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Papa Leone XIV: coltivare una spiritualità eucaristica

“E’ per me una grande gioia poter condividere questo incontro con voi. Grazie per la calorosa accoglienza, per la vostra affabile presenza e per le vostre testimonianze, che sono il riflesso di una Chiesa viva, nel cui cuore trovano eco ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono’… E questa è la chiamata del Signore che oggi risuona nuovamente nei nostri cuori e conferma la nostra vocazione e missione: costruire insieme la Chiesa fondati su Cristo, la ‘pietra angolare’, edificare nel bene, armonizzare le nostre differenze e lavorare uniti a favore di tutti”: dopo i migranti papa Leone XIV nella cattedrale di Sant’Anna, a Las Palmas, ha incontrato i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali delle Isole Canarie, con l’incoraggiamento ad aiutare chi è in difficoltà.

Prima di entrare nel discorso il papa ha sottolineato alcune caratteristiche dell’isola: “Voi, Canari nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare. Si dice che negli occhi di un isolano quell’immagine (che ha il sapore della patria e della casa) rimanga impressa nelle pupille in modo perenne, e che se ne senta molto la mancanza quando si è lontani, nell’entroterra”.

E’ stato un invito ad essere ‘saggi architetti’ per costruire la civiltà dell’amore, abbracciando la croce di Gesù: “Cari fratelli e sorelle, i santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura.

Ne è esempio, in queste terre benedette, tra tanti altri, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano, noto anche come ‘il buon pastore canario’. La sua vita, trasfigurata dalla grazia divina, ci stimola a portare la croce di Cristo e a seguirlo, essendo testimoni fedeli del Vangelo in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni, per giungere così alla meta promessa”.

L’altro atteggiamento è l’invito a ‘coltivare una spiritualità eucaristica’: “Ciò si ricollega all’antica tradizione che si conserva in questa bella cattedrale: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento che si compie il giorno dell’Ascensione, come segno dei beni spirituali e celesti che il Signore riversa salendo al cielo.

Quel gesto di devozione, da parte di tante generazioni nel corso del tempo, possiede un significato profondo: meta del nostro cammino è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana verso il quale si piegano le nostre ginocchia in adorazione, attorno al quale ci riuniamo formando un unico corpo e insieme al quale ci offriamo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”.

Tale spiritualità diventa evidente nella solidarietà cristiana: “Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché ‘l’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona’. Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore, amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili”.

L’incontro si è concluso con l’invito ad essere ‘radicati’ in Gesù: “Cara Chiesa in cammino nelle Canarie, seguendo le orme di santità di tanti uomini e donne che vi hanno preceduto, che hanno offerto la loro vita in comunione col sacrificio di Cristo sulla croce, vi incoraggio ad andare avanti saldamente radicati in Lui, per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia. Quando incontrerete difficoltà, alzate lo sguardo e chiedete allo Spirito Santo la grazia di vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad alzare lo sguardo

“Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. E’ così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo”: nel pomeriggio papa Leone XIV, come primo atto della sua visita alla Sagrada Família dove è arrivato in papamobile tra due ali festanti di folla, ha pregato davanti al Santissimo Sacramento ed ha reso omaggio alla tomba del venerabile Gaudì, sepolto dal 1926 nella cappella di Nostra Signora del Carmelo.

Questa chiesa è il segno visibile di Dio invisibile: “Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento”.

L’opera che ancora è in divenire è una ‘promessa’: “Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme”.

La Chiesa è il posto in cui Dio si offre all’umanità, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “E’ invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori… Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno”.

Dio è Emmanuele che mostra fedeltà al popolo; per questo chi crede non uccide: “Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. ‘Io Sono’: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.

E la croce della Sagrada Familia è un invito a farsi ‘ultimi’: “Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina”.

Ma anche ad alzare lo sguardo: “Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus’. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”.

La fede dà forma: “La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso”.

Ecco il modo in cui la Chiesa racconta il mistero: “Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce.

Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione”.

Da questo ‘tempio’ l’esortazione a vivere il Vangelo: “Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.

A conclusione della celebrazione eucaristica il papa ha inaugurato la ‘Torre di Gesù’ nella chiesa della  Sagrada Familía, che diventa chiesa più alta del mondo con i suoi 172,5 metri, raccontato da una bambina: “Gaudí l’ha progettata in modo che la luce filtrasse attraverso il contorno delle cornici che possiamo vedere qui. La Torre, che fino ad allora aveva avuto quattro lati, ora ne ha otto, come potete vedere. Guardate. Tutti gli spigoli, otto lati”.

(Foto: Santa Sede)

La Via Crucis è un invito a superare gli abusi del male

“La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione. Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni”: è una Via Crucis nel mondo contemporaneo quella di fra Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che nelle sue meditazioni riflette sul potere esercitato dagli uomini.

