Card. Zuppi: in Terra Santa per stare accanto a chi soffre

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“Non potevano esserci luogo e giorno migliori per iniziare questo pellegrinaggio di comunione e pace con tutti i fratelli e le sorelle della Terra Santa. Sperimentiamo, come gli apostoli, l’intima gioia di essere suoi, intorno a quella mensa dove continua ad essere versato e spezzato, dove la sua Parola si fa presenza nell’eucarestia e chiede di diventare carne nella nostra vita e nel nostro oggi. La comunione inizia nella prossimità, frutto di colui che si fa prossimo per farci capire chi siamo, prima vittoria sul male che distrugge, divide, allontana, rende incomunicabili, cancella il mio prossimo tanto da renderlo solo un nemico. Il vostro dolore è il nostro dolore, il loro dolore è il nostro, le vostre lacrime sono le nostre”.

Parole pronunciate dall’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, all’inizio della celebrazione eucaristica al Getsemani in occasione del pellegrinaggio in Terra Santa dell’arcidiocesi di Bologna fino al 16 giugno a cui hanno partecipato circa 160 pellegrini, ribadendo il valore della preghiera di intercessione: “La preghiera di intercessione si è unita a quella dei tanti salmisti che popolano (consapevolmente o no) questa terra e nei quali la preghiera ci permette di identificarci: liberami, salvami, ascoltami, proteggimi, difendimi, aiutami, comprendimi, sollevami.

Non ci possiamo abituare al grido di dolore che giorno e notte sale a Dio, ma anche alle nostre orecchie. Ecco, oggi la comunione per grazia di Dio diventa presenza, seguendo Gesù che non resta lontano, che fa sue le lacrime di Marta e Maria e piange con loro per il loro fratello che era morto, che si unisce a quella vedova che aveva perduto il suo unico figlio, perché è sempre unica la persona amata. E’ il nostro sentimento verso di voi, verso tutti i credenti, certi che l’invocazione è ascoltata da Dio”.

E nella celebrazione eucaristica al Santo Sepolcro il presidente della Cei ha sottolineato che senza la croce non c’è resurrezione: “Non c’è resurrezione senza restare sotto la croce, senza farsi interrogare personalmente, nelle viscere, dalla sofferenza. I discepoli non seppero vegliare davanti a un dolore grande. Scappano, pensando così di scaricarsi le responsabilità, di attribuirle a qualcuno, di pianificare qualcosa, a discutere e basta su di chi è la colpa, ad accusarsi con i confronti, a coltivare l’odio, ad accarezzare la spada che così poco rimettiamo nel fodero”.

L’immagine più bella di Chiesa è quella di una madre e di un discepolo sotto la croce: “La madre che resta e un discepolo che sotto la croce solo per amore piange con lei. Bisogna restare, in silenzio, ascoltando, pregando, affidandosi al Padre e soprattutto restare, esserci, capire la sofferenza dell’altro e farla propria. Solo così inizia la pace. Si ricomincia da qui, solo così inizia la pace, perché questa viene affrontando il male non evitandolo, non restandosene in pace, ma vivendo il dolore come il proprio”.

Ricordando la tragedia dello scorso 7 ottobre ha sottolineato che dal dolore può nascere amore: “Ieri la mamma di Hersh, giovane ostaggio dal 7 ottobre scorso, ci ha affidato il suo dolore, dicendo che si unisce a quello per i tanti innocenti che sono uccisi a Gaza. Solo se due dolori diventano un amore unico, solo se le lacrime sono tutte uguali troviamo la via della pace, che inizia anche dentro di noi. Bisogna restare perché non basta qualche consiglio a distanza per capire ed essere capiti”.

E’ stato un invito a stare sotto la croce: “Esserci sotto la croce fa la differenza e promuove davvero la pace. Sembra inutile, forse i discepoli avranno sentito rimbombare il grido ‘ha salvato gli altri, salvi se stesso, faccia vedere chi è’, grido che certifica l’inutilità di perdersi amando, avranno rimpianto le barche oppure saranno andati a cercare nuovamente la spada per difendersi. Eppure la luce della pace inizia solo così, capendo la tragedia del male, delle tante complicità, l’abisso di sofferenza con la loro storia antica e recente, ma sempre scegliendo che il suo dolore sia il mio. La risurrezione non appare senza la croce, bensì la include”.

Dallo stare sotto la croce nasce la Pentecoste: “Qui capiamo dove sta la verità circa il bene e il male ma anche che il male non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte, che il nostro futuro e quello dell’umanità tutta è nella volontà di Dio che diventa la nostra volontà di pace. In questi giorni contempliamo l’amore per abbattere ogni muro di divisione dentro il nostro cuore e, come sappiamo, se il nostro cuore è in pace tanti inizieranno a vedere la pace intorno a noi. In ogni persona lo stesso volto sfigurato, quello in cui sembra non esserci niente di umano, mentre è il più umano di tutti, e che guardandolo ci rende umani, persone”.

In questi luoghi santi il dolore può trasformarsi in preghiera: “Il dolore diventa preghiera, fare nostro il grido di un’umanità profondamente ferita per uscire dalla logica dell’inimicizia, da quella che produce inimicizia e alza i muri, capire e scegliere quella del pensarsi insieme. Se non vediamo la croce, le croci, le guerre, i volti, le storie, le torture, le armi, non capiremo mai per davvero, resteremo innamorati della nostra idea e non del Vangelo di Gesù crocifisso per la vita.

E’ dalla preghiera che inizia un nuovo modo di parlare, di conoscere, di capire la vita. Solo la preghiera ci libera dalla paura perché nella preghiera ci uniamo ad un amore che ha vinto il male e ci libera dall’odio. Possiamo dire che siamo per la pace solo se coloro che sono per la guerra non hanno potere su di noi e se non ci lasciamo prendere in nessun modo dalla folla che grida contro. Combattiamo il male lasciandoci condurre come agnelli ed esserlo”.

Al termine del pellegrinaggio il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ringraziato l’arcivescovo ed i pellegrini di Bologna: “Quella dell’Arcidiocesi di Bologna è stata una iniziativa coraggiosa, in un tempo in cui tutti hanno paura di venire. Questo è un pellegrinaggio di solidarietà con i cristiani e le popolazioni di Terra Santa. Mi auguro che questo gesto coraggioso venga ripreso anche da altri. Noi abbiamo bisogno della presenza dei pellegrini che portano serenità per tante famiglie”.

(Foto: Arcidiocesi di Bologna)

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