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Priverno si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Dal 12 al 26 ottobre 2025, nella parrocchia Concattedrale Santa Maria ed in quella di Sant’Antonio Abate di Priverno (LT), si terrà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue, dal titolo: «“Chi è freddo non riscalda!” (San Gaspare del Bufalo) – Sangue di Cristo, fermento di missione».
Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, in un messaggio rivolto ai fedeli sottolinea: «La Missione popolare è da tempo immemorabile una forma straordinaria di evangelizzazione e di animazione pastorale della vita di fede nelle comunità cristiane. La decisione di promuoverne una a Priverno, con la collaborazione dei religiosi Missionari del Preziosissimo Sangue, offre una occasione preziosa di rilancio dell’impegno per una vita cristiana sempre più autentica e coinvolgente. Se c’è una cosa di cui abbiamo particolarmente bisogno in questo tempo è l’entusiasmo della fede e la solidità delle convinzioni e delle motivazioni destinate ad alimentare la vita di fede dei singoli fedeli e della comunità ecclesiale tutta.
Tutto questo assume un significato peculiare nel corso dell’Anno giubilare, che invita alla speranza nel cuore e nell’azione di singoli e di comunità. In questo impegno volto al rilancio del senso cristiano della vita non si perdano di vista gli orientamenti che la Chiesa diocesana ha intrapreso in questi anni, con la cura delle giovani generazioni in tutte le fasce di età, dall’infanzia alla giovinezza, e con la costituzione di gruppi di parrocchie chiamate a collaborare in unità di intenti e di azione».
«La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, porta avanti ancora oggi – dopo oltre due secoli – un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario» – afferma don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
«La Missione popolare – continua don Flavio – è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di “uscire”, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche. La presenza dei missionari si radica nella concretezza delle comunità, ascoltando i bisogni reali del territorio e incontrando le persone negli spazi pubblici e nei momenti semplici della vita di ogni giorno.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza».
Il parroco di Priverno, don Alessandro Trani,aggiunge: «È da circa un anno che ci prepariamo a vivere la Missione popolare che raggiungerà ogni realtà specifica del nostro paese. La missione vuole donare un messaggio di vita, di rinascita, di speranza e di fede rinnovata, che possa sensibilizzare ogni cuore verso una condivisione del vivere civile e del rispetto umano, per crescere nella fede in un Dio, che ci ama per quello che siamo: figli e figlie».
A Torino il festival della missione: il Volto Prossimo
Ottobre è mese di missione e quest’anno soffia nello stesso vento del giubileo della Speranza; e nonostante il contesto di guerra e crisi, essa resta seme di fiducia: un invito ad essere, come dice san Paolo, ‘lieti nella speranza’, attraverso una storia che parla ancora e che ha un nome preciso: p. Ezechiele Ramin, che da missionario comboniano, arrivò in Brasile negli anni ’80 per difendere i diritti degli indios Surui e dei contadini senza terra. Il 24 luglio 1985 fu ucciso durante una missione di pace, quando non aveva ancora compiuto 33 anni.
P. Ramin amava disegnare, tantoché nei suoi taccuini trovavano posto volti, mani, alberi, parabole: quei disegni sono diventati la mostra ‘Passione Amazzonia’, ospitata al Sermig di Torino, inaugurata lo scorso 19 settembre in apertura del pre-festival, sul tema ‘Conquistare la pace e organizzare la speranza’.
Dodici pannelli, dodici stazioni: la Passione di Cristo raccontata attraverso la passione dei popoli amazzonici. Una via crucis che non finisce nel dolore, ma si apre alla speranza di una terra che rinasce. La mostra è un invito ad andare oltre, a cogliere la trasfigurazione della realtà e il suo significato più profondo, che solo uno sguardo e un’esperienza di fede rendono accessibile.
Il terzo festival della Missione , intitolato ‘Il Volto Prossimo’, è in programma a Torino da oggi fino a domenica 12 ottobre, promosso dalla Conferenza Episcopale Piemonte-Valle d’Aosta (CEP), da CIMI (Conferenza Istituti Missionari in Italia) e Fondazione ‘MISSIO’ Italia con la direzione artistica della giornalista Lucia Capuzzi e di Alessandro Galassi, regista e documentarista, a cui abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di un festival della missione:
“Perché la missione non è un capitolo a margine della vita ecclesiale, ma la sua ragione stessa. Non riguarda soltanto ‘alcuni inviati lontano’, ma interpella ogni battezzato e ogni comunità, chiamati a vivere la gioia del Vangelo nel cuore del mondo. Un Festival diventa allora spazio di incontro, piazza aperta in cui credenti e non credenti, uomini e donne di culture e religioni diverse possono confrontarsi sulle grandi domande del presente: giustizia, pace, ecologia, dialogo. E’ un tempo per ridare voce a chi non ha voce, per portare al centro della città e del dibattito ciò che di solito resta ai margini”.
Per quale motivo ‘Il Volto Prossimo’?
“In continuità con l’ispirazione tematica del Festival della Missione 2022 ‘Vivere perdono’, alla luce del Giubileo ‘Pellegrini di speranza’ proposto da papa Francesco e facendo tesoro delle ‘Piste tematiche’ suggerite dalla Commissione Scientifica per il Festival della Missione 2025, la direzione generale e la direzione artistica hanno scelto come tema ‘il VoltoProssimo’. A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù ad ogni donna e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli-missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.
Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di ‘farsi più vicini’ a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le ‘buone’ ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto”.
Ma qual è ‘il Volto Prossimo’?
“E’ il tema scelto per questa edizione, che raccoglie il mandato evangelico di farsi vicini. Non un concetto astratto, ma un gesto concreto: accorciare le distanze, guardare nel volto dell’altro e riconoscervi un frammento di Dio. Prossimo è chi ci vive accanto, ma anche chi il mondo considera lontano, diverso, scomodo. Farsi prossimi significa ribaltare categorie di potere, di esclusione e di indifferenza, come fece il Samaritano di fronte all’uomo ferito. In ogni volto incontrato brilla la possibilità di un’umanità nuova”.
In quale modo la missione può conquistare la pace?
