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Don Vittorio Pastori, fondatore di Africa Mission giusto dell’umanità a cento anni dalla nascita
Don Vittorio Pastori per molte persone, soprattutto in Uganda, era conosciuto come ‘don Vittorione’, capace di attraversare guerre, fame e abbandono senza mai arretrare davanti alla sofferenza umana: a 100 anni dalla nascita, avvenuta a Varese il 15 aprile 1926, entra ufficialmente nell’Enciclopedia dei Giusti della Fondazione Gariwo con il riconoscimento di ‘Giusto dell’Umanità’, attribuito a donne e uomini che hanno scelto di difendere la dignità umana nei contesti più drammatici della storia contemporanea.
L’annuncio di riconoscere il fondatore di ‘Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo’ come ‘Giusto dell’Umanità’ è stato dato nelle settimane scorse a Piacenza dal presidente di ‘Africa Mission’, don Maurizio Noberini. Prima della scelta dell’Africa la vita del ‘ristoratore’ varesino si incontra nel 1966 con mons. Enrico Manfredini, vescovo di Piacenza ed arcivescovo di Bologna, che gli affida incarichi di responsabilità nella diocesi: amministratore della Basilica, della tipografia diocesana e delle opere parrocchiali.
Quando nel 1969 mons. Manfredini è nominato vescovo di Piacenza, Pastori decide di seguirlo, lasciando definitivamente il mondo dell’impresa. Diventa segretario amministrativo della mensa vescovile, economo del Seminario e direttore di una casa di esercizi spirituali. Proprio in quegli anni incontra alcuni vescovi africani e compie i primi viaggi in Uganda, Kenya e Tanzania, un’esperienza destinata a segnare la sua vita.
Davanti alle condizioni delle popolazioni del continente africano, Pastori sceglie di trasformare la solidarietà in azione concreta. Comincia a raccogliere fondi, macchinari agricoli, trattori, attrezzature sanitarie e materiali dall’Italia per sostenere le missioni cattoliche locali. Nel 1972 fonda a Piacenza ‘Africa Mission’, avviando quello che lui stesso definiva un ‘pendolarismo della carità’ tra l’Italia e l’Africa. Il suo nome si lega in modo particolare al Karamoja, una delle regioni più povere e fragili dell’Uganda nordorientale, segnata da conflitti, siccità e marginalità cronica, come hanno raccontato i presidenti don Maurizio Noberini e Carlo Antonello: “Per noi di ‘Africa Mission’ questo riconoscimento assume un significato particolarmente profondo: don Vittorione non è soltanto il fondatore dell’organizzazione, ma il riferimento etico e ideale che continua a orientarne le scelte e le attività”.
Infatti è stato un percorso iniziato con la realizzazione di un ‘Giardino dei Giusti’ a Moroto, in Uganda, nel Community Development Centre che porta il suo nome, come ha spiegato il direttore di ‘Africa Mission’, Carlo Ruspantini; “Questo spazio dedicato alla memoria e all’educazione sarà un luogo vivo soprattutto per le nuove generazioni. Per ‘Africa Mission’ il riconoscimento ottenuto da Fondazione Gariwo costituisce anche una nuova importante opportunità di collaborazione con una realtà che lavora per far conoscere e promuovere le storie di chi ha scelto il bene, anche nei momenti più bui della storia; raccontare le vite di uomini e donne che hanno trovato il coraggio di agire per salvare altre vite è un modo per fare memoria del bene come strumento del cambiamento”.
Quindi al direttore di ‘Africa Mission’ abbiamo chiesto di raccontarci il suo insegnamento: “L’insegnamento di don Vittorione è sempre forte anche a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa ed è quello che ci richiama a non essere sordi al grido di chi nel mondo è condannato a diventare sempre più povero. Di chi è ultimo nel diritto ad avere una vita dignitosa da guadagnarsi attraverso un lavoro che gli garantisca non un reddito di sussistenza, ma un’esistenza degna. Di chi non ha le stesse opportunità di cura e di tutela della salute per sé e per la sua famiglia. Don Vittorione ci ha insegnato ad ascoltare tutti loro. Ma ci ha insegnato anche che solo il rispetto, la non violenza e la condivisione portano la vita”.
Perché don Vittorione ha scelto l’Uganda?
“Il nostro fondatore, don Vittorio Pastori, ha conosciuto il continente africano in Uganda, in quanto alcuni vescovi ugandesi erano venuti in Italia per chiedere un aiuto e don Vittorione è andato in Uganda per vedere la situazione ed, appena ritornato in Italia, ha creato nel 1972, appena dopo mesi dopo il viaggio, ‘Africa Mission’come risposta a quello che lo aveva toccato nel cuore”.
Per quale motivo nasce l’associazione?
“Africa Mission nasce per supportare l’opera sociale dei missionari in Uganda, portando per 10 anni aiuti di emergenza in situazioni di difficoltà, non solo nel Paese ma anche in altri Stati del continente. Nel 1972 don Vittorio fondò ‘Popolazioni e Sviluppo’ per intraprendere direttamente i percorsi di sviluppo attraverso la perforazione di nuovi pozzi d’acqua, attraverso il sostegno allo studio e lo sviluppo agricolo, cercando di aiutare la popolazione nel mettere a frutto le loro capacità e trovare le risorse per un futuro migliore”.