Come al tempo di Gesù anche oggi c’è chi crede di avere un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare come vuole, e la Via crucis al Colosseo è l’incarnazione del Vangelo nel dolore quotidiano: “La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù”.

Una Via crucis imperniata sulle parole di san Francesco d’Assisi, che invita a seguire Gesù: “San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a ‘seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori’. Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù…

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

In questa Via Crucis si alternano le immagini della Passione di ieri, e quella che il mondo sta vivendo: dignità umana oltraggiata, il potere di Dio e quello degli uomini in contrapposizione, la via dell’umiltà, e compiere il Regno di Dio sulla terra.

Già nella prima stazione il centro della riflessione riguarda il potere: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla”.

Per questo Gesù non rifiuta la croce ed affronta, pur non volendolo, lo scherno del potere: “Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione”.

Ma la ‘croce’ può essere meno dura se nel percorso è possibile incontrare chi è disposto ad essere vicino: “Simone di Cirene non era un volontario. Non si prese volontariamente cura di te, Gesù, per darti una mano a portare la croce. Probabilmente sapeva a malapena chi eri…Anche oggi ci sono tante persone che scelgono di fare qualcosa di buono per gli altri in ogni parte del mondo. Ci sono migliaia di volontari che, in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia… Fa’ o Signore, che anche noi impariamo a offrire al nostro prossimo quel sostegno che vorremmo fosse offerto a noi, qualora ci trovassimo nella stessa situazione”.

Non solo Simone di Cirene, ma anche Veronica è protagonista in quanto riesce a vedere nel volto di Gesù una bellezza trasfigurata: “Veronica è la custode della tua immagine, Gesù. Ha potuto ottenerla grazie a quel gesto di carità: asciugare il tuo volto coperto di sangue e di polvere. Veronica non ci trasmette la memoria di un’immagine in posa, ma quella dell’uomo dei dolori, che ci ha risanati per mezzo delle sue stesse piaghe…

Ma aiutaci soprattutto ad avere l’occhio attento di Veronica, che ti sa riconoscere anche nella tua bellezza sfigurata. E rendici capaci di asciugare, oggi, il tuo volto, ancora coperto di polvere e sangue, deturpato da ogni atto che calpesta la dignità di una qualsiasi persona umana”.

Quindi le donne sono partecipi del dolore del mondo: “Le donne, Gesù, ti hanno sempre seguito e assistito, dall’inizio della tua predicazione. Ci sono anche adesso, anche sotto la croce. Dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono: negli ospedali e nelle case di riposo, nelle comunità terapeutiche e di accoglienza, nelle case-famiglia con i minori più fragili, negli avamposti più sperduti della missione ad aprire scuole e dispensari, nelle zone di guerra e di conflitto per soccorrere i feriti e consolare i sopravvissuti.

Le donne ti hanno preso sul serio; hanno preso sul serio anche queste tue parole dure: da secoli piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio”.

Quindi Gesù, attraverso la strada della croce, non elimina né il dolore e né la morte, ma offre la possibilità di trasformarli: “Tutto è iniziato in un giardino, l’Eden, che i progenitori ricevettero in dono e in custodia, e dal quale furono esiliati per non essersi fidati di Dio. Tutto ricomincia in un giardino, dove Gesù fu sepolto e dove risuscitò: luogo in cui la vecchia creazione fragile e mortale si trasforma in nuova creazione, che partecipa alla vita stessa di Dio. Questo luogo è la porta attraverso la quale Gesù è disceso agli inferi ed è l’ingresso del Paradiso, non più terrestre e temporaneo, ma celeste e definitivo.

Questo è il luogo dell’ultimo gesto di pietà e delle ultime lacrime versate sul corpo del Cristo morto. E’ il luogo del primo incontro con Lui Risorto, ormai vivente per sempre, riconoscibile solo quando ci chiama per nome o ci apre gli occhi, e impossibile da trattenere. Il luogo in cui Maria di Magdala riceve il mandato di annunciare che la morte è vinta perché Gesù di Nazareth ora è risorto, è il Signore, è il Vivente che non può più morire”.  

Papa Leone XIV invita a rinnovare la missione di Cristo che porta pace

“Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”: presiedendo questa mattina la messa crismale papa Leone XIV ha riflettuto sul significato della missione cristiana. In ambito pastorale, sociale e politico nel ricordo di san Romero arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980.

La riflessione omiletica del papa si è concentrata sulla missione sacerdotale: “Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. E’ la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità”.

Infatti la missione significa che qualcuno è stato inviato: “Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che ‘oggi’ si avvera. Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’, dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”.

Inoltre la missione comporta l’abbandono di certezze: “Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. E’ interessante che ‘con la potenza dello Spirito’, disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga ‘a Nazaret, dove era cresciuto’. E’ il luogo che ora deve lasciare. Si muove ‘secondo il suo solito’, ma per inaugurare un tempo nuovo.

Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.

Quindi la missione comporta anche una rinascita: “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione.

Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. E’ un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.