“Non con le armi né con la forza, ma con la vicinanza e il dialogo. I missionari e le missionarie percorrono i sentieri del mondo non come conquistatori, ma come artigiani di fraternità. Ogni volta che curano una ferita, condividono un pasto, difendono i diritti di una comunità, si oppongono alle logiche di guerra e di sfruttamento, generano pace. E’ la pace del Vangelo, che nasce dall’incontro e non dall’imposizione, dal coraggio di sedersi accanto e di restare anche quando tutto invita a fuggire.
Non è un caso che il Festival ricordi p. Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Brasile nel 1985 mentre difendeva i senza terra e le popolazioni indigene. La sua vita, spezzata a soli 32 anni, continua a parlare di un Vangelo incarnato fino in fondo, vissuto come dono e responsabilità verso i più poveri”.
Papa Francesco ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale Missionaria, ‘Missionari di speranza tra le genti’: “Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza… e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure’. Come essere oggi missionari di speranza tra le genti?
“Significa non arrendersi al cinismo e alla rassegnazione. Significa raccontare che un altro mondo è possibile e già germoglia nei piccoli segni di solidarietà, nelle esperienze di comunità che accolgono migranti, che custodiscono la terra, che difendono i diritti violati. La speranza non è illusione, ma forza che si traduce in gesti quotidiani di cura, in alleanze trasversali, in scelte concrete di sobrietà e di giustizia.
Le comunità cristiane, in questo orizzonte, possono essere segni di nuova umanità. Non spazi chiusi o autoreferenziali, ma luoghi di fraternità e di apertura, di ascolto e di dialogo. Comunità che non temono di sporcarsi le mani, che accolgono senza etichette, che testimoniano la bellezza del Vangelo nella gioia e nella condivisione. Una Chiesa che si fa tenda, casa aperta, ospedale da campo: così il Volto di Cristo si riflette nei volti di ogni donna e uomo, e la missione diventa cammino comune verso un futuro di pace”.
Programma sul sito: https://www.festivaldellamissione.it/programma/festival-2025
Papa Leone XIV invita a riconoscere Gesù nella vita quotidiana
“In particolare, saluto i Religiosi, le Religiose e i Consacrati di Istituti Secolari qui convenuti per il Giubileo della Vita Consacrata. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro prezioso servizio al Vangelo e alla Chiesa e vi esorto ad essere segni eloquenti dell’amore di Dio e strumenti di pace in ogni ambiente. Non stancatevi di testimoniare la speranza sulle tante frontiere del mondo moderno, sapendo individuare con audacia missionaria strade nuove di evangelizzazione e di promozione umana”: con queste parole papa Leone XIV, al termine dell’udienza generale ha salutato i religiosi, le religiose ed i consacrati di Istituti Secolari convenuti in occasione del giubileo della Vita Consacrata.
Precedentemente aveva salutato i pellegrini croati incoraggiandoli a non disperdere il patrimonio di fede acquisito: “Fratelli e sorelle, come pellegrini di speranza siete arrivati a Roma per confermare la vostra fede sulle tombe degli Apostoli. Fieri della vostra storia e radicati nella fedeltà alla Chiesa e al Successore di Pietro, portate avanti il tesoro ricevuto. Esso si manifesta nella vicinanza e nell’amore reciproco, umile e perseverante, senza aspettare in cambio i riconoscimenti. Il Signore Gesù, che trasforma la nostra vita con piccoli segni di amore e bussa alle porte dei nostri cuori, vi chiama pazientemente a rispondergli in ogni momento. Siate dunque testimoni di Cristo Risorto e fermento di speranza nella società in cui siete radicati”.
Mentre nella catechesi dell’udienza generale il papa ha richiamato la vicenda dei discepoli di Emmaus per evidenziare come la risurrezione si manifesta in modo umile: “Se ripensiamo ai racconti evangelici, ci accorgiamo che il Signore risorto non fa nulla di spettacolare per imporsi alla fede dei suoi discepoli. Non si presenta circondato da schiere di angeli, non compie gesti clamorosi, non pronuncia discorsi solenni per svelare i segreti dell’universo. Al contrario, si avvicina con discrezione, come un viandante qualsiasi, come un uomo affamato che chiede di condividere un po’ di pane”.
Ed ha richiamato alcuni episodi narrati nei Vangeli avvenuti dopo la resurrezione: “Maria di Magdala lo scambia per un giardiniere. I discepoli di Emmaus lo credono un forestiero. Pietro e gli altri pescatori pensano che sia un passante qualunque. Noi ci saremmo aspettati effetti speciali, segni di potenza, prove schiaccianti. Ma il Signore non cerca questo: preferisce il linguaggio della prossimità, della normalità, della tavola condivisa”.
Tali episodi sottolineano la presenza fisica di Gesù nella quotidianità: “Fratelli e sorelle, in questo c’è un messaggio prezioso: la Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Gesù risorto mangia una porzione di pesce davanti ai suoi discepoli: non è un dettaglio marginale, è la conferma che il nostro corpo, la nostra storia, le nostre relazioni non sono un involucro da gettare via. Sono destinate alla pienezza della vita. Risorgere non significa diventare spiriti evanescenti, ma entrare in una comunione più profonda con Dio e con i fratelli, in un’umanità trasfigurata dall’amore”.
Quindi la resurrezione trasforma tutto in grazia: “Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso ed il ‘sapore’. Ogni gesto compiuto nella gratitudine e nella comunione anticipa il Regno di Dio”.
Però il problema si pone nel vedere la Resurrezione: “Tuttavia, c’è un ostacolo che spesso ci impedisce di riconoscere questa presenza di Cristo nel quotidiano: la pretesa che la gioia debba essere priva di ferite. I discepoli di Emmaus camminano tristi perché speravano in un altro finale, in un Messia che non conoscesse la croce. Nonostante abbiano sentito dire che il sepolcro è vuoto, non riescono a sorridere. Ma Gesù si mette accanto a loro e con pazienza li aiuta a comprendere che il dolore non è la smentita della promessa, ma la strada attraverso cui Dio ha manifestato la misura del suo amore.
Quando infine siedono a tavola con Lui e spezzano il pane, si aprono i loro occhi. E si accorgono che il loro cuore ardeva già, anche se non lo sapevano. Questa è la sorpresa più grande: scoprire che sotto la cenere del disincanto e della stanchezza c’è sempre una brace viva, che attende solo di essere ravvivata”.
