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Papa Leone XIV invita a prendersi cura

“Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per questo incontro, come per tutto quello che fate per la tutela, l’assistenza e la cura dei malati di sclerosi laterale amiotrofica. Siete un’associazione che unisce persone che vivono la malattia, familiari e ‘curanti’, in un’alleanza terapeutica di forte vicinanza e prossimità che ben incarna lo stile stesso di Gesù nei confronti di chi soffre”: così ha esordito papa Leone XIV nell’ultimo incontro della giornata intensa, ricevendo i membri dell’AISLA, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, che ha ringraziato per il servizio di cura e vicinanza offerto ai malati e ai loro familiari.

Subito ha ringraziato gli aderenti per la loro testimonianza: “Il primo apporto di questo “patto”, che voglio sottolineare, è quello di chi è affetto da S.L.A., e ogni giorno, con impegno, fede e coraggio, testimonia che la bontà e il valore della vita sono più grandi della malattia e che, anzi, le sfide stesse che questa comporta si possono affrontare insieme, trasformandole in occasioni speciali e privilegiate per dare e ricevere amore. Grazie per questo! Voi, come profeti, insegnate a tutti il valore vero della vita, e il nostro mondo ha tanto bisogno di questo messaggio!”

Quindi ha sottolineato l’importanza della ricerca scientifica: “L’Associazione sostiene poi la ricerca scientifica, la formazione, l’informazione e l’assistenza, svolgendo pure un importante ruolo di rappresentanza e di advocacy, e sensibilizzando i singoli, le comunità e le Istituzioni, anche a livello civile, là dove si rende necessario tutelare i diritti di chi ha bisogno di aiuto”.

Ma ciò che è più interessante per il papa è la ‘vicinanza’ con il malato: “Un altro aspetto del vostro stile di lavoro è poi la prossimità, a partire dalla vicinanza territoriale, che vi vuole presenti presso le abitazioni dei sofferenti. Pure questo è molto importante, perché la cura della salute, oltre che organizzazione e competenza, richiede presenza, anche fisica, per il bene della persona nelle sue diverse dimensioni: biologica, psichica e spirituale.

La Chiesa sente molto il valore di questo ‘stare vicino’: di affiancare le persone, là dove si trovano, presso le loro case, per offrire un accompagnamento, oltre che assistenziale, anche spirituale, specialmente con attenzione alle domande di senso che il dolore suscita e che non possono restare inascoltate”.

Infine un incoraggiamento a non arrendersi con un riferimento alla ‘Via Crucis’ di Gesù: “E’ stato solidale con noi fino in fondo, mostrandoci però, con la sua croce e risurrezione, che il dolore e la sofferenza non possono fermare l’amore e annullare la potenza di Dio. Per questo tutti noi, figli della sua Pasqua, siamo il popolo della speranza, che non si arrende davanti alle difficoltà, ma unito e solidale, con l’aiuto di Dio, continua a camminare, senza arrendersi mai, senza arrendersi. Ed in questo io vi ringrazio di cuore per il vostro coraggio: non arrendetevi, camminate con questo coraggio e la speranza nel Signore!”

La giornata di incontri con il papa si era aperta ricevendo i dirigenti dell’Inter, vincitrice del campionato italiano di calcio: “E’ una meta raggiunta grazie a molto impegno, gioco di squadra, disciplina e costanza, che avete saputo mantenere sia nei momenti esaltanti (come l’ultima partita, quando avete già festeggiato!) ed anche in quelli difficili, senza scoraggiarvi né arrendervi. Per questo, mentre mi felicito con voi, vi invito a riflettere sull’esperienza vissuta, per farvi portatori, in questo momento di successo, di un messaggio utile specialmente alla crescita dei giovani”.

E’ stato un invito ad essere testimoni di valore per i giovani: “Molti di loro, in questi giorni, guardano a voi come ai loro “eroi”, come a modelli da imitare, e questo vi investe di una responsabilità che va oltre la prestazione e che vi vuole, come sportivi, testimoni di valori. Questo vorrei veramente sottolinearlo, perché i giovani oggi veramente hanno bisogno di modelli e quello che fate voi ha un impatto che può essere positivo o negativo sulla vita dei giovani”.

Continuando la giornata il papa ha incontrato la delegazione dei Capi e dei Rappresentanti della Comunità Musulmana del Senegal, ribadendo che le fedi sono per la pace: “Cristiani e musulmani, crediamo insieme che ogni essere umano sia modellato dalle mani di Dio, e quindi rivestito di una dignità che nessuna legge né alcun potere umano hanno il diritto di confiscare…

E’ su questo fondamento di fraternità, nell’origine dell’umanità e nella fede che assumiamo insieme la nostra responsabilità comune: condannare ogni forma di discriminazione e di persecuzione fondata sulla razza, la religione o l’origine; rifiutare ogni strumentalizzazione del nome di Dio a fini militari, economici o politici: alzare la nostra voce a favore di ogni minoranza che soffre”.

Continuando la mattinata il papa ha ricevuto anche i membri della Fondazione ‘Giovanni Paolo II per il Sahel’ nel quarantennale della sua fondazione: “Attraverso il suo fine principale, contribuisce all’opera di Dio, alla tutela della ‘casa comune’, e mette in evidenza la vostra responsabilità sociale. Soccorrere le vittime di una calamità naturale o le persone vulnerabili è, in effetti, una questione di giustizia prima ancora che di carità…

In quanto persona giuridica strumentale del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, auspico e vi esorto affinché, nello spirito di sussidiarietà, la vostra collaborazione nella sinodalità con questo Dicastero e con le altre istituzioni della Santa Sede, contribuisca al rispetto e alla promozione dell’inalienabile dignità umana delle popolazioni del Sahel, attraverso progetti di sviluppo umano integrale”.