Allora, è possibile aiutare gli africani a casa loro?
“Assolutamente sì, perché chi fugge dalla propria nazione cerca qualche opportunità per vivere dignitosamente. Nessuno fugge perché vuole abbandonare la propria terra; chi lascia la propria terra è perché ci sono situazioni che non consentono di poter valorizzare la propria vita. Quindi aiutare a valorizzare le proprie capacità è l’elemento fondamentale per poter dare una prospettiva di crescita. Quindi aiutarli è necessario, perché le risorse dell’Africa sono grandissime. Purtroppo, per molti anni, c’è stato un atteggiamento predatorio di chi è andato ad aiutare piuttosto che un atteggiamento di supportare lo sviluppo”.
Come rilanciare la cooperazione internazionale?
“Ci vuole gente che creda che occorre valorizzare l’esperienza e la cultura dell’altro per trovare quei punti in cui si può lavorare insieme per portare avanti quei progetti nella ricerca di ciò che unisce invece di ciò che divide e vedere in quale modo queste popolazioni possano svilupparsi, in quanto la loro crescita è legata alla nostra sopravvivenza. Quindi per rilanciare la cooperazione bisogna rilanciare uno spirito realmente di condivisione e non di profitto. Dobbiamo rilanciare la condivisione: questo è l’unico modo per rilanciare la cooperazione”.
Quale è la mission dell’associazione?
“Vogliamo sostenere e promuovere lo sviluppo umano nei Paesi più poveri del mondo attraverso la promozione della dignità della persona umana in tutti i suoi aspetti, realizzando interventi di emergenza, di supporto a realtà locali, in particolare della chiesa locale e dei missionari cattolici, e programmi di sviluppo in vari settori della vita sociale, sulla base dei principi dell’umanesimo cristiano e nel pieno rispetto della libertà di pensiero e di religione degli altri. Sostenere e promuovere uno stile di vita basato sui valori di solidarietà universale e realizzare un’opera di sensibilizzazione delle comunità italiane ai problemi dei paesi poveri.
Quindi i fondamenti del nostro percorso non sono mutati da quelli che ci ha insegnato don Vittorione: andare per esserci, andare per incontrare, andare per ascoltare, andare per condividere, andare per sostenere, andare per evangelizzare, accoglienza presso le nostre sedi, ascolto dei poveri, rispetto dell’uomo e della vita, attenzione alla povertà e alle sue cause, concretezza negli interventi, dono del proprio tempo, delle proprie capacità e risorse, di sé stessi. In questo senso il nostro stile vuole rispecchiare le qualità che sentiamo essenziali nell’impegno umanitario: umiltà, povertà, spirito di servizio. Lo stile del grembiule”.
Ma chi era don Vittorione?
“Don Vittorione era un cristiano laico, che faceva il ristoratore; ad un certo punto si sente interrogato a realizzare in pieno il comandamento dell’amore cristiano e diventa sacerdote, in quanto intraprende un cammino di fede, ma soprattutto da imprenditore laico ha un approccio concreto ad aiutare le persone a migliorare le capacità professionali come lui si era realizzato professionalmente nella vita”.
(Tratto da Aci Stampa)
L’infanzia non può attendere: a Londra la diplomazia e l’alta cucina si uniscono per l’Oasi della Pietà de Il Cairo
Solidarietà, alta cucina e cooperazione internazionale si sono incontrate nel cuore di Londra per una serata straordinaria all’insegna della speranza. Per il terzo anno consecutivo, la magnifica residenza dell’Ambasciata d’Italia a Londra ha aperto le sue porte per ospitare un importante evento di beneficenza a favore della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS.
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, è stata voluta e benedetta dal Santo Padre come concreta espressione di solidarietà e sostegno ai bambini più vulnerabili. L’iniziativa è legata a doppio filo al progetto dell’orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, una struttura nata per accogliere, proteggere e istruire i bambini orfani e abbandonati in Egitto.
L’evento è stato promosso e organizzato dal celebre chef calabrese Francesco Mazzei, che ha sposato la causa della Fondazione mettendo la sua arte e la sua visione a disposizione dei più piccoli. Al centro del progetto dell’orfanotrofio vi è infatti la ‘Francesco Mazzei School Kitchen’: una vera e propria cucina-scuola dove i bambini non solo riceveranno un nutrimento sano, ma potranno anche imparare un mestiere concreto, sviluppare i propri talenti e gettare le basi per un futuro professionale come chef.
Ad accogliere i numerosi e illustri ospiti è stato Sua Eccellenza Fabio Cassese, Ambasciatore d’Italia a Londra, che nel suo discorso di benvenuto ha espresso il profondo orgoglio nel patrocinare una simile iniziativa. L’ambasciatore ha voluto sottolineare l’alto valore della Fondazione ‘Bambino Gesù del Cairo’ ETS, definendola un esempio lampante di come la cooperazione internazionale e la compassione umana possano fare la differenza:
“Attraverso i confini, le culture e le fedi, l’impegno a proteggere e curare i bambini è un valore che ci unisce tutti. La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS incarna questo spirito attraverso la sua dedizione nel migliorare l’accesso alle cure sanitarie, promuovere l’eccellenza medica e sostenere i membri più vulnerabili della società”.
