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Papa Leone XIV sollecita ad una più accurata formazione biblica
“La proposta formativa a cui partecipate corrisponde alla duplice missione del Pontificio Istituto Liturgico. Come auspicava il Santo Padre Benedetto XVI, esso prosegue con slancio il suo servizio alla Chiesa, nella piena fedeltà alla tradizione liturgica e alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, secondo le linee maestre della ‘Sacrosanctum Concilium’ e dei pronunciamenti del Magistero. Dall’altra parte, iniziative come questa danno attuazione ai compiti formativi enunciati nella Costituzione apostolica ‘Veritatis gaudium’, come quello di formare ministri e fedeli per prepararli al loro servizio nella pastorale e nella liturgia”: inizio settimana intenso per papa Leone XIV, che oggi ha incontrato la Federazione Biblica Cattolica, esortando a diventare ‘lettera vivente scritta non con inchiostro’ ma con lo Spirito di Dio, dando così testimonianza in un mondo in cui il Vangelo spesso non viene contemplato.
Ed ha sottolineato la necessità di una formazione biblica: “In effetti, nelle diocesi e nelle parrocchie c’è bisogno di tale formazione ed è importante, laddove non vi siano, iniziare percorsi biblici e liturgici. Il Pontificio Istituto Liturgico potrebbe qualificarli, per aiutare le Chiese particolari e le comunità parrocchiali a lasciarsi formare dalla Parola di Dio, spiegando i testi del Lezionario feriale e festivo, e anche per proseguire una iniziazione cristiana e liturgica che aiuti i fedeli a comprendere, per mezzo dei riti, delle preghiere e dei segni sensibili, il mistero di fede che si celebra”.
Formazione soprattutto per chi ha il compito di proclamare le letture: “A proposito della formazione biblica unita a quella liturgica, raccomando alla cura dei direttori degli uffici di pastorale liturgica la particolare attenzione verso coloro che proclamano la Parola di Dio. Assicurate una preparazione approfondita dei lettori istituiti e di quanti leggono le Scritture in modo stabile nelle celebrazioni. Le competenze bibliche di base, una dizione chiara, la capacità di cantare il salmo responsoriale, come pure di comporre le preghiere dei fedeli per la comunità sono aspetti importanti che attuano la riforma liturgica e fanno crescere il cammino del Popolo di Dio”.
Infatti la formazione liturgica è molto importante e non può essere trascurata: “Sappiamo bene che la formazione liturgica è uno dei temi principali di tutto il percorso conciliare e post-conciliare. Si sono compiuti tanti passi in avanti, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Non ci stanchiamo: riprendiamo con slancio le buone iniziative suscitate dalla riforma e al tempo stesso ricerchiamo nuove vie e nuovi metodi.
L’ufficio per la pastorale liturgica è responsabile in ogni diocesi della formazione liturgica permanente del clero e dei fedeli, della preparazione ai ministeri, della cura dei gruppi liturgici parrocchiali, dei ministranti, dei lettori, dei cantori. Si tratta di favorire una fruttuosa partecipazione del Popolo di Dio, come pure una liturgia decorosa, attenta alle diverse sensibilità e sobria nella sua solennità”.
Inoltre il papa ha invitato a non trascurare i momenti di preghiera a cui la Chiesa richiama sempre: “Tra gli aspetti legati al vostro servizio di direttori, desidero richiamare la promozione della Liturgia delle Ore, la cura per la pietà popolare, l’attenzione alla dimensione celebrativa nella costruzione delle nuove chiese e nell’adeguamento di quelle già esistenti. Sono temi che affronterete durante il corso e con cui vi cimentate ogni giorno”.
Eppoi i gruppi liturgici parrocchiali devono avere un consenso da parte della diocesi: “In molte parrocchie, poi, sono anche presenti i gruppi liturgici, che devono lavorare in sinergia con la commissione diocesana. L’esperienza di un gruppo, anche piccolo ma ben motivato, che si occupa della preparazione della liturgia è espressione di una comunità che cura le sue celebrazioni, le prepara, le vive in pienezza, in accordo con il parroco. In questo modo si evita di delegare a lui tutto e di lasciare solo a pochi la responsabilità del canto, della proclamazione della Parola, dell’ornamento della chiesa”.
Quindi ha invitato a rendere di nuovo ‘attraente’ la liturgia: “Col tempo, purtroppo, alcuni di questi gruppi si sono assottigliati fino a sparire, quasi avessero smarrito la loro identità; occorre allora impegnarsi perché questo ambito della vita della Chiesa torni a essere attraente, capace di coinvolgere persone competenti o almeno inclini a questo tipo di servizio”.
Mentre alla Federazione Biblica Cattolica il papa ha ripreso la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, ‘Dei Verbum’, di cui ricorre il 60^ anniversario: “In questi giorni di riflessione, vi incoraggio a riesaminare la vostra fedeltà personale ed ecclesiale a questo mandato, che non è altro che la proclamazione del kerygma, il mistero salvifico di nostro Signore Gesù Cristo. Infatti, la vostra missione e la vostra visione dovrebbero sempre essere ispirate dalla convinzione che la Chiesa non trae vita da se stessa, ma dal Vangelo…
Allo stesso tempo, è essenziale garantire un facile accesso alla Sacra Scrittura a tutti i fedeli, affinché tutti possano incontrare il Dio che parla, condivide il suo amore e ci introduce nella pienezza della vita. A questo proposito, le traduzioni delle Scritture rimangono indispensabili e vi ringrazio per il vostro impegno nel promuovere la lectio divina e ogni iniziativa che incoraggi la lettura frequente della Bibbia”.
Inoltre è necessario comprendere il modo di comunicare la Parola di Dio alle nuove generazioni: “Tuttavia, oggi le nuove generazioni vivono in nuovi ambienti digitali dove la Parola di Dio viene facilmente messa in ombra. Le nuove comunità si trovano spesso in spazi culturali in cui il Vangelo è sconosciuto o distorto da interessi particolari. Dobbiamo quindi chiederci: cosa significa ‘facile accesso alla Sacra Scrittura’ nel nostro tempo? Come possiamo facilitare questo incontro per coloro che non hanno mai ascoltato la Parola di Dio o le cui culture rimangono estranee al Vangelo?..
