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Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace

Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.

Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).

Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).

A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:

“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.

Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.

Al riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.

In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?

“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.

More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?

“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese ‘more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

L’informazione può essere azione culturale?

“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.

L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?

“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell’informazione. Ci crediamo molto”.

Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?

“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza

Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono.

Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. E’ il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”.

Pozza è stato ospite dell’incontro ‘Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ‘ScegliAmo Bene’, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile.

Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”.

Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”.

Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”.

E’ proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”.

Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario.

Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori.

Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart:

“Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.

Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio.

Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica.

(Foto: San Vincenzo De Paoli)

Padre Gabriele Bragantini: canonizzazione dei martiri di Thane è speranza per la Chiesa georgiana

“…Et udito Cadì questo, mandò incontenente degli offiziali per loro; gli quali furono così raccolti dinanzi da lui; cioè, fue Frate Thomaso da Tolentino de la Marcha, Frate Iacopo da Padova, Frate Demedre (dalla Georgia), el quale era laico et sapea quelle lingue, et Frate Pietro da Siena. Et rimase Frate Pietro da Siena a casa per guardare le cose, et gli altri a quello Cadì andorono. Et essendo dinanzi da Cadì, quegli con loro cominciò di disputare de la fé nostra: et disputando così quegli non fedeli con gli nostri fedeli, dicevano che Cristo era solamente uomo et non Dio: et dicendo questo, quello Frate Thomaso provava per vere ragioni et argomenti, Christo esser vero Dio et huomo; et intanto avea confusi quelli Saracini, che non sapeano et non poteano dire lo contrario… Frate Diomedre fue fedito fortissimamente nella mamella, et poscia gli fue tagliato el capo. Et così per questo martirio diedono l’anime loro a Dio”.

Questo episodio del martirio dei quattro francescani, raccontato dal beato Odorico da Pordenone, è riportato nel libro ‘Tommaso da Tolentino’, scritto da Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio, che narra la storia di questi missionari francescani, che volevano raggiungere la Cina, partendo dalla Georgia, la cui storia cristiana è millenaria, e furono uccisi nel 1321 a Thane in India, in quanto davanti al cadì della città indiana, illustrarono la dottrina cristiana ed attaccarono quella islamica: Tommaso e i suoi compagni vennero, per questo, assassinati da alcuni sicari.

Dei quattro martiri solo Tommaso da Tolentino fu beatificato nel 1894 da papa Leone XIII; mentre per gli altri tre suoi compagni (Demetrio, Giacomo e Pietro) solo alcuni anni fa è stata aperta la causa per la canonizzazione insieme al beato Tommaso. Allo stimmatino p. Gabriele Bragantini, vicario episcopale per la cultura e l’ecumenismo della Chiesa cattolica in Georgia, abbiamo chiesto di raccontarci a quale punto è la causa di canonizzazione dei martiri di Thane:

“Dopo aver concluso l’inchiesta qui a Tbilisi il 27 maggio dello scorso anno, tutto il materiale raccolto è stato presentato dal nostro vescovo Giuseppe Pasotto alla fine del mese di luglio a Roma presso il Dicastero delle cause dei Santi al cardinale Semerano. Speriamo che il cammino possa concludersi presto e la loro canonizzazione entrare anche tra le celebrazioni in onore della morte di san Francesco d’Assisi in quest’anno”.

Per quale motivo volevano andare in Cina?

“Per poter rispondere dobbiamo ricordare che siamo all’inizio del XIV secolo, quando un grande interesse per l’evangelizzazione verso questi Paesi dell’Oriente, praticamente sconosciuti, si rafforza in Europa grazie ai viaggi ma anche ai nuovi ordini religiosi quali francescani e domenicani; siamo a Tabriz (capitale dell’Ilkhanato mongolo di Persia, ora Iran, di cui la Georgia faceva parte), dove i frati minori (francescani) ed i frati predicatori (domenicani) vi avevano due conventi; qui ai confratelli destinati all’Oriente era impartita la formazione culturale e linguistica necessaria al loro impegno missionario.

