Tag Archives: Cooperazione
Pace, dialogo inclusione e cooperazione internazionale: siglata l’intesa tra l’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace
L’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace hanno formalizzato un accordo di collaborazione triennale volto a promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. La convenzione quadro, siglata dal rettore dell’Ateneo friulano, Angelo Montanari, e dal vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni, punta a integrare l’eccellenza accademica con l’esperienza concreta dello studentato internazionale toscano, rafforzando l’impegno congiunto nella promozione della cultura del dialogo, della pace e della cooperazione internazionale.
L’accordo nasce dalla volontà condivisa di valorizzare percorsi formativi innovativi e internazionali, mettendo al centro gli studenti e il loro sviluppo umano e professionale. In particolare, la convenzione prevede l’attivazione di un programma dedicato agli studenti provenienti dall’esperienza Rondine.
Tra i principali benefici per gli studenti, la convenzione prevede innanzitutto un accesso facilitato all’università: fino a tre studenti all’anno provenienti dai percorsi formativi di Rondine potranno iscriversi gratuitamente al primo anno dei corsi di studio, favorendo l’inclusione e il diritto allo studio anche per giovani provenienti da contesti di conflitto e valorizzando esperienze internazionali di grande valore.
A questo si affianca l’eventuale possibilità di ottenere il riconoscimento di crediti formativi per le attività svolte nell’ambito dei programmi Rondine, con particolare attenzione alle competenze trasversali legate alla gestione dei conflitti e al dialogo interculturale. Gli studenti dell’Ateneo potranno inoltre accedere a opportunità di stage e tirocini presso l’Associazione, entrando in contatto diretto con realtà impegnate nella cooperazione internazionale e nel peacebuilding.
La collaborazione prevede anche l’attivazione di una didattica innovativa e interdisciplinare, attraverso workshop, seminari e attività formative dedicate a temi di grande attualità come le relazioni internazionali, il dialogo interreligioso e la costruzione della pace. Infine, grazie al legame con la World House di Rondine, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con coetanei provenienti da Paesi in guerra o post-conflitto, sviluppando competenze relazionali e una visione sempre più globale.
“La convenzione rappresenta un’alleanza strategica per formare cittadini capaci di disinnescare le tensioni della contemporaneità e si inserisce in una strategia più ampia volta a formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le sfide globali con spirito critico e apertura al dialogo – sottolinea il rettore dell’ateneo friulano Angelo Montanari -.
conflittoAttraverso questa collaborazione, l’Università di Udine conferma il proprio ruolo attivo nella promozione della pace, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Questa convenzione rappresenta un passo significativo verso un’università sempre più inclusiva, internazionale e attenta alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di contribuire attivamente alla costruzione di un futuro più giusto e pacifico”.
“La firma di questa convenzione rappresenta un passo importante che si inserisce in un rapporto costruito nel tempo con il territorio friulano, fondato su fiducia, dialogo e collaborazione con istituzioni, scuole e società civile –afferma il vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni – In questi anni abbiamo visto crescere una rete sempre più ampia di realtà che hanno riconosciuto il valore del Metodo Rondine, scegliendolo come strumento educativo per affrontare le sfide del presente.
Ne è testimonianza l’attivazione delle Sezioni Rondine in diverse scuole del territorio, l’alta partecipazione di giovani friulani al Quarto Anno Rondine e i numerosi percorsi formativi rivolti agli studenti, pensati per promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e il senso di responsabilità civile. Con l’Università di Udine rafforziamo oggi questo cammino, offrendo ai giovani nuove opportunità per diventare protagonisti consapevoli di una società più giusta e pacifica”.
Per garantire l’attuazione e il monitoraggio delle attività, sono stati nominati responsabili scientifici Tommaso Piffer, delegato del rettore dell’università di Udine per l’Educazione alla pace e alla nonviolenza e Mauro D’Andrea, direttore del dipartimento formazione e relazioni internazionali per Rondine.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Dalle aule di Trento alla Campana dei Caduti: una rondine vola in Trentino
Con l’incontro di alcuni giorni fa alla Campana dei Caduti ‘Maria Dolens’ a Rovereto si è concluso il progetto ‘Una Rondine vola sul Trentino: giovani, cooperazione e impatto sociale per le comunità trentine’, promosso da Rondine Cittadella della Pace con il sostegno del Fondo delle Casse Rurali Trentine e le Sezioni Rondine del Liceo scientifico ‘Leonardo da Vinci’ e del Liceo linguistico ‘S. M. Scholl’. Un percorso iniziato il 5 maggio scorso con l’evento ‘Una Rondine vola sul Trentino’, che nel corso di questi mesi ha messo in dialogo giovani, scuole e mondo cooperativo.
Obiettivi del progetto: rafforzare le competenze relazionali dei giovani, promuovere una cultura della cooperazione e della responsabilità sociale e offrire strumenti concreti per leggere i conflitti (personali, scolastici, sociali) come possibilità di cambiamento.
Le attività si sono sviluppate su più piani. Nelle scuole sono stati proposti incontri formativi, testimonianze e laboratori esperienziali sulla trasformazione creativa del conflitto, rivolti a studenti, docenti e tutor delle Sezioni Rondine; percorso che si è concluso con il workshop di giovedì 27 novembre ‘L’oggetto-specchio: ciò che conservo, ciò che divento’.
Parallelamente, grazie alla collaborazione con il Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine e con la Federazione Trentina della Cooperazione, sono stati attivati percorsi di formazione per il personale (in particolare giovani e operatori del sistema cooperativo e dipendenti delle Casse Rurali) per lavorare su una leadership capace di gestire i conflitti anche nei contesti professionali: formazione al Metodo Rondine garantita da Rondine Academy. Tutto questo è stato accompagnato da un lavoro di monitoraggio e valutazione d’impatto, per leggere in modo rigoroso gli effetti educativi e sociali delle attività svolte e per immaginarne la replicabilità in altri territori.
L’incontro di stamani è stata anche occasione per raccogliere i feedback delle realtà che, a vario titolo, hanno creduto nel progetto: da Rondine Cittadella della Pace alla Provincia autonoma di Trento e al Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine, come ha dichiarato Dino Leonesi, consigliere d’amministrazione di Rondine Cittadella della Pace:
“C’è una lunga storia che lega Rondine al nostro territorio: qui il nostro Metodo ha trovato negli anni terreno fertile grazie a una sensibilità profonda verso la pace, l’educazione e la cooperazione. Questo progetto rinnova e rafforza un legame costruito nel tempo, dimostrando come scuole, istituzioni e mondo cooperativo possano condividere una visione comune per accompagnare i giovani nella trasformazione creativa dei conflitti. Concludere il percorso alla Campana dei Caduti, simbolo di memoria e dialogo, ci ricorda che il lavoro iniziato non si esaurisce oggi. Continueremo a camminare insieme per costruire comunità più consapevoli e generare nuovo impatto sociale”.
