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Papa Leone XIV invita i giovani statunitensi a sognare

“Ora è il momento di sognare in grande, di essere aperti a ciò che Dio può fare attraverso le vostre vite. Essere giovani spesso porta con sé il desiderio di fare qualcosa di significativo, qualcosa che faccia davvero la differenza. Molti di voi sono pronti ad essere generosi, ad aiutare coloro che amano, a lavorare per qualcosa di più grande di voi stessi. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, non siamo fatti per la comodità. Siamo fatti per la grandezza. Siamo fatti per Dio stesso”: così ha detto papa Leone XIV ai 16.000 giovani cattolici statunitensi riuniti al Lucas Oil Stadium di Indianapolis, che domani concludono l’incontro della National Catholic Youth Conference, il più grande evento annuale che raduna i giovani cattolici degli Usa.

Le riflessioni dei giovani delle high schools hanno toccato temi come la preghiera, le fragilità, il perdono, l’Intelligenza Artificiale ed il futuro della Chiesa, a cui il papa ha proposto di seguire la strada della santità:  “Il mondo ha bisogno di famiglie sante che trasmettano la fede e mostrino l’amore di Dio nella vita quotidiana. Se sentite di poter essere chiamati al matrimonio, pregate per un coniuge che vi aiuti a crescere nella santità e nella fede. Alcuni di voi potrebbero essere chiamati al sacerdozio. Se sentite questa chiamata nel cuore, non ignoratela. Parlate con un sacerdote di cui vi fidate. Altri potrebbero essere chiamati alla vita consacrata, per essere testimoni di una vita gioiosa, completamente donata a Dio. Non abbiate paura. Chiedete al Signore di guidarvi, di mostrarvi il Suo piano. Confidate in Gesù”.

E’ stato un invito a non disperare del perdono di Dio: “Potremmo avere difficoltà a perdonare, ma il cuore di Dio è diverso. Dio non smette mai di invitarci a tornare a Lui. Quindi sì, può essere scoraggiante quando cadiamo. Ma non concentratevi solo sui vostri peccati. Guardate a Gesù, confidate nella sua misericordia e andate da lui con fiducia. Lui vi accoglierà sempre a casa… Pensate ai vostri amici più cari. Se stessero soffrendo, parlereste con loro, li ascoltereste e restereste loro vicino. Il nostro rapporto con Gesù è simile”.

Ma non poteva mancare una domanda sull’intelligenza artificiale: “L’intelligenza artificiale sta diventando una delle caratteristiche distintive del nostro tempo. Usare l’intelligenza artificiale in modo responsabile significa usarla in modi che ti aiutano a crescere, mai in modi che ti distraggono dalla tua dignità o dalla tua chiamata alla santità. L’intelligenza artificiale può elaborare le informazioni rapidamente, ma non può sostituire l’intelligenza…

La tecnologia può davvero aiutarci in molti modi, anche nel vivere la nostra fede cristiana. Ci offre strumenti incredibili per pregare, per leggere la Bibbia, per approfondire ciò in cui crediamo. E ci permette di condividere il Vangelo con persone che altrimenti non incontreremmo di persona. Ma non potrà mai sostituire le relazioni reali, faccia a faccia”.

Ed ecco l’invito a seguire l’esempio di san Carlo Acutis: “Quindi, sebbene la tecnologia possa metterci in contatto, non è la stessa cosa che essere fisicamente presenti. Dobbiamo usarla con saggezza, senza lasciare che offuschi le nostre relazioni. L’esempio virtuoso è quello di san Carlo Acutis, che metteva le sue capacità tecnologiche al servizio degli altri, esercitando disciplina e mantenendo ‘chiare’ le sue priorità.

Cari amici, vi incoraggio a seguire l’esempio di Carlo Acutis: siate consapevoli del tempo che trascorrete davanti allo schermo e assicuratevi che la tecnologia sia al servizio della vostra vita, e non il contrario”.

Però i giovani hanno la necessità di comunicare il proprio ‘stato d’animo’ ed il papa ha consigliato di affidarsi ad amici che riescono ad essere stimolo: “Nel mio tempo trascorso con i giovani ho visto come portiate gioie e speranze autentiche, ma anche difficoltà e fardelli pesanti. Dio si fa tuttavia sempre vicino, anche tramite le persone che mette sul nostro cammino.

Quando trovate qualcuno di cui vi fidate veramente, non abbiate paura di aprire il vostro cuore. E’ molto importante avere fiducia autentica, ma quando la avete sappiate che loro potranno aiutarvi a capire cosa state provando e sostenervi lungo il cammino. E’ anche importante pregare per ricevere il dono di amici sinceri. Un vero amico non è solo qualcuno con cui è piacevole stare insieme (anche se questo è un aspetto positivo) ma qualcuno che ti aiuta ad avvicinarti a Gesù e ti incoraggia a diventare una persona migliore”.

Altra domanda ha riguardato i giovani nella Chiesa con l’invito del papa ad essere protagonisti, come ha fatto san Pier Giorgio Frassati: “Gesù desidera che tutti si avvicinino a lui, e vedo questo desiderio soprattutto quando incontro giovani che cercano sinceramente Dio. La Chiesa ha bisogno di tutti noi, compresi voi, mentre avanziamo verso il futuro che Dio sta preparando…

Voi non siete solo il futuro della Chiesa, voi siete il presente! Le vostre voci, le vostre idee, la vostra fede sono importanti oggi, e la Chiesa ha bisogno di voi. La Chiesa ha bisogno di quello che vi è stato dato per essere condiviso con noi…

La vera differenza, inoltre, nasce da una fede radicata nella quotidianità, mettendosi anche al servizio dei poveri, alla stregua di un altro giovane santo, Pier Giorgio Frassati. Vi invito quindi a riflettere su queste domande: Cosa posso offrire alla Chiesa per il futuro? Come posso aiutare gli altri a conoscere Cristo? Come posso costruire pace e amicizia intorno a me?”

Ed ecco l’invito a partecipare alla vita sociale con l’avviso a porre “attenzione a non usare categorie politiche per parlare di fede. La Chiesa non appartiene ad alcun partito politico; piuttosto, la Chiesa aiuta a formare la vostra coscienza affinché possiate pensare e agire con saggezza e amore”.

Infine ha chiesto ai giovani di non perdere occasione di sognare: “Ora è il momento di sognare in grande e di essere aperti a ciò che Dio può fare attraverso le vostre vite. Essere giovani spesso comporta il desiderio di fare qualcosa di significativo, qualcosa che faccia davvero la differenza. Molti di voi sono pronti a essere generosi, ad aiutare coloro che amano o a lavorare per qualcosa di più grande di voi stessi. … Nel profondo, desideriamo la verità, la bellezza e la bontà perché siamo stati creati per esse. E questo tesoro che cerchiamo ha un nome: Gesù, che vuole essere trovato da voi.

(Foto: Santa Sede)

A Tolentino un viaggio dal Medioevo alla Cina con ‘Il Cantico di frate Sole’

Venerdì 31 ottobre, al Politeama di Tolentino, dalle ore 9.30 si svolgerà l’incontro ‘Il Cantico di frate Sole. Dall’Italia medievale alla Cina: storia, scambi culturali e traduzioni’,  promosso dal Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’ insieme alla Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, all’Università di Macerata, alla Pontificia Università Antonianum e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, con il patrocinio del comune di Tolentino.

Il convegno esplorerà il dialogo tra spiritualità francescana e cultura cinese, che mira a tracciare un percorso affascinante che dal cuore dell’Umbria e delle Marche giunge fino alla Cina, seguendo le tracce del messaggio di San Francesco.

Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore.

Il cuore del convegno sarà l’approfondimento di come il messaggio francescano ed il ‘Cantico di Frate Sole’ abbiano attraversato secoli e culture, arrivando fino alla Cina, aperto dai saluti istituzionali dell’arch. Franco Casadidio, presidente del Comitato Beato Tommaso da Tolentino, del prof. Dario Grandoni, presidente della Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, del sindaco Mauro Sclavi e del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazzareno Marconi. L’introduzione musicale, a cura di p. Lorenzo Del Bene e la Compagnia delle Laudi, farà da suggestivo preludio agli interventi accademici.

P. Lorenzo Turchi, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma,affronterà l’origine ed il significato del testo sacro con l’intervento ‘La nascita del Cantico di Frate Sole’, mentre il prof. Roberto Lambertini, docente all’Università di Macerata, analizzerà il contesto storico e religioso con ‘Laudato sì, mii Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore: Francesco e i Frati Minori di fronte ai conflitti della società medievale’.