Ed ai membri della ‘Edith-Wagner-Haberland-Foundation’ ed ‘Augustiner Brewery’ sottolineando la responsabilità della salvaguardia del creato: “Questa consapevolezza ci chiama alla grande responsabilità non solo di prenderci cura del creato, ma anche di assicurare che le sue risorse siano usate sempre con saggezza e con un occhio alla giustizia, che è una condizione indispensabile per la pace. Vi incoraggio pertanto, quando ritornerete a casa, a continuare a fare la vostra parte nel promuovere un approccio giusto ed efficace alla cura del creato, sia professionalmente sia personalmente, nell’interesse del bene comune”.

(Foto: Santa Sede)

La compassione del Samaritano attraverso il dolore dell’altro

“Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati. Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. Ad un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato”: è questo il tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato di papa Leone XIV, che sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio.

Il titolo, ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, è spiegato dal papa stesso: “Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura ed, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. 

Innanzitutto per la cura è necessaria la vicinanza: “Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è ‘passato oltre’, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale”.

Ma la vicinanza ha necessita di una sosta: “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”.

L’amore è azione, come ha mostrato san Francesco nell’incontro con il lebbroso: “L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.

Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi”.

E’ una ripresa del pensiero dell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, che invita a esercitare l’emozione: “Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. E’ un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura”.

Quindi il papa racconta la sua esperienza missionaria: “Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale”.

Quindi amore per Dio e per il prossimo non possono essere tenuti separati: “Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti”.

Da qui si può comprendere l’amore verso sé: “Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”.

Il messaggio è un invito ad essere samaritani: “Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”.

Il messaggio è chiuso da una preghiera alla Madre di Dio: “Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore: Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo.  Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Leone XIV: nel presepe Dio si fa presenza

“Cari fratelli e sorelle, il Presepio e l’Albero sono segni di fede e di speranza; mentre li contempliamo nelle nostre case, nelle parrocchie e nelle piazze, chiediamo al Signore di rinnovare in noi il dono della pace e della fraternità. Preghiamo per quanti soffrono a causa della guerra e della violenza; in particolare oggi desidero affidare al Signore le vittime della strage terroristica compiuta ieri a Sydney contro la comunità ebraica. Basta con queste forme di violenze antisemitiche! Dobbiamo eliminare l’odio dai nostri cuori”: è stato l’appello accorato di papa Leone XIV nel ricevere questa mattina in udienza i donatori del presepe esposto nell’Aula Paolo VI e dell’albero e del presepe di piazza san Pietro dopo l’attentato di Bondi Beach, in Australia, durante l’Hanukkah.

Nel saluto iniziale il papa ha sottolineato che attraverso il presepe Dio si fa presenza vicina: “Ai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo che si recheranno a piazza San Pietro, la scena della natività ricorderà che Dio si fa vicino all’umanità, si fa uno di noi, entrando nella nostra storia con la piccolezza di un bambino. Infatti, nella povertà della stalla di Betlemme, contempliamo un mistero di umiltà e di amore”.

L’Avvenimento che si fa presenza nel presepio permette di rivalutare il valore del silenzio per scoprire la meraviglia dell’adorazione: “Davanti ad ogni presepe, anche quelli realizzati nelle nostre case, noi riviviamo quell’Avvenimento e riscopriamo la necessità di cercare momenti di silenzio e di preghiera nella nostra vita, per ritrovare noi stessi ed entrare in comunione con Dio.

La Vergine Maria è il modello del silenzio adorante. A differenza dei pastori che, tornando da Betlemme, glorificano Dio e raccontano quello che avevano visto e udito, la Madre di Gesù custodisce tutto nel suo cuore. Il suo silenzio non è semplice tacere: è meraviglia e adorazione”.

Ed anche l’albero di Natale, proveniente dalla diocesi di Bolzano-Bressanone, è un richiamo alla speranza della vita che non termina: “L’albero, con le sue fronde sempreverdi, è segno di vita e richiama la speranza che non viene meno neppure nel freddo dell’inverno. Le luci che lo adornano simboleggiano Cristo luce del mondo, venuto a fugare le tenebre del peccato e a illuminare il nostro cammino. Oltre al grande abete, da quelle stesse località dell’Alto Adige provengono gli altri alberi di dimensioni più piccole destinati a uffici, luoghi pubblici e ambienti vari della Città del Vaticano”.

Infine il papa ha evidenziato la caratteristica del presepe che proviene dal Costa Rica: “La rappresentazione della Natività, che rimarrà in quest’Aula per tutto il periodo natalizio, proviene dal Costa Rica e si intitola ‘Nacimiento Gaudium’. Ognuno dei 28.000 nastri colorati che decorano la scena rappresenta una vita preservata dall’aborto grazie alla preghiera e al sostegno fornito da organizzazioni cattoliche a molte madri in difficoltà.

Ringrazio l’artista costaricana che ha voluto, insieme al messaggio di pace del Natale, lanciare anche un appello affinché venga protetta la vita fin dal concepimento… Cari fratelli e sorelle, il Presepio e l’Albero sono segni di fede e di speranza; mentre li contempliamo nelle nostre case, nelle parrocchie e nelle piazze, chiediamo al Signore di rinnovare in noi il dono della pace e della fraternità”.