Nel suo intervento, l’Ambasciatore ha inoltre ricordato il proprio legame personale e professionale con il mondo della cooperazione allo sviluppo, ringraziando calorosamente lo chef Mazzei per la sua instancabile generosità e mons. Yoannis Lahzi Gaid per la sua costante e preziosa dedizione. Il momento più emozionante della serata è arrivato con il discorso di mons. Gaid, presidente della Fondazione.
Dopo aver rivolto un sentito ringraziamento all’Ambasciatore per la storica amicizia e ospitalità, e a Francesco Mazzei per aver trasformato una semplice cucina in un’opportunità di riscatto sociale, mons. Gaid ha condiviso con la platea una straordinaria notizia:
“Tra sole due o tre settimane, pianifichiamo di aprire le porte dell’Oasi della Pietà e di accogliere i nostri primi bambini. Per molti anni hanno aspettato un luogo che potessero davvero chiamare casa. La struttura non è ancora del tutto completata, c’è ancora del lavoro da fare. Ma l’infanzia non può essere messa in pausa, questi bambini hanno già aspettato abbastanza. Per questo abbiamo deciso di aprire: con la vostra amicizia e il vostro supporto, completeremo insieme ciò che abbiamo iniziato”.
La serata si è conclusa tra gli applausi dei presenti, uniti dal comune desiderio di offrire un contributo tangibile. Grazie alla sinergia tra la diplomazia italiana, la generosità della comunità londinese e la maestria dello chef Mazzei, l’Oasi della Pietà si appresta a diventare una realtà operativa, dimostrando che la solidarietà concreta può davvero cambiare il destino di molti bambini.
AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana
AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.
Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.
Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.
Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI – dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.
Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.
Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.
In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.
Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.
A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.
Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.
Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.
In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.
Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.
Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.
Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.
Un percorso che mette al centro la persona
Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.
In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.
Papa Leone XIV esorta e ringrazia per l’aiuto ai poveri
“Vi porgo un caloroso benvenuto in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione di ‘Weltkirche & Dialog’, oggi noto come Ufficio diocesano per la Chiesa universale e il dialogo. La vostra visita cade nel periodo pasquale, in cui tutta la Chiesa gioisce per la risurrezione del Signore e rinnova la propria speranza nella vita nuova che scaturisce dal Mistero pasquale. E’ un’occasione propizia per riflettere sull’universalità della Chiesa e sull’importanza del dialogo. Alla luce della risurrezione di Cristo, la Chiesa si riconosce come inviata a tutti i popoli, non imponendosi, ma rendendo testimonianza alla verità nella carità”: sono state parole di gratitudine e di ringraziamento, quelle pronunciate da papa Leone XIV ai membri della fondazione di ‘Weltkirche-Weltmission’, ricordando la sua missione in Perù.
Nel discorso il papa ha evidenziato la necessità del dialogo: “Il dialogo, a sua volta, rafforza la comunione, apre vie di comprensione e serve la causa della pace. In questo modo, Cristo attira a sé tutte le cose e rende la Chiesa segno di unità e di speranza per il mondo. Questi stessi elementi sono profondamente radicati nella storia della vostra Arcidiocesi, che ha dimostrato una profetica apertura alla dimensione universale della Chiesa, espressa nella disponibilità all’incontro, allo scambio reciproco e al dialogo tra popoli e culture”.
Nel ripercorre la storia di questa associazione il papa ha sottolineato la visione della Chiesa nell’aiuto ai poveri: “Questa visione della Chiesa come entità veramente universale (chiamata alla solidarietà oltre i confini dell’Europa e sostenuta da una cultura del dialogo) rimane al centro stesso dell’identità della vostra organizzazione”.
Ciò è avvenuto grazie anche al sostegno dell’arcidiocesi di Colonia: “Spinta da questo stesso spirito, l’Arcidiocesi di Colonia è diventata membro fondatore del Raduno delle Organizzazioni di Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO) e, nel corso di molti anni, ha fornito soccorso alle regioni colpite da carestie, inondazioni, guerre e altre crisi.
Inoltre, l’Arcidiocesi intrattiene rapporti di sostegno con le Chiese in più di cento paesi, con particolare attenzione al Medio Oriente e alle Chiese orientali, oltre a concedere borse di studio per la formazione sacerdotale e assistenza ai sacerdoti anziani.
Vorrei aggiungere qui che quando ero vescovo in Perù, a Chiclayo, l’Arcidiocesi di Colonia ha sostenuto con grande impegno diverse iniziative, tra cui l’acquisto di macchine per la produzione di ossigeno che hanno salvato la vita a molte persone. E la gente oggi è ancora grata per quel sostegno”.
Ed ecco l’incoraggiamento a sviluppare la missione della carità, specialmente in Medio Oriente: “Molti dei nostri fratelli e sorelle cristiani sono stati costretti ad abbandonare la loro patria a causa della guerra, della violenza e della povertà, e molti dipendono direttamente dal vostro impegno e dalla vostra generosità per la loro sopravvivenza.