Inoltre il presidente Silvio Mucchi, accompagnato dai colleghi presidenti di Casse Rurali Claudio Valorz e Maurizio Maffei, ha sottolineato: “Come Fondo Comune abbiamo scelto convintamente di sostenere questo progetto perché educare alla gestione del conflitto significa investire sul capitale umano delle nostre comunità. Rondine ci mostra che la pace non è un’idea astratta, ma una competenza che si costruisce: ascolto, responsabilità, reciprocità. E’ questo il modo migliore per rafforzare le relazioni dentro le nostre Casse Rurali e, più in generale, per dare ai giovani strumenti reali per diventare cittadini capaci di generare fiducia nei territori”.
Mentre il Vicereggente della Fondazione Campana dei Caduti, Lorenzo Saiani, ha aggiunto: “E’ con grande piacere che oggi rinnoviamo e rilanciamo la relazione tra la Fondazione Campana dei Caduti e Rondine Cittadella della Pace, due realtà che condividono una stessa visione: costruire un futuro fondato sul dialogo, sulla responsabilità personale e sulla cultura della pace. In questo anno di centenario della Campana, non celebriamo un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Maria Dolens nasce nel 1925 come invito alla Pace universale; oggi, cento anni dopo, quel messaggio si rinnova attraverso nuove alleanze, nuovi linguaggi e nuovi protagonisti: i giovani”.
“Come Provincia guardiamo con sincero interesse a questo percorso, che rappresenta un esempio virtuoso di come la collaborazione tra scuole, giovani, mondo della cooperazione e realtà come Rondine possa contribuire a costruire comunità più consapevoli, inclusive e capaci di trasformare i conflitti in opportunità di crescita”, sono state queste le parole che l’assessore all’istruzione, cultura, per i giovani e per le pari opportunità, Francesca Gerosa, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali concomitanti, ha voluto far arrivare agli organizzatori.
Grazie alla collaborazione della Fondazione Campana dei Caduti, che ha ospitato l’evento conclusivo, il progetto ha trovato una cornice in cui memoria storica e impegno educativo si sono tenuti insieme. I partecipanti hanno iniziato la giornata con la visita alla zona monumentale, entrando in contatto con la storia della Campana e con il suo messaggio di pace nato dal lutto della guerra.
Accanto alle istituzioni e ai partner, hanno trovato voce le testimonianze dei giovani. I ragazzi e le ragazze della World House, infatti, hanno condiviso frammenti delle loro storie, mostrando cosa significhi vivere ogni giorno con ‘nemici d’origine’ e trasformare diffidenze e pregiudizi in relazioni di fiducia. Gli alunni del Quarto Anno Rondine hanno raccontato l’impatto di un anno trascorso nel borgo toscano sulla propria vita personale, scolastica e civica.
Studenti, studentesse, docenti e tutor delle Sezioni Rondine dei licei trentini hanno mostrato come, nel corso dei mesi, il Metodo Rondine sia entrato nella quotidianità delle classi, incidendo sul clima relazionale, sulla gestione dei conflitti e sul modo di stare insieme. Interventi toccanti anche quelli delle dirigenti dei due istituti scolastici coinvolti, Viviana Sbardella per il Da Vinci e Chiara Motter per il Scholl.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Per le Acli le armi producono guerra
Nell’ultima giornata del 56° Incontro nazionale di Studi delle Acli, svoltosi nell’ultimo week end di settembre, il presidente nazionale. Emiliano Manfredonia, ha richiamato il ruolo della politica in un tempo segnato da conflitti e paure: “La prospettiva ultima per i cristiani non è la sicurezza ma la Salvezza, perché la sicurezza, costruita dall’uomo, rischia di diventare chiusura e conflitto; la Salvezza invece è dono, si costruisce giorno per giorno nella giustizia, nel perdono, nella cura reciproca. E’ questo lo sguardo che serve oggi, oltre le paure, per ritessere la democrazia”.
Manfredonia ha poi ammonito sul rischio di ridurre la politica a strumento di stigmatizzazione e divisione: “La stessa paura, tradotta in azione politica, ad alcuni fornisce solo l’occasione per demonizzare un atto dall’alto valore profetico come quello della Flotilla, invece di sforzarsi di riconoscerne il valore e offrire mediazione, come hanno fatto i cardinali Zuppi e Pizzaballa e il presidente Mattarella”.
Un appello che si lega anche alla denuncia della corsa globale al riarmo: “La spesa militare mondiale ha raggiunto cifre record, e l’Europa rischia di sacrificare il Green Deal per il Re-ArmEu. Difendere la pace con la guerra è un paradosso che consegna debiti e insicurezza alle nuove generazioni. La pace, invece, è pienezza di vita, e richiede politiche di giustizia sociale, lavoro dignitoso e cooperazione internazionale”.
Nella relazione conclusiva il presidente aclista ha sottolineato la crisi nel mondo: “Il report annuale del Global Network Against Food Crises3 ha evidenziato come il 2025 sia il sesto anno consecutivo di crescita per il numero di persone afflitte dalla fame, anche a causa dei conflitti. Le stime parlano di oltre 300.000.000 di persone che si trovano in situazione di carestia: se ci pensiamo, è come se cinque volte la popolazione del nostro Paese si trovasse senza cibo e senza acqua.
Ed ancora i conflitti, così come l’insicurezza alimentare, il saccheggio dell’ambiente sono spesso alla radice anche del fenomeno migratorio, dei grandi spostamenti di intere comunità. Il numero di persone sfollate è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio: come riportato dalle Nazioni Unite, alla fine di aprile scorso il flusso migratorio forzato ha riguardato oltre 120.00.000 di persone”.
E si amplia sempre più il divario tra ricchi e poveri: “Parallelamente, mentre nel mondo si registrano sempre più conflitti, violenza e catastrofi, naturali e umane, continuano ad ampliarsi notevolmente le disuguaglianze. La guerra, così come aveva fatto anche la pandemia da COVID-19, ha dimostrato di avere un impatto fortemente asimmetrico sulla popolazione mondiale. Così, mentre sempre più persone vengono toccate dai conflitti in maniera diretta o indiretta, a livello globale un nucleo sempre più ristretto di persone gode di una sempre più schifosamente enorme ricchezza.
Nel 2024, secondo Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di $ 2.000.000.000.000, tre volte più velocemente del 2023; contestualmente, 3.500.000.000.000 persone vivono con meno di $ 6,85 al giorno. Soltanto qualche giorno fa, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha ottenuto il primo posto grazie all’impennata delle azioni della sua azienda di software, che gli è valso un guadagno di oltre cento miliardi in meno di 24 ore. Ovvero, un introito superiore al Pil annuo di interi Paesi come Angola, Ghana, Tanzania, Costa d’Avorio e Camerun”.
Quindi per ottenere la pace non occorre il riarmo: “E, invece, la politica tutta e i nostri governi, ormai ciechi e sordi, sembrano riporre le speranze solo e soltanto nel riarmo, provando a legittimare quasi quotidianamente quel paradosso logico che porta a ‘difendere la pace con la guerra’. Una corsa spasmodica a voler tutelare o affermare una posizione di forza o la propria supremazia, a spese delle nuove generazioni.
Cosa sono quel 5% del PIL da destinare alla Difesa su richiesta della NATO o il dispositivo ‘SAFE’, per l’Europa (che prima non a caso volevano chiamare Re-ArmEu) se non ingenti debiti che lasceremo sulle spalle della NextGeneration (quella che dovevamo tutelare e rendere resiliente) per dare ulteriore corpo e spazio alla forza militare, generando solo un mercato di morte?..
