“Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia”. Altroché scatti umorali. Retaggio del peronismo

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 09.09.2022 – Vik van Brantegem] – Non si placano gli interrogativi sul trattamento riservato da Bergoglio ai suoi amici abusatori sessuali seriali o insabbiatori. “All’amico tutto, al nemico nessuna giustizia”, il più originale ed emblematico adagio del Generale Juan Domingo Perón [*], descrive perfettamente il giustizialismo misericordioso del Papa argentino, applicato con rigore feroce, determinato più che dall’umore del momento (come vuol fare credere), dal rapporto di amicizia o di inimicizia esistente con l’interessato di turno.

Per esempio, Papa Francesco ha creato cardinale di Santa Romana Chiesa il Vescovo di San Diego, Mons. Robert Walter McElroy (San Francisco, 5 febbraio 1954), nonostante la sua inerzia per le accuse contro il famigerato ex cardinale, ex arcivesco e ex sacerdote Theodore McCarrick (New York, 7 luglio 1930). Secondo la nostra cultura giudeo-cristiana, abbiamo tutti la responsabilità di parlare (la “correzione fraterna”…) quando vengono portati alla nostra attenzione gravi torti, ma non è così per coloro che sono stati plasmati dalla cultura peronista. Quindi, nonostante il Vescovo McElroy non parlò quando avrebbe dovuto farlo [QUI], fu comunque creato cardinale dal Papa argentino, secondo un altro adagio peronista: “Un alleato è qualcuno che lavora per la stessa causa per cui lavoriamo noi”.

Riportiamo sulla questione un articolo dal sito Silere non possum, in cui viene raccontato come il neo-Cardinale Oscar Cantoni (Lenno, 1º settembre 1950), dal 4 ottobre 2016 Vescovo di Como, abbia cercato a suo tempo, quando era Vescovo di Crema (dal 25 gennaio 2005 al 3 ottobre 2016) di salvare un sacerdote condannato per abusi, Don Mauro Inzoli. Facciamo seguire, nella traduzione italiana dall’inglese a cura dal blog Stilum Curiae, un estratto dal sito Bishop-accountability.org (Interrogativi sul ruolo di Bergoglio in cinque casi di abuso), che evidenzia in che modo l’allora Cardinale Bergoglio, come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires abbia gestito casi analoghi. Infine, ricordiamo il comportamento assunto dal Pontefice regnante nei casi McCarrick [QUI], Zanchetta [QUI], Maradiaga [QUI], Peña Parra [QUI], Ricca [QUI] e altri ancora. La regola.

Al riguardo, è utile la lettura del libro Galleria neovaticana. Modernismo, vizi innominabili e corruzione ai tempi di Bergoglio (Edizioni Radio Spada 2021, 128 pagina) di Marco Tosatti, con la Prefazione dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò e l’Introduzione di Maike Hickson, che abbiamo avuto l’occasione di presentare il 14 marzo 2021 [QUI].

Questo saggio tratta il tema in maniera esaustiva, con il seguente contenuto:. Nota delle Edizioni Radio Spada – Prefazione di Mons. Carlo M. Viganò – Introduzione di Maike Hickson – Prologo – Di che “ricatto” si parla? – Argentina – Amici imbarazzanti – Zanchetta – Miles Christi – Murphy O’ Connor – Cile – McCarrick – Maradiaga – Peña Parra – Martel [QUI] e Afineevsky [QUI] – Conclusione.

Il Cardinale Cantoni voleva “salvare” il pedofilo Inzoli
Silere non possum, 4 settembre 2022


Mentre in Belgio il Vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia [QUI], consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando l’Arcivescovo Delpini [QUI], non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy sono le medesime che troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il Vescovo di Como ha ordinato sacerdote Don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista Don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo 5 anni di “pena medicinale”.

La vicenda Inzoli

Il 29 giugno 2016, Don Mauro Inzoli, per quindici anni Presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal Tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. Ed un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora Vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

La sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicastero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”. A capo della Diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di Don Mauro Inzoli già nel 2010.

Il Cardinale Müller continua: “Nell’istruttoria furono raccolte le denunce di 11 minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni!

Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibile a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati.

Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli 5 anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo: la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”.

Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla Diocesi di Crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli 5 ANNI.

Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, dovevano essere trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede per ottenere conferma del decreto. Il 9 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al Vescovo Oscar Cantoni e dice: “Considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato.

Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero, sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perché Cantoni voleva salvare Don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori?

Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione dallo stato clericale di Don Mauro Inzoli. Il sacerdote, il 30 gennaio 2013, fece ricorso alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e i Membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, 1 astenuto e 1 contrario.

La richiesta al Papa

Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo, riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sé la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava Mons. Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non imponeva la pena più grave ad un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la Dottrina della Fede.

L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta”, riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

«Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro», diceva così Francesco alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori nel 2017. Eppure il 6 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale salvava Don Inzoli e gli imponeva solo delle pene temporali proprio come gli chiese il Vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa.

Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

Costretto a tornare sui suoi passi

A Francesco era stato detto che Mons. Inzoli aveva la passione per il lusso, il suo soprannome era “Don Mercedes”, ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”.

Solo dopo che il Vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, Don Inzoli poté continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo Vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non poté far altro che dimettere dallo stato clericale Don Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

Per gli amici non ci son santi in paradiso

In Cassazione Don Mauro Inzoli è stato condannato a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il Vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

M.P.
Silere non possum

«Papa Francesco ha ammesso di aver commesso un errore all’inizio del suo pontificato nell’essere troppo indulgente con un prete che aveva abusato sessualmente di giovani. Il Papa ha fatto l’ammissione la scorsa settimana durante un incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori [il 21 settembre 2017 [QUI]] da lui istituita nel 2014. Era il suo primo incontro con il gruppo. Francesco si riferiva al caso di Mauro Inzoli, sacerdote italiano che Benedetto XVI ha laicizzato e che Francesco ha riportato allo stato clericale. Inzoli è stato successivamente condannato per aver abusato di cinque ragazzi. Mettendo da parte il testo preparato per parlare a braccio, il Papa ha detto: “Ero nuovo [nel papato], queste cose non le capivo bene e scelsi la più benevola delle due sentenze, ma dopo due anni il sacerdote ebbe una ricaduta. Ho imparato da questo”. Ha detto che non avrebbe mai perdonato nessun prete che si fosse dimostrato colpevole di abusi. “Perché? Semplicemente perché la persona che fa questo [abusa sessualmente di minori] è malata. È una malattia». Il Papa ha affermato che la Chiesa è stata “in ritardo” nell’affrontare e, quindi, affrontare adeguatamente il peccato degli abusi sessuali da parte dei suoi membri. Forse, ha detto, la vecchia pratica di spostare le persone da un luogo all’altro e non affrontare pienamente il problema “addormentava le coscienze”. Ha anche affermato che la prova che un ministro ordinato ha abusato di un minore “è [motivo] sufficiente per non ricevere ricorso” per un appello. “Se c’è una prova, fine della storia”, ha detto il Papa; la sentenza è “definitiva”» (Francesco: Ho imparato dagli errori sugli abusi – Catholic Herald, 28 settembre 2017. Nostra traduzione italiana dall’inglese).
PS L’abuso sessuale di minori è prima ancora di essere “una malattia” o “un peccato”, è un crimine. V.v.B.

Interrogativi sul ruolo di Bergoglio in cinque casi di abuso
Bishop-accountability.org

(Traduzione italiana dall’inglese a cura di Stilum Curiae)

I fattori che hanno portato alla rivelazione di vescovi e superiori religiosi in altri Paesi – azioni civili da parte delle vittime, indagini sulla Chiesa da parte dei pubblici ministeri e inchieste governative – si sono verificati poco o per nulla nella capitale federale di Buenos Aires, che è il territorio dell’arcidiocesi. Di conseguenza, non è emersa quasi nessuna informazione sulla gestione diretta del Cardinale Bergoglio dei sacerdoti accusati. Solo un sacerdote dell’Arcidiocesi di Buenos Aires, Carlos Maria Gauna, è stato accusato pubblicamente. Ma nei casi di alto profilo di quattro molestatori di bambini provenienti da ordini religiosi o da altre diocesi – Grassi, Pardo, Picciochi e Sasso – ci sono prove che Bergoglio ha consapevolmente o inconsapevolmente rallentato le vittime nella loro lotta per denunciare e perseguire i loro aggressori. Le vittime di tutti e quattro i colpevoli dicono di aver cercato l’aiuto del cardinale. Nessuna di loro l’ha ricevuto, nemmeno quelle che erano povere e in difficoltà alla periferia della società – le persone che Papa Francesco ha sostenuto. (Secondo l’ex portavoce di Bergoglio, il cardinale ha rifiutato di incontrare le vittime [QUI]).