Vi incoraggio quindi a perseverare in questa missione di carità, affinché possano continuare a sentire la vicinanza della Chiesa universale. In modo particolare, vi chiedo di continuare a sostenere la presenza dei cristiani in Medio Oriente, per garantire che queste venerabili tradizioni delle Chiese orientali siano preservate, salvaguardate e più ampiamente conosciute”.
Inoltre è stato pubblicato il Rapporto annuale 2025 dell’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (ASIF), che conferma la solidità del sistema di vigilanza della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano nella prevenzione e nel contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, in cui emerge anche un rafforzamento delle relazioni con controparti e organismi internazionali di riferimento.
Nello scorso anno le segnalazioni di attività sospette (SAS) ricevute dall’ASIF sono state 78, in linea con l’evoluzione del sistema e con le aspettative maturate dopo la fase di assestamento registrata nel 2024, oltre che per effetto dell’attuazione delle misure richieste al principale soggetto segnalante a seguito dell’ispezione mirata in materia svolta nel 2024 e delle attività connesse agli eventi straordinari che hanno interessato la Chiesa Cattolica e la Santa Sede nel 2025.
Rispetto all’anno precedente si nota, inoltre, una minore incidenza di segnalazioni legate all’utilizzo di denaro contante, verosimilmente legata ad un decremento dell’ammontare dei flussi transitati nello Stato, come traspare anche dalle statistiche relative alle dichiarazioni di trasporto transfrontaliero di denaro contante.
Sul versante internazionale, il Rapporto registra 35 scambi informativi dell’ASIF con le proprie controparti estere, confermando una crescente intensità delle relazioni operative con le Unità di Informazione Finanziaria straniere. In particolare, viene sottolineato l’incremento nel numero di comunicazioni in entrata, dato che appare confermare la rilevanza, in termini operativi, del percorso di consolidamento della rete di relazioni internazionali portato avanti dall’ASIF nel corso dell’anno.
Nello scorso anno, sul piano prudenziale, l’ASIF ha continuato ad agire per rafforzare gli standard di sana e prudente gestione dell’Istituto per le Opere di Religione e per monitorarne i servizi agli utenti, nell’ambito di un percorso di migliore e più efficiente integrazione con il sistema finanziario internazionale.
Infine sul piano internazionale il Rapporto ha individuato uno dei segnali più significativi dell’evoluzione del sistema: il rafforzamento della rete di cooperazione. In uno scenario in cui i rischi finanziari travalicano stabilmente i confini nazionali, la dimensione multilaterale si configura come condizione imprescindibile per un’azione efficace, più che come semplice ambito di sviluppo.
(Foto: Santa Sede)
Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa
“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).
Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.
Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.
Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.
La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”
Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.
Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?
“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.
In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?
“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.
Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?
E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.
E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?
“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.
Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?
“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.
Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?
“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.
(Tratto da Aci Stampa)
Pace, dialogo inclusione e cooperazione internazionale: siglata l’intesa tra l’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace
L’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace hanno formalizzato un accordo di collaborazione triennale volto a promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. La convenzione quadro, siglata dal rettore dell’Ateneo friulano, Angelo Montanari, e dal vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni, punta a integrare l’eccellenza accademica con l’esperienza concreta dello studentato internazionale toscano, rafforzando l’impegno congiunto nella promozione della cultura del dialogo, della pace e della cooperazione internazionale.
L’accordo nasce dalla volontà condivisa di valorizzare percorsi formativi innovativi e internazionali, mettendo al centro gli studenti e il loro sviluppo umano e professionale. In particolare, la convenzione prevede l’attivazione di un programma dedicato agli studenti provenienti dall’esperienza Rondine.
Tra i principali benefici per gli studenti, la convenzione prevede innanzitutto un accesso facilitato all’università: fino a tre studenti all’anno provenienti dai percorsi formativi di Rondine potranno iscriversi gratuitamente al primo anno dei corsi di studio, favorendo l’inclusione e il diritto allo studio anche per giovani provenienti da contesti di conflitto e valorizzando esperienze internazionali di grande valore.
A questo si affianca l’eventuale possibilità di ottenere il riconoscimento di crediti formativi per le attività svolte nell’ambito dei programmi Rondine, con particolare attenzione alle competenze trasversali legate alla gestione dei conflitti e al dialogo interculturale. Gli studenti dell’Ateneo potranno inoltre accedere a opportunità di stage e tirocini presso l’Associazione, entrando in contatto diretto con realtà impegnate nella cooperazione internazionale e nel peacebuilding.
La collaborazione prevede anche l’attivazione di una didattica innovativa e interdisciplinare, attraverso workshop, seminari e attività formative dedicate a temi di grande attualità come le relazioni internazionali, il dialogo interreligioso e la costruzione della pace. Infine, grazie al legame con la World House di Rondine, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con coetanei provenienti da Paesi in guerra o post-conflitto, sviluppando competenze relazionali e una visione sempre più globale.
“La convenzione rappresenta un’alleanza strategica per formare cittadini capaci di disinnescare le tensioni della contemporaneità e si inserisce in una strategia più ampia volta a formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le sfide globali con spirito critico e apertura al dialogo – sottolinea il rettore dell’ateneo friulano Angelo Montanari -.
conflittoAttraverso questa collaborazione, l’Università di Udine conferma il proprio ruolo attivo nella promozione della pace, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Questa convenzione rappresenta un passo significativo verso un’università sempre più inclusiva, internazionale e attenta alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di contribuire attivamente alla costruzione di un futuro più giusto e pacifico”.
