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Terra Santa: la Colletta per la Custodia e i cristiani
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: con queste parole pronunciate prima della recita dell’Angelus della Domenica delle Palme papa Leone XIV aveva ricordato la grave situazione dei cattolici in Medio Oriente.
Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.
E dopo un giorno di tensione, dovuto al respingimento all’ingresso della basilica del Santo Sepolcro del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, e del Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, risuona come nota positiva: “Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni riguardanti la Settimana Santa e le celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti.
In accordo con la polizia israeliana, l’accesso per i rappresentanti delle Chiese è stato assicurato al fine di condurre le liturgie e le cerimonie e di preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Naturalmente, e alla luce dello stato attuale della guerra, le restrizioni esistenti sulle riunioni pubbliche rimangono in vigore per il momento. Di conseguenza, le Chiese faranno in modo che le liturgie e le preghiere siano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e nel mondo”.
Ma nella Settimana Santa i cristiani di tutto il mondo sono invitati a sostenere quelli della Terra Santa con la Colletta del Venerdì santo, come ha sottolineato con una lettera il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, con una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo: “Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa!
I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”.
Per questo tale Colletta è importante: “Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a fra Matteo Brena, presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, di raccontarci innanzitutto come i cristiani vivono oggi in Terra Santa: “Le comunità cristiane in Terra Santa stanno sicuramente soffrendo molto la crisi umanitaria, sociale ed economica che sta colpendo il Medio Oriente in questi mesi. Al di là di un conflitto che le coinvolge da vicino, uno dei problemi principali è la mancanza di pellegrini, che rappresentavano per queste comunità un sostentamento finanziario molto importante. Sia il Patriarcato Latino sia la Custodia di Terra Santa lavorano incessantemente per salvaguardare le comunità locali, ma la situazione non è rosea, soprattutto perché la crisi dura ormai da diversi mesi”.
Nella lettera il card. Gugerotti invita a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte”.E’ possibile donare pace e seminare speranza?
“E’ necessario. Al di là di ciò che possiamo fare concretamente per le persone che vivono in una situazione di conflitto, attraverso donazioni e piccoli gesti di carità, è importante conoscere quei luoghi ed educare anche le comunità delle nostre regioni alla realtà della Terra Santa, anche a distanza.
Come ha detto di recente il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, la Terra Santa non è solo un luogo geografico, ma il cuore pulsante della nostra fede. Vivere la fede in quei luoghi significa accettare la contraddizione che essa incarna. Gerusalemme, ad esempio, è il luogo della risurrezione, ma anche quello del Calvario. Il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da troppo odio.
Tuttavia, la guerra in corso non cancellerà la risurrezione, così come il dolore non spegnerà la speranza di pace. Dobbiamo farci portatori di questo messaggio anche qui in Italia, affinché si possa comprendere meglio ciò che stanno vivendo i nostri fratelli in Terra Santa e contribuire alla costruzione di un futuro migliore”.
‘Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace’. Nella lettera, il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, ha scritto che la pace passa dall’educazione: in quale modo la Chiesa educa alla pace in una terra in guerra?
“Come dicevo, l’educazione è una forma di prevenzione. E’ fondamentale partire dalle scuole e dalle nuove generazioni per costruire un futuro di pace e speranza. Negli anni, la Custodia di Terra Santa ha aperto diverse scuole che accolgono insieme studenti cristiani e musulmani, rispettandone le differenze culturali e religiose, ma facendoli crescere fianco a fianco, condividendo gli stessi banchi. Ne sono esempi la ‘Terra Santa School’ di Betlemme ed il ‘Terra Sancta College’ di Gerusalemme.
Si tratta di progetti importanti che, oltre a garantire un’educazione di base, promuovono la fratellanza e lo spirito di comunione nella diversità della fede. Lo stesso vale per il Magnificat, la scuola di musica della Custodia di Terra Santa nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Esistono dunque iniziative che uniscono al di là delle differenze culturali, anche in una terra profondamente segnata dai conflitti: segni di speranza che superano i limiti e lavorano per educare alla pace attraverso la convivenza”.
Quali sono le possibili azioni che i cristiani possono compiere per non dimenticare la Terra Santa?
Innanzitutto, conoscere e scoprire, anche a distanza, le realtà di quei luoghi e i progetti della Custodia di Terra Santa. I commissariati, come il nostro, lavorano ogni giorno per raccontare i Luoghi Santi alle comunità locali. In momenti come questo, anche il sostegno concreto è fondamentale per i frati francescani impegnati nei numerosi progetti di carità a favore di famiglie, anziani e giovani. In questo senso, la Colletta del Venerdì Santo rappresenta un punto cardine: l’invito è quindi a donare, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Infine, appena sarà possibile, è importante tornare a viaggiare verso la Terra Santa senza paura. I pellegrinaggi nei luoghi di Gesù sono momenti di crescita personale e spirituale, ma anche gesti concreti di pace e di sostegno per le comunità cristiane locali. La Terra Santa non è terra di paura, ma terra di Gesù”.
Infine ci può illustrare cosa sostiene questa Colletta?
“La Colletta sostiene sia la Chiesa locale sia i Luoghi Santi, contribuendo alla loro custodia e al loro mantenimento. Concretamente, i progetti sono molti e diversificati: dal sostegno alle parrocchie e alle scuole, alla formazione nei seminari locali, fino a iniziative di solidarietà e sviluppo che rispondono anche a emergenze in ambito medico e sociale. Questi progetti sono sparsi nei diversi luoghi di cui si prende cura la Custodia di Terra Santa: a Gaza, in Palestina, in Siria e in Libano”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Gerusalemme un appello al mondo per la Pasqua
“Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato. Tra le altre, il card. Pierbattista Pizzaballa ha ringraziato per 0’la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede’, aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo…
Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti. Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Infatti poche ore prima il patriarca di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, aveva annunciato la chiusura dei Luoghi sacri da parte delle autorità israeliane per la sicurezza: “A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro”.
