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Papa Leone XIV invita ad abitare la ‘frontiera’ con Gesù

“Cari fratelli e sorelle, abbiamo ascoltato queste parole di Gesù mentre ricordiamo il 125° anniversario della Dedicazione di questa chiesa, fortemente voluta da Papa Leone XIII, che ne promosse la costruzione”: prendendo spunto dal vangelo di san Matteo (‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’) nel pomeriggio papa Leone XIV ha officiato la celebrazione eucaristica nella chiesa di sant’Anselmo all’Aventino per il 125^ anniversario della sua dedicazione, voluto da papa Leone XIII per ‘potenziare’ la presenza benedettina nella Chiesa e nel mondo.

In questa liturgia nel luogo di culto voluto da papa Leone XIII, consacrato l’11 novembre del 1900 a coronamento dell’istituzione dell’Ateneo internazionale Sant’Anselmo nel 1887 e della nascita della Confederazione Benedettina, il 19 aprile 1893, papa Leone XIV ha spiegato le intenzioni del suo predecessore: “Nelle sue intenzioni tale edificazione, assieme a quella del Collegio internazionale annesso, doveva contribuire a un potenziamento della presenza benedettina nella Chiesa e nel mondo, attraverso una sempre maggiore unità all’interno della Confederazione Benedettina, scopo per cui fu introdotto anche l’Ufficio dell’Abate Primate. E questo perché era convinto che il vostro antico Ordine potesse essere di grande aiuto al bene di tutto il Popolo di Dio in un momento ricco di sfide, come fu il passaggio dal XIX al XX secolo”.

Il motivo di questa edificazione deriva dal fatto che il monachesimo abitava la ‘frontiera’: “In effetti, il monachesimo fin dalle origini è stato una realtà ‘di frontiera’, che ha spinto uomini e donne coraggiosi a impiantare focolai di preghiera, lavoro e carità nei luoghi più remoti e impervi, spesso trasformando aree desolate in terreni fertili e ricchi, dal punto di vista agricolo ed economico, ma soprattutto spirituale. Il monastero, così, si è sempre più caratterizzato come luogo di crescita, di pace, di ospitalità e di unità, anche nei periodi più bui della storia”.

Ed infatti a distanza di 100 anni le sfide non sono mutate: “Pure nel nostro tempo non mancano sfide da affrontare. I cambiamenti repentini di cui siamo testimoni ci provocano e ci interrogano, suscitando problematiche finora inedite. Questa celebrazione ci ricorda che, come l’apostolo Pietro, e insieme a lui Benedetto e tanti altri, anche noi potremo rispondere alle esigenze della vocazione ricevuta solo mettendo Cristo al centro della nostra esistenza e della nostra missione, partendo da quell’atto di fede che ci fa riconoscere in Lui il Salvatore e traducendolo nella preghiera, nello studio, nell’impegno di una vita santa”.

Però nonostante siano mutati i tempi la regola benedettina è sempre valida: “In questa sede tutto ciò si compie in vari modi: nella liturgia, prima di tutto, poi nella Lectio divina, nella ricerca, nella cura pastorale, con il coinvolgimento di monaci venuti da ogni parte del mondo e con l’apertura a chierici, religiosi, religiose e laici delle più diverse provenienze e condizioni.

Il monastero, l’Ateneo, l’Istituto Liturgico, le attività pastorali legate alla chiesa, conformemente agli insegnamenti di San Benedetto, devono crescere così sempre più in sinergia come un’autentica ‘scuola del servizio del Signore’. Per questo ho pensato al complesso in cui ci troviamo come ad una realtà che deve ambire a diventare un cuore pulsante nel grande corpo del mondo benedettino con al centro, secondo gli insegnamenti di San Benedetto, la chiesa”.

Riprendendo le letture della liturgia odierna il papa ha sottolineato le raccomandazioni di papa san Giovanni Paolo II con un chiaro riferimento a sant’Anselmo di Aosta: “Nell’alveare operoso di Sant’Anselmo, sia questo il luogo da cui tutto parte e a cui tutto ritorna per trovare verifica, conferma e approfondimento davanti a Dio, come raccomandava san Giovanni Paolo II, nella sua visita al Pontificio Ateneo in occasione del Centenario di fondazione…

Si riferiva, come detto, agli insegnamenti del Dottore di Aosta, ma noi vogliamo auspicare che tale sia anche il messaggio profetico che da questa Istituzione giunge alla Chiesa e al mondo, come compimento della missione che tutti noi abbiamo ricevuto, di essere popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”.

Per questo la dedicazione di una Chiesa è molto importante, come è scritto nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “La Dedicazione è il momento solenne della storia di un edificio sacro in cui lo si consacra ad essere luogo di incontro tra spazio e tempo, tra finito e infinito, tra l’uomo e Dio: porta aperta verso l’eterno, in cui trova risposta per l’anima la ‘tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande […] che ci apre al futuro come causa finale che attrae’ nell’incontro tra pienezza e limite che accompagna il nostro cammino terreno”.

Quindi la Chiesa è ‘umana e divina’, secondo una definizione del Concilio Vaticano II, perché essa è vita: “E’ l’esperienza della nostra vita e della vita di ogni uomo e donna di questo mondo, in ricerca di quella risposta ultima e fondamentale che ‘né carne né sangue’ possono rivelare, ma solo il Padre che è nei cieli; in definitiva bisognosi di Gesù, ‘il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. Lui siamo chiamati a cercare e a Lui siamo chiamati a portare tutti coloro che incontriamo, grati per i doni che ci ha elargito, e soprattutto per l’amore con cui ci ha preceduti. Questo tempio allora diventerà sempre più anche un luogo di gioia, in cui si sperimenta la bellezza di condividere con gli altri ciò che gratuitamente si è ricevuto”.