“La firma di questa convenzione rappresenta un passo importante che si inserisce in un rapporto costruito nel tempo con il territorio friulano, fondato su fiducia, dialogo e collaborazione con istituzioni, scuole e società civile –afferma il vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni – In questi anni abbiamo visto crescere una rete sempre più ampia di realtà che hanno riconosciuto il valore del Metodo Rondine, scegliendolo come strumento educativo per affrontare le sfide del presente.
Ne è testimonianza l’attivazione delle Sezioni Rondine in diverse scuole del territorio, l’alta partecipazione di giovani friulani al Quarto Anno Rondine e i numerosi percorsi formativi rivolti agli studenti, pensati per promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e il senso di responsabilità civile. Con l’Università di Udine rafforziamo oggi questo cammino, offrendo ai giovani nuove opportunità per diventare protagonisti consapevoli di una società più giusta e pacifica”.
Per garantire l’attuazione e il monitoraggio delle attività, sono stati nominati responsabili scientifici Tommaso Piffer, delegato del rettore dell’università di Udine per l’Educazione alla pace e alla nonviolenza e Mauro D’Andrea, direttore del dipartimento formazione e relazioni internazionali per Rondine.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Dalle aule di Trento alla Campana dei Caduti: una rondine vola in Trentino
Con l’incontro di alcuni giorni fa alla Campana dei Caduti ‘Maria Dolens’ a Rovereto si è concluso il progetto ‘Una Rondine vola sul Trentino: giovani, cooperazione e impatto sociale per le comunità trentine’, promosso da Rondine Cittadella della Pace con il sostegno del Fondo delle Casse Rurali Trentine e le Sezioni Rondine del Liceo scientifico ‘Leonardo da Vinci’ e del Liceo linguistico ‘S. M. Scholl’. Un percorso iniziato il 5 maggio scorso con l’evento ‘Una Rondine vola sul Trentino’, che nel corso di questi mesi ha messo in dialogo giovani, scuole e mondo cooperativo.
Obiettivi del progetto: rafforzare le competenze relazionali dei giovani, promuovere una cultura della cooperazione e della responsabilità sociale e offrire strumenti concreti per leggere i conflitti (personali, scolastici, sociali) come possibilità di cambiamento.
Le attività si sono sviluppate su più piani. Nelle scuole sono stati proposti incontri formativi, testimonianze e laboratori esperienziali sulla trasformazione creativa del conflitto, rivolti a studenti, docenti e tutor delle Sezioni Rondine; percorso che si è concluso con il workshop di giovedì 27 novembre ‘L’oggetto-specchio: ciò che conservo, ciò che divento’.
Parallelamente, grazie alla collaborazione con il Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine e con la Federazione Trentina della Cooperazione, sono stati attivati percorsi di formazione per il personale (in particolare giovani e operatori del sistema cooperativo e dipendenti delle Casse Rurali) per lavorare su una leadership capace di gestire i conflitti anche nei contesti professionali: formazione al Metodo Rondine garantita da Rondine Academy. Tutto questo è stato accompagnato da un lavoro di monitoraggio e valutazione d’impatto, per leggere in modo rigoroso gli effetti educativi e sociali delle attività svolte e per immaginarne la replicabilità in altri territori.
L’incontro di stamani è stata anche occasione per raccogliere i feedback delle realtà che, a vario titolo, hanno creduto nel progetto: da Rondine Cittadella della Pace alla Provincia autonoma di Trento e al Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine, come ha dichiarato Dino Leonesi, consigliere d’amministrazione di Rondine Cittadella della Pace:
“C’è una lunga storia che lega Rondine al nostro territorio: qui il nostro Metodo ha trovato negli anni terreno fertile grazie a una sensibilità profonda verso la pace, l’educazione e la cooperazione. Questo progetto rinnova e rafforza un legame costruito nel tempo, dimostrando come scuole, istituzioni e mondo cooperativo possano condividere una visione comune per accompagnare i giovani nella trasformazione creativa dei conflitti. Concludere il percorso alla Campana dei Caduti, simbolo di memoria e dialogo, ci ricorda che il lavoro iniziato non si esaurisce oggi. Continueremo a camminare insieme per costruire comunità più consapevoli e generare nuovo impatto sociale”.
Inoltre il presidente Silvio Mucchi, accompagnato dai colleghi presidenti di Casse Rurali Claudio Valorz e Maurizio Maffei, ha sottolineato: “Come Fondo Comune abbiamo scelto convintamente di sostenere questo progetto perché educare alla gestione del conflitto significa investire sul capitale umano delle nostre comunità. Rondine ci mostra che la pace non è un’idea astratta, ma una competenza che si costruisce: ascolto, responsabilità, reciprocità. E’ questo il modo migliore per rafforzare le relazioni dentro le nostre Casse Rurali e, più in generale, per dare ai giovani strumenti reali per diventare cittadini capaci di generare fiducia nei territori”.