A causa della situazione bellica è stata annullata anche la processione della domenica dell palme: “La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire. La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso. Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali”.
Però ha invitato a non scoraggiarsi: “Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. E’ una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera”.
E’ stato un invito a ‘pregare sempre, senza stancarsi mai’: “Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto. Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla”.
L’invito è fissato sabato prossimo: “Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia”.
Una preghiera per ricordare che la Pasqua alimenta la speranza: “La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza”.
Queste parole sono state anticipate da quelle dell’Amministratore Delegato, Sami El-Yousef: “La guerra è iniziata sabato, circa dodici giorni fa, e si è distinta per la rapidità con cui la situazione si è sviluppata. All’improvviso sono risuonate le sirene, c’è stata grande confusione e ci è stato chiesto di recarci nei rifugi. Razzi e aerei sorvolavano le nostre teste e la situazione è diventata estremamente drammatica in pochissimo tempo.
E’ tuttavia importante sottolineare che già mercoledì metà dei dipendenti era tornata al lavoro qui nella sede centrale, nel centro storico di Gerusalemme. Entro venerdì, tutto il nostro personale era tornato al lavoro, nonostante fosse stato dichiarato lo stato di emergenza e alla popolazione fosse stato praticamente chiesto di restare a casa per la maggior parte del tempo ed evitare di uscire all’aperto”.
E’ una testimonianza importante: “Questa è per tutti noi del Patriarcato Latino qui a Gerusalemme una testimonianza importante: siamo qui per servire e siamo qui per restare. La guerra non ci impedirà di continuare a offrire questi servizi alle migliaia di persone che ne dipendono. Continueremo a essere presenti per garantire la continuità del nostro lavoro e fare in modo che non venga interrotto, soprattutto in tempo di guerra, quando così tante persone soffrono”.
Significa che la Chiesa è sempre presente: “La Chiesa, dunque, si erge con orgoglio anche nei momenti di crisi, come ha fatto in tutte le crisi precedenti. Siamo orgogliosi di tutto il personale che presta servizio qui a Gerusalemme e in tutte le diocesi dei diversi Paesi in cui operiamo… Siamo qui per servire e continueremo a farlo”.
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
Colletta per la Terra Santa: aiutare per dare speranza
“Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa! I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”: il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti ha scrive una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo.
Nella lettera il prefetto rivolge un appello per contribuire alla tradizionale Collecta pro Terra Sancta, la raccolta di offerte destinate ai luoghi del ‘Redentore’ che si tiene ogni anno il Venerdì Santo: “So che rivolgermi a te e alla famiglia cristiana di cui sei responsabile è sempre più difficile e sempre più ripetitive sono le parole che di anno in anno ti rivolgo. So che diventa sempre più arduo pensare a tamponare e disinfettare, finché si può, le ferite di questo mondo così atrocemente dilaniato”.
Nonostante questa situazione la lettera è un invito a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte. Dobbiamo cambiare molto: mentalità, sensibilità, priorità nell’esistenza quotidiana, perché questo mondo ci disumanizza progressivamente e non ce ne accorgiamo”.
Oltre ad essere un invito alla preghiera, è anche un invito al sostegno dei cristiani, che abitano quei luoghi santi: “Non dimentichiamoci mai di pregare, perché Dio è la nostra speranza. Ma ora ecco che vengo a proporti un gesto piccolo, che però va proprio nel senso di questa conversione, di questo cambiamento: dare un po’ del nostro denaro per aiutare i fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare la possibilità di sperare e di ricominciare.
Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.
Un gesto per dare speranza ai cristiani di quei luoghi: “Un gesto che si concretizzerà nel mondo quasi dovunque (perché qualche comunità ha scelto un’altra data) proprio nel Venerdì santo, giorno in cui si ricorda Colui che ha dato non un’elemosina, ma la sua stessa vita, il suo ultimo sospiro che è lo Spirito Santo, perché questo mondo guarisse e ricominciasse a sperare nell’insperato.
I Papi hanno voluto questo gesto e continuano a volerlo, perché sono convinti che soltanto nella paternità, nella condivisione e nell’amicizia solidale si può ricostruire una realtà che torni ad avere parvenze umane e a riprodurre il progetto di umanità voluto da Dio all’atto della creazione”.
E’ un appello accorato a favore dei cristiani che odono solo bombe: “Per vivere c’è bisogno anche del vostro contributo. Moltissimi cristiani di Terra Santa hanno perso tutto, compreso quel lavoro che veniva dal servizio ai pellegrini. Ora la quasi totalità di questi tende, impaurita, a non avventurarsi più in quelle terre. I nostri fratelli e sorelle nella fede che abitano i Luoghi Santi sanno che con il vostro contributo, e forse solo con esso, se la loro incolumità non potrà essere garantita tuttavia almeno le loro scuole potranno riprendere a funzionare, qualche nuova casa potrà essere costruita e, laddove la distruzione è totale, qualche cura sarà garantita. Bombe prima, catastrofi naturali poi, hanno deturpato la loro terra, rendendola inabitabile, per non parlare di quei lutti sempre più numerosi, senza che vi sia un giorno in cui si possa respirare sereni”.
E’ un appello diretto ai vescovi per sensibilizzare i fedeli: “Ti prego di far risuonare, con le parole che più si adattano alla sensibilità della tua gente, il nostro dovere di prenderci cura della Terra Santa, così come di tanti altri luoghi devastati. Mostra immagini, sensibilizza attraverso le mille fonti che rendono accessibile la fatica quotidiana dei pochi cristiani che riescono a mantenere la possibilità di rimanere nella loro terra. Ci sono tanti strumenti in giro, a partire dall’appello dei Papi e dei dediti pastori del luogo”.
E’ un appello per ‘risvegliare’ le coscienze sul dramma mediorientale: “Cerchiamo di fare in modo che la nostra gente arrivi alla Colletta cosciente che dare è un forte segno di fede, che una Terra Santa senza credenti è una terra perduta, perché si smarrisce la memoria viva, che è la continuità con la fonte della salvezza che ci ha rigenerati in Cristo.