(Foto: Santa Sede)

Perché la comunione è l’essenza del matrimonio anche nelle scelte economiche…

Nel 2026 saranno passati esattamente dieci anni dall’uscita del mio primo libro, ‘Non lo sapevo, ma ti stavo aspettando’ (Mimep Docete, 2106) un romanzo di formazione, una storia d’amore dove si inserisce, però, anche una relazione personale con Gesù come svolta della vita. Il mio sogno nel cassetto diventava realtà, il sogno che avevo dentro già da bambina e che rivelavo ai pranzi di Natale o agli adulti di passaggio che mi chiedevano cosa volessi fare da grande.

Scrivere. Ho sempre risposto questo. Però, un conto è dirlo a dieci anni, altro conto è mettere tutti i tasselli necessari perché la scrittura diventi, effettivamente, la propria strada, il proprio lavoro. Chi ci è passato sa che non è un sogno facile da realizzare. La casa editrice Mimep Docete, conosciuta nei miei anni universitari, a cui avevo sottoposto il libro, mi aveva dato l’ok per la pubblicazione esattamente un mese dopo che dicessi ‘sì’ alla proposta di matrimonio di mio marito. Era l’estate del 2015.

Nel 2016, poi, è uscito il romanzo a febbraio, a giugno mi sono laureata, a luglio il matrimonio. A settembre ero incinta. Tutto è avvenuto quasi in contemporanea e da quel momento queste sfere della mia vita sono andate avanti di pari passo.

In questi giorni ripensavo a come la vocazione di moglie e madre e quella di scrittrice si siano intrecciate, nella mia vita, al punto da diventare inseparabili. E sento di poter testimoniare che il segreto di un matrimonio realizzato non è assicurarsi in ogni modo una via d’uscita dalla relazione, ma scegliere di non sposarsi finché non si è pronti ad una piena comunione. Nello stesso modo in cui, in una casa, non inseriamo dieci uscite di emergenza, ma cerchiamo di metter su una struttura solida, sicura, prima di andare ad abitarci.

Per me, personalmente, è stato un dono incontrare una persona che sapeva vedermi nella mia unicità e voleva custodire anche i miei desideri. E’ stato un dono saper dire dei ‘no’, per attendere una storia che meritasse davvero il mio ‘sì’, per incontrare una persona che volesse far crescere un ‘noi’, senza che nessuno due perdesse sé stesso, ma, anzi, diventasse “più sé stesso” con l’altro.  

Cercando di attuare la logica del dono, e non del controllo o del sospetto, a casa nostra non c’è mai stata una guerra economica, non è mai stato importante da “chi” dei due venissero i soldi necessari per vivere. Al centro c’era la comunione. Ciascuno fa la sua parte, a suo modo, coi propri mezzi, per il bene della coppia e della famiglia. Senza ricatti, senza prevaricazioni. Se i soldi diventano motivo di rinfacci e mezzo di dominio il problema è a monte, il problema è che manca amore, manca unità, manca il desiderio di vivere davvero un progetto comune.

Prima di affermarmi come scrittrice, era esclusivamente mio marito a provvedere a noi economicamente. Così è stato nei primi anni di matrimonio. Io non facevo nulla? Certo che no. Ho messo al mondo due figli e ho continuato a scrivere, a cercare contesti in cui far sbocciare la mia passione. Se avessi dovuto trovarmi “un lavoro ad ogni costo” solo per principio (perché “Nella coppia non può lavorare solo lui, altrimenti sei solo una mantenuta!”) oggi non potrei tenere tra le mani i tanti libri che sono venuti dopo, non avrei girato l’Italia grazie alle tante presentazioni che sono nate soprattutto grazie a “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”, legato a Carlo Acutis e pubblicato nel 2017, stesso anno di nascita del mio primo bambino.

Se avessi dovuto preoccuparmi di trovare un lavoro qualsiasi, non per necessità economica, ma solo per non dare a mio marito la “soddisfazione”, il “potere” su di me (che poi, comunque, un uomo con questi atteggiamenti di fondo non va proprio sposato, nemmeno se si lavora entrambi…), oggi non sarei pienamente me stessa, non starei esattamente dove da sempre desideravo essere.

Conosco tante donne indipendenti economicamente da molto prima del matrimonio che oggi vivono assoggettate emotivamente, o vengono persino raggirate da uomini che non hanno voglia di lavorare.

Le cose vanno sempre analizzate e valutate nel contesto. Aiutare una donna a trovare l’indipendenza economica è senza dubbio importante, anzi, fondamentale, ad esempio, quando viene maltrattata e non vede un’alternativa al rapporto di potere attuato da un uomo-padrone.

Eppure, non possiamo fermarci qui. Non possiamo dire solo questo alle giovani donne. La condizione “sine qua non” si può entrare in un matrimonio non è tanto che in quella casa entrino due, tre, quattro stipendi e che ciascuno abbia il suo, quanto che nella relazione siano stati individuati e sconfitti i nuclei di morte che affliggono tante coppie.

Perché, se la relazione è sana, gli sposi vivono tutto nella comunione e nell’unità: “ciò che è mio è tuo e ciò che tuo è mio”. Se l’amore è vero, non ci approfittiamo, non prevarichiamo: semplicemente, condividiamo tutto. D’altronde, siamo o no una sola carne, pur restando due persone libere e distinte?  

Papa Leone XIV invita le congregazioni a cogliere i segni dei tempi

“Quella dei vostri Istituti ‘è una testimonianza splendida e varia, nella quale si rispecchia la molteplicità dei doni elargiti da Dio a fondatori e fondatrici che, aperti all’azione dello Spirito Santo, hanno saputo interpretare i segni dei tempi e rispondere in modo illuminato alle esigenze via via emergenti’. Così Brigida di Gesù Morello, già nel diciassettesimo secolo, attraverso la formazione delle giovani, in tempi nei quali non sempre la società ne riconosceva appieno il valore, inaugurava un’opera di promozione della donna che avrebbe portato molti frutti nel futuro.

