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Da Lampedusa papa Leone XIV invita all’accoglienza
“Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. Ed oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia. Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”: prima di iniziare la celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha spiegato bene il motivo di tale viaggio.
Un viaggio iniziato con la visita al cimitero e concluso con la celebrazione eucaristica nel campo sportivo di Lampedusa in ricordo di papa Francesco, affermando che il Vangelo si radica dove c’è vita: “Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo.
Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. In questo senso, la parabola del buon Samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua e l’Enciclica ‘Fratelli tutti’ ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre per l’oggi e ci porta in una conversazione da cui uscire trasfigurati. Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo?”
Ed in questa strada debbono stare i cristiani: “Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano”.
I migranti, quindi, interpellano i cristiani: “Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto: ‘Ricordatevi… di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo’. E’ il centro della parabola evangelica: prossimi ci si fa, prossimo si diventa”.
L’omelia del papa si è trasformata in un ringraziamento per la ‘compassione’: “E’ avvenuto ancora il miracolo della compassione (‘vide e ne ebbe compassione’): una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel ‘Forum Lampedusa Solidale’, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme”.
Un amore che invita alla solidarietà: “Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico”.
E la parabola è un forte richiamo alla solidarietà: “Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così (persino davanti alla sofferenza e alla morte) la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti”.
Un invito ad una fede che non discrimina: “E’ tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui (come ha fatto Gesù) significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato”.
Tale dinamica rende cittadini capaci di costruire la‘civiltà’ dell’amore: “Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata”.
Richiamando l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ il papa ha rivolto un appello all’Europa: “Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto (come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace) l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità.
Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado (in quest’area) di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. E’ un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.
Ed ecco l’invito a pensare anche ‘diversamente’: “Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca”.
L’ospitalità mostra sorprese, come dice san Paolo: “Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”.
La conclusione è affidata a sant’Agostino: “Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso.
Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: O’scià!”.
(Foto: Santa Sede)
In ascolto dei genitori con figli lgtb+
Domenica 17 maggio si è svolta la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia) , riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, mentre negli ultimi mesi dello scorso anno la Cei aveva approvato un testo, ‘Lievito di pace e di speranza, invitando le Chiese locali italiane a sostenere le giornate e le iniziative contro l’omofobia e la transfobia:
“L’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: che la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) sostenga con la preghiera e la riflessione le ‘giornate’ promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.); che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali formino opportunamente gli operatori pastorali e si avvalgano di esperienze formative e prassi già in atto, che si celebra dal 2004 il 17 maggio di ogni anno ed anche in molte diocesi italiane si svolgono veglie di preghiera”.
Mentre nel documento di sintesi del cammino sinodale c’è l’invito ad impegnarsi a “promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana” con la richiesta di valorizzare “le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità, anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori”.
Per questo all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, era avvenuta la testimonianza di due coppie di genitori che hanno figli lgbt+. Essi hanno espresso gratitudine al proprio figlio “perché si è fidato così tanto di noi da consegnarci la parte più intima di sé, il suo cuore, pur temendo che avremmo potuto soffrire. Siamo consapevoli che nostro figlio è alla ricerca del proprio sé, della propria identità e, in un’ottica di fede, sta lottando contro schemi e pregiudizi, per unificare l’identità di sé omosessuale con l’identità del sé credente”.
In questo travaglio interiore, hanno raccontato di avere sperimentato una crescita nel loro rapporto sponsale: “Questa nuova sfida, come tutte, mette a dura prova, e rafforza, la promessa di sostenersi l’un l’altro in ogni situazione della vita. Il cammino di ricerca comune è stato aspro di fronte ad un progetto misterioso, difficile da decifrare, ben diverso da quanto avevano pensato. Vi era anche la sofferenza data dal timore che questi nostri figli avrebbero potuto non essere accolti nella società o nella Chiesa e che si sarebbero potuti sentirsi esclusi o giudicati.
Tuttavia, passati attraverso il dubbio e la ricerca e con la convinzione che comunque vi era un progetto d’amore per il bene nostro e di nostro figlio, abbiamo scoperto la gioia che viene dall’accogliere tutto questo. Chiedendoci: ‘Cosa vuoi Signore da noi?’ e rispondendo a questa domanda, siamo diventati sposi migliori nonché genitori due volte; ed aprendoci ad altri genitori per accompagnarli e vivere insieme queste sfide, siamo diventati tre volte genitori”.
Al termine dell’incontro a Corrado Contini, che con la moglie Michela Munarini, è tra i fondatori della Rete ‘3VolteGenitori’ e collaboratore per tanti anni con la pastorale familiare della diocesi di Parma, abbiamo chiesto di raccontarci cosa si prova ad avere un figlio lgtb+: “E’ una sorpresa, perché è una cosa imprevista che non pensavi, ma che il Signore in qualche modo ha messo sulla tua strada.
Nell’accoglienza di questa realtà che si manifesta, si realizza, a mio avviso, quello che ci è chiesto sempre come genitori: accogliere e accompagnare questo figlio così come è, come avevamo fatto per gli altri due. Volevamo e dovevamo accompagnarlo, perché potesse trovare la sua strada, quella di poter essere felice ed amato e poter vivere una vita buona. Ma per tutto questo occorreva che lui fosse capito ed accolto nella sua natura, nella sua unicità e differenza. Questa è stata la nostra esperienza”.
Quindi ha ragione Eduardo De Filippo a dire che i figli sono figli?
“Sì! I figli sono figli e sono come sono. In questo cammino che in realtà all’inizio è stato oscuro e difficile in quanto non conoscevamo questa realtà e non capivamo, ci ha aiutato molto pregare chiedendo al Signore di comprendere questo cammino e farci capire il disegno di questa realtà sia per nostro figlio che per noi.
