituale e psicoterapeutico; sostegno finanziario; riforme istituzionali e disciplinari; ed iniziative di tutela in tutta la comunità ecclesiale”.
Nella Sezione 1, il rapporto esamina l’attività di tutela nelle Chiese locali di diversi Paesi, tra cui Italia, Gabon, Giappone, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guinea (Conakry), Bosnia-Erzegovina, Portogallo, Slovacchia, Malta, Corea, Mozambico, Lesotho, Namibia, Mali, Kenya, Grecia e la Conferenza Episcopale regionale del Nordafrica (che comprende Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Libia, Tunisia). I dati si basano sull’analisi delle informazioni raccolte attraverso il processo ad limina della Commissione e integrate da ulteriori fonti.
Per quanto riguarda l’Italia, sono state visitate le diocesi di Lazio, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Emilia-Romagna e Toscana. Negli anni, si legge nel Rapporto, sono stati compiuti notevoli progressi nello sviluppo di ‘strumenti e politiche integrali’ di prevenzione e protezione. La Commissione riconosce il lavoro svolto dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nella creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di ‘coordinamento, formazione e supervisione’, volto a supportare le Chiese locali con personale professionale e adeguatamente formato.
La Conferenza riporta l’esistenza di 16 servizi regionali per la tutela, 226 servizi diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto. Essi offrono un servizio pastorale di accoglienza e ricezione delle segnalazioni. Permangono tuttavia alcune sfide: la Commissione osserva che, sebbene alcune Chiese locali abbiano realizzato iniziative pionieristiche e collaborazioni con la società civile, persistono ‘disparità tra le diverse regioni’ e la mancanza di un ufficio centralizzato di ricezione e analisi delle segnalazioni, necessario per garantire una gestione uniforme ed efficace dei casi.
A livello globale, rileva il documento, mentre alcune Chiese delle Americhe, dell’Europa e dell’Oceania mostrano un forte impegno nelle riparazioni, si registra un ‘eccessivo affidamento’ al risarcimento economico, che rischia di limitare una ‘comprensione integrale’ del processo di guarigione.
Inoltre, in molte aree dell’America Centrale e Latina, dell’Africa e dell’Asia mancano risorse adeguate per l’accompagnamento delle vittime. Tuttavia, sono segnalate prassi esemplari come la tradizionale pratica di guarigione comunitaria Hu Louifi a Tonga; il rapporto annuale sui servizi di accompagnamento per le vittime negli Stati Uniti; i processi di revisione delle linee guida in corso in Kenya, Malawi e Ghana; e il progetto di ricerca della verità ‘Il coraggio di guardare’, nella diocesi di Bolzano-Bressanone.
(Foto: Vatican Media)
Lotta contro gli abusi: la Chiesa incrementa la rete di tutela
“La Terza Rilevazione sulle attività dei Servizi diocesani, interdiocesani, regionali e dei Centri di ascolto, che raccoglie i dati relativi al biennio 2023-2024, ci offre l’immagine di una rete territoriale che si sta sempre più intessendo per salvaguardare il bene- relazionale della comunità ecclesiale. Anzitutto, serve precisare che la Rilevazione vuole essere un monitoraggio periodico sull’applicazione delle Linee Guida entrate in vigore nel giugno 2019 ai fini di verificarne e documentarne con trasparenza l’efficacia e la capillarità nella promozione di ambienti ecclesiali sicuri nelle Chiese in Italia.
Tale Rilevazione, dopo le precedenti a carattere biennale e annuale, sarà da ora in poi a cadenza biennale, per poter rilevare in modo più adeguato, nelle sue evoluzioni e nelle sue criticità, il processo di rinnovamento ecclesiale, attraverso la partecipazione attiva degli operatori della rete stessa. In questo senso le Rilevazioni periodiche vanno lette come strumento pro-attivo di responsabilizzazione e trasparenza della comunità ecclesiale, quale presa di coscienza dei cambiamenti in atto per un loro potenziamento e delle barriere che ancora sussistono per un loro superamento”.
Con questa introduzione Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale CEI per la tutela dei minori, ha presentato la Terza Rilevazione promossa dal Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana, che analizza le attività dei Servizi Regionali, diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nel biennio 2023-2024, registrando un aumento delle segnalazioni, della fiducia, della formazione, del numero dei referenti e delle équipe, dei laici.
Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, ha sintetizzato così il senso della Terza Rilevazione territoriale sulla rete per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, presentata il 28 maggio a Roma, nell’ambito dell’evento “Proteggere, prevenire, formare. La rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”. Secondo mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, occorre “proseguire con determinazione il cammino intrapreso, cercando di superare le resistenze culturali e operative ancora presenti. Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità… La Chiesa continua a fare la sua parte anche se la collaborazione con le istituzioni è fondamentale. Esistono esempi interessanti, come a Cagliari o a Piacenza, ma certamente è un aspetto che va incrementato. L’obiettivo è quello di inserire la tutela dei minori nella pastorale ordinaria di tutte le comunità”.
Complessivamente nel 2024 si sono registrati 373 contatti, con un incremento significativo rispetto ai 38 del 2020. I casi di presunto abuso nel biennio 2023-2024 sono stati 69, di cui 27 quelli che sarebbero stati commessi in parrocchia (erano 32 quelli del biennio precedente). I presunti abusi spirituali e di coscienza sono invece stati 17, rispetto ai 4 del biennio 2020-2021. Inoltre su 115 casi registrati, ci sono 64 maschi e 51 femmine, hanno tra i 10 e 14 anni. Mentre i presunti abusatori sono per la maggior parte preti (44 su 67) e, in misura minore catechisti/educatori (4), volontari (3), insegnanti di religione, seminaristi, sagrestani. Quasi tutti maschi (65 su 67).
Basata sul metodo della ‘participatory action research’, la ricerca ha coinvolto 184 Diocesi su 194 (94,2%), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi. Si consolida la presenza laica nei servizi: il 46,7% dei referenti è laico, mentre i chierici rappresentano il 46,2%; le donne sono il 52% delle équipe e il 70,6% dei responsabili dei Centri di ascolto. Anche le professionalità sono diversificate: psicologi (24,3%), legali (18,1%), educatori, canonisti, pastoralisti e operatori della comunicazione danno forma a un approccio interdisciplinare. La formazione si conferma come elemento cardine: nel 2024 sono stati realizzati 781 incontri, con 22.755 partecipanti, tra cui operatori pastorali, sacerdoti, religiosi, educatori e membri di associazioni. Sommando il 2023, si arriva a 42.486 partecipanti in due anni, con un aumento del 295% rispetto al 2020.
I dati relativi ai Centri di ascolto restituiscono un altro elemento chiave: le persone si stanno avvicinando, chiedono ascolto, accompagnamento, verità. Nel 2024 sono stati segnalati 69 casi di presunto abuso, in parte relativi al passato e in parte recenti. A essi sono associati 67 presunti autori: 44 chierici, 15 religiosi e 8 laici. La maggior parte delle segnalazioni riguarda l’ambito parrocchiale (27 casi). Le presunte vittime sono in prevalenza minori maschi, con una concentrazione significativa nella fascia 10-14 anni.