Allo stesso modo san Gaspare del Bufalo, due secoli dopo, a Roma, con le missioni popolari e con la diffusione della devozione al Sangue di Cristo, si impegnava a combattere il dilagante spirito di ‘empietà ed irreligione’ che affliggeva il suo tempo. Un’impresa simile affrontava, in Francia, padre Jean-Claude Colin, ispirandosi, nel suo apostolato, allo spirito di umiltà e nascondimento di Maria di Nazareth”.

Con queste parole papa Leone XIV, questa mattina, in udienza ha salutato i partecipanti ai Capitoli Generali ed Assemblee di varie Congregazioni e Istituti (quali missionari del Preziosissimo Sangue; Società di Maria (Maristi); Frati Francescani dell’Immacolata; e Orsoline di Maria Immacolata), ricordando l’opera dei fondatori nel sottolineare alcuni particolari di tali congregazioni: “Il primo è l’importanza, nella vocazione religiosa che condividete, della vita comune, come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nell’apostolato…

Non per nulla lo Spirito Santo ha ispirato a chi vi ha preceduto di unirsi a sorelle e fratelli che la Provvidenza ha posto sul suo cammino, perché nella comunione dei buoni il bene si moltiplicasse e crescesse. Così è stato agli inizi delle vostre fondazioni e lungo i secoli e così continua ad essere anche ora”.

L’altro aspetto riguarda la scelta religiosa, prendendo spunto da un sermone di sant’Agostino: “Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi è il valore fondamentale, nella consacrazione religiosa, dell’obbedienza come atto d’amore. Gesù ce ne ha dato l’esempio nel suo rapporto col Padre: ‘Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato’…

Oggi parlare di obbedienza non è molto di moda: la si considera una rinuncia alla propria libertà. Ma non è così. L’obbedienza, nel suo significato più profondo di ascolto fattivo e generoso dell’altro, è un grande atto d’amore con cui si accetta di morire a sé stessi perché il fratello e la sorella possano crescere e vivere.

Professata e vissuta con fede, essa traccia un cammino luminoso di donazione, che può aiutare molto il mondo in cui viviamo a riscoprire il valore del sacrificio, la capacità di rapporti duraturi e una maturità nello stare insieme che va oltre il ‘sentire’ del momento per cementarsi nella fedeltà. L’obbedienza è una scuola di libertà nell’amore”.

Infine il papa ha sottolineato la necessità di prestare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Infine, il terzo aspetto su cui vorrei soffermarmi è l’attenzione ai segni dei tempi. Senza questo sguardo aperto e sollecito sulle reali esigenze dei fratelli, nessuna delle vostre Congregazioni sarebbe mai nata. I vostri fondatori e fondatrici sono stati persone capaci di osservare, valutare, amare e poi partire, anche a rischio di grandi sofferenze, anche a costo di rimetterci del proprio, per servire i fratelli nelle loro reali necessità, riconoscendo nell’indigenza del prossimo la voce di Dio”.

E’ stato un invito a non dimenticare il motivo delle loro fondazioni, come aveva suggerito papa Francesco nella lettera apostolica sulla vita consacrata: “Per questo è importante per voi lavorare nella memoria viva di tali inizi coraggiosi, non nel senso ‘di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse’, individuandone potenzialità magari ancora inesplorate, per metterle a frutto nel servizio del ‘qui ed adesso’.

Carissimi, so quanto bene voi fate ogni giorno, in tante parti del mondo, un bene spesso sconosciuto agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio! Ve ne ringrazio e vi benedico di cuore, incoraggiandovi a continuare con fede e generosità la vostra missione”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita gli Agostiniani ad alimentare lo spirito missionario

“Il Capitolo Generale è una preziosa occasione per pregare insieme e riflettere sul dono ricevuto, sull’attualità del carisma e anche sulle sfide e le problematiche che interpellano la comunità. Mentre si portano avanti le diverse attività, celebrare il Capitolo significa mettersi in ascolto dello Spirito, in un certo senso in analogia con quanto diceva il nostro padre Agostino richiamando l’importanza dell’interiorità nel cammino della fede”: con queste parole Papa Leone XIV ha salutato all’Istituto Augustinianum, i partecipanti al Capitolo Generale dell’Ordine di Sant’Agostino, apertosi il 1 settembre.

‘Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore’: questo pensiero tratto dal libro ‘De vera religione’, ha fatto da filo conduttore del colloquio del papa: “D’altra parte, l’interiorità non è una fuga dalle nostre responsabilità personali e comunitarie, dalla missione che il Signore ci ha affidato nella Chiesa e nel mondo, dalle domande e dai problemi urgenti. Si rientra in sé stessi per poi uscire in modo ancora più motivato ed entusiasta nella missione”.

Ed ha sottolineato l’importanza della relazione con Dio: “Rientrare in noi stessi rinnova lo slancio spirituale e pastorale: si ritorna alla sorgente della vita religiosa e della consacrazione, per poter offrire luce a coloro che il Signore pone sul nostro cammino. Si riscopre la relazione con il Signore e con i fratelli della propria famiglia religiosa, perché da questa comunione d’amore possiamo trarre ispirazione e affrontare meglio le questioni della vita comunitaria e le sfide apostoliche”.

Per questo è fondamentale la formazione iniziale, come ha scritto sant’Agostino nel Discorso 216: “Anzitutto, un tema fondamentale: le vocazioni e la formazione iniziale. Mi piace ricordare quell’esortazione di sant’Agostino: ‘Amate ciò che sarete’. Trovo che sia un’indicazione preziosa, soprattutto per non cadere nell’errore di immaginare la formazione religiosa come un insieme di regole da osservare o di cose da fare o, ancora, come un abito già confezionato da indossare passivamente. Al centro di tutto, invece, c’è l’amore”.