Mentre il Vicereggente della Fondazione Campana dei Caduti, Lorenzo Saiani, ha aggiunto: “E’ con grande piacere che oggi rinnoviamo e rilanciamo la relazione tra la Fondazione Campana dei Caduti e Rondine Cittadella della Pace, due realtà che condividono una stessa visione: costruire un futuro fondato sul dialogo, sulla responsabilità personale e sulla cultura della pace. In questo anno di centenario della Campana, non celebriamo un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Maria Dolens nasce nel 1925 come invito alla Pace universale; oggi, cento anni dopo, quel messaggio si rinnova attraverso nuove alleanze, nuovi linguaggi e nuovi protagonisti: i giovani”.
“Come Provincia guardiamo con sincero interesse a questo percorso, che rappresenta un esempio virtuoso di come la collaborazione tra scuole, giovani, mondo della cooperazione e realtà come Rondine possa contribuire a costruire comunità più consapevoli, inclusive e capaci di trasformare i conflitti in opportunità di crescita”, sono state queste le parole che l’assessore all’istruzione, cultura, per i giovani e per le pari opportunità, Francesca Gerosa, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali concomitanti, ha voluto far arrivare agli organizzatori.
Grazie alla collaborazione della Fondazione Campana dei Caduti, che ha ospitato l’evento conclusivo, il progetto ha trovato una cornice in cui memoria storica e impegno educativo si sono tenuti insieme. I partecipanti hanno iniziato la giornata con la visita alla zona monumentale, entrando in contatto con la storia della Campana e con il suo messaggio di pace nato dal lutto della guerra.
Accanto alle istituzioni e ai partner, hanno trovato voce le testimonianze dei giovani. I ragazzi e le ragazze della World House, infatti, hanno condiviso frammenti delle loro storie, mostrando cosa significhi vivere ogni giorno con ‘nemici d’origine’ e trasformare diffidenze e pregiudizi in relazioni di fiducia. Gli alunni del Quarto Anno Rondine hanno raccontato l’impatto di un anno trascorso nel borgo toscano sulla propria vita personale, scolastica e civica.
Studenti, studentesse, docenti e tutor delle Sezioni Rondine dei licei trentini hanno mostrato come, nel corso dei mesi, il Metodo Rondine sia entrato nella quotidianità delle classi, incidendo sul clima relazionale, sulla gestione dei conflitti e sul modo di stare insieme. Interventi toccanti anche quelli delle dirigenti dei due istituti scolastici coinvolti, Viviana Sbardella per il Da Vinci e Chiara Motter per il Scholl.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Per le Acli le armi producono guerra
Nell’ultima giornata del 56° Incontro nazionale di Studi delle Acli, svoltosi nell’ultimo week end di settembre, il presidente nazionale. Emiliano Manfredonia, ha richiamato il ruolo della politica in un tempo segnato da conflitti e paure: “La prospettiva ultima per i cristiani non è la sicurezza ma la Salvezza, perché la sicurezza, costruita dall’uomo, rischia di diventare chiusura e conflitto; la Salvezza invece è dono, si costruisce giorno per giorno nella giustizia, nel perdono, nella cura reciproca. E’ questo lo sguardo che serve oggi, oltre le paure, per ritessere la democrazia”.
Manfredonia ha poi ammonito sul rischio di ridurre la politica a strumento di stigmatizzazione e divisione: “La stessa paura, tradotta in azione politica, ad alcuni fornisce solo l’occasione per demonizzare un atto dall’alto valore profetico come quello della Flotilla, invece di sforzarsi di riconoscerne il valore e offrire mediazione, come hanno fatto i cardinali Zuppi e Pizzaballa e il presidente Mattarella”.
Un appello che si lega anche alla denuncia della corsa globale al riarmo: “La spesa militare mondiale ha raggiunto cifre record, e l’Europa rischia di sacrificare il Green Deal per il Re-ArmEu. Difendere la pace con la guerra è un paradosso che consegna debiti e insicurezza alle nuove generazioni. La pace, invece, è pienezza di vita, e richiede politiche di giustizia sociale, lavoro dignitoso e cooperazione internazionale”.
Nella relazione conclusiva il presidente aclista ha sottolineato la crisi nel mondo: “Il report annuale del Global Network Against Food Crises3 ha evidenziato come il 2025 sia il sesto anno consecutivo di crescita per il numero di persone afflitte dalla fame, anche a causa dei conflitti. Le stime parlano di oltre 300.000.000 di persone che si trovano in situazione di carestia: se ci pensiamo, è come se cinque volte la popolazione del nostro Paese si trovasse senza cibo e senza acqua.
Ed ancora i conflitti, così come l’insicurezza alimentare, il saccheggio dell’ambiente sono spesso alla radice anche del fenomeno migratorio, dei grandi spostamenti di intere comunità. Il numero di persone sfollate è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio: come riportato dalle Nazioni Unite, alla fine di aprile scorso il flusso migratorio forzato ha riguardato oltre 120.00.000 di persone”.
E si amplia sempre più il divario tra ricchi e poveri: “Parallelamente, mentre nel mondo si registrano sempre più conflitti, violenza e catastrofi, naturali e umane, continuano ad ampliarsi notevolmente le disuguaglianze. La guerra, così come aveva fatto anche la pandemia da COVID-19, ha dimostrato di avere un impatto fortemente asimmetrico sulla popolazione mondiale. Così, mentre sempre più persone vengono toccate dai conflitti in maniera diretta o indiretta, a livello globale un nucleo sempre più ristretto di persone gode di una sempre più schifosamente enorme ricchezza.
