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Dalla festa di santa Rita da Cascia un messaggio di pace che attraversa i confini del mondo
A un mese dalla Festa, Cascia si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno, capace ogni volta di unire fede, emozione e comunità. Il 22 maggio 2026 la Festa di Santa Rita torna a riunire migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo per rendere omaggio a Santa Rita, tra le Sante più amate, simbolo universale di perdono, pace e speranza. Un evento che è insieme spirituale e popolare, ma anche profondamente solidale e benefico, capace di trasformare la devozione in gesti concreti di vicinanza ai più fragili e di rin-novare, anno dopo anno, il suo valore come uno dei momenti più significativi della devozione in-ternazionale.
L’edizione 2026 assume un significato particolarmente rilevante per il forte richiamo al tema della pace, in continuità con il messaggio di santa Rita e con le parole di papa Leone XIV. Entrambi, appartenenti all’Ordine agostiniano, condividono una visione fondata su perdono, riconciliazione e unità. Questo legame si rafforza ulteriormente quest’anno grazie al gemellaggio che ha unito Cascia a Chicago, città natale del Papa, dove è stata accesa la Fiaccola del Perdono e della Pace di Santa Rita. La fiaccola sarà poi benedetta dal Pontefice il 20 maggio in Piazza San Pietro, suggellando un simbolico legame tra comunità e continenti e rafforzando un messaggio universale di pace:
“Nel tempo che stiamo vivendo, attraversato da conflitti e profonde divisioni, il messaggio di Santa Rita risuona con una forza ancora più urgente e necessaria, dichiara Suor Maria Grazia Cossu, madre Badessa del monastero. La sua vita ci insegna che la pace non è un’utopia, ma una scelta concreta che nasce dal perdono, dalla riconciliazione e dal coraggio di amare anche quando è più difficile”. La madre Badessa sottolinea inoltre il valore simbolico della Fiaccola, che quest’anno unisce idealmente Cascia, Chicago e Roma:
“E’ molto più di un segno: è un appello che attraversa i confini e interpella la coscienza di ciascuno. In sintonia con il forte richiamo alla pace di Papa Leone XIV, vogliamo dire con chiarezza che non possiamo abituarci alla guerra, né rassegnarci alla divisione”. Un messaggio che si traduce in un invito concreto: “A Santa Rita affidiamo il grido di pace che sale dai popoli e dalle famiglie, perché si trasformi in gesti di dialogo, accoglienza e fraternità. E’ questo oggi il compito che ci viene consegnato: essere, ciascuno nel proprio quotidiano, costruttori di pace”.
A condividere questo richiamo è anche Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale dell’Ordine Agostiniano, che il 21 maggio alle 16,30 presiederà la Santa Messa per la famiglia agostiniana: “E’ per me una gioia partecipare per la prima volta come Priore Generale le celebrazioni in onore di Santa Rita, testimone luminosa di pace e di perdono. In un tempo segnato da tante ferite, sentiamo ancora più urgente l’appello alla pace che viene dalla sua testimonianza e che oggi risuona con forza anche nelle parole di papa Leone XIV. Come famiglia agostiniana ci riconosciamo profondamente in questo invito a costruire relazioni riconciliate, fondate sulla misericordia e sul dialogo. Celebrare Santa Rita significa rinnovare il nostro impegno a essere operatori di pace, nella Chiesa e nel mondo”.
A rafforzare il valore simbolico dell’iniziativa è anche Padre Giustino Casciano, rettore della Ba-silica di Santa Rita da Cascia, che ha accompagnato la Fiaccola fino a Chicago: “Quest’anno la festa di Santa Rita è segnata da un segno particolarmente significativo: la Fiaccola del Perdono e della Pace che ritorna a Cascia dalla città natale del Papa Leone XIV. Un cammino che culminerà il 20 maggio a Roma con la benedizione del Santo Padre. E’ un gesto che unisce idealmente luoghi e comunità diverse, nella speranza che questo messaggio di pace e di perdono, così attuale e necessario, possa raggiungere il cuore di tutti e tradursi in scelte concrete di riconciliazione e fraternità””.