L’intervento più atteso, che getta un ponte tra Occidente e Oriente, sarà a cura della dott.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Cà Foscari  di Venezia, che con la relazione ‘Esperienze di traduzione del Francescani in Cina e la versione contemporanea del Cantico di Frate Sole’, illustrerà come i missionari francescani abbiano operato in Estremo Oriente e come il celebre inno di San Francesco sia stato recepito e tradotto nella lingua e cultura cinese.

Il convegno, moderato da p. Lorenzo Turchi, si configura non solo come un evento di studio, ma come un’occasione per riflettere sulla forza universale di un testo che, pur nato nel XIII secolo in Italia, continua a ispirare e a unire culture apparentemente distanti.

Per le Acli le armi producono guerra

Nell’ultima giornata del 56° Incontro nazionale di Studi delle Acli, svoltosi nell’ultimo week end di settembre, il presidente nazionale. Emiliano Manfredonia, ha richiamato il ruolo della politica in un tempo segnato da conflitti e paure: “La prospettiva ultima per i cristiani non è la sicurezza ma la Salvezza, perché la sicurezza, costruita dall’uomo, rischia di diventare chiusura e conflitto; la Salvezza invece è dono, si costruisce giorno per giorno nella giustizia, nel perdono, nella cura reciproca. E’ questo lo sguardo che serve oggi, oltre le paure, per ritessere la democrazia”.

Manfredonia ha poi ammonito sul rischio di ridurre la politica a strumento di stigmatizzazione e divisione: “La stessa paura, tradotta in azione politica, ad alcuni fornisce solo l’occasione per demonizzare un atto dall’alto valore profetico come quello della Flotilla, invece di sforzarsi di riconoscerne il valore e offrire mediazione, come hanno fatto i cardinali Zuppi e Pizzaballa e il presidente Mattarella”.

Un appello che si lega anche alla denuncia della corsa globale al riarmo: “La spesa militare mondiale ha raggiunto cifre record, e l’Europa rischia di sacrificare il Green Deal per il Re-ArmEu. Difendere la pace con la guerra è un paradosso che consegna debiti e insicurezza alle nuove generazioni. La pace, invece, è pienezza di vita, e richiede politiche di giustizia sociale, lavoro dignitoso e cooperazione internazionale”.

Nella relazione conclusiva il presidente aclista ha sottolineato la crisi nel mondo: “Il report annuale del Global Network Against Food Crises3 ha evidenziato come il 2025 sia il sesto anno consecutivo di crescita per il numero di persone afflitte dalla fame, anche a causa dei conflitti. Le stime parlano di oltre 300.000.000 di persone che si trovano in situazione di carestia: se ci pensiamo, è come se cinque volte la popolazione del nostro Paese si trovasse senza cibo e senza acqua.

Ed ancora i conflitti, così come l’insicurezza alimentare, il saccheggio dell’ambiente sono spesso alla radice anche del fenomeno migratorio, dei grandi spostamenti di intere comunità. Il numero di persone sfollate è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio: come riportato dalle Nazioni Unite, alla fine di aprile scorso il flusso migratorio forzato ha riguardato oltre 120.00.000 di persone”.

E si amplia sempre più il divario tra ricchi e poveri: “Parallelamente, mentre nel mondo si registrano sempre più conflitti, violenza e catastrofi, naturali e umane, continuano ad ampliarsi notevolmente le disuguaglianze. La guerra, così come aveva fatto anche la pandemia da COVID-19, ha dimostrato di avere un impatto fortemente asimmetrico sulla popolazione mondiale. Così, mentre sempre più persone vengono toccate dai conflitti in maniera diretta o indiretta, a livello globale un nucleo sempre più ristretto di persone gode di una sempre più schifosamente enorme ricchezza.

Nel 2024, secondo Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di $ 2.000.000.000.000, tre volte più velocemente del 2023; contestualmente, 3.500.000.000.000 persone vivono con meno di $ 6,85 al giorno. Soltanto qualche giorno fa, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha ottenuto il primo posto grazie all’impennata delle azioni della sua azienda di software, che gli è valso un guadagno di oltre cento miliardi in meno di 24 ore. Ovvero, un introito superiore al Pil annuo di interi Paesi come Angola, Ghana, Tanzania, Costa d’Avorio e Camerun”.

Quindi per ottenere la pace non occorre il riarmo: “E, invece, la politica tutta e i nostri governi, ormai ciechi e sordi, sembrano riporre le speranze solo e soltanto nel riarmo, provando a legittimare quasi quotidianamente quel paradosso logico che porta a ‘difendere la pace con la guerra’. Una corsa spasmodica a voler tutelare o affermare una posizione di forza o la propria supremazia, a spese delle nuove generazioni.

Cosa sono quel 5% del PIL da destinare alla Difesa su richiesta della NATO o il dispositivo ‘SAFE’, per l’Europa (che prima non a caso volevano chiamare Re-ArmEu) se non ingenti debiti che lasceremo sulle spalle della NextGeneration (quella che dovevamo tutelare e rendere resiliente) per dare ulteriore corpo e spazio alla forza militare, generando solo un mercato di morte?..

La stessa applicazione della legge del più forte, tradotta in istanze securitarie e senza grande respiro la possiamo vedere nel metodo di governo dell’Esecutivo nazionale, nel piccolo – s’intende! – perché non molto influente sul piano internazionale, con contraddizioni reali tra le forze politiche di maggioranza e un sistema di governo dove ci si fa forti con i deboli e deboli con i forti, come ad esempio le banche”.

Ed ha chiesto di non stupirsi se i giovani non esaudiscono i ‘nostri’ desideri: “Non stupiamoci, poi, se quei giovani che andiamo ad interpellare (come ha fatto il nostro IREF con Demetra, in collaborazione con GA) non hanno più fiducia nelle istituzioni! Guarda caso, poi, i temi che risultano trasversali anche a colori politici diversi o a chi non riesce a collocarsi politicamente sono temi a noi molto cari e vicini: lavoro povero, disuguaglianze, sostenibilità climatica e generazionale. Dobbiamo dar loro delle risposte concrete! Risposte che anche la nostra Europa, sembra non saper più dare: che sta facendo in relazione al disordine globale che vediamo? Che sta dicendo?”

Riprendendo il ‘Discorso sullo Stato dell’Unione’ della presidente della Commissione europea, Von der Leyen, il presidente aclista è molto preoccupato: “Pietanze senza sale, cercando di non scontentare nessuno. Ma anche se facciamo qualche passo indietro, andando oltre quel discorso, per approfondire quelle che sono state le scelte politiche di questo ‘governo europeo’, non c’è molto di cui esser felici.

Politiche industriali e ambientali non complete che sono state rapidamente archiviate a beneficio della strategia di riarmo. Abbiamo messo da parte il Green Deal (che magari doveva solo essere rivisto e rimodulato) e l’attenzione per l’ambiente e del nostro futuro per occuparci di armi”.

A proposito di giovani questi sono i dati che emergono dalla ricerca ‘Né dentro, né contro? I giovani e la politica: percezioni, esperienze e condizioni di partecipazione’, a cura di IREF – Acli: la base si costruisce prima dei 18 anni. Il 32,5% dichiara una doppia socializzazione (famiglia + scuola); solo il 22% non ha ricevuto alcuna sollecitazione politica in età precoce. Dove la socializzazione è più forte, cresce anche l’impegno prima della maggiore età.

    Partecipazione “ibrida” e concreta. Negli ultimi 12 mesi il 55,5% ha fatto attivismo online, il 38,3% volontariato sociale, il 38,1% azioni dirette; il 21,2% volontariato politico e il 30% donazioni a partiti/associazioni. La spinta varia a seconda del canale di socializzazione, che sia la famiglia o la scuola.

Tra i giovani con doppia socializzazione, chi ha sperimentato lavoro ‘in nero’ mostra alta attivazione socio-politica nel 32,7% dei casi (contro 8,5% tra i non precari). L’87,6% indica lavoro precario e bassi redditi come primo problema generazionale.

Il documento individua alcune linee su cui viene chiesta un’alleanza con le istituzioni politiche, scolastiche, territoriali per la partecipazione under35 che propone una ricetta per sostenere la partecipazione under35 fondata su due pilastri: da un lato la creazione di nuovi spazi di protagonismo, gratuiti, accessibili e inclusivi; dall’altro una nuova forma di educazione politica, capace di partire dalla scuola e dalle associazioni per nutrire fiducia, responsabilità e futuro.

Da un lato la richiesta di nuovi spazi gratuiti e accessibili /case della cittadinanza giovanile, laboratori, luoghi digitali e fisici di protagonismo) dall’altro la necessità di un’educazione civica e democratica più diffusa e continuativa, capace di accompagnare i ragazzi sin dai primi anni di scuola, attraverso patti di comunità, percorsi di educazione civica più esperienziali.