Infatti la vocazione nasce dall’attrazione: “La vocazione cristiana, e quella religiosa in particolare, nasce solo quando si avverte l’attrazione di qualcosa di grande, di un amore che possa nutrire e saziare il cuore. Perciò la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di aiutare, specialmente i giovani, a intravedere la bellezza della chiamata e ad amare ciò che, abbracciando la vocazione, potranno diventare. La vocazione e la formazione non sono realtà prestabilite: sono un’avventura spirituale che coinvolge tutta la storia di una persona, e si tratta anzitutto di un’avventura d’amore con Dio”.

Di conseguenza l’attrazione nasce dall’amore: “L’amore, che, come sappiamo, Agostino ha messo al centro della sua ricerca spirituale, è un criterio fondamentale anche per la dimensione dello studio teologico e della formazione intellettuale. Nella conoscenza di Dio non è mai possibile arrivare a Lui con la nostra sola ragione e con una serie di informazioni teoriche, ma si tratta anzitutto di lasciarsi stupire dalla sua grandezza, di interrogare noi stessi e il senso delle cose che accadono per rintracciarvi le orme del Creatore, e soprattutto di amarlo e di farlo amare.

A coloro che studiano, Agostino suggerisce generosità e umiltà, che nascono appunto dall’amore: la generosità di comunicare agli altri le proprie ricerche, perché ciò vada a vantaggio della loro fede; l’umiltà per non cadere nella vanagloria di chi cerca la scienza per sé stessa, sentendosi superiore agli altri per il fatto di possederla”.

E’ stato un invito alla fedeltà della ‘povertà’ evangelica, come è scritto nella Regola: “Al contempo, il dono ineffabile della carità divina è ciò a cui dobbiamo guardare se vogliamo vivere al meglio anche la vita comunitaria e l’attività apostolica, mettendo in comune i nostri beni materiali, come pure quelli umani e spirituali… Restiamo fedeli alla povertà evangelica e facciamo in modo che diventi criterio per vivere tutto ciò che siamo e che abbiamo, compresi i mezzi e le strutture, al servizio della nostra missione apostolica”.

Da qui l’invito a non dimenticare la vocazione missionaria: “A partire dalla prima missione nel 1533, gli Agostiniani hanno annunciato il Vangelo in tante parti del mondo con passione e generosità, prendendosi cura delle comunità cristiane locali, dedicandosi all’educazione e all’insegnamento, spendendosi per i poveri e realizzando opere sociali e caritative. Questo spirito missionario non deve spegnersi, perché anche oggi ce n’è molto bisogno. Vi esorto a ravvivarlo, ricordando che la missione evangelizzatrice a cui tutti siamo chiamati esige la testimonianza di una gioia umile e semplice, la disponibilità al servizio, la condivisione della vita del popolo a cui siamo inviati”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la cura del creato è la vocazione di ogni persona

“Nel testo del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato, Gesù rivolge diversi insegnamenti ai suoi discepoli. Vorrei soffermarmi su uno di essi, che sembra particolarmente adatto a questa celebrazione. Dice così: ‘Guardate gli uccelli del cielo … Osservate come crescono i gigli del campo’. Non è raro che il Maestro di Nazaret faccia riferimento alla natura nei suoi insegnamenti. Flora e fauna sono spesso protagoniste nelle sue parabole. Ma in questo caso c’è un chiaro invito all’osservazione e alla contemplazione del creato, azioni finalizzate a comprendere il disegno originale del Creatore”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato il progetto nato su 55 ettari un tempo appartenenti alle Ville Pontificie incontrando i dipendenti che curano le oltre 3.000 specie di piante presenti.

Durante la Liturgia della Parola con il Rito di benedizione, dopo la proclamazione di un passo del Vangelo secondo Matteo ed il Responsorio, papa Leone XIV ha preso la parola per l’omelia, traendo spunto proprio dal testo evangelico: “Tutto è stato sapientemente ordinato, fin dall’inizio, affinché tutte le creature concorrano alla realizzazione del Regno di Dio. Ogni creatura ha un ruolo importante e specifico nel suo progetto, e ciascuna è ‘cosa buona’, come sottolinea il libro della Genesi”.

Ed ecco il paragone del valore dell’umanità: “Nello stesso brano evangelico, riferendosi agli uccelli e ai gigli, Gesù rivolge ai suoi discepoli due domande: ‘Non valete forse più di loro?’; e poi: ‘Se Dio veste così l’erba del campo, … non farà molto di più per voi?’ Quasi a riprendere implicitamente il racconto della Genesi, Gesù sottolinea il posto speciale riservato, nell’atto creativo, all’essere umano: la creatura più bella, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Ma a tale privilegio è associata una grande responsabilità: quella di custodire tutte le altre creature, nel rispetto del disegno del Creatore”.

Quindi la cura del creato è la vocazione dell’umanità, come scriveva papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato Sì’: “La cura del creato, dunque, rappresenta una vera e propria vocazione per ogni essere umano, un impegno da svolgere all’interno del creato stesso, senza mai dimenticare che siamo creature tra le creature e non creatori”.

In questa linea si colloca tale borgo vaticano, citando l’esortazione apostolica ‘Laudate Deum’: “Il Borgo Laudato sì’, che oggi inauguriamo, si pone come una delle iniziative della Chiesa tese a realizzare questa ‘vocazione di essere custodi dell’opera di Dio’: un compito impegnativo ma bello, affascinante, che costituisce un aspetto primario dell’esperienza cristiana”.

E tale inaugurazione rappresenta una speranza: “Il Borgo Laudato si’ è un seme di speranza, che Papa Francesco ci ha lasciato come eredità, un ‘seme che può portare frutti di giustizia e di pace’. E lo farà rimanendo fedele al proprio mandato: essere un modello tangibile di pensiero, di struttura e di azione, in grado di favorire la conversione ecologica attraverso l’educazione e la catechesi”.

