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Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà
“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,
Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.
Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.
Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.
Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.
E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.
Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.
Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.
Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.
E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.
In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.
Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.
Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la cultura è indispensabile per un progresso solidale
“Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita. Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo”: papa Leone XIV ha chiuso la prima giornata in Guinea Equatoriale visitando la clinica psichiatrica ‘Jean Pierre Olie’ a Malabo, struttura che cura ‘la mente, il cuore, la dignità umana’.
Nella visita ha ringraziato gli operatori sanitari per il servizio: “Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana. Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità. Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso”.
Infine ha ribadito che l’ospedale è un luogo dove si accoglie la persona: “Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale. A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale; mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato”.
In precedenza il papa ha incontrato il mondo della cultura in occasione dell’inaugurazione di un nuovo Campus dell’Università Nazionale: “L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio. Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune”.
E per meglio spiegare l’educazione ecco l’immagine dell’albero: “Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso. Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente. Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria.
Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo. Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa”.
Come l’albero anche l’istruzione deve avere radici solide: “Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità. Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire”.
Quindi l’intelligenza deve aderire alla realtà: “Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere. Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani”.
Ed ecco la richiesta di aderire alla croce come segno di redenzione: “Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine. Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità”.
Quindi la fede non è contraria alla ragione: “Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente”.
Attraverso la croce apre alla realtà: “In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario. Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero. Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende”.
In fondo la cultura porta ‘frutti di progresso solidale’: “E’ chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio. Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana”.
(Foto: Santa Sede)
Milano Design Week: Ambrosius. Il Tesoro della Basilica apre gratuitamente al pubblico due luoghi di straordinario valore: l’Oratorio della Passione ed il Chiostro dei Canonici
Nell’ambito della Milano Design Week, fino al 26 aprile ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ apre gratuitamente al pubblico due luoghi di straordinario valore storico e culturale della Basilica di Sant’Ambrogio: l’Oratorio della Passione e il Chiostro dei Canonici. Per l’intera settimana, nei consueti orari di apertura, sarà inoltre possibile visitare liberamente anche le aree del museo dedicate all’accoglienza e alla didattica, insieme alla sala multimediale che ospita un video racconto della vita di Ambrogio, realizzato da 3D Produzioni con la regia di Giovanni Piscaglia e allestimento tecnico a cura di Sigma Vision.
In particolare, mercoledì 22 aprile, in occasione dell’inaugurazione del distretto 5VIE, questi spazi saranno visitabili in via straordinaria anche in fascia serale, dalle 18.30 alle 22.30. La trasformazione di questi ambienti porta la firma di Giuseppe Amato, ebanista, artista e designer, in dialogo con l’architetto Giorgio Ripa, responsabile del restauro architettonico. Ne è nato un intervento paziente e rigoroso, ispirato a un’idea di continuità tra storia e contemporaneità. Legno, ferro, calce e pigmenti naturali, lavorati secondo tecniche tradizionali, hanno dato vita a un progetto consapevole, colto e profondamente poetico.
Adiacente al Campanile dei Canonici, l’Oratorio della Passione fu costruito nel 1477 da Guiniforte Solari per la confraternita di Santa Maria della Passione, come luogo di preghiera e centro della vita spirituale. Gli affreschi, attribuiti alla scuola di Bernardino Luini, restituiscono ancora oggi intatta la forza espressiva di questo spazio.
Accanto, il Chiostro dei Canonici accoglie i visitatori con la sua area verde, curata da Elisabetta Cavigioli, orticultrice e garden designer, e da Angela Ronchi, biologa ed educatrice botanica. Il chiostro è concepito come uno spazio di contemplazione e relazione, dove prende forma l’Hortus simplicium, dedicato alle erbe officinali e medicinali, ispirato all’antica sapienza monastica nella conservazione e nell’uso delle piante curative. Il progetto intreccia storia botanica e didattica, offrendo una riscoperta della dimensione concreta e spirituale dell’hortus monasticus e proponendo una modalità inedita e coinvolgente di valorizzazione del patrimonio del complesso basilicale.
Il museo, collocato all’interno della Basilica di Sant’Ambrogio, è visitabile con biglietto d’ingresso, acquistabile in biglietteria (fino a un massimo di 10 persone) oppure online sul sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it (anche per i gruppi, previa prenotazione). Il riallestimento delle collezioni è stato progettato dall’architetto museografo Andrea Perin, con la direzione lavori dell’architetto Gaetano Arricobene e il contributo del Comitato Scientifico.
Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie
“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.
Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.
Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.
Mentre nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza
umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.
Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.
In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?
“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.
Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.
In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?
“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.
Quindi è necessario un approccio generativo?
“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.
Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?
“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.
A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?
“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.
Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?
“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.
Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?
“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.
Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.
Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.
(Foto: Santa Sede)
La cultura cattolica e la editoria, i 90 anni della editrice AVE
Il 2025 ha segnato una tappa speciale nella vita dell’editrice AVE, che ha festeggiato 90 anni di attività. Nata e cresciuta accanto all’Azione Cattolica italiana, la casa editrice ha accompagnato generazioni di lettori con libri e collane che hanno contribuito a formare il pensiero, alimentare la fede e promuovere un dialogo culturale ampio e inclusivo, come ha affermato il presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano: “Novant’anni non sono soltanto un traguardo: sono la testimonianza di una storia ricca al servizio della società, che oggi guarda avanti con fiducia e responsabilità, pronta a raccogliere le nuove sfide della comunicazione e della cultura”.
Fondata ufficialmente il 7 giugno 1935 a Roma, la Società editrice Ave nasce in seno alla Gioventù di Azione cattolica (Giac), su impulso di Angelo Raffaele Jervolino e poi di Luigi Gedda. Il nome (Anonima veritas editrice) richiama una vocazione profonda alla verità, non come astratto valore assoluto, ma come compagna di strada dell’esperienza cristiana. Da allora, l’Ave ha continuato a pubblicare con passione e rigore scientifico testi di spiritualità, teologia, educazione e impegno sociale, diventando voce autorevole e riconosciuta nell’editoria cattolica italiana.
Dagli opuscoli di propaganda dei primi anni, si è passati a collane strutturate, capaci di rispondere alle sfide culturali del presente: biografie, saggi di attualità, approfondimenti pedagogici, testi di educazione alla fede, fino alla narrativa per ragazzi e giovani adulti.
Con il direttore editoriale dell’Editrice Ave, Fabio Mazzocchio, ripercorriamo un po’ di storia: “L’Editrice Ave, acronimo di Anonima Veritas Editrice, ha le sue radici in un progetto maturato nel 1928 all’interno della Gioventù italiana di Azione Cattolica (Giac), per poi costituirsi formalmente come società per azioni nel 1935. Fin dalla sua nascita, l’obiettivo è stato quello di proporsi come un laboratorio di pensiero aperto alle grandi questioni dell’uomo e della società”.
In quale modo AVE ha ‘inculturalizzato’ la fede?
“L’Ave ha ‘inculturalizzato’ la fede in diversi modi, dimostrando una duplice vocazione. Ha sempre avuto un grande interesse per l’etica ed il sociale. Il primo volume pubblicato riguardava la dottrina sociale di papa Leone XIII, segnando un chiaro interesse per le tematiche etiche e sociali. Dopo la guerra, questo interesse si manifestò con la collana ‘La biblioteca sociale’, che diede spazio a personalità di spicco della cultura e politica italiana come Giorgio La Pira e Igino Giordani, posizionando l’editrice come voce autorevole nella ricostruzione etica e democratica dell’Italia.
C’è sempre stata un’apertura culturale internazionale e teologica. Fin da subito, l’editrice ha mostrato una vocazione culturale di respiro internazionale, pubblicando in traduzione autori del calibro di Léon Bloy, François Mauriac e Charles Péguy. Allo stesso tempo, però, si è consolidato il legame istituzionale, diventando il canale editoriale per la documentazione prodotta dalla Conferenza Episcopale Italiana”.
Perché le parole possono creare ponti?
“Le parole possono creare ponti perché sono il fondamento del dialogo autentico, permettendo di colmare distanze, sciogliere pregiudizi e creare spazi comuni. Scegliere con cura le parole significa prendersi cura delle relazioni”.
Per quale motivo ha pubblicato e pubblica una narrativa anche per bambini?