Inoltre il 21 maggio alle ore 10 saranno presentate le ‘Donne di Rita’, alle quali sarà assegnato il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la Santa degli impossibili, vivono nella quotidianità valori universali quali pace, dialogo, solidarietà e perdono. Donne di pace, prima di tutto. Donne che hanno scelto il perdono anche quando sembrava impossibile, dimostrando che la pace non è un’idea astratta, ma nasce da gesti concreti, quotidiani, spesso silenziosi. E’ proprio da questi piccoli gesti – un incontro, una parola, una mano tesa – che può prendere forma una riconciliazione capace di cambiare le persone e le comunità.
L’edizione di quest’anno è dedicata a donne che, come Santa Rita, hanno attraversato prove durissime segnate dalla perdita del marito e dei figli. Un dolore profondo che, nelle loro vite, si è trasformato in un cammino di amore, fede e apertura agli altri, diventando testimonianza concreta di speranza per tutta la comunità.
Le figure che incarnano questi valori sono: Fanni Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili.
Fanni Curi da Roma ha vissuto la perdita del figlio Luca, morto a soli otto anni dopo una grave malattia. Un dolore che non l’ha chiusa nella sofferenza, ma che ha saputo trasformare in un cammino di fede e amore condiviso, aiutando i senza tetto e i più fragili. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver trasformato la perdita del fi-glio in un percorso di fede, amore e dedizione agli altri, diventando segno concreto di speranza e rinascita.
Lucia Di Mauro da Napoli, invece dopo l’uccisione del marito, ha scelto di trasformare il dolore in un impegno al fianco dei più fragili. Il suo percorso l’ha portata a incontrare e perdonare uno degli assassini, avviando un cammino di riconciliazione. Ha accompagnato Antonio in un percorso di responsabilità e cambiamento, andandolo a trovare in carcere e sostenendolo nel suo cammino di vita. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver scelto la via del perdono e della riconciliazione, trasformando una tragedia personale in un impegno concreto per gli altri e in una testimonianza di speranza.
Infine Mirna Pompili da Palestrina ha perso la figlia Camilla in un tragico incidente, affrontando un dolore devastante. Fin da subito ha scelto la via del perdono, avvicinandosi alla persona responsabile con compassione. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver testimoniato una straordinaria capacità di perdono, trasformando il dolore più grande in un esempio autentico di amore, miseri-cordia e speranza.
Come ogni anno la Festa di Santa Rita si traduce anche in impegno concreto capace di dare forma ai valori della santa. Lo fa attraverso l’azione della Fondazione Santa Rita da Cascia, ente filantropico nato per volontà dello stesso Monastero, che sostiene i più fragili in Italia e nel mondo, con numerosi progetti. Per la Festa 2026, la Fondazione lancia la campagna di raccolta fondi per l’avvio dell’Oasi Santa Rita, progetto del Monastero Santa Rita da Cascia che punta a creare a Porto Recanati, sul mare delle Marche, una struttura ricettiva non profit dedicata all’accoglienza di persone con disabilità e chi se ne prende cura.
Il progetto, sviluppato in più fasi pluriennali, con un investimento stimato di € 2.400.000 per la sola ristrutturazione dell’immobile, vuole dar vita a un luogo innovativo, col quale generare reale cambiamento sociale: dall’assistenza alla promozione di autonomia, partecipazione e qualità della vita, affinché la vacanza diventi un diritto accessibile a tutti. Per sostenere la missione e ricevere in dono lo speciale bracciale della Festa di Santa Rita, si può visitare il sito festadisantarita.org .
Papa Leone XIV: con il pane c’è perdono
“Il Vangelo che abbiamo ascoltato è parola di salvezza per tutta l’umanità. In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione. La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla, come siamo noi adesso, qui. Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo ‘cinque pani d’orzo e due pesci’. Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?”: ha domandato papa Leone XIV ai 120.000 fedeli radunati nello stadio a Douala.
Non ha usato tante parole per dire che il Vangelo interroga tutti: “Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. E’ rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. E’ rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo. Questa indigenza ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?”
Domande che non attendono risposte, ma azioni come quella di Gesù, che benedice, davanti a 5.000 persone: “Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. E’ riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo”.