Leggendo la Parola di Dio vi abbiamo trovato conforto, per esempio quando leggevamo nel Vangelo di san Luca il discorso di Gesù con i dottori nel Tempio e come, quando Maria e Giuseppe lo cercavano disperati, anche Gesù manifesta la volontà del Padre, che loro non avevano ancora capito. Gesù dicendo loro che aveva un disegno misterioso, impensato, del Padre su di lui, manifesta loro una realtà al di fuori di ogni schema, fa come il suo ‘coming out’. Questo brano di Vangelo ci è stato di grande aiuto e come Maria abbiamo cercato di meditare questa Parola per comprenderne il significato per noi”.
Questo percorso è inserito nella pastorale familiare della diocesi di Parma?
“Si stanno compiendo alcuni passi ed il nostro Vescovo Enrico ha voluto inserire una coppia di genitori ed un sacerdote nella pastorale famigliare che si rendessero disponibili ad accogliere ed accompagnare altri genitori credenti che vivono questa realtà. Per questo percorso è molto importante quello che è stato scritto nei documenti del Sinodo, approvati nello scorso novembre: inserire la pastorale con le persone omoaffettive e transgender nella pastorale ordinaria, ‘con’ queste persone e non ‘per’ queste persone.
Con queste persone camminare insieme facendo i passi possibili, attraverso la conoscenza reciproca; si intende riflettere, conoscere e pregare per vincere i pregiudizi legati a questa realtà, capire che non è una realtà che si è scelta o che in qualche modo si vive per capriccio, ma che è un orientamento affettivo e sessuale stabile che diventa condizione di vita.
E’ una realtà profonda, che va conosciuta, rispettata ed accolta nella sua dignità. Questa pastorale si può inserire nella pastorale della famiglia, perché hanno bisogno i figli ed hanno bisogno anche i genitori di essere accompagnati e supportati in questa dimensione che si trovano a vivere. E’ una realtà che va accolta e riconosciuta nella Chiesa affinché lo sia anche nella società, perché pensiamo che ogni figlio abbia la sua dignità ed abbia il diritto di essere visto con quello sguardo d’amore con cui è guardato dal Padre dei cieli”.
Quali passi ha compiuto la Chiesa in questo cammino?
“Ha compiuto passi importanti. Noi siamo partiti venti anni fa, quando non c’era nulla ed abbiamo cercato di costruire con chi allora iniziava un percorso. Sicuramente la Chiesa ha compiuto passi importantissimi negli ultimi cinque anni, da quando è iniziato questo cammino sinodale, in cui papa Francesco ci ha invitato ad ascoltarci gli uni gli altri per raccontarci quello che lo Spirito va compiendo nei nostri cuori.
Dal cammino sinodale è emerso nel documento finale come la realtà delle persone omoaffettive e transgender vada riconosciuta, perché riconoscere significa vedere una realtà, ma anche conoscere in profondità quello che quella realtà rappresenta. Riconoscere significa infine, camminare insieme nella pastorale ordinaria perché tutte e tutti facciamo parte della famiglia della Chiesa, del Popolo di Dio”.
Cosa è la Rete ‘3VolteGenitori’?
“Il 14 febbraio 2021 è nata la Rete nazionale di genitori credenti con figli e figlie lgbt+ che abbiamo voluto chiamare ‘3VolteGenitori’. Una Rete che è nata con il passaparola e con incontri on-line ed un Convegno nazionale in presenza nel 2023. Una Rete orizzontale, come strumento di servizio per i genitori in cerca di aiuto; come strumento di accoglienza e di sostegno alle persone e ai gruppi per favorire la comunicazione e una formazione su questi temi ampia e condivisa. Una Rete presente in 15 regioni diverse con 19 gruppi e 300 genitori singoli o in coppia con un figlio o una figlia lgbt+, uniti nella fede in un Dio che ama ogni sua creatura nella sua unicità e differenza”.
Caritas italiana certifica che gli italiani sono sempre più poveri
“Il Report statistico di Caritas Italiana ci aiuta proprio a riconoscere quali ferite stanno diventando strutturali, quali legami si stanno assottigliando, quali domande bussano alle nostre parrocchie e ai nostri servizi chiedendo anzitutto di essere ascoltate e accompagnate. Ma ci invita anche ad avere il coraggio di pronunciare una parola pubblica sulle cause profonde che generano povertà, esclusione e disuguaglianze”: così il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, nei giorni scorsi ha presentato il Rapporto sulla situazione del Paese.
Dal Rapporto si evince che nello scorso anno sono state 282.539 le persone accompagnate, 3.520 i servizi attivi, 206 le diocesi coinvolte nella rilevazione: “Il segno di una Chiesa aperta, capace di intercettare il bisogno dentro la trama ordinaria dei territori. Anche la crescita dei presìdi parrocchiali ci dice che la povertà non è lontana, non è confinata, non è delegabile. E’ dentro i quartieri, accanto alle famiglie, nelle pieghe della nostra vita comune. Ed è proprio lì che scegliamo di incontrarla”.
Il rapporto della Caritas ha individuato tre dimensioni, di cui la più preoccupante è la durata della povertà: “L’aumento rispetto al 2024 è contenuto, pari al +1,7%, ma nell’ultimo decennio le persone accompagnate sono cresciute del 48%. Soprattutto, cresce la quota delle storie di lungo periodo: il 28,1% è seguito da almeno cinque anni e il numero medio di incontri annui per persona sale a 8,7.
Non siamo, dunque, davanti a una povertà episodica, ma a vulnerabilità che si sedimentano e chiedono tempi più lunghi, percorsi più pazienti, risposte più profonde. Quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria”.