Un impegno condiviso che punta a superare approcci paternalistici e a riconoscere i giovani come soggetti politici a pieno titolo, in grado di rigenerare la democrazia con linguaggi, forme e immaginari propri. Alle istituzioni si chiede una maggiore capacità di coinvolgere i giovani nei processi deliberativi e nelle scelte di sviluppo delle città.

Anche sul tema di come reimmaginare città più eque e sostenibili, spazi urbani più umani e forme di abitare più economiche e accessibili, i giovani possono dare un contributo importante a partire dalla loro spiccata sensibilità per la sostenibilità sociale e ambientale.

Quindi per le ACLI la sfida è chiara: ricostruire i legami tra generazioni e tra cittadini e istituzioni, affinché i giovani possano diventare non semplici destinatari di politiche, ma protagonisti attivi del cambiamento sociale e democratico.

(Foto: Acli)

A Mentone l’Arte Sacra Contemporanea

Torna la Biennale d’Arte Sacra Contemporanea (BACS), ideata e diretta da Liana Marabini, appuntamento unico nel panorama artistico internazionale che si svolge ogni due anni a Mentone, al Palace des Ambassadeurs, sede del Museo Marabini-Martac.

L’edizione 2025 della Biennale, in programma dal 1° al 31 ottobre, ha come tema centrale ‘Il perdono’, offrendo al pubblico un mese di riflessioni artistiche su un valore universale e sempre attuale.

Esporranno quasi 200 artisti provenienti da 28 Paesi, testimoniando la vocazione internazionale e inclusiva della Biennale. Tra i nomi più rilevanti: Alessandro Sciaraffa, Algarco, Kim Boulukos, Frédérique Nalbandian, Drew Tal, Brian Finch, Fabrizio Dotta, Patricia Salles, Pari Ravan. E’ interessante anche la presenza della Scuola di arte del vetro ‘Abate Zanetti’ di Murano, con una selezione di opere realizzate dagli studenti della scuola.

La Biennale si distingue per la sua filosofia: gli organizzatori non percepiscono alcuna commissione sulle vendite, lasciando agli artisti l’intero ricavato delle opere. Un modello di filantropia pura, che pone al centro la creazione e la valorizzazione degli artisti.

Figura di rilievo nel mondo dell’arte, Liana Marabini è direttrice di due musei privati: Museo Arte e Cibo (Sasso Marconi, Italia) e Museo Marabini-Martac (Mentone, Francia), presidente dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums (Mecenati dei Musei Vaticani), capitolo del Principato di Monaco e della Costa Azzurra, editore di libri di storia dell’arte, collezionista, mecenate e organizzatrice di esposizioni tra Francia e Italia.

Con la Biennale d’Arte Sacra Contemporanea ha creato uno spazio privilegiato per la riflessione artistica sul sacro, aperto a linguaggi e sensibilità diverse.

Negli anni pari, quando la Biennale non ha luogo, Liana Marabini porta avanti il programma ‘Artist in residence’: tre artisti selezionati tra centinaia di candidature vengono ospitati per due settimane al Palace des Ambassadeurs, con tutte le spese coperte, per dedicarsi esclusivamente alla creazione, alla visita di musei e alla scoperta della Provenza, terra che ha ispirato generazioni di artisti con la sua luce e la sua atmosfera.

Papa Leone XIV: cuore della missione della Chiesa è la misericordia di Dio

“Sono addolorato per le notizie che giungono dal Madagascar, circa gli scontri violenti tra le Forze dell’Ordine e giovani manifestanti, che hanno provocato la morte di alcuni di loro e un centinaio di feriti. Preghiamo il Signore affinché si eviti sempre ogni forma di violenza, e si favorisca la costante ricerca dell’armonia sociale attraverso la promozione della giustizia e del bene comune”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha invitato a pregare per la morte di alcuni giovani morti a seguito di violenti scontri nel Madagascar, mentre prima di iniziare l’udienza aveva salutato un gruppo di pellegrini tedeschi: “Cari pellegrini, buongiorno! Saluto con affetto tutti voi che dalla Germania siete venuti a Roma con il pellegrinaggio del Malteser Hilfsdienst. Ja, gut, ja, danke! Prima di recarmi all’Udienza generale in Piazza, ho voluto incontrarvi personalmente qui nell’Aula Paolo VI… Ora recitiamo insieme l’Ave Maria, affidando tutte le vostre intenzioni e le persone a casa per le quali desiderate pregare la Beata Vergine, e poi vi impartisco la benedizione apostolica”.

Mentre nell’udienza generale papa Leone XIV ha ripreso il ciclo di catechesi dell’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, sul tema ‘La risurrezione’: “Il centro della nostra fede e il cuore della nostra speranza si trovano ben radicati nella risurrezione di Cristo. Leggendo con attenzione i Vangeli, ci accorgiamo che questo mistero è sorprendente non solo perché un uomo (il Figlio di Dio) è risorto dai morti, ma anche per il modo in cui ha scelto di farlo. Infatti la risurrezione di Gesù non è un trionfo roboante, non è una vendetta o una rivalsa contro i suoi nemici. E’ la testimonianza meravigliosa di come l’amore sia capace di rialzarsi dopo una grande sconfitta per proseguire il suo inarrestabile cammino”.

E la sua ‘apparizione’ avviene senza ‘rivincita’: “Quando noi ci rialziamo dopo un trauma causato da altri, spesso la prima reazione è la rabbia, il desiderio di far pagare a qualcuno ciò che abbiamo subito. Il Risorto non reagisce in questo modo. Uscito dagli inferi della morte, Gesù non si prende nessuna rivincita. Non torna con gesti di potenza, ma con mitezza manifesta la gioia di un amore più grande di ogni ferita e più forte di ogni tradimento”.

Anzi attraverso la pace: “Il Risorto non sente alcun bisogno di ribadire o affermare la propria superiorità. Egli appare ai suoi amici (i discepoli) e lo fa con estrema discrezione, senza forzare i tempi della loro capacità di accoglienza. Il suo unico desiderio è quello di tornare a essere in comunione con loro, aiutandoli a superare il senso di colpa.

Lo vediamo molto bene nel cenacolo, dove il Signore appare ai suoi amici chiusi nella paura. E’ un momento che esprime una forza straordinaria: Gesù, dopo essere sceso negli abissi della morte per liberare coloro che vi erano prigionieri, entra nella stanza chiusa di chi è paralizzato dalla paura, portando un dono che nessuno avrebbe osato sperare: la pace”.

Compie tale gesto attraverso le ferite del proprio corpo: “Ma è accompagnato da un gesto talmente bello da risultare quasi sconveniente: Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco con i segni della passione. Perché esibire le ferite proprio davanti a chi, in quelle ore drammatiche, lo ha rinnegato e abbandonato? Perché non nascondere quei segni di dolore ed evitare di riaprire la ferita della vergogna?”

Questa significa che Gesù ha riconciliato il mondo e dona pace: “Eppure, il Vangelo dice che, vedendo il Signore, i discepoli gioirono. Il motivo è profondo: Gesù è ormai pienamente riconciliato con tutto ciò che ha sofferto. Non c’è ombra di rancore. Le ferite non servono a rimproverare, ma a confermare un amore più forte di ogni infedeltà. Sono la prova che, proprio nel momento del nostro venir meno, Dio non si è tirato indietro. Non ha rinunciato a noi. Così, il Signore si mostra nudo e disarmato. Non pretende, non ricatta. Il suo è un amore che non umilia; è la pace di chi ha sofferto per amore e ora può finalmente affermare che ne è valsa la pena”.

Invece noi facciamo ‘finta’ di riconciliarci: “Noi, invece, spesso mascheriamo le nostre ferite per orgoglio o per timore di apparire deboli… A volte preferiamo nascondere la nostra fatica di perdonare per non apparire vulnerabili e per non rischiare di soffrire ancora. Gesù no. Lui offre le sue piaghe come garanzia di perdono. E mostra che la Risurrezione non è la cancellazione del passato, ma la sua trasfigurazione in una speranza di misericordia”.

E tramite la riconciliazione è donato lo Spirito Santo: “Gesù soffia su di loro e dona lo Spirito Santo. E’ lo stesso Spirito che lo ha sostenuto nell’obbedienza al Padre e nell’amore fino alla croce. Da quel momento, gli apostoli non potranno più tacere ciò che hanno visto e udito: che Dio perdona, rialza, ridona fiducia”.

Questa è la missione della Chiesa: “Questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. E’ la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri”.

Ha concluso la catechesi con l’invito ad ‘aprirsi’ alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo inviati. Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi. Non abbiate paura di mostrare le vostre ferite risanate dalla misericordia. Non temete di farvi prossimi a chi è chiuso nella paura o nel senso di colpa. Che il soffio dello Spirito renda anche noi testimoni di questa pace e di questo amore più forte di ogni sconfitta”.