La stessa applicazione della legge del più forte, tradotta in istanze securitarie e senza grande respiro la possiamo vedere nel metodo di governo dell’Esecutivo nazionale, nel piccolo – s’intende! – perché non molto influente sul piano internazionale, con contraddizioni reali tra le forze politiche di maggioranza e un sistema di governo dove ci si fa forti con i deboli e deboli con i forti, come ad esempio le banche”.
Ed ha chiesto di non stupirsi se i giovani non esaudiscono i ‘nostri’ desideri: “Non stupiamoci, poi, se quei giovani che andiamo ad interpellare (come ha fatto il nostro IREF con Demetra, in collaborazione con GA) non hanno più fiducia nelle istituzioni! Guarda caso, poi, i temi che risultano trasversali anche a colori politici diversi o a chi non riesce a collocarsi politicamente sono temi a noi molto cari e vicini: lavoro povero, disuguaglianze, sostenibilità climatica e generazionale. Dobbiamo dar loro delle risposte concrete! Risposte che anche la nostra Europa, sembra non saper più dare: che sta facendo in relazione al disordine globale che vediamo? Che sta dicendo?”
Riprendendo il ‘Discorso sullo Stato dell’Unione’ della presidente della Commissione europea, Von der Leyen, il presidente aclista è molto preoccupato: “Pietanze senza sale, cercando di non scontentare nessuno. Ma anche se facciamo qualche passo indietro, andando oltre quel discorso, per approfondire quelle che sono state le scelte politiche di questo ‘governo europeo’, non c’è molto di cui esser felici.
Politiche industriali e ambientali non complete che sono state rapidamente archiviate a beneficio della strategia di riarmo. Abbiamo messo da parte il Green Deal (che magari doveva solo essere rivisto e rimodulato) e l’attenzione per l’ambiente e del nostro futuro per occuparci di armi”.
A proposito di giovani questi sono i dati che emergono dalla ricerca ‘Né dentro, né contro? I giovani e la politica: percezioni, esperienze e condizioni di partecipazione’, a cura di IREF – Acli: la base si costruisce prima dei 18 anni. Il 32,5% dichiara una doppia socializzazione (famiglia + scuola); solo il 22% non ha ricevuto alcuna sollecitazione politica in età precoce. Dove la socializzazione è più forte, cresce anche l’impegno prima della maggiore età.
Partecipazione “ibrida” e concreta. Negli ultimi 12 mesi il 55,5% ha fatto attivismo online, il 38,3% volontariato sociale, il 38,1% azioni dirette; il 21,2% volontariato politico e il 30% donazioni a partiti/associazioni. La spinta varia a seconda del canale di socializzazione, che sia la famiglia o la scuola.
Tra i giovani con doppia socializzazione, chi ha sperimentato lavoro ‘in nero’ mostra alta attivazione socio-politica nel 32,7% dei casi (contro 8,5% tra i non precari). L’87,6% indica lavoro precario e bassi redditi come primo problema generazionale.
Il documento individua alcune linee su cui viene chiesta un’alleanza con le istituzioni politiche, scolastiche, territoriali per la partecipazione under35 che propone una ricetta per sostenere la partecipazione under35 fondata su due pilastri: da un lato la creazione di nuovi spazi di protagonismo, gratuiti, accessibili e inclusivi; dall’altro una nuova forma di educazione politica, capace di partire dalla scuola e dalle associazioni per nutrire fiducia, responsabilità e futuro.
Da un lato la richiesta di nuovi spazi gratuiti e accessibili /case della cittadinanza giovanile, laboratori, luoghi digitali e fisici di protagonismo) dall’altro la necessità di un’educazione civica e democratica più diffusa e continuativa, capace di accompagnare i ragazzi sin dai primi anni di scuola, attraverso patti di comunità, percorsi di educazione civica più esperienziali.
Un impegno condiviso che punta a superare approcci paternalistici e a riconoscere i giovani come soggetti politici a pieno titolo, in grado di rigenerare la democrazia con linguaggi, forme e immaginari propri. Alle istituzioni si chiede una maggiore capacità di coinvolgere i giovani nei processi deliberativi e nelle scelte di sviluppo delle città.
Anche sul tema di come reimmaginare città più eque e sostenibili, spazi urbani più umani e forme di abitare più economiche e accessibili, i giovani possono dare un contributo importante a partire dalla loro spiccata sensibilità per la sostenibilità sociale e ambientale.
Quindi per le ACLI la sfida è chiara: ricostruire i legami tra generazioni e tra cittadini e istituzioni, affinché i giovani possano diventare non semplici destinatari di politiche, ma protagonisti attivi del cambiamento sociale e democratico.
(Foto: Acli)
Italia-Egitto: 50 anni di cooperazione scientifica e tecnologica
Quest’anno ricorre il 50° anniversario della firma dell’accordo di cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Araba d’Egitto, la terza più grande economia del mondo arabo dopo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Per valorizzare questa intesa, firmata nel 1975 dal Governo Moro IV (1974-76), l’Ambasciata d’Italia al Cairo, in collaborazione con l’Autorità egiziana per il finanziamento della scienza, della tecnologia e dell’innovazione (STDF), ha organizzato sabato prossimo nella sua sede un workshop con l’obiettivo di presentare i progetti di collaborazione italo-egiziana in corso e che rientrano nel “Programma Scientifico Esecutivo 2024-2026” e illustrarne le opportunità di formazione e di sviluppo professionale.
L’accordo con l’Egitto che, a tutt’oggi, costituisce il terzo produttore di petrolio e di gas nell’ambito dei paesi del Nord Africa, è uno fra i tanti che vengono predisposti per favorire anche il dialogo tra il mondo accademico e l’industria espressione di contesti nazionali, talvolta molto diversi fra loro come nel caso in questione.
L’evento sarà anche l’occasione per discutere delle prospettive future di cooperazione scientifica e tecnologica tra Italia ed Egitto attraverso l’elaborazione dei prossimi Programmi Esecutivi triennali, previsti appunto dall’accordo del 1975, i quali sono pensati per finanziare progetti di ricerca in aree prioritarie individuate congiuntamente dalle parti.
Il programma del workshop che, come detto, avrà luogo per tutta la giornata del 7 luglio a El Cairo, inizierà alle ore 11.30 con i discorsi di apertura dell’Ambasciatore d’Italia in Egitto Michele Quaroni e del Ministro egiziano dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Scientifica Mohamed Ayman Ashour.
Fra i relatori italiani ai due successivi seminari che si terranno alle ore 13 (dal titolo: Il Programma Scientifico Esecutivo 2024-2026) e alle 15.30 (Programmi di formazione internazionale, opportunità di carriera, dialogo accademico-industriale e trasferimenti di tecnologie) sono previsti il prof. Valter Sergo, Ordinario del dipartimento di Ingegneria ed Architettura dell’Università di Trieste e prorettore vicario del medesimo Ateneo, la prof.ssa Maria Serena Chiucchi, Direttore del Dipartimento di Management (DIMA) e Vice Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, il prof. Marco Paolino, docente di Storia contemporanea all’Università Pegaso, il dott. Salvatore Di Bartolo, Vice Presidente dell’Africa Commercial and Business Development della LEONARDO-Space S.p.A., il dott. Leonello Fani dell’ENI-Egitto e, infine, in videocollegamento dall’Italia, la d.ssa Chiara Sarnataro, Responsabile ENI dei Rapporti con le istituzioni universitarie.