L’età media dei presunti autori è salita da 43 a 50 anni rispetto al biennio precedente. Tra le richieste pervenute ai Centri, il 15,2% proviene da persone che si identificano come vittime; il 35,4% riguarda episodi di abuso in contesto ecclesiale. Sono stati attivati anche 12 percorsi di accompagnamento spirituale e 11 psicoterapeutici.
Accanto ai progressi, la Rilevazione fotografa alcune resistenze strutturali. Solo il 18% delle Diocesi ha attivato collaborazioni con enti civili, appena il 10,3% partecipa a tavoli istituzionali. Inoltre tra gli aspetti più interessanti del dossier l’aumento dei laici e delle donne, che rappresentano la maggioranza degli esperti coinvolti. All’interno delle equipe i laici sono il 73%, mentre i sacerdoti (20%) e i religiosi (6,3%) sono in minoranza.
Ma il dato forse più confortante è che le donne sono complessivamente il 52%. Un aspetto che diventa ancora più rilevante quando si va ad esaminare la situazione dei 103 centri d’ascolto arrivi in 130 diocesi (in alcuni casi si tratta di strutture interdiocesane). Qui gli operatori laici rappresentato l’81,8% del totale e le donne arrivano addirittura al 70,6%. Le competenze più frequenti riguardano la psicologia (29,7%) e l’ambito educativo (23,8%).
Trend crescente per quanto riguarda i servizi diocesani anche sul fronte degli incontri formativi. Quelli rivolti agli operatori pastorali, ai sacerdoti, ai religiosi e alle associazioni sono stati 781 (l’87,2% delle attività), con la partecipazione di 22.755 persone. I temi trattati più frequentemente il rispetto della dignità dei minori (40,2%) e le buone prassi in parrocchia (30,5%). Nel 2024 il 65% dei servizi diocesani ha proposto attività formative per i propri membri.
Un altro indicatore che sembra confermare il consolidamento della rete dei servizi e la diffusione di una cultura della tutela dei minori arriva anche dalla partecipazione alla Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti degli abusi del 18 novembre. Nel 2024 hanno risposto positivamente l’85,6% delle realtà regionali e diocesane.
Proseguendo nell’analisi delle caratteristiche dei presunti autori di abusi contro i minori e gli adulti vulnerabili, nel biennio 2023-2024 l’età media è pari a 50 anni. Il dettaglio geografico rivela che l’età media al Centro è 55, al Nord e al Sud è 49. In quanto al genere, i maschi prevalgono e sono 47 al Nord, 11 al Centro e 7 al Sud, mentre le femmine sono due, distribuite tra Nord (1) e Sud (1).
Il confronto tra le due ultime indagini evidenzia un aumento nell’età media del presunto autore di abusi, che passa da 43 nel 2022 a 50 nel 2023-29024, così come si rileva un aumento nel numero di presunti autori maschi (da 31 a 65) rispetto alle femmine (da 1 a 2), dato non rilevato nel 2020-2021. Un ulteriore dettaglio rivela che sono 17 i presunti autori di età inferiore ai 40 anni, 6 coloro che hanno più di 70 anni e altri 6 di età compresa tra i 60 e 70 anni. Con riferimento ai laici, il dettaglio relativo al servizio pastorale svolto indica che i presunti autori di reato, al momento della segnalazione, svolgevano i seguenti ruoli: catechista/educatore (4), volontario (3), collaboratore (2), insegnante di religione (1), seminarista (1), sagrestano (1).
Nella maggior parte dei casi, i responsabili dei Centri di ascolto non conoscono le eventuali denunce in sede civile (52 casi su 66 nel caso dell’indagine 2023-2024) (Tabella 3.26); solo in 14 casi su 66 i responsabili hanno dichiarato di conoscere l’evoluzione della segnalazione verso la denuncia in sede civile. Nel tempo, dal 2022 al 2023-2024, nonostante l’aumento del numero di casi, la percentuale di chi si dichiara a conoscenza, oppure no, di eventuali denunce in sede civile si attesta attorno al 50%.
San Giovanni Paolo II: un papa nella storia
Il pontefice fu a lungo in ottima salute tanto che si dedicò regolarmente ad attività come escursioni, nuoto e sci per oltre quindici anni dall’inizio del suo incarico. Tuttavia, complici l’invecchiamento fisiologico, un attentato e un gran numero di traumi fisici, la sua salute cominciò a declinare. Nell’estate del 1992 gli fu asportato un tumore benigno al colon, nel 1993 si slogò una spalla scivolando al termine di un’udienza e nel 1994 si ruppe il femore destro a seguito di una caduta nel bagno del suo appartamento privato.
Il 29 aprile 1994 fu sottoposto a un intervento di artoprotesi all’anca, il quale gli permise di tornare a camminare, seppure usando il bastone. Nel corso della benedizione natalizia del 1995, fu costretto a interrompere il suo discorso per un malore causato da un attacco di appendicite acuta, che venne efficacemente curato fino all’ appendicectomia, effettuata nel 1996
Il papa si ammalò di Parkinson alla fine del 1991. Tutto cominciò con un lieve tremore della mano sinistra. La malattia progredì e rese sempre più difficoltosi i movimenti e la pronuncia delle parole. Con l’avanzare dell’età, fecero la loro comparsa anche problemi osteoarticolari, tra cui un’artrosi acuta al ginocchio destro, che a partire dal 2002 rese sempre più difficoltoso per il papa il camminare e lo stare in piedi a lungo. Così fu costretto a utilizzare prima una pedana mobile e poi una sedia a rotelle. Nonostante questi disagi continuò a girare il mondo, disse che accettava la volontà di Dio e sarebbe rimasto, determinato a mantenere la carica fino alla morte o finché non sarebbe diventato mentalmente inabile in maniera irreversibile. Coloro che lo incontrarono dissero che, sebbene provato fisicamente, era perfettamente lucido.
Nel settembre 2003 il cardinale Joseph Ratzinger, spesso considerato la «mano destra» di papa Wojtyła, disse: «Dovremmo pregare per il Papa». Questo preoccupò il popolo circa lo stato di salute del pontefice. Papa Benedetto XVI conobbe Wojtyła durante gli anni del Concilio Vaticano II, da lì rimasero molto legati. Nella propria autobiografia ,”Alzatevi, andiamo!”, Giovanni Paolo II lo aveva definito “amico fidato”.
Il 1º febbraio 2005 papa Wojtyła fu ricoverato al policlinico Agostino Gemelli di Roma, dove restò fino al 10 febbraio. Una volta rientrato in Vaticano, fu costretto a saltare gran parte degli impegni previsti a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Il 27 marzo, Pasqua, apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo e il messaggio Urbi et Orbi fu letto dal cardinale Angelo Sodano, mentre il Papa benedisse la folla di mano sua. Tentò di parlare senza riuscirci.
