Per le Acli le armi producono guerra

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Nell’ultima giornata del 56° Incontro nazionale di Studi delle Acli, svoltosi nell’ultimo week end di settembre, il presidente nazionale. Emiliano Manfredonia, ha richiamato il ruolo della politica in un tempo segnato da conflitti e paure: “La prospettiva ultima per i cristiani non è la sicurezza ma la Salvezza, perché la sicurezza, costruita dall’uomo, rischia di diventare chiusura e conflitto; la Salvezza invece è dono, si costruisce giorno per giorno nella giustizia, nel perdono, nella cura reciproca. E’ questo lo sguardo che serve oggi, oltre le paure, per ritessere la democrazia”.

Manfredonia ha poi ammonito sul rischio di ridurre la politica a strumento di stigmatizzazione e divisione: “La stessa paura, tradotta in azione politica, ad alcuni fornisce solo l’occasione per demonizzare un atto dall’alto valore profetico come quello della Flotilla, invece di sforzarsi di riconoscerne il valore e offrire mediazione, come hanno fatto i cardinali Zuppi e Pizzaballa e il presidente Mattarella”.

Un appello che si lega anche alla denuncia della corsa globale al riarmo: “La spesa militare mondiale ha raggiunto cifre record, e l’Europa rischia di sacrificare il Green Deal per il Re-ArmEu. Difendere la pace con la guerra è un paradosso che consegna debiti e insicurezza alle nuove generazioni. La pace, invece, è pienezza di vita, e richiede politiche di giustizia sociale, lavoro dignitoso e cooperazione internazionale”.

Nella relazione conclusiva il presidente aclista ha sottolineato la crisi nel mondo: “Il report annuale del Global Network Against Food Crises3 ha evidenziato come il 2025 sia il sesto anno consecutivo di crescita per il numero di persone afflitte dalla fame, anche a causa dei conflitti. Le stime parlano di oltre 300.000.000 di persone che si trovano in situazione di carestia: se ci pensiamo, è come se cinque volte la popolazione del nostro Paese si trovasse senza cibo e senza acqua.

Ed ancora i conflitti, così come l’insicurezza alimentare, il saccheggio dell’ambiente sono spesso alla radice anche del fenomeno migratorio, dei grandi spostamenti di intere comunità. Il numero di persone sfollate è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio: come riportato dalle Nazioni Unite, alla fine di aprile scorso il flusso migratorio forzato ha riguardato oltre 120.00.000 di persone”.

E si amplia sempre più il divario tra ricchi e poveri: “Parallelamente, mentre nel mondo si registrano sempre più conflitti, violenza e catastrofi, naturali e umane, continuano ad ampliarsi notevolmente le disuguaglianze. La guerra, così come aveva fatto anche la pandemia da COVID-19, ha dimostrato di avere un impatto fortemente asimmetrico sulla popolazione mondiale. Così, mentre sempre più persone vengono toccate dai conflitti in maniera diretta o indiretta, a livello globale un nucleo sempre più ristretto di persone gode di una sempre più schifosamente enorme ricchezza.

Nel 2024, secondo Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di $ 2.000.000.000.000, tre volte più velocemente del 2023; contestualmente, 3.500.000.000.000 persone vivono con meno di $ 6,85 al giorno. Soltanto qualche giorno fa, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha ottenuto il primo posto grazie all’impennata delle azioni della sua azienda di software, che gli è valso un guadagno di oltre cento miliardi in meno di 24 ore. Ovvero, un introito superiore al Pil annuo di interi Paesi come Angola, Ghana, Tanzania, Costa d’Avorio e Camerun”.

Quindi per ottenere la pace non occorre il riarmo: “E, invece, la politica tutta e i nostri governi, ormai ciechi e sordi, sembrano riporre le speranze solo e soltanto nel riarmo, provando a legittimare quasi quotidianamente quel paradosso logico che porta a ‘difendere la pace con la guerra’. Una corsa spasmodica a voler tutelare o affermare una posizione di forza o la propria supremazia, a spese delle nuove generazioni.

Cosa sono quel 5% del PIL da destinare alla Difesa su richiesta della NATO o il dispositivo ‘SAFE’, per l’Europa (che prima non a caso volevano chiamare Re-ArmEu) se non ingenti debiti che lasceremo sulle spalle della NextGeneration (quella che dovevamo tutelare e rendere resiliente) per dare ulteriore corpo e spazio alla forza militare, generando solo un mercato di morte?..