Esorta, convinci, risveglia le coscienze, richiamale alla solidarietà di quest’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa, estesa su tutte le terre del mondo. Sacrilegio non è solo un atto compiuto contro l’Eucarestia; sacrilegio è anche l’atto compiuto contro il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Sant’Agostino, quanto insiste su questo concetto: quando ricevi il corpo di Cristo all’altare sappi che tu ricevi quello che sei! “Diventate ciò che vedete e ricevete ciò che siete”.
Richiamando un invito di papa Leone XIV il prefetto del dicastero si appella alla sensibilità cristiana: “Io sono convinto che la nostra gente, la tua gente, non sarà insensibile a questo richiamo, perché le fibre più vibranti, quelle che il Battesimo ha reso parte integrante della voglia universale di bene che ci prepara all’incontro con Dio, aspettano solo di essere rinforzate o anche semplicemente allenate”.
E’ una chiara richiesta di aiuto per non far scomparire i cristiani dalla Terra Santa: “Quante volte ho personalmente visitato quelle minoranze cristiane che ogni giorno si svegliano col pericolo di non trovare più spazio per esistere!
Aiutateci a dare loro una speranza concreta e non soltanto parole di consolazione, perché noi che li visitiamo sappiamo che di lì ce ne andremo, mentre essi rimangono con le loro paure, perfino con il terrore che, proprio perché sono cristiani, possono essere eliminati. La Colletta per la Terra Santa, con l’inestimabile aiuto quotidiano dei nostri francescani e di quanti animano e lavorano nelle comunità sul posto, sarà una goccia nell’oceano, ma l’oceano, a forza di perdere gocce, sta diventando un deserto”.
Mentre qualche settimana prima il nuovo Custode di Terra Santa, fr. Francesco Ielpo, aveva raccontato la situazione in Terra Santa: “Gli ultimi anni sono stati particolarmente gravosi per le comunità cristiane del Medio Oriente. La guerra ha portato morte, distruzione e paura, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, in Israele, in Libano e in Siria. Alla sofferenza provocata dal conflitto si è aggiunta la lunga assenza dei pellegrini, che ha aggravato una già profonda crisi economica e occupazionale”.
Queste assenze stanno causando difficoltà alle famiglie: “Molte famiglie cristiane, che traevano sostentamento dai Luoghi Santi e dalle attività connesse ai pellegrinaggi, si trovano oggi in grande difficoltà. Abbiamo appena concluso l’Anno Giubilare della Speranza e la speranza stessa appare ferita: a Betlemme, a Gerusalemme, nel Nord di Israele, così come nelle comunità cristiane del Libano e della Siria. La mancanza di sicurezza e di lavoro rende sempre più difficile sostenere le famiglie e, ancor più, immaginare un futuro per i giovani e per le nuove generazioni”.
Infine il nuovo Custode di Terra Santa invita a sostenere in modo particolare le scuole: “Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace. Sostenere l’educazione significa investire nel futuro della Terra Santa e nel ruolo delle comunità cristiane come fermento di riconciliazione in una società segnata da divisioni e ferite profonde”.
Sostenere vuol dire non dimenticare: “Nel Venerdì Santo, mentre contempliamo il Crocifisso, vi chiediamo di non dimenticare la Terra Santa, di ricordare nella preghiera e nella carità concreta coloro che continuano a vivere e a testimoniare il Vangelo nei Luoghi della Redenzione. La vostra vicinanza è un segno prezioso di speranza e di fraternità: aiutaci a donare speranza e seminare la pace!”
Domenica 15 marzo a sostegno della popolazione palestinese a Gaza ed in Cisgiordania
La Diocesi di Ugento – S.Maria di Leuca e la Caritas diocesana comunicano che domenica 15 marzo, IV Domenica di Quaresima-Laetare, si svolgerà la Quaresima di fraternità 2026, durante le celebrazioni liturgiche presso le 43 parrocchie della diocesi, si svolgerà una raccolta di denaro a sostegno della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania.
E’ importante sottolineare che, sebbene oggi i riflettori dei media siano puntati sulla guerra in Iran, la situazione nella Striscia di Gaza rimane drammatica. La Caritas Gerusalemme, seguendo le linee del Patriarcato Latino, continua a sostenere i più fragili tra le enormi difficoltà umanitarie ed economiche. L’obiettivo è restare un punto di riferimento concreto per tutta la Terra Santa.
In questo scenario, la Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca sceglie di non restare indifferente e lancia un appello alla solidarietà per la Domenica 15 marzo 2026. L’impegno della Chiesa locale, in stretta collaborazione con la Caritas Italiana, il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Caritas Gerusalemme, si articola su tre direttrici concrete:
In tutte le 43 parrocchie della diocesi verrà promossa una raccolta fondi destinata a garantire interventi urgenti. Non si tratta solo di aiuti alimentari, ma di un supporto strutturato che tocca l’ambito sanitario, sociale, educativo e, non ultimo, il sostegno psicosociale per chi ha vissuto il trauma della guerra.
Per dare continuità all’aiuto, la Diocesi promuove l’avvio di piccoli gemellaggi con le comunità cristiane locali. L’obiettivo è superare l’assistenzialismo per approdare ad un ‘accompagnamento fraterno’ fatto di scambi di testimonianze, preghiera condivisa e supporto a progetti educativi che possano durare nel tempo.
Recuperando lo spirito della Carta di Leuca e le riflessioni emerse nell’evento ‘MED 2025’ di Tricase, il progetto punta sui giovani. Sono loro i destinatari e, al tempo stesso, gli artefici di una nuova ‘cultura dell’incontro’, capaci di trasformare il Mediterraneo da mare di confine a spazio di dialogo e pace.