Proprio da Tabriz, nel dicembre 1320, mossero i nostri quattro francescani (Tommaso da Tolentino, Jacopo da Padova, Pietro da Siena e Demetrio da Tbilisi) diretti a Khanbalic, capitale dell’Impero mongolo e sede arcivescovile del loro confratello Giovanni da Montecorvino (Montecorvino Rovella, 1247 – Pechino, 1328) proprio per sostenere la presenza dei francescani nel loro impegno di evangelizzazione e di incontro con quelle culture”.

Perché è importante oggi ricordare questi martiri?

“I motivi possono essere vari: per le chiese locali a cui appartenevano questi martiri, per quanto già ricche di testimonianze di santità e dedizione alla causa della evangelizzazione (Siena, Padova, Tolentino), per l’Ordine dei Frati minori: se per loro è stato motivo di celebrazione gli 800 anni dal martirio dei francescani del Marocco (1220) come pure la canonizzazione dei martiri di Damasco (1860) avvenuta nel 2024, non meno valore dovrebbe avere il ricordo dei martiri di Thane come primo gruppo di martiri francescani dell’Oriente; per gli storici per valorizzare pagine non molto conosciute ma altrettanto interessanti.

Per noi in Georgia è importante a livello storico, in quanto evidenzia una pagina alquanto gloriosa della nostra storia dal momento che  ricorda come la Georgia fosse un punto importante del programma di evangelizzazione del XIV secolo e come la presenza dei missionari cattolici in Georgia stesse portando i suoi frutti nazionale, in quanto fra Demetre era originario di Tbilisi e possedeva una buona preparazione tanto da venir chiamato, pur non essendo sacerdote, a tale missione; ecclesiale nella sua dimensione universale: manifesterebbe in modo forte il legame con la Chiesa di Roma e nella sua dimensione locale.

Il suo inserimento nel santorale universale darebbe un segno forte alla inculturazione della presenza della chiesa cattolica soprattutto nella celebrazione della liturgia; ed ecumenico, e questo viene sottolineato spesso dai nostri fedeli: sarebbe il primo georgiano martire ad essere riconosciuto santo dopo la separazione delle chiese in Oriente e Occidente”.

Quanto è venerato Demetre di Tblisi in Georgia?

“E’ difficile rispondere dal momento che siamo dovuti ripartire da zero per il fatto che della venerazione verso questi martiri non era rimasto niente a causa del periodo comunista, ma anche per altre vicende che nel corso di questi secoli hanno visto spesso scomparire e rifiorire la presenza cattolica in questi paesi e per la partenza dell’Ordine a cui fra Demetre apparteneva. L’occasione di questo nuovo interessamento è stato il settimo centenario del martirio (2021) ed il sapere che in India il loro culto è ancora vivo.

Posso dire che la celebrazione del VII centenario ha riscosso un grande interesse fra i nostri fedeli, nonostante fosse il periodo del coronavirus, come pure la proposta di presentare la richiesta del loro riconoscimento come santi, per cui oggi siamo di fronte ad una nuova venerazione verso questi martiri e in particolare verso fra Demetre di Tbilisi.

Certamente le testimonianze del loro culto antico sono molte. Da un testo francescano si legge: ‘Fra Giordano portò in Soldania (Persia) e pose nel convento dei frati Predicatori, fra l’altro, parte di una mascella d’uno di questi martiri, nè sapendosi di quale si fosse, operando per mezzo di essa il Signore miracolosi effetti, una divota donna pregò istantemente il Signore a riscoprire di chi era. La seguente notte le apparve un frate Minore tutto risplendente e le disse essere del beato Demetrio’. Forse in questo racconto c’è un’eco di quel culto dei martiri di Thane, promosso in Oriente subito dopo la loro morte, nel cui ambito possiamo immaginare che al frate georgiano fosse riservata una speciale attenzione, in quanto primo martire autoctono della Chiesa latina d’Oriente”.