(Foto: Santa Sede)

A Tolentino il Perdono di san Nicola è una festa

Il 10 settembre a Tolentino si festeggia san Nicola ed il sabato successivo alla festa del Santo chi si reca nel Cappellone del Santuario può ‘prendere’ l’indulgenza plenaria concessa da papa Bonifacio IX con la Bolla papale ‘Splendor paternae gloriae’ del 1 gennaio 1390.

Lo riportano le cronache di Gaetano Moroni nel ‘Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica: da S. Pietro sino ai nostri giorni’, edito nel 1856: “Bonifacio IX con una bolla, concesse l’indulgenza plenaria nella domenica dentro l’ottava della festa del santo (dunque si celebrava prima della canonizzazione di Eugenio IV), indulgenza che veniva anche accordata a chi visitava la Porziuncola, onore confermato anche da altri Papi”.

Egli nacque nel 1245 a Sant’Angelo in Pontano (provincia di Macerata). La sua vita rappresentata da un ignoto pittore giottesco detto Maestro della Cappella di San Nicola, narra come i suoi genitori, ormai anziani, si fossero recati a Bari, su consiglio di un angelo, in pellegrinaggio sulla tomba di san Nicola di Mira, per avere la grazia di un figlio. Ritornati a Sant’Angelo in Pontano la grazia fu esaudita e chiamarono il figlio con il nome del santo. Nel 1269 fu ordinato sacerdote nell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino. Dopo la sua ordinazione, predicò soprattutto a Tolentino, dove fu trasferito intorno al 1275 vivendoci fino alla sua morte, avvenuta il 10 settembre 1305. Il processo di canonizzazione iniziò nel 1325 con papa Giovanni XXII, ma si concluse soltanto nel 1446 con papa Eugenio IV. Tuttavia già fin dalla metà del 1300 era raffigurato con l’aureola.

Dal priore della basilica di san Nicola, p. Massimo Giustozzo ci ci siamo fatti raccontare il motivo per cui il perdono è una festa: “E’ una festa, perché ha una radice biblica, in quanto la parabola evangelica del Padre misericordioso evidenzia che il ritorno a casa del figlio minore corrisponde ad un amore smisurato nel cuore del Padre, che decide di fare festa con tutto quello che ne consegue come usanza nelle feste di nozze”.

Il perdono è preceduto dal sacramento della confessione e san Nicola passava molte ore nel confessionale: per quale motivo?

“Il perdono di san Nicola è un invito a confessarsi per tutti i battezzati, perché nella confessione si riceve la misericordia di Dio e in questi due giorni ‘particolari’ della festa del Perdono il tesoro della Chiesa, ad immagine della festa del Padre, si apre anche a favore delle persone ‘lontane’, in quanto è un dono smisurato. Non solo nelle confessioni ‘normali’ non siamo più colpevoli davanti a Dio, pur rimanendo la pena dei nostri peccati; invece nel perdono, attraverso l’indulgenza, si ha anche la remissione della pena.

Quindi la Chiesa vuole quasi significare concretamente questo perdono che oltrepassa le aspettative umane: non solo Dio non si ricorda più della colpa del penitente, ma ha un amore così grande che, in occasione delle feste come quelle di san Nicola da Tolentino o san Francesco d’Assisi od ad altri santi, che nella vita hanno fatto penitenza a favore dei fedeli, apre il ‘tesoro’ della misericordia di Dio per tutti i fedeli.

Ecco il motivo per cui in queste feste ci si confessa molto: non è solo una confessione ‘esteriore’, ma soprattutto interiore, che aiuta a comprendere che in quel momento è la Chiesa che abbraccia il fedele e consegna questo dono grande dell’amore di Dio attraverso la vita ed i meriti del Santo: quello che il Santo ha fatto a favore di tutti i fedeli (naturalmente Gesù attraverso il Santo) si riverbera nei giorni della festa del perdono di san Nicola”.

In quel periodo la nostra città era molto turbolenta: in quale modo san Nicola riusciva a riappacificare le persone?

“San Nicola non faceva gesti particolari, ma metteva in atto uno stile di vita: era considerato un paciere, in quanto conosceva le famiglie di Tolentino. Cercava di porre ‘rimedio’ nelle famiglie in lite, andandole a visitare: i testi del ‘processo’ di canonizzazione dicono che frequentava settimanalmente molte famiglie; quindi o in confessione o andando nelle case san Nicola conosceva molto bene la città, così da proporre alcuni gesti per la riappacificazione. Inoltre, visto che era un valente oratore, ci immaginiamo che attraverso le omelie riusciva a far riappacificare le persone.

Infatti i testi del processo di canonizzazione dicono che chi ascoltava le sue omelie rimaneva ‘edificato’ e non si voleva ‘allontanarne’. Eppoi san Nicola faceva quello che a volte i fedeli non riuscivano a fare attraverso le preghiere, le testimonianze, i digiuni e le penitenze, che erano a favore di tutti i penitenti, che non riuscivano a compiere un cammino di riconciliazione. Quindi aveva una compassione per tante famiglie che si combattevano tra loro: lui chiedeva a Dio di ascoltare la sua preghiera e supplicava Dio a posto loro, che non riuscivano. Pregava, così come alcuni secoli dopo ha fatto santa Rita”.

Per quale motivo fu affascinato da sant’Agostino?

“Sant’Agostino era uno dei Padri della Chiesa. Non sappiamo quale tipo di influenza poteva aver avuto quando san Nicola era bambino. Più che i testi di sant’Agostino, che immaginiamo abbia letto, quando già era entrato nel convento, rimase affascinato dalla vita di alcuni eremiti agostiniani religiosi, conosciuti nella sua città natale che era Sant’Angelo in Pontano. Quindi da bambino ha conosciuto alcuni testimoni che facevano vita agostiniana come eremiti.

Subito era rimasto affascinato per la concordia tra loro e la sobrietà di vita condotta, così dicono i testi. Poi nella formazione accademica ha conosciuto anche i testi agostiniani, però è entrato nell’Ordine agostiniano non per il motivo che conosceva i testi, ma per aver frequentato gli Eremiti di sant’Agostino. Ci immaginiamo che avrà conosciuto quello stile di vita comunitaria, che come eremiti, dovevano avere”.      

C’è un insegnamento che si può trarre per la nostra vita dall’amore del santo tolentinate a Dio ed agli uomini?

“Amava i poveri e li nutriva con la parola e con la fede; procurava per loro vestiti e cibi. Accoglieva volentieri i frati ospiti, come se fossero angeli di Dio. Era letizia ai tristi, consolazione degli afflitti, pace dei divisi, refrigerio degli affaticati, sussidio ai poveri, rimedio singolare per i prigionieri. San Nicola non è voluto mai apparire, lavorando di nascosto per il Signore e per la comunità.

Ha fatto molto bene nascondendosi sempre dietro a Dio. Quindi oggi ci può insegnare a non pretendere di mettere sempre la firma sul nostro lavoro ed a lavorare con una grandissima fiducia in Dio, che vede ogni cosa e scruta le viscere dell’uomo. Eppoi il grande amore verso l’Eucarestia,  che per lui era la sorgente di ogni attività. Ancora oggi questo esempio è valido per noi”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV richiama ad una giustizia al servizio delle persone

“Sono lieto di accogliervi in occasione del Giubileo dedicato a quanti, a vario titolo, operano nel vasto campo della giustizia. Saluto le distinte Autorità presenti, venute da molti Paesi, in rappresentanza di diverse Corti, e tutti voi che quotidianamente svolgete un servizio necessario all’ordinata relazione tra le persone, le comunità e gli Stati. Saluto anche gli altri pellegrini che si sono uniti a questo Giubileo!”: incontrando questa mattina in piazza san Pietro i partecipanti al Giubileo degli operatori di giustizia papa Leone XIV ha lanciato un forte appello a mettere la giustizia alla base della società, per promuovere il bene comune e tutelare i più deboli in un mondo colpito da tensioni, violenze e disuguaglianze.

L’intervento del  papa è stata un’occasione per riflettere sul compito della giustizia: “Quale migliore occasione per riflettere più da vicino sulla giustizia e sulla sua funzione, che sappiamo è indispensabile sia per l’ordinato sviluppo della società sia come virtù cardinale che ispira e orienta la coscienza di ogni uomo e donna. La giustizia, infatti, è chiamata a svolgere una funzione superiore nell’umana convivenza, che non può essere ridotta alla nuda applicazione della legge o all’operato dei giudici, né limitarsi agli aspetti procedurali”.