In definitiva, la vostra missione è quella di diventare ‘lettere vive… scritte non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente’, testimoniando il primato della Parola di Dio sulle molteplici voci che riempiono il nostro mondo”.
Infine ai partecipanti al seminario di etica nella gestione sanitaria, organizzata dalla Pontificia Accademia per la Vita, il papa ha messo in guardia dalle manipolazioni: “Strumenti efficaci come l’intelligenza artificiale possono essere manipolati, addestrati e diretti in modo tale che, per ragioni di opportunità o di interesse personale (siano essi economici, politici o di altro tipo) si generi un pregiudizio, a volte impercettibile, nell’informazione, nella gestione e nel modo in cui ci presentiamo o ci approcciamo agli altri”.
Quindi l’esortazione è quella di cambiare la prospettiva di veduta: “Le persone cadranno così in una manipolazione perversa che le classificherà in base alle cure di cui hanno bisogno e al loro costo, alla natura delle loro malattie, trasformandole in oggetti, dati, statistiche. Credo che il modo per evitare questo stia nel cambiare prospettiva, nel percepire il valore del bene con una visione ampia, nel vedere, se vogliamo, come vede Dio, per non concentrarci sul profitto immediato, ma su ciò che sarà meglio per tutti, sapendo essere pazienti, generosi e solidali, creando legami e costruendo ponti, lavorando in modo collaborativo, ottimizzando le risorse, affinché tutti possano sentirsi protagonisti e beneficiari dell’opera comune”.
(Foto: Santa Sede)
‘Non sono il mio reato’: la scrittura in carcere ridà voce alla speranza
“Lo spazio non può essere concepito unicamente come luogo di custodia, ma deve includere ambienti destinati alla socialità, all’affettività e alla progettualità del trattamento”. Sono parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate durante un incontro istituzionale con i vertici dell’Amministrazione Penitenziaria. Parole che risuonano con forza nell’attività quotidiana della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, che da anni affianca detenuti e famiglie nel difficile cammino del riscatto umano e sociale.
“Ancora una volta il monito del Presidente Mattarella sulle condizioni dei detenuti in carcere ci stimola a continuare nel nostro servizio di volontari della Società di San Vincenzo De Paoli”, commenta Antonella Caldart, Responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza, che aggiunge: “essere portatori di speranza, lavorando con e per i ristretti, affiancandoli, laddove possibile, nel loro cammino verso la consapevolezza che, se errare è umano, ripensare le proprie azioni può davvero are a dare un senso nuovo alla propria vita, dentro e, un domani, fuori dai luoghi di detenzione”.
Una delle espressioni più alte di questo impegno è il Premio Carlo Castelli, concorso letterario nazionale giunto alla sua XVIII edizione, rivolto a tutti i detenuti degli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili.
Il tema scelto per l’edizione 2025 è chiaro, diretto e carico di significato ‘Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato’. Un invito a guardarsi dentro senza più confondersi con il proprio errore. Perché dietro ogni reato c’è una persona. E ogni persona può cambiare.
Attraverso racconti, poesie, autobiografie e opere multimediali, i partecipanti sono chiamati a compiere un viaggio interiore tra coscienza, miglioramento e umanità. Il linguaggio? Quello potente della scrittura, capace di rompere le sbarre dell’indifferenza e accendere scintille di speranza. La premiazione si svolgerà venerdì10 ottobre 2025 dalle ore 14.30 presso la Casa Circondariale ‘Nerio Fischione’ di Canton Mombello via Spalto San Marco 20, Brescia (BS).
Il Premio Carlo Castelli non è solo un concorso letterario: è un gesto concreto di speranza. I primi tre classificati – due adulti e un minore – ricevono un riconoscimento doppio: una parte in denaro destinata a loro personalmente e un’altra parte che diventa opportunità per qualcun altro, finanziando un progetto di reinserimento. Tre premi, tre percorsi di rinascita: uno in un Istituto penitenziario per adulti, uno attraverso l’Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE) e uno in un Istituto penale minorile. In questo modo, il premio diventa un mezzo per investire in un futuro condiviso, evidenziando l’importanza del sostegno reciproco anche in situazioni difficili come quelle carcerarie. Inoltre, i testi vincitori insieme ai primi dieci segnalati come meritevoli dalla Giuria, verranno pubblicati in un’antologia distribuita in tutta Italia e allegata alla rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’, con una tiratura di oltre 13.600 copie.
Il Premio è intitolato alla memoria di Carlo Castelli, storico volontario vincenziano e promotore della Legge Gozzini. Il suo impegno per una giustizia più umana rivive oggi in questo progetto che unisce cultura, dignità e reintegrazione. In abbinamento al Premio, sabato11 ottobre 2025, a partire dalle ore 9.30, il Teatro Sant’Afra diBrescia ospiterà un convegno di alto profilo, aperto al pubblico,che vedrà la partecipazione di relatori di spicco: Gherardo Colombo, già magistrato, giurista e scrittore; don Gino Rigoldi, già cappellano dell’Istituto Penale Cesare Beccaria di Milano; prof. Carlo Alberto Romano, Prorettore per l’Impegno Sociale per il Territorio – Università degli Studi di Brescia; dott.ssa Luisa Ravagnani, docente di Criminologia penitenziaria e Giustizia riparativa – Università degli Studi di Brescia; dott. Mauro Ricca, Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza per il Comune di Brescia.
Sarà un momento di confronto aperto, che ospiterà anche una tavola rotonda, per ragionare insieme sul senso della pena, sul ruolo della comunità e sulle possibilità di cambiamento. Perché la giustizia, quando è davvero tale, è sempre anche rigenerazione.
L’iniziativa nelle passate edizioni ha ottenuto il patrocinio della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e del Ministero della Giustizia, ed è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica. Tra i media partner, il Pontificio Dicastero per la Comunicazione, TV2000,Radio In Blu e l’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana).Riconoscimenti che sono attesi anche per la XVIII Edizione.