L’altra dimensione riguarda il lavoro: “La povertà economica coinvolge il 78,1% degli assistiti e i problemi occupazionali il 44,2%, ma il dato che più interroga è quel 24% di persone occupate tra coloro che chiedono aiuto. In dieci anni gli occupati seguiti da Caritas sono quasi raddoppiati in termini di incidenza; nello stesso tempo, le famiglie con minori restano il 52% del totale e oltre due terzi degli assistiti possiedono un titolo di studio pari o inferiore alla scuola secondaria di primo grado. Il lavoro, insomma, non coincide più automaticamente con la possibilità di una vita dignitosa”.
Di conseguenza la terza dimensione riguarda le fragilità: “La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate; la fragilità sanitaria il 16,1%; gli over 65 sono il 15,4%; quasi un assistito su tre vive da solo. Tra le persone con fragilità sanitaria, quasi sei su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno, e quando è presente una sofferenza mentale la quota sale al 78,7%. Povertà, salute, casa, solitudine non sono capitoli separati, ma dimensioni di una stessa frattura che attraversa il Paese”.
Nello scorso anno la Caritas ha accompagnato 282.539 persone, numero che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari poiché l’intervento mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intero nucleo: è il livello più elevato di tutti gli anni dei report effettuati dalla Caritas, tantoché rispetto al 2024 c’è una crescita del +1,7%. Quindi in 10 anni il numero di persone accompagnate è cresciuto del +48%.
L’incremento più consistente si registra nel Nord Italia (+61,8) ed il numero medio di assistiti per centro si attesta intorno a 80 persone, in lieve calo rispetto al 2024 (83 persone), una diminuzione dovuta ad una maggiore diffusione territoriale dei punti di ascolto parrocchiali che dimostrano un progressivo rafforzamento del welfare di prossimità. Il Nord concentra la quota più elevata di persone accompagnate dalla rete Caritas e registra anche il carico medio più alto per servizio: quasi 100 assistiti per centro, con punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d’Aosta.
Nel Mezzogiorno e nel Centro il numero medio di utenti per struttura risulta invece più contenuto (rispettivamente 72,8 e 65,5), pur con alcune eccezioni significative come la Calabria (116,9), la Sardegna (108,7) e la Campania (95), dove i livelli di presa in carico si attestano su valori superiori alla media delle rispettive aree. Complessivamente l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta.
Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas. L’età media delle persone aiutate sale a 48 anni (era 46 due anni fa). Tra gli italiani raggiunge i 55 anni, mentre tra gli stranieri si ferma a 43. Particolarmente significativa la crescita degli anziani: gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale, contro il 7,7% di dieci anni fa: +191% in termini assoluti.
Diversamente dal passato, poi, il lavoro non è più un antidoto sufficiente contro la povertà: quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), ma il 24% ha un lavoro, che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente. E’ il lavoro povero, che coinvolge soprattutto le fasce centrali dell’età lavorativa ( 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni). Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% degli assistiti.
Accanto ai problemi economici, ci sono quelli relativi alla casa, alla salute, alla solitudine: nel 2025 il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Questo dimostra quanto la povertà sia un fenomeno multidimensionale, come emerge anche dalla varietà di interventi della rete Caritas. Inoltre nella ‘classifica’ degli interventi, al secondo posto dopo le erogazioni di beni e servizi materiali, c’è quello dell’alloggio: nel 2025 la vulnerabilità abitativa coinvolge infatti il 34,9% delle persone seguite (era il 33% nel 2024): il 23,1% vive condizioni di grave esclusione abitativa (senza casa, senza tetto o in sistemazioni di emergenza), mentre l’11,8% fatica a sostenere i costi dell’abitazione tra affitti, utenze e spese domestiche. La grave esclusione abitativa è più alta nel Nord-Est (31,5%), mentre le difficoltà di gestione della casa risultano più diffuse nelle Isole (16,4%) e nel Nord-Ovest (14,9%).
Molto richiesto anche l’aiuto sanitario: anche curarsi per molti è difficile, se non impossibile: nello scorso anno il 16,1% degli assistiti (oltre 44.000 persone) presenta una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, problemi di salute mentale o condizioni di salute aggravate dalla povertà e dall’esclusione sociale. Numeri particolarmente alti in Basilicata, dove la quota raggiunge il 32,1%.
Tra le persone accompagnate da Caritas nel 2025, quasi una su tre (32,9%) vive da sola, a fronte di un’incidenza nazionale del 19,9% e con una crescita di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa (23,8%). La solitudine dilaga nel nostro Paese e colpisce pesantemente, accompagnandosi spesso a una crescita dei bisogni. In termini assoluti, le persone sole che si sono rivolte ai Centri di ascolto sono aumentate del 74,9%, a fronte del 48% dell’utenza complessiva.
Anche la solitudine è una fragilità multidimensionale: riguarda infatti spesso persone anziane (54,3 anni l’età media, contro i 48 anni dell’utenza complessiva), più frequentemente separate, divorziate o vedove e spesso con redditi molto bassi. Oltre un terzo (35,2%) presenta infatti un Isee inferiore ad € 3.000 e meno di un quinto (17,9%) ha un’occupazione.
Il dato più significativo riguarda l’accumulo delle difficoltà: quasi 6 persone sole su 10 (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, una quota più che doppia rispetto a chi vive in nuclei con due o più componenti (28%). Alle difficoltà economiche si associano infatti più frequentemente problemi sanitari, abitativi e di autonomia personale.
Torino, quasi 1.000.000 di euro per la prossimità che diventa relazione
Il Bilancio Sociale 2025 della ODV Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Torino non è una semplice rendicontazione di cifre, ma il racconto di una missione che si fa vicinanza, accoglienza e speranza. Tra le pieghe del documento emergono storie di vita vissuta, di vicinanza e di difficoltà superate. Con un investimento di € 962.425 trasformati in gesti concreti e 6.756 persone incontrate, l’Associazione testimonia che la prossimità non è un’erogazione di servizi, ma un incontro.
