Tag Archives: Pane
Card. Battaglia ai mercanti di morte: convertitevi
“Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate ‘strategia’ ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita”: con parole forti l’arcivescovo di Napoli, card. Domenico Battaglia, ha scritto in forma poetica una lettera ai ‘mercanti di morte’.
Una lettera in cui il cardinale ha sottolineato la necessità di custodire: “Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo. Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Ed invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello”.
Ed ha raccontato lo smarrimento del mondo a causa dei mercanti di morte: “Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie. Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza”.
Qui sta la differenza tra il pane e le armi: “Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani”.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci. E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare ‘mercato’ ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?”
E’ una lettera che non è una condanna: “Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore”.
E’ un invito a guardare il Crocifisso, chiedendo di non cambiare le parole: “E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
Ed intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile”.
Ed il Vangelo è un invito a cambiare mentalità: “Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna”.
Per questo ha chiesto la conversione: “Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso. Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini”.
Una conversione perché il Vangelo è esigente: “Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete. Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto”.
La guerra inizia con un’ingiustizia: “La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla”.
Questo è il motivo della lettera per un’apertura alla Pasqua: “Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto”.
E’ un invito a ritornare uomini: “Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere”.
Tale ‘sogno’ del cardinale è la pace: “Sogno il giorno in cui la parola ‘profitto’ non farà più rima con ‘funerale’. E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio? Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: Beati gli operatori di pace”.
L’ultimo brano della lettera è una descrizione degli operatori di pace: “Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace. Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi”.
Gli operatori di pace sono profeti: “Ha bisogno di profeti, non di mercanti. E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita. A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro.
Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani”.
Santità: pane quotidiano
Il sorriso dei ragazzi della catechesi, assiepati sul sagrato della chiesa, era incantevole. Era appena sceso dalla macchina un loro coetaneo o poco più: Carlo Acutis. In verità, erano solo le reliquie di questo adolescente santo. Sì, una vita breve, quindici anni solamente. Ma “una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa” ripeteva sempre lui. Ed era stato, per davvero, il suo caso.
La parrocchia di Sant’Agostino (Reggio Calabria), così, alla tenera luce di un sabato sera di fine gennaio, accoglieva in piazza le reliquie di Carlo Acutis. Di un giovane santo, che, sorridendo a Dio, era salito in cielo con le sue stesse snakers, le scarpe da ginnastica. Intensa l’emozione, quella sera. Grande partecipazione di popolo al momento di accogliere da parte del parroco il prezioso reliquiario, mentre tutti i Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata facevano corona.
“C’era tanta gente ‘nuova’ – confessa una catechista, – ma eravamo una cosa sola”. Nell’Eucaristia solenne che seguiva ognuno respirava un clima di sorprendente freschezza spirituale. A pieni polmoni. “La visita di Carlo, – mi sussurra Stefania – ha riempito veramente la parrocchia di gioia e spiritualità”. La piccola sorella Francesca, poi, tratteggiava la figura del giovane, rendendola viva e attuale. “Tutti siamo chiamati alla santità, – sorrideva tra le parole – non per essere perfetti, ma semplici e veri”.
Carlo indicava, così, la via per raggiungerlo lassù: la fede, la carità, i poveri e gli ultimi come passaporto. “Se ci lasciamo trasformare dalla Parola – commentava padre Francesco, presiedendo la liturgia – se viviamo l’ordinarietà con passione, entriamo nel piano d’amore di Dio: la santità”. La presenza spirituale del giovane accarezzava l’anima di tutti i presenti insieme alle loro difficoltà quotidiane, operando quel miracolo che prende il nome di fiducia. E ‘legava i cuori gli uni gli altri in una comunione che quasi si toccava….’, confessa Caterina.
Il cammino di santità e di luce nella parrocchia di Sant’Agostino continuava nei giorni seguenti con la Candelora. All’inizio della Messa, di primo mattino, quasi una scia luminosa si muoveva dal portone centrale, lungo la navata, tra canto e preghiera. Ognuno portava convinto la sua candela e la sua supplica. La Candelora, come sempre, sapeva intrecciare fede, tradizione ed emozione. E già alla vigilia, domenica, a tutte le messe ognuno riceveva una candela di cera d’api dal profumo di miele e una preghiera: ambedue da accendere in casa.
“Insegnaci, Signore, – iniziava la preghiera – a riconoscere la tua luce in ogni istante della nostra vita, nei volti che incontriamo, nella sofferenza o nella gioia che viviamo”… Così, ognuno poteva ripetere con Simeone, anche nell’umiltà delle pareti domestiche: ‘I nostri occhi hanno visto, finalmente, la Tua salvezza!’
Papa Leone XIV: il cristiano sia sale e luce del mondo
“Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace, ricordando le violenze subite dai cristiani in Nigeria.
Inoltre ha ringraziato coloro che si impegnano per la dignità delle persone tratte in schiavitù nel giorno della memoria di santa Giuseppina Bakhita: “Oggi, memoria di santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!”
E prima della recita dell’Angelus domenicale il papa ha sottolineato la necessità di essere ‘sale’ per dare sapore, dopo aver proclamato beato chi mette in pratica azioni in grado di trasformare il mondo: “E’ infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto.
E’ la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.
Riprendendo il vangelo delle beatitudini il papa ha sottolineato che occorre gesti concreti per essere sale e luce: “Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa… Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce”.