Quanto ha inciso nella fede dei cattolici georgiani il racconto dei martiri di Thane?

“Anche per questa domanda non siamo in possesso di testimonianze documentate; certamente la storia del cristianesimo in Georgia, sia nella tradizione orientale che latina, è una storia di martirio come hanno ricordato anche papa san Giovanni Paolo II nel 1999 e papa Francesco nel 2016 durante le loro visite pastorali in questo Paese e, penso che non dobbiamo isolare il loro ricordo compresi quanti sono stati fedeli al loro battesimo durante il periodo sovietico di questa bimillenaria storia cristiana. Questa storia ha sostenuto e sostiene tuttora la vita dei cristiani in questo Paese non solo per un ricordo di cui andarne fieri.

Se non siamo in possesso di testimonianze dirette possiamo però ricordare come questo avvenimento abbia inciso tra i cristiani di quel tempo attraverso i racconti tramandati di questo avvenimento, quali  lettere (la prima fu quella del domenicano Giordano di Severac, arricchite della testimonianza diretta del mercante Jacobino da Genova, che ne era il latore), la ‘Chronica XXIV generalium Ordinis Fratrum Minorum’ e soprattutto la ‘Relatio’ che fra Odorico dettò nel convento di Padova nel maggio del 1330 (che fu non solo il testo francescano più diffuso del tardo medioevo, ma anche il libro di viaggi più popolare dopo il Milione di Marco Polo), in cui nel capitolo conclusivo egli asserisce che tutto ciò, che ha scritto, gli è stato raccontato da persone degne di fede o lo ha visto con i propri occhi.

In essa fra Odorico fissò la narrazione del martirio di Thane in una forma che richiama le ‘Passiones’ dei primi secoli dell’era cristiana, come pure i cicli di affreschi nelle chiese e nei conventi francescani dedicati a questi martiri (Verona, Udine, Siena, Padova…); la venerazione delle reliquie: al convento dei domenicani di Soltaniyeh Giordano di Severac fece pervenire una reliquia (una mascella) di uno dei tre martiri. Si dice che lo stesso papa Giovanni XXII (1244 circa – 1334) si fosse commosso al sentire il racconto del loro martirio tanto da, anche in seguito a questo avvenimento, decidere di trasferire l’antica sede vescovile di Smirne a Tbilisi (1328).

Certamente è stata una sorpresa bella per i nostri fedeli, ma anche per fedeli ortodossi, ed un dono inaspettato per la nostra Chiesa il ricordo dei martiri di Thane: tutto questo potrà essere uno sprone per una nuova valorizzazione della storia della presenza della Chiesa cattolica in Georgia, spesso bistrattata, e per una ripresa della vita cristiana, così speriamo, soprattutto per coloro che erano cattolici e per diversi motivi, hanno abbandonato questa loro tradizione”.

(Tratto da Aci Stampa)

Arezzo ha accolto la testimonianza del card. Pizzaballa con il rinnovo del gemellaggio con il Patriarcato Latino di Gerusalemme

L’evento ‘Giustizia e pace in Terra Santa’, promosso sabato 14 febbraio da diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Rondine Cittadella della Pace e Caritas diocesana, è stato accolto con grande entusiasmo e partecipazione dalla città di Arezzo. Un pomeriggio di vero dialogo dedicato a una terra martoriata e colpita da una spirale di violenza che a volte pare difficile spezzare, svoltosi in una basilica di san Francesco gremita, quasi mille i partecipanti, alla vigilia della festa della Madonna del Conforto, davanti al ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca. Un incontro di grande rilievo ecclesiale, culturale e civile, pensato per offrire strumenti di comprensione sull’attuale situazione in Terra Santa, sulla condizione delle comunità cristiane e sulle possibili vie per una pace autentica, fondata sulla giustizia, sul dialogo e sulla ricostruzione delle relazioni di fiducia.