Proprio il salmo 45, sottolineando che bisogna amare la giustizia e detestare la malvagità, “ci ricorda l’espressione biblica, esortando ciascuno di noi a fare il bene ed evitare il male. O ancora, quanta sapienza contiene la massima ‘dare a ciascuno il suo’! Eppure tutto ciò non esaurisce il desiderio profondo del giusto che è presente in ognuno di noi, quella sete di giustizia che è lo strumento-cardine per edificare il bene comune in ogni società umana”.

Compito della giustizia è quello di offrire dignità alla persona: “Nella giustizia, infatti, si coniugano la dignità della persona, il suo rapporto con l’altro e la dimensione della comunità fatta di convivenza, strutture e regole comuni. Una circolarità della relazione sociale che pone al centro il valore di ogni essere umano, da preservare mediante la giustizia di fronte alle diverse forme di conflitto che possono sorgere nell’agire individuale, o nella perdita di senso comune che può coinvolgere anche gli apparati e le strutture”.

Per questo la giustizia è considerata una virtù: “La tradizione ci insegna che la giustizia è, anzitutto, una virtù, vale a dire, un atteggiamento fermo e stabile che ordina la nostra condotta secondo la ragione e la fede. La virtù della giustizia, in particolare, consiste nella ‘costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto’. In tale prospettiva, per il credente, la giustizia dispone ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’, obiettivo che si rende garante di un ordine a tutela del debole, di colui che chiede giustizia perché vittima di oppressione, escluso o ignorato”.

In questo senso il Vangelo racconta molti episodi di giustizia: “Sono tanti gli episodi evangelici nei quali l’azione umana è valutata da una giustizia capace di sconfiggere il male del sopruso, come ricorda l’insistenza della vedova che induce il giudice a ritrovare il senso del giusto. Ma anche una giustizia superiore che paga l’operaio dell’ultima ora come quello che lavora tutto il giorno; o quella che fa della misericordia la chiave di interpretazione della relazione e induce a perdonare accogliendo il figlio che era perduto ed è stato ritrovato, od ancora di più di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette. E’ la forza del perdono che è propria del comandamento dell’amore ad emergere come elemento costitutivo di una giustizia capace di coniugare il soprannaturale all’umano”.

Quindi la giustizia evangelica non esclude quella umana: “La giustizia evangelica, quindi, non distoglie da quella umana, ma la interroga e ridisegna: la provoca ad andare sempre oltre, perché la spinge verso la ricerca della riconciliazione. Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune. Compito arduo, ma non impossibile per chi, cosciente di svolgere un servizio più esigente di altri, si impegna a tenere una condotta di vita irreprensibile”.

Richiamando sant’Agostino il papa ha sottolineato che la giustizia è ‘prudente, forte e temperante’: “Ciò richiede la capacità di pensare sempre alla luce della verità e della sapienza, di interpretare la legge andando in profondità, oltre la dimensione puramente formale, per cogliere il senso intimo della verità di cui siamo al servizio. Tendere verso la giustizia, quindi, richiede di poterla amare come una realtà a cui si può giungere solo se si coniugano l’attenzione costante, il radicale disinteresse e un assiduo discernimento. Quando si esercita la giustizia, infatti, ci si pone al servizio delle persone, del popolo e dello Stato, in una dedizione piena e costante”.

Ed ha ricordato che essa è una beatitudine: “Con questa beatitudine il Signore Gesù ha voluto esprimere la tensione spirituale a cui è necessario essere aperti, non solo per ottenere una vera giustizia, ma soprattutto per ricercarla da parte di quanti la devono realizzare nelle diverse situazioni storiche. Avere ‘fame e sete’ di giustizia equivale a essere consapevoli che essa esige lo sforzo personale per interpretare la legge nella misura più umana possibile, ma soprattutto chiede di tendere a una ‘sazietà’ che può trovare compimento solo in una giustizia più grande, trascendente le situazioni particolari”.

Ha concluso l’udienza con parole tratte dall’opera agostiniana ‘De Civitate Dei’: “Cari amici, il Giubileo invita a riflettere anche su un aspetto della giustizia che spesso non è sufficientemente focalizzato: ossia sulla realtà di tanti Paesi e popoli che hanno ‘fame e sete di giustizia’, perché le loro condizioni di vita sono talmente inique e disumane da risultare inaccettabili.

All’attuale panorama internazionale andrebbero dunque applicate queste sentenze perennemente valide… Le parole impegnative di sant’Agostino ispirino ognuno di noi ad esprimere sempre al meglio l’esercizio della giustizia a servizio del popolo, con lo sguardo rivolto a Dio, così da rispettare pienamente la giustizia, il diritto e la dignità delle persone”.

(Foto: Santa Sede)

Prossimo anno al Meeting con Dante Alighieri: l’amor che move il sole e l’altre stelle

A Rimini il Meeting dell’Amicizia tra i popoli si è concluso all’insegna di due santi giovani, Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis. che saranno canonizzati in piazza san Pietro domenica 7 settembre, con don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale e preside del Pontificio Istituto Pastorale ‘Redemptor Hominis’ alla Pontificia Università Lateranense, Marco Cesare Giorgio, presidente del Centro Culturale ‘Pier Giorgio Frassati’ e mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, ed un messaggio della madre di Carlo, Antonia Salzano:

“L’anno in cui è morto eravamo a Santa Margherita Ligure e lui mi chiese: ‘Ma tu che ne penseresti se io mi facessi sacerdote?’ Gli dissi che, se lui si fosse sentito di percorrere quella strada, io ne sarei stata contenta. E la stessa domanda l’aveva fatta anche alla nonna, come mi confidò in seguito… Carlo mi ha insegnato a credere nell’Eucarestia, che ora mi guida. Non l’ho vissuta come una fine ma come una separazione”.

Inoltre ha ricordato la sua ‘allegria’, pur nella malattia: “La cosa più vicina alla grazia è l’umorismo, affermava papa Francesco, ed anche Carlo sapeva ridere e fare ridere tanto, capace di sdrammatizzare le situazioni”, persino al momento della diagnosi di leucemia fulminante: ‘Il Signore ha mandato la sveglia!’, fu la sua risposta ironica”.

Infine ha lanciato il messaggio finale ai giovani della kermesse riminese con la frase di Carlo Acutis (‘Non io, ma Dio; non il mio amor proprio, ma la Gloria di Dio’): “Signore, sia sempre fatta la Tua volontà. Non dimentichiamo mai di chiedere aiuto alla Tua santa Madre: sia sempre per noi un rifugio sicuro! Non dimenticate il suo appello a pregare il Rosario ogni giorno. E’ un mezzo molto potente al quale la Santissima Trinità ha conferito grazia straordinaria. Allora approfittiamone e seguiamo i consigli che portano al Cielo”.

Nell’intervento Marco Cesare Giorgio, presentando Piergiorgio Frassati, ha affermato che ‘Piergiorgio aveva capito come essere felici nelle circostanze ordinarie della vita’, leggendo le parole dello scrittore Stefano Iacomuzzi, che conobbe alcuni suoi amici Frassati: “Mi piaceva anche perché faceva da contrappeso alle immagini lontane dei grandi santi”. E con una citazione di don Luigi Giussani ha affermato che il santo “non è colui con i superpoteri, ma colui che aderisce all’ideale per cui è stato fatto’: “Era un giovane sportivo: alpinista ‘tremendo’ come lo definì sempre papa Giovanni Paolo II. Si rimane stupiti, leggendo i suoi scritti, in particolare le lettere agli amici, di quante volte parli della sua passione per la montagna, perché ‘fra i monti c’è qualcosa di grande, di immenso che eleva’.

Ma Pier Giorgio era un giovane che ‘non voleva vivacchiare ma vivere’! Oggi si direbbe, citando la ormai famosa espressione di papa Francesco, non voleva essere un giovane-divano, ma vivere in pienezza la propria esistenza! Vivere in pienezza voleva dire per lui assumersi prima di tutto le proprie responsabilità di cittadino. E proprio in questo si può cogliere un aspetto della sua attualità, dal momento che viviamo, nel cattolicesimo attuale, un cristianesimo ripiegato su se stesso, del quieto vivere”.

Nel suo intervento don Paolo Asolan ha citato una frase del politico Filippo Turati, che nel luglio 1925 scrisse: ‘Ciò che si legge di lui è così nuovo e insolito, che riempie di riverente stupore anche chi non condivideva la sua fede’: “La vita di Frassati indica due vie: quella della preghiera contemplativa e quella del servizio della carità. La preghiera quotidiana di cui fu capace, in particolare l’adorazione eucaristica e il rosario, lo introdusse sempre più profondamente nel mistero di Dio, il cui potere appare nell’ostia così diverso dai poteri del mondo: inerme, silenzioso, completamente dato e offerto”.