Attraverso la benedizione Gesù cambia la logica mondana: “Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda. Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: ‘Questi è davvero il profeta!’, cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente. Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re, perché è venuto per servire con amore, non per dominare”.
Il miracolo consiste nel segno di cura del corpo e dell’anima: “Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo”.
L’eucarestia trasforma il mondo, perché è un invito per tutti alla mensa: “Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una ‘com-pagnia’ che ci trasforma, perché ci santifica. Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale”.
Attraverso il pane Gesù impegna ciascuno all’azione: “Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo. Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario. Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore”.
E’ un invito speciale ai giovani: “Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità”.
Soprattutto a non lasciare spazio alle illusioni: “Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società”.
Un invito ad imitare le gesta del beato Chui: “Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese”.
Ed ha concluso l’omelia ad annunciare la resurrezione di Gesù con gesti concreti: “Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto. E’ così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza. Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna. Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti”.
(Foto: Santa Sede)
La Fiaccola del Perdono e della Pace di Santa Rita illumina Chicago: tappa all’Università di papa Leone XIV e a Dolton, per la prima volta al mondo, nella casa della sua infanzia
Prosegue il cammino internazionale della Fiaccola del Perdono e della Pace, simbolo del messaggio universale di riconciliazione e speranza che ogni anno parte da Cascia, città di Santa Rita. Dopo l’accensione solenne di sabato alla locale Chiesa dedicata alla Santa degli impossibili, la giornata di lunedì 16 marzo ha visto la Fiaccola protagonista di due momenti particolarmente rilevanti, entrambi legati alla figura di papa Leone XIV.
La prima tappa si è svolta presso la Catholic Theological Union di Chicago, dove il Pontefice ha compiuto i suoi studi. A illustrare il contesto formativo è stato Padre Enzo Del Brocco, passionista e direttore e presidente dell’Università, che ha sottolineato come l’università si fondi su una visione teologica aperta, interculturale ed ecumenica, maturata in un periodo storico segnato da profondi cambiamenti sociali e politici. Riferendosi al significato della Fiaccola, ha dichiarato:
“Portare qui la Fiaccola del Perdono e della Pace è un segno bellissimo e particolarmente significativo in questo momento storico segnato da conflitti. Riceverla proprio qui, in un contesto che ha conosciuto tensioni e cambiamenti profondi, è un richiamo forte alla responsabilità collettiva. E’ importante ricordare che la guerra non è mai la soluzione: a soffrirne sono sempre gli innocenti, i più fragili. Questa Fiaccola è un invito a ritrovare la forza della diplomazia e del dialogo, perché solo attraverso il confronto si possono costruire percorsi di pace duraturi”.
Successivamente, la Fiaccola ha raggiunto Dolton, nei pressi di Chicago, città natale di papa Leone XIV. Qui la Fiaccola è stata accesa davanti alla casa in cui il Pontefice è nato e ha trascorso l’infanzia, in un momento di grande intensità simbolica. La delegazione di Cascia ha inoltre avuto l’onore di essere il primo gruppo a poter visitare la casa natale del papa. La visita ha rappresentato un momento di profondo significato, unendo idealmente Cascia con la terra in cui il pontefice è cresciuto, nel segno del messaggio di pace e perdono che Santa Rita continua a diffondere nel mondo.
“La Fiaccola del Perdono e della Pace – ha dichiarato il Rettore della Basilica di Santa Rita da Cascia, p. Giustino Casciano – è un segno concreto della forza spirituale del messaggio di Santa Rita, capace di attraversare confini, culture e generazioni. Il suo arrivo a Chicago, nei luoghi legati alla vita e alla formazione di papa Leone XIV, assume un significato particolarmente profondo: è un ponte ideale tra Cascia e il mondo, tra la testimonianza di Santa Rita e il servizio della Chiesa universale. La pace e il perdono non sono parole astratte, ma un cammino possibile che vogliamo continuare ad accendere nei cuori delle persone”.
(Foto: Fondazione Santa Rita)
Mons. Delpini prosegue alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana
“Si avvicina il giorno del compimento del 75^ compleanno ed ho pensato di chiedere una udienza a papa Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. In sostanza ho esposto al papa le buone ragioni che consigliano di provvedere alla mia sostituzione durante l’estate 2026. Il papa ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo”: sono state queste le parole con cui mons. Mario Delpini, a conclusione della celebrazione penitenziale per il clero, ha annunciato nei giorni scorsi la decisione del papa di mantenerlo arcivescovo ambrosiano.