«Il Consiglio Centrale di Torino offre un esempio concreto di ciò che significa coniugare identità vincenziana, prossimità e capacità di leggere i bisogni reali delle persone», afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.
«Un impegno che descrive – come sottolinea il Presidente del Consiglio Centrale di Torino Rodrigo Sardi – Una comunità che non si arrende e che continua a credere nella forza della carità», puntando su relazione, accompagnamento e prevenzione. Secondo Federico Violo, Coordinatore Interregionale Piemonte e Valle d’Aosta, la sfida oggi è: «Intercettare e prevenire le nuove forme di disagio».
Mentre il mondo dell’assistenza attende spesso che sia il povero a bussare, i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli scelgono di invertire la rotta: scelgono di farsi prossimi, di uscire, di entrare nelle case. La Visita al domicilio, pratica identitaria fin dalla fondazione dell’Associazione nel 1833, resta il cuore pulsante di questa missione.
Varcare quella soglia significa innanzitutto offrire un dono di sé: non si portano solo risposte materiali, ma ascolto, consiglio e quel calore morale che spesso manca più del pane. Attraverso appuntamenti costanti — settimanali o quindicinali — la visita trasforma un “utente” in una persona e il bisogno in una relazione di fiducia. È solo dentro questo legame profondo che l’aiuto materiale (il pagamento di un affitto, la bolletta, il pacco viveri) smette di essere un fine e diventa un mezzo: una mano tesa per innescare una scintilla di cambiamento e autonomia.
Come ricorda il consigliere spirituale Padre Erminio Antonello (Congregazione della Missione): «La carità deve nutrirsi di vita nello Spirito per riconoscere negli altri non solo un bisogno, ma un volto, una storia, un fratello».
Il percorso verso il riscatto sociale passa attraverso l’istruzione. Per questo la Società di San Vincenzo De Paoli ha intensificato gli sforzi per sostenere il futuro dei più giovani. Nel 2025, grazie a 727 ore di doposcuola e alla distribuzione di corredo scolastico per 300 bambini, si è cercato di spezzare il circolo vizioso dell’emarginazione. Una gioia grande arriva anche dall’Università: il sostegno a 23 studenti meritevoli ha portato a 4 nuove lauree in discipline come Ingegneria e Legge. Sostenere lo studio significa credere che le fragilità di oggi non debbano diventare l’esclusione di domani.
Allo stesso modo, la Commissione Lavoro, nata nel Consiglio Centrale di Torino, agisce per restituire la dignità che solo l’occupazione può dare. Nel 2025 sono stati seguiti 29 percorsi personalizzati, portando a 8 assunzioni e 3 tirocini, curando non solo il curriculum, ma la ferita dell’autostima che spesso colpisce chi, superati i 50 anni, si sente rifiutato dal mondo produttivo.
Nell’emporio solidale ‘Abito’, la prossimità si fa accoglienza premurosa. Non una distribuzione passiva, ma un vero negozio dove le persone possono scegliere i propri vestiti tra relle e manichini, preservando la propria dignità. Qui sono stati donati 45.000 capi e, attraverso la campagna ‘Non lasciateci in mutande’, oltre 7.300 capi nuovi di biancheria intima. Ma Abito è anche un luogo di educazione: qui 5 studenti hanno trasformato sanzioni scolastiche in percorsi di crescita, scoprendo il valore del servizio agli altri.
Accanto a loro, la nuova Conferenza ‘Sant’Omobono’, nata nel dicembre 2025 proprio dentro l’emporio. La nuova realtà nasce per dare una forma strutturata all’aiuto, permettendo ai volontari di prendersi cura della persona a 360 gradi, integrando il servizio di vestiario con un supporto umano costante.
Un impegno innovativo del 2025 è stato il contrasto alla povertà energetica. Grazie alla collaborazione con la Fondazione Banco dell’Energia, la Società di San Vincenzo De Paoli non si è limitata a pagare le bollette, ma ha attuato un vero efficientamento domestico. Ciò ha significato analizzare i consumi delle famiglie e sostituire 126 elettrodomestici vecchi ed ‘energivori’ (come frigoriferi e lavatrici obsoleti) con modelli moderni a basso consumo. Questo intervento riduce stabilmente il costo delle bollette e insegna un uso consapevole delle risorse, trasformando un aiuto d’emergenza in un risparmio che dura nel tempo.
Dalla lotta alla povertà energetica, alla gestione di Casa Arietti a Candiolo, dove il social housing diventa condivisione, la Società di San Vincenzo De Paoli non lascia nessuno indietro. La missione dell’Associazione raggiunge persino il silenzio dei 58 monasteri di clausura sostenuti in tutta Italia dalla Conferenza San Pio X: un legame di preghiera e aiuto che unisce il trambusto della città alla pace delle grate.
Con 906 volontari e una storia iniziata nel 1850, il Consiglio Centrale di Torino continua a camminare accanto all’uomo attraverso una prossimità che non si arrende, cercando di rimuovere le cause della povertà per restituire a ogni persona la sua piena dignità.
Bologna si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Da oggi al 26 aprile 2026 la parrocchia Maria Regina Mundi di Bologna ospiterà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue. Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in un messaggio rivolto ai fedeli ha sottolineato: “Sono certo che le celebrazioni e le iniziative previste sapranno coinvolgere la comunità parrocchiale e l’intero quartiere nella riscoperta della bellezza e della novità del Vangelo, in particolare la Missione popolare di aprile, nello spirito e secondo il carisma dei Missionari del Preziosissimo Sangue, e la settimana Eucaristica itinerante di giugno. Desidero far giungere il mio incoraggiamento, la mia preghiera e la mia benedizione per quanto intrapreso e sono felice di presiedere il rito del mandato missionario alle ore 18.