Il 30 marzo, il Papa apparve per l’ultima volta in pubblico affacciandosi brevemente alla finestra su piazza San Pietro. Tentò di parlare, ma al posto delle parole emise solo un prolungato respiro. Dopo due giorni, a causa di un’infezione dell’apparato urinario, Giovanni Paolo II morì alle ore 21:37 di sabato 2 aprile 2005, vigilia della Domenica della Divina Misericordia. Aveva 84 anni. L’ultima parola del pontefice fu «Amen.» L’arcivescovo Leonardo Sandri, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, informò le migliaia di persone accorse in piazza San Pietro, raccolte in preghiera sin dalle ore precedenti il decesso.
Da quella sera e fino al giorno delle esequie, più di tre milioni di pellegrini confluirono a Roma per rendere omaggio alla salma del papa. I funerali, celebrati dal cardinale Joseph Ratzinger , avvennero sei giorni dopo, venerdì 8 aprile. Tutto si svolse in piazza San Pietro, con la partecipazione di più di 200 delegazioni ufficiali e rappresentanti di tutte le religioni. Molti applausi e grida di ‘Santo subito’, provenienti dai fedeli accompagnarono l’omelia del cardinale Ratzinger
Si stimò che la funzione sia stata seguita direttamente da un numero compreso tra le 250 000 e le 300 000 persone che affollavano la piazza e l’antistante via della Conciliazione. Mentre tramite maxischermi parteciparono almeno 2.000.000 persone riunite a Tor Vergata e nelle piazze di Roma. Il rito funebre fu trasmesso in diretta in mondovisione a reti unificate totalizzando, in Italia, quasi 15.000.000 spettatori e uno share del 90%. Papa Wojtyła fu sepolto nelle Grotte Vaticane situate sotto la basilica. La bara fu calata in una tomba creata nella nicchia e precedentemente occupata dai resti di papa Giovanni XXIII.
La Beatificazione avvenne il 1º maggio 2011 (da papa Benedetto XVI, suo successore), la Canonizzazione il 27 aprile 2014, insieme a papa Giovanni XXIII, (da papa Francesco). Il suo pontificato durò 26 anni, 5 mesi e 17 giorni. Fu il terzo pontificato più lungo in assoluto, dopo quello di Pio IX e quello tradizionalmente attribuito a San Pietro. Wojtyla fu un uomo amante dello sport, appassionato di sci, nuoto, canottaggio, calcio.
Dopo 455 anni, dai tempi di Adriano VI (1522-1523), Giovanni Paolo II fu il primo papa non italiano. Fu anche il primo pontefice polacco della storia e il primo proveniente da un Paese di lingua slava. I suoi numerosi viaggi, che coprirono una distanza maggiore rispetto ai predecessori, e i vari incontri anche coi giovani, favoriti dall’ istituzione delle GMG furono visti come l’intenzione di costruire un ponte tra nazioni e religioni diverse nel segno dell’ecumenismo, uno dei punti fermi del suo pontificato.
Durante il suo pontificato, Giovanni Paolo II effettuò più di 170 visite. Per questo fu insignito del riconoscimento di Globetrotter onorario dopo l’udienza del novembre 2000, quando ricevette gli Harlem Globetrotters. Mete quali gli Stati Uniti e la Terra santa erano già state visitate dal predecessore Paolo VI, soprannominato “il Papa pellegrino”. Molti altri Paesi, tuttavia, non erano mai stati visitati in precedenza da alcun altro pontefice.
Papa Giovanni Paolo II conobbe molte fedi diverse dalla sua, cercando di ricercare con esse un terreno comune, etico, dottrinale o dogmatico. Pregò a Gerusalemme presso il Muro del pianto e fu il primo pontefice romano dopo san Pietro a pregare in una sinagoga. Ciò avvenne il 3 aprile 1986, quando si recò alla sinagoga di Roma. Il Dalai Lama, guida spirituale del Buddhismo tibetano, incontrò otto volte Giovanni Paolo II, trovandosi spesso d’accordo con la sua opinione.
Il 27 ottobre 1986, ad Assisi si svolse per volere del Papa una giornata di incontro tra le grandi religioni. Essa diede inizio allo “Spirito di Assisi”. In tale circostanza, le differenti religioni «si sono dichiarate concordi nel riconoscere che, per diverso che sia il nome di Dio da esse invocato, la ricerca della pace per le vie della nonviolenza è la pietra di paragone dell’obbedienza alla Sua volontà».
Nel 1979, fu il primo Papa a visitare il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Nel maggio 1999, Giovanni Paolo II visitò la Romania. Era la prima volta che un pontefice visitava una nazione principalmente cristiana ortodossa dopo il Grande Scisma del 1054. Fu Teotisto, patriarca e capo spirituale della Chiesa ortodossa rumena, ad invitare il papa. Domenica 9 maggio 1999 il Papa e il Patriarca assistettero ciascuno a una celebrazione condotta dall’altro. Il Papa disse alla folla «Sono qui tra di voi spinto soltanto dal desiderio di autentica unità. Non molto tempo fa era impensabile che il Vescovo di Roma potesse visitare i suoi fratelli e sorelle di fede che vivono in Romania. Oggi, dopo un lungo inverno di sofferenza e persecuzione, possiamo infine scambiarci il bacio della pace e lodare insieme il Signore».
Nel 2001, papa Wojtyła visitò la Grecia. Il Papa fu accolto da manifestazioni ostili e i vertici della Chiesa ortodossa non inviarono nessun suo esponente ad accoglierlo. Ad Atene il Papa si incontrò con l’arcivescovo Christodoulos e, pubblicamente, si riappacificarono a livello di problematiche tra le due religioni. Egli visitò altre aree di influenza ortodossa, come l’Ucraina, pur non venendo sempre accolto calorosamente, e affermò che la fine dello Scisma sarebbe stato uno dei suoi desideri più profondi.
Giovanni Paolo II espresse pubblicamente richieste di perdono per quelli che considerava i peccati commessi dai cattolici durante i secoli tra cui:
• Il 31 ottobre 1992 per la persecuzione dello scienziato italiano Galileo Galilei e il processo che seguì nel 1633.
• Il 9 agosto 1993 per il coinvolgimento di cattolici nella tratta degli schiavi africani.
• Il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata «ad ogni donna» in cui sottolineava gli «enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù».
• Il 21 novembre 2001 chiese scusa, via Internet, per gli abusi commessi dai missionari nel passato contro le popolazioni indigene del Pacifico meridionale.
Dopo la morte di Giovanni Paolo II sono state intitolate a suo nome piazze, vie, corsi, parchi, gli aeroporti, università, santuari (a Introd in Valle d’Aosta dove aveva trascorso le sue vacanze estive Gli furono anche intitolate cime montane.
In ricordo delle visite pastorali del Pontefice, sono stati costruiti monumenti come la Pope John Paul II Tower a Bacolod, nelle Filippine, e altri a San Cristóbal de La Laguna (Tenerife), a Madrid e a Riccione.
