Armi: export ‘senza regole’

Nei giorni scorsi si sono celebrati i 30 anni della legge 185, che in Italia regola le vendite di materiale bellico vicine ai 100 miliardi di euro: “Come cristiani e come cittadini abbiamo l’obbligo di modificare le strutture economico- finanziarie che producono morte. Cambiamo mira, investiamo nella pace!”

Due le iniziative tenutesi tra Roma e Brescia, d’intesa con la Rete italiana per il disarmo e la Rete della pace: nella città lombarda è stata denunciata la tendenza dei governi italiani degli ultimi 4 anni a incentivare le esportazioni di sistemi militari anche a Paesi verso cui sarebbero vietate perché in stato di guerra o responsabili di gravi violazioni di diritti umani. Inoltre diverse banche stanno finanziando aziende che producono ed esportano armi dagli stessi Paesi off limits, a causa di una ‘costante mancanza di controlli da parte del Parlamento’.

In 30 anni l’export militare italiano ha sfiorato € 100.000.000.000, con picchi tra 2006 e 2010 e nell’ultimo lustro: dal 2015 a oggi le esportazioni di armi (€ 44.000.000.000) hanno superato il valore dei 15 anni precedenti e il 56% è andato a nazioni estranee alle alleanze politico-militari dell’Italia: paesi della penisola araba guidati da monarchie assolute (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman) e quelli a sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco). Un’attenzione particolare è stata riservata ai commerci con la Turchia.

Invece a Roma è stato presentato un dossier sui 30 anni della legge 185, con un numero speciale della Iriad Review: una legge, ha affermato il direttore della rivista Maurizio Simoncelli, che “appare in parte aggirata (lo fece notare in Parlamento Sergio Mattarella il 3 maggio 2005) o inapplicata, come anche nel caso della Relazione governativa al Parlamento, divenuta negli anni sempre meno trasparente”.

Il governo italiano nel 2019 ha speso ben € 27.000.000.000 in armi e nello stesso anno ha autorizzato la vendita di armi per € 5.000.000.000, spesso in deroga alla Legge 185 del 1990 che proibisce di vendere armi a paesi dove i diritti umani sono violati o in guerra, come l’Arabia Saudita, cui l’Italia vende bombe usate nello Yemen. In barba alla stessa legge l’Italia sta vendendo due fregate Fremm all’Egitto per un valore di € 1.200.000.000.

Sempre grazie alla Legge 185, il Parlamento è tenuto a dar conto ogni anno dell’export italiano di armi, indicando anche le operazioni bancarie delle aziende armiere e le relative banche. Nel 2019 ai primi due posti si confermano Unicredit e Deutsche Bank. Al terzo posto Barclays Bank. Al quarto e quinto posto altrettanti istituti italiani: Popolare di Sondrio e Intesa San Paolo. A seguire Commerz Bank, Credit agricole, Banca Nazionale del Lavoro, Bnp Paribas Italia e Banco Bpm.

Al termine dei convegni Mario Menin, direttore ‘Missione Oggi’, Filippo Ivardi Ganapini, direttore ‘Nigrizia’, Alex Zanotelli, direttore ‘Mosaico di Pace’, Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti e presidente nazionale di Pax Christi hanno lanciato l’appello ‘Cambiamo mira!’ alle comunità cristiane:

“Ci appelliamo a ogni comunità cristiana, parrocchia, diocesi, congregazione religiosa, istituto missionario, convento, monastero e, perché no, a ogni scuola e università cattolica. Ma ci preme indirizzare il nostro appello anche ad ogni Comune, Provincia e Regione della Repubblica, tutte istituzioni provviste di una tesoreria, che ha il ‘dovere morale’ di sapere dove mette i propri soldi e a che cosa servono.

Purtroppo per tanti anni, dopo il lancio della campagna, come cristiani e come cittadini siamo rimasti sordi a questo appello. A tutti oggi ritorniamo a chiedere di scrivere ai direttori della propria banca, manifestando la volontà di non accettare che i soldi depositati vengano investiti in armi.

Se migliaia di cittadini, insieme a tante istituzioni religiose e civili, facessero questo gesto, potremmo ottenere straordinari risultati nell’impegno per la pace nel mondo. Ci incoraggia il fatto che anche i vescovi italiani in un recente documento (‘La chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance’) abbiano invitato a ‘individuare processi di conversione delle capacità produttive di armi in altre produzioni ad usi non militari’.

Come cristiani e come cittadini abbiamo l’obbligo di modificare le strutture economico-finanziarie che producono morte. Cambiamo mira, investiamo nella pace!”