E per incontrare l’altro occorre uno svuotamento: “Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a sé stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso”.

Per il papa l’incontro missionario non avviene con la violenza, in quanto la salvezza si manifesta attraverso la ‘lingua materna’: “Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. E’ la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”.

La missione non è impositiva, ma accetta l’ospitalità: “Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista… Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”.

In questo senso la ‘croce’ è parte della missione: “Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto… La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.

Ma dopo la ‘crocefissione’ c’è la ‘resurrezione’, come aveva scritto san Oscar Romero: “Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. E’ vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”.

L’omelia è terminata con il messaggio dell’Apocalisse (‘Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra’): “Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

(Foto: Santa Sede)

Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!

Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.

Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani,  ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti  al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’

La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere  di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è  assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.

Gesù è un  Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù  ha instaurato il Regno con  il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.  

La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a  bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando  grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.

In questo terzo gruppo ci sono  anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.

Le presunte apparizioni di Dozulé non sono soprannaturali

“O croce, tu sei la grande misericordia di Dio, o croce, gloria del cielo, o croce, eterna salvezza degli uomini, o croce, terrore per i cattivi e potenza per i giusti e luce per quelli che credono. O croce che hai reso possibile al Dio incarnato di salvare il mondo e all’uomo di regnare in Dio nel cielo, per te è apparsa la luce della verità e la notte del male è fuggita. Tu hai distrutto i templi degli dei abbattuti dai popoli credenti, tu sei il vincolo della umana pace riconciliando l’uomo con l’alleanza di Cristo mediatore. Tu sei diventata la scala dell’uomo per la quale possa essere trasportato al cielo. Sii sempre per noi credenti colonna e ancora affinché la nostra casa rimanga ben salda e sia ben guidata la nostra barca, che ha confidato nella croce e che ha ottenuto dalla croce la fede e la corona”.

Con questo ‘canto’ alla Croce di Cristo di Paolino di Nola inizia la  lettera del prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, card. Victor Manuel Fernández, che conferma in modo definitivo il parere negativo, proposto da mons. Jacques Habrt, vescovo di Bayeux-Lisieux, sul fenomeno che ha coinvolto la presunta veggente Madeleine Aumont, avvenuto negli anni ’70 e legato al progetto di erigere una croce luminosa di enormi dimensioni che avrebbe garantito remissione dei peccati e salvezza a coloro che vi si sarebbero avvicinati.

Dopo le prese di posizione dei vescovi di questa diocesi anche il Dicastero per la Dottrina della Fede “non ha mancato di sostenere l’operato dei vescovi della diocesi di Bayeux-Lisieux nel difficile compito di far fronte a delle problematiche che hanno continuato a generare confusione. E, nell’interesse superiore del bene dei fedeli, ha esortato da una parte a continuare a vigilare sul fenomeno delle presunte apparizioni e dall’altra a ricondurre l’eventuale erezione di croci nel solco del sano culto della Santa Croce”.

Ultimamente anche il vescovo della diocesi aveva chiesto al Dicastero un approfondimento di questo fenomeno: “A tal fine, Ella ha proposto come conclusione del discernimento, secondo quanto stabilito dalle Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, al n. 22, una declaratio de non supernaturalitate, mediante la quale il Dicastero La autorizza a dichiarare in maniera definitiva che il fenomeno delle presunte apparizioni di Dozulé è riconosciuto come non soprannaturale, cioè che non ha un’autentica origine divina”.

Il problema principale su cui si è espresso il Dicastero riguarda la costruzione di una croce luminosa e di alcuni temi fondamentali per la fede cristiana: “Il messaggio principale delle presunte apparizioni di Dozulé include la richiesta di costruire una croce luminosa, denominata “Croce Gloriosa”, alta 738 metri, visibile da lontano, come simbolo di redenzione universale e segno della sua prossima venuta nella gloria.

In particolare, poi, il contenuto dei presunti messaggi, pur contenendo esortazioni alla conversione, alla penitenza e alla contemplazione della Croce (temi certamente centrali nella fede cristiana) solleva alcune questioni teologiche delicate che meritano un chiarimento, affinché la fede dei fedeli non venga esposta al rischio di deformazioni.

Tali questioni sono relative al valore della Croce, alla remissione dei peccati e all’annuncio di un ritorno imminente del Signore. Su tali tematiche si rendono, dunque, necessarie alcune precisazioni, affinché l’annuncio dell’amore misericordioso di Cristo, rivelato nel mistero della Croce, non venga alterato da elementi che ne offuschino la verità centrale”.

Per il Dicastero della Fede alcuni messaggi rischiano di sottovalutare il mistero della Croce: “Alcune formulazioni contenute nei presunti messaggi di Dozulé insistono nella costruzione della ‘Croce Gloriosa’, quale segno nuovo, necessario alla salvezza del mondo, o mezzo privilegiato per ottenere il perdono e la pace universale. Si parla a volte di ‘moltiplicare il segno’, come se tale diffusione costituisse una missione imposta da Cristo stesso”.