Ecco che la Resurrezione traccia una strada alla speranza: “Fratelli e sorelle, la risurrezione di Cristo ci insegna che non c’è storia tanto segnata dalla delusione o dal peccato da non poter essere visitata dalla speranza. Nessuna caduta è definitiva, nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a rimanere aperta per sempre. Per quanto possiamo sentirci lontani, smarriti o indegni, non c’è distanza che possa spegnere la forza indefettibile dell’amore di Dio”.
Per questo il papa ha sottolineato che Gesù non abbandona nessuno nei momenti di sconforto: “A volte pensiamo che il Signore venga a visitarci soltanto nei momenti di raccoglimento o di fervore spirituale, quando ci sentiamo all’altezza, quando la nostra vita appare ordinata e luminosa. E invece il Risorto si fa vicino proprio nei luoghi più oscuri: nei nostri fallimenti, nelle relazioni logorate, nelle fatiche quotidiane che ci pesano sulle spalle, nei dubbi che ci scoraggiano. Nulla di ciò che siamo, nessun frammento della nostra esistenza gli è estraneo”.
Gesù è vicino ed è in attesa di un suo riconoscimento: “Oggi, il Signore risorto si affianca a ciascuno di noi, proprio mentre percorriamo le nostre strade (quelle del lavoro e dell’impegno, ma anche quelle della sofferenza e della solitudine) e con infinita delicatezza ci chiede di lasciarci riscaldare il cuore. Non si impone con clamore, non pretende di essere riconosciuto subito. Con pazienza attende il momento in cui i nostri occhi si apriranno per scorgere il suo volto amico, capace di trasformare la delusione in attesa fiduciosa, la tristezza in gratitudine, la rassegnazione in speranza”.
Sta a ciascuno il Suo riconoscimento: “Il Risorto desidera soltanto manifestare la sua presenza, farsi nostro compagno di strada e accendere in noi la certezza che la sua vita è più forte di ogni morte. Chiediamo allora la grazia di riconoscere la sua presenza umile e discreta, di non pretendere una vita senza prove, di scoprire che ogni dolore, se abitato dall’amore, può diventare luogo di comunione”.
L’udienza generale è stata conclusa con l’invito ad avere un cuore ardente: “E così, come i discepoli di Emmaus, torniamo anche noi alle nostre case con un cuore che arde di gioia. Una gioia semplice, che non cancella le ferite ma le illumina. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è vivo, cammina con noi, e ci dona in ogni istante la possibilità di ricominciare”.
(Foto: Santa Sede)
I vescovi esprimono solidarietà per la Terra Santa
Al termine dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente, svoltosi a Gorizia, la CEI ha pubblicato una nota in cui i vescovi chiedono “con forza che a Gaza cessi ogni forma di violenza inaccettabile contro un intero popolo e che siano liberati gli ostaggi. Si rispetti il diritto umanitario internazionale, ponendo fine all’esilio forzato della popolazione palestinese, aggredita dall’offensiva dell’esercito israeliano e pressata da Hamas”.
Per questo i vescovi hanno raccolto l’invito di papa Leone XIV per pregare per la pace sabato 11 ottobre: “Per i cristiani significa, anzitutto, pregare per la pace. Accogliamo, quindi, l’invito di papa Leone a “pregare, ogni giorno del prossimo mese, il Rosario per la pace, personalmente, in famiglia e in comunità”. Lo faremo, in particolare, l’11 ottobre, alle ore 18, con quanti si recheranno in piazza San Pietro, per la Veglia del Giubileo della Spiritualità mariana, ricordando anche l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Vogliamo essere desti di fronte agli eventi della storia e critici di fronte a scelte che provocano morte e distruzione”.
Ed hanno proposto alcuni segni di solidarietà: “Proponiamo gesti eloquenti di prossimità con chi soffre e di riconciliazione tra le parti. Anche noi, in comunione con Papa Leone, vogliamo diventare costruttori di ponti, secondo l’Appello firmato con le Conferenze Episcopali di Slovenia e Croazia: “Riaffermiamo la nonviolenza, il dialogo, l’ascolto e l’incontro come metodo e stile di fraternità, coinvolgendo tutti, a partire dai responsabili dei popoli e delle nazioni, perché favoriscano soluzioni capaci di garantire sicurezza e dignità per tutti”.
Per questo, nei prossimi giorni, il segretario generale, mons. Giuseppe Baturi, si recherà a Gerusalemme per esprimere solidarietà alla Chiesa di Terra Santa e verificare la possibilità di incrementare l’aiuto umanitario.
Mentre nel comunicato conclusivo è stato evidenziato il messaggio di pace lanciato da Gorizia: “Il messaggio forte di riconciliazione è stato ribadito e rilanciato nell’incontro con i Vescovi delle Conferenze Episcopali Slovena e Croata, culminato nella Veglia di preghiera e con la sottoscrizione di un appello congiunto. Un documento in cui le Chiese in Italia, Slovenia e Croazia hanno riaffermato la nonviolenza, il dialogo, l’ascolto e l’incontro come metodo e stile di fraternità, coinvolgendo tutti, a partire dai responsabili dei popoli e delle nazioni, perché favoriscano soluzioni capaci di garantire sicurezza e dignità per tutti”.
In un contesto di polarizzazione crescente, i vescovi hanno sottolineato l’importanza di una testimonianza ecclesiale unita, visibile e autentica: “Questo chiede che siano promosse iniziative chiare e comuni, capaci di esprimere la voce unitaria della Chiesa in Italia: veglie di preghiera, segni di prossimità, digiuni e momenti liturgici. Di fronte al propagarsi di slogan violenti, la Chiesa è infatti chiamata a esprimere un linguaggio qualitativamente diverso, radicato nella preghiera, nella carità e nella verità”.
Un cambiamento culturale evidenziato dalla paura invece che dall’accoglienza: “E’ sempre più evidente, per i Presuli, una frattura culturale e antropologica profonda i cui segni sono la diffusione crescente della ‘paura del diverso’, l’aumento dei suicidi tra gli adolescenti, la crisi dei legami sociali. Tali fenomeni possono essere letti all’interno del quadro di una regressione spirituale globale, alimentata da un consumo disumanizzante e da una comunicazione violenta”.