Dopo i saluti del parroco, padre Francesco Bartolucci Ofm Conv e Carlotta Paola Brovadan, direttrice della Direzione Regionale dei Musei Nazionali della Toscana, l’incontro è stato aperto da mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro: “Sono molto grato al cardinale Pierbattista Pizzaballa per aver accettato l’invito a venire in diocesi in occasione della festa della Madonna del Conforto – ha detto – per pregarla e chiedere la sua intercessione per il dono della pace in tutto il mondo, a Gerusalemme e in Terra Santa. Questa chiesa gremita è come un grande abbraccio che vorremmo raggiungesse tutte le persone che soffrono per la guerra in tante parti del mondo, a Gaza, fino ad arrivare ai bambini.

Il mio grazie va anche a mons. Pagniello, per la riflessione che ci propone sul tema della carità legato a un orizzonte di pace. Un grazie anche a Rondine e ai ragazzi che ci studiano, la loro presenza ci porta il respiro di tutto il mondo, l’anelito di pace che vogliamo condividere con tutto il mondo. Rondine è della nostra diocesi, un segno e un patrimonio. Oggi siamo davvero in tanti ed è molto bello ricordare le parole di don Tonino Bello: In piedi costruttori di pace”.

Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, ha sottolineato la partecipazione dei giovani: “E’ una grande emozione vedersi in così tanti e vedere tutti questi giovani. A Rondine, i giovani con coraggio cercano di spezzare le catene dell’odio e di percorrere il passo possibile verso la pace, verso l’altro, quello che comunemente viene definito ‘nemico’. Un cammino che la cultura dominante bolla come insignificante. La nostra e vostra presenza qui oggi testimonia che tutti noi abbiamo il potere di poter fare qualcosa, seppur piccolo, per evitare quella che troppo spesso viene descritta come l’ineluttabilità della guerra”.

La serata, moderata dal giornalista di Avvenire Giacomo Gambassi, ha visto intervenire anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, sul tema ‘La ‘pace ostinata’. Educarsi alla pace, affermare la fraternità’, in cui ha spiegato come ‘la guerra non è mai giusta’, ma la vera domanda è piuttosto chiedersi come costruire la pace: “Se non abbiamo la forza di dire tutto questo, saremmo solo lucignoli e non dei ceri pasquali”.

Culmine dell’incontro è stato il dialogo con il card. Pierbattista Pizzaballa che ha evidenziato come “Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso. La pace ha bisogno di condizioni, contesto, di una volontà, di una politica che non c’è, ma anche di un’opinione pubblica. La pace ha bisogno di fiducia e in guerra, specie quella in Terra Santa, la prima vittima è la fiducia. Anche quando la guerra sarà terminata, non si tornerà alla situazione precedente e non sappiamo cosa ci sarà dopo. Questa fase richiederà molte risorse spirituali, prima che politiche”.

Quindi c’è da essere pessimisti? Per il patriarca di Gerusalemme “la situazione a breve e medio termine non è destinata a cambiare molto Non saranno Abu Mazen o Netanyahu a costruire la pace, servono nuove figure capaci di portare nuove visioni. Inutile farsi illusioni di chissà quali cambiamenti. La congiuntura locale e internazionale non va verso un’alba di pace. Questo non è il tempo dei grandi gesti, ma quello del preparare, tenere vicine le persone che vogliono la pace, perché un giorno ci sarà bisogno di loro per ricostruire. Non abbiamo armi, ma l’unica cosa che abbiamo sono le parole.

Questa guerra, soprattutto in questa, il linguaggio non è stato secondario, abbiamo sentito evocare a più riprese parole terribili come apartheid, genocidio… un linguaggio violento porta violenza, possono toglierci tutto, ma non le parole. Ora dobbiamo usare un linguaggio dignitoso che non chiuda, non crei barriere, ma apra orizzonti. Educare alla pace è necessario, il desiderio di pace, deve diventare cultura. Superando la tentazione dell’esito e tenendo vivo il desiderio”.