“La pubblicazione di narrativa per bambini e ragazzi è dettata da una missione educativa e formativa di lunga data, ereditata dalla stretta collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana, che intende offrire un supporto valoriale e pedagogico alla crescita della persona fin dalla prima infanzia. Questa scelta permette di investire nello sviluppo cognitivo e culturale dei giovani, fornendo attraverso collane mirate – come ‘I libri de La Giostra’ e ‘Ragazzi’ strumenti narrativi adatti all’età che stimolano l’immaginazione e la riflessione etica, formando così futuri lettori autonomi e cittadini consapevoli”.
Allora, come nacque ‘Il Vittorioso’?
“Il Vittorioso nacque nel 1936, come parte della produzione iniziale dell’Editrice Ave volta a sostenere la formazione religioso-morale dei giovani. Questo lancio ottenne uno straordinario successo popolare”.
Che cosa è cambiato in questi 90 anni nel vostro lavoro?
“Sicuramente, il lavoro di una casa editrice è cambiato profondamente sotto diversi aspetti. Un tempo il lavoro editoriale era centrato quasi esclusivamente sulla selezione cura e stampa dei testi, con processi lenti, artigianali e un pubblico relativamente stabile. Oggi, la digitalizzazione ha trasformato ogni fase della filiera: dalla ricezione dei manoscritti (spesso digitali), alla revisione (con strumenti software), fino alla pubblicazione in formato cartaceo e digitale.
Anche il ruolo dell’editore si è evoluto: oltre a valutare la qualità letteraria, è chiamato considerare la vendibilità, la presenza online dell’autore e le logiche di mercato. La promozione passa sempre più attraverso i social media, i podcast e le community digitali, mentre la distribuzione include sia le librerie fisiche sia le piattaforme di e-commerce. L’editrice Ave di oggi è un nodo dinamico tra cultura, tecnologia e mercato, dove l’editoria tradizionale convive con nuove modalità di fruizione e produzione dei contenuti”.
Dopo 90 anni con quale stile cattolico essere presenti nell’editoria?
“L’Editrice AVE, dopo i suoi 90 anni di attività, continua a presentarsi come un vero e proprio laboratorio culturale e un punto di riferimento costante per la Chiesa e la società. Lo stile di presenza nell’editoria si può riassumere nel dialogo costante con le sfide contemporanee, come testimoniano le molte collane nate negli ultimi decenni. La collana ‘Politica’ continua la tradizione di alta saggistica in dialogo con i temi etici e sociali del tempo. La collana ‘Attraverso’ è pensata per accompagnare i lettori nelle nuove sfide della transizione tra fede, società e cultura. La sfida rimane quella di parlare in modo autentico alle domande profonde dell’oggi, coniugando radici, tradizione e innovazione ma l’obiettivo è far circolare parole che nutrono, che educano, che costruiscono speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Pace, dialogo inclusione e cooperazione internazionale: siglata l’intesa tra l’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace
L’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace hanno formalizzato un accordo di collaborazione triennale volto a promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. La convenzione quadro, siglata dal rettore dell’Ateneo friulano, Angelo Montanari, e dal vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni, punta a integrare l’eccellenza accademica con l’esperienza concreta dello studentato internazionale toscano, rafforzando l’impegno congiunto nella promozione della cultura del dialogo, della pace e della cooperazione internazionale.
L’accordo nasce dalla volontà condivisa di valorizzare percorsi formativi innovativi e internazionali, mettendo al centro gli studenti e il loro sviluppo umano e professionale. In particolare, la convenzione prevede l’attivazione di un programma dedicato agli studenti provenienti dall’esperienza Rondine.
Tra i principali benefici per gli studenti, la convenzione prevede innanzitutto un accesso facilitato all’università: fino a tre studenti all’anno provenienti dai percorsi formativi di Rondine potranno iscriversi gratuitamente al primo anno dei corsi di studio, favorendo l’inclusione e il diritto allo studio anche per giovani provenienti da contesti di conflitto e valorizzando esperienze internazionali di grande valore.
A questo si affianca l’eventuale possibilità di ottenere il riconoscimento di crediti formativi per le attività svolte nell’ambito dei programmi Rondine, con particolare attenzione alle competenze trasversali legate alla gestione dei conflitti e al dialogo interculturale. Gli studenti dell’Ateneo potranno inoltre accedere a opportunità di stage e tirocini presso l’Associazione, entrando in contatto diretto con realtà impegnate nella cooperazione internazionale e nel peacebuilding.