La missione si ispira alle parole del card. Giambattista Pizzaballa, il quale ricorda che, oltre alla ricostruzione materiale, la sfida più grande riguarda la ricostruzione umana e comunitaria. La Chiesa di Ugento-Leuca si pone quindi come un ponte stabile tra le rive del Mediterraneo, ribadendo che la solidarietà è l’unica via per dare un seguito concreto alla visione di una “Chiesa del Mediterraneo” che sia fermento di pace.
Come aiutare concretamente: con un’offerta (detraibile o deducibile) tramite Fondazione Mons. Vito De Grisantis: • IBAN: IT23K0306234210000002904373 • Causale: Quaresima di fraternità 2026 – Per la popolazione palestinese
Per maggiori informazioni contattare il Centro Caritas Ugento – S. M. di Leuca in Piazza Cappuccini, 15 a Tricase – www.caritasugentoleuca.it – email: segreteria@caritasugentoleuca.it – Tel.: 0833 219865.
Papa Leone XIV: la Chiesa è arca di salvezza
“Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova. In arabo ‘El Raii’ significa ‘il pastore’. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano. Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro”.
Al termine dell’udienza generale, papa Leone XIV ha chiesto preghiere per i Paesi del Medio Oriente dilaniati da conflitti, per quanti hanno perso la vita e per chi si trova in difficoltà, soprattutto cristiani nel ricordo di p. Pierre El-Rahi, ucciso lunedì scorso in Libano, mentre prestava soccorso ai parrocchiani colpiti dai razzi.
Mentre nell’udienza generale il papa ha continuato le catechesi sul documento del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, riflettendo sul tema della Chiesa popolo di Dio: “Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare”.
Una ‘chiamata’ per liberare dalla schiavitù e stringere un’alleanza: “Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità”.
Insomma un ‘popolo di Dio’, che è ‘messianico’: “Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio.
Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità”.
Da qui la Chiesa, che come ricorda il Concilio Vaticano II, è il ‘nuovo’ popolo a cui chiunque può appartenere: “Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti… Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti, perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo”.
Quindi nella Chiesa c’è ‘posto’ perché essa è universale: “Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. E’ così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle”.
In conclusione ha descritto l’essenza di Chiesa con una frase del teologo Henry De Lubac, che l’ha descritta come arca accogliente e salvifica: “In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo… E’ un grande segno di speranza (soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre) sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli”.
Foto (Santa Sede)
Arezzo ha accolto la testimonianza del card. Pizzaballa con il rinnovo del gemellaggio con il Patriarcato Latino di Gerusalemme
L’evento ‘Giustizia e pace in Terra Santa’, promosso sabato 14 febbraio da diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Rondine Cittadella della Pace e Caritas diocesana, è stato accolto con grande entusiasmo e partecipazione dalla città di Arezzo. Un pomeriggio di vero dialogo dedicato a una terra martoriata e colpita da una spirale di violenza che a volte pare difficile spezzare, svoltosi in una basilica di san Francesco gremita, quasi mille i partecipanti, alla vigilia della festa della Madonna del Conforto, davanti al ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca. Un incontro di grande rilievo ecclesiale, culturale e civile, pensato per offrire strumenti di comprensione sull’attuale situazione in Terra Santa, sulla condizione delle comunità cristiane e sulle possibili vie per una pace autentica, fondata sulla giustizia, sul dialogo e sulla ricostruzione delle relazioni di fiducia.
Dopo i saluti del parroco, padre Francesco Bartolucci Ofm Conv e Carlotta Paola Brovadan, direttrice della Direzione Regionale dei Musei Nazionali della Toscana, l’incontro è stato aperto da mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro: “Sono molto grato al cardinale Pierbattista Pizzaballa per aver accettato l’invito a venire in diocesi in occasione della festa della Madonna del Conforto – ha detto – per pregarla e chiedere la sua intercessione per il dono della pace in tutto il mondo, a Gerusalemme e in Terra Santa. Questa chiesa gremita è come un grande abbraccio che vorremmo raggiungesse tutte le persone che soffrono per la guerra in tante parti del mondo, a Gaza, fino ad arrivare ai bambini.
Il mio grazie va anche a mons. Pagniello, per la riflessione che ci propone sul tema della carità legato a un orizzonte di pace. Un grazie anche a Rondine e ai ragazzi che ci studiano, la loro presenza ci porta il respiro di tutto il mondo, l’anelito di pace che vogliamo condividere con tutto il mondo. Rondine è della nostra diocesi, un segno e un patrimonio. Oggi siamo davvero in tanti ed è molto bello ricordare le parole di don Tonino Bello: In piedi costruttori di pace”.
Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, ha sottolineato la partecipazione dei giovani: “E’ una grande emozione vedersi in così tanti e vedere tutti questi giovani. A Rondine, i giovani con coraggio cercano di spezzare le catene dell’odio e di percorrere il passo possibile verso la pace, verso l’altro, quello che comunemente viene definito ‘nemico’. Un cammino che la cultura dominante bolla come insignificante. La nostra e vostra presenza qui oggi testimonia che tutti noi abbiamo il potere di poter fare qualcosa, seppur piccolo, per evitare quella che troppo spesso viene descritta come l’ineluttabilità della guerra”.
La serata, moderata dal giornalista di Avvenire Giacomo Gambassi, ha visto intervenire anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, sul tema ‘La ‘pace ostinata’. Educarsi alla pace, affermare la fraternità’, in cui ha spiegato come ‘la guerra non è mai giusta’, ma la vera domanda è piuttosto chiedersi come costruire la pace: “Se non abbiamo la forza di dire tutto questo, saremmo solo lucignoli e non dei ceri pasquali”.
Culmine dell’incontro è stato il dialogo con il card. Pierbattista Pizzaballa che ha evidenziato come “Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso. La pace ha bisogno di condizioni, contesto, di una volontà, di una politica che non c’è, ma anche di un’opinione pubblica. La pace ha bisogno di fiducia e in guerra, specie quella in Terra Santa, la prima vittima è la fiducia. Anche quando la guerra sarà terminata, non si tornerà alla situazione precedente e non sappiamo cosa ci sarà dopo. Questa fase richiederà molte risorse spirituali, prima che politiche”.