L’impegno della Società di San Vincenzo De Paoli però non si ferma alle mura del carcere. Con il progetto “ScegliAmoBene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile”, l’associazione entra nelle scuole italiane per promuovere una cultura della legalità, del rispetto e della scelta consapevole. Attraverso incontri, dibattiti e laboratori, il progetto accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’impatto delle proprie azioni e sull’importanza del bene comune.
In un’epoca segnata da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questo doppio impegno – nelle carceri e tra i banchi di scuola – rappresenta un seme di speranza. Perché nessuno è mai solo il proprio errore. E ogni storia, se trova ascolto, può riscriversi.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
Papa Leone XIV invita i giovani ad aprirsi all’amore di Dio
“E’ per me un piacere salutare tutti voi riuniti al White Sox Park per questa grande celebrazione come comunità di fede dell’arcidiocesi di Chicago. Un saluto speciale al cardinale Cupich, ai vescovi ausiliari, a tutti i miei amici che si sono riuniti oggi in occasione della solennità della Santissima Trinità”: in un videomessaggio per la celebrazione organizzata dall’arcidiocesi di Chicago nello stadio di baseball dei White Sox in suo onore, papa Leone XIV ha invitato a rivolgersi all’amore di Dio.
Nel videomessaggio il papa ha invitato i giovani a prendere come ‘modello’ la Trinità: “Ed inizio da qui perché la Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Perciò, mentre oggi vi siete riuniti per questa grande celebrazione, desidero esprimervi la mia gratitudine e al tempo stesso incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”.
Anche se le circostanze non sono molto favorevoli il papa ha invitato i giovani a vivere l’opportunità della fede: “A volte può essere che le circostanze della vostra vita non vi hanno dato l’opportunità di vivere la fede, di vivere come membri di una comunità di fede, e io vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente…, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede.
A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri”.
Quindi attraverso l’amicizia si può scoprire l’amore di Dio: “E in quel servizio agli altri possiamo scoprire che, unendoci in amicizia, costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita. Momenti di ansia, di solitudine….
Tante persone che soffrono a causa di diverse esperienze di depressione o tristezza, possono scoprire che l’amore di Dio è veramente capace di guarire, che porta speranza, e che in realtà, ritrovarsi come amici, come fratelli e sorelle, in una comunità, in una parrocchia, in un’esperienza di vita vissuta insieme nella fede, possiamo scoprire che la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita”.
Ecco che la condivisione della fede è un segno di speranza: “Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri (sensibilizzando, servendo, cercando modi per rendere il nostro mondo un posto migliore) dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero”.
Ed i giovani possono essere promessa, come afferma sant’Agostino: “Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione (come Chiesa e nella società) di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.
Ma la promessa si realizza superando gli egoismi: “Dobbiamo guardare al di là dei nostri (se così possiamo definirli) modi egoistici. Dobbiamo cercare modi per unirci e promuovere un messaggio di speranza. Sant’Agostino ci dice che se vogliamo che il mondo sia un posto migliore, dobbiamo iniziare da noi stessi, dobbiamo iniziare dalla nostra vita, dal nostro cuore”.
Quindi possono diventare ‘fari di speranza’, come ha affermato sant’Agostino: “Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; eppure, man mano che cresciamo nella nostra unità, ma mano che ci riuniamo in comunione, scopriamo che quella luce diventa sempre più luminosa. Quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero.
Tutti viviamo con tante domande nel nostro cuore. Sant’Agostino parla così spesso del nostro cuore ‘che non ha posa’ e dice: ‘il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te Signore’. Questa inquietudine non è una cosa negativa, e noi non dovremmo cercare modi per estinguere il fuoco, per eliminare o addirittura anestetizzarci alle tensioni che sentiamo, alle difficoltà che sperimentiamo. Dovremmo piuttosto entrare in contatto con il nostro cuore e riconoscere che Dio può operare nella nostra vita, mediante la nostra vita e, attraverso di noi, raggiungere altre persone”.
Il videomessaggio si conclude con l’invito ad aprirsi all’amore di Dio: “Vorrei quindi invitarvi tutti a prendervi un momento, ad aprire il vostro cuore a Dio, all’amore di Dio, a quella pace che solo il Signore può donarci. A sentire quanto è profondamente bello, quanto è forte, quanto è significativo l’amore di Dio nella nostra vita. E a riconoscere che, sebbene non facciamo nulla per meritarci l’amore di Dio, Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi.
E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato. Che possiate essere davvero benedetti mentre vi riunite per questa celebrazione. Che l’amore e la pace del Signore scendano su ognuno di voi, sulle vostre famiglie, e che Dio vi benedica tutti, affinché possiate essere sempre fari di speranza, un segno di speranza e di pace nel mondo intero”.
Vi racconto come io e Carlo Acutis siamo diventati amici…
Esiste un prima e un dopo, nella mia vita, rispetto a quando il prossimo santo, Carlo Acutis, ha iniziato a farne parte. Ad oggi, maggio 2025, mi guardo indietro e penso alla straordinaria avvenuta che sto vivendo insieme a lui, non per merito, ma per grazia. Per grazia, dico, perché da anni sto girando l’Italia, incontrando centinaia di giovani, presentando i libri che ho scritto su di lui, ma se mi chiedono: ‘Quando hai pensato di scrivere di Carlo?’, la mia risposta è: ‘Mai’.
Tutto è iniziato nel dicembre 2016. Ero appena stata rifiutata da un posto di lavoro, dove, fatto il colloquio, in totale onestà, avevo detto di essere incinta. Questo mi è costata l’esclusione da quella posizione. Non avevano alcuna intenzione di assumere una donna in stato di gravidanza. E, d’altronde, chi lo fa? Le rare volte in cui accade, la notizia finisce addirittura sul giornale. Invece di essere la normalità, è un caso davvero eccezionale.