La collaborazione prevede anche l’attivazione di una didattica innovativa e interdisciplinare, attraverso workshop, seminari e attività formative dedicate a temi di grande attualità come le relazioni internazionali, il dialogo interreligioso e la costruzione della pace. Infine, grazie al legame con la World House di Rondine, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con coetanei provenienti da Paesi in guerra o post-conflitto, sviluppando competenze relazionali e una visione sempre più globale.
“La convenzione rappresenta un’alleanza strategica per formare cittadini capaci di disinnescare le tensioni della contemporaneità e si inserisce in una strategia più ampia volta a formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le sfide globali con spirito critico e apertura al dialogo – sottolinea il rettore dell’ateneo friulano Angelo Montanari -.
conflittoAttraverso questa collaborazione, l’Università di Udine conferma il proprio ruolo attivo nella promozione della pace, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Questa convenzione rappresenta un passo significativo verso un’università sempre più inclusiva, internazionale e attenta alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di contribuire attivamente alla costruzione di un futuro più giusto e pacifico”.
“La firma di questa convenzione rappresenta un passo importante che si inserisce in un rapporto costruito nel tempo con il territorio friulano, fondato su fiducia, dialogo e collaborazione con istituzioni, scuole e società civile –afferma il vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni – In questi anni abbiamo visto crescere una rete sempre più ampia di realtà che hanno riconosciuto il valore del Metodo Rondine, scegliendolo come strumento educativo per affrontare le sfide del presente.
Ne è testimonianza l’attivazione delle Sezioni Rondine in diverse scuole del territorio, l’alta partecipazione di giovani friulani al Quarto Anno Rondine e i numerosi percorsi formativi rivolti agli studenti, pensati per promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e il senso di responsabilità civile. Con l’Università di Udine rafforziamo oggi questo cammino, offrendo ai giovani nuove opportunità per diventare protagonisti consapevoli di una società più giusta e pacifica”.
Per garantire l’attuazione e il monitoraggio delle attività, sono stati nominati responsabili scientifici Tommaso Piffer, delegato del rettore dell’università di Udine per l’Educazione alla pace e alla nonviolenza e Mauro D’Andrea, direttore del dipartimento formazione e relazioni internazionali per Rondine.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Giornata per l’eliminazione della discriminazione razziale: Parola, fede, cultura ed economia più umana a favore dell’inclusione
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, si è svolta a Milano, presso la Sala Ghilardotti di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio Regionale della Lombardia, la conferenza dal titolo ‘La parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’.
L’iniziativa, promossa da Héctor Villanueva e dal Consigliere regionale Paolo Romano, si è aperta con i saluti istituzionali di quest’ultimo, che ha richiamato il valore di momenti di confronto pubblico volti a contrastare ogni forma di discriminazione e a rafforzare il ruolo delle istituzioni nella promozione della coesione sociale.
Ai saluti istituzionali si è unito anche il Vice Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Francesco Caroprese, il quale ha sottolineato il ruolo fondamentale del giornalismo nella sensibilizzazione sui temi del razzismo e della discriminazione, evidenziando come un’informazione etica e responsabile contribuisca a contrastare stereotipi, pregiudizi e disinformazione, promuovendo consapevolezza e inclusione nella società.
Di particolare rilievo è stato l’intervento video del dott. Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel suo contributo, Peradotto ha evidenziato come il linguaggio costituisca un dispositivo fondamentale di inclusione, capace di orientare le dinamiche sociali e contrastare stereotipi e pregiudizi, soprattutto nei contesti digitali e nei social media, dove si manifestano nuove forme di discriminazione. Ha inoltre sottolineato la necessità di una responsabilità condivisa tra istituzioni e società civile, richiamando il significato della Giornata internazionale quale momento di consapevolezza collettiva e di rinnovato impegno.
Nel delineare il quadro degli strumenti operativi, ha richiamato il Piano Nazionale di Contrasto al Razzismo, alla Xenofobia e all’Intolleranza e la rete delle antenne territoriali antidiscriminazione, indicandoli come presìdi essenziali per la tutela dei diritti e per la costruzione di una società inclusiva, fondata sull’uguaglianza e sulla partecipazione.