Però dalla preghiera e dall’eucaristia quotidiane nasce l’azione caritativa, sempre fatta con allegria: “Il servizio della carità non ebbe in Frassati nulla di romantico, fu spesso anzi contrassegnato da preoccupazioni e difficoltà di ogni genere. Tuttavia, che si trattasse di vuotare i vasi da notte di poveri ammalati, o di sistemare famiglie senza lavoro (la sua ossessione, si potrebbe dire, era trovare un lavoro a chi l’aveva perduto), o condurre battaglie politiche in seno al Partito Popolare ed in opposizione al fascismo, la sua allegria mai lo abbandonò. E furono questi anche i campi di azione nei quali la strada delle beatitudini da lui percorsa lasciò tracce visibili anche all’esterno”.

Mentre mons. Domenico Sorrentino ha scelto le parole del beato Giuseppe Toniolo, ‘consulente di papa Leone XIII per l’enciclica Rerum Novarum’ con la richiesta di ‘riscoprirlo’ alla prossima edizione del Meeting, per descrivere le figure di Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati: ‘Carlo, come Piergiorgio, stanno in questa logica’, ma soprattutto san Francesco d’Assisi, attratto dal ‘Cantico delle Creature’: “Un passaggio viene poi dedicato a un altro santo, Francesco d’Assisi, il cui Cantico delle Creature Carlo lo vive, attraverso l’amore per la bellezza della vita…

Infatti il motivo per cui Carlo Acutis è spesso paragonato a San Francesco nell’ambito della spogliazione è perché entrambi hanno interpretato, seppur in maniere molto diverse, lo stesso gesto compiuto da Gesù. Francesco, decidendo di vivere in povertà ed eliminando dalla sua vita tutti i privilegi che aveva acquisito dalla nascita, Carlo Acutis, attraverso un videoclip da lui registrato. In questo video, il giovane preannuncia la sua morte due mesi prima di venire a mancare: Sono destinato a morire”.

Mentre in un incontro precedente dal titolo ‘Investire sul talento di ogni persona’ i genitori di Sammy, Laura Lucchin e Amerigo Basso, partendo da una sua frase (‘Non si misura la vita dai giorni che si vivono ma da come li si vive’), hanno raccontato il figlio: “Amava la vita e quella degli altri, felice quando poteva aiutare. Sammy era un vulcano di idee: ricercatore, sportivo, testimonial della sua e delle malattie rare, giovane di fede. Ha fatto cose assurde insieme agli amici. Al termine di ogni impresa diceva: il traguardo raggiunto da solo è bello, fatto con gli altri è meraviglioso”.

Prezioso testimonial sulle possibilità di fare anche con gravi patologie, ha corso maratone con i suoi amici, che gli hanno prestato le gambe, come ha raccontato la madre: “Sammy aveva dei talenti, io ho fatto la mamma e basta. Abbiamo fatto un cammino insieme e non è stato facile, ma sono convita di aver fatto un percorso di vita che non sarebbe stato uguale se non avessi avuto Sammy e la sua malattia”.

Nella giornata precedente Diane Foley, madre di James Wright Foley, giornalista americano free-lance rapito nel nord della Siria nel 2012 ed ucciso dall’Isis 11 anni fa, ha portato la sua testimonianza assieme allo scrittore Colum McCann, che ha dedicato alla vicenda un libro (‘Una madre’): “Lui aspirava ad essere un uomo di coraggio morale. Era attratto dalla voglia dei popoli di ottenere la liberà che noi diamo per scontato. Jim sapeva che la sua presenza in Siria stava diventando pericolosa, ma ha deciso di restare per informare. Ha pagato con la sua vita il diritto degli altri ad informarsi”.

Ed ha raccontato il motivo per cui ha incontrato anche colui che ha ucciso suo figlio: “Il mondo non può lasciare che queste atrocità rimangano impunite. Quindi la giustizia deve arrivare. Ma credo che la riconciliazione debba passare attraverso il perdono, anche se è molto difficile. Sapevo che Jim avrebbe voluto che lo incontrassi, avrebbe voluto sapere il motivo, per cui si era radicalizzato, visto che la sua famiglia era stata accolta come rifugiata in Gran Bretagna? Sua madre era cristiana ortodossa, quindi era ancora più strano, si era convertito all’Islam. Eppoi volevo che lui sapesse chi era Jim”.

Infine nel concerto finale, dedicato a Claudio Chieffo, il presidente Bernhard Scholz ha dato appuntamento al 47^ meeting dell’Amicizia tra i popoli, che si svolgerà dal 21 al 26 agosto 2026, prendendo spunto dall’ultimo verso della ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri, ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’: “Sulla scorta del titolo ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’ sono emerse esperienze e prospettive per affrontare i deserti del nostro tempo: la solitudine e la frammentazione sociale, i conflitti e le guerre, la crisi ambientale ed economica.

Già dall’incontro inaugurale con le madri di Israele e Palestina, capaci di trasformare il dolore della perdita in cammino di riconciliazione, e dalla presenza di testimoni come i sopravvissuti di Hiroshima Toshiyuki Mimaki e Masao Tomonaga, si è percepito il filo rosso della pace”.

(Tratto da Aci Stampa)

Al Meeting di Rimini le storie dei cristiani che nel mondo portano il perdono

Giornate intense quelle finora vissute al Meeting dell’Amicizia tra i popoli alla fiera di Rimini, che sul tema dei versi di Eliot (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’) stanno offrendo la testimonianza di cristiani che cercano di costruire prospettive di vita con mattoni nuovi, anche se non sempre è facile, come ha raccontato p. Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, che nel presentare il docufilm di Luca Mondellini, ‘Osama, in viaggio verso casa’, che narra il prezioso lavoro di Osama Hamdan come architetto e restauratore, evidenziando il suo impegno nella preservazione di siti religiosi ebraici, cristiani e musulmani per una visione del patrimonio culturale come strumento attivo di dialogo e costruzione della pace, rappresentando un esempio concreto di come la conservazione dei beni culturali possa fungere da ponte tra diverse comunità e tradizioni, ha raccontato la realtà che stanno vivendo i cristiani in Terra Santa:

“La situazione a Gaza è drammatica. Continuano i bombardamenti ed è iniziata da qualche giorno una grande operazione di terra. Manca l’indispensabile: cibo, acqua, cure mediche, farmaci, elettricità. La gente soffre, ha fame, ha paura. E’ disumano dover sopportare tanto dolore e tanta umiliazione. Anche in Cisgiordania la situazione va peggiorando, sono aumentati gli scontri fra i coloni israeliani e la popolazione, sono saliti i livelli di povertà in modo sempre più evidente. E’ difficile trovare lavoro a causa delle conseguenze della guerra e per le molte limitazioni al movimento.

I cristiani che vivono in Terra Santa stanno affrontando difficoltà notevoli. A Gaza sono sostenuti dalle parrocchie, che li hanno ospitati fin dall’inizio, ma anche le scorte, utilizzate con parsimonia, stanno finendo. Negli anni scorsi la pandemia e, da quasi venti mesi, la guerra hanno fatto cancellare i pellegrinaggi nei Luoghi Santi. Il lavoro nel settore turistico è la maggior fonte di reddito per i cristiani locali e la mancanza di pellegrini ha fatto salire i livelli di povertà, soprattutto in Cisgiordania. Le difficoltà economiche sono quelle più evidenti perché vengono a mancare necessità importanti per il sostentamento delle famiglie, manca il cibo e manca la possibilità di curarsi. Manca la prospettiva di un futuro per i figli e si cerca di trasferirsi in nazioni più sicure. Tantissime famiglie di Betlemme e di Gerusalemme lo hanno fatto dal 7 ottobre 2023 ad oggi”.

E sempre dal Medio Oriente è giunta la testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Hanna Jallouf, durante l’incontro ‘La presenza della comunità cristiana in Siria e la libertà religiosa’ , raccontando la vita dei cristiani: “La guerra è iniziata nel 2011. Eravamo 10.000 cristiani nella provincia di Idlib, con 11 preti e 4 famiglie religiose. Eravamo greci ortodossi, armeni ortodossi, latini e protestanti. Dai 10.000 siamo rimasti 700 persone, poi tutti sono scappati via. Siamo rimasti noi due francescani per servire la gente che è rimasta. Tocca a noi fare tutto: celebrazione delle messe, servizio liturgico, battesimi, matrimoni, funerali, tutti i riti.

E’ vero, era la guerra; però la guerra ci ha anche unito sotto una sola fede e un solo Cristo. Ho chiamato la gente che è rimasta: quelli che sono entrati da noi, i jihadisti, non sanno né greco, né latino, né armeno; sanno solo che tutti siamo fedeli. Se ci arriva un pezzo di pane, lo dividiamo tra noi. E così è andata avanti”.