Essere sale e luce significa non rinunciare alla gioia: “E’ doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia… Quante persone (forse è capitato anche noi) si sentono da buttare, sbagliate. E’ come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”.
Sono i gesti che danno gioia, anche se vanno in controtendenza: “Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.
Però tutto ciò va compiuto senza esibizionismo: “Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace”.
Prima della recita dell’Angelus, come era successo in precedenza, il papa ha ringraziato il personale, con i familiari, preposto ai servizi della floreria e dell’edilizia: “Come dirigenti, impiegati e maestranze di questi due settori operativi della Città del Vaticano, avete dimostrato grande passione per i vostri incarichi, soprattutto durante l’Anno giubilare da poco concluso. Anche grazie al vostro comune impegno, milioni di pellegrini hanno potuto vivere con ordine e serenità il passaggio della Porta Santa, partecipando fruttuosamente alle celebrazioni liturgiche, alle udienze e agli altri eventi”.
Riconoscenza come sprone per rendere più belli ed accoglienti gli spazi vaticani: “La riconoscenza, che di cuore vi esprimo, diventa sprone per i progetti futuri, che riguardano sia il costante aggiornamento dei servizi tecnici e logistici, sia l’attenta cura degli ambienti vaticani, soprattutto degli spazi dedicati alla preghiera e agli incontri con il papa.
Il decoro delle aree e la sicurezza delle strutture trovano infatti il loro senso più alto nel sostegno dato alla devozione dei fedeli e all’opera pastorale della Chiesa. In particolare, la Basilica di San Pietro è luogo sacro che chiede di essere custodito anzitutto come tempio di contemplazione, raccoglimento e meraviglia spirituale. La Piazza antistante, che abbraccia il mondo con il suo stupendo colonnato, è il ‘biglietto da visita’, come si suol dire, della nostra accoglienza verso tutti”.
Ed anche questi lavori sono opera missionaria: “Carissimi, l’opera che svolgete ogni giorno rappresenta certamente un servizio discreto e prezioso per la missione apostolica del papa. Si inserisce infatti nella complessa attività del Governatorato e della Direzione per le infrastrutture e i servizi, che lodo per la solerte gestione di molte incombenze all’interno dello Stato vaticano.
Ciascuno per la propria parte, soprattutto nei momenti di prova, ricordiamo di essere membra di un unico organismo, che ha per fine la testimonianza del Vangelo secondo il comando del Signore, Pastore buono e Capo della Chiesa”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi ai vescovi italiani: non temere questo tempo
“Rivolgiamo un pensiero di gratitudine a papa Leone XIV per aver accettato l’invito a essere con noi, giovedì 20 novembre, per la chiusura di questa nostra Assemblea. Ci predisponiamo ad accogliere la sua parola, occasione preziosa per confermarci nel suo magistero di unità e di pace. In questi sei mesi di Pontificato, fin dal suo primo discorso, quello rivolto ai Cardinali, abbiamo colto alcuni assi portanti: la centralità dell’annuncio del Vangelo, l’unità della Chiesa, l’esercizio della collegialità nella sinodalità, la promozione di una pace ‘disarmata e disarmante’ in un mondo che al contrario si esercita nella forza, riempie gli arsenali e svuota di conseguenza le scuole, gli ospedali, i granai; l’attenzione alla dignità della persona umana, dal suo inizio alla fine, tutta da amare, curare e custodire, sempre e per tutti”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto ad Assisi l’Assemblea generale dei vescovi italiani con l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, in quanto la Chiesa ‘non cerca il potere ma il bene dell’Italia’.
Riprendendo le parole che papa Leone XIV ha detto loro nello scorso giugno il presidente dei vescovi ha invitato a sentirsi mandati: “Come Chiese in Italia, sentiamo oggi più fortemente l’appassionante chiamata ad andare nella grande messe di questo mondo, per rispondere a tanti che desiderano conoscere il nome del Dio ignoto, per condividere il Pane che sazia, per annunciare il Vangelo della vita eterna a chi, a tentoni, cerca speranza, per curare le sofferenze di una folla stanca e sfinita perché senza pastore. Non giudicare e, quindi, inevitabilmente condannare, ma guardare con gli occhi di Gesù, quelli della compassione, per essere lievito di fraternità”.
E’ stato un invito esplicito ad annunciare il Vangelo: “Pensiamo alla società di Antiochia, al tempo della Chiesa nascente: i credenti si sono impegnati di persona a portare e comunicare la loro esperienza di fede. Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. Per questo, non dobbiamo avere paura ma rinnovare il nostro impegno a essere testimoni gioiosi del Risorto. Non dobbiamo diventare mediocri, spaventati, paurosi nella paternità e nell’assumerci responsabilità, ma più evangelici e cristiani!”
Ricordando l’allocuzione di papa san Paolo VI nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, ha invitato a non avere paura dell tempo attuale: “Non temiamo, dunque, questo tempo, che sembra sottrarre spazio alla fede: forse è il contrario. E’ questo il momento in cui l’annuncio del Vangelo deve essere più luminoso, come la lampada che arde nella notte. Il credente di oggi non è più il custode di un mondo cristiano, ma il pellegrino di una speranza che continua a farsi strada nei cuori. In questo orizzonte, la fine della cristianità non è una sconfitta, ma un kairos: l’occasione di tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi, a quel ‘sì’ pronunciato per amore, senza paura e senza garanzie”.