Per indicare il degrado relazionale che attraversa le nostre società è stato richiamato il concetto di ‘demenza digitale’. Anche in questo, la missione della Chiesa si fa urgente: generare comunità accoglienti, formare alla mitezza, custodire la memoria. Azioni possibili attraverso la proposta di una visione profetica e di indicazioni operative che aiutino le comunità a vivere il Vangelo nel cuore delle sfide contemporanee.
Infine c’è l’impegno di educare alla fraternità, alla responsabilità sociale e alla partecipazione civica, che ha trovato nel cammino sinodale un’occasione concreta per ripensare percorsi formativi e priorità pastorali con una delibera, accolta all’unanimità: “Il Consiglio Episcopale Permanente approva il Documento di sintesi che verrà votato durante la terza Assemblea sinodale, in programma a Roma il 25 ottobre 2025. Grato per il percorso ecclesiale compiuto in questi anni e tenendo conto di quanto previsto dai Regolamenti (Regolamento Assemblea sinodale, art. 12; Regolamento Cammino sinodale, art. 16), il Consiglio Permanente ricorda che il Cammino sinodale verrà chiuso dall’81ª Assemblea Generale (Assisi, 17-20 novembre 2025) con la ricezione del Documento di sintesi. Pertanto, fissa nei termini seguenti le tappe successive fino all’82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026): la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli organi statutari, elaborerà, a partire dal Documento votato dall’Assemblea sinodale, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale di novembre 2025”.
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Papa Leone XIV: la cura del creato è la vocazione di ogni persona
“Nel testo del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato, Gesù rivolge diversi insegnamenti ai suoi discepoli. Vorrei soffermarmi su uno di essi, che sembra particolarmente adatto a questa celebrazione. Dice così: ‘Guardate gli uccelli del cielo … Osservate come crescono i gigli del campo’. Non è raro che il Maestro di Nazaret faccia riferimento alla natura nei suoi insegnamenti. Flora e fauna sono spesso protagoniste nelle sue parabole. Ma in questo caso c’è un chiaro invito all’osservazione e alla contemplazione del creato, azioni finalizzate a comprendere il disegno originale del Creatore”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato il progetto nato su 55 ettari un tempo appartenenti alle Ville Pontificie incontrando i dipendenti che curano le oltre 3.000 specie di piante presenti.
Durante la Liturgia della Parola con il Rito di benedizione, dopo la proclamazione di un passo del Vangelo secondo Matteo ed il Responsorio, papa Leone XIV ha preso la parola per l’omelia, traendo spunto proprio dal testo evangelico: “Tutto è stato sapientemente ordinato, fin dall’inizio, affinché tutte le creature concorrano alla realizzazione del Regno di Dio. Ogni creatura ha un ruolo importante e specifico nel suo progetto, e ciascuna è ‘cosa buona’, come sottolinea il libro della Genesi”.
Ed ecco il paragone del valore dell’umanità: “Nello stesso brano evangelico, riferendosi agli uccelli e ai gigli, Gesù rivolge ai suoi discepoli due domande: ‘Non valete forse più di loro?’; e poi: ‘Se Dio veste così l’erba del campo, … non farà molto di più per voi?’ Quasi a riprendere implicitamente il racconto della Genesi, Gesù sottolinea il posto speciale riservato, nell’atto creativo, all’essere umano: la creatura più bella, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Ma a tale privilegio è associata una grande responsabilità: quella di custodire tutte le altre creature, nel rispetto del disegno del Creatore”.
Quindi la cura del creato è la vocazione dell’umanità, come scriveva papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato Sì’: “La cura del creato, dunque, rappresenta una vera e propria vocazione per ogni essere umano, un impegno da svolgere all’interno del creato stesso, senza mai dimenticare che siamo creature tra le creature e non creatori”.
In questa linea si colloca tale borgo vaticano, citando l’esortazione apostolica ‘Laudate Deum’: “Il Borgo Laudato sì’, che oggi inauguriamo, si pone come una delle iniziative della Chiesa tese a realizzare questa ‘vocazione di essere custodi dell’opera di Dio’: un compito impegnativo ma bello, affascinante, che costituisce un aspetto primario dell’esperienza cristiana”.
E tale inaugurazione rappresenta una speranza: “Il Borgo Laudato si’ è un seme di speranza, che Papa Francesco ci ha lasciato come eredità, un ‘seme che può portare frutti di giustizia e di pace’. E lo farà rimanendo fedele al proprio mandato: essere un modello tangibile di pensiero, di struttura e di azione, in grado di favorire la conversione ecologica attraverso l’educazione e la catechesi”.
Speranza perché il creato è bello: “Quello che vediamo oggi è una sintesi di straordinaria bellezza, dove spiritualità, natura, storia, arte, lavoro e tecnologia intendono coabitare in armonia. E’ questa in definitiva l’idea del ‘borgo’, un luogo di vicinanza e prossimità conviviale”.
(Foto: Santa Sede)
La Carta di Leuca 2025: la forza delle migrazioni
Quest’anno la Carta di Leuca ha preso forma attraverso l’incontro di idee tra giovani. Tutto è cominciato lo scorso 9 luglio, quando i ventiquattro ragazzi impegnati nel Servizio Civile Universale presso la sede della Caritas diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca hanno incontrato i ventuno corsisti del CIHEAM, l’istituto di alta formazione agroalimentare con sede a Tricase Porto, avamposto strategico sul Mediterraneo. All’incontro hanno preso parte anche cinque studentesse della Scuola di Economia di Lione, in Italia per studiare l’impatto della Fondazione ‘Mons. Vito De Grisantis’ (braccio operativo della Caritas diocesana) sul territorio.
Questo documento contiene l’impegno a diventare ed essere fautori e custodi di nuovi cambiamenti. Promotori di pace in tempi di guerra. Parte dal rifiuto di ogni forma di violenza e altra forma di razzismo e discriminazione. Un atto di contrasto all’odio digitale e alla disinformazione.
Un gesto d’amore verso la cultura universale intesa come ponte tra i popoli, a tutela dei diritti umani, per la valorizzazione delle identità e delle radici. Tra i pilastri di Carta di Leuca ci sono delle aperture al mondo: accogliere lo straniero, riscoprendo l’umanità spesso smarrita dietro slogan e appartenenze; collaborare, riconoscersi, confrontarsi oltre le differenze e nonostante le differenze, perché il cambiamento possa essere duraturo e autentico.