Infatti questa richiesta di erezione rischia di distrarre dal vero mistero della Croce: “La richiesta di erigere questa croce è da ritenersi come una duplicazione indebita del segno della Croce, una sovrapposizione simbolica al mistero della redenzione, quasi come se servisse un nuovo ‘monumento redentivo’ per il mondo moderno.

Ma la fede cattolica insegna che la potenza della Croce non ha bisogno di essere replicata, perché essa è già presente in ogni Eucaristia, in ogni chiesa, in ogni credente che vive unito al sacrificio di Cristo. Questo simbolo nuovo rischierebbe di spostare l’attenzione dalla fede al segno visibile, rendendolo assoluto e alimentando una sorta di ‘sacralità materiale’ che non appartiene al cuore del cristianesimo”.

Il valore della Croce deve attrarre a Cristo: “D’altra parte, un segno di fede, per essere autentico, deve rimandare a Cristo, non attirare a sé. La Croce di Gerusalemme è ‘sacramento del sacrificio salvifico’, mentre una croce monumentale come quella di Dozulé rischia di diventare ‘simbolo di un messaggio autonomo’, separato dall’economia sacramentale della Chiesa. Nessuna croce, reliquia o apparizione privata può sostituire i mezzi di grazia stabiliti da Cristo”.

Infatti la Croce è un ‘sacramentale dell’amore ‘redentore’: “Nella tradizione della Chiesa, la croce non è solo un simbolo o un ricordo storico, ma un segno che rimanda a una grazia e dispone a riceverla. I sacramentali, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono segni sacri istituiti dalla Chiesa per disporre le persone a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e per santificare le varie circostanze della vita. Una croce, quando è benedetta e venerata con fede, partecipa di questa realtà: non conferisce la grazia in sé, ma la richiama e la suscita nel cuore di chi la contempla, cioè opera come una disposizione che motiva, attira, propone”.

La Croce è un atto di fede: “Il fedele che porta al collo una croce benedetta compie un atto di fede incarnata: rende presente sul suo corpo e nella sua vita il mistero della redenzione. E’ un gesto che deve condurre alla conformazione interiore: ‘Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua’. Portare una croce non è allora solo un atto devozionale, ma una chiamata a vivere ogni giorno il Vangelo della croce: l’amore che si dona, la pazienza nelle prove, la speranza che vince la sofferenza”.

Il documento si conclude con l’affermazione che la Croce educa ad una ‘spiritualità concreta’: “La venerazione della Croce educa così a una spiritualità concreta, fatta di fede incarnata: non un’astrazione, ma un modo di affrontare la vita con lo sguardo rivolto al Crocifisso, riconoscendo in ogni fatica la possibilità di un incontro redentore”.

Per questo tale fenomeno non è soprannaturale: “Alla luce, dunque, di quanto sopra esposto, il Dicastero autorizza l’Eccellenza Vostra a redigere il corrispondente Decreto e a dichiarare che il fenomeno delle presunte apparizioni avvenute a Dozulé è da ritenersi, in maniera definitiva, come non soprannaturale, con tutte le conseguenze di questa determinazione…

La preghiera, l’amore verso i sofferenti e la venerazione della Croce rimangono mezzi autentici di conversione, ma non devono essere accompagnati da elementi che inducono confusione o da affermazioni che pretendano un’autorità soprannaturale senza il discernimento ecclesiale”.

Papa Leone XIV: la Croce per redimere il mondo

“Oggi la Chiesa celebra la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in cui ricorda il ritrovamento del legno della Croce da parte di Sant’Elena, a Gerusalemme, nel IV secolo, e la restituzione della preziosa Reliquia alla Città santa, ad opera dell’Imperatore Eraclio”: nella recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha sottolineato l’importanza del ritrovamento della croce su cui fu messo a morte Gesù.

Però cosa significa oggi questa festa: “Ci aiuta a comprenderlo il Vangelo che la liturgia ci propone. La scena si svolge di notte: Nicodemo, uno dei capi dei Giudei, persona retta e dalla mente aperta, viene a incontrare Gesù. Ha bisogno di luce, di guida: cerca Dio e chiede aiuto al Maestro di Nazaret, perché in Lui riconosce un profeta, un uomo che compie segni straordinari”.

Ed alla domanda di Nicodemo Gesù rivela la sua morte per la salvezza del mondo: “Il Signore lo accoglie, lo ascolta, e alla fine gli rivela che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato, ‘perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna’, e aggiunge: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna’.

Nicodemo, che forse al momento non comprende appieno il senso di queste parole, lo potrà fare certamente quando, dopo la crocifissione, aiuterà a seppellire il corpo del Salvatore: capirà che Dio, per redimere gli uomini, si è fatto uomo ed è morto sulla croce”.