Avvento di Carità per le famiglie della Striscia di Gaza

La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che 14 Dicembre, III Domenica di Avvento, si svolgerà l’ ‘Avvento di Carità 2025’,  durante la quale la questua straordinaria delle 43 Parrocchie diocesane sarà a sostegno delle famiglie martoriate della Striscia di Gaza per dare conforto e speranza in modo particolare ai bambini e ai giovani, nell’ambito del gemellaggio con il Patriarcato di Gerusalemme.

 In questo Avvento di Carità la Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca rinnova e rafforza il suo impegno a sostenere il flebile segno di PACE con la preghiera e con azioni concrete per dare conforto e speranza. La proposta di animazione comunitaria per vivere, nella solidarietà e nella generosità, il tempo che prepara al Natale è promossa dalla Caritas diocesana, dalla Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’, da Amahoro e dall’ufficio Missio Ugento.

Il vangelo, Domenica Gaudete –  14 Dicembre 2025, annuncia che – Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Matteo 11,4-6). In Gesù, Buon Samaritano, ancora oggi le vite umane, ferite e umiliate da ogni forma di violenza, si risollevano e tornano a sorridere.

 La situazione dei bambini a Gaza è catastrofica e senza precedenti, con un impatto sproporzionato dovuto al conflitto. Migliaia di bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto. Il numero esatto è difficile da verificare, ma le stime indicano decine di migliaia di vittime totali tra morti e feriti, con i bambini che rappresentano una percentuale elevatissima.

In alcuni periodi si sono registrati numeri estremamente alti di bambini uccisi o feriti al giorno, riflettendo la natura volatile e distruttiva del conflitto che colpisce pesantemente i civili. Molti bambini sopravvissuti riportano ferite che alterano permanentemente le loro vite e richiedono interventi chirurgici complessi, spesso in strutture mediche al collasso e con risorse insufficienti.

 A tutto questo si aggiunge la mancanza di cibo, acqua potabile e forniture mediche ha portato a livelli critici di malnutrizione. In alcune aree, in particolare nel nord di Gaza, la carestia è un rischio imminente e ci sono stati decessi accertati per malnutrizione. La mancanza di acqua pulita, servizi igienico-sanitari e le condizioni di sovraffollamento nei rifugi aumentano il rischio di diffusione di malattie trasmesse dall’acqua e respiratorie. L’ingresso degli aiuti umanitari è spesso insufficiente e l’ordine civile compromesso rende la distribuzione degli aiuti molto difficile e pericolosa.

 La maggior parte della popolazione è sfollata internamente, costretta a fuggire più volte e a vivere in rifugi improvvisati o in condizioni estreme, spesso esposti alle intemperie. I bambini sono esposti a traumi psicologici incalcolabili, avendo perso familiari, case e la sicurezza. Molti mostrano segni di ansia, disturbi del sonno e stress estremo. Scuole e ospedali sono stati danneggiati o distrutti, privando i bambini del diritto all’istruzione e alle cure mediche essenziali.

 Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S.Maria di Leuca, insieme ad un gruppo di sacerdoti e laici, farà visita, nella prima settimana di febbraio 2026, a Gerusalemme e Nazaret – Israele e a Cipro  per mostrare la vicinanza dell’intera Diocesi alla popolazione di Gaza e rinsaldare il rapporto con il Patriarcato della Terra Santa.

  Per aiutare concretamente è possibile effettuare un’ offerta detraibile a favore della Fondazione Mons. Vito De Grisantis,(braccio operativo della Caritas Diocesana) causale: Avvento di Carità 2025 – IBAN: IT23K0306234210000002904373. Per maggiori informazioni e dettagli sull’iniziativa si può contattare il Centro Caritas Ugento – S. Maria di Leuca in Piazza Cappuccini, 15 a Tricase – www.caritasugentoleuca.it – email: segreteria@caritasugentoleuca.it – Tel.0833219865.

Il card. Repole ricorda mons. Nosiglia: aveva urgenza di annunciare Gesù

“La postura è quella di chi ha ‘le vesti strette ai fianchi’, con il gesto di chi non perde tempo, non ha tempo da perdere, e si mette al lavoro, in un servizio diuturno delle sorelle e dei fratelli. Lo stesso gesto che deve essere compiuto nella Pasqua, nell’attesa del passaggio e del compimento della promessa di Dio. E forse in questo gesto si congiungono mirabilmente insieme le due situazioni: chi attende la lucentezza piena del volto di Cristo, chi attende la sua manifestazione definitiva, allora non è statico, non è fermo, non è inerme, ma si cinge i fianchi perché sa che ogni piccolo gesto è prezioso, ogni attimo del suo tempo è vitale, ogni possibilità di servizio non va smarrita.

E, nello stesso tempo, ogni azione, ogni gesto, ogni servizio reso manifestano sempre l’inquietudine di quell’altrove e di quell’ulteriorità del Volto lucente di Cristo”: sono le parole con cui il card. Roberto Repole arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, ha iniziato l’omelia per le esequie di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo emerito di Torino, morto il 27 agosto all’Hospice del Cottolengo a Chieri.

Alla celebrazione hanno partecipato molti vescovi, tra i quali il card. Giuseppe Betori, mons. Vincenzo Paglia, e il vescovo di Vicenza mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, e mons. Beniamino Pizziol, vescovo emerito di Vicenza, successore di mons. Nosiglia, mons. Adriano Tessarollo, vescovo emerito di Chioggia, ordinato vescovo da mons. Nosiglia, mons. Lodovico Furian, vicario generale di Nosiglia dal 2007 al 2010, e mons. Massimo Pozzer, segretario di Nosiglia a Vicenza.