Nel 2024, secondo Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di $ 2.000.000.000.000, tre volte più velocemente del 2023; contestualmente, 3.500.000.000.000 persone vivono con meno di $ 6,85 al giorno. Soltanto qualche giorno fa, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha ottenuto il primo posto grazie all’impennata delle azioni della sua azienda di software, che gli è valso un guadagno di oltre cento miliardi in meno di 24 ore. Ovvero, un introito superiore al Pil annuo di interi Paesi come Angola, Ghana, Tanzania, Costa d’Avorio e Camerun”.
Quindi per ottenere la pace non occorre il riarmo: “E, invece, la politica tutta e i nostri governi, ormai ciechi e sordi, sembrano riporre le speranze solo e soltanto nel riarmo, provando a legittimare quasi quotidianamente quel paradosso logico che porta a ‘difendere la pace con la guerra’. Una corsa spasmodica a voler tutelare o affermare una posizione di forza o la propria supremazia, a spese delle nuove generazioni.
Cosa sono quel 5% del PIL da destinare alla Difesa su richiesta della NATO o il dispositivo ‘SAFE’, per l’Europa (che prima non a caso volevano chiamare Re-ArmEu) se non ingenti debiti che lasceremo sulle spalle della NextGeneration (quella che dovevamo tutelare e rendere resiliente) per dare ulteriore corpo e spazio alla forza militare, generando solo un mercato di morte?..
La stessa applicazione della legge del più forte, tradotta in istanze securitarie e senza grande respiro la possiamo vedere nel metodo di governo dell’Esecutivo nazionale, nel piccolo – s’intende! – perché non molto influente sul piano internazionale, con contraddizioni reali tra le forze politiche di maggioranza e un sistema di governo dove ci si fa forti con i deboli e deboli con i forti, come ad esempio le banche”.
Ed ha chiesto di non stupirsi se i giovani non esaudiscono i ‘nostri’ desideri: “Non stupiamoci, poi, se quei giovani che andiamo ad interpellare (come ha fatto il nostro IREF con Demetra, in collaborazione con GA) non hanno più fiducia nelle istituzioni! Guarda caso, poi, i temi che risultano trasversali anche a colori politici diversi o a chi non riesce a collocarsi politicamente sono temi a noi molto cari e vicini: lavoro povero, disuguaglianze, sostenibilità climatica e generazionale. Dobbiamo dar loro delle risposte concrete! Risposte che anche la nostra Europa, sembra non saper più dare: che sta facendo in relazione al disordine globale che vediamo? Che sta dicendo?”
Riprendendo il ‘Discorso sullo Stato dell’Unione’ della presidente della Commissione europea, Von der Leyen, il presidente aclista è molto preoccupato: “Pietanze senza sale, cercando di non scontentare nessuno. Ma anche se facciamo qualche passo indietro, andando oltre quel discorso, per approfondire quelle che sono state le scelte politiche di questo ‘governo europeo’, non c’è molto di cui esser felici.
Politiche industriali e ambientali non complete che sono state rapidamente archiviate a beneficio della strategia di riarmo. Abbiamo messo da parte il Green Deal (che magari doveva solo essere rivisto e rimodulato) e l’attenzione per l’ambiente e del nostro futuro per occuparci di armi”.
A proposito di giovani questi sono i dati che emergono dalla ricerca ‘Né dentro, né contro? I giovani e la politica: percezioni, esperienze e condizioni di partecipazione’, a cura di IREF – Acli: la base si costruisce prima dei 18 anni. Il 32,5% dichiara una doppia socializzazione (famiglia + scuola); solo il 22% non ha ricevuto alcuna sollecitazione politica in età precoce. Dove la socializzazione è più forte, cresce anche l’impegno prima della maggiore età.
Partecipazione “ibrida” e concreta. Negli ultimi 12 mesi il 55,5% ha fatto attivismo online, il 38,3% volontariato sociale, il 38,1% azioni dirette; il 21,2% volontariato politico e il 30% donazioni a partiti/associazioni. La spinta varia a seconda del canale di socializzazione, che sia la famiglia o la scuola.
Tra i giovani con doppia socializzazione, chi ha sperimentato lavoro ‘in nero’ mostra alta attivazione socio-politica nel 32,7% dei casi (contro 8,5% tra i non precari). L’87,6% indica lavoro precario e bassi redditi come primo problema generazionale.
Il documento individua alcune linee su cui viene chiesta un’alleanza con le istituzioni politiche, scolastiche, territoriali per la partecipazione under35 che propone una ricetta per sostenere la partecipazione under35 fondata su due pilastri: da un lato la creazione di nuovi spazi di protagonismo, gratuiti, accessibili e inclusivi; dall’altro una nuova forma di educazione politica, capace di partire dalla scuola e dalle associazioni per nutrire fiducia, responsabilità e futuro.
Da un lato la richiesta di nuovi spazi gratuiti e accessibili /case della cittadinanza giovanile, laboratori, luoghi digitali e fisici di protagonismo) dall’altro la necessità di un’educazione civica e democratica più diffusa e continuativa, capace di accompagnare i ragazzi sin dai primi anni di scuola, attraverso patti di comunità, percorsi di educazione civica più esperienziali.
