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Papa Leone XIV: il battesimo è la porta del cielo
“Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società. In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”: al termine della recita dell’Angelus della domenica del battesimo di Gesù papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace in Medio Oriente, soprattutto per Siria ed Iran, e per la popolazione ucraina.
Ed ha riferito che ha battezzato alcuni neonati dei dipendenti della Santa Sede, estendendo la sua benedizione a tutti i bambini: “Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari”.
Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato il motivo per cui Dio si è fatto uomo: “Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”.
Il battesimo di Gesù mostra la misericordia di Dio: “Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.
E’ stato un invito a ricordare il giorno del proprio battesimo: “Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza…
Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.
Anche nell’omelia per la festa del battesimo di Gesù il papa ha sottolineato che il battesimo trasforma in ‘creature’ nuove: “I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.
Nella breve omelia il papa ha detto che il battesimo ci fa partecipe della Chiesa: “Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.
Ed i gesti battesimali sono testimonianza della bellezza della vita nella Chiesa: “I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
E’ Natale: Il Verbo si fece carne!
Il Natale è la prima festa dell’anno liturgico alla quale ci siamo preparati con le quattro domeniche di ‘Avvento’. Questo Natale trova purtroppo oggi l’umanità in grande apprensione, in una situazione dove ogni giorno si distrugge, si uccide, si muore, dove una furia incontrollata si è abbattuta su uomini e cose e non risparmia piccoli e grandi. Eppure Gesù è venuto ad annunciare la pace: ‘Gloria a Dio, cantarono gli angeli, nell’alto dei cieli e pace agli uomini amati dal Signore’.
Gesù storico è il Verbo del Padre, il Figlio di Dio, la Speranza eterna che si è fatta uomo per additare a tutti la via del cielo. Per salvare l’uomo e riportarlo alla dignità di figlio di Dio Gesù ha umiliato se stesso assumendo la divisa di un neonato che ha bisogno di cure; Gesù si rivela veramente l’amore del Padre e ci insegna ad amare; un amore che è condivisione, partecipazione, comunione, servizio e dono; diventa uomo per donare quella pace alla quale aspiriamo tutti.
Il Vangelo narra che Maria e Giuseppe si erano dovuti recare a Betlemme per il censimento, per obbedire all’editto di Cesare Augusto; pensavano di trovare ospitalità presso amici o parenti o in qualche trattoria pubblica ma dovettero adattarsi in una grotta di campagna e il Bambino Gesù, il Figlio di Dio trovò come culla solo una mangiatoia. Dio parla all’uomo attraverso il linguaggio della debolezza, è la festa dell’umiliazione di Dio, come scrive l’apostolo Paolo, Dio si svuotò, si privò della gloria e magnificenza divina, accettò la povertà per farsi vero maestro con l’esempio e la parola.
Sulla grotta di Betlemme cantarono gli angeli e la Chiesa oggi, facendo eco agli angeli, annuncia che il Natale di Gesù è la festa della gioia, la festa della nostra salvezza. ‘Verbum caro factum est’, il Verbo, la Sapienza eterna, il Figlio è nato per noi, in mezzo a noi; vero uomo e vero Dio, Egli è l’Emmanuele ‘il Dio con noi’; non è più uno sconosciuto, questo è un messaggio sempre nuovo, sorprende perché sorpassa ogni nostra aspettativa e umana speranza.
Non è solo un annuncio, è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto con gli occhi, creduto, toccato nella persona di Cristo Gesù; ascoltando poi le sue parole hanno riconosciuto in Gesù il Messia atteso; con la sua morte e risurrezione hanno avuto la certezza assoluta che Egli è veramente il Santo di Dio, il Figlio unigenito del Padre. Con la nascita di Gesù si mettono basi granitiche alla Chiesa nascente. Tutto ciò è possibile?, si chiede qualcuno; la forza dell’amore realizza le cose umanamente impossibili. Dio è amore e tutta l’opera divina è espressione di amore: Dio amando crea e creando ama; Dio aveva detto a Mosè: ‘Io sono colui che sono; se sono non cambio mai’.