Succede spesso nel nostro Paese, lo so, ma ricordo che all’inizio rimasi malissimo per quella porta chiusa. Era come se Dio mi tradisse. Io mi ero fidata, mi ero aperta subito alla vita, giovane, appena sposata. Avrei potuto aspettare, fare meglio i miei calcoli. Invece, avevo deciso di fidarmi della Provvidenza. Ed, adesso, quel no, pesava.
Sarei mai riuscita a realizzare il sogno di essere madre e, al tempo stesso, lavorare nell’ambito della comunicazione, della scrittura, del giornalismo, per cui avevo studiato? Quel posto di lavoro sembrava perfetto per me e io lo stavo perdendo… Passai due settimane di desolazione. Ero felicissima di diventare madre, ma, al tempo stesso, mi sentivo demoralizzata. Avevano ragione: se diventi madre giovane, devi fare tante rinunce personali.
In quel momento, però, arrivò la richiesta della Mimep, con cui avevo pubblicato il mio primo romanzo, ma, inizialmente, senza particolare successo. Mi dissero: ‘Ti va di scrivere un romanzo su Carlo Acutis?’ Non vi nascondo che avrei potuto rispondere: ‘Carlo chi?’ Era abbastanza conosciuto, soprattutto al Nord Italia, ma non come adesso e io, sinceramente, lo aveva a malapena sentito nominare. Tuttavia, scrivere era la mia passione e io non avevo nulla da fare. Che avevo da perdere? Decisi di documentarmi.
Carlo diventò molto presto un fratello maggiore nella fede, per me. Scoprii che eravamo quasi coetanei. Io del ‘92, lui del ’91 e aveva così tanto da insegnarmi, con la sua purezza di cuore, con il suo distacco dai beni materiali… con quella fede genuina nell’Eucaristia. Accettai di scrivere su di lui e nacque il primo libro sulla sua figura: ‘Sei nato originale, non vivere da fotocopia’ (2017), ideato e completato nel periodo della gravidanza. Le mie due vocazioni che andavano di pari passo.
Non lo sapevo ancora, ma quella porta chiusa, quel tempo di presunta aridità, mi aveva aperto un portone, stava mettendo le basi per la mia vita futura come scrittrice. Oggi, per Carlo, sto letteralmente girando l’Italia. A volte da sola, a volte con tutta la mia famiglia. Parto dalle Marche, dove vivo, per raggiungere sempre mete nuove: dalla Calabria alla Sicilia, dalla Lombardia all’Emilia Romagna, passando per Roma.
Mi trovo continuamente in giro, a raccontare la sua vita, i suoi gesti, la sua spiritualità, la sua amicizia con Gesù. Vado dove mi chiamano. In famiglia, abbiamo preso una decisione: smettere di prenotare viaggi, perché dove andremo nei prossimi mesi, forse nei prossimi giorni, lo decide lui. La mia vita e quella di Carlo si sono intrecciate in una maniera che, ancora, per me, ha dell’inspiegabile. Oggi posso solo dire che ho lasciato tutto, per seguire Gesù. Ho avuto paura di farlo, ma Gli ho detto: ‘Fai tu’. Ed è proprio vero che Lui ci dà il centuplo, in case, fratelli, sorelle, ‘in bellezza della vita’ a partire da quaggiù. L’ultimo libro che ho scritto sul prossimo santo millennial è questo: Carlo Acutis l’influencer di Dio | Casa Editrice Mimep Docete.
A Torino il premio letterario in memoria di don ‘Meco’ con oltre 800 testi in concorso
Sono oltre ottocento, tra poesie, racconti e saggi brevi, gli elaborati giunti alla segreteria della prima edizione del Premio letterario ‘Meco’ in memoria di don Domenico Ricca, il sacerdote salesiano e storico cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti scomparso nel marzo dello scorso anno.
“Contributi – spiegano dal Forum Terzo Settore del Piemonte, che ha promosso il concorso letterario insieme ai Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con il settimanale diocesano ‘La Voce e Il Tempo’ e il patrocinio della Città di Torino e del Consiglio regionale del Piemonte – sono arrivati da tutta Italia e da persone di ogni età.
L’autore più anziano è nato nel 1938, il più giovane del 2012 e, come ad esempio è accaduto alla casa circondariale di Biella, i detenuti che hanno frequentato un corso di scrittura creativa hanno poi pensato di mettere in pratica quanto appreso, decidendo di partecipare al Premio ‘Meco’. Un segno questo, aggiungono dal Forum, che quando il lavoro degli operatori negli istituti di pena è svolto con sensibilità e attenzione, i risultati positivi non tardano ad arrivare proprio attraverso le attività finalizzate alla cura e alla rieducazione dei ristretti”.
Elaborati sono stati inviati anche da un gruppo di giovani reclusi al Ferrante Aporti, ai quali è riservata una sezione del Premio (le altre categorie sono Giovani e Adulti, dai 19 anni in su, Adolescenti, dai 14 fino ai 18 anni, e due premi speciali destinati a persone con disabilità). I ragazzi del Ferrante Aporti sono stati coinvolti nell’iniziativa “grazie all’impegno dei nostri insegnanti – come evidenzia don Silvano Oni, il salesiano oggi cappellano dell’istituto di pena minorile torinese – che hanno spiegato e fatto comprendere loro il senso del concorso letterario e raccontato la figura di don Meco, un uomo che i docenti hanno personalmente conosciuto, condividendo la dedizione verso i giovani più fragili”.
La giuria del Premio ‘Meco’ (presieduta dalla giornalista Marina Lomunno e di cui fanno parte gli scrittori Margherita Oggero e Younis Tawfik, l’ex magistrato Ennio Tomaselli, Claudio Sarzotti, docente di sociologia e direttore della rivista Antigone, la garante dei detenuti della Città di Torino, Monica Cristina Gallo, ed esperti di educazione e scienze sociali) è già al lavoro da qualche settimana per esaminare gli elaboratori.
La premiazione avverrà il 16 maggio al Salone del Libro di Torino (alle ore 18, nel corso di un incontro ospitato nello spazio della Città di Torino). In quell’occasione sarà anche presentata una pubblicazione che raccoglie i migliori elaborati del concorso letterario. Il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato, che accoglie e sostiene minori fragili e dove don Domenico era di casa.