Concluderà i lavori prima della tavola rotonda finale il video messaggio della prof.ssa Maria Cristina Pedicchio, Presidente dell’Agenzia Italiana per la Promozione della Ricerca Europea (APRE), istituzione che sostiene e accompagna la partecipazione nazionale ai programmi dell’Unione europea e l’intervento illustrativo del Panel di missioni archeologiche in Egitto del prof. Giuseppe Cecere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso il Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà dell’Università Alma Mater di Bologna e Direttore del Centro Archeologico Italiano.
L’importanza dell’incontro del Cairo si rileva sia per il genere e l’entità dei programmi di collaborazione previsti nel triennio 2024-2026, che ammontano ad un importo di circa 1,2 milioni di euro, nei settori della gestione delle acque, dell’agricoltura e della tecnologia alimentare, della scienza dei materiali, dell’energia rinnovabile e sostenibile e del patrimonio culturale, sia per lo slancio che il Piano Mattei sta conferendo e apporterà ancor di più nei prossimi anni all’ambito della cooperazione bilaterale italo-egiziana all’interno dell’associazione dell’Egitto all’UE e del processo di internazionalizzazione della ricerca e dell’istruzione che il Paese di al-Sisi sta, pur fra difficoltà e margini di miglioramento dal punto di vista politico-istituzionale, meritoriamente attraversando.
Ad Haiti AVSI sostiene la popolazione
Il 12 gennaio 2010 un devastante terremoto di magnitudo 7.0 colpiva il cuore di Haiti, causando una delle tragedie più gravi nella storia recente del Paese con più di 220.000 morti e 1.500.000 di sfollati, devastando le infrastrutture del Paese, comprese migliaia di scuole. Inoltre in questi ultimi anni Haiti è piombata in una delle crisi più gravi e silenziose della sua storia recente a causa dell’escalation di violenza ha causato nello scorso anno più di 700.000 sfollati, che fuggono dai loro quartieri a causa della presenza di gruppi armati, e la chiusura di almeno 1.000 scuole.
Più della metà di questi sfollati è composta da bambini e adolescenti, maggiormente esposti alla violenza, in particolare alle aggressioni, allo sfruttamento e agli abusi sessuali. Inoltre, i minori sfollati e separati dalle loro famiglie vengono facilmente reclutati dalle bande armate. Le scuole, le strutture sanitarie e i mercati sono diventati obiettivi delle gang, che li utilizzano come mezzi per esercitare il controllo su intere zone.
A questa situazione tenta di dare una risposta concreta l’ong italiana AVSI. Da Gabriele Regio, responsabile della fondazione AVSI, presente ad Haiti dal 1999, ci facciamo raccontare il programma della ‘creazione del reddito’?
“Fra le diverse problematiche che la popolazione haitiana vive, c’è senza dubbio il continuo aumento del costo della vita dovuto a una costante inflazione e svalutazione della moneta locale e dalla difficoltà di importare prodotti alimentari per l’insicurezza nel paese. Principalmente il costo dei prodotti alimentari, che conformano il paniere alimentare, risente di questa situazione. Oggi una famiglia media di 5 membri dovrebbe disporre di circa 200 dollari al mese per soddisfare i bisogni alimentari, ma secondo la Banca Mondiale, circa il 60% della popolazione haitiana vive al di sotto della soglia di povertà, con meno di £ 2,5 al giorno.
Nelle aree in cui AVSI lavora questa percentuale arriva a 90%. Questo tasso di povertà è aggravato da profonde disuguaglianze sociali ed economiche. La disoccupazione è un problema persistente, soprattutto tra i giovani. Il 70% dei giovani adulti è disoccupato (dato che supera l’80% nelle zone dove AVSI è presente). Le opportunità di lavoro sono limitate a causa della mancanza di infrastrutture, delle risorse naturali mal gestite e dell’instabilità politica.
Ad Haiti esistono diverse attività generatrici di reddito, a seconda delle risorse disponibili, delle esigenze del mercato e dei settori in via di sviluppo. In questo contesto AVSI propone un programma per la creazione del reddito basato su corsi di formazione professionale e sostenendo le famiglie con un investimento iniziale per avviare attività economiche in diversi settori, come quello agricolo, commerciale e del trasporto. Il programma propone soluzioni basate su specifici studi che analizzano il mercato locale, le risorse disponibili e le capacità dei beneficiari per poter offrire delle opportunità di generazione di reddito sostenibili.
Il programma include anche una componente di ‘Cash for Work’ che permette ai comunitari di lavorare in progetti di riabilitazione di strutture comunitarie e infrastrutture agricole in modo da ottenere un doppio impatto: da un lato garantire che le famiglie vulnerabili possano lavorare e quindi accedere a un reddito che gli permetta di coprire i fabbisogni alimentari, dall’ altro riabilitare infrastrutture che permettano di rafforzare la produzione agricola locale a beneficio di altre famiglie contadine.
Quanto pesa nello sviluppo dell’isola caraibica la decisione del presidente degli USA di congelare i fondi alla cooperazione?
Nel febbraio 2025, il CLIO (Cadre de Liaison Inter-Organisations) associazione di ONG creata nel 2005, che attualmente comprende 81 ONG haitiane e straniere che operano ad Haiti ha realizzato uno studio per valutare l’impatto della decisione del presidente degli USA di congelare i fondi alla cooperazione.
Lo scopo di questo sondaggio è stato quello di condividere informazioni tra le organizzazioni per una migliore comprensione degli impatti della sospensione parziale e sospensione totale dei progetti USAID ad Haiti e capire quali settori d’intervento sono stati maggiormente colpiti dalla sospensione; l’indagine è stata condotta su 29 ONG, di cui 6 nazionali e 23 internazionali.
L’ordine di sospensione dei lavori ha avuto un impatto devastante su oltre 550.000 beneficiari haitiani, che ora sono privati dei servizi essenziali. Questa misura ha costretto alcune ONG a fermare temporaneamente le loro attività, mentre altre hanno dovuto sospendere completamente i loro servizi. I dipartimenti maggiormente colpiti sono quelli del Sud, del Nord-Est e dell’Ovest, ma anche i dipartimenti del Nord, Centro, Grande Anse e Nippes sono stati interessati dalla sospensione dei progetti. Undici ONG hanno dichiarato di aver dovuto intraprendere azioni per cessare i contratti o sospendere i dipendenti, portando alla sospensione o cessazione di 245 posti di lavoro a seguito dell’ordine di sospensione dei lavori (SWO) emesso dall’USAID.