Padre Julio César Grassi – Grassi è stato condannato nel 2009 per aver molestato un ragazzo che viveva in una casa per bambini di strada fondata da Grassi. Dopo la condanna di Grassi, Bergoglio ha commissionato uno studio segreto per convincere i giudici della Corte Suprema dell’innocenza di Grassi. Si ritiene che l’intervento di Bergoglio sia almeno in parte il motivo per cui Grassi è rimasto libero per più di quattro anni dopo la sua condanna. Alla fine è stato mandato in carcere nel settembre 2013. Vedi il nostro riassunto dettagliato del caso Grassi [QUI] con i link agli articoli.

[Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco – 22 marzo 2021]

[“Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina – 20 gennaio 2022]

Don Rubén Pardo – Nel 2003, il sacerdote morto di AIDS che aveva ammesso al suo vescovo di aver abusato sessualmente di un ragazzo fu scoperto mentre si nascondeva dalle forze dell’ordine in una canonica dell’Arcidiocesi di Buenos Aires, allora guidata da Bergoglio. Pardo avrebbe anche ascoltato le confessioni dei bambini e insegnato in una scuola vicina. Uno dei vescovi ausiliari di Bergoglio, con il quale si incontrava ogni due settimane, sembra aver vissuto nella canonica nello stesso periodo. In genere, un ordinario deve dare il permesso a un sacerdote di vivere e lavorare nella sua diocesi. È improbabile che Pardo abbia vissuto e lavorato a Buenos Aires senza l’approvazione di Bergoglio. Si veda il nostro riassunto dettagliato del caso Pardo [QUI].

[La simpatia di Bergoglio per le “vittime degli abusi” è molto selettiva. Non ha mai voluto ricevere la mamma del bambino che fu abusato sessualmente da Don Rubén Pardo, che Bergoglio a suo tempo protesse e nascose in Argentina, nella casa di riposo sacerdotale di Condarco 581 [QUI].

Fratel Fernando Enrique Picciochi, S.M. – Dopo che una vittima ha scoperto che il suo abusatore era fuggito dall’Argentina negli Stati Uniti, eludendo le forze dell’ordine, la vittima ha chiesto l’aiuto di Bergoglio per essere liberata dall’ordine di riservatezza imposto dall’ordine religioso del religioso. Ha presentato la sua richiesta in incontri con il segretario particolare di Bergoglio e con il vescovo ausiliare, l’attuale Arcivescovo Mario Poli. L’arcidiocesi non ha voluto aiutarlo. Vedi il nostro riassunto dettagliato del caso Picciochi [QUI].

Don Mario Napoleon Sasso – Nel 2001, dopo una diagnosi di pedofilia in un centro di cura gestito dalla Chiesa, Sasso è stato nominato parroco di una parrocchia molto povera con una mensa comunitaria nella Diocesi di Zarate-Campana. Nel 2002-2003, ha aggredito sessualmente almeno cinque bambine nella sua camera da letto vicino alla mensa dei poveri. Nel 2006, con Sasso in carcere ma non ancora condannato, i genitori delle bambine avrebbero cercato l’aiuto di Bergoglio. Bergoglio era allora Presidente della Conferenza Episcopale Argentina e la mensa dei poveri distava appena 25 miglia dall’Arcivescovado di Buenos Aires. Bergoglio non volle incontrarli. Vedi il nostro riassunto dettagliato del caso Sasso [QUI].

Don Carlos Maria Gauna – Gauna era un sacerdote arcidiocesano sotto la diretta supervisione di Bergoglio. Nel 2001, due ragazze di una scuola hanno presentato una denuncia penale affermando che Gauna le aveva toccate in modo inappropriato. Secondo quanto riferito, Bergoglio si sarebbe occupato della questione. Gauna lavora ancora nell’arcidiocesi di Buenos Aires. In particolare, ora è diacono e cappellano di un ospedale – possibili indicatori del fatto che Bergoglio ha ritenuto credibili le accuse ma ha deciso di degradarlo piuttosto che rimuoverlo dal ministero. Vedi il nostro riassunto dettagliato del caso Gauna [QUI].