Il Papa ricevette vari riconoscimenti tra cui il premio come Uomo dell’anno dalla rivista statunitense Time (1994), la nomina di membro onorario del Barcellona data la sua passione per il calcio in età giovanile, una Laurea una honoris causa in Giurisprudenza dall’ Università La Sapienza di Roma. Infine, furono dedicati al Papa canzoni, musicals, documentari, film e telefilm. Famosa la canzone dedicatagli: ‘Non abbiate paura’, che riprende le parole del pontefice.
Il pontefice ribadì ripetutamente la dignità dell’uomo e il diritto alla vita, perché ogni individuo è «unico e irripetibile» e ogni persona ha una sua dignità squisita dalla nascita perché è «immagine e somiglianza di Dio» e quindi solo Dio ha diritto di togliere la vita a qualcuno. Il diritto alla vita per il papà era il fondamento di ogni altro diritto esistente.
Il pontefice fu a lungo in ottima salute tanto che si dedicò regolarmente ad attività come escursioni, nuoto e sci per oltre quindici anni dall’inizio del suo incarico. Tuttavia, complici l’invecchiamento fisiologico, un attentato e un gran numero di traumi fisici, la sua salute cominciò a declinare. Nell’estate del 1992 gli fu asportato un tumore benigno al colon, nel 1993 si slogò una spalla scivolando al termine di un’udienza e nel 1994 si ruppe il femore destro a seguito di una caduta nel bagno del suo appartamento privato.
Il 29 aprile 1994 fu sottoposto a un intervento di artoprotesi all’anca, il quale gli permise di tornare a camminare, seppure usando il bastone. Nel corso della benedizione natalizia del 1995, fu costretto a interrompere il suo discorso per un malore causato da un attacco di appendicite acuta, che venne efficacemente curato fino all’ appendicectomia, effettuata nel 1996
Il papa si ammalò di Parkinson alla fine del 1991. Tutto cominciò con un lieve tremore della mano sinistra. La malattia progredì e rese sempre più difficoltosi i movimenti e la pronuncia delle parole. Con l’avanzare dell’età, fecero la loro comparsa anche problemi osteoarticolari, tra cui un’artrosi acuta al ginocchio destro, che a partire dal 2002 rese sempre più difficoltoso per il papa il camminare e lo stare in piedi a lungo. Così fu costretto a utilizzare prima una pedana mobile e poi una sedia a rotelle. Nonostante questi disagi continuò a girare il mondo, disse che accettava la volontà di Dio e sarebbe rimasto, determinato a mantenere la carica fino alla morte o finché non sarebbe diventato mentalmente inabile in maniera irreversibile. Coloro che lo incontrarono dissero che, sebbene provato fisicamente, era perfettamente lucido.
Nel settembre 2003 il cardinale Joseph Ratzinger, spesso considerato la «mano destra» di papa Wojtyła, disse: «Dovremmo pregare per il Papa». Questo preoccupò il popolo circa lo stato di salute del pontefice. Papa Benedetto XVI conobbe Wojtyła durante gli anni del Concilio Vaticano II, da lì rimasero molto legati. Nella propria autobiografia ,”Alzatevi, andiamo!”, Giovanni Paolo II lo aveva definito “amico fidato”.
Il 1º febbraio 2005 papa Wojtyła fu ricoverato al policlinico Agostino Gemelli di Roma, dove restò fino al 10 febbraio. Una volta rientrato in Vaticano, fu costretto a saltare gran parte degli impegni previsti a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Il 27 marzo, Pasqua, apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo e il messaggio Urbi et Orbi fu letto dal cardinale Angelo Sodano, mentre il Papa benedisse la folla di mano sua. Tentò di parlare senza riuscirci.
Il 30 marzo, il Papa apparve per l’ultima volta in pubblico affacciandosi brevemente alla finestra su piazza San Pietro. Tentò di parlare, ma al posto delle parole emise solo un prolungato respiro. Dopo due giorni, a causa di un’infezione dell’apparato urinario, Giovanni Paolo II morì alle ore 21:37 di sabato 2 aprile 2005, vigilia della Domenica della Divina Misericordia. Aveva 84 anni. L’ultima parola del pontefice fu «Amen.» L’arcivescovo Leonardo Sandri, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, informò le migliaia di persone accorse in piazza San Pietro, raccolte in preghiera sin dalle ore precedenti il decesso.
Da quella sera e fino al giorno delle esequie, più di tre milioni di pellegrini confluirono a Roma per rendere omaggio alla salma del papa. I funerali, celebrati dal cardinale Joseph Ratzinger , avvennero sei giorni dopo, venerdì 8 aprile. Tutto si svolse in piazza San Pietro, con la partecipazione di più di 200 delegazioni ufficiali e rappresentanti di tutte le religioni. Molti applausi e grida di ‘Santo subito’, provenienti dai fedeli accompagnarono l’omelia del cardinale Ratzinger
Si stimò che la funzione sia stata seguita direttamente da un numero compreso tra le 250 000 e le 300 000 persone che affollavano la piazza e l’antistante via della Conciliazione. Mentre tramite maxischermi parteciparono almeno 2.000.000 persone riunite a Tor Vergata e nelle piazze di Roma. Il rito funebre fu trasmesso in diretta in mondovisione a reti unificate totalizzando, in Italia, quasi 15.000.000 spettatori e uno share del 90%. Papa Wojtyła fu sepolto nelle Grotte Vaticane situate sotto la basilica. La bara fu calata in una tomba creata nella nicchia e precedentemente occupata dai resti di papa Giovanni XXIII.
La Beatificazione avvenne il 1º maggio 2011 (da papa Benedetto XVI, suo successore), la Canonizzazione il 27 aprile 2014, insieme a papa Giovanni XXIII, (da papa Francesco). Il suo pontificato durò 26 anni, 5 mesi e 17 giorni. Fu il terzo pontificato più lungo in assoluto, dopo quello di Pio IX e quello tradizionalmente attribuito a San Pietro. Wojtyla fu un uomo amante dello sport, appassionato di sci, nuoto, canottaggio, calcio.
Dopo 455 anni, dai tempi di Adriano VI (1522-1523), Giovanni Paolo II fu il primo papa non italiano. Fu anche il primo pontefice polacco della storia e il primo proveniente da un Paese di lingua slava. I suoi numerosi viaggi, che coprirono una distanza maggiore rispetto ai predecessori, e i vari incontri anche coi giovani, favoriti dall’ istituzione delle GMG furono visti come l’intenzione di costruire un ponte tra nazioni e religioni diverse nel segno dell’ecumenismo, uno dei punti fermi del suo pontificato.
Durante il suo pontificato, Giovanni Paolo II effettuò più di 170 visite. Per questo fu insignito del riconoscimento di Globetrotter onorario dopo l’udienza del novembre 2000, quando ricevette gli Harlem Globetrotters. Mete quali gli Stati Uniti e la Terra santa erano già state visitate dal predecessore Paolo VI, soprannominato “il Papa pellegrino”. Molti altri Paesi, tuttavia, non erano mai stati visitati in precedenza da alcun altro pontefice.