In mattinata il Patriarca di Gerusalemme ha visitato Rondine: “Rondine è una realtà piccola, ma è un simbolo e un segno di cui abbiamo bisogno. Rondine non è utopia: è il desiderio di rendere visibile il sogno di ogni uomo, quello di vivere in pace. Il sogno di chi, come voi, non ignora i conflitti armati che sono nel mondo ma nemmeno li accetta. Per questo è importante fare questa esperienza, ma è importante poi metterla in pratica, trasferirla nella propria comunità. Se siete qui è perché ci credete, altrimenti non mettereste in gioco la vita per due anni”.

Il cardinale è stato accolto dal presidente e fondatore Franco Vaccari e da una delegazione dei giovani di Rondine: “Un incontro desiderato da tempo che ha dato a tutti noi un forte coraggio, soprattutto ai ragazzi, sapere che c’è una personalità così impegnata, con forza e discrezione allo stesso tempo, con parole di pace. Grazie per essere qui: è un dono la tua presenza in questo luogo che tenta di custodire l’umano”.

Cuore dell’incontro è stato l’intenso confronto con i giovani di Rondine: un dialogo aperto e libero che il card. Pizzaballa ha tenuto con gli studenti della World House, tra cui anche giovani provenienti dal Medio Oriente, e con gli studenti del Quarto Anno Rondine, giovani di tutta Italia che hanno scelto di vivere un anno di scuola internazionale e interculturale alla Cittadella della Pace, partito dalla condivisione delle storie personali di giovani come Atzamas, osseto sopravvissuto miracolosamente alla strage di Beslan del 2004 e che ha fatto della sua vita una missione. “Oggi vivo per me stesso, ma anche per loro. È stata una fortuna incontrare Rondine: è un luogo unico. Qui i nemici possono guardarsi negli occhi con lo stesso dolore e trovare fraternità”.

“Rondine è la porta per superare il sentimento di impotenza, ha raccontato Anna, proveniente dalla Russia –. Le guerre distruggono tutto, anche la relazione tra le persone. Ci vuole una grande forza per andare oltre il dolore e fare un passo verso l’altro. Rondine insegna proprio questo: imparare a fare il primo passo possibile”.

Una profonda commozione, ma anche domande, curiosità e riflessioni che hanno dato vita ad uno scambio intenso, offrendo stimoli preziosi a giovani che stanno crescendo come leader di pace attraverso il Metodo Rondine, che insegna a trasformare il conflitto in modo generativo. Un piccolo presidio contro questo tempo segnato dalla sfiducia, come ha ricordato il card. Pizzaballa, che vuole tenere viva la scintilla dell’umano.

E’ anche in questo senso che il tema dell’inquietudine scelto da Rondine per YouTopic 2026, che si terrà dal 4 al 7 giugno, risuona profondamente: non come paura, ma come forma di vigilanza dell’umano. In questa prospettiva, YouTopic 2026 si propone di essere uno spazio aperto per accogliere una grande comunità senza odio, in cui l’inquietudine diventi responsabilità, cura delle relazioni e impegno concreto.

Papa Leone XIV  invita i giovani ad una cultura di giustizia

“…è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la ‘domenica’ prende il proprio nome. E’ ‘il giorno del Signore’ perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua ‘legge nuova’: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. E’ la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha visitato i fedeli della parrocchia di Santa Maria Regina Pacis ad Ostia Lido, esortando bambini e ragazzi a ‘fare squadra’.

Nell’omelia il papa ha evidenziato che l’alleanza di Dio è via di salvezza: “Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le ‘Dieci parole’ dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero.

Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”.

Ed ha sottolineato la grande profezia della Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio…

Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.

Questo è sperimentato pure ad Ostia: “Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”.

Per questo il papa ha invitato a non rassegnarsi davanti ad una ‘cultura’ dell’ingiustizia: “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù.

Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù”.

Infine ha ricordato papa Benedetto XV, che diede nome della pace alla parrocchia: “Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.