Il Dottor Commercialista Marcello Guadalupi della Milano PerCorsi Srl Impresa Sociale ha sviluppato un intervento approfondito sul tema dell’inclusione nel mondo del lavoro, evidenziando il ruolo strategico delle imprese nei processi di integrazione delle persone con background migratorio. In particolare ha sottolineato come l’accesso al lavoro rappresenti uno degli strumenti principali per garantire dignità, autonomia e piena partecipazione alla vita sociale.
Guadalupi ha richiamato l’importanza di politiche aziendali inclusive e di modelli organizzativi capaci di valorizzare le competenze delle persone provenienti da contesti diversi, superando barriere culturali e stereotipi ancora presenti nel mercato del lavoro. Ha inoltre evidenziato come l’inclusione lavorativa non costituisca soltanto un dovere etico e sociale, ma anche un fattore di crescita economica e innovazione per il sistema produttivo, in grado di generare valore per l’intera collettività.
In tale prospettiva ha ribadito la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni, imprese e terzo settore al fine di costruire percorsi strutturati di inserimento lavorativo, capaci di favorire integrazione, stabilità e sviluppo sostenibile.
Nel corso dell’incontro, Héctor Villanueva, CEO e Founder di Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà e ideatore del progetto “Milano Siamo Noi”, ha sottolineato con forza l’importanza del dialogo tra popoli, culture ed etnie diverse quale fondamento di una convivenza pacifica e duratura.
Villanueva ha evidenziato come i cosiddetti “nuovi italiani” rappresentino una componente strutturale della società contemporanea, ribadendo la necessità di promuovere percorsi di inclusione basati sulla partecipazione attiva, sul riconoscimento reciproco e sulla valorizzazione delle diversità come risorsa per lo sviluppo sociale, culturale ed economico.
La conferenza ha visto la partecipazione del giornalista e scrittore Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui Presidente è Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso.
Autore del volume “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, Maimone è stato riconosciuto per il suo contributo allo studio del dialogo interreligioso e interculturale, ponendo al centro l’etica della parola.
Secondo Maimone, “la parola non è mai neutra: può dividere o unire, escludere o includere, ferire o guarire”. In una società contemporanea segnata da razzismo, disuguaglianze economiche e discriminazioni, la comunicazione consapevole è diventata un atto etico e spirituale: “usare la parola con responsabilità significa riconoscere l’altro nella sua piena umanità e costruire ponti invece di muri”.
“La comunicazione – ha continuato Maimone – è uno strumento di coesione sociale e di trasformazione interiore: ogni parola può avvicinare le persone o allontanarle, può alimentare giustizia e dignità oppure perpetuare esclusione e ingiustizia”. La parola, quindi, ha assunto una dimensione spirituale: non solo veicolo di informazioni, ma pratica concreta di umanesimo, capace di guidare la società verso maggiore inclusione, dialogo e solidarietà.
In questo contesto, il linguaggio etico è diventato anche uno strumento di contrasto al razzismo e alla discriminazione, valorizzando le differenze culturali e religiose come risorsa condivisa e promuovendo un rinnovato senso di responsabilità collettiva. Il razzismo e ogni forma di discriminazione – ha sottolineato Maimone – sono stati frutto di una subcultura deteriorata, chiusa e sterile, orientata all’abbattimento dell’altro anziché al suo riconoscimento. Essi hanno rappresentato l’espressione di un’umanità involuta, incapace di elevarsi sul piano spirituale e relazionale, che rinuncia alla propria vocazione più alta: quella dell’incontro, della comprensione e della fraternità.
Per contrastare in modo efficace tali derive, Maimone ha indicato la necessità di rafforzare il ruolo della cultura e della fede, riconoscendole come elementi essenziali e imprescindibili nella costruzione di una società a misura d’uomo. La cultura, intesa come educazione alla conoscenza, al pensiero critico e al rispetto delle differenze, ha consentito di comprendere e valorizzare le diversità sociali ed economiche, trasformandole in occasione di crescita e non di divisione. La fede, dal canto suo, ha richiamato l’uomo alla sua dimensione più profonda, orientandolo verso principi universali quali la dignità della persona, la solidarietà, la giustizia e l’amore per il prossimo.