[*] “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia”

In una lettera inedita – pubblicata il 14 settembre 2020 da Marcelo Javier de los Reyes per la Società Argentina di Studi Strategici e Globali (SAEEG) – datata 6 marzo 1971 da Madrid, il Generale Juan Domingo Perón (Lobos, 8 ottobre 1895 – Olivos, 1º luglio 1974) approfondisce il suo concetto di amicizia, che spicca come fattore vincolante del peronismo e si esprime nel famosa adagio, che attribuisce a un “vecchio amico brasiliano”: «I peronisti, più che altro o soprattutto, sono amici. All’interno [del nostro Movimento] abbiamo praticato l’adagio di un mio vecchio amico brasiliano che diceva: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [All’amico, tutto; al nemico, nessuna giustizia]».

La lettera era indirizzata in risposta al “caro amico (…) Sig. Dott. Don Giancarlo Elia Valori”, colui che ha dato un contributo decisivo per favorire il ritorno in Argentina di Perón (già Presidente della Repubblica di Argentina dal 1946 al 1954), che gli ha permesso di assumere la Presidenza per la terza volta (dal 12 ottobre 1973 fino alla morte), con la sua terza moglie, María Estela Martiínez de Perón (Isabelita) come Vicepresidente. I buoni uffici di Valori furono gentilmente ricompensati, e come riconoscimento e gratitudine Perón ha consegnato al Dott. Valori la medaglia peronista per “importanti servizi resi alla causa peronista”.

Giancarlo Elia Valori (Meolo, 27 gennaio 1940) è un dirigente d’azienda. È stato Presidente di numerose società tra cui l’Autostrade per l’Italia S.p.A., la Società Meridionale di Elettricità (SME), l’Unione Industriali di Roma (UIR). Dal 2006 al 2011 è stato è Presidente di Sviluppo Lazio, la holding di controllo di tutte le società partecipate dalla Regione Lazio e dell’impresa edilizia Torno Internazionale S.p.A. Dal 2005 è Presidente onorario della Huawei Technologies Italia è Presidente della holding La Centrale Finanziaria Generale S.p.A. Dal 2009 è Presidente della delegazione italiana della Fondazione Abertis.

Perón ha ripetuto il suo adagio – “al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” (all’amico tutto, al nemico nessuna giustizia) – anche in un video-intervista registrato durante il suo esilio nella Spagna franchista, predicando la necessità di stabilire chiaramente chi sono i buoni e chi sono i cattivi, chi sono gli amici e chi sono i nemici, chi soni i compagni e chi i traditori. E di agire di conseguenza. Si tratta del documentario Perón, Actualización política y doctrinaria para la toma del poder (Aggiornamento politico e dottrinale per la presa di potere), registrato metà 1971 a Madrid da Pino Solanas e Octavio Getino.

Compañeros, Enemigos y Traidores [QUI]: «El moviemto [peronista] tiene enemigos de afuera y enemigos de adentro: quien no lucha contra el enemigo ni por la causa del pueblo, es un traidor; quien lucha contra el enemigo y por la causa del pueblo, es un compañero; y quien lucha contra un compañero, es un enemigo o un traidor» [Il movimento [peronista] ha nemici all’esterno e nemici all’interno: chi non combatte contro il nemico o per la causa del popolo è un traditore; chi combatte contro il nemico e per la causa del popolo, è un compagno; e chi combatte contro un compagno, è un nemico o un traditore (nostra traduzione italiana dallo spagnolo)].

Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia [QUI]. Solanas pone la domanda: «Come identifichiamo l’alleato e il nemico? Hai definito il compagno e il traditore; poi definire l’alleato?» e Perón risponde: «Un aliado es el que trabaja por la misma causa que trabajamos nosotros. También lo dice Mao: lo primero que el hombre ha de discernir cuando conduce es establecer claramente cuáles son sus amigos y cuáles sus enemigos. Y dedicarle después -esto ya no lo dice Mao, lo digo yo- al amigo, todo; al enemigo, ni justicia» [Un alleato è colui che lavora per la stessa causa per cui lavoriamo noi. Lo dice anche Mao: la prima cosa che l’uomo deve discernere quando guida è stabilire chiaramente quali sono i suoi amici e quali i suoi nemici. E dedicare dopo – questo Mao non lo dice, lo dico io – all’amico, tutto; al nemico, nessuna giustizia (nostra traduzione italiana dallo spagnolo)].

Questa risposta del caudillo Perón, ovviamente, limita il senso di giustizia, che è un diritto che tocca a tutti gli uomini, anche a quelli che hanno commesso i peggiori crimini. Però, Perón non conceda ai nemici di poter appellarsi alla legge.