L’impatto a lungo termine potrebbe comportare ulteriori riduzioni delle risorse umane, con alcune organizzazioni ancora in fase di valutazione delle implicazioni finanziarie sulla loro struttura e sui servizi di supporto. AVSI ha dovuto sospendere 4 progetti finanziati con fondi USAID, l’interruzione dei programmi ha privato i beneficiari di risorse vitali, come la sicurezza alimentare, l’assistenza in denaro, l’acqua potabile, i servizi igienici e sanitari (WASH), la nutrizione e i programmi educativi. Questa sospensione ha aumentato significativamente la vulnerabilità di gruppi già fragili, tra cui donne, bambini e persone in situazioni di vulnerabilità”.
In cosa consistono gli interventi di AVSI ad Haiti?
“Ad Haiti, AVSI si impegna in diversi settori, tra cui l’educazione, la sicurezza alimentare, la salute, l’assistenza umanitaria e la promozione del benessere sociale. Educazione: AVSI supporta il sistema educativo ad Haiti, contribuendo a migliorare l’accesso all’istruzione tramite un programma di Sostegno a Distanza, in particolare nelle aree rurali e nelle zone più colpite dalla povertà. Le sue attività includono la formazione degli insegnanti e la distribuzione di materiali educativi. AVSI lavora anche per promuovere l’inclusione di bambini con disabilità nel sistema scolastico.
Sicurezza alimentare: AVSI interviene in ambito agricolo, aiutando le comunità a migliorare la loro capacità di produrre cibo in modo sostenibile. Questo include attività di formazione su tecniche agricole moderne, la distribuzione di sementi, e la creazione di opportunità per migliorare la sicurezza alimentare e l’autosufficienza.
Assistenza umanitaria: Dopo eventi di emergenza come terremoti o uragani, AVSI fornisce assistenza immediata, tra cui distribuzione di beni di prima necessità, acqua potabile, cibo e servizi sanitari.
Salute e nutrizione: AVSI promuove programmi di salute e nutrizione per migliorare il benessere delle popolazioni vulnerabili, specialmente nei settori rurali e periurbani. Questo include attività di sensibilizzazione sulla salute, programmi di nutrizione per bambini e famiglie, e supporto alle strutture sanitarie locali.
Protezione: AVSI lavora anche per rafforzare la protezione sociale delle famiglie vulnerabili, specialmente quelle che vivono in condizioni di povertà estrema. Fornisce supporto psicologico, promuove la protezione dei diritti dei bambini e delle donne, e aiuta a costruire comunità più resilienti”.
Per maggiori informazioni: www.avsi.org
(Foto: AVSI)
Con il Progetto ARABIKA dal 2021 sostenuta la crescita di 30.000 coltivatori di caffè in Kenya
Dal 2021 una rivoluzione silenziosa è in corso in Kenya grazie al Progetto ARABIKA, un’iniziativa nata per trasformare il settore del caffè coinvolgendo circa 30.000 piccoli produttori in 7 contee, organizzati in 21 cooperative agricole. Finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il progetto è realizzato in collaborazione con CEFA – Il Seme della Solidarietà, Fondazione AVSI e E4Impact Foundation.
Il Kenya è noto per la produzione di caffè arabica di alta qualità, caratterizzato da un profilo aromatico complesso e da una spiccata acidità fruttata. Tuttavia, nonostante la sua tradizione secolare e le tecniche di coltivazione artigianali, molti piccoli produttori faticano a ottenere un prezzo equo. Il Progetto ARABIKA è nato proprio per migliorare la produttività e la qualità, garantendo al contempo un accesso equo ai mercati.
Tra gli obiettivi chiave del Progetto ARABIKA vi sono: migliorare la produzione e la lavorazione del caffè, introducendo pratiche agricole sostenibili per far fronte ai cambiamenti climatici; implementare un sistema di tracciabilità completa, garantendo la trasparenza della filiera per i consumatori; rafforzare la resilienza economica dei produttori, promuovendo l’accesso a mercati diretti e migliorando il valore aggiunto del loro prodotto; favorire l’inclusione di donne e giovani nella catena del valore del caffè, sostenendo un’occupazione equa e sostenibile.
Per migliorare l’apprendimento pratico, il progetto ha istituito 210 campi dimostrativi fornendo agli agricoltori formazione pratica su potatura, gestione del suolo, controllo delle malattie e tecniche di raccolta. Oltre 29.000 agricoltori sono stati formati nelle tecniche di produzione intelligenti rispetto al clima, garantendo sostenibilità nel settore, mentre 28.000 coltivatori hanno partecipato a corsi di formazione su governance, trasparenza e tracciabilità. Inoltre, l’iniziativa Young Service Providers ha formato 149 giovani in servizi agricoli chiave, garantendo la continuità della coltivazione del caffè tra le nuove generazioni.
A livello cooperativo, 63 formatori comunitari e 84 manager hanno ricevuto una formazione approfondita, dotandosi di competenze per guidare le loro cooperative verso il successo. Cooperative come Muisuni FCS e Gathaithi FCS hanno registrato un aumento significativo della produzione e dei prezzi per chilo.
Il progetto si è concentrato su formazione, governance e branding, creando un settore del caffè sostenibile e redditizio. Con la qualità e il branding migliorati, il caffè kenyota è stato poi presentato in fiere internazionali come SIGEP, World of Coffee a Copenaghen ed AFCA a Dar es Salaam. Questi eventi hanno connesso gli agricoltori a compratori globali, aumentando la visibilità e generando networking.
“Il Progetto ARABIKA ha gettato le basi per un’industria del caffè più sostenibile e redditizia in Kenya. Le strutture e le competenze acquisite, anche grazie alla formazione data da E4Impact, continueranno ad essere di supporto per i coltivatori, garantendo che il caffè kenyota mantenga la sua reputazione di eccellenza nei mercati locali e internazionali”, ha dichiarato Mario Molteni, CEO della Fondazione E4Impact.
“Il progetto ARABIKA dimostra che, anche di fronte alle crisi climatiche ed economiche più difficili, la formazione e la cooperazione possono trasformare il futuro di intere comunità. In questi cinque anni, oltre 30.000 persone hanno acquisito competenze fondamentali per una produzione di caffè sostenibile, resiliente e di qualità. Vedere le cooperative crescere, raddoppiare la produzione e raggiungere mercati internazionali è la conferma che investire sulle persone è la chiave per un cambiamento duraturo” ha aggiunto Alice Fanti, direttrice CEFA.
“Questo tipo di intervento di cooperazione contribuisce allo sviluppo di comunità resilienti e sostenibili. In un’epoca di crisi e forte incertezza occorre definitivamente uscire dalla narrazione della cooperazione come mero aiuto solidaristico-volontaristico ai poveri, per entrare in quella della cooperazione come strumento di politica estera, essenziale a costruire un mondo di pace, di economie stabili, di tutela dell’ambiente e crescita per tutti. Il progetto ARABIKA ne è un esempio” dichiara Giampaolo Silvestri, segretario generale AVSI.