Nell’omelia il card. Repole ha evidenziato le caratteristiche del vescovo defunto: “Chi ha conosciuto il vescovo Cesare sa che c’è molto di lui in queste semplici parole evangeliche. L’arcivescovo Cesare non tollerava i vuoti. La sua agenda non poteva prevedere delle pagine bianche. Riempiva i giorni, riempiva le ore, riempiva i minuti. Era sempre in movimento, sentiva l’urgenza dell’azione pastorale, sentiva l’impellenza del servizio del prete e del pastore… Anche se forse non sempre appariva in modo netto, immediato, perché (lo sappiamo tutti, chi lo ha conosciuto lo sa) il suo carattere era schivo, riservato. Ma questo c’era, questo c’era!”.

Sempre il cardinale ha sottolineato la grande vicinanza di mons. Nosiglia agli ‘ultimi’: “Ha avuto cura che tutti potessero essere sfamati, che ciascuno (a cominciare dai più fragili, da chi perdeva il lavoro, da chi era in ospedale, da chi era povero, da chi era migrante, a cominciare da loro) che ciascuno potesse sperimentare in modo concreto, materiale, tangibile, la vicinanza di Dio. Perché sapeva molto bene che soltanto se si riceve il pane materiale, allora il pane dell’Evangelo non può essere frainteso, diventa autentico e vero. Lo sapeva sin dall’inizio e lo manifestava nell’incontro con i tanti poveri che ha voluto incontrare sempre, fino alla fine.

Mi colpiva la spontaneità che monsignor Nosiglia aveva quando incontrava delle persone fragili. Una spontaneità, francamente, che forse non gli era così immediata in altre circostanze. Mi sono chiesto tante volte perché era così. Forse perché i più fragili, i più poveri sono senza difese. E quando tu li incontri sul serio, scopri che anche tu sei fragile e senza difese, non devi mascherarti, puoi essere quello che sei”.

(Foto: Arcidiocesi di Torino)

Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate missionari

“E’ per me una grande gioia trovarmi oggi qui con voi. Nel cuore dell’Anno Santo, insieme vogliamo testimoniare che è possibile essere sacerdoti felici, perché Cristo ci ha chiamati, Cristo ci ha fatti suoi amici: è una grazia che vogliamo accogliere con gratitudine e responsabilità”: all’Auditorium della Conciliazione per l’incontro internazionale ‘Sacerdoti Felici’, promosso dal Dicastero per il Clero papa Leone XIV ha chiesto una formazione che sia ‘cammino di relazione’, parlando della crisi vocazionale e rassicurando sul fatto che ‘Dio continua a chiamare’.

Dopo il saluto del segretario generale, il card. Mario Grech, papa Leone XIV si è rivolto ai membri del Consiglio Ordinario, sottolineando come ‘la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione’: “Le parole di Gesù ‘Vi ho chiamato amici’ non sono soltanto una dichiarazione affettuosa verso i discepoli, ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale”.

Ed ha elencato alcune ‘caratteristiche’ sacerdotali: “Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il ‘sì’ pronunciato all’inizio della vocazione”.

Quindi tre parole-chiave, di cui la prima è la formazione come ‘cammino di relazione’: “Diventare amici di Cristo significa essere formati nella relazione, non solo nelle competenze. La formazione sacerdotale, pertanto, non può ridursi ad acquisizione di nozioni, ma è un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore. Solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza. Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore”.

Ed ecco il secondo punto, che riguarda la fraternità come stile di vita presbiterale: “Diventare amici di Cristo comporta vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti. La formazione deve allora aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio come espressione di una Chiesa sinodale, nella quale si cresce insieme condividendo fatiche e gioie del ministero. Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?”

Infine, nel terzo punto papa Leone XIV ha sottolineato che occorre ‘formare’ i sacerdoti, come in molte occasioni aveva sottolineato papa Francesco in molte occasioni: “Inoltre, formare sacerdoti amici di Cristo significa formare uomini capaci di amare, ascoltare, pregare e servire insieme. Per questo bisogna mettere ogni cura nella preparazione dei formatori, perché l’efficacia della loro opera dipende anzitutto dall’esempio di vita e dalla comunione fra loro. L’istituzione stessa dei Seminari ci ricorda che la formazione dei futuri ministri ordinati non si può svolgere in maniera isolata, ma richiede il coinvolgimento di tutti gli amici e le amiche del Signore che vivono da discepoli missionari a servizio del Popolo di Dio”.

A questo punto non poteva mancare un accenno alle vocazioni: “Nonostante i segnali di crisi che attraversano la vita e la missione dei presbiteri, Dio continua a chiamare e resta fedele alle sue promesse. Occorre che ci siano spazi adeguati per ascoltare la sua voce. Per questo sono importanti ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé. Abbiate il coraggio di proposte forti e liberanti!”

Per questo l’enciclica ‘Dilexit nos’ è molto importante: “Essa ci interpella fortemente: ci chiede di custodire insieme la mistica e l’impegno sociale, la contemplazione e l’azione, il silenzio e l’annuncio. Il nostro tempo ci provoca: molti sembrano essersi allontanati dalla fede, eppure nel profondo di molte persone, specialmente dei giovani, c’è sete di infinito e di salvezza. Tanti sperimentano come un’assenza di Dio, eppure ogni essere umano è fatto per Lui, e il disegno del Padre è fare di Cristo il cuore del mondo”.

