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‘La pace sia con te!’: in dialogo con Maurizio Certini sulla realtà della pace

“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Così scrive papa Leone XIV ha scritto all’inizio del suo primo messaggio per la Giornata mondiale, intitolato ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, che sono anche le prime parole che ha pronunciato appena eletto papa: “La pace sia con tutti voi. Questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore. Vorrei che la pace raggiungesse le vostre famiglie, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi. Una pace disarmata, disarmante, umile. Dio ci ama tutti, incondizionatamente”.

Parole sempre al centro del magistero papale: a Maurizio Certini, consigliere della Rete ‘MareNostrum Consiglio dei giovani del Mediterraneo’ e della Fondazione ‘Giorgio La Pira’, che lo scorso anno ha ‘festeggiato’ 50 anni di attività, chiediamo di indicarci in quale modo una pace disarmata può essere disarmante: “La pace disarmante è l’atteggiamento di san Francesco di Assisi di fronte al lupo, o di Gesù che invita san Pietro a riporre la spada nel fodero; ma estendendo è anche l’atteggiamento di un Gandhi o di un Luther King, con il quale si sceglie di perseguire la via della nonviolenza e del negoziato, come azione trasformativa di fronte alla violenza strutturale della società in cui si vive. Certamente è una via rischiosa, ma quanto più rischiosa è la scelta della violenza e della guerra e quanto dolorose per tutti le sue conseguenze?

E’ un atteggiamento che muove da un cuore pacificato che guarda l’altro negli occhi e che, decentrandosi, cerca di capire le ragioni dell’altro, perché è il riconoscimento dell’altro che ci umanizza. La violenza è sempre disumana e non può mai risolvere i conflitti. La pace disarmata è l’atteggiamento evangelico in virtù del quale ci si fa prossimo all’altro, per proseguire insieme il cammino della pace. E’ un percorso che tende alla reciprocità e che per questo accetta di correre dei rischi decidendo di fare il primo passo, con il cuore, ma anche con l’intelligenza e con la ragione”.

Questa pace, che il papa descrive, può cambiare il nostro sguardo sulla realtà?

“Il messaggio del Santo Padre del primo gennaio è molto chiaro. E’ un invito ad andare alla radice del Vangelo ed è anche una denuncia fortissima della pericolosa corsa al riarmo presente in tutto il mondo, con un aumento esponenziale delle spese per il comparto militare che porta a una pericolosissima spirale della violenza, peraltro a scapito del sostegno alla scuola, alla sanità, all’ambiente. Il papa si pone peraltro in modo fortemente critico rispetto alle ragioni che invocano la deterrenza nucleare od il ‘diritto della forza’ rispetto alla forza del diritto internazionale. Sollecita il rafforzamento delle Istituzioni sovranazionali come garanti del diritto dei popoli alla pace e del dovere degli Stati di perseguirla mirando al bene comune di tutta l’umanità.

Mette in guardia dalle stratosferiche concentrazioni degli interessi finanziari che orientano verso il riarmo e dalla strumentalizzazione della religione che benedice o giustifica la guerra e i nazionalismi che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia. Chiama tutto ciò ‘Blasfemia che oscura il nome di Dio’.  Detto questo, con molto realismo, il papa ci riporta alla forza mite del Vangelo e ci ricorda come la pace sia un processo permanente che prende vita dal cuore di ciascuno, dal cortile di casa fino ai confini della Terra, invitando le comunità religiose a operare in tal senso per orientare la politica verso strategie di giustizia e di pace”.

Nell’Angelus di venerdì 26 dicembre papa Leone XIV ha affermato chiaramente ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici’. Perché chi crede alla pace è ridicolizzato?

“Perché si parte da un pregiudizio che inficia la dignità stessa dell’essere umano. Cioè che la realtà umana è fatta in un certo modo e che occorre l’uso della forza come metodo quando il fine che si vuol perseguire si ritiene sia giusto. Ma il fine non giustifica i mezzi. Gandhi poneva un paragone: ‘…il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero: tra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero’. Ma Gandhi, come La Pira, avevano capito che la pace non è solo un’opzione etica, ma una necessità pratica perché alla pace non c’è alternativa”.

Allora a quale compito di pace è chiamato il cristiano?

“In ogni circostanza, all’interno dei propri ‘mondi vitali’ il cristiano è un ‘costruttore di pace’ o non è”.

‘La risposta è evidente: la pace, l’amicizia, la solidarietà reciproche fra questi popoli e queste nazioni. La pace, l’amicizia e la solidarietà fra Israele e Ismaele; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra i popoli prima colonizzati e quelli prima colonizzatori; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra tutte le nazioni cristiane, arabe e la nazione di Israele. Questa pace del Mediterraneo sarà inoltre come l’inizio e il fondamento della pace fra tutte le nazioni del mondo”: questa frase del venerabile Giorgio La Pira chiudeva il suo primo discorso di apertura del Primo Colloquio Mediterraneo (3 ottobre 1958) con l’invito alle religioni ad essere via di pace: in quale modo le religioni possono condurre nella via della pace?