Ma ha aggiunto la disponibilità a lasciare l’incarico su richiesta del papa: “Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Devo, però, dirvi che resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, in questo clero diocesano.
Resto volentieri perché sono onorato di far parte di questo clero, sono edificato, ad esempio, da alcuni confratelli ammalati che vivono la malattia con tanta fortezza. Sono contento di essere qui con voi e con tutto il popolo cristiano… Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità”.
Mentre, nei giorni scorsi, al termine della messa per l’anniversario della morte di don Luigi Giussani ha annunciato la chiusura della fase diocesana dell’inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione del fondatore di Comunione e Liberazione: “Si affacciano, sull’abisso del cuore umano uomini e donne di Dio, e hanno la libertà e l’audacia di riconoscere nel cuore umano scintille divine. Nel cuore umano, così sbagliato, così cattivo, così insignificante riconoscono tratti dell’immagine di Dio e della vocazione all’amore.
Uomini e donne di Dio sanno dire al cuore umano la parola che riaccende la compassione, la benevolenza, la sete d’infinito, la nostalgia di Dio. E molti uomini e donne si sentono chiamati da questi uomini e donne di Dio ad un’esultanza inaudita, ad una bontà eroica, ad una misura smisurata di umanità. Che cosa si può dire di don Giussani? Forse, semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Don Giussani è stato un ‘uomo di Dio’, perché ha tenuto viva la fraternità: “Si affacciano uomini e donne di Dio sull’abisso enigmatico delle relazioni tra persone, tra gruppi, tra fazioni e si sentono chiamati a mettersi in mezzo per intercedere, per riconciliare, per restituire lo splendore della fraternità e dell’amicizia al convivere in famiglia, nel gruppo, nel movimento…
Uomini e donne di Dio si mettono di mezzo e dicono agli uni e agli altri: come sono grandi l’amore e la grazia che vi unisce! Come sono piccoli i capricci e i puntigli che vi dividono! Praticate, dunque, la via del perdono, lasciatevi riconciliare con Dio! Che cosa si può dire di don Giussani? Forse semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Prima Domenica di Quaresima: Gesù è tentato da Satana
Inizia la prima domenica di Quaresima, un tempo forte dell’anno liturgico, un periodo, come dice il nome, di 40 giorni durante i quali la liturgia ci invita a prepararci spiritualmente alla seconda festa dell’anno liturgico: la Pasqua di risurrezione. Il numero 40 è certamente simbolico: 4×10; tutta la realtà è chiamata con l’aiuto di Dio a rinnovarsi con segni di vera conversione. Il n. 4 sta ad indicare gli elementi costitutivi del creato (aria, terra, acqua, fuoco) che lasciati in balia di se stessi generano il caos; il n. 10 simboleggia Dio e indica che solo con l’aiuto di Dio si determina il cosmo, l’ordine, l’armonia, la pace, l’amore.
La Quaresima ci invita alla conversione, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana e dall’egoismo innato nell’uomo, passare all’amore, proprio di Dio; Dio infatti è amore: con un atto di amore ha creato cielo, terra e l’uomo a sua immagine e somiglianza. Con un gesto di amore sublime, dopo il peccato dei nostri progenitori, il Verbo eterno si incarnò e Gesù, vero Dio e vero uomo, muore in croce per salvarci; Cristo Gesù, risorto il terzo giorno, vince la morte e apre agli uomini le porte del Regno dei cieli.
Ogni rinnovamento dello spirito è preceduto dall’opera umana sostenuta dalla grazia del cielo: 40 dove il 4 (l’uomo sintesi mirabile di tutto il creato) è sostenuto dal n. 10, cioè da Dio. La Quaresima essenzialmente è un richiamo a riconoscerci peccatori, fragili e limitati e a rivolgerci a Dio dicendo: ‘Signore, abbiamo peccato, perdonaci!’, Kirie, eleison!, Signore, pietà. Cosa fare allora? Ce lo indica in modo mirabile il Vangelo di questa domenica. Gesù viene tentato da Satana e il Maestro divino ci insegna come superare le tentazioni, che non mancheranno mai.