Quindi c’è da essere pessimisti? Per il patriarca di Gerusalemme “la situazione a breve e medio termine non è destinata a cambiare molto Non saranno Abu Mazen o Netanyahu a costruire la pace, servono nuove figure capaci di portare nuove visioni. Inutile farsi illusioni di chissà quali cambiamenti. La congiuntura locale e internazionale non va verso un’alba di pace. Questo non è il tempo dei grandi gesti, ma quello del preparare, tenere vicine le persone che vogliono la pace, perché un giorno ci sarà bisogno di loro per ricostruire. Non abbiamo armi, ma l’unica cosa che abbiamo sono le parole.
Questa guerra, soprattutto in questa, il linguaggio non è stato secondario, abbiamo sentito evocare a più riprese parole terribili come apartheid, genocidio… un linguaggio violento porta violenza, possono toglierci tutto, ma non le parole. Ora dobbiamo usare un linguaggio dignitoso che non chiuda, non crei barriere, ma apra orizzonti. Educare alla pace è necessario, il desiderio di pace, deve diventare cultura. Superando la tentazione dell’esito e tenendo vivo il desiderio”.
In mattinata il Patriarca di Gerusalemme ha visitato Rondine: “Rondine è una realtà piccola, ma è un simbolo e un segno di cui abbiamo bisogno. Rondine non è utopia: è il desiderio di rendere visibile il sogno di ogni uomo, quello di vivere in pace. Il sogno di chi, come voi, non ignora i conflitti armati che sono nel mondo ma nemmeno li accetta. Per questo è importante fare questa esperienza, ma è importante poi metterla in pratica, trasferirla nella propria comunità. Se siete qui è perché ci credete, altrimenti non mettereste in gioco la vita per due anni”.
Il cardinale è stato accolto dal presidente e fondatore Franco Vaccari e da una delegazione dei giovani di Rondine: “Un incontro desiderato da tempo che ha dato a tutti noi un forte coraggio, soprattutto ai ragazzi, sapere che c’è una personalità così impegnata, con forza e discrezione allo stesso tempo, con parole di pace. Grazie per essere qui: è un dono la tua presenza in questo luogo che tenta di custodire l’umano”.
Cuore dell’incontro è stato l’intenso confronto con i giovani di Rondine: un dialogo aperto e libero che il card. Pizzaballa ha tenuto con gli studenti della World House, tra cui anche giovani provenienti dal Medio Oriente, e con gli studenti del Quarto Anno Rondine, giovani di tutta Italia che hanno scelto di vivere un anno di scuola internazionale e interculturale alla Cittadella della Pace, partito dalla condivisione delle storie personali di giovani come Atzamas, osseto sopravvissuto miracolosamente alla strage di Beslan del 2004 e che ha fatto della sua vita una missione. “Oggi vivo per me stesso, ma anche per loro. È stata una fortuna incontrare Rondine: è un luogo unico. Qui i nemici possono guardarsi negli occhi con lo stesso dolore e trovare fraternità”.
“Rondine è la porta per superare il sentimento di impotenza, ha raccontato Anna, proveniente dalla Russia –. Le guerre distruggono tutto, anche la relazione tra le persone. Ci vuole una grande forza per andare oltre il dolore e fare un passo verso l’altro. Rondine insegna proprio questo: imparare a fare il primo passo possibile”.
Una profonda commozione, ma anche domande, curiosità e riflessioni che hanno dato vita ad uno scambio intenso, offrendo stimoli preziosi a giovani che stanno crescendo come leader di pace attraverso il Metodo Rondine, che insegna a trasformare il conflitto in modo generativo. Un piccolo presidio contro questo tempo segnato dalla sfiducia, come ha ricordato il card. Pizzaballa, che vuole tenere viva la scintilla dell’umano.
E’ anche in questo senso che il tema dell’inquietudine scelto da Rondine per YouTopic 2026, che si terrà dal 4 al 7 giugno, risuona profondamente: non come paura, ma come forma di vigilanza dell’umano. In questa prospettiva, YouTopic 2026 si propone di essere uno spazio aperto per accogliere una grande comunità senza odio, in cui l’inquietudine diventi responsabilità, cura delle relazioni e impegno concreto.
‘Giustizia e Pace in Terra Santa’: si avvicina l’incontro del card. Pizzaballa ad Arezzo
Arezzo si prepara ad accogliere il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che offrirà la sua lectio magistralis alla cittadinanza nell’ambito dell’incontro pubblico ‘Giustizia e Pace in Terra Santa’, promosso dalla Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, da Rondine Cittadella della Pace e dalla Caritas diocesana si terrà sabato 14 febbraio alle ore 15.30 nella basilica di San Francesco. L’evento è stato presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso il Palazzo Vescovile di Arezzo.
“Si tratterà di un pomeriggio di vero dialogo dedicato a una terra martoriata e colpita da una spirale di violenza che a volte pare difficile spezzare, un momento che appartiene a tutta la cittadinanza – dice mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Vogliamo ringraziare il Comune di Arezzo, che ha conferito il patrocinio a questa iniziativa, permettendo una migliore garanzia di partecipazione da parte della gente.
Stiamo anche lavorando, come diocesi, ad un pellegrinaggio in Terra Santa, una delle forme più concrete di aiuto, specialmente per i cristiani, duramente colpiti anche economicamente dal calo dei pellegrini. Speriamo di poter concretizzarlo già nel 2026, magari in autunno, con un’attenzione speciale per i giovani.