Accanto a questi pilastri, è emersa con forza la necessità di promuovere un modello di economia umana, capace di includere ogni individuo nei processi economici, senza lasciare indietro nessuno. Un’economia che non generi dislivelli estremi tra ricchi e poveri, ma che favorisca equilibrio, equità e partecipazione, riconoscendo il valore di ogni persona e garantendo pari opportunità. Solo attraverso un impegno condiviso, che unisse cultura, fede ed economia etica, è stato possibile contrastare realmente il razzismo e costruire una società più giusta, inclusiva e armoniosa.
“Comunicare significa prendersi cura della comunità e contribuire alla costruzione di un mondo più giusto”, ha concluso Maimone. Sono inoltre intervenuti Juan Carlos Castrillón, Console Generale dell’Ecuador a Milano, Federico Bottelli, Presidente della Commissione Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano, e Giulia Pelucchi, Presidente del Municipio 8, insieme a rappresentanti del mondo associativo, culturale e professionale impegnati nei processi di integrazione e partecipazione civica.
L’iniziativa si è configurata come un momento di confronto tra istituzioni e società civile, ponendo al centro il ruolo delle comunità migranti e dei nuovi italiani nei processi di sviluppo del territorio. In tale prospettiva, la conferenza ha contribuito a rafforzare la riflessione sul ruolo del linguaggio, del dialogo interculturale, della fede e della cultura nella costruzione di una società più equa, consapevole e orientata alla pace.
Didacta Italia, Rondine e Regione Toscana: a Firenze la scuola si conferma laboratorio di pace, relazione e trasformazione dei conflitti
Si è svolto giovedì 12 marzo alla Fortezza da Basso di Firenze, nell’ambito di Didacta Italia 2026, l’incontro ‘Generare habitat di pace. Abitare il conflitto con le relazioni’, promosso da Rondine Cittadella della Pace con il sostegno della Regione Toscana, per approfondire il valore educativo della trasformazione dei conflitti dentro e fuori la scuola, come ha spiegato la vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop:
“Un luogo che rischiava lo spopolamento è diventato negli anni una vera cittadella dedicata alla pace. Un progetto che la Regione Toscana sostiene anche attraverso le risorse del Fondo Sociale Europeo + 2021–2027 e che dimostra concretamente come giovani provenienti da Paesi segnati dai conflitti possano incontrarsi, studiare e vivere insieme, trasformando la distanza e la diffidenza in dialogo e responsabilità. In un momento storico in cui la guerra torna a colpire intere generazioni, esperienze come questa ci ricordano che un’altra strada è possibile.
Nei prossimi mesi avvieremo anche il percorso degli Stati Generali della Pace, che abbiamo scelto di costruire come uno spazio aperto e partecipato. Crediamo che la pace debba nascere dal confronto, dalle relazioni, dalla cultura e dall’impegno delle comunità. Sarà un lavoro diffuso su tutto il territorio toscano, insieme alle istituzioni, alle associazioni, alle scuole, alle università e soprattutto alle giovani e ai giovani”.
L’appuntamento ha riunito rappresentanti istituzionali, mondo educativo, studenti e studentesse, offrendo una riflessione condivisa su un tema sempre più centrale nel presente: costruire comunità scolastiche capaci non di rimuovere il conflitto, ma di attraversarlo senza distruggere la relazione, come ha ribadito Paola Butali, vicepresidente di Rondine Cittadella della Pace, ricordando la centralità del Metodo Rondine:
“L’esperienza di Rondine rappresenta oggi uno dei modelli più autorevoli e concreti di educazione alla pace. Il suo insegnamento è profondo: il conflitto, se attraversato con strumenti adeguati, può trasformarsi da frattura in occasione di crescita, riconoscimento e bene comune. E’ un metodo che parla ai contesti internazionali come alle scuole, alle comunità e alle relazioni quotidiane, offrendo una prospettiva educativa capace di incidere davvero nel presente”.