Ecco il compimento annunciato nell’Antico Testamento: “Gesù parla di questo a Nicodemo, richiamando un episodio dell’Antico Testamento, quando nel deserto gli Israeliti, assaliti da serpenti velenosi, si salvavano guardando il serpente di bronzo che Mosè, obbedendo al comando di Dio, aveva fatto e posto sopra un’asta.

Dio ci ha salvati mostrandosi a noi, offrendosi come nostro compagno, maestro, medico, amico, fino a farsi per noi Pane spezzato nell’Eucaristia. E per compiere quest’opera si è servito di uno degli strumenti di morte più crudeli che l’uomo abbia mai inventato: la croce”.

Quindi, richiamando una catechesi del suo predecessore, il papa ha sottolineato la trasformazione di uno strumento di morte in quello di vita: “Per questo oggi noi ne celebriamo l’ ‘esaltazione’: per l’amore immenso con cui Dio, abbracciandola per la nostra salvezza, l’ha trasformata da mezzo di morte a strumento di vita, insegnandoci che niente può separarci da Lui e che la sua carità è più grande del nostro stesso peccato”.

Ma oggi è anche il settantesimo compleanno del papa, a cui sono giunti molti messaggi augurali, iniziando da quello del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella: “Fin dall’avvio del Suo alto magistero – scrive il Capo dello Stato – Ella ha consegnato all’intera comunità internazionale e alle coscienze individuali un forte richiamo a quella pace disarmata e disarmante, che apre i cuori. E ci ha ricordato, con sant’Agostino, che i tempi siamo noi. Sta a tutti noi (ed in particolare a quanti rivestono cariche pubbliche) impegnarci affinché le circostanze migliorino, riaprendo orizzonti di dialogo, di giustizia e di concreta tutela della dignità di ogni persona.

Desidero assicurarLe, Padre Santo, che nel proseguimento della Sua alta missione apostolica potrà sempre contare sulla collaborazione della Repubblica Italiana, che ritrova nel Suo messaggio di rispetto per la centralità dell’essere umano, di servizio e di unità il riflesso dei valori della propria Costituzione. Con l’auspicio di poterLa presto ricevere al Palazzo del Quirinale, La prego di accogliere, nella felice ricorrenza del Suo compleanno e in vista del Suo onomastico, le espressioni di affettuosa vicinanza degli italiani tutti e della mia massima considerazione”.

Ed anche i vescovi italiani hanno inviato un messaggio augurale, ricordando l’incontro con il papa nello scorso giugno: “Conserviamo come dono prezioso l’udienza che ha concesso alla Conferenza Episcopale Italiana lo scorso 17 giugno. In quella occasione ha sottolineato il ‘legame privilegiato’ che ci unisce, consegnando quattro coordinate ‘attraverso cui essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio’: ‘Annuncio del Vangelo, pace, dignità umana, dialogo’. Queste coordinate orientano la rotta delle nostre comunità nella certezza che lo Spirito soffia sulle vele”.

E’ un ringraziamento per le continue esortazioni proposte: “In questi tempi difficili, ci uniamo a Lei, Padre Santo, nell’invocazione per una «pace disarmata e disarmante» in tutte le situazioni di conflitto che insanguinano vaste aree del Pianeta. Mentre continuiamo a farci prossimi alle popolazioni provate dalla sofferenza con azioni di solidarietà e promozione umana, auspichiamo che l’unità di intenti, di voci e di preghiere che dal mondo intero si alzano per impetrare soluzioni di pace possano trovare presto ascolto”.

Auguri sono pervenuti anche da altre associazioni cattoliche, come l’Azione Cattolica Italiana: “Grazie, Santo Padre, per la tua guida in questi primi mesi di pontificato, che il Signore continui a sostenerti nel tuo cammino di fede e amore”, mentre attraverso un messaggio del rettore Elena Beccalli “l’Università Cattolica del Sacro Cuore formula al Santo Padre Leone XIV gli auguri più sinceri in occasione del suo settantesimo compleanno. Possa la grazia del Signore Risorto guidarLo nella sua missione di Vescovo di Roma e di Pastore della Chiesa universale, nel segno della pace, della giustizia e della riconciliazione fra i popoli. Nell’Anno Santo della Speranza, la famiglia dell’Ateneo rivolge al Papa un sentimento di filiale gratitudine e Gli assicura vicinanza nella preghiera e fedeltà nello svolgimento della missione educativa alla quale è chiamata”.

Infine anche la diocesi di Roma ha inviato gli auguri a Leone XIV, attraverso il vicario, card. Baldassare Reina: “La sua diocesi si unisce a Lei nella gratitudine al Padre per il dono della vita. Le giunga la nostra preghiera e il nostro affetto per quanto opera ogni giorno, con instancabile dedizione, a servizio della Chiesa universale a partire dalla Chiesa di Roma.

Mentre condividiamo le sue preoccupazioni, soprattutto per i tanti scenari di guerra che insanguinano il mondo, Le auguriamo di poter realizzare quanto desidera il Suo cuore e di continuare a seminare speranza per gli uomini e le donne del nostro tempo”.

