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Papa Leone XIV: varcate la soglia delle ‘cose nuove’
“E’ per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. E’ motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà”: .nel pomeriggio papa Leone XIV ha incontrato il mondo universitario nell’ateneo cattolico dell’Africa centrale a Yaoundé, individuando nel continente africano ‘il lato oscuro’ delle devastazioni causate ‘dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare’ per le tecnologie.
E’ uno sprone per le università a diventare comunità di ricerca: “Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature”.
Citando san Newmann il papa ha esortato il corpo docente universitario ad essere un luogo per l’amicizia: “Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità”.
Ed anche l’Africa può contribuire a realizzare questa nuova amicizia: “Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. Ed oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale”.
Riprendendo il motto dell’Università il papa ha sottolineato il compito della formazione delle coscienze: “La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: ‘Al servizio della verità e della giustizia’, vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società.
Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia”.
Ecco l’invito a sperimentare ‘cose nuove’ con particolare riferimento ai giovani: “I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso”.
E’ un invito ad essere ‘reali’: “Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale.
Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. ‘Geme e soffre’ come ognuno di noi”.
E’ un invito particolare a non vivere in una bolla: “Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità”.
In ciò consiste la responsabilità dell’Università Cattolica: “E’ proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune”.
In questo processo è fondamentale il ruolo degli insegnanti: “Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti”.
Per questo ha chiesto agli africani di liberarsi dalla corruzione: “L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana”.
(Foto: Santa Sede)
P. Buffon rettore della Pontificia Università Antonianum
Mercoledì 11 marzo la Congregazione per l’Educazione Cattolica, nella persona del card. José Tolentino de Mendonça, ha nominato il prof. Giuseppe Buffon, O.F.M., Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum per il triennio 2026-2029.
Già Decano della Facoltà di Teologia e vicerettore della Pontificia Università Antonianum, il prof. Buffon è nato a Cison di Valmarino, il 6 gennaio 1963 e ha conseguito il dottorato in Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana e in scienze storico-religiose presso la Ecole Pratique des Hautes Etudes. È professore ordinario di storia della Chiesa moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Antonianum.
Padre Buffon è anche membro del Comitato tecnico per gli studi storici dell’Ordine dei Frati Minori, come già del Comitato operativo della sezione ‘Storia francescana’ e del consiglio di redazione di ‘Archivum Franciscanum Historicum’.
Ha iniziato la sua attività di ricerca interessandosi allo studio del genere letterario della ‘lettera pastorale collettiva’ attraverso l’analisi della documentazione prodotta dal ‘coetus episcoporum’ dell’Umbria, dalla sua fondazione (1849) alla seconda guerra mondiale; ha approfondito in seguito le origini della ‘sinodalità’ episcopale quale risposta alla ‘modernità’ attraverso un’indagine riguardante gli Atti della prima conferenza episcopale umbra (1849), celebrata a Spoleto, presente mons. Giuseppe Pecci, futuro papa Leone XIII.
Con la scelta del tema per il dottorato di ricerca, sotto la direzione del prof. Giacomo Martina, è iniziato l’interesse per il mondo francescano: un francescanesimo moderno e contemporaneo e non quello delle origini già abbondantemente sfruttato (Aspetti della vita e del governo di p. Bernardino dal Vago da Portogruaro, O.F.M., 1822-1895). Da qui il suo tentativo di operare una revisione dei criteri della storiografia francescana troppo incentrata sul tema delle origini (Economia, devozioni e pellegrinaggi alla Verna tra XVII e XIX secolo: ragioni di una durata, 2000); da qui anche l’incentivo a studiare maggiormente non tanto la storia delle istituzioni, bensì la dimensione istituzionale delle organizzazioni religiose (I francescani si confrontano con la propria storia: ricerca storica e trasformazione istituzionale, 2002).
Con gli studi a Parigi il suo interesse per la sociologia delle istituzioni e l’antropologia ha preso nuovo slancio (Dalle soppressioni alla rinascita: il ‘sine proprio’ nella prospettiva di una ‘histoire au ras du sol’, 1997; Tra ideali utopici e strategie di modernizzazione. L’Ordine dei Frati minori nel secondo Ottocento: appunti per una storia dei processi di trasformazione della vita religiosa alle soglie delle modernità, 2000).
Ha avuto inizio così una lettura assidua della sociologia delle organizzazioni nord-americana (March, Olsen, Di Maggio, Brusson) e tedesca (Luhmann) e ha avviato uno studio sulla presenza francescana in Terrasanta, con l’obiettivo di individuare le caratteristiche organizzative e quasi antropologiche di tale francescanesimo.