L’Università Cattolica apre alla cooperazione internazionale con i giovani dell’Africa
“Per coloro che mi ascoltano per la prima volta, risulterà forse inconsueto che abbia utilizzato la parola famiglia per identificare l’intera Università Cattolica. E’ un termine che uso abitualmente perché credo che renda in maniera vivida qual è la nostra identità, quella cioè di un organismo che necessita di una cooperazione tra le diverse sensibilità che lo animano. Solo con questa cooperazione creativa e responsabile è possibile sentirsi una famiglia con il compito primario di formare con qualità e rigore le studentesse e gli studenti che ci hanno scelto, e che saluto con particolare affetto”:
si è presentata con queste parole, pronunciate nel primo discorso inaugurale da rettore dell’Università Cattolica, la prof.ssa Elena Beccalli, a cui sono intervenuti l’arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto ‘Giuseppe Toniolo di Studi superiori’, mons. Mario Delpini, il ministro per l’Università e la ricerca, Anna Maria Bernini, il Premio Nobel per la pace 2011 Leymah Gbowee e l’economista ghanese Ernest Aryeetey. Molte le alte cariche dello Stato e le autorità religiose presenti, tra le quali il card. Peter Turkson, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, prefetto emerito del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Nel discorso la rettrice dell’Università ha sottolineato il valore della cooperazione internazionale: “La valorizzazione della proiezione internazionale è un tratto che ha caratterizzato in maniera particolare l’anno accademico appena trascorso. In base agli ultimi dati, si è registrato un aumento di circa il 18% nel numero di studenti internazionali provenienti da tutti i continenti che hanno scelto di iscriversi nei nostri percorsi. Virtuosa è anche la circolarità globale della comunità studentesca: secondo l’ultimo QS Europe Ranking, l’Università Cattolica del Sacro Cuore si classifica al primo posto in Italia per outbound students, pari a circa 3.000 studenti in uscita. Altrettanto rilevante è la presenza di inbound students, che colloca l’Ateneo al terzo posto in Italia, con circa 2.000 studenti che scelgono dall’estero di studiare in Cattolica”.
Quindi ha riportato alcuni numeri di tale cooperazione: “Estesa è la rete di partner a livello globale con oltre 600 università in 82 paesi; in particolare sottolineo le collaborazioni consolidate con 36 dei primi 100 atenei del mondo (QS University Ranking 2024). Sono qualificati e numerosi i programmi di doppia laurea (attualmente 112 accordi), come pure gli scambi di docenti e i progetti di ricerca congiunti. Tutte iniziative che consolidano la nostra reputazione globale e potenziano le opportunità per gli studenti”.
Ecco il motivo per cui l’Università Cattolica è un’eccellenza: “Il nostro Ateneo si conferma come un centro di eccellenza nella ricerca scientifica in Italia e in Europa, con un portafoglio di circa 1.400 progetti attivi per un valore complessivo di € 140.000.000 ed un censimento di 4.300 pubblicazioni scientifiche nel 2024. Sono più di 160 i progetti finanziati dall’Unione europea (di cui la metà con Horizon 2020 e Horizon Europe) e che hanno assicurato all’Università finanziamenti per oltre € 44.000.000 dal 2018 al 2023.
Ricerca e terza missione, con un approccio transdisciplinare, si sono spesso intersecate generando benefici per la collettività attraverso le iniziative dei 39 Dipartimenti, delle 8 Alte scuole, dei 4 Centri di Ateneo e dell’alleanza strategica SACRU, all’interno della più ampia rete della FIUC – Federazione Internazionale delle Università Cattoliche”.
In conclusione ha tracciato alcune linee programmatiche affinchè l’Università Cattolica resti una delle migliori nel mondo: “Per riassumere, se l’Università Cattolica del Sacro Cuore vuole essere l’Università migliore per il mondo dovrà convintamente ispirarsi alle tre linee ideali appena tracciate: servire il sapere con uno sguardo lungo e integrale per elaborare nuovi paradigmi, far dialogare le discipline per evitare di cadere nella parcellizzazione, educare donne e uomini di valore per insegnare a riconoscere la verità…
Il primo attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco. Il secondo tema riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le generazioni del domani nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in alcun modo in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.
Questi sono i motivi principali per l’attivazione di un ‘Piano Africa’: “Il primo banco di prova dell’efficacia di questa proposta potrà essere il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con quell’indirizzo di apertura dell’Ateneo che prima ricordavo, che mira a porre il continente africano al cuore delle progettualità educative, di ricerca e di terza missione.
Secondo uno spirito di reciprocità, l’Ateneo intende ampliare i percorsi per la formazione di giovani africani in loco o nel nostro paese, diventare polo educativo per i giovani africani di seconda generazione che vivono in Europa, spesso ai margini, pur rappresentando una parte rilevante del nostro futuro, nonché rendere sempre più sistematiche le esperienze curriculari di volontariato per i nostri studenti.
L’aspirazione è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, attraverso partnership con atenei e istituzioni locali, nell’ottica di un arricchimento vicendevole, per la formazione integrale delle persone e la promozione della fratellanza e, non da ultimo, della pacifica convivenza sociale”.
La cerimonia è proseguita con le prolusioni affidate al Premio Nobel Leymah Gbowee, fondatrice della fondazione ‘Gbowee Peace Foundation Africa’ (GPFA), che ha sede a Monrovia in Liberia: “Sono convinta che l’educazione sia un’assicurazione sulla vita e l’istruzione un investimento a 360 gradi. Perché non si studia solo per arricchirsi, ma per trasformare sé stessi e il mondo, per dare dignità alle persone, per capire che, indipendentemente dal colore della pelle, siamo tutti esseri umani e dobbiamo rispettarci…
L’essenza della pace non è assenza di guerra, ma creazione di condizioni che diano dignità a tutti. Se ciascuno in un paese può dire di vivere in dignità allora in quel paese c’è la pace. Il valore della formazione sta nel riconoscere l’umanità dell’altro. E’ importante, in quest’ottica, lo scambio tra l’Università Cattolica e l’Africa per il confronto intellettuale, la ricerca e il riconoscimento dei doni e dei talenti reciproci”.
Di investimento sulle giovani generazioni africane ha parlato anche il presidente del Consiglio di amministrazione dell’African Economic Research Consortium, già segretario generale dell’African Research Universities Alliance, Ernest Aryeetey, secondo cui “le strutture economiche di molti Paesi dell’Africa subsahariana non si sono trasformate a sufficienza per creare un numero di posti di lavoro adeguato a soddisfare la crescente domanda della popolazione giovanile.
Inoltre, molte iniziative trascurano lo sviluppo di competenze trasversali essenziali. E spesso anche le barriere culturali limitano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La necessità di approcci trasformativi a lungo termine che affrontino queste sfide strutturali sta diventando sempre più urgente. Per affrontare efficacemente la crisi della disoccupazione giovanile in Africa è necessario uno sforzo comune che affronti direttamente le principali sfide strutturali del continente”.
Nel saluto iniziale mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha sottolineato il valore di quest’apertura verso l’Africa: “Guidato da questa visione, il cuore grande del nostro Ateneo si apre sempre più al mondo e in questo anno guarda in modo particolare all’Africa, Continente martoriato e ancora segnato da gravi squilibri e difficoltà, ma anche cuore pulsante del pianeta che coltiva le energie più giovani e le speranze più grandi. Con questo sguardo concreto e solidale vogliamo contrastare la sfiducia e la stanchezza che spesso solcano i nostri volti e amareggiano la nostra vita”.