Speranza perché il creato è bello: “Quello che vediamo oggi è una sintesi di straordinaria bellezza, dove spiritualità, natura, storia, arte, lavoro e tecnologia intendono coabitare in armonia. E’ questa in definitiva l’idea del ‘borgo’, un luogo di vicinanza e prossimità conviviale”.

(Foto: Santa Sede)

Omegna celebra 90 anni della Conferenza san’Ambrogio della Società San Vincenzo De Paoli

Omegna si prepara a celebrare un anniversario di grande significato: i 90 anni della Conferenza Sant’Ambrogio (1935–2025) della Società di San Vincenzo De Paoli. L’evento, aperto alla cittadinanza, si terrà domenica 7 settembre 2025 alle ore 15.00 presso il Salone Santa Marta, in via Cavallotti 28 a Omegna.

Il programma prevede momenti culturali, spirituali e musicali. La giornata si aprirà con l’inaugurazione della mostra “Il Confratello Pier Giorgio”, proprio nel giorno in cui a Roma la Chiesa proclamerà santo Pier Giorgio Frassati. La presentazione sarà curata dal giornalista e scrittore Alessandro Ginotta, che sottolinea: «Otto pannelli raccontano, con parole e immagini cariche di emozione, la vita di un giovane che ha fatto della sua esistenza un dono: sempre in prima linea accanto agli ultimi, con lo sguardo rivolto verso l’alto e i piedi ben piantati nella realtà dei poveri e degli scartati. È una gioia poterlo raccontare oggi a chi porta avanti la missione che Pier Giorgio ha tanto amato: la Società di San Vincenzo De Paoli».

Il legame tra la canonizzazione di Frassati e il 90° anniversario della Conferenza Sant’Ambrogio è stato evidenziato da Graziella Cavestri, presidente del Consiglio centrale del VCO Novara: «Abbinare queste due ricorrenze è un dono speciale. La mostra, ricca di testimonianze, fotografie e documenti rari, racconta un giovane già santo nello spirito, che ha tanto amato la Società di San Vincenzo De Paoli, prendendosi cura di quanti erano nel bisogno anche negli ultimi attimi della sua esistenza».

Cavestri ha ricordato come l’impegno vincenziano resti attuale e concreto: «La vocazione dei membri della Società di San Vincenzo De Paoli consiste nel prendersi cura di chi soffre, con un particolare slancio di prossimità. Solo nel 2024 la Conferenza Sant’Ambrogio ha supportato 180 famiglie, per un totale di 525 persone, di cui oltre 100 bambini, del territorio di Omegna».

Dopo la presentazione della mostra, ci sarà un momento di approfondimento dedicato alla storia della Conferenza Sant’Ambrogio e al suo valore per la comunità locale. La giornata si concluderà con l’esibizione del coro ‘Le Voci del Mesma’ che offrirà un finale di grande suggestione artistica. Un anniversario che non è solo celebrazione, ma anche occasione per rinnovare la missione vincenziana: “Serviens in spe – Servire nella speranza”.

(Foto: Società San Vincenzo De Paoli)

Al Meeting di Rimini la grande avventura di san Francesco di Assisi

Al Meeting per l’Amicizia fra i popoli in programma alla fiera di Rimini fino al 27agosto è esposta la mostra ‘Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura’, primo progetto espositivo curato dalla Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi, inserita nel programma dei Centenari Francescani 2023-2026 e patrocinata dal Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario: essa si propone come un incontro autentico con il Santo, attraverso un percorso narrativo basato sul suo testamento, documento fondativo dell’Ordine.

L’allestimento, concepito come un’esperienza immersiva, sarà guidato da frati francescani e volontari del Meeting. Tra le opere esposte spicca l’effige di san Francesco dipinta da Cimabue, custodita nel museo della Porziuncola e mai prestata prima in un contesto simile. Inoltre, sarà presente anche un’opera di Sidival Fila, frate francescano ed artista di fama internazionale.

La mostra è stata presentata ad Assisi a fine luglio alla presenza del patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, che ha raccontato le sofferenze e le speranze della comunità cristiana di Gaza: “Viviamo un tempo drammaticamente complesso: guerre, squilibri sociali, crisi delle istituzioni internazionali e la violenza che sembra l’unica via per affermare potere. In questo contesto san Francesco rimane un riferimento universale, amato da tutti pur non avendo costruito nulla né risolto problemi concreti. Eppure, ha lasciato un segno profondo perché ha vissuto il Vangelo con radicalità e mitezza.

Torno ora da Gaza, e vi dico che ciò che ho visto è indescrivibile. Distruzione totale, fame, mancanza di cure, bambini senza scuola, ospedali distrutti. Ma in mezzo a questo inferno, ho visto gli uomini miti di oggi: gente che rischia la vita per aiutare, bambini che raccontano di essere stati salvati da Gesù nonostante le ferite, persone che condividono il poco che hanno. Anche in Israele ci sono miti che aiutano, e non dobbiamo generalizzare. La pace non nascerà dalle bombe o dalle decisioni dei governi, ma dalla capacità di guardarci negli occhi, di riconoscerci fratelli. Il nostro compito è non lasciare che il dolore occupi tutto il cuore, ma tenere viva la speranza attraverso gesti concreti di umanità. Questo è ciò che conta davvero, ed è questo che ci salverà”.