La tentazione nei momenti di bisogno. Gesù ebbe fame e il tentatore: ‘Se sei figlio di Dio fa che questa pietra diventi pane’; Gesù risponde con la sacra Scrittura (Parola di Dio): ‘Non di solo pane vive l’uomo’. La tentazione della vana gloria: ‘Se sei figlio di Dio, gettati giù: gli angeli ti sosterranno perché il tuo piede non inciampi’; Gesù risponde: ‘Sta scritto, non tenterai il Signore Dio tuo’, è Parola di Dio. La terza tentazione riguarda il potere: Tutto è mio, dice il tentatore, io metto tutto nelle tue mani se ti prostri e mi adori; e Gesù al tentatore: ‘Vattene, Satana! Sta scritto: Il Signore tuo Dio adorerai; a Lui solo renderai il culto’.
Gesù, nuovo Adamo, vince il tentatore sempre con la Parola di Dio, la Sapienza eterna con la quale Dio ha creato tutte le cose. Satana rimane quel tentatore che troviamo all’inizio della vita quando tentò i nostri progenitori : se mangiate il frutto della scienza del bene e del male, diventerete come Dio; potrete fare a meno di Dio perché tu, uomo, che conosci il bene e il male sei Dio. I nostri progenitori caddero nella rete diabolica; Gesù, viceversa, ci insegna come eludere e vincere le tentazioni: con la Parola di Dio che è luce; con la Parola di Dio che è Via, Verità e Vita mentre la parola del maligno è solo ingannatrice.
Le tre tipiche tentazioni che subì Gesù riassumono le tentazioni dell’uomo di ieri e di oggi. La tentazione radicale, di fondo, rimane sempre la stessa: tu, uomo, non hai bisogno di Dio, tu sei Dio con la tua intelligenza e il tuo amore. Tentazione a cui anche oggi Satana spinge l’uomo debole e fragile verso il materialismo ateo contro il quale l’uomo intelligente e consapevole dei propri limiti deve sempre battersi: non è questione di ‘mela’, le tentazioni di satana mirano solo ad allontanare da Dio, mettere in dubbio la sua esistenza, divinizzare l’io, il denaro, il sesso, il successo.
La tentazione dell’Eden non è cessata, tuttora è in atto nella storia. Il diavolo, come ha tentato i nostri progenitori, cercò di sedurre anche Gesù in cui vedeva solo l’uomo e non il Verbo eterno, Il Figlio incarnato. Gesù ha permesso di essere tentato per dare all’uomo un insegnamento efficace e perfetto: solo la parola di Dio salva; uniti a Cristo nello Spirito Santo si trova la forza di resistere, solo nella parola di Dio c’è salvezza.
L’uomo ieri come oggi si trova tra due poli di attrazione: o con Adamo o con Cristo Gesù; o con il peccato che ebbe inizio nell’Eden, nel giardino delle delizie e portò l’uomo a vivere tra tribolazioni e spine sino alla morte; o con Gesù Cristo, che si sacrificò per noi in croce insegnando a tutti il comandamento dell’amore, che non è il piacere o il sesso o il denaro ma è vivere vicino a Dio che è Amore, è Via, è Verità, è Vita, è salvezza eterna. Il peccato ieri come oggi dilaga attorno a noi, ti offre una porta larga da attraversare per finire con il sommergerti.
La via della Croce che Gesù, nuovo Adamo, ci offre è una porta stretta che ti immette nella gioia vera, nella coscienza serena mentre ti addita la meta gloriosa che è il Regno di Dio, la vita eterna. L’uomo, il cristiano è chiamato a fare ogni giorno la sua scelta, ‘ad astra per aspera’, se vuoi essere vero discepolo di Gesù è necessario prendere la propria croce e camminare; nel tuo cammino non sarai mai solo, Gesù assicura: siete stanchi, affaticati, afflitti, venite a me, io vi ristorerò. Da qui il suo dono: l’Eucaristia che celebriamo ed il dono di Maria, sua madre, come madre nostra. Confortati da questa presenza iniziamo il nostro cammino quaresimale.