A proposito di appuntamenti dedicati alla giustizia minorile, nell’ambito della seconda edizione del ciclo di conferenze sui temi del carcere curato dall’Opera Barolo in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo, il 6 giugno alle ore 17, Palazzo Barolo (via delle Orfane 7, Torino), ospiterà l’incontro ‘Carcere minorile e decreto Caivano. Punire o rieducare? Le nuove misure tra inasprimento delle pene e crisi dei percorsi riabilitativi’, organizzato con il Forum Terzo Settore del Piemonte, i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta e l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.
Sarà un’occasione per ricordare l’opera del salesiano don ‘Meco’ Ricca e riflettere sulle opportunità di reinserimento sociale offerte ai minori ristretti, sul ruolo delle realtà del Terzo settore e sulla trattazione dell’argomento da parte dei media.
(Foto: La Voce e Il Tempo)
Intelligenza Umana e Artificiale a confronto
Giovedì 27 marzo, alle ore 17.30, si terrà un nuovo incontro del ciclo ‘Caffè Filosofici in Biblioteca. Tra un bicchiere di vino e un calice di idee’, all’Università Europea di Roma, via degli Aldobrandeschi 190. Il tema sarà ‘Una pagina scritta: da chi? Intelligenza Umana vs Intelligenza Artificiale’. Interverranno il Prof. Padre Alberto Carrara LC, Decano della Facoltà di Filosofia e Coordinatore del Gruppo di Ricerca in Neurobioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, e il Prof. Claudio Bonito, Professore incaricato in Filosofia dello stesso ateneo. Modererà il Prof. Guido Traversa, Associato di Filosofia Morale nell’Università Europea di Roma.
L’incontro è patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, dal Gruppo di Ricerca in Neurobioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Da sempre la scrittura è un ponte tra chi narra e chi legge, un filo invisibile che lega autore e lettore in un rapporto empatico. Che si tratti della voce di un contemporaneo o dell’eco di un autore del passato, leggere significa entrare in una relazione: comprendere, immedesimarsi, lasciarsi trasformare.
Che cosa accade quando chi scrive non è più un essere umano, ma un’intelligenza artificiale? Possiamo ancora parlare di empatia? Questo tipo di scrittura ha un autore, un’intenzione, un’anima? Oppure il testo diventa un prodotto neutro, privo di quell’esperienza vissuta che rende la parola umana così potente?
In questo Caffè Filosofico si esplorerà la natura della scrittura nell’era dell’intelligenza artificiale, mettendo a confronto la creatività umana con la produzione algoritmica. Quali sono le differenze sostanziali tra un testo scritto da un autore in carne e ossa e quello generato da una macchina? Il lettore può ancora riconoscere una voce autentica o il confine tra umano e artificiale si sta dissolvendo?
L’incontro sarà un’occasione per riflettere insieme su cosa significhi oggi leggere, scrivere e comunicare in un mondo in cui le parole non sono più esclusivamente nostre. I Caffè Filosofici dell’Università Europea di Roma nascono da un’intuizione del Prof. Guido Traversa. Sono realizzati con il supporto degli Uffici per la Terza Missione e le Attività Istituzionali e con la collaborazione del Centro di Formazione Integrale della stessa università e dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Gli incontri in biblioteca hanno l’obiettivo di attivare un processo di interazione con la comunità cittadina, allo scopo di sviluppare la ricerca e promuovere la crescita sociale, culturale e scientifica del territorio.
Terza Domenica del Tempo Ordinario: Eccomi a voi! Dio ha mantenuto la promessa!
Assai significativo il brano del Vangelo. Ogni volta che leggiamo il Vangelo ci segniamo la fronte, la bocca e il cuore ad indicare che la ‘Parola di Dio’ va meditata, proclamata con la bocca, custodita nel cuore. L’episodio del vangelo è semplice ed affascinante. Un giorno di sabato Gesù si reca nella sinagoga di Nazareth, sua città dove era vissuta per circa trenta anni; da tutti conosciuto come il figlio di Maria e di Giuseppe, il falegname del paese; da tutti amato ed apprezzato.
I compaesani erano però alterati perchè Gesù mai aveva operato prodigi; andato via e stabilitosi a Cafarnao, folle intere andavano a trovarlo per ascoltarlo ed ottenere guarigioni. Gesù avvertì il bisogno di entrare anche nella sinagoga di Nazareth; vi rientra al momento della preghiera, prende il volume della Bibbia e legge il passo del profeta Isaia: ‘Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunziare ai poveri il lieto annunzio…’. Terminata la lettura, chiude il libro e dice ai presenti: ‘Oggi si è compiuta questa scrittura…’.
I compaesani restano trasecolati; conoscono Gesù come figlio di Maria e Giuseppe ma non certo come il Messia promesso da Dio. Se leggiamo il proseguo: Gesù alla fine andrà via e non ritornerà più a Nazareth dicendo: ‘Nessuno è profeta accetto nella sua patria’. Chi è Gesù? Egli è l’atteso del popolo ebreo ma la sua presenza ha sempre suscitato ammirazione e, subito dopo, minacce di morte: nasce a Betlemme e mentre corrono a 4trovarlo i pastori e i magi, il re Erode si prepara a compiere la strage degli innocenti nella speranza di colpire Gesù.
Rientrato ora a Nazareth, dove era vissuto circa trent’anni, si ripete qualcosa di analogo: i Nazaretani restano quasi scandalizzati e Gesù è costretto ad andare via senza ritorno. Gesù si è presentato per la prima volta tra i suoi come il ‘Verbo di Dio’, la sapienza divina, il Figlio di Dio concepito per opera dello Spirito santo. Egli afferma chiaramente di essere il Messia promesso da Dio, il Salvatore. Parole assai ferme e forti ! Solo a chi non ha fede il cristianesimo appare un vero paradosso. La soluzione del paradosso sta solo in una parola: amore, l’Amore di Dio per l’uomo, creato a sua immagine.