Perón era consapevole del suo potere in Patria, nonostante i quasi 20 anni dell’esilio e si sentiva la persona eletta per realizzare la pacificazione di cui l’Argentina aveva bisogno. Per di più, a differenza della nostra attuale classe politica ed ecclesiastica, Perón possedeva una grande cultura, conosceva bene i diversi scenari internazionali ed era un fervente antimperialista. Con il trionfo del peronismo alle elezioni del 1946, l’Argentina sviluppò una politica internazionale di non allineamento con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che fu chiamata la “Terza Posizione”. Nelle sue relazioni estere il peronismo cercò di prendere le distanze sia dal capitalismo di Washington che dal marxismo-leninismo di Mosca, mantenendo buoni rapporti con il Movimento dei Paesi Non Allineati (il movimento internazionale di 120 Stati, più altri 17 Stati osservatori, che dopo la Secondo Guerra Mondiale, di fronte al sistema bipolare centrato su USA e URSS, non aderirono a nessuno dei due blocchi, ponendo al centro della loro iniziativa le istanze dei Paesi di nuova indipendenza e di quelli in via di sviluppo). Secondo Perón, “l’imperialismo ci porterà gradualmente sull’orlo dell’abisso”.

Tornando all’adagio “all’amico, tutto; al nemico, nessuna giustizia”, la cui violenza provoca in qualsiasi Occidentale orrore e disgusto, in Argentina passò quasi inosservata. Esaltando il postulato con indolenza e stoltezza, si è installato nell’inconscio collettivo argentino, per diventare mero buon senso. Proprio come l’educazione di generazioni occidentali, con alcuni adagi di ispirazione giudeo-cristiana (porgere l’altra guancia, amare il prossimo come se stessi, beati coloro che costruiscono la pace e forgeranno le loro spade in vomeri, ecc.) hanno successivamente costruito valori condivisi, pensieri dominanti e ideologie correnti, gli Argentini di varie generazioni sono stati indottrinati con quella aggressività peronista, in un credo alternativo da “terza posizione”, che esalta la divisione.

La colonizzazione ideologica istituzionalizzata da parte dello Stato argentino e successivamente operata nelle scuole, nelle università e nelle organizzazioni sociali e politiche nel Paese, ha trasformato il crudele insegnamento del Generale Perón nella pietra angolare della cultura argentina della discordia.

“All’amico, tutto; al nemico, nessuna giustizia”, ovviamente, non è l’unico adagio peronista, che gli Argentini – quindi anche il Papa regnante – si sono fatti propri. Perón è stato nel XX secolo il grande formatore di coscienze degli Argentini, che giocano ancora – oggi più che mai – con l’ideologia peronista, con il suo vocabolario, con i suoi sofismi e con le sue regole divisivi, fino all’annientamento di chi non è compagno, amico o alleato. L’ideologia peronista ha permeato – e tuttora è molto importante – la maggior parte dei partiti politici argentini odierni, sia di destra sia di sinistra.

Gli eredi del “primo lavoratore” (come Perón viene chiamato nella Marcia Peronista, l’inno dei sostenitori del movimento peronista e giustizialista) hanno creato per gli Argentini di oggi – l’esempio emblematico è rappresentato da Bergoglio – un recinto mentale e continuano a manipolare le loro menti per gli stessi scopi: annientare i traditori, i cattivi, i nemici (tradizionalisti, rigidi, restaurazionisti, trionfalisti, inflessibili, musilunghi, ecc., espressioni che fanno parte di una interminabile leggiadra raccolta di invettive e insulti che Bergoglio ha indirizzato ai Cattolici).

Nonostante sia considerata – anche in ambienti anni luce lontani dal peronismo – come una leader mondiale che apre processi rivoluzionari e progressisti nella Chiesa Cattolica Romana, che afferma che “non c’è bisogno di un’altra Chiesa, ma che bisogna fare una Chiesa diversa” [QUI], il stantio autoritarismo bergogliano si adatta molto meglio ad un regime patriarcale e fascista.

Questo mostra fino a che punto la battaglia culturale del giustizialismo (la dottrina e prassi politica su cui era fondato il Governo di Perón, caratterizzate da una dichiarata equidistanza tra comunismo e capitalismo, da acceso nazionalismo e da un programma di riforme sociali unito a spunti autarchici e corporativi) ebbe successo, portando poi un peronista e giustizialista ad impossessarsi della Sede di Pietro.

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