Il Cantico delle Creature nel nostro tempo: a colloquio con Martina Sardo
“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati”: continuano presso la parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature ed a 10 anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, gli incontri con i responsabili dell’associazionismo sulla declinazione al presente del cantico francescano, ospitando Alessandra Cetro, incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, che racconterà il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo’.
Il Cantico delle Creature è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore, come ha raccontato nell’incontro precedente Martina Sardo, consigliera nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore giovani, che ha raccontato il suo ‘servizio’ a Lampedusa nello scorso decennio: “Occorrerebbe (e in fretta!) passare dai numeri alla vita! Per immedesimarsi nella sofferenza di chi non ce l’ha fatta e non correre il rischio di non indignarsi più, di smettere di piangere per chi, per la sola colpa di sognare un futuro lontano da guerra e persecuzioni, ha visto e sta vedendo calpestati i propri diritti e la propria dignità”.
Cosa si prova ad accogliere i migranti?
“Si prova, innanzitutto, tanta gratitudine nel mettersi a servizio di chi ha attraversato il mar Mediterraneo con un viaggio intenso, perché ha dato la possibilità di conoscere le loro storie. Soprattutto si prova ad esercitare l’empatia, la solidarietà e l’incontro nei confronti di queste storie. Una gratitudine che si misura con la vita di chi ha molte cose da raccontare e di chi ha tanto da dirci attraverso le sofferenze vissute, mettendoci in discussione come cristiani”.
Dall’esperienza vissuta a Lampedusa per quale motivo si emigra?
“Si emigra per un insieme di fattori, che sono sempre correlati, tantochè molti studiosi hanno parlato di ‘multicausalità’, quando ci si approccia al fenomeno migratorio. Non si parte solamente per una ragione, ma per una serie di correlazioni. Papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’ sottolinea le migrazioni a causa del fattore climatico come spinta alla migrazione. E’ difficile isolare una motivazione rispetto ad altri motivi sociali, politici, demografici ed economici, che portano alla decisione di partire, che difficilmente è una decisione volontaria, ma è nella maggioranza dei casi una decisione forzata”.
La migrazione è un diritto od un dovere?
“Il diritto di asilo è monco, in quanto si ha il diritto di richiedere l’accoglienza in uno Stato. Il diritto a migrare è un diritto che dovrebbe essere riconosciuto a tutti, come parte di vivere nel luogo dove si vuole; però ci sono ostacoli legali che impediscono alle persone di stabilirsi dove si desidera. Il diritto d’asilo prova a fornire strumenti a chi sfugge da situazioni di difficoltà per costruirsi una vita migliore. E’ nostro compito la garanzia del diritto di asilo a chi vive nelle situazioni in cui è a rischio la vita”.
In quale modo l’Azione Cattolica educa al rispetto dell’altro?
“L’Azione Cattolica Italiana, che è palestra di sinodalità, cioè di cammino condiviso, può svolgere (e svolge già) un ruolo cruciale nell’educare all’accoglienza ed al rispetto dell’altro, anzitutto attraverso i cammini di gruppo dell’Azione Cattolica dei Ragazzi, dei Giovani e degli adulti, in cui la proposta formativa dell’Azione Cattolica si estrinseca.
Crescendo insieme e vivendo la ‘cultura dell’incontro’: quella dell’apertura all’altro diventa la ‘postura’ con cui siamo chiamati a stare all’interno dei nostri luoghi quotidiani, delle comunità, dei territori, delle alleanze con le quali camminiamo. In questo modo l’accoglienza dell’altro non risulta un gesto straordinario, ma un’espressione naturale e concreta della nostra fede”.
In questo periodo lavori in Svizzera: cosa si prova ad essere migrante?
“E’ una sensazione veramente difficile da spiegare; è veramente strana, perché risuonano dentro te tutti i racconti dei migranti che nella mia vita ho avuto modo di conoscere. Soprattutto, mi trovo a dover sbrigare alcune pratiche, come quella del permesso di soggiorno, che ho aiutato a compilare per chi arrivava in Italia. Sottolineo che in questa esperienza da migrante è l’importanza della comunità che ti accoglie, perché se sa accoglierti bene ti rende quest’esperienza di lontananza dai tuoi affetti un po’ più semplice. Diversamente il distacco e la lontananza risultano più complesse”.
