Il papa ricorda la guerra in Siria

“Dieci anni fa iniziava il sanguinoso conflitto in Siria, che ha causato una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo: un numero imprecisato di morti e feriti, milioni di profughi, migliaia di scomparsi, distruzioni, violenze di ogni genere e immani sofferenze per tutta la popolazione, in particolare per i più vulnerabili, come i bambini, le donne e le persone anziane.

Rinnovo il mio accorato appello alle parti in conflitto, affinché manifestino segni di buona volontà, così che possa aprirsi uno squarcio di speranza per la popolazione stremata. Auspico altresì un deciso e rinnovato impegno, costruttivo e solidale, della Comunità Internazionale, in modo che, deposte le armi, si possa ricucire il tessuto sociale e avviare la ricostruzione e la ripresa economica.

Preghiamo tutti il Signore, perché tanta sofferenza, nell’amata e martoriata Siria, non venga dimenticata e perché la nostra solidarietà ravvivi la speranza. Preghiamo insieme per l’amata e martoriata Siria”.

Così papa Francesco al termine dell’Angelus di domenica scorsa ha ricordato il conflitto siriano, che entrato nel decimo anno, ancora fa numerose vittime. Infatti il conflitto in Siria è iniziato il 15 marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale, che si sono trasformate in  guerra civile nel 2012.

Il bilancio della guerra è pesantissimo: oltre 400.000 vittime, 12.000.000 di sfollati e 12.400.000 persone, pari al 60% della popolazione, colpite dall’insicurezza alimentare.

Nel recente viaggio in Iraq, durante l’incontro interreligioso nella Piana di Ur, il papa aveva invitato tutti i rappresentanti delle fedi a chiedere nella preghiera che tutto il Medio Oriente, in particolare ‘la vicina, martoriata Siria’, percorrendo la via della pace con ‘condivisione e accoglienza’:

“Sta a noi esortare con forza i responsabili delle nazioni perché la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti. Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità!

Sta a noi mettere in luce le losche manovre che ruotano attorno ai soldi e chiedere con forza che il denaro non finisca sempre e solo ad alimentare l’agio sfrenato di pochi. Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori”.

Papa Francesco ha sempre pregato per la pace in Siria fin dalla veglia di preghiera del 7 settembre 2013: “Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Non si tratta di qualcosa di congiunturale, ma questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia di scontro tra i fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello.

Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!”  

Mentre ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, ha affidato un appello: “La Siria è una nazione lacerata, a pezzi, cui manca un po’ di tutto e il popolo vive in condizioni di estrema povertà e di crescente disperazione…

Da tempo non distribuiscono più gasolio alle famiglie, in pochissime hanno ricevuto 100 litri, poi le scorte si sono esaurite. Adesso hanno anche cessato di distribuire il gas da cucina, per il quale bisogna aspettare fino a 60 giorni.

Per 20 litri di benzina si resta in coda anche due giorni al distributore, abbandonando la macchina in attesa del rifornimento, e lunghe file (anche di ore) sono necessarie per l’acquisto di un po’ di pane a prezzo calmierato”.

Il vicario apostolico ha ricordato il Paese prima della guerra: “Un Paese che stava sperimentando un processo di sviluppo enorme, una realtà di pace, di convivenza, un bel mosaico, un luogo sicuro in cui si poteva andare dappertutto. Anche le ragazze all’una di notte potevano uscire in tutta tranquillità, prendere un taxi e girare senza disturbo”.

Invece ora a mancare “sono gli elementi primari, della vita di tutti i giorni: il gas, la benzina, il pane… la pace! La gente non ha grandi pretese, ma solo la preoccupazione di poter vivere, di andare avanti con un dollaro che prima valeva 50 lire e ora 4.000, mentre la paga è rimasta la stessa. Questo significa che gran parte delle famiglie è costretta a campare con 30 dollari al mese, sotto la soglia di povertà. Senza l’aiuto di varie ong e della stessa Chiesa la gente morirebbe di fame”.

Infine un ringraziamento a papa Francesco che nel recente il viaggio in Iraq ha esortato i cristiani a non perdere la speranza: “In questo quadro chi rischia di pagare un prezzo altissimo sono i cristiani, che sono sempre stati un fattore di unità e di dialogo mentre la Siria viene spinta a passi sempre più spediti verso la partizione, verso una divisione che nessuno di noi vuole e avrebbe effetti devastanti.

Ma noi vogliamo che resti unita. Uno dei pochi elementi di forza è la vicinanza mostrataci in questi anni da papa Francesco, le cui preghiere sono sempre state elemento di gioia e di coesione.

Il viaggio in Iraq ha dato grande speranza anche a noi, speriamo che un giorno possa venire qui in Siria ed essere testimone di pace per celebrare un anniversario che non sia di guerra, ma di vera riconciliazione”.

Questo è amore del papa per un popolo sofferente; un amore criticato aspramente da molti, che avrebbero voluto un papa inerme davanti alle sofferenze, con l’affermazione che il viaggio apostolico poteva mettere in pericolo la vita di molti iracheni per i possibili attentati, allo stesso modo dei sacerdoti del Tempio davanti alle guarigioni compiute da Gesù nel giorno di sabato.

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