Fra Francesco Piloni, ministro provinciale di Umbria e Sardegna e curatore della mostra riminese, insieme al prof. Stefano Brufani, presidente della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, frate Luca Di Pasquale, frate Giuseppe Gioia, frate Gianpaolo Masotti, prof. Grado Giovanni Merlo, presidente onorario della Società Internazionale Studi Francescani e componente del Comitato Nazionale ‘800 anni’, suor Cristiana Mondonico, presidente della Federazione delle Clarisse di Santa Chiara e Sant’Agnese, ha sottolineato l’esperienza vissuta da san Francesco:

“Francesco non ha lasciato ricchezze, ma parole, esperienze e gesti che interrogano ancora oggi. La mostra nasce dal suo Testamento, dove troviamo parole chiave per leggere la vita di oggi con occhi evangelici. Quando uno scrive il testamento, va sulle cose fondamentali, non gira intorno alle parole, non chiacchiera, non dice parole vuote: l’eredità è precisa. Ecco, noi nella mostra abbiamo delle parole chiave che vogliamo consegnare, e sarà Francesco attraverso il suo Testamento a farci scoprire come queste parole siano contemporanee per l’uomo d’oggi”.

Cosa mette in risalto la mostra su san Francesco?

“Decisamente gli 800 anni di storia, ma soprattutto l’eredità, quanto mai attuale, della grande ‘avventura’ di questo uomo ‘figlio’ di Assisi. La mostra, intitolata ‘Io, frate Francesco’, ha la pretesa di lasciare al Santo assisate la parola. Infatti, soprattutto il testamento ed altri scritti, è Francesco stesso che ci consegna quei tesori eterni, che sono senza data di scadenza ed ancora così capaci di toccare l’uomo e la donna e di orientarli. Già come si entra la mostra racconta l’intenzione di immergere il visitatore nella vita di Francesco, nel suo saio, ma soprattutto nella sua esperienza di Dio, vissuta negli ultimi anni. Infatti, accanto agli scritti di Francesco, ci sono poche parole di commento; saranno le guide ad attualizzare quelle (chiamiamole) password, che Francesco ci ha consegnato nel testamento come eredità.

Accanto agli scritti ed alle poche parole di corredo ci sono le immagini di fra Sidival Fila, frate minore che vive a Roma, ed un’artista, che prende le stoffe scartate, cuce i tessuti con diversi materiali e li armonizza in opere d’arte di un significato vibrante, quasi a dire che c’è Francesco che nel testamento ci consegna la sua esperienza, ma già entrando nel suo abito ci si immerge nella sua vita, perché le pareti sono rivestite del tessuto del suo saio. Lui, figlio di mercanti di stoffe che faceva cucire pezzi di tessuti pregiati con altri eccentrici, incontra Cristo povero e nudo,scegliendo di vestirsi con abiti di poco conto.

Questa è la prima pro-vocazione, cioè a favore della nostra vocazione: una sveglia a chi guarda troppo alla vita ‘defora’, come scrive san Francesco a santa Chiara, e non sa più che quella di ‘dentro’ è ‘migliora’, cioè la vita interiore vale molto di più di una vita di apparenze. Lasciando parlare  le ‘inquietudini’ di Francesco, la mostra è una grande occasione per ‘disturbare’ la nostra falsa quiete ed accendere le domande e la ricerca di ciò che è vero e bello, cioè eterno. Nel finale della mostra ci sono due interessanti sorprese per continuare a restare nelle profondità”.

Quale esperienza di Dio ha vissuto san Francesco?

“Ha vissuto tante esperienze di Dio, quanti sono i passaggi della vita. Uno dei suoi biografi, Tommaso da Celano, narra che a volte si intratteneva con il Signore, parlandoGli come un amico; altre volte parlava a Dio come ad uno sposo (penso al grido emesso a La Verna: ‘mio Dio e mio Tutto’); altre volte come ad un giudice con la responsabilità di essere amministratori della vita donata da Dio. Comunque certamente l’esperienza di san Francesco è quella di un Dio vicino ed incarnato, che è appassionato dell’umanità ed entra nella storia. Questo piace molto a Francesco; è la sua esperienza.

Al vertice dell’esperienza cristiana abbiamo nel 1223 il presepe di Greggio, dove vuole vedere con i suoi occhi  Dio, Bambino di Betlemme. In quel periodo, in cui è iniziato il suo grande tormento interiore, Francesco ha bisogno di consolazione, vince questi momenti cercando colui che è l’Emmanuele e viene a stare con noi. Nel 1224 a La Verna è segnato nel corpo con le stimmate, segni della Passione. Nonostante questo, resta umano: questo convince Francesco, perché egli è e resta un amico vicino e continua ad affascinare, ma soprattutto a convincere, perché incarna la nostalgia che abbiamo di un mondo fraterno e riconciliato”.   

In quale modo è possibile ri-conoscere san Francesco d’Assisi?

“Quando una persona che lo avvicina abbandona tutte le immagini distorte, che il mondo offre anche nei confronti di Francesco per addomesticare secondo i propri gusti quello che ci viene offerto. Quindi fare addomesticare Francesco ‘secondo me’, scegliere quello che mi aggrada di più. Quante volte abbiamo ascoltato di un Francesco ridotto ad ecologista, animalista, pacifista… Questi sono riduzioni che non aiutano.

La mostra, che fa parlare il santo assisate, racconta le sue inquietudini (la mostra inizio con il buio), che lo ha fatto gridare davanti al Crocifisso a san Damiano. Come pure vibra la nostalgia di un mondo fraterno e capace di misericordia. Credo che il regalo più grande, per chi ha la pazienza di frequentare Francesco per non ridurlo alla superficie, per ri-conoscerlo è quando ci consegna la sua ‘perla’, che è ‘senza nulla di proprio. Quando facciamo la professione parliamo proprio di questo; questo ‘senza nulla di proprio’ è fondamentale per ogni uomo ed ogni donna, perché il contrario dell’amore è il possesso.

Francesco è capace di restituire la verità di questa parola, l’Amore, che è libero ed è liberante; un Amore, che riceve e dona; un Amore che è esattamente il contrario del possesso. Il ‘sine proprio’ è l’antidoto al possesso, che squalifica e crea tensioni nel microcosmo di ogni persona, come nel mondo. Tutto ciò che possiedi, ti possiede e ti fa perdere il cuore rivolto a Dio (donatore).