Un’Indulgenza plenaria per l’Anno Francescano
“Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude, ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di san Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226)”: in occasione dell’ottavo centenario della morte del Santo d’Assisi un Decreto della Penitenzieria Apostolica annuncia che saranno concesse le indulgenze plenarie fino al 10 gennaio 2027.
Nel Decreto si sottolinea l’importanza dei precedenti giubilei francescani, che hanno culmine in quello di quest’anno: “In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di san Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca”.
Inoltre si evidenzia che san Francesco è stato un ‘alter Christus’: “Se è mirabilmente vero che ‘non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini’ all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, ‘nacque al mondo un sole’: Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana”.
Come in quel periodo il santo di Assisi seppe proporre a modello la carità cristiana anche oggi essa è necessaria: “Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano”.
E’ un invito a non ‘vanificare’ l’Anno santo appena concluso per una carità più ‘attiva’: “…quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di san Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità”.
Con alcune parole di san Francesco ad un ministro (‘E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede’) il Decreto sottolinea il valore della misericordia francescana: “Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, san Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza”.
Una misericordia che si apre al perdono: “Ed è proprio un perdono, il noto ‘Perdono d’Assisi’ o ‘Indulgenza della Porziuncola’, che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una ‘piccola porzione di terra’ (da cui il nome Porziuncola)”.
Ed ecco a chi si applica l’indulgenza plenaria: “ai membri: delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare; degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di san Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma”.
Però l’indulgenza plenaria è concessa a tutti coloro secondo tali condizioni: “a tutti i fedeli indistintamente che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a san Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di san Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.
Inoltre dall’indulgenza plenaria non sono esclusi gli “anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.
Carcere, lavoro e dignità a Milano: ‘La comunicazione come diritto umano fondamentale’
Lunedì 12 gennaio si è svolto presso la Sala Turismo della sede di Confcommercio a Milano il convegno nazionale ‘Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale’, promosso da Milano PerCorsi. L’iniziativa ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, diventando uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano.
Al centro del dibattito c’è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute.
Il convegno nasceva da una emergenza nazionale: il sistema penitenziario italiano versa in crisi estrema. I dati su suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile. Il sovraffollamento cronico rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza permanente. E’ emersa la necessità di un intervento urgente da parte dello Stato, questione di responsabilità istituzionale, giuridica e morale.
La comunicazione è stata analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non come semplice strumento informativo, ma come relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionalmente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità umana e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena.
Tra gli interventi di maggiore rilievo si è collocato quello di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, che ha evidenziato il ruolo della comunicazione come diritto umano fondamentale nei contesti di privazione della libertà, spiegando come la parola sia spazio di riconoscimento dell’identità, strumento di relazione e condizione essenziale per la sopravvivenza psicologica della persona detenuta. L’impossibilità di comunicare il proprio disagio e di essere riconosciuti come esseri umani è una delle principali cause di isolamento, crollo emotivo e, in casi estremi, di suicidio in carcere.
Ha proposto un modello innovativo con la presenza qualificata di professionisti della comunicazione e del giornalismo all’interno delle carceri, capaci di creare spazi di ascolto e di restituzione pubblica della realtà detentiva. Dare voce a chi non ce l’ha restituisce dignità, riattiva il senso di responsabilità personale e consente alla persona detenuta di percepirsi nuovamente parte della comunità.
Maimone ha richiamato anche la visione cristiana del perdono, secondo cui nessuna persona è definitivamente perduta se sceglie la conversione, intesa come consapevolezza dell’errore e volontà concreta di non reiterarlo. In questa prospettiva, la colpa non annulla la dignità e il carcere non può limitarsi a un percorso di riabilitazione esclusivamente sociale e lavorativa, ma deve includere anche una dimensione spirituale ed esistenziale del recupero.