Poi il ‘colpo di Stato’ e l’incontro con i miliziani dell’Isis: “I primi ad entrare sono stati l’Esercito Libero, poi è venuto l’ISIS, dopo l’ISIS è arrivata Jabhat al-Nusra, fonte della rivoluzione, e poi Hay’at Tahrir al-Sham, alla fine. Quindi sono quattro tipi di rivoluzionari, uno differente dall’altro.

Il primo incontro con l’ISIS è stato scioccante, perché basta sentire il nome di ISIS e uno trema. Due giorni dopo il loro ingresso, viene uno, bussa alla porta del convento, chiede di me. La suora apre la porta, dicendo che non c’è. Poi la suora viene da me ed io sono impallidito, perché non sapevo come comportarmi. Sono andato a fare una preghiera: ‘Dio, Signore, questo gregge che ho non è mio, è tuo. Dammi soltanto la saggezza di saper fare e saper rispondere’.

L’indomani, alle nove in punto, due macchine blindate arrivano e si fermano alla porta del convento. Tutti armati, con i Kalashnikov a tracolla, cinture minate. Uno alto un metro e novanta, con le spalle larghe, scende, mi saluta con arroganza e mi dice: ‘Sono Abou Ayyub al-Tunisi’. Io, allo stesso tono, rispondo: ‘Sono padre Hanna Jallouf’. Perché nella psicologia, al primo incontro, se tu stai all’altezza, allora c’è rispetto; se no ti ammazza, ti stermina.

‘Va bene, avanti, si accomodi’. Voleva entrare al convento. ‘Dove vai? Qui è terra sacra: non puoi entrare con le armi, per favore mettile fuori’. Si è infuriato: ‘Noi entriamo con le nostre armi dove vogliamo, scassiamo le porte, scassiamo tutto; anche nelle moschee possiamo fare quello che vogliamo’. Io rispondo: ‘Se tu credi che le tue armi ti proteggano, benvenuto. Avanti’. Allora è entrato lui con un altro, già coperto in faccia”.

Con il passare dei giorni la fiducia è arrivata: “In quei giorni che sono rimasti da noi avevano molta fiducia nei cristiani. Se volevano qualcosa, per esempio acqua o da bere, o così, chiedevano a noi: mai hanno chiesto un bicchiere d’acqua ai musulmani. E di più: i musulmani intorno, che avevano preso le nostre macchine e i nostri strumenti di agricoltura, di notte cominciavano a restituirli e ci dicevano: ‘Per favore non dite che erano rubati e chi li ha rubati, sennò questi ci ammazzano: o tagliano la testa o tagliano la mano’. Sono rimasti da noi 105 giorni. Non è rimasto nessun fornicatore, nessun ladro, nessun bugiardo: tutti sono scappati via per paura di essere sterminati”.

Ha concluso la sua testimonianza sottolineando la necessità di testimoniare il Vangelo attraverso la vita: “Non alziamo il Vangelo proclamandolo a parole soltanto: dobbiamo proclamare il Vangelo con la nostra vita. Perché a Knaye abbiamo parlato ai musulmani dicendo che il cristiano non mente, il cristiano è fedele, il cristiano ha la porta di casa aperta a tutti i pellegrini, il cristiano è leale. Questi sono i valori che il cristiano deve vivere. Non soltanto bere alcol o altre cose, o vestire con la minigonna e tutto questo. Noi dobbiamo essere pacificatori, portatori del messaggio di Cristo, perché siamo chiamati a questo compito”.

Mentre dall’Africa la suora missionaria agostiniana, Lourdes Miguélez Matilla, ha raccontato la sua esperienza maturata grazie anche alla fedeltà dei martiri a Cristo ed al popolo algerino: “La mia vita ormai si era radicata in questo popolo. Avevo iniziato a conoscere e ad amare la gente e sentivo il loro affetto e la loro fiducia. Ormai mi trattavano come una di loro. E poi ho scoperto l’importanza di stabilire delle relazioni basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e di vivere con la condivisione della fede. Di fatto, sul lavoro, parliamo di Dio molto di più con i musulmani, con gli algerini, rispetto a quando ci ritroviamo tra cristiani.

Ho appreso che non ero andata lì ad imporre qualcosa, anzi, ero lì per condividere, per lavorare insieme e per valorizzarlo. Poco a poco, il mio cuore e il mio essere si aprirono e le relazioni umane cominciarono ad approfondirsi, fino al punto da crearmi delle amicizie solide, fedeli e durature che ho tuttora. Grazie a queste amicizie è cresciuta la mia fiducia in Cristo e il mio desiderio di seguirlo ancora più da vicino. E’ aumentata anche la mia fiducia nei confronti della Chiesa e del popolo algerino”.

Però dopo il martirio dei 19 beati aveva dovuto abbandonare il Paese, ma ora è ritornata: “Adesso il nostro centro di accoglienza e di amicizia è un luogo conosciuto e apprezzato in tutto il quartiere. E con l’aiuto di animatrici algerine, organizziamo tutta una serie di laboratori di cucito, di bigiotteria, di pittura per le donne. Ogni mese diamo spazio a una famiglia algerina che viene dalla Francia per distribuire derrate a 70 famiglie povere che ci chiedono di selezionare con anticipo.

E le stanze in cui vivevano le sorelle che sono state assassinate e che rimasero deserte per tanti anni, adesso sono state trasformate in uno spazio di vita, solidarietà, di felicità e speranza. Sono un luogo in cui si imparano cose, si rompono barriere e si condivide tutto. E senza quasi cercarlo, ci siamo trasformate ad essere un luogo di ascolto e di aiuto per molte persone con problemi familiari, di salute, solitudine, povertà. E questa fiducia ce la offrono perché sanno che siamo delle religiose. E credo che la nostra umile presenza contribuisca ad alleviare la sofferenza delle persone e a motivarle, a incitarle di fronte alle difficoltà e a rendere la vita più umana, più attraente e più bella. La nostra presenza, allo stesso tempo, è raggiante e discreta e si ispira alla vita di Gesù a Nazareth”.

Mentre dal Sud Sudan è arrivata la testimonianza di mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, 1.200.000 abitanti di cui 400.000 cattolici: “Annunciare il Vangelo e sostenere la dignità e la promozione umana sono le due traiettorie del nostro impegno. L’educazione è la chiave, Solo il 2% dei bambini frequenta la primaria, il 5-6% le superiori. Le tre scuole nelle parrocchie principali e i duemila iscritti all’Università Cattolica sono reali segni di speranza… La nostra prima azione pastorale è infondere speranza. In questi anni sono stato sfamato, nascosto, protetto. Ho toccato con mano l’enorme generosità di questo popolo”,

Ed infine: “La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica. Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione”.

Anche dall’Europa sono giunte testimonianze di perdono, come quella della giornalista-documentarista russa Katerina Gordeeva, che ha raccontato la guerra dal fronte ucraino-russo vissuto dalle popolazioni, e nello scorso anno ha vinto il premio ‘Anna Politkovkskaja’ come giornalista indipendente per i reportage sulle guerre in Cecenia, Iraq e Afghanistan, presentando il libro ‘Oltre la soglia del dolore’, una raccolta di 24 storie ucraine e russe che raccontano la tragedia della guerra, vissuta dalla popolazione dei due Stati, come ha scritto nella prefazione Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e caporedattore di Novaja Gazeta: “Katerina Gordeeva è diventata un’alternativa unipersonale ad una colossale macchina di propaganda”.

Lei stessa ha spiegato il motivo: “Ho deciso di raccogliere le voci di russi e ucraini sul campo, di documentare tutto, perché un domani i miei figli possano conoscere la storia per come è stata, non per come l’ha narrata la propaganda. E perché se in futuro ci saranno dei processi, queste testimonianze possano servire alla verità e alla giustizia”.

Nel reportage, diventato libro, Katerina Gordeeva ha incontrato molte persone, tutte segnate fisicamente o mentalmente dal conflitto, come Danila, mutilata ad una gamba, o Rita, che ha sposato un coreano e ha deciso che in Ucraina non tornerà mai più e poco importa se la prenderanno i russi o se resterà in mano agli ucraini: “Aveva studiato come otorino pediatrico, in mezzo alla confusione della guerra si ritrova nel sangue, a ricucire gli arti strappati dalle esplosioni delle bombe, e a domandarsi se è per questo che ha studiato, se è per questo che deve vivere”.