Prima della celebrazione eucaristica aveva incontrato i giovani del luogo: “Sono molto contento di essere qui con voi questa sera per incontrarvi, anche con altri gruppi della parrocchia, e per celebrare l’Eucaristia, dove tutti noi rinnoviamo la nostra fede in Cristo, che è sempre presente tra noi; che ci ha promesso che, quando due o tre sono radunati nel suo nome, Gesù è presente. Gesù è vivo con noi e ci dà questa speranza di vivere nella pace, nell’amore e nell’amicizia. Grazie a voi per essere qui questa sera, e speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”.

In precedenza prima della recita dell’Angelus aveva spiegato il significato del ‘compimento della Legge’: “Questa impostazione è molto importante. Ci dice che la Legge è stata data a Mosè ed ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia o, per usare un’espressione di san Paolo, come un pedagogo che ci ha guidati a Lui. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.

Quindi è necessario cogliere nella legge l’amore: “Fratelli e sorelle, Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità.

Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione mancano la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune. A questi esempi, che Gesù stesso ci offre, ne potremmo aggiungere altri ancora. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori

“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.

‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.

Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.

Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.

Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.

Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.

Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.

In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.

Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.

E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.

Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.

E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.

Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.

Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.

(Foto: CEI)

Devotio 2026: il futuro dei luoghi di culto tra fede e bene culturale

Chiese e basiliche nascono come luoghi di culto e per la vita spirituale, ma oggi il loro numero sembra essere esuberante rispetto alle reali esigenze delle comunità di fedeli ancora praticanti. In ambito ecclesiale, e non solo, ci si è iniziati quindi ad interrogare su quali siano le possibili trasformazioni e le diversificazioni d’uso che questi edifici sacri possano affrontare senza snaturarne la missione originale.

E’ a questo interrogativo che cercherà di rispondere ‘Devotio 2026’, quinta edizione della più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolge fino al 3 febbraio a BolognaFiere. Questa manifestazione, a cui partecipano 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi, prevede anche un ricco programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’ con una serie di conferenze ed esposizioni con la partecipazione di sacerdoti, religiose, docenti ed esperti.

Il programma culturale di ‘Devotio 2026’ prevede una decina di conferenze, workshop e tavole rotonde, che affronteranno temi come la chiesa spazio dell’ecclesia, arte e letteratura in dialogo con il sacro, il canto e la musica nella liturgia, il restauro delle chiese e delle campane e il diritto ecclesiastico italiano.

In programma anche tre mostre: ‘Oltre i percorsi’, che propone le opere realizzate da undici giovani artisti che hanno partecipato, negli anni dal 2017 al 2024, all’iniziativa ‘Percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, curata dal Comitato scientifico di Devotio e dal Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’; ‘Casule d’artista’, con l’esposizione di dieci vesti liturgiche disegnate da altrettanti artisti nell’ambito di un’iniziativa di Atelier Sirio; e ‘Via Crucis’ di Filip Moroder Doss con scene tratte dalle meditazioni di papa san Giovanni Paolo II per la Via Crucis biblica celebrata al Colosseo nel 2002. Previsti anche due eventi in città a Bologna: la visita sul tema ‘Sguardi sull’arte e sull’architettura’ presso il Museo d’arte Lercaro ed il concerto ‘Musica sacra: tra Rinascimento e Contemporaneo’ del Coro Sibi Consoni-Accademia Vocale di Genova nella Basilica di san Petronio.

‘Devotio 2026’ ha ricevuto anche i patrocini dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, dall’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, dalla Chiesa di Bologna, dalla FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, dalla FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, dall’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi.