Mentre l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha invitato gli studenti a combattere le banalità: “La banalità è l’esito di un sapere che si riduce a raccolta di una attrezzatura e l’Università Cattolica contrasta la banalità, la riduzione del sapere ad attrezzatura perché propone di intendere il sapere come un fattore della sapienza, che contempla, interpreta, utilizza e criticamente ripensa l’utilizzo e non rinuncia a sognare”.
Tale banalità può essere contrastata perché la conoscenza è relazione: “La banalità è frutto di quel modo di informarsi sul mondo che si riduce a raccogliere e analizzare dati, fotografie, bibliografie. L’Università Cattolica contrasta la banalità perché intende la conoscenza come relazione. E gli interventi di questa inaugurazione sono un segno di questo modo di conoscere situazioni, problematiche, speranza del continente africano non solo accumulando dati, ma piuttosto coltivando relazioni”.
Ugualmente nell’omelia della celebrazione eucaristica, che ha concluso la giornata inaugurale, l’arcivescovo ambrosiano ha riflettuto sulla degenerazione interpretativa del ‘sabato’, prendendo spunto dalla guarigione operata da Gesù nel giorno di riposo: “La degenerazione del comandamento del sabato fa riflettere sulla degenerazione della burocrazia: la burocrazia, strumento irrinunciabile per evitare l’arbitrio e consentire la verifica della correttezza può degenerare in un groviglio di cavilli, in un’ossessione per la procedura, in un’imposizione di adempimenti e di rendicontazioni.
E tutto diventa noia e tutto può diventare arma per sorprendere l’inadempienza e fare lo sgambetto a chi corre avanti. E l’alluvione dei moduli, delle firme, delle certificazioni riduce le persone a raccogliere dati e scarica le responsabilità sull’algoritmo”.
Per questo ha invitato l’Università ad ‘alzarsi’ per essere ‘missionaria’: “Così l’animo umano, così la comunità dell’università cattolica, così la cultura possono raccogliere con prontezza il comando di Gesù. Egli si alzò e lo seguì. E forse anche noi possiamo metterci alla sequela del Signore. Una cultura che si alza in piedi, perché trova noioso, frustrante, insoddisfacente stare seduta…
Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù, disponibile a essere impopolare come lo è stato Gesù, perseguitata, come hanno perseguitato Gesù, missionaria, come è stato missionario Gesù. Una cultura che si alza in piedi e segue Gesù e ascolta la cultura del tempo e apprezza ogni singola scintilla di luce e cammina insieme con tutti i fratelli e le sorelle per attraversare il tempo e cercarne il compimento”.
(Foto: Università Cattolica)
La guerra infinita della Repubblica Democratica del Congo
La Repubblica Democratica del Congo è uno degli Stati più grandi e più ricchi di risorse naturali del continente africano, ma i molteplici conflitti interni nel Paese hanno prodotto una forte instabilità che ha portato con sé una crisi umanitaria complessa, tantoché al termine dell’Angelus dell’ultima domenica dello scorso febbraio papa Francesco aveva chiesto la pace: “Seguo con preoccupazione l’aumento delle violenze nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mi unisco all’invito dei Vescovi a pregare per la pace, auspicando la cessazione degli scontri e la ricerca di un dialogo sincero e costruttivo”.
Infatti nell’ultimo giorno di febbraio è iniziato il ritiro ufficiale della Monusco dall’est della Repubblica Democratica del Congo, istituita nel 2005 con il mandato di proteggere i civili e mantenere la sicurezza nell’area, con il processo di smobilitazione che si concluderà entro il 31 dicembre 2024 e metterà fine alla presenza della missione nel paese, durata 25 anni. Attualmente sono circa 15.000 i peacekeeper Onu dispiegati nelle tre province più problematiche della regione, Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri.
Per comprendere meglio la situazione nella Repubblica Democratica del Congo abbiamo contattato Claudio Ceravolo, presidente di ‘COOPI – Cooperazione Internazionale’: “Proprio in questi giorni è ricorso il 30* anniversario del genocidio che ha sconvolto il Rwanda nel 1994 e che ha fatto precipitare la situazione politica e militare nella vicina Repubblica Democratica. del Congo. Trent’anni di guerra hanno causato quella che probabilmente è la crisi umanitaria più complessa al mondo, un susseguirsi di guerre locali che hanno causato globalmente più di tre milioni di morti e una situazione di grave insicurezza, particolarmente nelle regioni orientali del Paese”.
Perché è una guerra ‘infinita’?
“La Repubblica Democratica del Congo non ha mai vissuto un periodo di pace duraturo e stabile. L’indipendenza del Paese dalla colonizzazione belga, nel 1960, ha fatto precipitare il paese nella guerra civile; con l’ascesa al potere del presidente Mobutu la situazione securitaria è migliorata, ma a prezzo di una dittatura che ha mantenuto le tensioni nascoste sotto la cenere. La guerra nel vicino Rwanda nel 1994 ha riversato nel paese oltre due milioni di rifugiati, che hanno fatto nuovamente precipitare la situazione politica e scatenare nel 1996 quella che viene chiamata la ‘prima guerra del Congo’, estesa su tutte le regioni del paese”.
E’ possibile un percorso di pace?
“Percorsi di pace sono sempre possibili, se lo si vuole veramente. Qualche elemento di speranza è dato dal fatto che oramai si è instaurato un meccanismo democratico abbastanza consolidato, che ha portato nel 2019 ad una alternanza pacifica alla Presidenza della Repubblica tra Joseph Kabila e Felix Tshisekedi. In tutto il Paese in questi giorni si stanno svolgendo le elezioni regionali e questo si sta svolgendo senza particolari tensioni. Ciò detto, non migliora la situazione nelle regioni orientali, dove forti interessi economici legati al controllo delle risorse minerarie rendono pessimisti sulla possibilità di un percorso di pace”.
Anche l’Europa, qualche mese fa, aveva condannato l’incitamento all’odio ed alla xenofobia, nonché le politiche basate sull’etnia: quale ruolo può avere l’Europa nella riappacificazione?
“Se è vero, come è vero, che le cause del conflitto nell’Est del Congo sono essenzialmente economiche, l’Europa potrebbe fare molto. Un esempio ci può aiutare: negli anni ’90 del secolo scorso, in Liberia e Sierra Leone è scoppiata una guerra civile motivata soprattutto dalla volontà di controllare le miniere di diamanti, che venivano poi esportati illegalmente dai gruppi armati con la complicità di alcune società multinazionali.
Nel 2000 a Kimberly gli Stati esportatori ed importatori si sono accordati su un processo di certificazione (il cosiddetto ‘Kimberley Process’) volto a garantire che i profitti ricavati dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili, e questo ha portato all’estinguersi della violenza in quei paesi. Un accordo simile dovrebbe essere esteso anche alle terre rare, all’oro, e a tutte le ricchezze esportate illegalmente dall’Est del Congo.