Anche dalla nostra redazione un augurio a papa Leone XIV.

(Foto: Santa Sede)

XXIV domenica del Tempo Ordinario: Esaltazione della Croce

L’odierna domenica coincide con la solennità della Esaltazione della Croce: una felice coincidenza perchè la Croce gloriosa di Cristo Gesù è per tutti segno di speranza, di riscatto e di pace. La pace che oggi tutta l’umanità desidera e la invoca ricordando le parole di Gesù: ‘Sono venuto a portare la pace, la serenità e la vita’. La pace è veramente il più grande dono di Dio. Da strumento di supplizio e di morte la Croce di Gesù è circonfusa di gioia e di vita. Gesù infatti pur essendo di natura divina spogliò se stesso assumendo la condizione di servo  e per salvare l’uomo, per riconciliare la terra con il cielo ha offerto se stesso al Padre: sacrificato sulla Croce e offrendo la sua vita in riscatto per tutta l’umanità.

La condanna a morte in croce era riservata solo ai servi: Gesù, creatore del cielo e della terra, umiliò se stesso assumendo la condizione di servo: non c’è amore più grande di chi dà la vita per la salvezza di tutti. La Croce, strumento di sofferenza ed umiliazione, diventa per noi cristiani il segno più alto dell’amore di Dio per l’umanità. Dio già aveva prefigurato nell’Antico Testamento la salvezza per mezzo della Croce quando il popolo ebreo, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, nel deserto aveva imprecato contro Dio e Mosè non contento della manna e desideroso di pane e acqua.

Dio aveva inviato allora contro il popolo serpenti velenosi che mordevano la gente e parecchi morirono. Il popolo allora corse da Mosè chiedendo perdono e pregandolo di intercedere per tutto il popolo presso Dio. Mosè pregò l’Altissimo e Dio consigliò a Mosè: ‘Fai un serpente di bronzo, mettilo sopra un’asta e chi guarderà con fede quel serpente sarà guarito. Così avvenne’: Dio aveva già prefigurato nell’Antico Testamento la forza salvifica della Croce. Gesù dirà ai suoi Apostoli: come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

Quando guardiamo Cristo Gesù crocifisso, contempliamo il segno di amore infinito di Dio per l’umanità. La Croce ci parla solo dell’altezza e profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza. Da qui la celebrazione della Messa inizia con il segno della Croce e si conclude con lo stesso segno; possiamo veramente dire: ‘O Crux, ave spes unica!’. La croce non è più sinonimo di maledizione ma di vera benedizione; la Chiesa presenta al mondo la Croce come ‘albero della vita’ dal quale si può cogliere oggi il senso ultimo e pieno di ogni singola esistenza e della intera storia umana.

Nel giardino del paradiso, si legge nella Bibbia, ai piedi dell’albero c’era una donna Eva, che, sedotta dal Maligno, mangiò il frutto proibito; sul Calvario, ai piedi dell’albero della Croce c’è un’altra donna, Maria, che docile al progetto di Dio, partecipa all’offerta che il Figlio fa di sé al Padre e diventa la madre dell’umanità redenta da Cristo Gesù.

Alla Vergine Addolorata noi oggi affidiamo i giovani e le famiglie tutte, affidiamo l’umanità intera perchè viva nella pace e nell’amore instaurato da Cristo Gesù.  Vergine Immacolata, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. Siamo peccatori, ma figli tuoi, a Te affidati dallo stesso Gesù, figlio tuo e fratello nostro. La croce sarà sempre la nostra bandiera perchè in essa scopriamo  l’amore incommensurabile di Cristo Gesù, il Salvatore. Ave Crux, spes unica.

Papa Leone XIV: la fecondità della Chiesa dipende dalla Croce

“Cari fratelli e sorelle, oggi abbiamo la gioia e la grazia di celebrare il giubileo della Santa Sede nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa. Questa felice coincidenza è fonte di luce e di ispirazione interiore nello Spirito Santo, che ieri, Pentecoste, si è riversato in abbondanza sul popolo di Dio. E in questo clima spirituale noi oggi godiamo una giornata speciale, prima con la meditazione che abbiamo ascoltato e ora, qui, alla Mensa della Parola e dell’Eucaristia. La Parola di Dio in questa celebrazione ci fa comprendere il mistero della Chiesa, e in essa della Santa Sede, alla luce delle due icone bibliche scritte dallo Spirito nella pagina degli Atti degli Apostoli ed in quella del Vangelo di Giovanni”.

Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della messa presieduta nella basilica vaticana da papa Leone XIV, che nell’omelia ha ricordato la maternità di Maria che nasce sotto la Croce, la fecondità della Chiesa, la santità di chi la compone: “La maternità di Maria attraverso il mistero della Croce ha fatto un salto impensabile: la madre di Gesù è diventata la nuova Eva, perché il Figlio l’ha associata alla sua morte redentrice, fonte di vita nuova ed eterna per ogni uomo che viene a questo mondo. Il tema della fecondità è ben presente in questa liturgia”.