Questo è molto importante, perché la pretesa della mostra non è che tu esca conoscendo qualcosa in più di san Francesco (non sarebbe questo il nostro desiderio), ma di uscire dalla mostra dicendo ‘ma io questo Francesco non lo conoscevo, ma parla a me’. Non voler possedere Francesco, ma lasciarsi inquietare da Francesco, che ha costantemente il dito rivolto verso Gesù.

Credo che se riusciamo a trasmettere questo è un dono prezioso per riconoscere san Francesco d’Assisi. Lui negli scritti più volte scrive che è fondamentale che l’uomo cerchi di piacere a Dio, perché un uomo vale quanto vale davanti a Dio e nulla più, seguendo le orme di Gesù. Il cuore per riconoscere l’insegnamento di san Francesco è vivere questo ‘senza nulla di proprio’: non vivere più per possedere ma per amare”.

Quale rapporto esiste tra il titolo della mostra e quello del Meeting?

“Nella Bibbia il deserto è il luogo, dove si viene messi alla prova; è il luogo della tentazione, ma è anche il luogo dove si va con poco; si viene spogliati; c’è l’essenziale nel deserto. Ma il deserto è anche il luogo dove Dio parla e provvede. Il deserto è il nostro quotidiano, che cerchiamo di farlo diventare il nostro paradiso; ma resta sempre un paradiso artificiale, perché finché abitiamo il deserto fatto di cose abitudinarie, è difficile che riusciamo a cogliere la verità del cosmo. Nel deserto della quotidianità c’è la possibilità di non subire quello che viviamo, ma di scegliere come viverlo. Ed ecco la seconda parte (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’): scegliere con quali mattoni costruire.

Mi sembra che il santo di Assisi rappresenti un testimone, perché è colui che ha saputo rispondere a quanto Dio gli ha detto a san Damiano. A san Damiano Dio gli apre gli occhi: Francesco và e ripara la mia casa, che (come vedi) va in rovina. Prima di tutto, questa apertura degli occhi (come vedi), cioè la nostra vocazione missionaria è quella di riparare  e di restaurare. Per fare un lavoro di restauro occorrono mattoni nuovi. Pensandoci credo che i mattoni nuovi siano le otto beatitudini del capitolo 5 del Vangelo di san Matteo, dove occorre ritornare a vivere ed a diventare muratori di comunità, perché questi mattoni nuovi servono a costruire una comunità rinnovata, più libera dagli stereotipi e più matura; poi una comunità ‘calda’, cioè capace di leggere ciò che accade negli eventi con l’intelletto d’amore.

Non basta solo la testa, occorre anche il cuore. Eppoi comunità più povere di pretese e di attese per accogliere le sorprese di Dio. Mi piace il plurale (‘costruiamo’) e credo che san Francesco (lo dico in punta di piedi) avrebbe sottolineato molto questo plurale, questa fraternità. Forse noi siamo più attratti da questi mattoni nuovi.

Da ragazzo cercavo sempre la novità, ma diventando adulto vedo che la novità è già vecchia. Non cerco più la novità, ma cerco la Verità. Mi piace molto questo ‘costruiamo’. Sottolineerei che san Francesco dentro questo verbo sceglie veramente di rispondere ancora oggi a quel mandato di Dio a riparare la Sua casa, che ‘come vedi va in rovina’; ed oggi non possiamo non vedere le rovine di questo mondo. Ma noi ci siamo ed insieme possiamo costruire!”    

(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i Popoli)

Papa Leone XIV invita a pensare in grande la missione

“Benvenuti tutti! Ci sediamo e riflettiamo un po’ insieme. Cari fratelli e sorelle, con gioia vi do il benvenuto, in occasione dei vostri Capitoli e Assemblee. Saluto i Superiori e le Superiore Generali, i membri dei Consigli, tutti voi. Vi siete riuniti per pregare, confrontarvi e riflettere insieme su ciò che il Signore vi chiede per il futuro. I vostri Fondatori e Fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato in eredità carismi diversi per l’edificazione del Corpo di Cristo; e proprio perché quest’ultimo cresca secondo i disegni di Dio, la Chiesa vi chiede il servizio che state svolgendo”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto  a Castel Gandolfo i membri dei Capitoli Generali di diversi Istituti religiosi,

Nel breve discorso papa Leone XIV ha invitato gli aderenti agli ordini religiosi  ad ampliare gli orizzonti della propria missione e vocazione: “I vostri rispettivi Istituti incarnano aspetti tra loro complementari della vita e dell’azione di tutto il Popolo di Dio: l’offerta di sé in unione al Sacrificio di Cristo, la missione ad gentes, l’amore alla Chiesa custodito e trasmesso, l’educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di vie differenti con cui si esprime in forma carismatica l’unica ed eterna realtà che le anima tutte: l’amore di Dio per l’umanità”.

Con una citazione di papa Benedetto XVI nella messa di apertura della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di riporre la speranza in Cristo: “Come è d’uso, poi, ciascuna delle vostre Congregazioni ha individuato angolature particolari, alla luce delle quali rileggere l’eredità ricevuta, per aggiornarne e attualizzarne i contenuti. Anche queste piste di lavoro, che avete scelto durante il tempo della preparazione, nella preghiera e nell’ascolto vicendevole, sono un dono prezioso in quanto frutto dello Spirito.

E’ Lui che attraverso l’apporto di molti, sotto la guida dei Pastori, ‘aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità’. .. Avete formulato, così, linee-guida che contengono richiami fondamentali: rinnovare un autentico spirito missionario, fare propri i sentimenti ‘che furono di Cristo Gesù’, radicare la speranza in Dio, tenere viva nel cuore la fiamma dello Spirito, promuovere la pace, coltivare la corresponsabilità pastorale nelle chiese locali e altro ancora”.