Secondo Maimone, se il cristianesimo afferma che Dio perdona chi si converte, anche la società è chiamata a fare altrettanto. Questo interpella in modo particolare i cristiani, chiamati non al giudizio ma a farsi promotori del cambiamento, accompagnando le persone detenute in un autentico percorso di recupero umano, sociale e spirituale. Il perdono non indebolisce la giustizia: la rende umana, perché riconosce la possibilità di rinascita dell’essere umano e rende concretamente possibile il reinserimento e la riconciliazione con la comunità.
Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, che opera nei contesti di maggiore fragilità sociale e umana. Il suo intervento si è collegato ai Diritti Umani universali, alle Regole Mandela e all’articolo 27 della Costituzione, riaffermando che la pena, per essere legittima, deve preservare la dignità della persona.
Accanto alla comunicazione, il convegno ha posto con forza il tema del lavoro, non come semplice opportunità occupazionale, ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute.
Il confronto ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Dopo i saluti istituzionali di Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC, e Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale, i lavori sono entrati nel vivo con interventi significativi.
Il tema della sicurezza e della gestione penitenziaria è stato affrontato da Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, che ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà operative quotidiane e sull’importanza di affiancare alla funzione custodiale un autentico progetto rieducativo, a tutela sia del personale sia delle persone detenute.
Un ruolo centrale è stato attribuito al mondo dell’informazione. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, e Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, hanno sottolineato come il carcere sia rimasto troppo spesso ai margini del racconto pubblico, alimentando invisibilità e disinformazione, e come sia necessario un giornalismo capace di restituire responsabilità sociale.
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del lavoro e del reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, Pietro Latella, consulente del lavoro, ed Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., hanno evidenziato come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire un reale percorso di autonomia per le persone detenute ed ex detenute. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance – Lombardia, hanno portato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia.
Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute, contribuendo alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento, senza comunicazione non può esserci umanità.
Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio
“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.
Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…
Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.
Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.
Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.
L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.
Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.
E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede di testimoniare il perdono
“Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace”: questo, al termine della recita dell’Angelus odierno, è l’augurio di papa Leone XIV con l’invito per i cristiani ad essere segno di riconciliazione contro la logica del mondo, che inneggia alla guerra.
Mentre prima della recita dell’Angelus della festa del martirio di santo Stefano il papa ha sottolineato la ‘forza’ della testimonianza cristiana, incentrata sul perdono: “Oggi è il ‘natale’ di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio”.
E’ un invito a non rinunciare a‘scegliere’ alla luce: “Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di ‘venire alla luce’, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole”.
Un perdono che si concretizza grazie ad un volto: “E’ il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”.
La nascita di Gesù è un richiamo ad essere figli di Dio: “Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”.
Ed il martire è colui che sceglie di compiere l’opera di Dio: “Nessuna potenza, però, fino ad oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto”.
Quindi il papa ha avvertito che colui che compie l’opera della pace di Dio è ‘ridicolizzato’ e perseguitato: “Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”.
Ecco che la gioia del Natale si realizza nel perdono: “Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi.
E’ una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!”
Intanto nel pomeriggio natalizio il card. Rolandas Makrickas, arciprete della basilica di santa Maria Maggiore ha chiuso la prima Porta Santa, quella di questa basilica liberiana: “Il Giubileo della speranza, prosegue il porporato, è stato un tempo in cui la Chiesa ha annunciato, ancora una volta al mondo intero, che Dio non è lontano, che la pace è possibile, che la misericordia è più forte del peccato”.
L’anno giubilare non è “un evento da archiviare alla sua conclusione, ma un invito a restare in ascolto del Figlio, perché senza l’ascolto della Parola, la speranza si spegne”. E l’esempio da seguire è quello di Maria, Colei che “ha insegnato a tutti che la speranza nasce dall’accoglienza: accogliere Dio nella vita, accogliere l’altro, accogliere il futuro senza paura”. Solo così, cioè facendo entrare Dio nel cuore, si può aprire la “vera Porta Santa della misericordia, della riconciliazione, della fraternità”.
Per questo dalla basilica che custodisce l’icona mariana della Salus Populi Romani il card. Makrickas ha invitato i fedeli a tradurre i momenti forti del Giubileo in preghiera, attenzione concreta ai poveri, riconciliazione nelle famiglie, impegno creativo nel lavoro, presenza misericordiosa nella comunità.




