L’indagine è approdata all’individuazione della categoria istituzionale di ‘anarchia razionale’, ritenuta interessante per la comprensione di diversi fenomeni organizzativi attinenti al mondo francescano mediorientale [Les Franciscaines en Terre Sainte entre Religion et politique (1869-1889): une recherche institutionnelle, 2002)]. Continuavano, intanto, gli approfondimenti intorno ad altri percorsi di sociologia religiosa [‘Speculum facti sumus mundo’: minorità/povertà come fattore di mobilitazione nei processi di riforma (XVIXIX sec.), 2002], integrati anche da apporti statistici (Socialità religiosa in numeri: i francescani in Piemonte nel secondo Ottocento, tra dispersione e tentativi di ricostruzione e/o rifondazione, 2003), alternati a nuove aperture verso la storia, ad esempio del francescanesimo femminile (Francescanesimo al femminile nel nuovo mondo (1865-1890): una via di modernizzazione della vita religiosa, 2003).
Le sue indagini sulla Terra Santa e in parte quella sugli Stati Uniti hanno consentito di approfondire anche il tema missionario, trattato secondo le categorie della spazialità: mobilitazione, mondializzazione, universalismo cosmografico e antropologico (Tra spazio e territorio: la missione francescana in epoca moderna, 2006). Tra le ricerche in corso va segnalata quella sulle congregazioni religiose femminili, che tenterà di verificare i parametri e gli esiti dell’evoluzione organizzativa di una congregazione posta tra vecchio e nuovo mondo, cioè tra modernità e tradizione.
L’incarico, conferitogli nel 2006, di offrire un corso intorno alla storia dei francescani in età moderna e contemporanea (1517-1980), l’ha indotto allo studio e alla redazione di una ricerca intorno alla storia della storiografia francescana (Francescanesimo in epoca moderna: una storia omessa?, 2008).
Università Cattolica: l’alleanza tra generazioni per valorizzare tutte le età della vita
“Nel dare avvio alla cerimonia, vorrei partire dal tema narrativo che unirà tutti i Dies Academici: l’alleanza tra generazioni. Nel campus romano si tratta di un tema di rilevanza strategica ormai da molti anni, sia nella ricerca scientifica sia nell’attività clinica, in particolare nella prospettiva di un invecchiamento attivo, inclusivo e in salute”: con questo inizio il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, prof. Elena Beccalli, nel suo discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico nella sede di Roma ha affrontato il tema della longevità, in quanto i dati Istat relativi all’Italia mostrano che ‘già nel 2025 gli over 80 sono stati circa 4.600.000, un numero che ha superato quello dei bambini sotto i 10 anni. Complessivamente un saldo naturale fortemente negativo”.
Nel discorso inaugurale il rettore ha affrontato un tema cruciale, ricordando che in questi mesi l’Università Cattolica e il Policlinico Gemelli hanno lanciato rispettivi piani strategici: “Il piano industriale quadriennale del Policlinico intende consolidare il suo ruolo di grande academic hospital europeo, pur in un contesto economico complesso”. L’obiettivo è realizzare un profondo lavoro interno di innovazione organizzativa e gestionale. Grazie a questo piano, «l’intento, ambizioso ma concreto, è riportare la Fondazione al pareggio economico nel biennio 2028/2029, assicurando universalità nell’accesso alle cure, elevati standard di qualità, condizioni di lavoro ottimali per il personale e di apprendimento per gli studenti» conclude il rettore.
Secondo il rettore per “restituire all’umano tutte le età della vita occorre costruire comunità capaci di sostenere l’autonomia e al tempo stesso le relazioni tra le generazioni. Parallelamente, occorre ridefinire i sistemi di salute e di welfare, orientandoli verso modelli integrati e centrati sulla persona per rispondere ai bisogni complessi dell’età avanzata e per garantire cure adeguate. Tutto ciò necessita di una governance condivisa e multisettoriale, in cui istituzioni, università e società civile collaborino”.
Il campus romano dell’Ateneo e del Policlinico “costituisce un laboratorio privilegiato in cui l’alleanza tra generazioni prende forma concreta attraverso la cura e la ricerca dedicate, insieme, agli anziani e ai neonati. Nell’approssimarsi della 48sima Giornata nazionale per la vita, incentrata sul tema ‘Prima i bambini’, è una gioia ricordare che l’ecosistema Gemelli è tra i principali centri nascita del paese e il primo del Lazio, con oltre 4.000 parti all’anno. E’ in questa feconda intersezione tra le generazioni che si radica la nostra speranza”.