Il Vangelo non va protetto: “Il Vangelo non ha bisogno di un mondo che lo protegga, ma di cuori che lo incarnino. E’ in questa situazione di ‘vulnerabilità’ che la Chiesa riscopre la sua forza: non quella del potere, peraltro spesso presunto come le ricostruzioni sulla rilevanza della Chiesa, ma quella dell’amore che si dona senza paura”.
Il Vangelo va annunciato: “La priorità è certamente trasmettere la fede, renderla viva, attraente, farla scoprire nascosta nelle attese e nei desideri del cuore, aiutando a ritrovarne le parole e la prassi. Ecco il nostro orizzonte e la nostra passione. Guardando tanti ‘senza tetto spirituali’ sentiamo la loro condizione, spesso piena di sofferenza, una domanda per costruire case di preghiera, di fraternità con Dio e con il prossimo, dove sperimentare la maternità della Chiesa e vivere l’ascolto della parola che diventa vita”.
Ed ha fatto il punto sul Sinodo, ringraziando chi ha collaborato: “Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente. Ora si apre una fase nuova che interpella in particolare noi Pastori nell’esercizio della collegialità e in quel presiedere la comunione così decisivo perché la sinodalità diventi forma, stile, prassi per una missione più efficace nel mondo”.
Quindi ha ricordato che il ministero è sinodale: “La collegialità che esprimiamo nella forma della nostra Conferenza Episcopale ci chiede anzitutto di esercitare il nostro prezioso ministero in una Chiesa che è sinodale, costituita da un popolo nel quale si cammina insieme, tutti insieme. Del resto, immaginare il nostro ministero episcopale in senso collegiale come altra cosa o separato dalla sinodalità di tutta la Chiesa equivarrebbe a privare la comunione nelle nostre Chiese e tra le nostre Chiese di quella garanzia rappresentata dalla comunione episcopale”.
E’ un invito a non dimenticare il Concilio Vaticano II: “La lezione del Vaticano II, anche da questa prospettiva, resta per noi una strada sicura da non smarrire. Siamo chiamati ad assumere tutto il cammino che in questi anni le Chiese in Italia hanno compiuto per orientarne i passi futuri attraverso il nostro discernimento e le risoluzioni che riconosceremo come necessarie. E’ un compito impegnativo quello che ci è chiesto: dobbiamo onorarlo nel migliore dei modi possibili perché nelle nostre Chiese prenda forma la profezia di una Chiesa che continua a lasciarsi plasmare dal soffio dello Spirito”.
Da qui l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, iniziando dalla parrocchia: “Siamo chiamati a impegnarci a costruire la comunità cristiana laddove siamo. Solo questa darà la carne alla nostra fede e un tetto ai nostri fratelli. La Chiesa è sempre Familia Dei. Certo, non è questo il momento storico del ‘noi’, della vita assieme, come si vede anche dalla fragilità della famiglia e di tante realtà associate!.. Pensiamo alle nostre parrocchie, anche se esse devono sempre restare aperte a qualunque tipo di fedeli e a qualunque ricerca di Dio: sono come la piazza della Chiesa, dove non ci devono essere accessi limitati o condizionati, perché spesso qui approdano tante persone da storie diverse particolari. E alla fontana vanno gli assetati, anche se non li conosciamo! Tutte le forme comunitarie, come quelle dei movimenti, vanno incoraggiate nel dinamismo della comunione e della paternità, come le associazioni di ogni tipo che il genio della fede e dell’amicizia cristiana semina nel nostro tessuto ecclesiale”.
Una comunità è composta da tante diversità: “Va riaccesa e accompagnata questa passione comunitaria che è evangelica e scritta nel profondo dell’animo umano. In una società che si atomizza la Chiesa non cessi mai di essere popolo! Anche in una piccola comunità – lo sappiamo dal Vangelo – c’è una grande forza: attrattiva e missionaria, consolatrice, liberatrice del male… Penso al significato di queste parole nella vita delle città, nelle periferie, nei paesi, nelle cosiddette aree interne: la vita si ravviva con la fede e la fraternità, il male arretra e viene sfidato dal bene. Possa la Chiesa aiutare gli italiani a sentirsi meno polarizzati (il rischio della polarizzazione in tanti campi è stato più volte additato da papa Leone), meno isolati e soli, insomma più popolo!”
(Foto: CEI)
Il cardinal Makrickas a Tolentino: il pane è necessario per camminare verso il Regno di Dio
I ‘panini benedetti’ sono un segno particolare della devozione a san Nicola da Tolentino, legati ad un episodio della sua vita, in quanto, gravemente malato, ottenne la grazia della guarigione per intervento della Vergine Maria, che, apparsa in visione, gli aveva assicurato: ‘Chiedi in carità, in nome di mio Figlio, un pane. Quando lo avrai ricevuto, tu lo mangerai dopo averlo intinto nell’acqua, e grazie alla mia intercessione riacquisterai la salute’. Il santo non esitò a mangiare il pane ricevuto in carità da una donna di Tolentino, riacquistando così la salute. Da quel giorno san Nicola prese a distribuire il pane benedetto ai malati che visitava, esortandoli a confidare nella protezione della Vergine Maria per ottenere la guarigione dalla malattia e la liberazione dal peccato.
La Chiesa ha approvato l’istituzione e l’uso dei Panini nella quarta domenica di quaresima, prescrivendo un rito speciale per la loro benedizione, analogo a quello della benedizione delle palme, ma riservato all’Ordine Agostiniano. Mentre se ne fa la distribuzione ai fedeli, è cantato un inno che esalta i prodigi compiuti dai ‘panini benedetti’ Il rito si chiude con una preghiera al santo tolentinate nella quale si invoca il suo patrocinio su la Chiesa e su quanti lo pregano.