Ci disponiamo, dunque, a intraprendere questo cammino e preghiamo insieme, perché porti frutti spirituali all’intera comunità parrocchiale e alla nostra amata Chiesa di Bologna, sostenuti dalla materna intercessione della Beata Vergine di San Luca e dall’intercessione di san Petronio e di san Gaspare del Bufalo”.
A tali parole don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana, nonché direttore della Missione, ha evidenziato il servizio missionario offerto dalla Congregazione: “La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, continua ancora oggi a offrire un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario…
La Missione al popolo è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di ‘uscire’, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza”.
In un passaggio della lettera ai parrocchiani, firmata dal parroco don Francesco Bonanno e dai viceparroci don Federico Maria Rossi e don Oscar Giacomo Ligato, si legge: “Questo è un tempo di Grazia per noi, per la nostra comunità, per il territorio in cui viviamo. Questo è un tempo per scoprire che il poco che non sapevamo di avere, benedetto da Lui, diventa nutrimento per tanti”.
Tra gli appuntamenti cardine, domenica 19 aprile alle ore 11.00 si terrà l’intronizzazione della Madonna di San Luca e, nella stessa giornata, alle ore 18.00, si svolgerà la Marcia per la Pace lungo le vie del quartiere. La Madonna di San Luca resterà in parrocchia fino a domenica 26 aprile, giorno di chiusura della Missione popolare. Durante le due settimane di predicazione, ci sarà la presenza di diversi Missionari del Preziosissimo Sangue, seminaristi della stessa Congregazione, suore Adoratrici del Sangue di Cristo, famiglie missionarie e numerosi giovani laici.
Papa Leone XIV: essere vicino agli ultimi
“Sono passati ormai quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina. Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti: quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni”: dopo la preghiera dell’Angelus, papa Leone XIV ha rinnovato l’appello per la pace in Ucraina dopo quattro anni di conflitto.
Nell’appello ha ribadito che la pace è un’esigenza urgente: “La pace non può essere rimandata: è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili. Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate-il-fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.
Quindi ha chiesto di preghiera: “Invito tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace”.
Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato che Gesù ha provato l’umanità: “Dopo aver digiunato per quaranta giorni, sente il peso della sua umanità: a livello fisico la fame e a livello morale le tentazioni del diavolo. Prova la stessa fatica che tutti sperimentiamo nel nostro cammino e, resistendo al demonio, mostra a noi come vincerne gli inganni e le insidie”.
Ed ecco che la Quaresima è occasione di riscoprire un cammino di conversione: “La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita. Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa, e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera”.
E’ stato un invito al silenzio dai social: “In questo tempo di grazia, pratichiamola generosamente, assieme all’orazione e alle opere di misericordia: diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone. Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità. Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati. Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario”.
Mentre questa mattina il papa ha visitato la parrocchia romana del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, accanto al crocevia della grande stazione ferroviaria dove ‘in pochi metri’ c’è chi parte con la ‘spensieratezza’ garantita dalle comodità e chi, invece, non ha un tetto: “La Quaresima è un tempo liturgico intenso, che ci offre l’occasione di riscoprire la ricchezza del nostro Battesimo, per vivere da creature pienamente rinnovate grazie all’incarnazione, alla morte e alla risurrezione di Gesù”.
Nel commento alle letture odierne il papa ha sottolineato la libertà offerta da Dio: “Il racconto della Genesi ci riporta alla nostra condizione di creature, messe alla prova non tanto da un divieto, come spesso si crede, quanto da una possibilità: la possibilità di una relazione. L’essere umano è cioè libero di riconoscere e accogliere l’alterità del Creatore, il quale riconosce e accoglie l’alterità delle creature”.
Ma questa libertà è insinuata dal ‘serpente’: “Per impedire tale possibilità, il serpente insinua la presunzione di poter azzerare ogni differenza tra le creature e il Creatore, seducendo l’uomo e la donna con l’illusione di diventare come Dio. Satana li spinge a impossessarsi di qualcosa che, così dice, Dio vorrebbe negare loro per mantenerli sempre in uno stato di inferiorità. Questo affresco della Genesi è un capolavoro insuperato che rappresenta il dramma della libertà”.
Le tentazioni a cui Gesù si è sottoposto offrono una diversa chiave di lettura: “La scena delle tentazioni di Cristo, in fondo, affronta questo drammatico interrogativo. Essa ci conduce a scoprire la vera umanità di Gesù che, come insegna la Costituzione conciliare Gaudium et spes, rivela l’uomo a sé stesso: ‘Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’.
Infatti vediamo il Figlio di Dio che, opponendosi alle insidie dell’antico Avversario, ci mostra l’uomo nuovo, l’uomo libero, epifania della libertà che si realizza dicendo ‘sì’ a Dio. Questa nuova umanità nasce dal fonte battesimale”.
Tale libertà è data dal battesimo: “Anzitutto è il Sacramento stesso ad essere dinamico, perché ciò che offre non si esaurisce all’interno dello spazio e del tempo del rito, ma è una grazia che accompagna costantemente la vita intera, sostenendo la nostra sequela di Cristo. Ma il Battesimo è dinamico anche perché ci mette sempre di nuovo in cammino, dal momento che la grazia è una voce interiore che ci sollecita a conformarci a Gesù, liberando la nostra libertà perché essa trovi compimento nell’amore di Dio e del prossimo”.