Di cure, prevenzione e centralità del Ssn ha parlato il ministro della Salute Orazio Schillaci: “L’università e la sanità condividono una responsabilità fondamentale: quella di contribuire alla costruzione di un futuro migliore. Vorrei che oggi per il SSN e il Ministero della salute, che si occupano di curare i malati, il primo obiettivo sia quello di evitare che gli italiani si ammalino. In questo scenario, in questi anni, abbiamo fatto sì che la prevenzione non fosse più la Cenerentola del servizio sanitario nazionale, ma diventasse il pilastro della sanità del terzo millennio, più moderna, che vogliamo costruire. Investire in prevenzione vuol dire salvaguardare la sostenibilità del sistema sanitario, aumentare la qualità della vita, diminuire le cronicità e renderle più facilmente gestibili».
La sinergia tra Università Cattolica attraverso la Facoltà di Medicina e chirurgia e Fondazione Policlinico Gemelli Irccs è stata alla base della relazione del preside della facoltà Alessandro Sgambato: “La qualità della nostra intensa attività formativa ci ha permesso di migliorare il nostro posizionamento nei ranking internazionali portando l’Ateneo per la Medicina, al 5° posto in Italia nella classifica Times Higher Education e al 6° posto in Italia e al 170° nel mondo nel QS World University Rankings su oltre 1000 Istituzioni valutate”. Nel prossimo anno accademico partirà un nuovo Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e della salute.
Del Servizio sanitario nazionale ha parlato anche il prof. Silvio Garattini nella sua prolusione: “Il Servizio sanitario nazionale è un bene prezioso da preservare. La durata di vita si è allungata facendoci fare passi avanti e portandoci tra le migliori popolazioni del mondo: tuttavia ci interessa di più la qualità della vita stessa. Il SSN ci aiuta a prolungare la durata di vita, ma dobbiamo chiederci come aumentare la durata di una vita sana”. Ha poi concluso il suo intervento rivolgendosi ai giovani studenti spronandoli a “essere soggetti attivi nelle Università”.
Nella sua relazione il professor Francesco Landi, Ordinario di Medicina Interna all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento, Ortopediche e Reumatologiche del Policlinico Gemelli ha invitato ad “investire in educazione, sport, formazione, ambiente, accessibilità ai servizi e agli stili di vita sani non è una scelta accessoria né contingente ma deve essere una opzione strutturale e di visione strategica per il futuro del nostro Paese.
E’ la condizione necessaria per costruire una società capace non solo di vivere più a lungo ma di vivere meglio. In questa cornice, la longevità diventa una responsabilità collettiva che interpella le istituzioni, la comunità scientifica, il sistema sanitario, ma anche ciascuno di noi, come medici, come docenti e come ricercatori”.
(Foto: Università Cattolica)
L’università è un ponte verso gli altri
All’Università Europea di Roma (UER) riprendono le attività di Responsabilità Sociale, nell’ambito delle iniziative del Centro di Formazione Integrale dello stesso ateneo. Come ogni anno, gli studenti del secondo anno di alcuni corsi di laurea prenderanno parte a progetti realizzati in collaborazione con diverse realtà che operano nel sociale sul territorio, sperimentando un coinvolgimento attivo in proposte che rispondono ai bisogni concreti e reali della società.
L’UER festeggia quest’anno il suo ventennale. Fin dalla nascita, queste attività occupano un ruolo centrale nella formazione e nella crescita personale degli studenti, sensibilizzandoli alle dinamiche sociali, all’esercizio attivo della solidarietà e al riconoscimento del valore sociale intrinseco nell’impegno professionale. Nell’anno accademico 2025/2026 saranno più di trecento gli studenti che parteciperanno a quaranta attività, progetti e laboratori:
“Ogni anno la nostra esperienza di Responsabilità Sociale accoglie nuove associazioni e collaborazioni, spiega p. Enrico Trono LC, Direttore del Centro di Formazione Integrale UER. Ricominciare è sempre bello ed entusiasmante, perché siamo all’inizio di un percorso nuovo che coinvolgerà i nostri studenti. Alla fine di ogni anno tanti giovani ci comunicano d’aver vissuto un’esperienza positiva, che ha contribuito ad accrescere la propria sensibilità e il loro sguardo verso gli altri”.
Gli studenti dell’Università Europea di Roma collaboreranno con diverse realtà che operano nel sociale (associazioni, Onlus, fondazioni, laboratori, organizzazioni di volontariato) svolgendo attività di vario genere: assistenza a minori e disabili, supporto a persone senza fissa dimora o in condizioni di disagio, tutela dell’ambiente, promozione della cultura e dell’educazione, sostegno a persone anziane o malate, raccolta di farmaci e generi alimentari.