Un impegno condiviso che punta a superare approcci paternalistici e a riconoscere i giovani come soggetti politici a pieno titolo, in grado di rigenerare la democrazia con linguaggi, forme e immaginari propri. Alle istituzioni si chiede una maggiore capacità di coinvolgere i giovani nei processi deliberativi e nelle scelte di sviluppo delle città.
Anche sul tema di come reimmaginare città più eque e sostenibili, spazi urbani più umani e forme di abitare più economiche e accessibili, i giovani possono dare un contributo importante a partire dalla loro spiccata sensibilità per la sostenibilità sociale e ambientale.
Quindi per le ACLI la sfida è chiara: ricostruire i legami tra generazioni e tra cittadini e istituzioni, affinché i giovani possano diventare non semplici destinatari di politiche, ma protagonisti attivi del cambiamento sociale e democratico.
(Foto: Acli)
Italia-Egitto: 50 anni di cooperazione scientifica e tecnologica
Quest’anno ricorre il 50° anniversario della firma dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Araba d’Egitto, la terza più grande economia del mondo arabo dopo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Per valorizzare questa intesa, firmata nel 1975 dal Governo Moro IV (1974-76), l’Ambasciata d’Italia al Cairo, in collaborazione con l’Autorità egiziana per il finanziamento della scienza, della tecnologia e dell’innovazione (STDF), ha organizzato sabato prossimo nella sua sede un workshop con l’obiettivo di presentare i progetti di collaborazione italo-egiziana in corso e che rientrano nel “Programma Scientifico Esecutivo 2024-2026” e illustrarne le opportunità di formazione e di sviluppo professionale.
L’accordo con l’Egitto che, a tutt’oggi, costituisce il terzo produttore di petrolio e di gas nell’ambito dei paesi del Nord Africa, è uno fra i tanti che vengono predisposti per favorire anche il dialogo tra il mondo accademico e l’industria espressione di contesti nazionali, talvolta molto diversi fra loro come nel caso in questione.
L’evento sarà anche l’occasione per discutere delle prospettive future di cooperazione scientifica e tecnologica tra Italia ed Egitto attraverso l’elaborazione dei prossimi Programmi Esecutivi triennali, previsti appunto dall’accordo del 1975, i quali sono pensati per finanziare progetti di ricerca in aree prioritarie individuate congiuntamente dalle parti.
Il programma del workshop che, come detto, avrà luogo per tutta la giornata del 7 luglio a El Cairo, inizierà alle ore 11.30 con i discorsi di apertura dell’Ambasciatore d’Italia in Egitto Michele Quaroni e del Ministro egiziano dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Scientifica Mohamed Ayman Ashour.
Fra i relatori italiani ai due successivi seminari che si terranno alle ore 13 (dal titolo: Il Programma Scientifico Esecutivo 2024-2026) e alle 15.30 (Programmi di formazione internazionale, opportunità di carriera, dialogo accademico-industriale e trasferimenti di tecnologie) sono previsti il prof. Valter Sergo, Ordinario del dipartimento di Ingegneria ed Architettura dell’Università di Trieste e prorettore vicario del medesimo Ateneo, la prof.ssa Maria Serena Chiucchi, Direttore del Dipartimento di Management (DIMA) e Vice Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, il prof. Marco Paolino, docente di Storia contemporanea all’Università Pegaso, il dott. Salvatore Di Bartolo, Vice Presidente dell’Africa Commercial and Business Development della LEONARDO-Space S.p.A., il dott. Leonello Fani dell’ENI-Egitto e, infine, in videocollegamento dall’Italia, la d.ssa Chiara Sarnataro, Responsabile ENI dei Rapporti con le istituzioni universitarie.
Concluderà i lavori prima della tavola rotonda finale il video messaggio della prof.ssa Maria Cristina Pedicchio, Presidente dell’Agenzia Italiana per la Promozione della Ricerca Europea (APRE), istituzione che sostiene e accompagna la partecipazione nazionale ai programmi dell’Unione europea e l’intervento illustrativo del Panel di missioni archeologiche in Egitto del prof. Giuseppe Cecere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso il Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà dell’Università Alma Mater di Bologna e Direttore del Centro Archeologico Italiano.
L’importanza dell’incontro del Cairo si rileva sia per il genere e l’entità dei programmi di collaborazione previsti nel triennio 2024-2026, che ammontano ad un importo di circa 1,2 milioni di euro, nei settori della gestione delle acque, dell’agricoltura e della tecnologia alimentare, della scienza dei materiali, dell’energia rinnovabile e sostenibile e del patrimonio culturale, sia per lo slancio che il Piano Mattei sta conferendo e apporterà ancor di più nei prossimi anni all’ambito della cooperazione bilaterale italo-egiziana all’interno dell’associazione dell’Egitto all’UE e del processo di internazionalizzazione della ricerca e dell’istruzione che il Paese di al-Sisi sta, pur fra difficoltà e margini di miglioramento dal punto di vista politico-istituzionale, meritoriamente attraversando.






