Al centro dell’incontro, coordinato da Elena Calistri, Autorità di gestione FSE Regione Toscana, i primi risultati del progetto ‘Educazione alla Pace e alla Trasformazione dei Conflitti’, sostenuto dal PR FSE+ 2021-2027 della Regione Toscana, avviato nelle scuole toscane per promuovere cittadinanza globale, partecipazione attiva e strumenti concreti per la gestione delle tensioni nei contesti educativi. Un percorso che ha mostrato come la pace, per essere credibile, debba uscire dal linguaggio delle dichiarazioni di principio e diventare pratica quotidiana, esercizio di ascolto, responsabilità e riconoscimento dell’altro, ha affermato Paolo Caldesi, FSE Regione Toscana:
“Nel quadro delle politiche regionali per la promozione della cultura di pace, Rondine rappresenta un interlocutore di particolare rilievo, riconosciuto per la qualità della propria esperienza e per l’impatto dei progetti sviluppati in ambito educativo e sociale. La collaborazione con Rondine rafforza la capacità della Regione Toscana di portare nelle scuole e nei territori percorsi strutturati di cittadinanza globale, dialogo e trasformazione dei conflitti, con un investimento concreto rivolto a migliaia di studenti e studentesse”.
Un ulteriore contributo è arrivato da Alessandro Zecchin, presidente di Assodidattica, che ha posto l’accento sul rapporto tra ambienti di apprendimento e qualità della relazione educativa: “Le imprese possono e devono stare accanto a esperienze come Rondine, perché educare alla pace significa anche costruire spazi e relazioni che rendano possibile la trasformazione dei conflitti. Il contributo delle aziende può essere concreto: sostenere ambienti, tecnologie, reti e opportunità che aiutino questa metodologia a diffondersi sempre di più”.
L’incontro ha guardato anche al futuro con il focus su YouTopic Fest 2026, che si svolgerà dal 4 al 7 giugno, il Festival internazionale sul conflitto promosso da Rondine, e sulla prossima Marcia per la Pace che apre il Festival, momenti che intrecciano educazione, cittadinanza e protagonismo giovanile. In questo quadro si è inserito l’intervento di Spinella dell’Avanzato, ufficio Scuola Rondine, che ha richiamato il ruolo della scuola come luogo vivo, attraversato da domande generative:
“Con YouTopic 2026 Rondine propone una riflessione profonda sul tema dell’inquietudine, intesa non come elemento di fragilità da neutralizzare, ma come dimensione generativa dell’esperienza educativa e umana. Il festival intende offrire a studenti, studentesse e docenti uno spazio di confronto in cui le domande aperte, i conflitti e le fragilità possano essere riconosciuti e trasformati in risorsa per la crescita, la responsabilità e la costruzione di relazioni più consapevoli”.
Particolarmente significative le testimonianze delle Rondinelle d’Oro, Anna Iacci, Giacomo Parini e Francesca Gerardo, ex studenti e studentesse del Quarto Anno Rondine, insieme alla proiezione dei video del meglio di YouTopic 2025 e delle voci di pace della World House, che hanno dato corpo e voce a un’esperienza in cui la pace non viene raccontata in astratto, ma vissuta nelle relazioni e nelle differenze.
Uno spazio specifico è stato inoltre dedicato ai lavori con gli studenti e le studentesse delle classi 4HENO, 4NSAL e 4RSAL dell’IPSSEOA ‘Bernardo Buontalenti’, coinvolti in un’attività sul tema di YouTopic Fest 26 a cura dell’ufficio Scuola Rondine e del team del festival, coordinato dalle Rondinelle d’Oro Anna Iacci e Giacomo Parini: un passaggio concreto che ha mostrato come i contenuti dell’incontro possano tradursi immediatamente in pratica educativa.
L’incontro di Didacta ha così restituito un’immagine netta: la pace, nella scuola, non è un tema ornamentale né una parentesi celebrativa. E’ un metodo, una postura educativa, una competenza da allenare con continuità. In un presente che sembra spesso organizzato attorno alla semplificazione dello scontro, la proposta emersa da Firenze indica una direzione diversa: fare della relazione il primo spazio di costruzione del futuro.
Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace
Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.
Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).
Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).
A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:
“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.
Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.
Al riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.
In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?
“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.
More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?
“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese ‘more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.
L’informazione può essere azione culturale?
“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.
L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?
“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell’informazione. Ci crediamo molto”.
Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?
“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza
Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono.
Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. E’ il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”.
Pozza è stato ospite dell’incontro ‘Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ‘ScegliAmo Bene’, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile.
Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”.
Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”.
Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”.
E’ proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”.
Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario.
Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori.
Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart:
“Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.
Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola.
Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio.
Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica.
(Foto: San Vincenzo De Paoli)




