Dio ama l’uomo, suo capolavoro; e dopo il peccato originale disse a satana: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna e … verrà colui che ti schiaccerà la testa!’ Il Salvatore incarnato è proprio il Figlio di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità. è il Verbo eterno incarnato. Egli, pur essendo Dio, si è incarnato, assumendo in sè la natura umana nel grembo di Maria. Dio, amici carissimi, vuole tutti salvi ma rispetta sempre la libertà dell’uomo.
Alla grotta di Betlemme ciascuno di noi può scoprire la verità di Dio e la verità dell’uomo. Nel Bambino Gesù, nato dalla vergine Maria, scriveva papa Benedetto XVI, è coniugato l’anelito dell’uomo alla vita eterna ed il cuore grande e misericordioso di Dio, che non si è vergognato di assumere la condizione umana. Maria ha rivelato il Cristo Gesù ai pastori e ai Magi ed ha conservato nel cuore quanto si diceva di Lui.
Così Maria davanti alla cugina Elisabetta poté cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva’. A Nazareth Gesù ebbe a dire: ‘Sono venuto per portare ai poveri il lieto annunzio!’ Chi sono i poveri ai quali è annunciato il messaggio?
La risposta si deduce da tutto il vangelo: non si tratta di uno stato sociale (è povero chi non ha soldi) ma è un atteggiamento dello spirito umano; è povero chi prende coscienza che quello che siamo ed abbiamo è solo dono di Dio; siamo depositari di questi doni e con umiltà dobbiamo riconoscere la mano misericordiosa di Dio.
Il teologo Brunetto Salvarani: il dialogo cristiano-ebraico, ‘un percorso difficile’
“In questi ultimi tempi, segnati dal tragico atto terroristico del 7 ottobre 2023, dalla guerra successiva e dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, i rapporti tra cattolici ed ebrei, in Italia, sono stati difficili con momenti di sospetto, incomprensioni e pregiudizi. Ma il dialogo non si è interrotto. In Europa sono tornati deprecabili atti di antisemitismo e incaute prese di posizione, a volte anche violente. Proprio per questo il dialogo va rafforzato. Continuiamo a crederci”: così scrive la commissione episcopale per l’ecumenismo ed il dialogo nel messaggio ‘Pellegrini di Speranza’ in occasione della 36^ Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei in svolgimento oggi.
E nella prefazione al libro ‘Un percorso difficile anche per Dio. Sul futuro del dialogo cristiano-ebraico’, scritto dal teologo Brunetto Salvarani, docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna di Bologna, direttore della rivista ‘QOL’ e presidente dell’associazione italiana ‘Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam’, il presidente della Commissione Episcopale CEI per l’ecumenismo ed il dialogo, mons. Derio Olivero, vescovo della diocesi di Pinerolo, ha scritto:
“Consapevoli che il dialogo cristiano-ebraico sta attraversando una fase critica, è necessario conoscere quali siano state e siano le pietre d’inciampo più classiche, e anche quali siano le contestuali tracce di speranza, oltre che interrogarsi su come, con e dopo il 7 ottobre 2023, si sia aperta un’ulteriore crepa, che rimanda alla necessità di elaborare un paradigma inedito nel dialogo fra cristiani ed ebrei.
Tutto da pensare, tutto da costruire, e sul quale occorrerà esercitarsi a fondo da parte di chi intenda dedicarvisi. Noi non siamo ‘la sostituzione’ del popolo d’Israele, né il ‘vero Israele’. Siamo un ramo spuntato da un popolo che continua a esistere. Il dialogo con questo popolo concreto ci è essenziale per dire noi stessi. Gesù di Nazareth appartiene al popolo ebraico. Non possiamo comprenderlo negando tale appartenenza. Non possiamo comprenderci negando tale appartenenza”:
A Brunetto Salvarani abbiamo chiesto di spiegarci il titolo di questo libro: “Il titolo, volutamente paradossale, l’ho tratto da un testo che mi aveva donato Paolo De Benedetti, uno dei miei più cari maestri. Allude, evidentemente, alle difficoltà in cui opera chi si dedica al dialogo fra cristiani ed ebrei”.
Ed ha spiegato i passaggi della genesi del libro: “Come ogni libro, anche questo nasce da una passione, che viene da lontano. E’ lunga, ormai, la lista di maestri e maestre che hanno contribuito a maturare in me l’idea che il dialogo fra ebrei e cristiani risiede al cuore dell’identità delle Chiese e dei cristiani. Ora, è evidente che dal 7 ottobre scorso, data della mattanza di ebrei in Israele da parte di Hamas, i processi dialogici fra ebrei e cristiani si sono ulteriormente complicati, messi duramente alla prova, come mai finora, mostrando tutte le loro gracilità e vulnerabilità”.
Per quale motivo il dialogo tra ebrei e cristiani è difficile?
“A mio parere il dialogo cristiano-ebraico ha sofferto e soffre di una doppia, paralizzante asimmetria. La prima risiede nella constatazione che è esso necessario per il cristiano, ma non per l’ebreo. Ciò perché, mentre il cristianesimo senza rapporti con l’ebraismo manca di quelle radici e della linfa che gli consentono di vivere, l’ebraismo, in virtù del dono della Torah e dello speciale legame che lo stringe a Dio, non ha bisogno del cristianesimo per fondarsi e comprendersi. La seconda nasce dal fatto che tale dialogo dovrebbe derivare da un altro dialogo che lo precede, interno alle due fedi.
Il dialogo, infatti, non si dà tanto fra cattolici e rabbini, ma fra cristiani ed ebrei. Se così stanno le cose, è necessario un percorso ecumenico che metta a confronto, qui, le diverse confessioni cristiane, e là un dibattito fra ebraismo in terra d’Israele e diaspora, fra ebraismo laico e religioso. Senza tali presupposti, ogni forma di dialogo rischia di essere inconcludente, o di ridursi a dichiarazioni di principio sulla Shoah e sull’antisemitismo, fondate sulla retorica del mai più ma non finalizzate a costruire un cammino, anche solo in parte, comune e condiviso”.
Dopo il 7 ottobre quali difficoltà incontra questo dialogo?