Papa Leone XIV alla Lateranense delinea il cammino per essere nel mondo
“Sono lieto di essere qui in mezzo a voi, nella Pontificia Università Lateranense, per l’inaugurazione del 253^ anno accademico dalla sua fondazione. Si tratta di un’occasione speciale, in cui, mentre guardiamo con gratitudine alla lunga storia che ci precede, siamo protesi anche alla missione che ci attende, ai sentieri da esplorare, al servizio da offrire alla Chiesa nella realtà di oggi e dinanzi alle sfide future. Uno sguardo grato per il passato, dunque, ma anche occhi e cuore puntati verso il futuro, perché c’è bisogno del prezioso servizio reso dall’università”: questa mattina papa Leone XIV ha inaugurato l’anno accademico alla Università pontificia, che ha un legame particolare con il vescovo di Roma.
In un’epoca in cui si tende a pensare che la ricerca e lo studio non servano per la vita reale, o che conti nella Chiesa più la pratica pastorale che la conoscenza teologica, biblica o giuridica, il papa ha spiegato il rapporto particolare con il papa: “Ogni università, infatti, è luogo di studio, di ricerca, di formazione, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. In particolare, le Università ecclesiastiche e pontificie, erette o approvate dalla Sede Apostolica, sono comunità in cui viene elaborata la ‘necessaria mediazione culturale della fede che, articolandosi in una riflessione aperta al dialogo con gli altri saperi, trova la sua sorgente primaria e perenne in Gesù Cristo’.
Tra le istituzioni accademiche, l’Università Lateranense ha un vincolo del tutto speciale con il Successore di Pietro, e questo è un tratto costitutivo della sua identità e missione fin dalle sue origini, quando nel 1773 Clemente XIV affidò la scuola di teologia del Collegio Romano al clero secolare, chiedendo che tale istituzione dipendesse dal Papa per formare i suoi presbiteri”.
Ed ha ripercorso la storia di questo rapporto con i papi: “Da quel momento tutti i successivi Pontefici hanno mantenuto e rafforzato un rapporto privilegiato con quella che sarebbe diventata l’attuale Università Lateranense. Tra di essi, il Beato Pio IX, che diede l’assetto, tuttora vigente, della quattro Facoltà: Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Diritto civile, col potere di conferire gradi accademici in Utroque Iure; Leone XIII, che fondò l’Istituto di Alta Letteratura; Pio XII, che eresse presso l’Ateneo il Pontificio Istituto Pastorale; san Giovanni XXIII, che conferì all’Ateneo il titolo di Università; e san Paolo VI, che, già professore in queste aule, visitando l’Università appena eletto ribadì lo stretto legame tra essa e la Curia Romana. Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da san Giovanni Paolo II. Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da papa Benedetto e da papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due cicli di studi: in Scienze della Pace ed in Ecologia e Ambiente”.
Quindi ha sottolineato la missione di questa Università oggi: “Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro”.
Dopo aver elencato i rapporti con le altre università il papa ah invitato a declinare la fede nelle sfide nel mondo: “Cari amici, oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo.
In particolare, la Facoltà di Teologia è chiamata a riflettere sul deposito della fede e a farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei, perché appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare la ricerca di Dio. Questa missione richiede che la fede cristiana sia comunicata e trasmessa nei diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale, e per questo ritengo di vitale importanza il servizio svolto dall’Istituto Pastorale”.
Per questo gli studi filosofici e giuridici devono sempre essere alla ricerca della verità: “Nell’Università Lateranense, lo studio della filosofia deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e soprattutto con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Si tratta di un impegno importante, anche a fronte di un atteggiamento talvolta rinunciatario da cui è segnato il pensiero contemporaneo, così come rispetto alle emergenti forme di razionalità legate al trans-umanesimo e al post-umanesimo.
Le Facoltà giuridiche, di Diritto canonico e civile, che da secoli contraddistinguono la nostra Università, sono chiamate a studiare e insegnare il Diritto attraverso la più ampia valorizzazione della comparazione fra i sistemi giuridici degli ordinamenti civili e quello della Chiesa cattolica. In modo particolare, vi incoraggio a considerare e studiare a fondo i processi amministrativi, urgente sfida per la Chiesa”.
Ugualmente i nuovi percorsi di studio introdotti da papa Francesco: “Infine, una parola a parte meritano i cicli di studio di Scienze della Pace ed Ecologia e Ambiente, che negli anni andranno ad assumere una loro conformazione istituzionale più definita. Le tematiche che essi affrontano sono parte essenziale del recente Magistero della Chiesa, la quale, stabilita come segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità, è chiamata a formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio. La pace è certamente dono di Dio, ma richiede al contempo donne e uomini capaci di costruirla ogni giorno e di supportare a livello nazionale e internazionale i processi verso un’ecologia integrale. Chiedo pertanto alla mia Università di continuare a sviluppare e potenziare a livello inter- e trans-disciplinare questi due cicli di studio e, se necessario, di integrarli con altri percorsi”.