E dalla maternità nasce la fecondità della Chiesa, come aveva sottolineato il teologo von Balthasar: “La fecondità della Chiesa è la stessa fecondità di Maria; e si realizza nell’esistenza dei suoi membri nella misura in cui essi rivivono, ‘in piccolo’, ciò che ha vissuto la Madre, cioè amano secondo l’amore di Gesù. Tutta la fecondità della Chiesa e della Santa Sede dipende dalla Croce di Cristo. Altrimenti è apparenza, se non peggio”.

Tale fecondità è ‘legata’ alla santità: “Nella Colletta abbiamo chiesto anche che la Chiesa ‘esulti per la santità dei suoi figli’. In effetti, questa fecondità di Maria e della Chiesa è inseparabilmente legata alla sua santità, cioè alla sua conformazione a Cristo. La Santa Sede è santa come lo è la Chiesa, nel suo nucleo originario, nella fibra di cui è intessuta. Così la Sede Apostolica custodisce la santità delle sue radici mentre ne è custodita.

Ma non è meno vero che essa vive anche nella santità di ciascuno dei suoi membri. Perciò il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato”.

Nessuno è escluso dalla santità, secondo il compito affidato: “Ad esempio, un prete che personalmente sta portando una croce pesante a motivo del suo ministero, e tuttavia ogni giorno va in ufficio e cerca di fare al meglio il suo lavoro con amore e con fede, questo prete partecipa e contribuisce alla fecondità della Chiesa. E così un padre o una madre di famiglia, che a casa vive una situazione difficile, un figlio che dà pensieri, o un genitore malato, e porta avanti il suo lavoro con impegno, quell’uomo e quella donna sono fecondi della fecondità di Maria e della Chiesa”.

Poi il papa si è soffermato sulla ‘maternità’ di Maria verso la Chiesa nascente, secondo la descrizione degli Atti degli Apostoli: “Ci mostra la maternità di Maria verso la Chiesa nascente, una maternità “archetipica”, che rimane attuale in ogni tempo e luogo. E soprattutto essa è sempre frutto del Mistero pasquale, del dono del Signore crocifisso e risorto.

Lo Spirito Santo, che scende con potenza sulla prima comunità, è lo stesso che Gesù ha consegnato col suo ultimo respiro. Questa icona biblica è inseparabile dalla prima: la fecondità della Chiesa è sempre legata alla Grazia sgorgata dal Cuore trafitto di Gesù insieme al sangue e all’acqua, simbolo dei Sacramenti”.

E’ stata Maria, a ‘servizio’ della comunità, a sostenere Pietro nel suo ministero di guidare la Chiesa: “Maria, nel Cenacolo, grazie alla missione materna ricevuta ai piedi della croce, è al servizio della comunità nascente: è la memoria vivente di Gesù, e in quanto tale è, per così dire, il polo d’attrazione che armonizza le differenze e fa sì che la preghiera dei discepoli sia con-corde.

Gli Apostoli, anche in questo testo, sono elencati per nome, e come sempre il primo è Pietro. Ma lui stesso, anzi, lui per primo è sostenuto da Maria nel suo ministero. Analogamente la Madre Chiesa sostiene il ministero dei successori di Pietro con il carisma mariano. La Santa Sede vive in maniera del tutto peculiare la compresenza dei due poli, quello mariano e quello petrino. Ed è quello mariano che assicura la fecondità e la santità di quello petrino, con la sua maternità, dono di Cristo e dello Spirito”.

Prima della celebrazione eucaristica suor Maria Gloria Riva, appartenente all’ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, nella meditazione ha affermato che il passato è un ‘trampolino di lancio’: “L’equilibrio fra passato e futuro è la grande radice della Speranza. Il passato può rappresentare un grande trampolino di lancio per vivere nella giusta tensione il presente. Il passato ci viene incontro con le sue interrogazioni, non per farci soccombere ma per rilanciarci nel Presente, guardando al futuro con grande speranza”.

La meditazione di suor Riva è un invito a ‘correre’ nella parte ‘giusta’: “Noi sappiamo dove dobbiamo correre: la corsa di Giovanni e Pietro verso il sepolcro vuoto di Cristo è l’unica corsa che la Chiesa e il mondo possono percorrere senza timore: è la corsa di chi sa che la speranza risiede nella vera vita, quella eterna. L’eternità ci sta di fronte. Se lavoriamo per orizzonti brevi e mediocri, lavoriamo invano. Occorre lavorare per l’orizzonte grande della vita che non muore. Sperare è affermare la verità che rispetta la vita, dal suo concepimento alla sua fine; che rispetta la dignità di ogni persona”.