Ed ha chiesto un nuovo slancio missionario: “Una missione che propone con coraggio e con amore il Vangelo di Gesù. Mediante la nostra azione pastorale, è il Signore stesso che si prende cura del suo gregge, raduna chi è disperso, si china su chi è ferito, sostiene chi è scoraggiato. Imitando l’esempio del Maestro, cresciamo nella fede e diventiamo perciò testimoni credibili della vocazione che abbiamo ricevuto. Quando uno crede, si vede: la felicità del ministro riflette il suo incontro con Cristo, sostenendolo nella missione e nel servizio”.

Mentre prima della preghiera conclusiva papa Leone XIV ha richiamato alla’vicinanza’ cara a papa Francesco: “Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la ‘vicinanza’: vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro Vescovo, o Superiore religioso, e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli; vivere questa bellissima esperienza di camminare insieme sapendo che siamo chiamati ad essere discepoli del Signore. Abbiamo una grande missione e tutti insieme lo possiamo fare. Contiamo sempre sulla grazia di Dio, la vicinanza anche da parte mia, e insieme possiamo essere davvero questa voce nel mondo”.

In precedenza papa Leone XIV ha ricordato l’impulso al Sinodo dato da papa Francesco: “Papa Francesco ha dato un nuovo impulso al Sinodo dei Vescovi, rifacendosi, come più volte ha affermato, a San Paolo VI. E l’eredità che ci ha lasciato mi pare sia soprattutto questa: che la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione.

Durante il suo pontificato, papa Francesco ha portato avanti questa concezione nelle diverse Assemblee sinodali, specialmente in quelle sulla famiglia, e poi l’ha fatta sfociare nell’ultimo percorso, dedicato proprio alla sinodalità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai nuovi sacerdoti: Dio è sempre vicino al popolo di Dio

“Oggi è un giorno di grande gioia per la Chiesa e per ognuno di voi, ordinandi presbiteri, insieme a familiari, amici e compagni di cammino negli anni della formazione. Come il Rito dell’Ordinazione evidenzia in più passaggi, è fondamentale il rapporto fra ciò che oggi celebriamo e il popolo di Dio. La profondità, l’ampiezza e persino la durata della gioia divina che ora condividiamo è direttamente proporzionale ai legami che esistono e cresceranno tra voi ordinandi e il popolo da cui provenite, di cui rimanete parte e a cui siete inviati”: questa mattina nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha conferito l’ordinazione presbiterale a 11 diaconi, 7 dei quali provenienti dal Pontificio Seminario Romano Maggiore, e 4 dal Collegio Diocesano Redemptoris Mater.

Nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria il papa ha ribadito il bisogno di consapevolezza di essere ‘popolo di Dio’: “Il Concilio Vaticano II ha reso più viva questa consapevolezza, quasi anticipando un tempo in cui le appartenenze si sarebbero fatte più deboli e il senso di Dio più rarefatto. Voi siete testimonianza del fatto che Dio non si è stancato di radunare i suoi figli, pur diversi, e di costituirli in una dinamica unità”.

Un popolo a cui Dio è sempre ‘vicino’: “Non si tratta di un’azione impetuosa, ma di quella brezza leggera che ridiede speranza al profeta Elia nell’ora dello scoraggiamento. Non è rumorosa la gioia di Dio, ma realmente cambia la storia e ci avvicina gli uni agli altri. Ne è icona il mistero della Visitazione, che la Chiesa contempla nell’ultimo giorno di maggio. Dall’incontro fra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta vediamo scaturire il Magnificat, il canto di un popolo visitato dalla grazia”.

Rivolgendosi agli ordinandi il papa ha invitato a non essere autoreferenziali: “Il Vangelo, infatti, è arrivato a noi attraverso legami che il mondo può logorare, ma non distruggere. Cari ordinandi, concepite allora voi stessi al modo di Gesù! Essere di Dio (servi di Dio, popolo di Dio) ci lega alla terra: non a un mondo ideale, ma a quello reale. Come Gesù, sono persone in carne e ossa quelle che il Padre mette sul vostro cammino. A loro consacrate voi stessi, senza separarvene, senza isolarvi, senza fare del dono ricevuto una sorta di privilegio. Papa Francesco ci ha messo tante volte in guardia da questo, perché l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”.

Ed ha ribadito che la Chiesa è per tutti: “La Chiesa è costitutivamente estroversa, come estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Voi farete vostre le sue parole in ogni Eucaristia: è «per voi e per tutti». Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo. E ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non cercate, non cerchiamo altro potere!”

Ecco il significato dell’imposizione delle mani: “Il gesto dell’imposizione delle mani, con cui Gesù accoglieva i bambini e guariva i malati, rinnovi in voi la potenza liberatrice del suo ministero messianico. Negli Atti degli Apostoli quel gesto che tra poco ripeteremo è trasmissione dello Spirito creatore. Così, il Regno di Dio mette ora in comunione le vostre personali libertà, disposte a uscire da sé stesse, innestando le vostre intelligenze e le vostre giovani forze nella missione giubilare che Gesù ha trasmesso alla sua Chiesa”.

Riprendendo le parole delle letture della celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato la necessità della trasparenza di vita: “Anche noi Vescovi, cari ordinandi, coinvolgendovi nella missione oggi vi facciamo spazio. E voi fate spazio ai fedeli e ad ogni creatura, cui il Risorto è vicino e in cui ama visitarci e stupirci. Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini…

Teniamo nel cuore e nella mente, ben scolpita, questa espressione! ‘Voi sapete come mi sono comportato’: la trasparenza della vita. Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili! Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile. Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.