Al termine ha segnalato le tre caratteristiche dell’Università, di cui la prima è la fraternità: “La prima è questa: al centro della formazione devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola ‘persona’ come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti”.
E’ stata una chiara richiesta di reciprocità: “La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ definisce ‘il virus dell’individualismo radicale’, vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Lateranense, ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità”.
Eppoi un’università non può trascurare la ‘scientificità’: “Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica”.
Per questo ha sollecitato la formazione di laici e sacerdoti competenti: “Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.
L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società”.
Infine l’università ha lo scopo di educare al bene comune: “Il fine del processo educativo e accademico, infatti, dev’essere formare persone che, nella logica della gratuità e nella passione per la verità e la giustizia, possano essere costruttori di un mondo nuovo, solidale e fraterno. L’Università può e deve diffondere questa cultura, diventando segno ed espressione di questo mondo nuovo e della ricerca del bene comune”.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Claudio Giuliodori: Università Cattolica porta per l’educazione
“Quello che stiamo compiendo è un gesto molto significativo per ciascuno di noi e per la comunità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Abbiamo accolto l’invito, formulato nella Bolla di indizione, a vivere il Giubileo come occasione di conversione e di rinnovamento sia a livello personale sia come comunità accademica”: queste sono le parole iniziali dell’omelia di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, pronunciate nella celebrazione eucaristica a san Pietro al termine del pellegrinaggio della comunità accademica, nei giorni del Giubileo del mondo educativo.
Nell’omelia il presule si è soffermato sul concetto di porta nella sua valenza simbolica e spirituale: “Con questo Spirito ci siamo messi anche noi in cammino come pellegrini di speranza e abbiamo attraversato la Porta Santa nella consapevolezza che c’è ‘bisogno anche di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza, insostituibile compagna che fa intravedere la meta: l’incontro con il Signore Gesù’. Viviamo questo evento di grazia con il vigore che ci infonde san Paolo, disposto addirittura ad essere separato da Cristo (anàtema) pur di vedere i fratelli di sangue ebrei entrare per la porta della salvezza”.
Ed attraversare la Porta acquista diversi significati: “Quello di attraversare la Porta Santa è un gesto semplice ma è carico di grandi significati se pensiamo che è il segno dell’incontro con la persona stessa di Gesù che si prende cura delle sue pecore…
Questo gesto ci ricorda che attraversando l’unica porta che conduce alla verità e alla pienezza della vita in Cristo, possiamo dare senso compiuto a tutte le porte che ogni giorno attraversiamo nella nostra vita, sapendo scegliere quelle strette della carità e del servizio. In esse possiamo riconoscere i tanti passaggi che nel percorso della nostra vita e nell’esperienza di ogni giorno ci fanno sperimentare la fatica e la bellezza di dimorare in Dio. Sono infatti molte le porte che siamo chiamati ad attraversare ogni giorno con il Signore”.
Eppoi c’è la ‘porta del cuore’, che conduce ad avere ‘gli stessi sentimenti’ di Gesù : “C’è la porta del cuore che ci consente di aprire il nostro intimo al Signore e di sviluppare quei sentimenti che ci fanno gustare la bellezza di stare con il Signore e di abitare il mistero del suo amore… Sono sentimenti che nascono da una profonda conversione del cuore e si traducono in atteggiamenti concreti e profetici come quelli ampiamente descritti dall’apostolo delle genti nella lettera ai Romani…
Quanto è difficile vivere con questi sentimenti in una società segnata dall’individualismo e dall’egoismo! Per questo abbiamo bisogno di una continua conversione, di un permanente stile giubilare ricordandoci delle parole del Signore che risuonano nell’Apocalisse: Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.
Un’altra porta è quella degli affetti: “C’è poi la porta degli affetti e dei legami attraverso cui si esprime il senso profondo della nostra esistenza. Molteplici e diversi sono le relazioni che danno forma alla nostra vita: da quelli più profondi maturati nella realtà familiare a quelli più diversi che si manifestano nelle amicizie fino ai tanti rapporti sociali che ci vedono impegnati nella costruzione del bene comune”.
Quindi porte in cui ognuno è chiamato a passare: “Porte esistenziali che attraversiamo ogni giorno, cariche di aspettative e speranze ma segnate anche da delusioni, amarezze e sofferenze. Siamo qui per ripensare anche alla bellezza e alla fatica di tenere le porte aperte anche di fronte alla tentazione di chiuderle. Essere pellegrini di speranza significa, da una parte, aprire sempre con coraggio e decisione la porta al bene e, dall’altra, di chiuderla con fermezza al male secondo il monito dell’Angelo alla Chiesa di Filadelfia”.