Papa Giovanni Paolo II conobbe molte fedi diverse dalla sua, cercando di ricercare con esse un terreno comune, etico, dottrinale o dogmatico. Pregò a Gerusalemme presso il Muro del pianto e fu il primo pontefice romano dopo san Pietro a pregare in una sinagoga. Ciò avvenne il 3 aprile 1986, quando si recò alla sinagoga di Roma. Il Dalai Lama, guida spirituale del Buddhismo tibetano, incontrò otto volte Giovanni Paolo II, trovandosi spesso d’accordo con la sua opinione.
Il 27 ottobre 1986, ad Assisi si svolse per volere del Papa una giornata di incontro tra le grandi religioni. Essa diede inizio allo “Spirito di Assisi”. In tale circostanza, le differenti religioni «si sono dichiarate concordi nel riconoscere che, per diverso che sia il nome di Dio da esse invocato, la ricerca della pace per le vie della nonviolenza è la pietra di paragone dell’obbedienza alla Sua volontà».
Nel 1979, fu il primo Papa a visitare il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Nel maggio 1999, Giovanni Paolo II visitò la Romania. Era la prima volta che un pontefice visitava una nazione principalmente cristiana ortodossa dopo il Grande Scisma del 1054. Fu Teotisto, patriarca e capo spirituale della Chiesa ortodossa rumena, ad invitare il papa. Domenica 9 maggio 1999 il Papa e il Patriarca assistettero ciascuno a una celebrazione condotta dall’altro. Il Papa disse alla folla «Sono qui tra di voi spinto soltanto dal desiderio di autentica unità. Non molto tempo fa era impensabile che il Vescovo di Roma potesse visitare i suoi fratelli e sorelle di fede che vivono in Romania. Oggi, dopo un lungo inverno di sofferenza e persecuzione, possiamo infine scambiarci il bacio della pace e lodare insieme il Signore».
Nel 2001, papa Wojtyła visitò la Grecia. Il Papa fu accolto da manifestazioni ostili e i vertici della Chiesa ortodossa non inviarono nessun suo esponente ad accoglierlo. Ad Atene il Papa si incontrò con l’arcivescovo Christodoulos e, pubblicamente, si riappacificarono a livello di problematiche tra le due religioni. Egli visitò altre aree di influenza ortodossa, come l’Ucraina, pur non venendo sempre accolto calorosamente, e affermò che la fine dello Scisma sarebbe stato uno dei suoi desideri più profondi.
Giovanni Paolo II espresse pubblicamente richieste di perdono per quelli che considerava i peccati commessi dai cattolici durante i secoli tra cui:
• Il 31 ottobre 1992 per la persecuzione dello scienziato italiano Galileo Galilei e il processo che seguì nel 1633.
• Il 9 agosto 1993 per il coinvolgimento di cattolici nella tratta degli schiavi africani.
• Il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata «ad ogni donna» in cui sottolineava gli «enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù».
• Il 21 novembre 2001 chiese scusa, via Internet, per gli abusi commessi dai missionari nel passato contro le popolazioni indigene del Pacifico meridionale.
Dopo la morte di Giovanni Paolo II sono state intitolate a suo nome piazze, vie, corsi, parchi, gli aeroporti, università, santuari (a Introd in Valle d’Aosta dove aveva trascorso le sue vacanze estive Gli furono anche intitolate cime montane.
In ricordo delle visite pastorali del Pontefice, sono stati costruiti monumenti come la Pope John Paul II Tower a Bacolod, nelle Filippine, e altri a San Cristóbal de La Laguna (Tenerife), a Madrid e a Riccione.
Il Papa ricevette vari riconoscimenti tra cui il premio come Uomo dell’anno dalla rivista statunitense Time (1994), la nomina di membro onorario del Barcellona data la sua passione per il calcio in età giovanile, una Laurea una honoris causa in Giurisprudenza dall’Università La Sapienza di Roma. Infine, furono dedicati al Papa canzoni, musicals, documentari, film e telefilm. Famosa la canzone dedicatagli: ‘Non abbiate paura’, che riprende le parole del pontefice.
Papa Francesco: sentinelle per promuovere protezione ai minori
“Cari fratelli e sorelle, vi mando di cuore il mio saluto e alcune indicazioni per il vostro prezioso servizio. Esso, infatti, è come ‘ossigeno’ per le Chiese locali e le comunità religiose, perché dove c’è un bambino o una persona vulnerabile al sicuro, lì si serve e si onora Cristo. Nella trama quotidiana del vostro operato (soprattutto negli ambiti più disagiati), si concretizza una verità profetica: la prevenzione degli abusi non è una coperta da stendere sulle emergenze, ma una delle fondamenta su cui edificare comunità fedeli al Vangelo. Per questo vi esprimo la mia gratitudine”.
Ancora convalescente papa Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, ricordando che le pratiche di prevenzione sono la promessa e l’impegno di un ambiente sicuro per ogni bambino e per ogni persona vulnerabile, con la sottolineatura delle caratteristiche di questo ‘lavoro’:
“Il vostro lavoro non si riduce a protocolli da applicare, ma promuove presidi di protezione: una formazione che educa, dei controlli che prevengono, un ascolto che restituisce dignità. Quando impiantate pratiche di prevenzione, persino nelle comunità più remote, state scrivendo una promessa: che ogni bambino, ogni persona vulnerabile, troverà nella comunità ecclesiale un ambiente sicuro. Questo è il motore di quella che dovrebbe essere per noi una conversione integrale”.
Ed ecco gli ‘impegni’ a cui tale Commissione è chiamata: “Crescere nel lavoro comune con i Dicasteri della Curia romana. Offrire alle vittime e ai sopravvissuti ospitalità e cura per le ferite dell’anima, nello stile del buon samaritano. Ascoltare con l’orecchio del cuore, così che ogni testimonianza trovi non registri da compilare, ma viscere di misericordia da cui rinascere. Costruire alleanze con realtà extra-ecclesiali (autorità civili, esperti, associazioni), perché la tutela diventi linguaggio universale”.
E’ un invito ad essere ‘sentinelle’: “In questi dieci anni avete fatto crescere nella Chiesa una rete di sicurezza. Andate avanti! Continuate a essere sentinelle che vegliano mentre il mondo dorme. Che lo Spirito Santo, maestro della memoria viva, ci preservi dalla tentazione di archiviare il dolore invece di sanarlo”.
Mentre in occasione del XXX° Anniversario della Lettera enciclica ‘Evangelium vitae’ di san Giovanni Paolo II il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha pubblicato un sussidio su come avviare processi ecclesiali per promuovere una Pastorale della Vita umana al fine di difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali, in questo tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, intitolato ‘La Vita è sempre un bene. Avviare processi per una Pastorale della Vita umana’, come scrive nell’introduzione il prefetto del Dicastero, card. Kevin Farrell:
“In un tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, in tanti Paesi tormentati da guerre e da ogni genere di violenza (specialmente su donne, bambini prima e dopo la nascita, adolescenti, persone con disabilità, anziani, poveri, migranti) è necessario dare forma ad una vera e propria Pastorale della Vita umana, per mettere in pratica quanto ribadito anche dalla recente Dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede… La vita di ogni uomo e di ogni donna va, pertanto, sempre rispettata, custodita, difesa. Questo principio, riconoscibile anche dalla sola ragione, va attuato in ogni Paese, in ogni villaggio, in ogni casa”.