E’importante far sentire la nostra vicinanza ai cristiani di Terra Santa, particolarmente colpiti dal conflitto, anche con azioni concrete. Per questo, inizialmente con i Medici Cattolici e con la Pastorale della salute e adesso estendendo l’iniziativa a tutta la diocesi, abbiamo attivato una raccolta di farmaci per i bambini di Gaza perché possa essere ricostruita secondo logiche ecclesiali, andando incontro alle necessità della gente e non agli interessi finanziari.
Doneremo il frutto di questa raccolta direttamente nelle mani del cardinale, finora abbiamo già raccolto 12.000 euro, ma con l’aiuto di tutti, si può fare di più (Maggiori dettagli nel sito della diocesi)”.
L’incontro si configura come un momento di grande rilievo ecclesiale, culturale e civile, pensato per offrire strumenti di comprensione sull’attuale situazione in Terra Santa, sulla condizione delle comunità cristiane e sulle possibili vie per una pace autentica, fondata sulla giustizia, sul dialogo e sulla ricostruzione delle relazioni di fiducia.
“Siamo onorati di poter ospitare il direttore di Caritas Italiana don Marco Pagniello che ci illustrerà un aspetto sul quale si riflette troppo poco: la dimensione educativa della pace, che è fondamentale per una società più fraterna, aggiunge don Fabrizio Vantini, direttore Caritas diocesana. Le guerre sono grandi macchine di distruzione e povertà, per questo la nostra missione di Caritas è anche quella di collaborare per costruire la pace”..
Il convegno sarà preceduto da una visita privata del Patriarca a Rondine Cittadella della Pace, durante la quale il cardinale potrà conoscere da vicino l’esperienza della Cittadella e incontrare i giovani provenienti da popoli in conflitto che scelgono di convivere insieme, trasformando il dolore vissuto in un cammino di riconciliazione e di pace. Un incontro significativo che rafforza un legame profondo e duraturo.
Ha dichiarato Luca Roti, Membro del CDA di Rondine Cittadella della Pace con delega alle Relazioni Internazionali: “Accogliere il cardinale Pizzaballa a Rondine è per noi un grande onore e una gioia, oltre che un segno di continuità e di profonda sintonia dentro una relazione preziosa costruita e custodita nel tempo. Il suo lungo vissuto in Terra Santa e la sua costante cura delle relazioni umane in una terra lacerata dal conflitto armato è da sempre per Rondine un’ispirazione e incoraggiamento a continuare il nostro percorso che mette al centro i giovani, l’ascolto, la condivisione del dolore, credendo fermamente nella possibilità di ricostruire legami tra le persone anche nei contesti così profondamente segnati dalla guerra. Sarà un momento di festa e di gratitudine che ci chiama tutti alla responsabilità e all’impegno quotidiano per spezzare l’arco della guerra iniziando proprio dal guardarci negli occhi e decostruire l’idea del nemico”.
Pierbattista Pizzaballa, Patriarca dei Latini dal 2020, vive da decenni in Terra Santa. Il suo rapporto con Rondine affonda le radici nel 2004, quando divenne Custode di Terra Santa, la più alta autorità francescana nella regione. Una relazione costruita e custodita nel tempo, rivelatasi fondamentale per il lavoro in Medio Oriente, anche grazie alle collaborazioni che consentono di far conoscere a giovani provenienti da contesti di conflitto l’opportunità di vivere due anni a Rondine, incontrare il proprio “nemico” e intraprendere un percorso che mette al centro la riconciliazione, la condivisione del dolore e il recupero delle radici comuni dell’umano.
In vista dell’incontro del 14 febbraio, grazie alla collaborazione con il neonato Gruppo Pax Christi di Arezzo, sono stati coinvolti i ragazzi del catechismo e delle scuole attraverso l’attività ‘Petali di Pace per la Terra Santa’, che sta permettendo di realizzare fiori in carta crespa accompagnati da messaggi di pace, che andranno ad adornare la basilica di San Francesco e che i bambini consegneranno al Patriarca, affinché possano simbolicamente raggiungere la Terra Santa.
L’incontro sarà aperto dai saluti di mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, don Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana, e Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine Cittadella della Pace.
Seguirà l’intervento di don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, sul tema ‘La pace ostinata. Educarsi alla pace, affermare la fraternità’. A concludere, la lectio magistralis del card. Pizzaballa dal titolo ‘Come ricostruire nuove relazioni di fiducia in Terra Santa’. L’evento, ad ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili, è realizzato con la collaborazione della Direzione regionale dei Musei nazionali della Toscana e dei Frati Minori Conventuali di Arezzo, e con il patrocinio del Comune di Arezzo e della Camera di Commercio Arezzo-Siena. L’appuntamento sarà trasmesso in diretta in tutta la Toscana da Tsd, emittente comunitaria della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro (canale 85 del digitale terrestre), e in streaming su www.tsdtv.it/live.
In dialogo con p. Gaffurini: il segno di speranza del Natale in Terra Santa
“Nel 2011 festeggiavo 35 anni di vita monastica concludendo il mio servizio di priore dell’abbazia cistercense di Fiastra e dopo tanti anni ininterrotti di ‘lavori’ i miei superiori mi consigliarono di prendere un tempo sabbatico chiedendomi dove lo volevo trascorrere. Non sapendo dove andare mi è venuto in modo spontaneo la richiesta di trascorrerlo a Gerusalemme, dove ho vissuto un mese. Per noi cristiani il cuore di Gerusalemme è la basilica del Santo Sepolcro, dove ogni giorno si fa memoria del mistero pasquale di Gesù.
Lì ho aiutato i francescani, che ogni pomeriggio ricordano la passione, morte e resurrezione di Gesù, nel canto e nella preghiera; poi sono stato invitato da loro a trascorrere alcune notti di preghiera, perché con tutte le comunità cristiane in Terra Santa si alzano nella notte per un’ora di preghiera. In una di quelle notti che ho avuto la grazia di passare nell’edicola del Santo Sepolcro ho avvertito un invito dal Signore di poter restare in questo luogo particolarmente ricco di grazia. Rientrato al monastero dell’Abbadia di Fiastra ho fatto presente ai superiori il dono di questa Grazia.