“Con e dopo il 7 ottobre 2023, in effetti, si è aperta un’ulteriore crepa nel dialogo cristiano-ebraico, a partire dalla lettura che si è data a quella tremenda mattanza di ebrei da parte di Hamas, una crepa grave che rimanda alla necessità di elaborare un paradigma inedito nel dialogo. Tutto da pensare, tutto da costruire, e sul quale occorrerà esercitarsi a fondo da parte di chi intenda dedicarvisi.
In una manciata di ore è cambiato radicalmente lo scenario in cui si muove chi opera nel campo delle relazioni cristiano-ebraiche, tanto da richiedere un autentico salto di qualità rispetto al passato, a sei decenni dalla dichiarazione conciliare ‘Nostra aetate’: ma senza buttare via il grande lavoro fatto sinora”.
Perché è necessario il dialogo ebraico-cristiano?
“La necessità è fotografata appieno nel famoso incipit della Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane ‘Nostra aetate’ al n. 4: ‘Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo’. Siamo legati, dunque, a un livello molto profondo, e l’identità della Chiesa si intreccia inevitabilmente con quella di Israele (e anche questo dato, se vogliamo, è fra le ragioni delle difficoltà del dialogo)”.
Come è possibile rimuovere le ‘pietre d’inciampo’ per rivitalizzare il dialogo?
“Ci sarebbe bisogno di un impegno più costante e più approfondito, che favorisca la presa di coscienza della necessità del dialogo con Israele; di più studio, più informazione e più formazione… Conoscenza, stima e riconoscimento dell’altro: sono questi i presupposti del dialogo perché aprono alla collaborazione nella differenza. Cartina di tornasole della situazione attuale è quanto poco sia sentita, in genere, l’esperienza (benemerita) della Giornata del dialogo. Quanti, nella Chiesa italiana, sanno che esiste?”
Nel messaggio per questa Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, ‘Pellegrini di speranza’, i vescovi italiani invitano a ‘ripartire dalla Scrittura’: è realizzabile?
“Mi auguro di sì! Certo, sono del tutto d’accordo! Ma anche qui, occorre un impegno maggiore e più capillare: dopo la fine dell’esilio della Parola di Dio, con la Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione ‘Dei Verbum’, molto di quell’entusiasmo si è smorzato. Un esempio: quanti, nella Chiesa italiana, sanno che esiste una (pure benemerita) ‘Domenica della Parola di Dio’, giunta alla sua quinta edizione?”
In questo difficile percorso quanto è importante riscoprire il ‘sogno’ di p. Bruno Hussar?
“E’ molto importante! La presenza, oltre mezzo secolo dopo il suo sorgere, del ‘Villaggio della pace’ di ‘Neve Shalom- Wahat as Salam’ in Israele è il segnale che investire nell’educazione interculturale e interreligiosa, nell’educazione alla pace e alla gestione dei conflitti paga, e può rappresentare una scintilla di autentica profezia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Umberto Folena: l’umorismo aiuta a comprendere la realtà
Ogni notte, immancabilmente, il gallo Carletto cantava. Ma quella notte, e le notti seguenti, non canto?; ed all’alba seguente apparivano su muri e serrande di Tretronchi misteriose lettere scarlatte…Il parroco don Ulisse con la sorella Elvezia, il sindaco Achille con la figlia Alice, il barbiere Tarcisio, il vecchio Bortolo e le suore Leopoldine, e i potenti del paese, Bragadin e il Cavaliere… Sono dozzine gli abitanti di Tretronchi, borgo immaginario del Veneto pedemontano, che affollano il primo romanzo di Umberto Folena, editorialista di Avvenire, ‘La notte in cui Carletto non cantò’.
Si incontrano, si scontrano e affrontano piccole grandi imprese, raccontate con affetto e umorismo in questo romanzo presentato a Tolentino su invito del circolo culturale ‘Tullio Colsalvatico’: “Carletto non aveva cantato, quella notte. Carletto era un gallo problematico ma non per colpa sua, e poi bastava abituarsi: lui cominciava a schiarirsi l’ugola a mezzanotte, alle due aveva le tonsille calde e alle tre e mezza dava il meglio di sé. All’alba si addormentava spossato avvolto nel sonno dei giusti, lasciando agli altri galli di Tretronchi il compito di fare i galli secondo contratto, tradizione e prevedibilità”.
Ed ha spiegato la genesi del romanzo: “Si potrebbe definire un romanzo su commissione, perché gli amici dell’editrice Ancora mi hanno chiesto di ricreare in un romanzo un mondo simile a quello di Guareschi. Ci ho provato, anche se tutto è cambiato in questi 70 anni, puntando a scrivere un racconto corale, di popolo, ambientato in un paesino del Veneto pedemontano di oggi”.
Missione ambiziosa, affrontata ‘con grande divertimento’, perché l’autore si è immerso con la sua straripante fantasia dentro questo piccolo borgo dal nome faticoso, ‘in cui non succede mai niente’ (a parte l’enigmatico silenzio del gallo per tre giorni) e lo ha popolato di una ventina di personaggi (dal barbiere all’immigrato, tutti citati nelle prime pagine in rigoroso ordine alfabetico) che abitano e animano in verità tutte le parrocchie italiane, non solo quelle venete.
Umberto Folena perché Carletto non cantò più?
“Carletto è un gallo, che ha la buona abitudine di cantare tutte le notti tra le 3 e le 4 e non al mattino, come i galli normali. Però ad un certo punto inizia a non cantare e quando non canta significa che nel paese di Tretronchi sta per accadere qualcosa di sgradevole. Tretronchi è il paese immaginario della pedemontana veneta, dove sono ambientati i miei romanzi”.
Perché il romanzo riprende la struttura del ‘piccolo mondo’ di Guareschi?