I ‘panini benedetti’ di san Nicola sono confezionati presso il Santuario con farina di grano ed acqua, senza lievito, cotti al forno. Sono un segno sacramentale della Chiesa, come lo è per esempio l’acqua santa, ed operano grazie nella vita in misura della fede nel Signore. Per tale occasione, invitato dagli agostiniani e dall’Unione Montana dei Monti Azzurri, il card. Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della basilica di Santa Maria Maggiore, ha concelebrato la santa Messa, al termine della quale abbiamo chiesto di spiegarci quanto sono importanti i ‘panini’ di san Nicola per la Chiesa:
“Sono venuto a conoscenza di questa storia dei panini di san Nicola, quando ho ricevuto dai padri agostiniani l’invito a venire a Tolentino per celebrare la quarta domenica di quaresima. La simbologia del pane è sempre molto suggestiva, in quanto esso è il nostro cibo quotidiano, ma anche un segno per pensare al cibo per la nostra anima. Il miracolo di san Nicola da Tolentino invita a pensare a questo significato di cercare, noi cristiani, a cercare il pane che sazia non solo il nostro corpo, ma soprattutto il pane ‘celeste’, che nutre la nostra anima per essere più vicini a Dio”.
Nella stessa domenica si è svolto anche il Giubileo dei Missionari della Misericordia: quanto è importante la misericordia di Dio?
“Nella Chiesa ci sono due pilastri principali: il sacramento della riconciliazione ed il sacramento dell’eucarestia. Per questo è importante ricordare la misericordia di Dio, che purifica la nostra anima per vivere meglio la vita cristiana. E’ molto importante ricordare queste persone, che a nome di Gesù, portano il perdono ai fedeli. I sacerdoti che si dedicano al sacramento della confessione sono i missionari della misericordia; per questo celebrare questa domenica e ricordare non soltanto il sacramento, ma anche le persone che celebrano questo sacramento avvicinandoci a Cristo attraverso il sacramento”.
Come vivere questo periodo verso la Pasqua nella misericordia?
“Questo periodo quaresimale ci ricorda che siamo in cammino continuo di conversione. Siamo chiamati durante la Quaresima a camminare attraverso un pellegrinaggio di conversione, sperimentando la misericordia di Dio e vivendola in modo pieno con la consapevolezza che c’è un Padre misericordioso che accoglie tutti”.
Per quale motivo anche in Lituania è venerato san Nicola da Tolentino?
“Da noi san Nicola da Tolentino è venerato soprattutto per la sua profonda spiritualità di pregare per le anime dei defunti, perché la vita umana continua nell’eternità. Da noi è molto sentita la preghiera a favore dei defunti, affinchè possano vedere il volto di Dio. Questa spiritualità di san Nicola da Tolentino era spesso ricordata nella mia famiglia”.
(Tratto da Aci Stampa)
XXI Domenica Tempo Ordinario: Signore, tu hai parole di vita eterna!
Il Vangelo descrive la reazione della folla e di alcuni discepoli di Gesù al discorso a Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani: ‘Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane avrà la vita eterna’. La folla rispose a Gesù. ‘Questo linguaggio è duro’; cioè incomprensibile, inaccettabile! Chi può intenderlo? La risposta di Gesù è assai ferma: ‘Questo vi scandalizza? Allora se vedeste il figlio dell’uomo salire là dov’era prima?’
Per la folla il linguaggio è duro sia per l’intelligenza, che non riesce a cogliere il grande mistero dell’Eucaristia; sia per la volontà del popolo che non intendeva accogliere Gesù come Figlio di Dio. Gesù non cambia anzi ribadisce: il mio corpo è vero cibo, il mio sangue è vera bevanda. L’Eucaristia è il grande mistero dell’amore di Dio: un amore incommensurabile, vero, gratuito e l’uomo, dinnanzi ad esso, non può rimanere passivo; il monologo deve diventare dialogo o, come si dice: amore con amore si paga.
L’uomo è chiamato a dare una risposta; è necessario operare una scelta: o accettare la proposta divina o andare via. Il Vangelo evidenzia che molti andarono via, Gesù non si scompone anzi dice ai dodici: se volete, potete andare via anche voi. Nella vita ogni uomo , ricco o povero, ignorante o dotto, è chiamato nella vita a fare la sua scelta nel nome di Dio; come Cristo Gesù ha amato la Chiesa dando la vita per essa, così nella famiglia lo sposa per la sposa e viceversa; sono scelte fondamentali.
La vita non è e non può essere uno scherzo; è quanto di bello, di nobile Dio ha realizzato prima con la creazione, poi con la redenzione operata da Gesù, che è morto in croce per salvarci, ed ha istituito l’Eucaristia come cibo e nutrimento dell’anima per la vita eterna.
Accettare la proposta di Gesù è entusiasmante per chi ha fede. Gesù conosce bene l’esigenza del cuore umano, la debolezza dell’uomo e perciò il bisogno di una scelta generosa, di un ‘sì’ che coinvolga il credere e l’operare, l’intelligenza e la volontà. Da qui le parole di Gesù agli apostoli: scegliete! Volete restare e rimanere con me o andarvene? I dodici rimasero e Pietro, a nome di tutti, disse. ‘Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna’.