Egli è amore da sempre e per sempre: la creazione è atto di amore; la redenzione operata da Gesù e voluta dal Padre è espressione di amore e misericordia; la vita che, nascendo in mezzo a noi, oggi ci dona, è luce per tutti gli uomini ed illumina ogni vita assicurando gioia, speranza e un futuro sicuro. Egli stesso si fa viandante assieme a noi per salvarci ed indicare il cammino da compiere. Ma bisogna accogliere Cristo con fede e con amore: così avvenne con i pastori avvisati dagli angeli: ‘Andate in una grotta troverete l’atteso Messia’; questi vanno, trovano il Bambino e Maria, sua madre, ed offrono i loro doni.
Così avviene con i Maggi che affrontano con fede un lungo viaggio, seguono una ‘luce’, la stella che li guida sino a Betlemme dove si trovava Gesù tra le braccia di Maria, adorano il Bambino, porgono i loro doni. Amore e fede sono un binomio inscindibile: quando con fede viva apriamo il cuore all’amore siamo avvolti dalla luce di Natale; così non fu certamente per il popolo che non offrì a Gesù una casa o un letto per nascere; così non fu per Erode che, informato dai Magi, operò la strage degli innocenti.
Ma il Padre vegliava sul divino Bambino e un Angelo avvisò Giuseppe a lasciare Betlemme e fuggire in Egitto. L’amore porta Gesù a nascere in una famiglia, che diventa vera icona di tutte le famiglie cristiane. La nascita di Gesù apre prospettive di pace, così cantarono gli Angeli: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’. La luce di Natale risplenda oggi in quella terra dove Gesù è nato ed ispiri ad Ebrei e Palestinesi sentimenti di pace nella ricerca di una convivenza giusta, pacifica, duratura.
La luce del Natale, che promana dalla grotta di Betlemme, operi prospettive di pace duratura nella martoriata Ucraina, dove ogni giorno è distruzione, rovina e morte. Il Natale rechi gioia e serenità in tutte le famiglie, in tutti i cuori perché il messaggio di Betlemme trovi vera concretezza in ogni parte del mondo assicurando pace, amore, stabilità e comunione. Allora e solo allora è Natale. Questo è l’augurio di cuore che formulo per tutti e per ciascuno.
Ogni vero cristiano si senta impegnato a tutti i livelli per costruire amore, giustizia e pace. Maria, la santa madre di Dio, presentò Gesù ai pastori e ai Magi e tornarono a casa pieni di gioia; Maria, Vergine Immacolata, madre della Chiesa, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, presenta il tuo e nostro Gesù al mondo intero perché, trasformata dal suo amore, l’umanità diventi il “vero popolo di Dio”.
Card. Pizzaballa: con Natale Dio entra nella nostra storia
Venerdì scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme per i latini, accompagnato dal vicario patriarcale latino, mons. William Shomali e una piccola delegazione, è arrivato a Gaza per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie.
Durante la sua visita ha esaminato la situazione della parrocchia, compresi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e ricostruzione in corso e le prospettive per il periodo a venire, incontrando il clero locale e i parrocchiani per ricevere informazioni sulle esigenze della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla e celebrato la messa di Natale in questa parrocchia con l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera.
Quindi nel messaggio natalizio il patriarca di Gerusalemme ha descritto la bellezza delle feste natalizie dopo due anni di guerra: “E’ bello vedere in tutte le nostre parrocchie e comunità l’albero di Natale e il presepe, e tutto ciò che tipicamente abbiamo per le celebrazioni natalizie, e ne siamo felici! Sappiamo che tutti i problemi, siano essi politici, sociali, economici, spirituali, ecc… sono ancora lì, ma è importante anche prendersi questa pausa da tutto il dolore e godersi il Natale, soprattutto per i nostri figli, per le nostre famiglie, per i nostri poveri, e condividerlo tra tutti noi”.
Ma ha avvertito anche le difficoltà: “In effetti, abbiamo avuto un anno molto difficile e anche il prossimo anno sarà molto impegnativo. Ma come abbiamo fatto in passato, anche per il futuro, possiamo assicurarvi che saremo presenti, continueremo a servire la nostra comunità e continueremo ad essere come un’unica comunità la luce di Gesù Cristo nella comunità, per portare consolazione, conforto, sostegno e solidarietà ovunque sia necessario”.