“L’opera di Giorgio La Pira è stata sempre all’avanguardia. Riferendosi alle tre religioni del Libro, parlava di famiglia abramitica e della necessità del dialogo. Vedeva nella pace di Gerusalemme l’anticipazione della pace mondiale. Aveva capito che c’è un ruolo fondamentale delle religioni nella promozione di forme organizzate di cooperazione internazionale, di reciproca solidarietà, che coinvolgono direttamente porzioni vaste della società civile e oltrepassano i confini degli Stati, orientando all’idea del ‘mondo unito’, alla costruzione della ‘casa comune’.

La Pira non era un ingenuo. Vedeva come la politica del disarmo dovesse essere strettamente connessa con la politica dello sviluppo comune, rispettoso dell’ambiente, inserito in una profonda trasformazione dell’intero sistema economico mondiale di cooperazione tra i popoli: un rapporto non accomodante, né rinunciatario, né inerte: una scelta che implica da una parte il rinnovamento delle strutture (‘strutture di peccato’), dall’altra una profonda ‘metanoia’ dei singoli e delle comunità”.

‘La scelta apocalittica è inevitabile: o la pace millenaria o la distruzione del genere umano e del pianeta’, scriveva nel 1971 il venerabile Giorgio La Pira. Riprendendo il titolo di un suo libro (‘L’utopia salverà la storia’) per quale motivo per Giorgio La Pira la pace è l’utopia che salverà il mondo?

“L’utopia salverà la storia, sono parole di papa san Paolo VI. Per La Pira, dopo Hiroshima, ci troviamo di fronte ad una alternativa: la pace oppure la distruzione del pianeta. Occorre scegliere. La Pira diceva con sano realismo che Utopia significa ‘rendere possibile il futuro probabile’. Allora occorre chiedersi: ‘Quale futuro vogliamo per i nostri figli e per nostri nipoti? Quale mondo lasciamo alle generazioni future?’… ed agire di conseguenza.

Il mondo così com’è non lo ha fatto un genio maligno, ma lo hanno fatto gli uomini. Gli stessi uomini ne possono costruire uno migliore. E ciascuno, come diceva La Pira, può dare il proprio colpo di remo alla ‘barca della Storia’, sulla quale si trova tutto il genere umano, per condurla verso il porto della pace”.

(Foto: Rete Mare Nostrum)

Papa Leone XIV invita ad una pace disarmata e disarmante

Papa Leone XIV

“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Inizia con questo saluto il primo messaggio di papa Leone XIV per la LIX giornata mondiale per la pace, che si celebra oggi, dal titolo ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, che è quella di Gesù dopo la resurrezione agli apostoli intimoriti: “Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile : Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi”.

Quindi ‘vedere’ una luce è ‘necessario’: “Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida ‘basta’, alla pace si sussurra ‘per sempre’. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che papa Francesco ha definito ‘terza guerra mondiale a pezzi’, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte”.

Quindi l’invito del papa a tutti è un’apertura alla pace: “Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. E’ un principio che guida e determina le nostre scelte”.

Questa apertura alla pace è quella di Gesù nella sera dopo la resurrezione: “Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. E’ il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme”.

La pace di Gesù è ‘disarmata’: “La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza. E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza”.

Il messaggio del papa è un invito a non raggiungere la pace attraverso la guerra: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”.

E’ un chiaro segnale a non alimentare la guerra con proclami pacifisti per aumentare le spese militari: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità.

Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Per questo è necessaria una pace disarmante: “La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore”.

Quindi richiamando l’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII il messaggio papale invita a tenere ‘viva’ la speranza della pace: “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di ‘atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana’.

Se infatti ‘il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori’, ad una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala”.

‘La pace sia con tutti voi’: per papa Leone XIV la pace è disarmante

“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Così inizia il messaggio di papa Leone XVI per la 59^ Giornata mondiale della Pace, intitolata ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, presentata alcuni giorni fa dal prof. Tommaso Greco, docente ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; don Pero Miličević, parroco della parrocchia di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); dalla dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro e dal card. Michael Czerny, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricordando che la pace non è un sogno ‘utopico’ con particolare riferimento al viaggio apostolico del papa in Libano:

“Il messaggio di papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare ‘dominio sugli altri’ e di usare ‘pensieri e parole’ come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso ‘libido dominandi’, la famosa brama di dominio”.

Da qui nasce l’importanza di disarmare il ‘cuore’: “Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un ‘senso del realismo’ distorto o addirittura perduto. ‘Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato’. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace”.

Ed ha concluso con un riferimento alla ‘Città di Dio’ di sant’Agostino: “Scrive: ‘Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione’. E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, ‘ha perduto il sentimento d’umanità’… Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone”.

Anche il prof. Greco ha ribadito la necessità di credere nella ‘realtà’ della pace: “Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci”.

La pace è una sfida che interessa al cristiano: “Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza (o addirittura di ‘intelligenza’ con il male) in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene”.

Ed ha specificato cosa significa ‘scegliere la pace’: “Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli…

Se il cristiano (anche e soprattutto il politico cristiano) crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore”.

Mentre don Pero Miličević ha ricordato un episodio: “Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte.

Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli.

Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo”.

Concludendo l’intervento ha sottolineato che la fede può far superare l’odio: “Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace.

Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, ed ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto”.

Infine anche Agnese Maria Moro ha sottolineato che il perdono nasce dall’incontro: “Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti… Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono ‘equiprossimi’, vicini a tutti e ad ognuno”.

E solo dall’ascolto può nascere il perdono: “L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso.

Dell’onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate”.

(Foto: Vatican Media)

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