Così dopo il mese sabbatico mi hanno concesso un anno sabbatico; però l’affezione al Santo Sepolcro è cresciuta, trasformandosi in un torrente di grazia, ed al termine di questo anno sabbatico mi sono iscritto, sempre con il consenso dei superiori, al corso di ebraico biblico della facoltà di lingue dell’Ordine dei francescani, solo per continuare il mio servizio al Santo Sepolcro.
Nel frattempo il priore generale dei cistercensi venne a Gerusalemme per constatare la mia frequenza effettiva al corso, assecondando il mio desiderio di prolungare la permanenza al Santo Sepolcro. L’anno successivo è ritornato concedendomi la facoltà di passare ad un altro Ordine, dopo averne parlato con il capitolo cistercense, in quanto chi presta servizio in Terra Santa sono i frati minori francescani. Così dopo un tempo di discernimento sono diventato un frate minore francescano”.
Così inizia il racconto di p. Giuseppe Maria Gaffurini, frate dell’Ordine Francescano Minore della Custodia di Terra Santa e presidente della comunità francescana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, incontrato di passaggio all’Abbadia di Fiastra di Tolentino, dopo un convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi a Roma per parlare ai tour operator in vista della ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa, il cui primo si svolge fino al 2 gennaio: “Possiamo dire che Gerusalemme, essendo città santa, è estremamente salvaguardata dalle conseguenze di questa ennesima guerra. Godiamo di una certa sicurezza. Il nostro convento si trova nella Gerusalemme vecchia ed è adiacente alla spianata delle moschee e vicina al muro occidentale. Evidentemente, trovandoci nel luogo più sacro di Gerusalemme sia per i musulmani che per gli ebrei, il luogo è molto sicuro, molto protetto”.
Ecco, allora, come si vive a Gerusalemme?
“Il nostro patriarca, card. Pizzaballa, prendendo spunto da un’espressione di papa Francesco (‘disarmare le parole’) ripresa anche da papa Leone XIV, ci invita in questo momento a non sottolineare più tutto il male che c’è stato e che ancora in qualche modo continuerà. Piuttosto ci invita a sottolineare i piccoli germogli di bene e di pace, affinchè crescano. Quindi è un invito a focalizzare la nostra attenzione sui pochi germogli di bene che si iniziano ad intravedere”.
‘E’ un kairós, un’opportunità. Non so se segnerà la fine della guerra, ma è stato un punto di svolta. Può essere l’inizio di qualcosa di nuovo, un’opportunità che ci è stata data’, affermava alcune settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa con un invito a non abbandonare la Terra Santa. Per quale motivo invita i giovani a non abbandonare la Terra Santa?
“Il patriarca fa di tutto perché le famiglie cristiane rimangano in Terra Santa: sarebbe veramente doloroso che nel luogo dove è nato il cristianesimo, esso possa scomparire. Quindi si sta prodigando con la pastorale e la solidarietà intensa per riuscire a convincere le famiglie cristiane a restare. Sollecita la carità della Chiesa di tutto il mondo per far sì che queste famiglie possano avere una vita dignitosa”.
Nell’omelia della terza domenica di Avvento sempre il card, Pizzaballa ha invitato a mettersi in ascolto della Parola di Dio: ‘Bisogna mettersi in ascolto delle Scritture per comprendere lo stile dell’agire di Dio, il suo modo di amare. Infatti, le parole con cui Gesù rinvia alle opere sono le parole del profeta Isaia sull’attività del Servo di Dio. Così e non in altro modo viene l’atteso e in lui viene Dio agli uomini’. In quale modo i cristiani si sono preparati al Natale in Terra Santa?
“Dopo due anni, durante i quali le luci del Natale sono state spente per volere di tutti i cittadini di Betlemme e per iniziativa del cardinale dello scorso anno, è stato finalmente riacceso nella piazza principale l’albero, rifatto il presepio ed illuminata la stella, mentre le strade della città si sono riempite di luci per accogliere i pellegrini che sono venuti a celebrare il Natale con noi a Betlemme: sembra proprio che Gesù sia nato a Betlemme”.
Quindi si sta ritornando ad una vita ‘normale’?
“Sembra che gli alberghi, che non hanno chiuso in questi due anni di guerra, di Betlemme siano tutti prenotati. Tuttavia rispetto allo scorso anno sembra che si possa affermare che si sta girando pagina”.
Si apre uno spiraglio di pace?
“Non vorremmo esagerare. Potremmo usare l’immagine di Gesù Bambino: per il momento è proprio in fasce, ma ci auguriamo che dalla nascita del Bambino Gesù possa crescere un cammino di pace”.
A proposito del Natale, l’immagine dei Re Magi che adorano Gesù Bambino potrebbe essere un segno di speranza?
“Certamente i Re Magi che indicano l’universalità della terra che riconosce nel Bambino nato a Betlemme, il Messia tanto atteso potrebbe indicare la strada ai cristiani di tutta la Chiesa per ritornare a Betlemme”.
(Foto: sbf.custodia)
Nizar Lama racconta la vita delle famiglie cristiane in Terra Santa
“Oggi sono qui tra voi, proveniente da Betlemme, città della natività di Gesù, non solo per portarvi notizie, ma per essere voce di un popolo sotto l’assedio implacabile; una voce che si alza dalla Cisgiordania e che continua a battere nonostante le restrizioni. Da due anni è iniziata una guerra dolorosa a Gaza, che ha lasciato una ferita profonda da cui ci stiamo ancora riprendendo. Questa guerra è stata una delle più difficili che abbiamo affrontato dal 1948. Mentre Gaza era sotto bombardamento la Cisgiordania era sottoposta ad un pesante assedio su tutti i fronti; la mia città Betlemme, culla di Gesù Cristo, ha sofferto enormemente, tanto da non aver avuto nessun festeggiamento natalizio per due anni consecutivi”.