Questo è il significato del Giubileo: “Quello di aiutarci a pensare alle cose ultime. Se fede e carità ci sono necessarie per vivere la relazione con Dio e con gli uomini, la speranza ci è necessaria per comprendere il cammino della storia. Dobbiamo armarci di umiltà per scorgere, con gli occhi dello stupore i passi piccoli ma sicuri della speranza”.

Quindi l’eucarestia è il “viatico per questa speranza eterna che annoda meravigliosamente passato, presente e futuro. Sappiamo inoltre che nell’Eucaristia l’unità di tutti gli uomini è significata e prodotta. Tuttavia conoscere questo non basta, occorre crederlo e affermarlo con tutta la propria esistenza di uomini e donne di pace e di unità”.

E ciò può avvenire attraverso la Croce: “La croce ancora ci può salvare, nel 2025 esiste ancora la grande salvezza della croce: una croce accolta e offerta. Abbiamo vissuto anni difficili tra scandali e polemiche, ma in questo grande segno possiamo ancora vincere. La grande bellezza perdente che ci salverà. La speranza sorge laddove le lacrime del dolore e del pentimento fecondano l’animo nell’umiltà e nella novità di vita”.

 (Foto: Santa Sede)

Quarta domenica di Pasqua: Gesù, il buon pastore!

Nel Vangelo Gesù ci propone il Regno con l’immagine del Buon Pastore. Noi siamo suo popolo, gregge che Egli ama. Il tema odierno si incrocia con quello della chiamata e della vocazione cristiana. Tutti siamo chiamati a far parte del suo gregge e le parole di Gesù risuonano consolanti: ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi, affaticati, oppressi, ed io vi ristorerò!’ Rispondere positivamente alla chiamata, all’invito del Buon Pastore è garanzia di salvezza eterna: ‘Io darò loro la vita eterna’, assicura Gesù. Nel messaggio tre verbi evidenziano il rapporto tra il Pastore e le sue pecorelle: io le conosco, mi ascoltano, mi seguono.

Dio conosce tutte le sue pecore perché sono espressione del suo amore misericordioso per il quale ‘il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Le pecore sono sue e per esse ha dato Maria, sua madre, come madre della Chiesa per la quale oggi preghiamo: ‘Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi’. Gesù conosce le sue pecorelle per le quali è accusato dagli avversari (scribi e farisei ipocriti) di mangiare con esse ed accoglierle. Ma Gesù dirà: qualunque cosa fai ad un povero a nome mio, l’hai fatto a me. A Pietro che chiede quante volte si può o si deve perdonare, Gesù dirà non sette volte ma settanta volte sette.

Gesù, buon Pastore, è sempre attento a ciascuno di noi: ci cerca, ci ama e di ognuno conosce pregi e difetti; nostro compito è ascoltare la sua voce e seguirlo. Questo significa vero amore: l’amore è dono, non è costrizione: c’è pertanto chi lo respinge, c’è chi lo accoglie: Gesù chiama ‘amico’ Giuda che lo tradisce con un bacio e poi va ad impiccarsi; Gesù perdona a Pietro, che lo rinnega e poi piange il suo peccato e poi gli dirà: pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli: lo costituisce capo e suo vicario sulla terra. Gesù invita tutti alla salvezza ma all’invito di Gesù deve fare riscontro il nostro ‘sì’ generoso e carico di amore.

Necessita ascoltare la sua voce e seguirlo, lavare le proprie vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello, come si legge nell’Apocalisse. E’ necessario liberare il cuore da tutte quelle passioni che non si conciliano con l’amore misericordioso di Dio. Le mie pecore, dice Gesù, ascoltano la mia voce, mi seguono e nessuna andrà perduta. Solo l’amore, inteso come coinvolgimento e capacità di mettersi in giuoco, evidenzia che siamo suoi; non c’è alternativa: ciò che ci costituisce di essere veri cristiani, ciò che conta è ascoltare Cristo e seguirlo.

Questa è la Chiesa, il  grande gregge  di Gesù, di cui parla l’Apocalisse: ‘Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua’. Un regno  di Dio dove le pecore sono nutrite con il suo corpo e il suo sangue: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Basta pensare ai discepoli di Cristo, che  ad Emmaus riconobbero Gesù solo nello spezzare il pane. Un Regno dove Gesù dice espressamente: chi vuole essere mio discepolo prenda la Croce e mi segua; la croce per il cristiano è una cattedra e ogni discepolo di Gesù deve essere un maestro.

Capirono ciò bene gli Apostoli  che diedero la vita per testimoniare la parola di Dio in mezzo agli Ebrei e al mondo pagano. Questa è la Chiesa di Gesù: vera Chiesa missionaria! Sei cristiano se  ascolti Cristo Gesù e la tua vita diventa testimonianza viva; fai parte di una Chiesa sempre in uscita. E’ allora necessario predicare ed essere predicatori credibili. Maria, la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci aiuti ad accogliere  con gioia viva il messaggio di Gesù e ad essere testimoni credibili del vangelo con le parole e le opere.

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