“Mi sono innamorato di ‘piccolo mondo’, ma non mi paragono a Guareschi. L’editore, che mi ha commissionato questo romanzo, mi ha chiesto di provare a narrare il ‘mondo piccolo’ di Guareschi, 70 anni dopo. Don Camillo e Peppone non esistono più nell’Italia dei nostri tempi. Ho tentato di mettere in scena un ‘popolo’ con circa 60 personaggi di Tretronchi in una specie di romanzo popolare, non solo perché si rivolge a tutti, ma soprattutto perché il popolo è protagonista:
è la rappresentazione di una comunità, che cerca di essere comunità, ossia di contrastare tutte le spinte che cercano di fare diventare gli individui soli, isolati ed ansiosi; quindi più controllabili. Invece, il tentativo di alcuni è quello di ricostruire legami sempre più forti di comunità e creare tutto ciò che può aiutare la comunità a vivere ed a produrre. Da una parte ci sono i costruttori e dall’altra i distruttori: questo è un confronto titanico nello scenario planetario, nel microcosmo di Tretronchi questo scontro c’è ed è rappresentativo di uno scontro più ampio”.
In quale modo la scrittura può essere divertente?
“La scrittura è divertente, quando l’autore si diverte a scrivere. Mi sono divertito molto, anche se ciò non è una garanzia che chi mi leggerà si divertirà, ma certamente è la prima condizione che il libro sia divertente: io mi sono divertito molto a scrivere. Poi uso tecniche, imparate in 40 anni di giornalismo, per rendere la lettura più scorrevole possibile. Per rendere la scrittura leggibile ci sono anche tante norme da applicare, aldilà del dono di natura”.
Cosa è l’umorismo nella scrittura?
“L’umorismo nella scrittura consiste nello strappare un sorriso e saper individuare i paradossi e saper cogliere le contraddizioni. Occorre saper essere ironici, perché l’ironia è un’arte sottile; troppo forte sconfina nel sarcasmo ed è distruttiva; troppo debole non viene compresa e non funziona. E’ questione di equilibrio, come quando guidi la macchina; oppure quando cucini un piatto. L’ironia è qualcosa di analogo; occorre innanzitutto ridere di se stessi. L’autoironia è la condizione, perché possa sorridere di un altro e di una situazione particolare. Trovare i paradossi e non prendersi completamente sul serio ci salvano dall’ansia, dalla disperazione e dall’arroganza. Gli arroganti sono incapaci di ironia”.
Giornata di dialogo tra cattolici ed ebrei: ripartire dalla Scrittura per essere pellegrini di speranza
A firma della Commissione episcopale ‘Ecumenismo e dialogo’ della CEI nei giorni scorsi è stato reso noto il messaggio per la 36^ Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si svolgerà il 17 gennaio del prossimo anno, dal titolo ‘Pellegrini di speranza’, che prende spunto da una frase di Etty Hillesum, scritta nel campo di concentramento:
“Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, sarà troppo poco. Non si tratta di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale.
Certo non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo, e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione, allora non basterà”.
Secondo i vescovi la prospettiva di Hillesum è uno sguardo diverso sul mondo: “Una giovane donna ebrea, con tutta la vita davanti, non pensa innanzitutto alla sopravvivenza, ma al futuro della società. Lascia in secondo piano l’interesse personale, addirittura un proprio fondamentale diritto, per mettere al primo posto un bene collettivo. Sogna un ‘nuovo senso delle cose’ per un mondo impoverito.
Anzi sogna di contribuire a questo nuovo senso delle cose. In quel mondo dilaniato dalla violenza, ferito, carico di odio e di desiderio di vendetta, in quel mondo divenuto tremendamente povero, lei sogna di far germinare uno sguardo nuovo.
In questo modo suggerisce a tutte le religioni una strada su cui posizionarsi. Non si tratta di difendere la nostra sopravvivenza nella società occidentale, ma di lavorare per costruire un senso nuovo delle cose. La nostra missione è quella di far germogliare speranza e costruire comunità”.
Per questo il Giubileo è un tempo propizio: “Viviamo un tempo carico di minacce. Fatichiamo a guardare avanti con fiducia. Guerre, ingiustizie, crisi climatica, crisi della democrazia, crisi economica, aumento delle povertà… Per sperare abbiamo bisogno di tornare alla Parola di Dio…
Sicuramente il Giubileo sarà un tempo propizio per lasciar parlare la Scrittura, anche grazie all’ascolto della lettura dei fratelli e delle sorelle ebrei. Nella certezza che la speranza si genera innanzitutto stabilendo relazioni fraterne. Il Giubileo sarà un cammino di speranza se stimolerà vie di riconciliazione e perdono”.
Nel messaggio i vescovi hanno sottolineato che il dialogo tra ebrei e cristiani, dopo il ‘7 ottobre’ non ha subito interruzione, anche se sono aumentati episodi di antisemitismo, richiamando il pensiero del card. Martini: “Ma il dialogo non si è interrotto. In Europa sono tornati deprecabili atti di antisemitismo e incaute prese di posizione, a volte anche violente. Proprio per questo il dialogo va rafforzato. Continuiamo a crederci… E’ necessario che il dialogo non sia più una questione di nicchia.
Come Chiesa cattolica ci auguriamo che l’Anno Giubilare porti al rilancio e all’allargamento del dialogo. Non per ‘tirare avanti’, ma per approfondire… Su tale dialogo si gioca e si giocherà una partita tanto delicata quanto decisiva, anche per il futuro delle Chiese cristiane. Nell’anniversario del Concilio di Nicea come Chiese cristiane dobbiamo riscoprire che il rapporto con l’ebraismo e con le Scritture è fondamentale anche per il cammino ecumenico”.
Quindi è un invito a ripartire dalla Scrittura, come invita la Dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’: “Il Giubileo è sempre un tempo di ‘ripartenza’, un tempo per fermarsi e ripartire guardando con speranza al futuro. Per fare questo è necessario fare teshuvah, cioè ritornare ad attingere alla sorgente.. Ci auguriamo che l’Anno Giubilare, alla luce dei tempi che stiamo vivendo, sia la rinnovata occasione per cristiani ed ebrei, di ritornare ai testi biblici letti insieme fraternamente secondo le proprie tradizioni”.
(Foto: CEI)



