Quindi l’invito ad essere un ‘presidio di prossimità’: “Per questo, carissimi, incontrandovi oggi vedo in voi uno speciale presidio di prossimità, di vicinanza dentro le sfide di questo territorio. In esso infatti sono numerosi i giovani universitari, i pendolari che vanno e vengono per motivi di lavoro, gli immigrati in cerca di occupazione, i giovani rifugiati che hanno trovato nella sede qui a fianco, per iniziativa dei Salesiani, la possibilità di incontrare coetanei italiani e realizzare progetti di integrazione; e poi ci sono i nostri fratelli che non hanno una casa e che trovano accoglienza negli spazi della Caritas di via Marsala”.
Invito preciso ad essere lievito: “In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i Salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a non trascurare sanità e sicurezza
“Apprezzo molto l’argomento che avete scelto per il vostro incontro di quest’anno: Healthcare for All. Sustainability and Equity. Esso è di grande importanza, sia per l’attualità, sia dal punto di vista simbolico. Infatti, in un mondo lacerato da conflitti, che assorbono enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative per produrre armi e altri dispositivi bellici, è quanto mai significativo dedicare tempo, forze e competenze per tutelare la vita e la salute”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, ricordando che in un mondo lacerato dai conflitti è necessario dedicare ogni sforzo alla tutela della vita.
Per questo ha raccomandato un approccio globale, perché la salute si costruisce integrando tutte le dimensioni sociali ed attraverso la pratica del bene comune: “Un primo aspetto che desidero sottolineare è il legame tra la salute di tutti e la salute di ciascuno. La pandemia del Covid-19 ce l’ha dimostrato in modo talvolta brutale. E’ apparso evidente quanto la reciprocità e l’interdipendenza stiano alla base della nostra salute e della vita stessa”.
Anche per il papa occorre individuare precise strategie sanitarie per la tutela della salute: “Lo studio di tale interdipendenza richiede il dialogo tra diversi saperi: la medicina, la politica, l’etica, il management e altri; come in un mosaico, la cui riuscita dipende sia dalla scelta delle tessere sia dalla loro combinazione. Infatti, a proposito dei sistemi sanitari e della salute pubblica, si tratta da una parte di comprendere i fenomeni e dall’altra di individuare azioni politiche, sociali e tecnologiche che riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente e l’intera società”.
Questa tutela richiede responsabilità: “La nostra responsabilità quindi risiede, oltre che nel prendere provvedimenti per trattare le malattie e garantire equità nell’accesso alle cure, anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da un insieme di fattori, e ciò chiede di essere esaminato e affrontato nella sua complessità”.
Ed ecco l’importanza della prevenzione: “Incontriamo qui il tema della prevenzione, che pure comporta una prospettiva ampia: le situazioni in cui le comunità vivono, che sono frutto di politiche sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute e sulla vita delle persone. Quando esaminiamo la speranza di vita, e di vita in salute, in diversi Paesi e in diversi gruppi sociali, scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili come, ad esempio, il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza”.
Quindi causa della mancata prevenzione è anche la guerra: “E purtroppo oggi non possiamo tralasciare le guerre, che coinvolgono strutture civili, inclusi gli ospedali, e costituiscono il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica. Spesso si afferma che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, ma tale affermazione risulta ipocrita se al contempo ci si disinteressa delle cause strutturali e delle scelte operative che determinano le diseguaglianze. Nonostante le dichiarazioni e i proclami, nei fatti non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è tutelata né promossa per tutti nello stesso modo”.
In questo contesto la nozione di ‘One health’, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità come un approccio multidisciplinare, integrato e globale, rappresenta una strada da perseguire per uno sviluppo equilibrato: “Ci può essere di aiuto la nozione di ‘One health’, come base per un approccio globale, multidisciplinare e integrato alle questioni sanitarie. Essa sottolinea la dimensione ambientale e l’interdipendenza delle molteplici forme di vita e dei fattori ecologici che ne consentono lo sviluppo equilibrato. E’ importante crescere nella consapevolezza che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature”.
Tale ‘nozione’ permette l’integrazione della sanità nella vita: “Tradotto in termini di azione pubblica, One health richiede l’integrazione della dimensione sanitaria in tutte le politiche (trasporti, alloggi, agricoltura, occupazione, educazione, e così via), nella consapevolezza che la salute tocca tutte le dimensioni della vita. Abbiamo dunque bisogno di rendere più solide la nostra comprensione e la nostra pratica del bene comune, perché non venga trascurato sotto la pressione di interessi particolari, individuali e nazionali”.
Quindi il bene comune ha bisogno di relazioni per non essere astrazione: “Il bene comune, che costituisce uno dei principi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa, rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso affonda le sue radici nella pratica concreta delle relazioni di prossimità tra le persone e dei legami vissuti tra i cittadini. E’ questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica che favorisce la partecipazione ed è capace di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia”.
Solo attraverso la cura delle relazioni si potrà sviluppare una fiducia nella sanità: “Occorre recuperare il collegamento con l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché si trova in situazione di bisogno o di malattia, ma perché condivide una condizione esistenziale di vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri umani. Solo così saremo in grado di sviluppare sistemi sanitari più efficaci e più sostenibili, in grado di soddisfare i bisogni di salute in un mondo dalle risorse limitate e di ripristinare la fiducia nella medicina e negli operatori sanitari, malgrado la disinformazione e lo scetticismo nei confronti della scienza”.
Mentre, ricevendo i prefetti il papa ha ricordato la similitudine tra il vescovo ed il prefetto: “Tale parentela storica contrassegna tutt’oggi la vostra missione, volta a servire lo Stato garantendo l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini. Specialmente il nostro tempo, segnato da conflitti e tensioni internazionali, evidenzia l’importanza di tutelare il bene comune, che è irriducibile ad aspetti materiali, giacché riguarda anzitutto il patrimonio morale e spirituale della Repubblica italiana”.