Tale sussidio è stato realizzato grazie anche al contributo dei vescovi: “Al servizio di questo processo, il sussidio è una proposta che suggerisce, altresì, come applicare il metodo sinodale del discernimento nello Spirito riguardo ai numerosi temi legati alla vita umana e alle modalità per difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali”.
Il volume è disponibile gratuitamente sul sito del Dicasteri e propone un metodo aggiornato per animare la pastorale della vita in maniera capillare nelle diverse diocesi del mondo. A tal fine, il Dicastero auspica che “ogni vescovo, sacerdote, religioso, religiosa e laico leggano il Sussidio e si adoperino per sviluppare una Pastorale della Vita umana organica e strutturata, che possa formare in modo adeguato operatori, educatori, insegnanti, genitori, giovani e bambini al rispetto del valore di ogni vita umana”.
Papa Francesco condanna lo sfruttamento dei bambini
“Ringrazio tanto queste donne e uomini che ci hanno fatto ridere con il circo. Il circo ci fa ridere come dei bambini. I circensi hanno questa missione, anche da noi: farci ridere e fare cose buone. Ringrazio tanto tutti voi… E non dimentichiamo di pregare per la pace. Non dimentichiamo la martoriata Ucraina; non dimentichiamo Nazareth, Israele. Non dimentichiamo tutti i Paesi in guerra. Chiediamo la pace. E non dimentichiamo che la guerra sempre, sempre, è una sconfitta”: al termine della catechesi papa Francesco ha salutato gli artisti di ‘CircAfrica’, circo itinerante per la prima volta in Italia, che è a Roma fino al 2 febbraio, che è composto da circa 50 artisti provenienti da 32 nazioni africane, ringraziandoli per lo spettacolo, con un invito a pregare per la pace nel mondo.
Mentre nell’udienza generale di oggi papa Francesco ha dedicato la catechesi ai bambini, concentrando la riflessione sul vangelo dell’apostolo Luca (la prossima volta affronterà la piaga del lavoro minorile): “Oggi sappiamo volgere lo sguardo verso Marte o verso mondi virtuali, ma facciamo fatica a guardare negli occhi un bambino che è stato lasciato ai margini e che viene sfruttato e abusato. Il secolo che genera intelligenza artificiale e progetta esistenze multiplanetarie non ha fatto ancora i conti con la piaga dell’infanzia umiliata, sfruttata e ferita a morte. Pensiamo su questo”.
E si è concentrato sul messaggio offerto dalla Sacra Scrittura sulla parola ‘figlio’ riportata per quasi 5.000 volte, come ‘eredità’ di Dio: “E’ curioso notare come la parola che ricorre maggiormente nell’Antico Testamento, dopo il nome divino di Jahweh, sia il vocabolo ben, cioè ‘figlio’: quasi cinquemila volte… I figli sono un dono di Dio. Purtroppo, questo dono non sempre è trattato con rispetto. La Bibbia stessa ci conduce nelle strade della storia dove risuonano i canti di gioia, ma si levano anche le urla delle vittime.
Ad esempio, nel libro delle Lamentazioni leggiamo: ‘La lingua del lattante si è attaccata al palato per la sete; i bambini chiedevano il pane e non c’era chi lo spezzasse loro’; ed il profeta Naum, ricordando quanto era accaduto nelle antiche città di Tebe e di Ninive, scrive: ‘I bambini furono sfracellati ai crocicchi di tutte le strade’. Pensiamo a quanti bambini, oggi, stanno morendo di fame e di stenti, o dilaniati dalle bombe”.
Anche Gesù non è stato esente dal subire violenza da bambino: “Anche sul neonato Gesù irrompe subito la bufera della violenza di Erode, che fa strage dei bambini di Betlemme. Un dramma cupo che si ripete in altre forme nella storia. Ed ecco, per Gesù e i suoi genitori, l’incubo di diventare profughi in un paese straniero, come succede anche oggi a tante persone, a tanti bambini. Passata la tempesta, Gesù cresce in un villaggio mai nominato nell’Antico Testamento, Nazaret; impara il mestiere di falegname del suo padre legale, Giuseppe”.
Per questo Gesù indica i bambini come ‘modello’ da seguire: “Nella sua vita pubblica, Gesù andava predicando per i villaggi insieme ai suoi discepoli. Un giorno si avvicinano a Lui alcune mamme e gli presentano i loro bimbi perché li benedica, ma i discepoli li rimproverano. Allora Gesù, rompendo la tradizione che considerava il bambino solo come oggetto passivo, chiama a sé i discepoli e dice: ‘Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio’. E così indica i piccoli come modello per gli adulti”.
Riprendendo gli ammonimenti di Gesù papa Francesco ha sollecitato i cristiani a prevenire gli abusi: “Fratelli e sorelle, i discepoli di Gesù Cristo non dovrebbero mai permettere che i bambini siano trascurati o maltrattati, che vengano privati dei loro diritti, che non siano amati e protetti. I cristiani hanno il dovere di prevenire con impegno e di condannare con fermezza le violenze o gli abusi sui minori”.
Per questo il papa ha condannato il lavoro minorile: “Ancora oggi, in particolare, sono troppi i piccoli costretti a lavorare. Ma un bambino che non sorride, un bambino che non sogna non potrà conoscere né fare germogliare i suoi talenti. In ogni parte della terra ci sono bambini sfruttati da un’economia che non rispetta la vita; un’economia che, così facendo, brucia il nostro più grande giacimento di speranza e di amore. Ma i bambini occupano un posto speciale nel cuore di Dio, e chiunque danneggia un bambino, dovrà renderne conto a Lui”.
E’ stato un invito a non restare indifferenti allo sfruttamento dei minori: “Cari fratelli e sorelle, chi si riconosce figlio di Dio, e specialmente chi è inviato a portare agli altri la buona novella del Vangelo, non può restare indifferente; non può accettare che sorelline e fratellini, invece di essere amati e protetti, siano derubati della loro infanzia, dei loro sogni, vittime dello sfruttamento e della marginalità. Chiediamo al Signore che ci apra la mente e il cuore alla cura e alla tenerezza, e che ogni bambino ed ogni bambina possa crescere in età, sapienza e grazia, ricevendo e donando amore”.
(Foto: Santa Sede)
Chiara Griffini: ritessere fiducia contro gli abusi
“Padre, fonte della vita, con umiltà e umiliazione ti consegniamo la vergogna e il rimorso per la sofferenza provocata ai più piccoli e ai più vulnerabili dell’umanità e ti chiediamo perdono. Signore Gesù, Figlio venuto a rivelare la misericordia del Padre, ti affidiamo tutti coloro che hanno subito
abusi di potere, spirituali e di coscienza, fisici e sessuali, le loro ferite siano risanate dal balsamo della tua e della nostra compassione, trovino accoglienza e aiuto fraterno, i loro cuori siano avvolti di tenerezza e ricolmi di speranza. Spirito Santo, fuoco di amore, ti preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, chiamate ad impegnarsi in un discernimento profondo sulle proprie omissioni ed inadempienze, siano case accoglienti e sicure e si rafforzi l’impegno di tutti per tutelare i più piccoli e vulnerabili”.