Infine con un richiamo a papa Francesco il papa ha chiesto di annunciare la salvezza a tutti: “Possa ciò rinnovare e confermare in tutti noi la consapevolezza e la gioia di essere Chiesa, e in particolare spronare voi, nel discernimento capitolare, a pensare in grande, come tasselli unici di un disegno che vi supera e vi coinvolge al di là delle vostre stesse aspettative: il progetto di salvezza con cui Dio vuole condurre a sé tutta l’umanità, come una sola grande famiglia. E’ questo lo spirito con cui sono nati i vostri Istituti ed è questo l’orizzonte in cui collocare ogni sforzo, perché contribuisca, attraverso piccole luci, a diffondere su tutta la terra la luce di Cristo, che mai si esaurisce”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate missionari

“E’ per me una grande gioia trovarmi oggi qui con voi. Nel cuore dell’Anno Santo, insieme vogliamo testimoniare che è possibile essere sacerdoti felici, perché Cristo ci ha chiamati, Cristo ci ha fatti suoi amici: è una grazia che vogliamo accogliere con gratitudine e responsabilità”: all’Auditorium della Conciliazione per l’incontro internazionale ‘Sacerdoti Felici’, promosso dal Dicastero per il Clero papa Leone XIV ha chiesto una formazione che sia ‘cammino di relazione’, parlando della crisi vocazionale e rassicurando sul fatto che ‘Dio continua a chiamare’.

Dopo il saluto del segretario generale, il card. Mario Grech, papa Leone XIV si è rivolto ai membri del Consiglio Ordinario, sottolineando come ‘la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione’: “Le parole di Gesù ‘Vi ho chiamato amici’ non sono soltanto una dichiarazione affettuosa verso i discepoli, ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale”.

Ed ha elencato alcune ‘caratteristiche’ sacerdotali: “Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il ‘sì’ pronunciato all’inizio della vocazione”.

Quindi tre parole-chiave, di cui la prima è la formazione come ‘cammino di relazione’: “Diventare amici di Cristo significa essere formati nella relazione, non solo nelle competenze. La formazione sacerdotale, pertanto, non può ridursi ad acquisizione di nozioni, ma è un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore. Solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza. Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore”.

Ed ecco il secondo punto, che riguarda la fraternità come stile di vita presbiterale: “Diventare amici di Cristo comporta vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti. La formazione deve allora aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio come espressione di una Chiesa sinodale, nella quale si cresce insieme condividendo fatiche e gioie del ministero. Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?”

Infine, nel terzo punto papa Leone XIV ha sottolineato che occorre ‘formare’ i sacerdoti, come in molte occasioni aveva sottolineato papa Francesco in molte occasioni: “Inoltre, formare sacerdoti amici di Cristo significa formare uomini capaci di amare, ascoltare, pregare e servire insieme. Per questo bisogna mettere ogni cura nella preparazione dei formatori, perché l’efficacia della loro opera dipende anzitutto dall’esempio di vita e dalla comunione fra loro. L’istituzione stessa dei Seminari ci ricorda che la formazione dei futuri ministri ordinati non si può svolgere in maniera isolata, ma richiede il coinvolgimento di tutti gli amici e le amiche del Signore che vivono da discepoli missionari a servizio del Popolo di Dio”.

A questo punto non poteva mancare un accenno alle vocazioni: “Nonostante i segnali di crisi che attraversano la vita e la missione dei presbiteri, Dio continua a chiamare e resta fedele alle sue promesse. Occorre che ci siano spazi adeguati per ascoltare la sua voce. Per questo sono importanti ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé. Abbiate il coraggio di proposte forti e liberanti!”

Per questo l’enciclica ‘Dilexit nos’ è molto importante: “Essa ci interpella fortemente: ci chiede di custodire insieme la mistica e l’impegno sociale, la contemplazione e l’azione, il silenzio e l’annuncio. Il nostro tempo ci provoca: molti sembrano essersi allontanati dalla fede, eppure nel profondo di molte persone, specialmente dei giovani, c’è sete di infinito e di salvezza. Tanti sperimentano come un’assenza di Dio, eppure ogni essere umano è fatto per Lui, e il disegno del Padre è fare di Cristo il cuore del mondo”.

Ed ha chiesto un nuovo slancio missionario: “Una missione che propone con coraggio e con amore il Vangelo di Gesù. Mediante la nostra azione pastorale, è il Signore stesso che si prende cura del suo gregge, raduna chi è disperso, si china su chi è ferito, sostiene chi è scoraggiato. Imitando l’esempio del Maestro, cresciamo nella fede e diventiamo perciò testimoni credibili della vocazione che abbiamo ricevuto. Quando uno crede, si vede: la felicità del ministro riflette il suo incontro con Cristo, sostenendolo nella missione e nel servizio”.

Mentre prima della preghiera conclusiva papa Leone XIV ha richiamato alla’vicinanza’ cara a papa Francesco: “Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la ‘vicinanza’: vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro Vescovo, o Superiore religioso, e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli; vivere questa bellissima esperienza di camminare insieme sapendo che siamo chiamati ad essere discepoli del Signore. Abbiamo una grande missione e tutti insieme lo possiamo fare. Contiamo sempre sulla grazia di Dio, la vicinanza anche da parte mia, e insieme possiamo essere davvero questa voce nel mondo”.

In precedenza papa Leone XIV ha ricordato l’impulso al Sinodo dato da papa Francesco: “Papa Francesco ha dato un nuovo impulso al Sinodo dei Vescovi, rifacendosi, come più volte ha affermato, a San Paolo VI. E l’eredità che ci ha lasciato mi pare sia soprattutto questa: che la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione.

Durante il suo pontificato, papa Francesco ha portato avanti questa concezione nelle diverse Assemblee sinodali, specialmente in quelle sulla famiglia, e poi l’ha fatta sfociare nell’ultimo percorso, dedicato proprio alla sinodalità”.

(Foto: Santa Sede)

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