La ‘vigilanza’è a tutela dei cittadini: “Questi valori trovano nella civile convivenza la migliore condizione per diffondersi e progredire. Vigilando sulla concordia sociale, il Prefetto contribuisce a tutelare il presupposto irrinunciabile della libertà e dei diritti dei cittadini. Tutta la popolazione beneficia di questo servizio, soprattutto le fasce più deboli. Infatti, quando lo spazio civico è libero da disordini, i poveri trovano più agevolmente accoglienza, gli anziani sperimentano maggiore tranquillità, migliorano i servizi destinati alle famiglie, ai malati e ai giovani, favorendo uno sguardo più fiducioso sul futuro”.
Quindi per mantenere l’ordine è necessaria la lucidità della mente: “Sapete bene quale disciplina interiore sia richiesta per governare e promuovere l’ordine del proprio pensiero, prima che quello della Repubblica; appunto per questo, servire la Nazione significa dedicarsi con mente limpida e coscienza integra alla collettività, cioè al bene comune del popolo italiano. In tal senso, l’alta carica che ricoprite esige una duplice testimonianza.
La prima si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato; la seconda si attua connettendo responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio di dedizione dato ai vostri concittadini, specialmente alle nuove generazioni. In proposito, auspico che la vostra autorevolezza contribuisca a migliorare il volto della burocrazia, cooperando a rendere sempre più virtuosa la cura della società”.
Senza dimenticare la solidarietà: “Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana. Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione. Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie”.
(Foto: Santa Sede)
‘La pace sia con tutti voi’: per papa Leone XIV la pace è disarmante
“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
Così inizia il messaggio di papa Leone XVI per la 59^ Giornata mondiale della Pace, intitolata ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, presentata alcuni giorni fa dal prof. Tommaso Greco, docente ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; don Pero Miličević, parroco della parrocchia di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); dalla dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro e dal card. Michael Czerny, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricordando che la pace non è un sogno ‘utopico’ con particolare riferimento al viaggio apostolico del papa in Libano:
“Il messaggio di papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare ‘dominio sugli altri’ e di usare ‘pensieri e parole’ come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso ‘libido dominandi’, la famosa brama di dominio”.
Da qui nasce l’importanza di disarmare il ‘cuore’: “Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un ‘senso del realismo’ distorto o addirittura perduto. ‘Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato’. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace”.
Ed ha concluso con un riferimento alla ‘Città di Dio’ di sant’Agostino: “Scrive: ‘Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione’. E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, ‘ha perduto il sentimento d’umanità’… Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone”.
Anche il prof. Greco ha ribadito la necessità di credere nella ‘realtà’ della pace: “Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci”.
La pace è una sfida che interessa al cristiano: “Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza (o addirittura di ‘intelligenza’ con il male) in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene”.
Ed ha specificato cosa significa ‘scegliere la pace’: “Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli…
Se il cristiano (anche e soprattutto il politico cristiano) crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore”.
Mentre don Pero Miličević ha ricordato un episodio: “Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte.
Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli.
Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo”.
Concludendo l’intervento ha sottolineato che la fede può far superare l’odio: “Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace.
Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, ed ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto”.
Infine anche Agnese Maria Moro ha sottolineato che il perdono nasce dall’incontro: “Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti… Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono ‘equiprossimi’, vicini a tutti e ad ognuno”.
E solo dall’ascolto può nascere il perdono: “L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso.
Dell’onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate”.
(Foto: Vatican Media)
Priverno si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Dal 12 al 26 ottobre 2025, nella parrocchia Concattedrale Santa Maria ed in quella di Sant’Antonio Abate di Priverno (LT), si terrà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue, dal titolo: «“Chi è freddo non riscalda!” (San Gaspare del Bufalo) – Sangue di Cristo, fermento di missione».
Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, in un messaggio rivolto ai fedeli sottolinea: «La Missione popolare è da tempo immemorabile una forma straordinaria di evangelizzazione e di animazione pastorale della vita di fede nelle comunità cristiane. La decisione di promuoverne una a Priverno, con la collaborazione dei religiosi Missionari del Preziosissimo Sangue, offre una occasione preziosa di rilancio dell’impegno per una vita cristiana sempre più autentica e coinvolgente. Se c’è una cosa di cui abbiamo particolarmente bisogno in questo tempo è l’entusiasmo della fede e la solidità delle convinzioni e delle motivazioni destinate ad alimentare la vita di fede dei singoli fedeli e della comunità ecclesiale tutta.
Tutto questo assume un significato peculiare nel corso dell’Anno giubilare, che invita alla speranza nel cuore e nell’azione di singoli e di comunità. In questo impegno volto al rilancio del senso cristiano della vita non si perdano di vista gli orientamenti che la Chiesa diocesana ha intrapreso in questi anni, con la cura delle giovani generazioni in tutte le fasce di età, dall’infanzia alla giovinezza, e con la costituzione di gruppi di parrocchie chiamate a collaborare in unità di intenti e di azione».
«La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, porta avanti ancora oggi – dopo oltre due secoli – un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario» – afferma don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
«La Missione popolare – continua don Flavio – è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di “uscire”, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche. La presenza dei missionari si radica nella concretezza delle comunità, ascoltando i bisogni reali del territorio e incontrando le persone negli spazi pubblici e nei momenti semplici della vita di ogni giorno.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza».
Il parroco di Priverno, don Alessandro Trani,aggiunge: «È da circa un anno che ci prepariamo a vivere la Missione popolare che raggiungerà ogni realtà specifica del nostro paese. La missione vuole donare un messaggio di vita, di rinascita, di speranza e di fede rinnovata, che possa sensibilizzare ogni cuore verso una condivisione del vivere civile e del rispetto umano, per crescere nella fede in un Dio, che ci ama per quello che siamo: figli e figlie».