Poi la riflessione omilitica si è soffermata sulla porta universitaria: “In terzo luogo, per noi oggi è utile anche riflettere sulla porta dell’Ateneo. E’ l’ambiente dove il Signore ci ha chiamato concretamente a fare esperienza del suo amore e del suo disegno di salvezza, ciascuno secondo il proprio ruolo, professori, studenti e personale tecnico-amministrativo. E’ bello ritrovarci qui assieme dopo aver attraversato la Porta Santa e aver ascoltato il successore di Pietro nel contesto del Giubileo del mondo dell’educazione, mentre celebriamo il 60° della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis”.
Questa porta ‘universitaria’ è molto importante per la ricerca della verità: “Molte porte si sono aperte per la nostra Università, in oltre cento anni di storia, grazie alla fede, all’intelligenza e alla passione di tutti coloro che, a partire dai nostri fondatori, p. Agostino Gemelli e la beata Armida Barelli, fino ai nostri giorni, hanno tenuta spalancata con fede e coraggio la porta di Cristo sulla ricerca costante della verità, sul servizio allo sviluppo sociale nei diversi campi del sapere e dell’agire umano, sulla sfida educativa per dare in ogni stagione alle nuove generazione gli strumenti utili per essere protagonisti di una società più giusta, accogliente e pacifica”.
Ed ha ricordato il fondamentale documento del Concilio Vaticano II sull’educazione alla luce della lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’ di papa Leone XIV: “Oggi qui, sulla Cattedra di San Pietro, rinvigoriamo la nostra speranza e rinnoviamo il nostro impegno per rendere l’Ateneo dei cattolici italiani uno strumento sapiente ed efficace per la missione della Chiesa nel nostro tempo. Facciamo nostro lo Spirito e lo stile indicato da papa Leone nella lettera apostolica per il 60° della ‘Gravissimum Educationis’… Perché questo si realizzi abbiamo bisogno di essere continuamente e profondamente risanati, come evidenziato anche nel Vangelo odierno”.
Questo è lo ‘sguardo nuovo’ necessario: “Gesù smaschera l’ipocrisia dei Farisei, ma soprattutto vuole ricordare a tutti i credenti che abbiamo bisogno della sua grazia per essere guariti. E nel campo della formazione accademica serve una grazia speciale… Per avere una visione così ampia dobbiamo alzare lo sguardo, cambiare il nostro punto di vista, assumere un’altra prospettiva, operazione che solo la fede può consentire”.
Infine un invito a non ‘perdere di vista’ la porta fondamentale per generare le ‘mappe’ della speranza: “C’è, infine, un’ultima porta, la più importante che non dobbiamo mai perdere di vista; è quella del Cielo, da cui le cose si vedono in modo diverso e sempre nuovo… Non stanchiamoci allora di attraversare con Cristo le tante porte dell’esistenza lasciandoci illuminare dalla luce che già filtra dalla porta ultima e definitiva. E mentre come veri pellegrini alziamo gli occhi al cielo lavoriamo insieme, intensamente e in modo creativo, per tracciare ogni giorno quelle ‘mappe di speranza’ indicate da papa Leone”.
(Foto: Università Cattolica del Sacro Cuore)
Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza
“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.
Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.
Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.
Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.
Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.
Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.
Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.
E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.
Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.
Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.
Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.
(Foto: Santa Sede)
Un volume sui nuovi rapporti tra Cina e Santa Sede
La libertà religiosa è una questione complessa in Cina, con lo Stato che regolamenta le attività religiose e il ruolo delle organizzazioni religiose. Alcuni studiosi hanno esplorato come le interpretazioni del Diritto Cinese, in particolare da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, possano assomigliare a concetti di common law o a interpretazioni giuridiche tradizionali cinesi. La Santa Sede ha reso disponibile il Codice di Diritto Canonico in cinese sul suo sito web, dimostrando di riconoscere la necessità di comunicare con i cattolici di lingua cinese.
Dibattiti accademici esplorano l’intersezione tra Diritto Canonico e Diritto Cinese, come quello del Simposio accademico intitolato ‘Religione e Stato di Diritto: Diritto Canonico e Diritto Cinese’, organizzato congiuntamente dall’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino e dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, nello scorso 5 settembre 2022, rappresentando il primo scambio accademico tra le due parti sul tema del Diritto Canonico, a cui hanno partecipato 15 studiosi provenienti dall’Università di Pechino, dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, dall’Università di Scienze Politiche e Diritto della Cina, dall’Università di Camerino, dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Pontificia Università della Santa Croce.