Quest’anno il programma si sviluppa intorno al tema delle migrazioni, mantenendo però lo sguardo sempre rivolto a Gaza. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto, intorno all’una del mattino, si terrà un momento di preghiera sulla tomba del venerabile don Tonino Bello, vescovo della pace e della prossimità, che ha saputo unire il Vangelo alla vita, restituendo dignità agli ultimi.
Alle ore 2,00 è prevista la partenza verso il Santuario di Leuca, in cammino verso un’alba di pace. Un corridoio umano di giovani percorrerà la Via Francigena insieme al vescovo mons. Vito Angiuli e a tutti coloro che decideranno di unirsi al pellegrinaggio. Alle ore 04,00 è prevista una sosta presso i Padri Trinitari di Gagliano del Capo, per poi riprendere il cammino e giungere ai piedi del Santuario mariano intorno alle ore 06.30. La proclamazione di Carta di Leuca-La forza delle migrazioni, alle ore 7,00 seguirà la celebrazione della S. Messa.
Sarà un’occasione per incontrare le istituzioni e i sindaci del Capo di Leuca, per ribadire insieme che “le migrazioni sono una benedizione per i popoli che accolgono”. Tra gli ospiti attesi quest’anno Mons. Bruno Varriano, vescovo Latino del Patriarcato di Gerusalemme con sede a Cipro e online ci raggiungerà Mons. Alexis Leproux, segretario generale del Coordinamento Ecclesiale del Mediterraneo, responsabile di MED 25 – Bel Espoir e vicario per il Mediterraneo dell’Arcidiocesi di Marsiglia . Sarà la comunità di Specchia, rappresentata dal sindaco Anna Laura Remigi, a donare l’olio per la lampada della pace, che brillerà tutto l’anno davanti a Maria de Finibus Terrae. L’evento sul piazzale del Santuario sarà trasmesso in diretta streaming su www.radiodelcapo.it.
Le parole di mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “La Carta di Leuca è un’iniziativa promossa dalla Fondazione di partecipazione Parco Culturale Ecclesiale Terre del Capo di Leuca – De Finibus Terrae. Una mano tesa all’abbraccio fraterno, un’esperienza che risveglia i desideri più autentici dell’uomo e invita ciascuno a non arrendersi alle chiusure, ma a osare la convivialità di volti rivolti, che si riconoscono amici. È una profezia che germoglia in questa terra semplice e povera, in comunità umili e operose, ma che vogliono coinvolgere uomini e donne di buona volontà, perché la convivialità sia possibile; è un cammino condiviso. La convivialità è possibile ed è il futuro dell’umanità riconciliata da ogni conflitto”.
Sostenuta dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, la Carta di Leuca è tra le esperienze più significative di dialogo interculturale e interreligioso nel Mediterraneo. Promossa dalla Fondazione ‘De Finibus Terrae’, parte della rete Focsiv (Federazione degli Organismi di Volontariato Internazionale di Ispirazione Cristiana). Nasce da un impegno costante e duraturo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca che, insieme agli uffici Caritas diocesana, Servizio di Pastorale Giovanile e Ufficio Migrantes, genera reti tra giovani provenienti da ogni parte del mondo con fedi, culture e lingue diverse, tutti in cammino verso la pace. Non una pace astratta o retorica, ma concreta, costruita attraverso l’ascolto, il confronto, fatica e autentico incontro.
Le sue radici affondano nel pensiero profetico di don Tonino Bello, vescovo pugliese dalla parola gentile e dallo sguardo scomodo, capace di denunciare l’ingiustizia e proporre un’alternativa credibile: la convivialità delle differenze. Siamo giunti alla nona edizione, ogni edizione è un intreccio di storie, volti, sogni e domande, un mosaico vivo fatto di laboratori, riflessioni, testimonianze, preghiere, silenzi, sorrisi e lacrime.
Da questo intreccio nasce ogni anno un testo: la Carta di Leuca, una dichiarazione di intenti, un appello ai popoli e ai governi per trasformare il Mediterraneo da confine a culla di civiltà e fraternità. Al cuore del progetto c’è sempre l’insegnamento di don Tonino Bello, uomo di pace e di speranza concreta. La sua visione di una Chiesa disarmata e disarmante.
Papa Leone XIV chiede di guarire la comunicazione
“Rinnovo il mio profondo dolore per il brutale attacco terroristico avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 luglio scorso a Komanda, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, dove oltre quaranta cristiani sono stati uccisi in chiesa durante una veglia di preghiera e nelle proprie case. Mentre affido le vittime all’amorevole Misericordia di Dio, prego per i feriti e per i cristiani che nel mondo continuano a soffrire violenze e persecuzione, esortando quanti hanno responsabilità a livello locale e internazionale a collaborare per prevenire simili tragedie”: a fine dell’udienza generale, papa Leone XIV ha rinnovato il ‘profondo dolore’ per l’attacco terroristico in una parrocchia di Komanda, nella Repubblica Democratica del Congo, esortando quanti rivestono ruoli di responsabilità a collaborare per prevenire violenze e persecuzioni contro i credenti.
Inoltre il papa ha ricordato il 50^ anniversario della firma dell’Atto finale di Helsinki, avvenuto il 1^ agosto 1975, del quale è ‘indispensabile’ custodire lo spirito con l’invito a rafforzare la cooperazione, ricordando l’impegno di mons. Casaroli: “Animati dal desiderio di garantire la sicurezza nel contesto della guerra fredda, 35 Paesi inaugurarono una nuova stagione geopolitica, favorendo un riavvicinamento tra Est e Ovest. Quell’evento segnò anche un rinnovato interesse per i diritti umani, con particolare attenzione alla libertà religiosa considerata come uno dei fondamenti dell’allora nascente architettura di cooperazione da ‘Vancouver a Vladivostok’.
La partecipazione attiva della Santa Sede alla Conferenza di Helsinki, rappresentata dall’Arcivescovo Agostino Casaroli, contribuì a favorire l’impegno politico e morale per la pace. Oggi, più che mai, è indispensabile custodire lo spirito di Helsinki: perseverare nel dialogo, rafforzare la cooperazione e fare della diplomazia la via privilegiata per prevenire e risolvere i conflitti”.