L’omelia è conclusa con l’invito ad essere ‘posseduti’ da Gesù: “E’ un possesso che libera e che ci abilita a non possedere nessuno. Liberare, non possedere. Siamo di Dio: non c’è ricchezza più grande da apprezzare e da partecipare. E’ l’unica ricchezza che, condivisa, si moltiplica. La vogliamo insieme portare nel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo unico Figlio.

Così, è piena di senso la vita donata da questi fratelli, che tra poco saranno ordinati presbiteri. Li ringraziamo e ringraziamo Dio che li ha chiamati a servizio di un popolo tutto sacerdotale. Insieme, infatti, noi uniamo cielo e terra. In Maria, Madre della Chiesa, brilla questo comune sacerdozio che innalza gli umili, lega le generazioni, ci fa chiamare beati. Lei, Madonna della Fiducia e Madre della Speranza, interceda per noi”.

Quindi degli undici sacerdoti, in sette si sono formati presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Si tratta di Marco Petrolo, destinato alla parrocchia di Santa Maria Causa Nostrae Laetitiae; Enrico Maria Trusiani, che presterà servizio a Santa Maria Consolatrice; Federico Pelosio, che andrà a Santa Teresa di Calcutta; Giuseppe Terranova, destinato alla comunità dei Santi Fabiano e Venanzio; Francesco Melone, destinato a Santa Silvia; Andrea Alessi, che andrà alla Sacra Famiglia del Divino Amore; Hong Hieu Nguyen, impegnato nella parrocchia di Nostra Signora della Visitazione. Hanno invece studiato presso il Seminario Redemptoris Mater: Gabriele Di Menno Di Bucchianico, che andrà alla Gran Madre di Dio; Cody Gerard Merfalen, a San Raimondo Nonnato; Matteo Renzi, a Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca; Simone Troilo, a San Carlo da Sezze.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: speranza è Dio fattosi uomo

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza i vescovi, formatori e seminaristi della Provincia Ecclesiastica di Valencia, regione colpita nello scorso ottobre dalle alluvioni, mettendolo subito in evidenza: “Non mi è facile esprimervi i miei sentimenti, pensando ai Natali sicuramente atipici con quell’esperienza che ‘Dio si è fatto argilla’ in voi”.

Però, ha sottolineato che il dolore apre alla speranza: “Un dolore e un lutto che, pur nella sua durezza, ci apre alla speranza perché, costringendoci a toccare il fondo e a lasciare alle spalle tutto ciò che sembrava sostenerci, ci permette di andare oltre. Non è qualcosa che possiamo fare da soli, è un’immensa oscurità che avete sperimentato e state vivendo. E penso all’aiuto disinteressato di tante persone, gli occhi pieni di dedizione della gente, hanno saputo illuminarci con la tenerezza di Dio”.

E’ stato un invito ad essere in ogni situazione, in quanto tali fenomeni meteorologici (DANA) si possono ripetere, ed il compito dei cristiani si concretizza nella presenza e nella vicinanza: “Sei chiamato a lavorare in questo campo. DANA non è un fenomeno atipico che semplicemente speriamo non si ripeta, è l’estrapolazione di ciò che sperimenta ogni essere umano che affronta una perdita e si sente solo, fuori posto e bisognoso di sostegno per poter continuare.

Gesù lo dice molto chiaramente: ‘Per questo sono stato unto (per questo siete unti voi) per fasciare i cuori spezzati e proclamare l’anno di grazia del Signore’. Siamo già in quest’Anno di Grazia, che ho voluto dedicare alla speranza e che vivrete in tutta la sua forza meditando queste parole”.

Quindi ha concluso l’incontro ribandendo che la speranza non è ottimismo: “Una volta ho detto che ‘speranza’ non è ‘ottimismo’. ‘Ottimismo’ è un’espressione leggera, la speranza è un’altra cosa. Non possiamo prendere alla leggera la sofferenza delle persone e cercare di consolarle con frasi di circostanza e di bontà”.

La speranza è Gesù, con l’invito a donarsi: “La nostra speranza ha un nome, Gesù, quel Dio che non si è sentito disgustato dal nostro fango e che, invece di salvarci dal fango, si è fatto fango per noi. Ed essere prete è essere un altro Cristo, è diventare fango nelle lacrime della gente, e quando vedi la gente distrutta, perché a Valencia c’è gente distrutta, che ha perso la vita a pezzi, dai pezzi di voi stessi, come fa Cristo nell’Eucaristia. Per favore donatevi gratuitamente, perché tutto ciò che avete è stato ricevuto gratuitamente, non dimenticatevi della gratuità”.

Inoltre ha inviato un messaggio a p. Geoffroy Kemlin, abate di Saint-Pierre di Solesmes e presidente della Congregazione di Solesmes in occasione del 150° anniversario della morte di dom Prosper Guéranger: “Desidero esprimere il mio incoraggiamento e la mia affettuosa vicinanza a quanti hanno impegnato la loro vita sulla scia di questo servitore della Chiesa, o si adoperano per far conoscere la sua vita e la sua opera. Benedico anima mea Domino. Questo versetto del Salmo 102 fu una delle ultime parole che pronunciò prima di rimettere la sua anima nelle mani del Padre il 30 gennaio 1875”.

Nel messaggio il papa ha sottolineato alcune caratteristiche di questo fondatore: “Evocando dom Guéranger, i miei predecessori hanno sottolineato le diverse espressioni del suo carisma ricevute per l’edificazione di tutta la Chiesa: il suo ruolo di restauratore della vita monastica benedettina in Francia, la sua scienza liturgica posta al servizio del popolo di Dio, la sua ardente pietà verso il Sacro Cuore di Gesù e della Vergine Maria, la sua opera a favore della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e di quello dell’infallibilità pontificio, i suoi scritti in difesa della libertà della Chiesa”.