Questa è la preghiera in occasione della Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sul tema della fiducia, ‘Ritessere fiducia’, come scrive nell’introduzione la presidente del ‘Servizio Nazionale tutela minori ed adulti vulnerabili’, dott.ssa Chiara Griffini: “Al cuore di ogni relazione umana, personale o comunitaria, vi è un atto di fiducia. Affidarsi è anche il movimento che anima la fede di ogni uomo e donna credente. In ogni forma di abuso sappiamo esserci invece un tradimento e una rottura nella fiducia, che investe non solo vittima e abusante, ma tutto il contesto in cui ciò accade”.
Mentre l’immagine scelta per il manifesto di questa edizione è la riproduzione di un’ opera di Alberto Burri, ‘Sacco e oro’ realizzata nel 1956, spiegato ancora dalla presidente: “Ritessere fiducia è tentare di ricucire lo strappo, magari ancora aperto e sanguinante, con il filo d’oro della prossimità e della cura, come evocato dal dipinto ‘Sacco e oro’ di Alberto Burri, cosi che possiamo anche noi rivestire ‘di abiti di lino finissimo’ e porre ‘al collo un monile d’oro’ (Gen 41,42)”.
Con la presidente Chiara Griffini partiamo proprio dalle riflessioni proposte da alcune vittime di abusi e da alcuni genitori di ragazzi abusati: “Le riflessioni sono frutto di un cammino che è partito dall’incontro periodico di queste vittime e di familiari di vittime con la Presidenza e la Segreteria generale della Cei. Non sono testi su commissione, sono vita condivisa nel dolore di strappi ancora presenti che hanno aperto una via per la Chiesa italiana, la via della cura ecclesiale e spirituale, richiesta da chi è stato ferito, per un cammino di conversione della Chiesa italiana. I testi rivelano non solo come le ferite non vanno in prescrizione, ma che hanno tempi di rimarginazione lunghi, non prevedibili a tavolino, che vanno oltre i percorsi di giustizia”.
In quale modo è possibile ‘ritessere fiducia’?
“Riconoscendo ciò che la fiducia rappresenta nella vita di una persona, il motore attraverso cui si esprime l’identità umana di essere in relazione, e della Chiesa, la fede come affidamento e facendo tutto quanto è possibile per custodirla e per riparare quando questa viene tradita, mediante la prossimità, la ricerca della verità, la giustizia, la cura”.
Per quale motivo una giornata di preghiera?
“Una giornata di preghiera perché come ci ricorda papa Francesco nella ‘Lettera al popolo di Dio’ la conversione ecclesiale deve passare attraverso una dimensione popolare, fatta di preghiera e attivazione da parte di tutti. Non sarà solo una giornata di preghiera ma anche di sensibilizzazione culturale, perché la preghiera diventi azione concreta di safeguarding (insieme di procedure e pratiche di tutela) nella Chiesa che alla luce del Sinodo universale e del cammino sinodale della Chiesa italiana non può non essere attenta alle relazioni come cuore della comunità da rilanciare, al rispetto da promuovere e garantire educando ad esso, partendo dalla coscienza, alla responsabilità come perdono, riparazione, custodia del bene-relazionale”.
Come educare alle relazioni?
“Mettendole al centro dei percorsi formativi di coloro che nelle comunità prestano servizio. Educarci per educare. Non solo contenuti e metodologie, ma stile con cui ci si comunica verbalmente e gestualmente, capacità di ascoltare le proprie e altrui emozioni e bisogni per generare consapevolezza, empatia e responsabilità, possibilità di condividere come si è stati in relazione prima di ogni progettazione futura, educarsi all’affidabilità e alla generatività come paradigmi relazionali propri dell’adulto affettivamente maturo, attento ad attuare quelle capacità adeguate alle persone e ai contesti con cui ci si rapporta, integrando ascolto, riflessione, azione”.
In quale modo la Chiesa può ‘guadagnare’ fiducia?
“Attraverso l’accountability come trasparenza e rendicontazione di quanto si sta facendo per prevenire e reagire agli abusi adeguatamente a livello giuridico, morale e umano. E’ la rendicontazione come riconoscimento della fiducia ricevuta quale valore supremo da tutelare che ogni comunità e chiunque è in posizione di autorità dovrebbero fare. E’ la valutazione condivisa del servizio che si sta attuando, dove gli uni si diventa custodi degli altri e insieme ci si interroga e si vigila su come si è fedeli al Vangelo e all’uomo nella ordinarietà dell’esperienza ecclesiale.
E’ concretamente fare tutto ciò che è possibile perché si imparino a riconoscere nei loro segnali prodromici tutte le diverse forme di abuso che possono insidiarsi negli ambienti ecclesiali ed essere capaci di arrestarli prontamente come contesto, in particolare gli abusi spirituali e di coscienza”.
Nel 2010 papa Benedetto XVI nella lettera ai cattolici irlandesi chiedeva un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza: quali azioni sta portando avanti la Chiesa?
“Le azioni come Chiesa italiana passano attraverso l’attivazione della rete territoriale dei servizi diocesani e dei centri di ascolto. I servizi che promuovono sensibilizzazione e formazione sul tema della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nelle comunità parrocchiali e diocesane, contribuendo ad abbattere la barriera culturale intorno a questi temi nelle comunità ecclesiali e anche nella società.
La notorietà dei centri di ascolto come luoghi a cui rivolgersi per segnalare qualunque abuso accada in ambienti ecclesiali e che mettono al centro la persona ferita con i suoi bisogni, a partire da quello di giustizia e verità.
Le rilevazioni annuali e biennali sulla rete attivata fin dal primo sorgere della rete stessa, così da documentarne quanto si sta effettuando e quando manca ancora in totale trasparenza, affidandole a un ente di ricerca universitario che garantisse il rigore scientifico della valutazione e la serietà data a tale aspetto quale parte integrante dell’intero sistema avviato per essere credibile e coerente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Presentato il rapporto sugli abusi sui minori: risposta rigorosa a tale piaga
Dopo un lungo lavoro la Commissione per la Tutela dei Minori (organismo istituito dal papa nel 2014 per proporre le iniziative più opportune per prevenire gli abusi nella Chiesa) ha pubblicato il primo Rapporto Annuale su Politiche e Procedure in materia di Tutela, composto da 50 pagine divise in quattro sezioni, con numerosi dati raccolti nei cinque continenti e in diversi istituti e congregazioni religiose, e anche nella stessa Curia romana che è invitata ad una maggiore trasparenza nelle procedure e nei processi. Il documento è stato redatto da un gruppo di lavoro presieduto da Maud de Boer-Buquicchio, membro della Commissione e già relatore speciale delle Nazioni Unite sullo sfruttamento sessuale dei bambini.