A Torino il festival della missione: il Volto Prossimo
Ottobre è mese di missione e quest’anno soffia nello stesso vento del giubileo della Speranza; e nonostante il contesto di guerra e crisi, essa resta seme di fiducia: un invito ad essere, come dice san Paolo, ‘lieti nella speranza’, attraverso una storia che parla ancora e che ha un nome preciso: p. Ezechiele Ramin, che da missionario comboniano, arrivò in Brasile negli anni ’80 per difendere i diritti degli indios Surui e dei contadini senza terra. Il 24 luglio 1985 fu ucciso durante una missione di pace, quando non aveva ancora compiuto 33 anni.
P. Ramin amava disegnare, tantoché nei suoi taccuini trovavano posto volti, mani, alberi, parabole: quei disegni sono diventati la mostra ‘Passione Amazzonia’, ospitata al Sermig di Torino, inaugurata lo scorso 19 settembre in apertura del pre-festival, sul tema ‘Conquistare la pace e organizzare la speranza’.
Dodici pannelli, dodici stazioni: la Passione di Cristo raccontata attraverso la passione dei popoli amazzonici. Una via crucis che non finisce nel dolore, ma si apre alla speranza di una terra che rinasce. La mostra è un invito ad andare oltre, a cogliere la trasfigurazione della realtà e il suo significato più profondo, che solo uno sguardo e un’esperienza di fede rendono accessibile.
Il terzo festival della Missione , intitolato ‘Il Volto Prossimo’, è in programma a Torino da oggi fino a domenica 12 ottobre, promosso dalla Conferenza Episcopale Piemonte-Valle d’Aosta (CEP), da CIMI (Conferenza Istituti Missionari in Italia) e Fondazione ‘MISSIO’ Italia con la direzione artistica della giornalista Lucia Capuzzi e di Alessandro Galassi, regista e documentarista, a cui abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di un festival della missione:
“Perché la missione non è un capitolo a margine della vita ecclesiale, ma la sua ragione stessa. Non riguarda soltanto ‘alcuni inviati lontano’, ma interpella ogni battezzato e ogni comunità, chiamati a vivere la gioia del Vangelo nel cuore del mondo. Un Festival diventa allora spazio di incontro, piazza aperta in cui credenti e non credenti, uomini e donne di culture e religioni diverse possono confrontarsi sulle grandi domande del presente: giustizia, pace, ecologia, dialogo. E’ un tempo per ridare voce a chi non ha voce, per portare al centro della città e del dibattito ciò che di solito resta ai margini”.
Per quale motivo ‘Il Volto Prossimo’?
“In continuità con l’ispirazione tematica del Festival della Missione 2022 ‘Vivere perdono’, alla luce del Giubileo ‘Pellegrini di speranza’ proposto da papa Francesco e facendo tesoro delle ‘Piste tematiche’ suggerite dalla Commissione Scientifica per il Festival della Missione 2025, la direzione generale e la direzione artistica hanno scelto come tema ‘il VoltoProssimo’. A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù ad ogni donna e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli-missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.
Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di ‘farsi più vicini’ a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le ‘buone’ ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto”.
Ma qual è ‘il Volto Prossimo’?
“E’ il tema scelto per questa edizione, che raccoglie il mandato evangelico di farsi vicini. Non un concetto astratto, ma un gesto concreto: accorciare le distanze, guardare nel volto dell’altro e riconoscervi un frammento di Dio. Prossimo è chi ci vive accanto, ma anche chi il mondo considera lontano, diverso, scomodo. Farsi prossimi significa ribaltare categorie di potere, di esclusione e di indifferenza, come fece il Samaritano di fronte all’uomo ferito. In ogni volto incontrato brilla la possibilità di un’umanità nuova”.
In quale modo la missione può conquistare la pace?
“Non con le armi né con la forza, ma con la vicinanza e il dialogo. I missionari e le missionarie percorrono i sentieri del mondo non come conquistatori, ma come artigiani di fraternità. Ogni volta che curano una ferita, condividono un pasto, difendono i diritti di una comunità, si oppongono alle logiche di guerra e di sfruttamento, generano pace. E’ la pace del Vangelo, che nasce dall’incontro e non dall’imposizione, dal coraggio di sedersi accanto e di restare anche quando tutto invita a fuggire.
Non è un caso che il Festival ricordi p. Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Brasile nel 1985 mentre difendeva i senza terra e le popolazioni indigene. La sua vita, spezzata a soli 32 anni, continua a parlare di un Vangelo incarnato fino in fondo, vissuto come dono e responsabilità verso i più poveri”.
Papa Francesco ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale Missionaria, ‘Missionari di speranza tra le genti’: “Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza… e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure’. Come essere oggi missionari di speranza tra le genti?
“Significa non arrendersi al cinismo e alla rassegnazione. Significa raccontare che un altro mondo è possibile e già germoglia nei piccoli segni di solidarietà, nelle esperienze di comunità che accolgono migranti, che custodiscono la terra, che difendono i diritti violati. La speranza non è illusione, ma forza che si traduce in gesti quotidiani di cura, in alleanze trasversali, in scelte concrete di sobrietà e di giustizia.
Le comunità cristiane, in questo orizzonte, possono essere segni di nuova umanità. Non spazi chiusi o autoreferenziali, ma luoghi di fraternità e di apertura, di ascolto e di dialogo. Comunità che non temono di sporcarsi le mani, che accolgono senza etichette, che testimoniano la bellezza del Vangelo nella gioia e nella condivisione. Una Chiesa che si fa tenda, casa aperta, ospedale da campo: così il Volto di Cristo si riflette nei volti di ogni donna e uomo, e la missione diventa cammino comune verso un futuro di pace”.
Programma sul sito: https://www.festivaldellamissione.it/programma/festival-2025


