Anche se il discorso di Gesù appare duro, non ammette eccezioni, gli Apostoli hanno operato la propria scelta. Il tema della scelta oggi interpella ciascuno di noi: essere cristiani comporta il diritto di invocare Dio ‘Padre nostro’; se Dio è padre, è necessario per noi vivere da figli, da fratelli tra di noi: non c’è alternativa. Non si può piegare un ginocchio davanti a Dio e l’altro davanti a Satana, al denaro, al gretto egoismo, al mero piacere per il piacere.
A Cafarnao i Discepoli scelsero Cristo ; noi, comunità cristiana, davanti all’Eucaristia dobbiamo operare la nostra scelta e rimanere fedeli alla scelta operata. Nella nostra scelta non può coesistere il doppio giuoco: nessuno può servire due padroni; con Dio non c’è compromesso, né doppio giuoco; Dio è Padre, che ti ama, e amore con amore si ripaga. Dio un giorno ci dirà: rendi conto della tua vita: cosa hai fatto della tua intelligenza? Della tua volontà? Dei carismi ricevuti e dei talenti a te affidati?
Come verdi il processo ci sarà e sarà inevitabile. Non importa quello che dice la gente, o l’amico, o l’ammiratore; Gesù non giudica per sentito dire ma sarà la mia, la tua coscienza a dover rispondere. Amico che ascolti o leggi, è necessario essere uomini ricolmi di fede e di umiltà, come Maria, e con l’apostolo Pietro dire: ‘Signore, tu solo hai parole di vita eterna! Ma tu, Signore, sostieni sempre la mia fede’.
XX Domenica Tempo Ordinario: tutti invitati al grande banchetto della vita!
Il tema della Liturgia è chiaro sin dalla prima lettura: ‘La Sapienza ha imbandito la tavola: venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato’. Il tema del banchetto è presente attraverso i suoi elementi costitutivi: il pane e il vino; mangiare e bere. Il sacramento dell’Eucaristia si rifà sempre alla cena pasquale degli ebrei durante la quale Gesù istituì l’Eucaristia utilizzando i mezzi a disposizioni: pane e vino ed ordinò ai suoi Apostoli. ‘Fate questo in memoria di me’. Nella Messa celebrata sono riunite due mense: quella della Parola e quella del Pene e Vino.
La lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica. Cristo Gesù si dà a noi in due modi; ascoltando la sua Parola ‘non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’: le folle che andavano dietro a Gesù per ascoltarlo dimenticavano persino di andare a casa per mangiare. Nell’ultima cena poi Gesù istituisce l’Eucaristia: segno visibile di nutrimento per l’anima: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.
A questo banchetto siamo invitati tutti, senza alcuna discriminazione, è un banchetto in cui regna solo l’amore, la fratellanza, l’accoglienza: è l’immagine del regno di Dio creato per la salvezza di tutti. La Messa è il convito della salvezza a cui tutti siamo invitati. Partecipare a questo banchetto non è opzionale ma indispensabile per la salvezza eterna. Chi si astiene dal partecipare volontariamente e senza motivo agisce in disaccordo con la parola e la volontà di Cristo.
Dalla parola di Dio e dall’Eucaristia il credete riceve nutrimento e vita. L’Eucaristia, come vedi, è un mistero che noi accettiamo con gratitudine e gioia come un miracolo d’amore, come dono incomparabile e prezioso. Un dono concreto e fisico da fare ripugnanza a quanti ascoltano e non hanno fede e, perciò, replicano. ‘Come può costui darci la sua carne da mangiare?’ Chi ha fede in Dio, accetta il suo messaggio di amore: ‘Io sono il pane vivo disceso dal cielo’, mangiando il quale si ha la vita eterna; è il nutrimento dell’anima che vuole vivere secondo Dio.
Gesù spiega inoltre che questo pane è la sua carne offerta in sacrificio di redenzione; è il frutto dell’amore di Dio verso l’uomo per il quale Gesù muore in croce offrendo la sua vita in riscatto per tutti. Un dono visibile: il suo corpo sacrificato; il corpo di Gesù, che riceviamo nella Eucaristia, è l’espressone chiara della sua personalità, della sua relazione con gli altri. Cristo infatti si è manifestato agli uomini nella carne e il popolo ha riconosciuto Gesù nel suo corpo e da questo si sono sentiti accolti, ascoltati, perdonati.
Gesù con il suo corpo rivela la sua divinità e la sua umanità. ‘Sono il pane vivo disceso dal cielo: il mio corpo è vero cibo, il mio sangue vera bevanda’. Questa parola è dura, dissero alcuni e se ne andarono; Gesù, rivolto ai suoi discepoli, disse: se volete, potete andare via anche voi, ma l’apostolo Pietro rispose: ‘Signore, tu hai parole di vita eterna’.
Tutto ciò che si dice della personalità di Gesù nel Vangelo è presente nell’Eucaristia: è lo stesso Gesù che attraverso l’Eucaristia nutre quanti credono in Lui. Per chi non crede nessuna prova è sufficiente; per chi crede l’Eucaristia è la vita di Cristo in noi e riceverla significa condurre uno stile di vita contrassegnata dalla sua presenza. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno.
Da non dimenticare che Gesù nell’ultima cena, prima di celebrare l’Eucaristia, lava i piedi agli Apostoli; bisogna essere puliti, prima di ricevere questo pane, sia nel corpo che nell’anima. Per questo la Liturgia inizia sempre chiedendo perdono a Dio dei peccati.