Quindi in questo contesto è stato pubblicato il libro ‘Canon Law & China Law’, primo volume di una collana edita in Cina, a Hong Kong, e curata dal prof. Liu Peng, direttore dell’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino, e dal prof. Stefano Testa Bappenheim, docente di Diritto Ecclesiastico е Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, a cui abbiamo chiesto di raccontare il motivo di un volume sul diritto canonico e sul diritto degli Stati:
“Ma, guardi, il diritto canonico è un po’ come il nero, va su tutto. Parlando seriamente, la Chiesa offre consistenza giuridica alla vita religiosa con il diritto canonico, con cui da venti secoli, superando le varie difficoltà spirituali e materiali, la Chiesa cattolica ha cercato di mantenere uniti i proprî fedeli, accompagnandoli con la grazia dei sacramenti sino ai confini della terra, formando i loro animi, determinandone la morale, solennizzandone i matrimoni, impiegando per il bene comune le risorse materiali. Il diritto canonico, nel corso dei secoli ed ancor oggi, si rivolge a tutti, adattando il linguaggio ad ogni situazione, con il fervore guidato dalla disciplina, attraverso la coordinazione degli scopi e l’abile variazione dei mezzi, ed appunto il Codice vigente, del 1983 con le successive modifiche, sostanzia un diritto canonico fiducioso, positivo ed energico”.
La novità è che è il primo volume di una collana edita in Cina: come è stato possibile?
“E’ stato possibile grazie al fatto che in questi ultimi 20 anni, sotto gli occhi di tutti, è avvenuto un fortissimo avvicinamento della Cina nei confronti dei vari protagonisti della scena internazionale, con l’ingresso nel WTO, i giochi olimpici… In questa prospettiva, già nel 1999, con il documento 26, il Comitato centrale del Partito comunista cinese decise di procedere verso la normalizzazione delle relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede. Anche grazie alla maggiore internazionalizzazione dei rapporti, poi, è possibile che le autorità cinesi si siano rese conto che il fattore sociale e religioso non è causa di instabilità sociale, e può invece, da un lato, instillare un’etica anticorruzione, e dall’altro colmare quel vuoto spirituale che non può essere soddisfatto dal puro e semplice consumismo, a seguito forse di un certo intiepidimento del materialismo scientifico d’impronta marxista.
Il presidente Xi Jinping, inoltre, in gioventù ha vissuto per alcuni anni negli USA, quando era ancora un funzionario in carriera, avendo così modo di sperimentare dal vivo il principio del ‘wall of separation’, che c’è negli Stati Uniti, ovvero uno Stato ch’è sì autonomo e indipendente dalle confessioni religiose, ma non è aggressivo nei loro confronti, come invece abbiamo altri esempi in giro per il mondo. Può darsi che questa constatazione del fatto che Stato e confessioni religiose possano convivere pacificamente, abbia influenzato la sua formazione e le sue opinioni in questo campo”.
Il volume è frutto di un convegno organizzato a Camerino: cosa significa questa collaborazione tra le università italiane e quelle cinesi?
“Da un lato una delle principali qualità del professore universitario è la curiosità, che lo motiva alla ricerca, all’esplorazione, all’approfondimento, in qualunque settore dello scibile umano, perché sa di non sapere, e, d’altro canto, un’Università non è, non può essere, una monade senza porte e finestre: nello specifico, Italia e Cina sono emblema della civiltà orientale e di quella occidentale, e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.
Già più di duemila anni fa, infatti, la dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano ‘Da Qin’ o ‘Grande Qin’, e che era l’Impero romano, mentre il sommo poeta Virgilio ed il geografo romano Pomponio Mela fanno molteplici citazioni del ‘Paese della seta’. E’ dunque naturale che questi contatti si siano oggi incanalati nella collaborazione fra Università italiane e cinesi”.
I rapporti tra la Santa Sede e la Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale possono essere interessanti per i rapporti con la Cina?
“Certamente, perché dimostrano la possibilità d’avviare relazioni diplomatiche fra uno Stato ufficialmente ispirato e guidato dalla dottrina marxista e la Santa Sede”.
In quale modo papa Leone XIV potrà ‘gestire’ i rapporti con Pechino?
“Guardi, dovrà semplicemente fare quello che fecero i suoi predecessori: già nel 1245 infatti, Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV, nel quadro del Concilio di Lione, aveva inviato un legato pontificio, il francescano Giovanni da Pian del Carmine, al Can dei Tartari, per favorire la conversione al cristianesimo e dissuadere dall’invadere l’Europa. Dopo la missione di Marco Polo, papa Niccolò IV, Girolamo Masci, il primo pontificio francescano, inviò il confratello Giovanni da Montecorvino, che giunse in Cina nel 1294 e tradusse il Salterio, il Nuovo Testamento e il Messale in Tartaro. Papa Clemente V ne dispose poi la consacrazione come arcivescovo di Pechino.