E dopo la pausa oggi sono riprese le udienze generali in un clima di festa grazie ai giovani venuti a Roma per il loro giubileo riprendendo il ciclo di catechesi sul tema ‘Gesù Cristo nostra speranza’, incentrando la meditazione sul ‘Il sordomuto. E, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!’: “Anche questo tempo che stiamo vivendo ha bisogno di guarigione.
Il nostro mondo è attraversato da un clima di violenza e di odio che mortifica la dignità umana. Viviamo in una società che si sta ammalando a causa di una ‘bulimia’ delle connessioni dei social media: siamo iperconnessi, bombardati da immagini, talvolta anche false o distorte. Siamo travolti da molteplici messaggi che suscitano in noi una tempesta di emozioni contraddittorie”.
E’ stato un collegamento tra il giubileo degli influencer missionari, appena concluso, e quello dei giovani, appena iniziato: “In questo scenario è possibile che nasca in noi il desiderio di spegnere tutto. Possiamo arrivare a preferire di non sentire più niente. Anche le nostre parole rischiano di essere fraintese e possiamo essere tentati di chiuderci nel silenzio, in una incomunicabilità dove, per quanto vicini, non riusciamo più a dirci le cose più semplici e profonde”.
Per questo ha meditato l’episodio evangelico del sordomuto: “A questo proposito vorrei fermarmi oggi su un testo del Vangelo di Marco che ci presenta un uomo che non parla e non sente. Proprio come potrebbe accadere a noi oggi, quest’uomo forse ha deciso di non parlare più perché non si è sentito capito, e di spegnere ogni voce perché è rimasto deluso e ferito da ciò che ha ascoltato. In effetti, non è lui che va da Gesù per essere guarito, ma viene portato da altre persone.
Si potrebbe pensare che coloro che lo conducono dal Maestro siano quelli che sono preoccupati del suo isolamento. La comunità cristiana ha visto però in queste persone anche l’immagine della Chiesa, che accompagna ogni uomo da Gesù affinché ascolti la sua parola. L’episodio avviene in un territorio pagano, quindi siamo in un contesto dove altre voci tendono a coprire la voce di Dio”.
Quindi ha analizzato il comportamento di Gesù: “Il comportamento di Gesù può apparire inizialmente strano, perché prende con sé questa persona e la porta in disparte. Sembra così accentuare il suo isolamento, ma a ben guardare ci aiuta a capire cosa si nasconde dietro il silenzio e la chiusura di quest’uomo, come se avesse colto il suo bisogno di intimità e di vicinanza”.
Infatti il suo comportamento è strano: “Gesù gli offre prima di tutto una prossimità silenziosa, attraverso gesti che parlano di un incontro profondo: tocca le orecchie e la lingua di quest’uomo. Gesù non usa molte parole, dice l’unica cosa che gli serve in questo momento: ‘Apriti!’ Marco riporta la parola in aramaico, effatà, quasi per farcene sentire come ‘dal vivo’ il suono e il soffio. Questa parola, semplice e bellissima, contiene l’invito che Gesù rivolge a quest’uomo che ha smesso di ascoltare e di parlare… Chiudersi, infatti, non è mai una soluzione”.
Ma il comportamento di Gesù ha una finalità: “Il comportamento di Gesù può apparire inizialmente strano, perché prende con sé questa persona e la porta in disparte. Sembra così accentuare il suo isolamento, ma a ben guardare ci aiuta a capire cosa si nasconde dietro il silenzio e la chiusura di quest’uomo, come se avesse colto il suo bisogno di intimità e di vicinanza”.
La finalità è la prossimità: “Gesù gli offre prima di tutto una prossimità silenziosa, attraverso gesti che parlano di un incontro profondo: tocca le orecchie e la lingua di quest’uomo… Marco riporta la parola in aramaico, effatà, quasi per farcene sentire come ‘dal vivo’ il suono e il soffio. Questa parola, semplice e bellissima, contiene l’invito che Gesù rivolge a quest’uomo che ha smesso di ascoltare e di parlare… Chiudersi, infatti, non è mai una soluzione”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a vivere il Vangelo ‘sine glossa’
“Poter accogliere insieme Francescani e Trinitari mi ha ricordato un dipinto che si trova nell’abside della Basilica di san Giovanni in Laterano, che raffigura un’udienza di cui questa potrebbe essere una bella rievocazione. Infatti, l’immagine mostra papa Innocenzo III che riceve san Francesco e san Juan de Mata insieme, per onorare il loro grande apporto alla riforma della vita religiosa”: con queste parole papa ha ricevuto in udienza i partecipanti ai capitoli generali di Francescani Conventuali e Trinitari.
Rileggendo tale quadro papa Leone XIV ha evidenziato gli ‘atteggiamenti’ dei due santi: “E’ interessante notare che San Francesco è raffigurato in ginocchio con un enorme libro aperto, quasi come se stesse per dire al Pontefice: ‘Santità, le chiedo solo di vivere la regola del Santo Vangelo sine glossa’. San Juan de Mata, invece, è in piedi e tiene in mano la Regola che ha redatto insieme al Pontefice”.
Una sottolineatura che esprime il loro servizio alla Chiesa: “Se san Francesco mostra la sua docilità alla Chiesa, presentando il suo progetto non come proprio ma come dono divino, san Juan de Mata mostra il testo approvato, dopo lo studio e il discernimento, come il culmine di un lavoro assolutamente necessario per realizzare il proposito che Dio ha ispirato. I due atteggiamenti, lungi dall’essere in contrasto tra loro, si sarebbero illuminati a vicenda e sarebbero stati una linea guida per il servizio che la Santa Sede ha svolto da allora a favore di tutti i carismi”.
Due posizioni che convergono sulla stessa linea: “Dio ha ispirato a questi due santi non solo un cammino spirituale di servizio, ma anche il desiderio di confrontarsi con il Successore di Pietro sul dono ricevuto dallo Spirito per metterlo a disposizione della Chiesa. San Francesco espone al Papa la necessità di seguire Gesù senza riserve, senza altri fini, senza ambiguità o artifici. San Juan de Mata ha espresso questa verità con parole che si riveleranno poi fondamentali e che san Francesco farà sue”.