Un racconto che non lascia alibi alla nostra dimenticanza: “Ho girato tanti video di queste interviste, ma le voci di quella gente mi tormentavano e ho scelto di metterle anche su carta. Anche se oggi c’è poco spazio per il giornalismo indipendente in Russia, ci sono le persone”, come la piccola Katja: “Stavo parlando con la madre, una sarta il cui marito, muratore, si trovava al fronte. Parlavamo della guerra e la donna raccontava dei morti, dei mutilati, della paura del futuro. Non so da quanto tempo stessimo lì. All’improvviso quella bimba, che poco prima stava guardando Peppa Pig, comincia a tirare dei piccoli pugni alla mamma implorandola di smetterla di parlare di queste cose. ‘E di cosa dovremmo parlare, Katja?’, le ho domandato con l’oscena speranza dell’adulto che i bambini, nella loro purezza, sappiano tutto e meglio. ‘Del bene’, mi ha risposto.’“Del bene?’. ‘Sì’. Poi ha serrato le spalle e ha chiesto solo alla madre di prenderla in braccio e di poter andare a dormire”.

Ed ha detto che non è possibile far finta che la guerra non generi dolore, perché non ci ‘tocca’: “Io sono rimasta sconvolta quando ho capito che i miei concittadini erano disposti a far finta di niente, a nascondere la testa sotto terra, per conservare una presunta normalità. Non tutti, certo, perché non posso tacere ad esempio lo straordinario moto umano di famiglie che si sono fatte in quattro per ospitare i profughi ucraini nelle loro case, a Rostov o nei centri di accoglienza temporanei…. Oltre la soglia del dolore c’è la vita. E, come mi ha detto una profuga ucraina, forse un livello superiore di misericordia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Al Meeting di Rimini il racconto del perdomo

“Per questa 46^ edizione è stato scelto il titolo: ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’. Una citazione che è anche una sfida, come tradizione per le giornate di Rimini. Abbiamo bisogno di costruttori di comunità. Costruttori di convivenza, di pace, di partecipazione, di solidarietà. Costruttori di una società capace di governare i mutamenti restando umana nelle fondamenta e nella civiltà. Non possiamo dare per scontate le conquiste che le precedenti generazioni ci hanno trasmesso. Libertà, democrazia, pace, modello sociale, vanno continuamente rigenerati nella fedeltà ai loro presupposti valoriali. Rigenerati e condivisi”.

Questo è stato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, letto dal presidente della Fondazione del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, Bernhard Scholz, in apertura della kermesse riminese nel giorno in cui papa Leone XIV lo ha indetto per il digiuno e la preghiera. Ed anche se non tutti ha fatto digiuno la giornata è stata dedicata al dialogo ed al perdono con la testimonianza delle ‘Madri per la pace’, che hanno messo al centro il conflitto in Medio Oriente con il dialogo tra Layla al-Sheik, madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio piccolo, Qusay, nella Seconda Intifada; Elana Kaminka, israeliana, madre di Yannai, soldato ucciso il 7 ottobre 2023 e suor Azezet Habtezghi Kidane, religiosa comboniana eritrea, conosciuta anche come suor Aziza, che opera da anni in Israele e nei Territori Palestinesi, dopo esser stata missionaria in Sudan e in Eritrea.

Hanno raccontato un cammino lento e faticoso ma portatore di una speranza invincibile, in nome del futuro delle giovani generazioni israeliane e palestinesi: “Quando perdi un figlio, contestualmente, perdi anche la paura. Non temi più nulla”, ha detto Layla al-Sheikh, a cui ha fatto risonanza l’israeliana Elana Kaminka: “Bisogna immedesimarsi con l’avversario, cosa sei disposto a fare se raggiungi il culmine della disperazione? Che tipo di adulto puoi diventare se vivi soprusi continui, come succede ai bambini palestinesi? Ecco perché nessuno deve permettersi di uccidere nel nome di mio figlio”.

Elana (colpita negli affetti più cari, in un attacco ad opera di Hamas, ma non accecata per questo da odio etnico) è un’attivista impegnata nella promozione della pace e nella costruzione di ponti tra le comunità israeliane e palestinesi. E’ membro attivo di ‘Tag Me’ir’, organizzazione che offre supporto alle vittime di violenza razzista in Israele e volontaria con ‘Humans Without Borders’, collabora a un’opera assistenza umanitaria a bambini palestinesi malati, aiutandoli a raggiungere ospedali israeliani per cure mediche urgenti.

Ugualmente nelo stesso lavoro è impegnata a fare Layla, sul fronte mussulmano, perché la pace, oltre ad auspicarla e a pregare per essa, va costruita, coltivando il metodo del dialogo, della comprensione della solidarietà fra vittime sui diversi fronti. In questo lavoro di mediazione è impegnata la terza testimone dell’incontro, suor Aziza Kidane, da 12 anni in Terrasanta al servizio dei più poveri, infaticabile costruttrice di ponti tra israeliani e palestinesi.

Elana Kaminka, madre di quattro figli, ha perso il primogenito Yanai, giovane ufficiale di 21 anni, ucciso il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas. Prima di morire, il figlio aveva salvato numerosi commilitoni e civili, come ha raccontato questa madre: “Yannai era mio figlio, ma anche un maestro. Credeva che il primo compito di un leader fosse amare le persone affidate alla sua responsabilità”. Dopo la tragedia, Elana ha scelto di unirsi al Parent Circle, associazione che riunisce genitori israeliani e palestinesi.

Anche Laila Al Shaikh, madre di cinque figli, ha raccontato la perdita del piccolo Qusay, morto a soli sei mesi durante la seconda intifada a causa di un ritardo imposto da un check point: “Per anni non ho parlato con i miei figli di quella ferita. Non volevo che crescessero con il desiderio di vendetta”. Dopo 16 anni ha avuto il coraggio di unirsi al Parent Circle: “La prima volta che ho visto israeliani e palestinesi ridere insieme, ho capito che l’altro non è un nemico, ma un essere umano”.

Ha fare da raccordo tra le due donne è stata la testimonianza di suor Aziza, che ha portato lo sguardo sulle comunità più vulnerabili: i beduini della Cisgiordania, i profughi, i più poveri dei poveri: “Abbiamo imparato che l’incontro con l’altro nasce dall’ascolto e dal riconoscimento della sua dignità… Quando si vede il volto dell’altro, si vede il volto di Dio. Solo così è possibile il perdono”.

In questo modo le tre protagoniste hanno testimoniato come il perdono non sia un atto immediato né scontato, ma un cammino personale e comunitario, come ha raccontato Laila Al Shaikh attraverso l’incontro con un ex soldato israeliano che anni prima le aveva impedito di raggiungere l’ospedale: “Per me è stato come rivivere la morte di mio figlio. Ma il suo coraggio nel confessare la verità mi ha spinta a perdonarlo”. Ed ha condannato Hamas, affermando che per alcuni anni ha dubitato anche dell’esistenza di Dio:

“Ho condannato Hamas perché quello non è l’Islam in cui credo. Credo che Dio parli sempre di pace. Nell’Islam la prima cosa che si dice quando si incontra qualcuno è ‘Salaam alekum’, che significa ‘La pace sia con te’. Anche in ebraico si dice ‘Shalom’, che vuol dire ‘pace a te’, e quindi Dio è amore e amore e pace. Non si parla di omicidi, di uccisione. Purtroppo alcune persone spiegano le regole come vogliono e le interpretano a modo loro. E giustificano quello che fanno. Anche nell’ebraismo e nel cristianesimo fanno la stessa cosa. Ma questo non è l’Islam, l’Islam parla di amore”.

Per questo Elana Kaminka ha sottolineato che ‘non possiamo vivere di generalizzazioni’, raccontando la scelta del secondo figlio di servire nell’esercito, che è obbligatorio, come paramedico: “Ha deciso che il suo compito sarà salvare vite, non toglierle. E’ questo l’esempio che vogliamo dare”. Però non ha risparmiato le critiche al governo israeliano: “Non ha rispetto per la vita, né per quella dei palestinesi, né per quella degli ostaggi, non permettendo la loro liberazione. Per l’ebraismo la vita è il valore più importante, ma la gente al potere oggi, si vede che non conosce i valori della nostra religione”.

La prima giornata è stata chiusa dalla presentazione della mostra ‘Un’esplosione di vita. San Francesco’, a cui hanno partecipato Maria Pia Alberzoni, già professoressa di Storia medievale, Università Cattolica del Sacro Cuore; Davide Rondoni, poeta e presidente Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi; Marco Villani, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri; fra Francesco Piloni, ministro della Provincia dei Frati Minori dell’Umbria: “Nel Cantico delle Creature, quando aggiunge la strofa: Laudato si, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, san Francesco colloca il perdono al centro di quella rete di relazioni che costituisce il tessuto della vita. Quanto è attuale questa parola oggi!”

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