Così è iniziata la testimonianza di Nizar Lama, guida cattolica palestinese a Betlemme, invitato a Tolentino dal Sermit per raccontare la possibilità della pace in tempo di guerra in Terra Santa: “Immaginate Betlemme, che è una città prevalentemente alimentata dal turismo religioso, senza pellegrini, che dava lavoro a più di 5.000 artigiani; questo già da due anni. Questa non è solo una perdita economica, ma un arresto della vita religiosa e sociale.
E’ sorto un senso di prigionia: è importante sapere che dal 2002 Betlemme è circondato da un muro di separazione, che si estende intorno per km. 60 con un’altezza di 8 metri, facendoci sentire come in una prigione a cielo aperto. Ogni 15 giorni possiamo fare rifornimento di acqua, mentre la benzina arriva ogni 10 giorni. Questi non sono solo numeri, ma una vita interrotta con famiglie che soffrono la sete e la fame con la paralisi di movimento. Siamo quotidianamente esposti agli attacchi dei coloni, che sradicano e bruciano i nostri ulivi secolari, fondamentali per la nostra esistenza”.
Altro problema evidenziato da Nizar è il ‘diritto ‘al culto: “Il nostro diritto al culto è quotidianamente violato: da 2 anni è negato il diritto di praticare i riti religiosi cristiani a Gerusalemme. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a raggiungere il Santo Sepolcro nelle festività della Pasqua. Però in mezzo a tale sofferenza vediamo la pace come unica soluzione alla guerra, perché sappiamo che la pace non si può raggiungere attraverso la violenza. Chiediamo solo di vivere con dignità pregando nei nostri luoghi santi. Dalla culla di Gesù vi chiediamo di guardarci con umanità; non lasciate che le nostre vite si trasformino solo numeri in un notiziario”.
Cosa significa raccontare la guerra?
“Testimoniare la guerra significa portare al mondo il messaggio, di cui abbiamo vissuto in questi due anni: la nostra esistenza e la nostra resistenza. Come cristiani rimanere in Terra Santa in questi due anni di guerra assolutamente non è stato facile, ma con la nostra testimonianza cristiana cerchiamo di portare avanti la pace”.
Come vive la comunità cristiana a Betlemme?
“La comunità cristiana a Betlemme è composta da 1800 famiglie e la Chiesa, per quello che può fare, cerca di darci un supporto, però viviamo momenti molto difficili, perché nella mia città, che viveva di turismo, c’è una disoccupazione che arriva all’80%: tutto è fermo e 120 fabbriche artigianali sono chiuse. Non abbiamo rifugi sotterranei a Betlemme e quando arrivavano i missili dallo Yemen e dall’Iran rimanevamo a casa a pregare. Una Terra Santa senza cristiani non è più Terra Santa; per questo la nostra presenza in Terra Santa è importante per il cristianesimo”.
Hai tre bambini piccoli: come vivono i bambini a Betlemme?
“Vivono sempre con la paura, perché sono arrivati missili da tutte le parti, anche dallo Yemen e dall’Iran: è stato spaventoso. Inoltre hanno perso due anni scolastici e nessun campo estivo. Sono rimasti sempre chiusi in casa”.
In quale modo da Betlemme potrebbe partire una testimonianza di pace?
“Dal 7 ottobre 2023 a Betlemme preghiamo il rosario per la fine di questo conflitto il più presto possibile. Auguriamo che con la nascita di Gesù possa nascere una nuova pace duratura”.
Perché continuate a credere nella pace?
“E’ la speranza. Noi cristiani della Terra Santa abbiamo una fede molto grande e crediamo che la nostra presenza in Terra Santa è molto importante e, nonostante che siamo 1% della popolazione, questo ci dà la speranza di un futuro migliore”.
In quale modo i cristiani possono contribuire alla costruzione della pace?
“Con molta difficoltà, perché la comunità cristiana in Terra Santa rappresenta solo 1% della popolazione. Per noi questo comporta molta fatica nel seminare la pace nei cuori degli ebrei ed in quelli dei mussulmani”.
Quali prospettive ci sono per la ‘costruzione’ della pace?
“Tantissime realtà operano per stabilire la pace. Noi auguriamo con tutto il cuore che chi lavora a favore della pace possa ottenere la pace tra le fedi; noi cristiani siamo contro ogni estremismo e cerchiamo di portare azioni di pace: vogliamo la pace con i mussulmani e con gli ebrei. Cerchiamo di ottenere che la pace sgorghi dal cuore”.
A proposito di pace un editto di secoli fa stabilisce che il sindaco di Betlemme sia cattolico: come è possibile?
“C’è un ‘firmano’ (decreto, ndr.) ottomano del 1835 che afferma che in otto città palestinesi il sindaco deve essere cristiano e Betlemme rientra in questa delibera”.
Come vivono i cristiani di Betlemme il Natale?
“Purtroppo dal 7 ottobre 2023 abbiamo avuto due Natali ‘silenziosi’ e tristi con la città vuota. Quest’anno il comune di Betlemme ha deciso di far celebrare di nuovo il Natale ed i bambini sono molto contenti. Speriamo che ci sia una pace vera. Il comune ha deciso di rimettere anche l’Albero di Natale nella piazza della Mangiatoia, acceso sabato 6 dicembre”.
Quale messaggio ci lasci a nome dei cristiani in Terra Santa?
“Il Natale, per noi, significa la nascita di una ‘cosa’ nuova: speriamo che sia la nascita di una pace duratura in Terra Santa. Ed a voi vi chiedo di sostenere le famiglie cristiane in Terra Santa e di non abbandonarci. Spero di vedervi presto a Betlemme ed a Gerusalemme”.
Per sostenere le famiglie di Betlemme si può fare un versamento al Sermit attraverso Intesa San Paolo: IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377: o Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627 con la causale ‘Sostegno Nizar Lama Betlemme’.




