La linea è quella del servizio verso la Chiesa: “Un bell’esempio sarà quello di vivere ‘senza nulla di proprio’, senza nulla di ‘nascosto nella camera della tasca o del cuore’, come ha sottolineato papa Francesco… Un altro di questi termini esprime la necessità che tale dedizione si trasformi in servizio, che il superiore sia percepito come un ministro, cioè colui che si fa più piccolo, per essere il servo di tutti. E’ interessante notare come il versetto di san Matteo abbia influenzato il vocabolario di tutta la vita religiosa, perché chiamare priore, maestro, magister o ministro modella l’intera concezione dell’autorità come servizio”.
Rivolgendosi, in particolare alla congregazione dei Trinitari, in spagnolo il papa ha sottolineato di non dimenticare chi è perseguitato a causa della fede: “Mi unisco a questa preghiera e chiedo anche alla Trinità che questo sia uno dei frutti della vostra assemblea, affinché non cessiate di ricordare nella vostra preghiera e nel vostro impegno quotidiano quanti sono perseguitati a causa della loro fede. Questa parte, la terza riferita ai perseguitati, secondo l’insegnamento di sant’Agostino, è la parte di Dio e quella che segna la vocazione del liberatore del suo Popolo. Inoltre, questa tensione verso i membri più sofferenti della Chiesa attirerà l’attenzione delle vocazioni, dei fedeli e delle persone di buona volontà su questa realtà e vi terrà disponibili per i servizi di frontiera che svolgete nella Penisola Arabica, in Medio Oriente, in Africa e nel subcontinente indiano”.
Concludendo con un brano tratto dalle Fonti francescane papa Leone XIV h invitato i componenti dei due ordini a lodare Dio: “Non è il nostro interesse personale che ci deve muovere, ma quello di Cristo; è il suo Spirito che dobbiamo anzitutto ascoltare, per ‘scrivere il futuro nel presente’, come dice il motto del vostro Capitolo. Ascoltarlo nella voce del fratello, nel discernimento della comunità, nell’attenzione ai segni dei tempi, negli appelli del Magistero.
Cari figli di San Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario della composizione del Cantico delle creature o di frate sole, vi esorto ad essere, ciascuno personalmente e in ognuna delle vostre fraternità, vivente richiamo al primato della lode di Dio nella vita cristiana. E non voglio dimenticare che voi Conventuali celebrate l’anniversario della vostra rinnovata presenza in Estremo Oriente”.
In precedenza papa Leone XIV aveva incontrato gli alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica appena tornati dall’anno missionario all’estero, una novità formativa introdotta da papa Francesco, con l’invito ad essere fedeli al Cristo ed alla Chiesa: “Per questo esorto anche voi ad esercitare il dono del vostro sacerdozio con umiltà e mitezza, capacità di ascolto e prossimità, come fedeli ed instancabili discepoli di Cristo Buon Pastore. Quali che siano i compiti che vi verranno affidati, in qualunque parte del mondo vi troverete, il Papa deve poter contare su sacerdoti che, nella preghiera come nel lavoro, non si risparmino nel portare la Sua vicinanza ai popoli e alle Chiese con la loro testimonianza”.
Infine ha inviato un messaggio ai partecipanti alla Seconda Conferenza Annuale su ‘Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa’ che si conclude oggi a Roma, evidenziando il contributo che la Chiesa può offrire: “Da parte sua, la Chiesa desidera contribuire a un dibattito sereno e informato su queste urgenti questioni, sottolineando soprattutto la necessità di misurare le implicazioni dell’IA alla luce dello ‘sviluppo integrale della persona e della società’. Ciò implica che si tenga conto del benessere della persona umana, non solo dal punto di vista materiale, ma anche intellettuale e spirituale.
Ciò significa salvaguardare l’inviolabile dignità di ogni persona umana e rispettare la ricchezza culturale e spirituale dei popoli del mondo. In definitiva, i benefici o i rischi dell’intelligenza artificiale devono essere valutati esattamente alla luce di questo standard etico più elevato”.
Infine ha mostrato preoccupazione per le cause a cui sono sottoposti le giovani generazioni: “Sono certo che siamo tutti preoccupati per i bambini e i giovani e per le possibili conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale sullo sviluppo intellettuale e neurologico. Dobbiamo aiutare i nostri giovani, non ostacolarli, nel loro cammino verso la maturità e la vera responsabilità. Sono la nostra speranza per il futuro e il benessere della società dipende dalla loro capacità di sviluppare i doni e le capacità che Dio ha dato loro e di rispondere alle sfide del nostro tempo e ai bisogni degli altri con spirito libero e generoso”.
(Foto: Santa Sede)
Marina Galati confermata presidente del CNCA
L’Assemblea nazionale del CNCA odv, riunitasi ieri online, ha confermato come presidente Marina Galati e ha eletto il Direttivo nazionale, ampliato da 3 a 5 membri: confermati Alessia Pesci e Mattia De Bei, eletti per la prima volta Silvia Rizzato e Antonio D’Aquino. Nel corso dell’Assemblea è stato anche approvato il cambio di nome, allineandosi a quanto già fatto dalla rete CNCA: da Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti.
La presidente Marina Galati ha confermato l’impegno concreto del nuovo Direttivo a rafforzare l’impatto sociale delle attività promosse dal CNCA odv a livello nazionale e internazionale. “Siamo in un tempo che richiede coraggio, visione e prossimità”, ha dichiarato Galati. “Il volontariato non è solo risposta all’emergenza, ma costruzione quotidiana di legami, diritti e possibilità. Il nostro impegno sarà quello di lavorare per sostenere il movimento delle persone e favorire la presa di parola, soprattutto giovanile, attraverso azioni di advocacy e sostegno a percorsi di auto-rappresentanza”.
Nel corso dell’Assemblea si è anche fatto il punto sulle attività recenti del CNCA odv. Particolare rilievo hanno avuto i due appuntamenti di VoCi Festival, tenutisi a novembre 2024: il primo si è svolto a Marzabotto, coinvolgendo le reti di famiglie accoglienti; il secondo a Cetraro, con protagonisti i giovani volontari. Entrambi gli eventi hanno rappresentato spazi fondamentali di incontro, scambio e co-progettazione.