XIX Domenica Tempo Ordinario: Io sono il pane vivo disceso dal cielo
Il brano del Vangelo focalizza tre temi, al centro c’è l’azione salvifica di Cristo Gesù; nessuno si può salvare se non per mezzo di Cristo; la nostra fede in Lui è un dono speciale di Dio all’uomo che Egli ha creato a sua immagine e somiglianza. Dio non dimentica mai l’uomo e si rivolge a lui donando Gesù, vero uomo e vero Dio. Accettare Cristo, dono di Dio, significa avere la vita eterna: ‘a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio’.
Mosè aveva impetrato la manna dal cielo con la preghiera; Elia nel deserto fu sfamato da Dio con la focaccia inviata con un angelo; Gesù non è venuto per portarci un dono dal cielo ma Egli stesso è il vero dono del Padre: dono riservato a quanti, innestati a Cristo Gesù con il battesimo, vivono la grazia di Dio con fede e amore. Avere fede in Lui, accoglierlo è l’unica cosa necessaria; è l’unica via da percorrere. Nel viaggio della vita Gesù ci offre se stesso, dono del Padre; vero pane del viaggio per arrivare alla grande meta.
‘Io sono i pane vivo disceso dal cielo’ è la grande rivelazione che Gesù offre alla sua Chiesa; Gesù ci invita a bandire dalla vita tutto ciò che viola la carità (odio, egoismo, sopraffazione) e ci indica la via da seguire: essere disponibili ed aiutare il prossimo per riscattarsi da tutte le ingiustizie sofferte. Ci sentiamo deboli? Alimentiamo allora la nostra anima con Gesù che è ‘il pane vivo disceso dal cielo’.
Gli ebrei avevano mangiato i cinque pani moltiplicati , erano rimasti affascinati e volevano farlo re; Gesù li smonta e li spinge in altra direzione: procuratevi il cibo che dura per la vita eterna; poi continua: ‘Io sono il pane della vita’ dono di Dio all’uomo. Gesù vuole che tale verità venga da tutti conosciuta perché a tutti sia offerta la salvezza. La salvezza infatti è la risultante di due componenti: una divina, l’altra umana; Gesù è il dono del Padre, ma è altresì necessario l’assenso dell’uomo, l’accoglimento libero e responsabile di questo dono mirabile.
Credere in Cristo non è un fatto teorico, una adesione concettuale, ma significa accettare Cristo con fede e amore. L’adesione a Gesù non si ferma ad una fede astratta o all’amore teorico ma giunge ala comunione perfetta con il sacramento dell’Eucaristia. Questa è il cibo per l’uomo in pellegrinaggio verso la casa del Padre, cibo prefigurato dalla manna del deserto .
‘Io sono il pane della vita’: queste parole di Gesù risvegliano in noi stupore e gioia per il dono dell’Eucaristia; nel Vangelo la gente rimane scandalizzata, si strappa le vesti dicendo: questo Gesù noi lo conosciamo, è il figlio di Maria, del fabbro Giuseppe, come può dire: sono ill pane disceso dal cielo? Ed io e tu, amico che ascolti, ci scandalizziamo? Gesù è sempre quell’uomo dinanzi al quale ‘i ciechi vedono, i muti parlano, i morti risuscitano’, Egli è veramente il Figlio di Dio che ci ha salvati; colui che ha aperto per noi le porte del regno dei cieli: nell’Eucaristia ci è dato il pegno della gloria futura.
Nel sacrificio eucaristico, nella celebrazione della Messa si perpetua in forma incruenta il sacrificio di Gesù in croce per la salvezza di tutti gli uomini. Il grande sant’Agostino, filosofo e teologo, evidenzia anche l’aspetto sociale dell’Eucaristia: come diversi chicchi di grano formano l’unico pane, come diversi acini di uva danno vita all’unico vino che, consacrati sono l’Eucaristia, così è necessario uscire dalla propria individualità per riscoprirsi fratelli e sorelle alimentati dallo stesso pane celeste. Gesù è veramente il pane della vita; la Madonna, la Vergine Maria nel cui seno il Verbo si fece carne, ci aiuti a crescere e a nutrire sempre la nostra anima di questo pane vivo disceso del cielo.
Papa Francesco: letteratura essenziale nella formazione
“Venerdì scorso a Bkerke, in Libano, è stato beatificato il Patriarca Stefano Douayhy, che guidò con saggezza la Chiesa Maronita dal 1670 al 1704, in un’epoca difficile segnata anche da persecuzioni. Maestro di fede e pastore sollecito, fu testimone di speranza sempre accanto alla gente. Anche oggi il popolo libanese soffre tanto! In particolare, penso alle famiglie delle vittime dell’esplosione del Porto di Beirut. Auspico che si faccia presto giustizia e verità. Il nuovo Beato sostenga la fede e la speranza della Chiesa in Libano, e interceda per questo amato Paese”.
Con queste parole dopo la recita dell’Angelus oggi papa Francesco ha espresso la sua preoccupazione per il Medio Oriente: “Seguo con grandissima preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente, e auspico che il conflitto, già terribilmente sanguinoso e violento, non si estenda ancora di più. Prego per tutte le vittime, in particolare per i bambini innocenti, ed esprimo vicinanza alla comunità drusa in Terra Santa e alle popolazioni in Palestina, Israele, e Libano”.
