Papa Leone XIV invita ad avere fame di futuro
“Buongiorno! Un caloroso saluto a tutti voi! Vi ringrazio per la vostra presenza: è bello ritrovarci tutti uniti per lodare il Signore, rendere grazie per i suoi doni, ricevere la sua benedizione! E’ un giorno benedetto dal Signore. Ora, in questo momento, alla presenza di tutti voi, vogliamo chiedere la benedizione su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie: lo faremo durante la celebrazione della Santa Messa. Ma in questo momento vogliamo chiedere la benedizione del Signore su questa prima pietra, portata qui, che sarà utilizzata per iniziare la costruzione della futura cattedrale o chiesa della Città della Pace”: così papa Leone XIV ha salutato un gruppo di bambini che hanno lanciato nel cielo palloncini a forma di Rosario.
Poi la benedizione della prima pietra destinata alla costruzione della cattedrale di Ciudad de La Paz: “Vogliamo rinnovare la nostra fede, vogliamo rinnovare il nostro impegno a seguire Gesù Cristo, con fedeltà, nella sua Chiesa, nella Chiesa Cattolica, stare tutti uniti sempre nella Chiesa Cattolica! Ed ora chiediamo la benedizione del Signore… Effondi, Signore, la tua benedizione su tutto il tuo popolo, oggi in modo particolare su questa pietra che rappresenta la forza della fede, la forza che ci unisce, la forza che fa di noi fratelli e sorelle in Gesù Cristo, figli e figlie dell’unico Dio”.
Iniziando l’omelia il papa si è detto felice per questa sua presenza: “Sono contento di poter celebrare insieme a voi, ringraziando il Signore per i 170 anni di evangelizzazione in queste terre della Guinea Equatoriale. Si tratta di un’occasione propizia per fare memoria di tutto il bene che il Signore ha operato e, allo stesso tempo, desidero esprimere la mia gratitudine ai tanti missionari, missionarie, sacerdoti diocesani, catechisti e fedeli laici che hanno speso la loro vita al servizio del Vangelo”.
Riprendendo l’omelia pronunciata nel 1969 da papa san Paolo VI li ha invitati ad essere missionari: “In questa prospettiva, siete chiamati a continuare oggi sulla strada tracciata dai missionari, dai pastori e dai laici che vi hanno preceduto. A tutti e a ciascuno è richiesto un impegno personale che coinvolge la vita totalmente, perché la fede, celebrata in modo così festoso nelle vostre comunità e nelle vostre liturgie, nutra le vostre attività caritative e la responsabilità nei confronti del prossimo, per la promozione del bene di tutti”.
E questo è un segno di essere Chiesa: “Questo impegno richiede perseveranza, costa fatica, talvolta sacrificio, ma è il segno che siamo davvero la Chiesa di Cristo. La prima Lettura che abbiamo ascoltato, infatti, ci narra in pochi versetti come una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo sia anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata.
D’altra parte, però, il Libro degli Atti degli Apostoli ci dice che, mentre i cristiani sono costretti a scappare e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore e possono vedere con i loro occhi che i malati nel corpo e nello spirito vengono guariti: sono i segni prodigiosi della presenza di Dio, che generano grande gioia in tutta la città”.
Perciò anche se non sempre la situazione è ‘tranquilla’ Dio non abbandona: “Così, fratelli e sorelle, anche se non sempre le situazioni personali, familiari e sociali che viviamo sono favorevoli, possiamo confidare nell’opera del Signore, che fa germogliare il seme buono del suo Regno per vie a noi sconosciute, anche quando sembra che tutto attorno a noi sia arido, e perfino nei momenti di oscurità”.
Dio è il pane che nutre: “Con questa fiducia, radicata più nella forza del suo amore che nei nostri meriti, siamo chiamati a restare fedeli al Vangelo, ad annunciarlo, a viverlo in pienezza e a testimoniarlo con gioia. Dio non ci farà mancare i segni della sua presenza e, ancora una volta, come ci ha detto Gesù nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, sarà per noi ‘pane della vita’, che sazierà la nostra fame”.
L’appello del papa è quello di avere ‘fame’ di futuro: “Il motto per la mia visita è ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza’, e forse proprio questa oggi è la fame più grande: c’è fame di futuro, ma di un futuro che sia abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa portare frutti di pace e di fraternità. E non si tratta di un futuro ignoto, che dobbiamo attendere in modo passivo, ma di un avvenire che proprio noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire”.
Quindi l’evangelizzazione è ‘compito’ di tutti: “Il futuro della Guinea passa attraverso le vostre scelte; è affidato al vostro senso di responsabilità e all’impegno condiviso per custodire la vita e la dignità di ogni persona. E’ necessario, perciò, che tutti i battezzati si sentano coinvolti nell’opera di evangelizzazione, diventino apostoli di carità e testimoni di una nuova umanità.
Quindi evangelizzare significa partecipare allo sviluppo ‘integrale’: “Si tratta di prendere parte, con la luce e la forza del Vangelo, allo sviluppo integrale di questa terra, al suo rinnovamento, alla sua trasformazione. Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti.
Che il Signore vi aiuti a diventare sempre più una società in cui ciascuno, secondo le diverse responsabilità, opera al servizio del bene comune e non degli interessi particolari, superando le disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati. Crescano spazi di libertà, sia sempre salvaguardata la dignità della persona umana: penso ai più poveri, alle famiglie in difficoltà; penso ai carcerati, spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti”.
Prima della benedizione conclusiva il papa ha ‘offerto’ come dono alla comunità locale il calice con cui ha celebrato: “E desideriamo inoltre lasciare in dono a questa Comunità, a questa Chiesa, il calice che abbiamo utilizzato per celebrare l’Eucaristia su questo altare. Che possiamo essere sempre uniti in comunione con Cristo”.
(Foto: Santa Sede)




