Il Report promuove l’impegno della Chiesa a dare una risposta ‘rigorosa’ alla piaga dell’abuso, basata sui diritti umani e incentrata sulle vittime, in linea con le recenti riforme del Libro VI del Codice di Diritto Canonico che stigmatizza il reato di abuso come violazione della dignità della persona. Il testo documenta rischi e progressi negli sforzi della Chiesa per proteggere i bambini. Raccoglie anche risorse e best practices da condividere nella Chiesa universale, ed è strumento per la Commissione per poter riferire su base sistematica risultanze e raccomandazioni da condividere con il Papa, con le vittime, con le Chiese locali e il Popolo di Dio.
Il rapporto dettaglia le situazioni delle Conferenze Episcopali che sono passate dalla Commissione in questi mesi (Messico, Papua Nuova Guinea, Belgio e Camerun), e anzi ricorda il ruolo che le visite ad limina hanno in questo processo, perché la presenza a Roma dei vescovi locali permette alla commissione di essere a conoscenza dalle 15 alle 20 Chiese locali.
Il rapporto mostra anche la differenza delle Chiese locali sulla base della provenienza geografica, perché in alcuni casi il fenomeno dell’abuso è riconosciuto da tempo, in altri casi invece è giunto in superficie solo di recente, e in altre ancora manca ancora una pubblicizzazione dei casi di abuso.
Presentando il report il card. Seán Patrick O’Malley, arcivescovo metropolita di Boston, ha raccontato il cammino percorso dalla Chiesa: “Il primo periodo l’ho vissuto ininterrottamente per quasi 40 anni come vescovo. Grazie alla vicinanza personale con le vittime, le loro famiglie, i loro cari e le loro comunità, ho ascoltato potenti testimonianze del tradimento che si prova quando si subisce un abuso da parte di una persona in cui si è riposta fiducia, e delle implicazioni che tale abuso comporta per tutta la vita.
Sono enormemente grato alle vittime per la loro apertura, che mi ha permesso di viaggiare con loro. Infatti, è solo ascoltandole in prima persona che possiamo conoscere la verità sulla loro dignità umana ripetutamente violata. Le loro storie rivelano un periodo privo di affidabilità, in cui i leader della Chiesa hanno tragicamente deluso coloro che siamo chiamati a pascere. E’ stato un periodo anche privo di professionalità, in cui i leader della Chiesa hanno preso decisioni senza attenersi alle politiche, alle procedure o agli standard di base per la tutela delle vittime. E’ un periodo buio in cui la sfiducia ha ostacolato la capacità della Chiesa di essere testimone di Cristo”.
Eppoi un altro periodo in cui si è iniziato a denunciare: “C’è poi un secondo periodo, che stiamo cominciando a vedere prendere forma in molte parti del mondo, in cui la responsabilità, la cura e la preoccupazione per le vittime cominciano a fare luce sull’oscurità. E’ un periodo in cui esistono solidi sistemi di denuncia che ci permettono di ascoltare e rispondere alle vittime, con un approccio informato sui traumi.
E’ un periodo in cui i protocolli di gestione del rischio e la supervisione informata promuovono ambienti sicuri. E’ un periodo in cui la Chiesa fornisce servizi professionali di accompagnamento delle vittime, come impegno per il viaggio verso la guarigione. E’ un periodo in cui tutti coloro che svolgono un ministero e lavorano nella Chiesa ricevono la formazione e l’addestramento necessari per promuovere una cultura della tutela. E’ un periodo in cui la Chiesa abbraccia pienamente il suo ministero di salvaguardia”.
Questo processo è avvenuto attraverso tre passaggi: “Il primo è la revisione delle politiche e la promozione della voce delle vittime, in cui valutiamo e suggeriamo miglioramenti alle politiche e alle procedure di tutela adottate dalle varie entità della Chiesa presenti in tutto il mondo, in quasi tutti i Paesi. Il secondo è il rafforzamento delle risorse umane formate, attraverso l’iniziativa ‘Memorare’ della Commissione, per promuovere l’effettiva attuazione di queste politiche e procedure.
La terza è la rappresentazione trasparente e misurabile dei nostri sforzi, attraverso il Rapporto annuale, per documentare i progressi, le carenze e le raccomandazioni. Queste tre attività interconnesse sono articolate in modo continuo e questo ciclo iterativo costituisce il modello della Commissione per promuovere il cambiamento”.
Inoltre la prof.ssa Maud de Boer-Buquicchio, membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, ha definito il rapporto onesto ed oggettivo: “Ci rendiamo conto che il Rapporto è lungi dall’essere perfetto, ma ha una metodologia solida che si svilupperà nel tempo, per diventare sempre più completa e robusta.
Naturalmente, questo include innanzitutto l’apprendimento diretto da parte delle vittime e dei sopravvissuti. Negli anni a venire, svilupperemo anche il nostro raggio d’azione per includere in modo più completo i religiosi e i fedeli laici. Infine, sappiamo che, in collaborazione con molti altri, dobbiamo migliorare significativamente la verifica dei nostri dati, attraverso riferimenti incrociati con fonti esterne”.
Inoltre tale Rapporto è uno strumento di ‘Giustizia e Conversione’: “In primo luogo, registra le transizioni critiche che si verificano progressivamente in diverse parti della Chiesa nel mondo. Questa transizione è caratterizzata dallo sviluppo iniziale, dall’attuazione e dall’inculturazione di politiche, linee guida e procedure di tutela. In secondo luogo, attraverso la condivisione di buone pratiche, accompagna la continua conversione pastorale necessaria per consolidare integralmente il nuovo periodo, caratterizzato dall’avanzamento della verità, della giustizia, delle riparazioni e delle riforme istituzionali”.
Inoltre il rapporto sottolinea l’impegno della Chiesa: “Questo Rapporto promuove anche l’impegno della Chiesa a dare una risposta rigorosa alla piaga dell’abuso, basata sui diritti umani e incentrata sulle vittime, in linea con le recenti riforme del Libro VI del Codice di Diritto Canonico che inquadra il reato di abuso come una violazione della dignità della persona umana. Come mi è stato spesso detto, ‘i bambini non sono mini esseri umani con mini diritti umani’. La riforma del Libro VI e questa Relazione annuale contribuiscono a garantire questa verità, che consiste innanzitutto nel rompere il silenzio e nell’incontrare le vittime là dove si trovano”.
Ed infine ha illustrato la copertina del rapporto: “Originario di gran parte del continente africano, l’albero di ‘baobab’ è spesso conosciuto come ‘albero della vita’ ed è un importante simbolo di resilienza e comunità. Crediamo che questo possa servire come segno concreto del nostro sostegno ad ogni vittima, a chi denuncia abusi o qualsiasi altra persona, in un’atmosfera di fiducia e sicurezza. Con il cambiamento di mentalità che accompagna il nostro percorso di Giustizia e Conversione, la Chiesa può offrire l’ambiente protettivo che questo albero simboleggia”.
(Foto: Osservatore Romano)




