Secoli dopo il testimone venne raccolto dal gesuita p. Matteo Ricci, originario di Macerata, fino al blackout provocato dalla questione dei riti. All’inizio dello scorso secolo abbiamo avuto un nuovo ‘Matteo Ricci’, cioè il vescovo veneto, poi cardinale, Celso Costantini, che è davvero un nuovo apostolo della Cina. Quindi il rispetto e l’attenzione della Chiesa, della Santa Sede, verso la Cina è stata costante nel corso dei secoli”.
Quindi l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese potrà essere ratificato definitivamente con papa Leone XIV?
“L’accordo purtroppo è segreto, quindi non sappiamo esattamente cosa dica. Possiamo ipotizzare sia stata prevista una qualche forma di consultazione tra Santa Sede e Governo cinese in merito alla nomina dei Vescovi, cosa peraltro abbastanza comune sia nei secoli passati in Europa che nei concordati di inizio Novecento. Sarà infatti solo il decreto di papa san Paolo VI, ‘Christus Dominus’ del 1965, a dire al numero 20 che in avvenire non sarebbero più stati concessi alle autorità civili diritti, privilegi di elezione, nomina e presentazione dei vescovi, ed a pregare le autorità civili che ancora li avessero, per ragioni concordatarie, di rinunziarvi. Immagino che l’obiettivo della Santa Sede resti quello, con tempistiche però che non si possono prevedere”.
Quanto è importante la libertà religiosa nei rapporti della Santa Sede con gli Stati?
“E’ estremamente importante, perché, come dice il canone 1752 del Codice di diritto Canonico, ‘salus animarum suprema lex’ (la salvezza delle anime è la legge suprema) ed alla Chiesa ed alla Santa Sede interessano le anime, a prescindere dal sistema politico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Università e solidarietà: la scelta di esserci
All’Università Europea di Roma (UER) si è concluso un altro anno di attività di Responsabilità Sociale, promosse dal Centro di Formazione Integrale dello stesso ateneo. Questa università non si limita ad offrire un semplice percorso accademico, ma coinvolge gli studenti in iniziative orientate a sviluppare uno spirito di servizio per gli altri.
Queste attività occupano un ruolo centrale nella formazione e nella crescita personale degli studenti, sensibilizzandoli alle dinamiche sociali, all’esercizio attivo della solidarietà e al riconoscimento del valore sociale intrinseco nell’impegno professionale.
Gli studenti collaborano con diverse realtà che operano nel sociale sul territorio (associazioni, Onlus, fondazioni, laboratori, organizzazioni di volontariato) e si impegnano a svolgere attività di vario genere: supporto a persone senza fissa dimora o in condizioni di disagio socio-economico, assistenza a minori e disabili, tutela dell’ambiente, promozione della cultura e dell’educazione, sostegno a persone anziane o malate.
L’obiettivo è che lo studente UER sia preparato tanto dal punto di vista tecnico-scientifico quanto dal punto di vista umano, per essere capace di relazionarsi agli altri con sensibilità e rispetto, e di vivere la propria professione non solo come una realizzazione personale ma anche come un servizio per la trasformazione della società.
Nell’anno accademico 2024-25 il Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma ha visto il coinvolgimento di circa 300 studenti che hanno svolto circa 15.000 ore totali di attività presso 31 enti del territorio.
Gli studenti hanno raccontato le loro esperienze in una serie di articoli scritti nell’ambito del Laboratorio di comunicazione ‘Non sei un nemico!’, attività di Responsabilità Sociale diretta dal giornalista Carlo Climati, che si ispira alla cultura dell’incontro.
Una studentessa, Alexia, ha descritto la sua esperienza in aiuto delle persone senza fissa dimora: “Tornando a casa, ci siamo portati dietro molto più di quanto avessimo lasciato. Quell’incontro ci ha cambiati. Ha incrinato quella barriera invisibile che ci separa dal dolore degli altri. E forse è proprio in questo piccolo spostamento dello sguardo che inizia la possibilità di un cambiamento più grande: nella città, nelle relazioni, in noi stessi”.
Un’altra studentessa, Martina, ha raccontato la giornata solidale ‘Angeli per un giorno’, trascorsa con i bambini delle case famiglia romane: “L’esperienza mi ha insegnato che il volontariato non è solo un’azione generosa. E’ uno specchio. Ti mette davanti agli occhi la realtà degli altri, ma anche la tua. Ti costringe a rivedere le priorità, a rimettere a fuoco cosa conta davvero. Ti educa al rispetto, alla gratitudine, alla presenza”.
(Foto: Università Europea)





























