Mons. Nerbini alla città: ‘Prato, guarda avanti!’

‘Prato, guarda avanti!’: si intitola così la ‘Lettera alla città’ che mons. Giovanni Nerbini ha scritto ai pratesi nella festa della Natività di Maria, ricordando i mesi della pandemia: “Abbiamo iniziato a tessere quella che è la storia della Prato di domani. Fili e lacci di colori diversi, a volte cupi hanno tenuto unite le nostre vite quotidiane in questo ultimo anno e mezzo: il dolore di tanti (la pandemia ha toccato negli affetti, nel corpo, nelle condizioni di vita, nel lavoro, nelle relazioni, nello studio) così come le attese di giorni più sereni, di una vita segnata dalla cura per la dignità della persona, di una città capace di essere a misura di umanità”.

Come aveva già coraggiosamente proposto proprio nei giorni più bui del lockdown, il 19 marzo 2020, il vescovo ha chiesto a tutti di gettare oltre lo sguardo e il cuore: “Adesso, dopo quelli che, si spera, sono stati i mesi più duri di questa emergenza sanitaria è avanti che dobbiamo guardare. E per farlo Prato può ricorrere alla sua antica sapienza: ossia tessere, intrecciare fili diversi secondo un disegno creativo, ma unitario. Perché tessere è volontà di raggiungere una mèta, portando la tela sempre più avanti”.

Prendendo spunto dal Libro dei Re  mons. Nerbini ha chiesto di ascoltare la Sacra Scrittura: “La Scrittura, con la sua ricchezza spirituale e di umanità, si pone dinanzi a noi anche in questo tempo nel quale la pandemia ci obbliga a misurarci con la realtà: con tutta la sua durezza e al contempo con gli spazi di possibilità che si aprono e chiamano in causa la nostra responsabilità.

I cristiani, nella loro storia millenaria, hanno imparato quanto questo dialogo fra la Parola e la vita sia stato fecondo: capace di dischiudere lo sguardo sulla verità delle cose e sugli orizzonti di futuro possibili e al tempo stesso in grado di alimentare una comprensione più acuta e profonda della Scrittura…

Così, anche per i cristiani di questo momento storico, anche per la Chiesa che è in Prato, la Parola si offre come una realtà viva e vitale, che alimenta l’intelligenza delle cose e si schiude, come i petali di un fiore, alla luce della Storia viva delle donne e degli uomini”.

Ascoltare la Parola significa non rimpiangere il passato: “Proprio questa docilità del cuore rappresenta la disposizione d’animo che dobbiamo lasciar maturare dentro di noi per imparare a pensare il presente e il futuro della città di cui siamo parte.

Soprattutto, questa docilità ci consente, in primo luogo, di accettare i nostri limiti, di non cedere alla tentazione di chiuderci in noi stessi e guardare al nostro bene individuale, a quelle che crediamo essere le nostre sicurezze. Come Salomone, anche noi dobbiamo pensare a come possiamo fare il bene del popolo.

Come Salomone dobbiamo riconoscere che nessuno di noi ha la forza, da solo, di assolvere a questo compito e dunque abbiamo bisogno di disporci all’ascolto e alla comprensione e dobbiamo farlo assieme, aiutandoci l’un l’altro a capire, perché in ciascun essere umano alberga un frammento di verità”.

Ed ecco la proposta di lavorare insieme, che nasce dall’amore per la città e per tutto il suo territorio: “Ci occorre la capacità di sentire il sapore della realtà, di saper cogliere cosa c’è di amaro nelle sofferenze e nelle fatiche, nella crisi del lavoro e nel dover lasciare quanto non possiamo portare nel domani.

Ci occorre la capacità di sentire il gusto buono delle speranze, delle tante idee e iniziative che ci sono ma non trovano spazio o a cui non sappiamo dare voce. E’ la sapienza che ci consente di dire che è male pensare di uscire dalla crisi salvando la rendita (uno dei virus della Prato degli ultimi decenni) anziché il lavoro e con esso le donne e gli uomini.

E’ la sapienza che ci fa riconoscere il bene negli sforzi di restituire alla loro funzione sociale l’iniziativa privata e l’azione di sindacati, associazioni di categoria, forze politiche e culturali”.

Un lavoro di ‘squadra’ che metta insieme le intelligenze: “Anche in questo possiamo cogliere un appello rivolto a tutta la nostra comunità: se la sapienza ci può mostrare la ricchezza multiforme della realtà, l’intelligenza di tante persone ci permette di vedere come la realtà vive, cresce, cambia direzione.

Per questo la nostra comunità ha bisogno di attingere alle tante intelligenze che in essa già ora operano. Il distretto del ‘fare’ ha oscurato troppo spesso la città ‘del pensare’, lasciando da parte competenze, risorse intellettuali, ricerca e confronto di idee”.

E le intelligenze sono molte: “Abbiamo l’urgenza di mettere a frutto l’intelligenza del lavoro, dei tanti mestieri e delle tante professioni che la nostra Prato esprime. Dobbiamo dare spazio all’intelligenza economica di chi ha gli strumenti per consigliare come investire in modo efficace e giusto.

Ci serve l’acume dell’intelligenza sociale dei tanti che si impegnano nelle associazioni e in quello che chiamiamo terzo settore e l’intelligenza culturale che sa coltivare la pluralità di un territorio pronto a farsi casa per tutte le donne e gli uomini di buona volontà.

La nostra comunità ha bisogno dell’intelligenza della cura, che è propria di chi si occupa delle ferite del corpo e dell’anima nelle nostre strutture sociosanitarie soprattutto a vantaggio dei fragili, degli ultimi e degli emarginati. Mi piace ricordare come in questi mesi difficili abbiamo ricevuto tutti un esempio edificante dalle professioni sanitarie”.

Un popolo però ha bisogno dei giovani: “Non basta la competenza di uno solo, perché la realtà e l’umanità non sono a una dimensione: non è tutto solo economia, o politica o religione, perché l’essere umano, che è immagine e somiglianza di Dio, è aperto a insospettabili possibilità e soprattutto è investito della responsabilità della propria libertà. Quello che abbiamo davanti è dunque un compito preciso: diventare popolo. O forse sarebbe meglio dire: ridiventare popolo…

Se davvero vogliamo guardare ai mesi e agli anni che abbiamo davanti con la sapienza e l’intelligenza che alimentano un cuore docile, è ai giovani che dobbiamo guardare. Non solo per prenderci cura di loro: più ancora, per chiedere loro di indicarci la direzione che la nostra comunità deve prendere, verso dove iniziare a camminare e così diventare popolo”.

Concludendo la lettera il vescovo di Prato sottolinea che si deve dare fiducia ai giovani: “Se è del contributo e dell’impegno di tutti che abbiamo bisogno, è soprattutto ai giovani che dobbiamo affidarci, domandando loro, certo, anche un di più di responsabilità. Prato conta una popolazione giovanile superiore alle altre città vicine, una risorsa che troppo spesso dimentichiamo. 

Sono i loro cuori quelli più ‘docili’, disposti ad ascoltare e apprendere. Sono loro i più pronti a ricevere ed esercitare la sapienza e l’intelligenza, a dirci ciò che è male e ciò che è bene, a spiegarci come tenere assieme economia, socialità, cultura, politica, fede e dare al domani di Prato il volto e lo sguardo di un popolo che sa camminare nella storia degli uomini. E’ sulla loro ‘misura’ che dobbiamo costruire la città di domani”.

(Foto: diocesi di Prato)

89.31.72.207