Sono stati, inoltre, realizzati due progetti, in collaborazione con la rete CNCA e l’Associazione Maranathà, all’interno dei quali il CNCA odv ha avuto un ruolo attivo nello sviluppo e nella realizzazione delle attività. Complessivamente, i progetti e il festival hanno coinvolto circa 230 giovani, confermando l’impegno dell’organizzazione nella promozione della cittadinanza attiva tra le nuove generazioni.
Un ulteriore traguardo significativo è stato il finanziamento approvato di un nuovo progetto che consentirà al CNCA odv di ampliare il proprio raggio d’azione e consolidare le pratiche di solidarietà, partecipazione e inclusione.
Il CNCA odv proseguirà la sua azione anche nei prossimi mesi con attività che uniscono volontariato, pace e legami intergenerazionali, valorizzando l’incontro tra generazioni, territori e culture, nella prospettiva di una società più giusta, accogliente e solidale. La nuova governance si pone in continuità con il cammino sinora tracciato, ma con uno sguardo proiettato verso le sfide future.
“Il rinnovo delle cariche del CNCA odv”, ha dichiarato Caterina Pozzi, presidente della rete CNCA, “ha visto un ampliamento dei suoi componenti, passati da 3 a 5, con l’inserimento di due giovani operator3 sociali che ringraziamo di cuore. Un grazie di cuore anche a Marina, Alessia e Mattia per il rinnovato impegno. Il cammino del CNCA odv – che mette al centro la cittadinanza attiva e il coinvolgimento dei giovani e delle giovani – è un tassello fondamentale nel cammino comune di tutto il CNCA”.
Giornata delle Comunicazioni Sociali: con Paride Petrocchi per condividere la speranza nei mass media
“In questo nostro tempo segnato dalla disinformazione e dalla polarizzazione, dove pochi centri di potere controllano una massa di dati e di informazioni senza precedenti, mi rivolgo a voi nella consapevolezza di quanto sia necessario – oggi più che mai – il vostro lavoro di giornalisti e comunicatori. C’è bisogno del vostro impegno coraggioso nel mettere al centro della comunicazione la responsabilità personale e collettiva verso il prossimo”: così inizia il messaggio per la LIX giornata mondiale delle comunicazioni sociali, intitolato ‘Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’, tratto dalla prima lettera dell’apostolo Pietro, che si celebra oggi.
Il tema, si legge nella nota d’accompagnamento, “pone l’attenzione sul fatto che oggi troppo spesso la comunicazione è violenta, mirata a colpire e non a stabilire i presupposti per il dialogo. È quindi necessario disarmare la comunicazione, purificarla dall’aggressività. Dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social il paradigma che rischia di prevalere è quello della competizione, contrapposizione e volontà di dominio”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo colloquiato con il prof. Paride Petrocchi, docente di religione, redattore della fraternità redazionale ‘Le Grain de blé’ ed animatore digitale: in quale modo si può condividere con mitezza la speranza che sta nei nostri cuori?
“Questa domanda è interessante perché quando si parla di mitezza il pensiero va al passo evangelico dei miti che erediteranno la terra, perché il mite è colui che non possiede niente, come ha sottolineato san Francesco d’Assisi, e mette tutto nelle mani di Dio. Occorre ricordarci che la speranza è una virtù teologale ed affonda le radici nel dono di Dio”.
‘Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire’: perchè occorre ‘disarmare’ la comunicazione?
“Disarmare la comunicazione consiste nel vivere con mitezza la speranza. Bisogna ricordarci che siamo la luna di un unico sole: non dobbiamo mettere noi al centro, ma Dio, come ha sottolineato papa Leone XIV. Se noi siamo al centro dell’azione è normale che la comunicazione diventa uno spazio da difendere e far vedere che sono l’influencer migliore. Occorre rinunciare all’autoreferenzialità per disinnescare questo meccanismo vigente”.
‘Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato’: come fare comunicazione di ‘prossimità’?
“Bisogna capire a chi io mi faccio prossimo. Questa dinamica richiama al messaggio di papa Francesco, perché nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ c’è l’invito a farsi prossimo. Io mi faccio prossimo a colui verso il quale ci sono. Quindi a base della comunicazione c’è un esserci o cercare di esserci per tutti, soprattutto nei social. Credo molto nei ‘missionari digitali’, la cui ‘forza’ consiste nell’essere ‘finestra’ o ‘porta’ per tutti, a cui bussare quando si è in difficoltà. Questa ‘finestra’ o ‘porta’ può essere una feritoia di grazia, in cui passa veramente l’amore di Dio. Essere prossimo ti permette di far vedere la prossimità di Dio”.
‘Dare spazio alla fiducia del cuore che, come un fiore esile ma resistente, non soccombe alle intemperie della vita ma sboccia e cresce nei luoghi più impensati’: perchè papa Francesco ha invitato a non ‘dimenticare il cuore’ nella comunicazione?
“Penso che non dimenticare il cuore voglia dire che nel narrare c’è un altro di fronte a noi, che leggerà quelle parole, in quanto attraverso le parole non devo solo informarlo, ma fargli capire che mi sta a cuore”.
A fine luglio a Roma si svolgerà anche il giubileo dei missionari digitali: in cosa consiste?
“Il giubileo dei missionari digitali è un incontro di due giorni che si terrà a Roma il 28 ed il 29 luglio, in cui tutti i missionari digitali, provenienti da tutto il mondo, vivranno un momento di condivisione riconoscendosi in un’unica missione”
Cosa è ‘le grain de blé’?
“Le grain de ble è un blog di evangelizzazione, od almeno tenta di evangelizzare su webdom non solo con la prima evangelizzazione, ma attraverso approfondimenti e temi di formazione per chi vuole avvicinarsi al cristianesimo; abbiamo pagine sulla liturgia e sui santi oppure su letteratura e spiritualità… Siamo una fraternità redazionale, che fa vita insieme; siamo undici a cui si aggiungono collaboratori esterni in maggioranza marchigiani, provenienti dalle diocesi di Ascoli Piceno ed Jesi.
Noi della fraternità facciamo del nostro meglio per spargere il seme della Parola di Vita: sentiamo forte in noi la chiamata a proseguire quest’opera in maniera umile, seguendo il consiglio dell’apostolo Paolo, che continua: ‘Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia’. Il blog è www.legraindeble.it’.
(Tratto da Aci Stampa)



