Per questo ha sottolineato due aspetti particolari, soffermandosi sulla liturgia: “Vorrei, a mia volta, evidenziare due aspetti di questo carisma che corrispondono a due esigenze attuali della Chiesa: la fedeltà alla Santa Sede e al Successore di Pietro, particolarmente nell’ambito della liturgia, e la paternità spirituale.

Dom Guéranger è stato senza dubbio uno dei primi artefici del Movimento Liturgico, il cui bel frutto è stata la Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ del Concilio Vaticano II. La riscoperta storica, teologica ed ecclesiologica della liturgia, come linguaggio della Chiesa ed espressione della sua fede, fu al centro della sua opera, prima come sacerdote diocesano poi come monaco benedettino.

Questa riscoperta ispirò in particolare le sue pubblicazioni a favore del ritorno delle diocesi di Francia all’unità della liturgia romana, e fu ciò che lo spinse a scrivere i volumi de ‘L’Anno liturgico’ per mettere alla portata dei sacerdoti e dei laici la bellezza e la ricchezza della liturgia”.

 L’altro aspetto del suo carisma consiste nella paternità spirituale: “Attento allo Spirito Santo operante nelle anime, dom Guéranger desiderava una sola cosa: aiutarle nella ricerca di Dio. Plasmato dalla Regola benedettina e dalla lode divina, la sua dolce e gioiosa fiducia in Dio toccava il cuore dei monaci che si stringevano attorno a lui, delle monache che beneficiavano dei suoi insegnamenti, ma anche degli uomini e delle donne con responsabilità Chiesa e società, e soprattutto padri e madri, figli, piccoli e umili che ricorrevano ai suoi consigli spirituali. Nei tempi di pace come nei giorni di avversità, tutti trovavano in Lui il rafforzamento o il rinnovamento della fede, il gusto della preghiera e l’amore della Chiesa”.

Ecco il motivo per cui il papa prega perché la sua opera porti ‘frutto’: “Prego affinché l’opera del servo di Dio, dom Guéranger, continui a produrre frutti di santità in tutto il popolo fedele, e rimanga anche una testimonianza viva della fecondità della vita monastica, nel cuore della Chiesa”.

Infine ha inviato un messaggio al metropolita di Korça Locum Tenens della Chiesa Ortodossa, sua eminenza Giovanni, per la scomparsa di sua beatitudine Anastas, arcivescovo di Tirana, Durrës e di tutta l’Albania, deceduto a 95 anni il 25 gennaio: “La fede della comunità ortodossa albanese è stata certamente incarnata nella vita del nostro caro fratello, il cui zelante servizio pastorale ha aiutato la gente a riscoprirne la ricchezza e la bellezza dopo gli anni di ateismo e persecuzione imposti dallo Stato. A questo proposito, ho cari ricordi del mio incontro con Sua Beatitudine durante il mio primo viaggio apostolico fuori dall’Italia, e custodisco gelosamente l’abbraccio fraterno e le parole scambiate in quell’occasione”.

Ed ha ricordato il suo ‘fervente’ ministero: “Nel corso della sua lunga vita e del suo ministero come sacerdote e come vescovo, ha sempre manifestato una profonda dedizione al Vangelo, servendo e annunciando il Signore in vari contesti geografici e culturali, in Grecia, Africa e Albania…

Quando ha assunto la responsabilità di guidare la Chiesa ortodossa in Albania, ha desiderato entrare profondamente nei cuori di coloro che gli erano stati affidati, in particolare nelle loro tradizioni e identità, senza mai perdere la comunione con le altre Chiese ortodosse. Allo stesso tempo, si è anche impegnato volentieri nel dialogo e ha promosso la pacifica convivenza con altre Chiese e religioni”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione

“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.

Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.

Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.

Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”

In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.

Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.

Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.

Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.

La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.

Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.

Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.

E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.

Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.

E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.

A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.

(Foto: Santa Sede)

Mons Enrico Trevisi invita ad incontrare Gesù

Nelle settimane scorse il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha consegnato ai fedeli la lettera pastorale ‘Io sono con te’ per invita tutti ad essere ‘pellegrini di speranza’ nell’anno giubilare: “Pellegrini di speranza è un motto che mi piace. Apre squarci di positività e di senso sul futuro. Un cammino che ha una meta e che autorizza la fatica del procedere, insieme, come popolo di Dio. Con lo Spirito di Dio”.

La lettera del vescovo, intitolata ‘Io sono con te’, è un invito a non temere di incontrare Gesù: “La vocazione a cui siamo chiamati è impegnativa. La nostra debolezza suscita apprensione; la nostra fragilità è un dato di fatto: siamo vulnerabili. Le nostre capacità sono del tutto inadeguate. Anche noi credenti siamo esposti al rischio della riduttiva logica delle prestazioni volontaristiche che ci fanno appoggiare su noi stessi (il papa parla di neo-pelagianesimo). Invece siamo chiamati a guardare a Gesù, ‘Admirantes Iesum’, e nella quotidiana esperienza mistica dell’essere con Gesù ci sappiamo nell’amore del Padre per camminare con lo Spirito, dentro le testimonianze che ci aspettano”.