La stessa applicazione della legge del più forte, tradotta in istanze securitarie e senza grande respiro la possiamo vedere nel metodo di governo dell’Esecutivo nazionale, nel piccolo – s’intende! – perché non molto influente sul piano internazionale, con contraddizioni reali tra le forze politiche di maggioranza e un sistema di governo dove ci si fa forti con i deboli e deboli con i forti, come ad esempio le banche”.

Ed ha chiesto di non stupirsi se i giovani non esaudiscono i ‘nostri’ desideri: “Non stupiamoci, poi, se quei giovani che andiamo ad interpellare (come ha fatto il nostro IREF con Demetra, in collaborazione con GA) non hanno più fiducia nelle istituzioni! Guarda caso, poi, i temi che risultano trasversali anche a colori politici diversi o a chi non riesce a collocarsi politicamente sono temi a noi molto cari e vicini: lavoro povero, disuguaglianze, sostenibilità climatica e generazionale. Dobbiamo dar loro delle risposte concrete! Risposte che anche la nostra Europa, sembra non saper più dare: che sta facendo in relazione al disordine globale che vediamo? Che sta dicendo?”

Riprendendo il ‘Discorso sullo Stato dell’Unione’ della presidente della Commissione europea, Von der Leyen, il presidente aclista è molto preoccupato: “Pietanze senza sale, cercando di non scontentare nessuno. Ma anche se facciamo qualche passo indietro, andando oltre quel discorso, per approfondire quelle che sono state le scelte politiche di questo ‘governo europeo’, non c’è molto di cui esser felici.

Politiche industriali e ambientali non complete che sono state rapidamente archiviate a beneficio della strategia di riarmo. Abbiamo messo da parte il Green Deal (che magari doveva solo essere rivisto e rimodulato) e l’attenzione per l’ambiente e del nostro futuro per occuparci di armi”.

A proposito di giovani questi sono i dati che emergono dalla ricerca ‘Né dentro, né contro? I giovani e la politica: percezioni, esperienze e condizioni di partecipazione’, a cura di IREF – Acli: la base si costruisce prima dei 18 anni. Il 32,5% dichiara una doppia socializzazione (famiglia + scuola); solo il 22% non ha ricevuto alcuna sollecitazione politica in età precoce. Dove la socializzazione è più forte, cresce anche l’impegno prima della maggiore età.

    Partecipazione “ibrida” e concreta. Negli ultimi 12 mesi il 55,5% ha fatto attivismo online, il 38,3% volontariato sociale, il 38,1% azioni dirette; il 21,2% volontariato politico e il 30% donazioni a partiti/associazioni. La spinta varia a seconda del canale di socializzazione, che sia la famiglia o la scuola.

Tra i giovani con doppia socializzazione, chi ha sperimentato lavoro ‘in nero’ mostra alta attivazione socio-politica nel 32,7% dei casi (contro 8,5% tra i non precari). L’87,6% indica lavoro precario e bassi redditi come primo problema generazionale.

Il documento individua alcune linee su cui viene chiesta un’alleanza con le istituzioni politiche, scolastiche, territoriali per la partecipazione under35 che propone una ricetta per sostenere la partecipazione under35 fondata su due pilastri: da un lato la creazione di nuovi spazi di protagonismo, gratuiti, accessibili e inclusivi; dall’altro una nuova forma di educazione politica, capace di partire dalla scuola e dalle associazioni per nutrire fiducia, responsabilità e futuro.

Da un lato la richiesta di nuovi spazi gratuiti e accessibili /case della cittadinanza giovanile, laboratori, luoghi digitali e fisici di protagonismo) dall’altro la necessità di un’educazione civica e democratica più diffusa e continuativa, capace di accompagnare i ragazzi sin dai primi anni di scuola, attraverso patti di comunità, percorsi di educazione civica più esperienziali.

Un impegno condiviso che punta a superare approcci paternalistici e a riconoscere i giovani come soggetti politici a pieno titolo, in grado di rigenerare la democrazia con linguaggi, forme e immaginari propri. Alle istituzioni si chiede una maggiore capacità di coinvolgere i giovani nei processi deliberativi e nelle scelte di sviluppo delle città.

Anche sul tema di come reimmaginare città più eque e sostenibili, spazi urbani più umani e forme di abitare più economiche e accessibili, i giovani possono dare un contributo importante a partire dalla loro spiccata sensibilità per la sostenibilità sociale e ambientale.

Quindi per le ACLI la sfida è chiara: ricostruire i legami tra generazioni e tra cittadini e istituzioni, affinché i giovani possano diventare non semplici destinatari di politiche, ma protagonisti attivi del cambiamento sociale e democratico.

(Foto: Acli)

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