Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza

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“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.

Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.

Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.

Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.

Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.

Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.

Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.

E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.

Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.

Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.

Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.

(Foto: Santa Sede)

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