Nella lettera mons. Trevisi sottolinea che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù non ci lascia orfani, cioè soli, nell’affrontare i nostri giorni complicati. Dal Padre e dal Figlio, per il tramite del Figlio ci è dato lo Spirito Paraclito: dove ‘Paraclito’ (che ora la nuova edizione della Scrittura non traduce) richiama una presenza amica. E’ Dio (la terza persona della Trinità) chiamato ad esserci sempre vicino, ad esserci sempre a fianco: a difenderci in ogni difficoltà (è l’Avvocato difensore), a consolarci nei nostri fallimenti (è il Consolatore). E’ con noi per rafforzarci quando siamo deboli (è il Medico celeste, è Fortezza) e per illuminare le nostre menti (è Sapienza, Intelletto, Consiglio, Scienza per quando siamo frastornati e rischiamo l’errore). Purifica la nostra relazione con Dio, purtroppo tentata da presunzioni che necessitano Pietà e Timor di Dio”.

La lettera è un invito a guardare Gesù: “Su alcune questioni siamo turbati e inquieti. Non abbiamo la facile soluzione. Forse nelle singole questioni talvolta eccediamo in prudenza o in ingenuità. Ma una cosa è certa. Noi abbiamo una guida. Non siamo soli. Il Signore è con noi. Lo Spirito Paraclito, con la pienezza dei suoi doni, sempre ci assiste.

Con passione siamo chiamati a trasmettere questa verità ai ragazzi e ai giovani, a chi crede e a chi non crede, ai poveri e agli esclusi. Noi teniamo gli occhi fissi su Gesù. E così (per grazia, per lo Spirito Santo che ci è dato) guardiamo al mondo con i suoi occhi e anche scopriamo quanto Dio ancora sta facendo per noi. E come ancora ci parla: e noi disponibili ad ascoltare la sua Parola, a scrutare i segni della sua presenza viva. I nostri occhi sul mondo piagato (ed anche sulle nostre meschinità e fragilità) devono essere gli occhi di compassione di Gesù. E il nostro cuore deve lasciarsi convertire imparando dal suo cuore”.

L’invito a guardare Gesù significa anche accompagnare gli ‘ultimi’: “Il nostro tenere fisso lo sguardo su Gesù è per imparare da Lui e per ottenere dallo Spirito la forza e la gioia di essere accanto ai fratelli, anche quelli che sbagliano; anche quelli che si sentono esclusi; anche quelli che si sentono falliti, con il suo stile, con il suo cuore, con la sua Grazia. Serve un abbraccio di più, una presenza meno appassita, una tenerezza che accompagni ogni bimbo, un incoraggiamento che fortifichi ogni giovane, tante ‘persone medicina’ che quando le guardi guarisci.

Lo Spirito è per rigenerarci a vita nuova. Se invece i cuori e le parole trasudano diffidenza, aggressività e indifferenza vuol dire che occhi e cuore non sono fissi su Gesù. Le nostre comunità, accogliendo lo Spirito Santo, debbono essere piene di ‘persone medicina’, di compagnie rassicuranti, di testimoni che incarnano la Parola di Gesù e la spezzano nel quotidiano ‘amatevi come io vi ho amati’ (cf. Gv 13,34)”.

La lettera è un invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Siamo chiamati ad attingere la speranza nella Grazia di Dio. E per questo numerosi saranno gli appuntamenti che ci vedranno attenti a celebrare la Parola del Signore, solleciti nel sacramento della Riconciliazione e riconoscenti nel sacramento dell’Eucaristia. Attenti anche ad invitare persone che fanno parte delle nostre comunità ma che talvolta rischiamo di lasciare un po’ in ombra, magari per le difficoltà logistiche o per le più diverse ragioni che ci rendono frettolosi nei confronti di chi chiede tempi più lenti, parole più meditate, cuori più compassionevoli”.

Essere ‘pellegrini di speranza’ attraverso i ‘segni’: “Radicati nel Signore saremo sollecitati a dare segni di speranza a chi vive il dramma della guerra e delle innumerevoli ingiustizie e iniquità tra i popoli, alle giovani coppie che faticano a vivere l’entusiasmo del trasmettere la vita (l’inverno demografico è uno dei maggiori indici di difetto di speranza), ai detenuti che vivono indegne condizioni nelle nostre carceri, agli ammalati che si trovano nelle case o negli ospedali, ai giovani e al loro futuro che può di nuovo riaccendersi nell’entusiasmo che si fonda in Dio e nel suo amore”.

‘Pellegrini di speranza’ nella ferialità: “Segni di speranza siamo tutti chiamati ad esserlo nella nostra ferialità. Tutti, nessuno escluso. Prima di inventare iniziative strane, noi siamo chiamati a diventare ‘segni di speranza’. Le iniziative sono utili, ma anche sempre precarie e insufficienti. Ciascuno di noi è chiamato a divenire un ‘segno di speranza’: su questo dovremo fermarci a riflettere, e convertirci”.

Ma ‘pellegrini di speranza’ si diventa se ci si prende cura anche della vita spirituale: “Cogliamo il Giubileo come l’occasione, l’appello a prenderci cura della nostra vita spirituale: è un anno speciale e allora diamoci un tempo speciale per la preghiera e il silenzio e l’Adorazione eucaristica con cui guardiamo alla vita, a noi stessi, al mondo, con gli occhi del Signore e alla luce della sua Parola.

Osiamo fare scelte di formazione cristiana: è triste se come credenti assecondiamo le mode e la cultura del tempo senza approfondire quanto ci è rivelato nella Scrittura, senza collocarci dentro la grande tradizione della fede che ancora ci aiuta a trovare il cammino delle nostre responsabilità”.

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