Il comitato scientifico è coordinato dall’architetto Claudia Manenti, direttrice della Fondazione Centro Studi per l’Architettura Sacra ‘Card. Giacomo Lercaro’ ETS e coordinatrice del Comitato Scientifico e della proposta culturale di Devotio2026, a cui abbiamo chiesto spiegazione del titolo del tema di quest’anno, intitolata ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’:

“La proposta culturale di Devotio 2026 ha scelto il titolo ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, perché intende proporre una riscoperta dell’importanza dello spazio liturgico per la vita della comunità cristiana, approfondendo gli aspetti simbolici e le modalità pratiche di valorizzazione dei luoghi celebrativi. In un’epoca dove anche le liturgie sono soggette a una tendenza alla virtualizzazione che fa inevitabilmente perdere di rilievo all’esperienza sensoriale e spaziale, fermarsi a riflettere sul ruolo dell’edificio liturgico e delle sue espressioni artistiche per la vitalità della comunità cristiana può essere utile per vivere con maggiore consapevolezza la valorizzazione delle chiese come luoghi di cultura artistica e architettonica che manifestano in forme visibili il ‘credo’ che la comunità cristiana vive nel tempo e nello spazio”.

Un luogo della fede può essere anche un luogo culturale?

“Le attività culturali di ‘Devotio’ di quest’anno intendono affrontare il tema del possibile utilizzo extra-liturgico degli edifici sacri. Infatti, se è vero che le chiese sono molto spesso degli scrigni di opere d’arte e degli spazi che ben si prestano a eventi collettivi, è necessario che quanto avviene in essi si armonizzi con i contenuti liturgici per i quali questi edifici sono stati costruiti. Negli appuntamenti in programma si affronteranno, infatti, i temi relativi alla relazione tra architettura e liturgia nell’epoca del virtuale, a quali usi extra-liturgici sono possibili e quali le precauzioni è necessario prendere per i nuovi adeguamenti architettonici, oltre ai temi della ristrutturazione delle chiese e della sperimentazione dei suoi adeguamenti. Una novità di questa edizione di Devotio riguarda l’ampio spazio dato dal tema della musica sacra che unisce liturgia e cultura”.

Come si può distinguere un evento di fede da un evento culturale all’interno di un luogo sacro?

“L’architettura edificata dalla comunità cristiana come luogo della liturgia eucaristica è, in tutti i secoli, immagine della volontà di imprimere nella materia i cardini della fede, accentuando di epoca in epoca gli aspetti del messaggio evangelico che più si prestano ad interpretare la sensibilità del momento. Le chiese sono i luoghi dove la comunità cristiana si ritrova per celebrare l’Eucarestia, ma chi vive la grazia del Battesimo desidera manifestare e proporre anche a chi ne è distante la propria visione di vita; in questo senso le attività culturali approfondiscono e diffondono la profondità del messaggio cristiano declinato nelle realtà del contemporaneo”.

Da questi spazi quale proposta di Chiesa emerge?

“Nella consapevolezza che lo spazio che la comunità cristiana realizza e nel quale celebra non può che essere un’immagine della vitalità spirituale della Chiesa stessa, è necessario chiedersi e confrontarsi su come la proposta spirituale della ‘Buona Novella’ possa essere oggi declinata in termini spaziali per coinvolgere le nuove generazioni e quanti gravitano ai margini della comunità ancora non attratti dalla novità della risurrezione di Cristo”.

In quale modo si rapportano con la fede gli artisti contemporanei?

“Oggi, come non mai, il mondo dell’arte e la formazione degli artisti sono molto lontani dal cristianesimo e spesso non ne conoscono la proposta di spiritualità. Devotio ha sempre voluto dare spazio all’arte per dimostrare che anche oggi fede e un’arte qualitativamente elevata possono alimentarsi vicendevolmente. Nell’edizione di ‘Devotio 2026’ sarà presente la mostra ‘Oltre i Percorsi’ che propone una visione d’insieme delle opere scaturite dalle quattro edizioni dei ‘Percorsi di riavvicinamento: Artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, svolte in occasione delle precedenti edizioni di Devotio, integrando le opere già presentate con altri lavori realizzati dai giovani artisti, anche non a soggetto sacro”. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.

(Foto: Devotio)

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