Purtroppo però il 19 febbraio l’Unione Europea ha firmato un accordo di cooperazione per lo sfruttamento delle materie prime con il Rwanda; ora, il Rwanda non ha praticamente nessuna risorsa mineraria, e i minerali da essa esportati provengono quasi esclusivamente dal contrabbando, che serve poi a finanziare i gruppi ribelli che spadroneggiano nell’est del Congo. Aldilà di un ruolo politico per contrastare in modo efficace le attività illegali, non va però dimenticato che l’Unione Europea è oggi il più importante finanziatore delle attività umanitarie nella Repubblica Democratica del Congo: moltissime attività in sostegno dei gruppi più vulnerabili, svolte da COOPI o da altre organizzazioni della società civile, non esisterebbero senza i fondi europei. E’ evidente che questo aiuto non può e non deve affievolirsi”.
Come aiutare in ‘casa loro’?
“Per prima cosa ascoltando, analizzando le diverse situazioni per trovare le soluzioni meglio adattate alle diverse realtà. Nel campo della cooperazione non ci sono modelli prefabbricati da applicare, ma è necessario aver sempre presente che noi siamo ospiti in casa altrui”.
Cosa fa il Coopi per le popolazioni del Congo?
“Siamo presenti nella Repubblica Democratica del Congo dal 1977; questo ci ha permesso di conoscere profondamente il Paese e di rispondere in maniera efficace ai bisogni della popolazione. Per migliaia di bambini e mamme malnutrite svolgiamo attività di prevenzione, cura e supporto nutrizionale; svolgiamo attività di formazione sulle buone pratiche igieniche e riabilitiamo pozzi e latrine; per far fronte alle crisi alimentari forniamo cibo e sementi e formiamo gli agricoltori sulle tecniche di coltivazione e vendita dei prodotti agricoli.
Riserviamo particolare attenzione alle donne e ai bambini sopravvissuti/e alle violenze attraverso un supporto psico-sociale e l’assistenza sanitaria gratuita; gestiamo progetti di prevenzione e protezione contro il reclutamento forzato dei bambini nei gruppi armati, il sostegno ai sopravvissuti alle violenze di genere e ad altri casi di violazioni dei diritti umani in contesti di conflitto integrando l’assistenza per il reinserimento scolastico e professionale.
Oggi abbiamo 19 progetti che coinvolgono circa 700.000 persone in Kasai Centrale, Kasai Orientale, Haut-Katanga, Bas-Uelé, Nord-Kivu e Ituri. I nostri principali settori d’intervento sono il contrasto alla malnutrizione infantile e la protezione di bambini e donne vittime di violenza, attraverso un’assistenza trasversale che include attività di sostegno psicosociale, reinserimento educativo e reintegrazione socio-economica”.
(Tratto da Aci Stampa)
La Chiesa italiana sostiene la popolazione del Myanmar
Restare accanto a quanti soffrono, sostenere le comunità locali, incoraggiare i giovani con iniziative nel campo educativo e professionale, promuovere un processo di riconciliazione. Sono queste le principali sfide che la Chiesa si trova ad affrontare in Myanmar, un Paese alle prese con una crisi politica prolungata, con scontri e violenze tra le truppe del governo militare e gruppi etnici armati, con milioni di sfollati e ingenti danni provocati dalle calamità naturali. A questo si aggiunge la drammatica situazione dei Rohingya, i musulmani del Rakhine, rifugiati nei campi profughi in Bangladesh da dove molti cercano di fuggire, spesso perdendo la vita.
Quindi dopo quello su Haiti, il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, presenta il dossier ‘Myanmar, abbracciare l’alba della pace’ che racconta, attraverso dati e testimonianze, l’impegno della Chiesa in Italia. Sul campo operano religiose, sacerdoti e volontari che, con i vescovi, cercano ogni giorno di ravvivare la speranza e lo spirito di solidarietà tra la popolazione cattolica ed appartenente ad altre religioni.
Dal 1991, la Chiesa italiana ha sostenuto interventi in Myanmar per circa € 23.000.000, inclusi € 4.500.000 provenienti direttamente da Caritas Italiana per attività in vari settori: sono stati 238 i progetti approvati dalla CEI attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli. Grazie ai fondi 8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, “con quasi € 18.500.000 si è potuto intervenire in diversi settori, in particolare accoglienza, istruzione e accompagnamento principalmente di bambini e ragazzi, assistenza, formazione e sensibilizzazione in ambito sanitario, sviluppo integrato economico e sociale a favore delle comunità rurali, promozione della microimprenditorialità, agricoltura, riforestazione.
Significativo l’impegno per percorsi di uscita dalla tossicodipendenza e per attività di sostegno e inclusione comunitaria dei disabili. Così come le risposte a situazioni di emergenza quali l’assistenza umanitaria ai più vulnerabili, interventi di aiuti d’urgenza per calamità naturali e di riduzione del rischio da fenomeni alluvionali”.
Nel dossier Patrizia Caiffa ha chiesto al card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente della Conferenza episcopale del Myanmar e della Federazione della Conferenza episcopale asiatica (Fabc), ha chiesto di raccontare il cammino sinodale: “Il nostro viaggio sinodale in Myanmar riguarda la guarigione e la riconciliazione del mondo nella giustizia e nella pace. Il nostro cammino di fede è piuttosto messo alla prova dall’attuale crisi politica. Stiamo dunque vivendo una nuova esperienza di esodo dentro e fuori il Paese.
Molte case e chiese vengono bruciate, e tutti noi incontriamo una crudeltà continua. Il recente attacco al prete cattolico p. Paul Khwi Shane Aung da parte di uomini armati non identificati mostra quanto siamo vulnerabili: viviamo una Via Crucis permanente, una realtà dolorosa e ferita in diverse zone del Myanmar. E’ qui che abbiamo bisogno della riconciliazione con Dio, con la natura e con gli altri. E’ qui che dobbiamo diventare una Chiesa in ascolto, come Gesù, degli sfollati e delle persone ferite. Conoscendo il Myanmar con i suoi vari gruppi etnici, dobbiamo continuare ad essere una Chiesa missionaria con una cultura del rispetto reciproco e di una convivenza pacifica con tutti, con una chiara azione profetica collettiva”.
Nella conclusione mons. Andrea Ferrante, incaricato della Nunziatura della Santa Sede, ha sottolineato il lavoro della ‘sinodalità’: “La sinodalità qui è visibile e tangibile nel vissuto quotidiano. Lasciandosi guidare dall’ispirazione dello Spirito Santo, vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi, catechisti, volontari e comunità parrocchiali sono all’opera per non lasciare soli i fratelli più in difficoltà, donando loro la speranza e creando occasioni di incontro e di crescita.
Grazie alla eredità dei grandi missionari che hanno attraversato il Paese (PIME, MEP, Colombani) ci sono radici profonde di una fede viva e creativa, un vero amore all’adorazione eucaristica e una sincera devozione alla Beata Vergine Maria. Questi sono i pilastri del tessuto ecclesiale e della speranza che anima l’azione pastorale in un clima di forti tensioni e conflitti armati. In un contesto di destrutturazione del tessuto sociale, la sfida più grande è mantenere viva la speranza che ha radici nel passato, nel presente e lascia guardare con fiducia verso il futuro”.
(Foto: CEI)





