Ugualmente preoccupato per il Myanmar, ma soprattutto per Gaza: “Non dimentichiamo il Myanmar. Si abbia il coraggio di riprendere il dialogo perché cessi subito il fuoco a Gaza e su tutti i fronti, si liberino gli ostaggi, si soccorrano le popolazioni con gli aiuti umanitari. Gli attacchi, anche quelli mirati, e le uccisioni non possono mai essere una soluzione. Non aiutano a percorrere il cammino della giustizia, il cammino della pace, ma generano ancora più odio e vendetta. Basta, fratelli e sorelle! Basta! Non soffocate la parola del Dio della Pace ma lasciate che essa sia il futuro della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero! La guerra è una sconfitta!”
Inoltre non ha dimenticato quello che sta avvenendo in Venezuela: “Altrettanta preoccupazione esprimo per il Venezuela, che sta vivendo una situazione critica. Rivolgo un accorato appello a tutte le parti a cercare la verità, ad esercitare moderazione, ad evitare ogni tipo di violenza, a comporre i contenziosi con il dialogo, ad avere a cuore il vero bene della popolazione e non interessi di parte. Affidiamo questo Paese all’intercessione di Nostra Signora di Coromoto, tanto amata e venerata dai venezuelani, e alla preghiera del Beato Josè Gregorio Hernandez, la cui figura tutti accomuna”.
Mentre prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha incentrato la sua riflessione sull’importanza del nutrimento eucaristico: “Sono stati protagonisti di un’esperienza per il loro cammino, ma non ne hanno colto la portata: la loro attenzione si è concentrata solo sui pani e sui pesci, sul cibo materiale, che è finito subito. Non si sono accorti che quello era solo uno strumento, attraverso cui il Padre, mentre saziava la loro fame, rivelava loro qualcosa di molto più importante.
E cosa rivelava il Padre? La via della vita che dura per sempre e il gusto del pane che sazia oltre ogni misura. Il vero pane, insomma, era ed è Gesù, il suo Figlio amato fatto uomo, venuto a condividere la nostra povertà per guidarci, attraverso di essa, alla gioia della comunione piena con Dio e con i fratelli”.
Ed ha messo ‘in guardia’ dall’occuparsi solo di cose materiali:” Pensiamo a quei genitori che faticano tutta la vita per crescere bene i figli e lasciare loro qualcosa per il futuro. Che bello quando questo messaggio è compreso, e i figli sono grati e a loro volta diventano solidali tra loro come fratelli! E’ vero.
E’ triste, invece, quando litigano per l’eredità (ho visto tanti casi, è triste), e sono in lotta l’uno contro l’altro, e magari non si parlano per i soldi, non si parlano per anni! Il messaggio del papà e della mamma, il loro lascito più prezioso, non sono i soldi: è l’amore, è l’amore con cui donano ai figli tutto quello che hanno, proprio come fa Dio con noi, e così ci insegnano ad amare”.
Inoltre oggi il papa ha pubblicato una lettera sul ruolo della letteratura nella formazione personale: “Spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti, trovare un buon libro da leggere diventa un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene. Poi non mancano i momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima, un buon libro ci aiuta almeno a passare la tempesta, finché possiamo avere un po’ più di serenità.
E forse quella lettura ci apre nuovi spazi interiori che ci aiutano ad evitare una chiusura in quelle poche idee ossessive che ci intrappolano in maniera inesorabile. Prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi, questa era un’esperienza frequente, e quanti l’hanno sperimentata sanno bene di cosa sto parlando. Non si tratta di qualcosa di superato”.
L’invito alla lettura è rivolto soprattutto ai seminaristi: “Questo mi porta a valutare molto positivamente il fatto che, almeno in alcuni Seminari, si superi l’ossessione per gli schermi -e per le velenose, superficiali e violente fake news- e si dedichi tempo alla letteratura, ai momenti di serena e gratuita lettura, a parlare su questi libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose. Ma in generale si deve, con rammarico, constatare che nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato, l’attenzione alla letteratura non trova al momento un’adeguata collocazione”.
La letteratura è molto importante per la formazione sacerdotale: “Quest’ultima è spesso considerata, infatti, come una forma di intrattenimento, ovvero come un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti. Tranne poche eccezioni, l’attenzione alla letteratura viene considerata come qualcosa di non essenziale. Al riguardo, desidero affermare che tale impostazione non va bene. E’ all’origine di una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri, che vengono in tal modo privati di un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano”.
E’ un appello ad annunciare la ‘carne’ di Gesù: “L’urgente compito dell’annuncio del Vangelo nel nostro tempo richiede, dunque, ai credenti e ai sacerdoti in particolare l’impegno a che tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia. Dobbiamo stare tutti attenti a non perdere mai di vista la ‘carne’ di Gesù Cristo: quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore”.
La letteratura aiuta i sacerdoti ad annunciare il Vangelo: “Ed è proprio a questo livello che un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità del Signore Gesù, in cui si riversa pienamente la sua divinità, e annunciare il Vangelo in modo che tutti, davvero tutti, possano sperimentare quanto sia vero ciò che dice il Concilio Vaticano II: ‘in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’. Ciò non vuol dire il mistero di un’umanità astratta, ma il mistero di quell’essere umano concreto con tutte le ferite, i desideri, i ricordi e le speranze della sua vita”.
Ed infine la letteratura è una missione:”La missione di custode del creato, assegnata da Dio ad Adamo, passa innanzitutto proprio dalla riconoscenza della realtà propria e del senso che ha l’esistenza degli altri esseri. Il sacerdote è anche investito di questo compito originario di “nominare”, di dare senso, di farsi strumento di comunione tra il creato e la Parola fatta carne e della sua potenza di illuminazione di ogni aspetto della condizione umana”.
In questo c’è affinità tra sacerdote e poeta: “L’affinità tra sacerdote e poeta si manifesta così in questa misteriosa e indissolubile unione sacramentale tra Parola divina e parola umana, dando vita ad un ministero che diviene servizio pieno di ascolto e di compassione, ad un carisma che si fa responsabilità, ad una visione del vero e del bene che si schiude come bellezza”.
(Foto: Santa Sede)
XVIII Domenica Tempo Ordinario: Gesù Eucaristia: il vero pane che dà la vita eterna
Dopo l’evento della moltiplicazione dei pani operata da Gesù, la folla avrebbe voluto proclamarlo re, ma Gesù si sottrasse. Ritrovatosi in seguito tra la folla, Gesù invita ed esorta la folla a “procurarsi non il cibo che perisce ma quello che dura per la vita eterna e che l Figlio dell’uomo darà”. L’opposizione è chiara tra il cibo che perisce e quello che dura per la vita eterna. Il popolo ebreo per 40 anni nel deserto era stato alimentato con la manna che cadeva dal cielo; ora Gesù davanti alla folla affamata provvide con la moltiplicazione dei pani.
Ma sia la manna del deserto sia il pane moltiplicato era un cibo che nutriva solo il corpo; Gesù ora guida il popolo a comprendere che l’uomo nella sua integralità non ha bisogno solo del cibo materiale, che lo mangi e poi torni ad avere fame, ma necessita di un cibo che nutre lo spirito. Nutrimento essenziale dello spirito è la “fede”: credere in Dio ed amarlo è il fine supremo della fede; la fede non è frutto della fatica dell’uomo, ma è opera divina perché è grazia di Dio.
L’uomo spesso si sofferma alle cose materiali: al cibo che nutre il corpo, alla manna o al pane che si acquista con il lavoro. Gesù invece va oltre ed invita: “datevi da fare non per il cibo he non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna; Il cibo che Gesù è venuto a portarci. La fede, il credere in Gesù, figlio di Dio; nutrire lo spirito, l’anima con l’Eucaristia, che è Gesù, pane vivo disceso dal cielo, il cibo che sazia veramente il nostro spirito ed apre alla vita eterna.
I Maestri ebrei insegnavano che il Messia avrebbe, come Mosè, dato al nuovo popolo la manna miracolosa (Michea 7, 15); la manna, evidenzia Gesù, non era il vero pane celeste; è Gesù che dà il suo corpo e il suo sangue come vero cibo dell’anima: chi mangia questo pane avrà la vita eterna: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame; chi crede in me non avrà più sete’. E’ necessario nutrire il corpo, ma è più urgente nutrire l’anima destinata alla vita eterna. La fede in Gesù è vera luce; è un fidarsi di Dio e della sua parola che trascende la regione umana.
Questa fede troviamo in Maria che, all’annuncio dell’Angelo, davanti al mistero dell’incarnazione del Verbo eterno risponde: ‘Eccomi, sono la serva del Signore; sia fatto di me secondo la tua parola’. Fede grande quella di Maria, fede sofferta che la rende beata. Il cristiano è chiamato ad abbandonarsi in Dio come il bimbo tra le braccia della mamma, sicuro di trovare in lei il vero difensore. La fede è sempre l’incontro tra Dio e l’uomo; con essa Dio realizza il piano di salvezza.
La fede è vero dono di Dio a cui deve rispondere la decisione dell’uomo. Allora si è vincitori. Il Vangelo evidenzia l’episodio dei quella donna, non ebrea, che invoca la grazia per la figlia; Gesù risponde: non è bene che il pane dei figli venga buttato ai cani; ma quella donna, dalla fede vera e profonda, non si arrende e risponde: hai ragione, Signore, ma i cagnolini hanno diritto alle briciole che cadono dalla mensa. Gesù conclude: vai donna, tua figlia è salva perché grande è la tua fede. La fede è guardare Cristo, attaccarsi a Lui, conformarsi alla sua vita, al suo messaggio di salvezza.
La fede in Cristo esige una conversione profonda e definitiva che dà origine ad una particolare sensibilità e ad un giudizio nuovo ; la fede procura all’anima una manna nuova, straordinaria perché apre i nostri occhi al dono dell’Eucaristia: ‘Venite a me, dice Gesù, siete stanchi, affaticati, oppressi, io vi ristorerò, prendete e mangiate: questo è il mio corpo, questo è il calice della nuova alleanza tra Dio e l’uomo’.
Nell’Eucaristia scopriamo il pane che alimenta concretamente il nostro passaggio dell’uomo vecchio all’uomo nuovo creato nella giustizia e nella santità. E’ necessario perciò chiedersi: perché si cerca Dio? La risposta valida è una sola. Per instaurare una storia di amore con Gesù non a nostro uso e consumo, per risolvere i nostri problemi ma per la gloria di Dio che è nostro creatore e padre. La Madonna, la Vergine Santissima nostra madre, ci aiuti a rispondere con amore all’amore di Dio.





