Proprio per questo il patriarca ha sottolineato la forza della verità: “E poi, naturalmente, vogliamo anche essere una voce di verità, per invocare la giustizia e il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. Perché questo è ciò che celebriamo a Natale, celebriamo il Verbo che si fa carne, celebriamo l’Incarnazione che è qualcosa di reale e concreto: la nostra fede dovrebbe sempre incontrare e toccare la realtà delle nostre vite, sia a livello personale che comunitario”.
Quindi è ritornato ad esaminare la grazia del Natale: “Soprattutto in questo periodo in cui la violenza e l’odio sono il linguaggio comune. In un contesto in cui è comune pensare che se non si usa la forza non si viene presi in considerazione, quindi la violenza, la forza e l’odio sembrano essere il ritornello comune, purtroppo; se non sei forte, se non alzi la voce è come se non esistessi”.
Natale è Dio che entra nella storia senza la forza: “Il messaggio del Natale è diverso, ci ricorda la via cristiana, Dio entra nella nostra storia e nelle nostre notti, come un bambino appena nato, che è l’elemento più fragile che conosciamo, ma il Natale ci ricorda anche come è il modo di vivere cristiano, specialmente in questo contesto come ho detto.
Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nella nostra storia, entra nelle nostre notti nella realtà dell’elemento più fragile che conosciamo, un bambino appena nato, che è molto fragile, bisognoso di tutto, dipendente e molto debole. Eppure, questo è il modo in cui entra nel mondo. Ma questo Bambino appena nato, che è molto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo, e tutte le nazioni e l’umanità sono attratte da lui”.
Proprio dalla debolezza nasce la speranza: “Un neonato risveglia in tutti tenerezza e amore, ed è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto nel nostro tempo, e noi continueremo ad essere come cristiani un luogo di cura, tenerezza e amore, senza limiti e senza confini; amore senza confini; questo è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento.
E c’è speranza, perché ho visto in tutte le nostre comunità e anche al di fuori di esse molte persone capaci di essere questa luce di cui abbiamo bisogno, quindi in tutte queste luci fisiche che vediamo a Natale, dobbiamo vedere anche le luci di molte persone e comunità che stanno rendendo visibile con la loro vita e la loro testimonianza, quindi dobbiamo continuare ad essere questa presenza luminosa ovunque ci troviamo”.
(Foto: lpj)
Santissima Trinità. Dio è comunione di Persone: Padre, Figlio, Spirito Santo!
Dio è uno solo! E’ uno, ma trino nella persone, perchè è comunione di persone. Conosciamo la natura di Dio attraverso Cristo Gesù, che ce l’ha rivelato ed è chiaramente espressa nella Bibbia. La Bibbia non è un trattato di filosofia nè si prefigge di dimostrare la natura intima di Dio, è il libro della rivelazione, opera di Cristo Gesù. Abbiamo celebrato il Natale, la Pasqua, la Pentecoste e forse ci siamo formati una immagine di Dio alla maniera umana: il padre più anziano, il Figlio più giovane, lo Spirito Santo magari al centro dei due: niente di più errato: in Dio non c’è più o meno giovane , nè prima e poi; Dio è fuori dello spazio e del tempo; la comunione tra le tre divine persone esiste da sempre: da quando Dio è Dio.
La Bibbia evidenzia che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; se conosciamo bene l’uomo possiamo farci una idea più chiara di Dio. L’uomo, in quanto tale, è un essere che pensa ed ama, limitato nello spazio e nel tempo. Dio è amore, scrive san Giovanni, e la sua attività di Ente puro, spirituale, è quella di pensare ed amare; il Pensiero eterno di Dio è il Verbo o Sapienza divina unica ed infinita che esiste da sempre, è perfetta come il Padre (la mente che l’ha generata).
Il Verbo o Sapienza eterna o Figlio è immagine perfetta del Padre; dall’uno e all’altro procede la terza Persona o lo Spirito Santo, l’Amore eterno di Dio. La natura intima di Dio la cogliamo con la rivelazione fatta da Gesù ai suoi discepoli. L’uomo finito e limitato mai avrebbe potuto comprendere Dio infinito ed eterno. Siamo ad immagine di Dio ma la differenza tra noi e Dio non è quantitativa ma qualitativa; da qui le parole di Gesù: ‘Per ora non siete capace di intendere, ma quando verrà in voi lo Spirito Santo vi aiuterà ad uscire dai vostri schemi di pensiero ed azione e vi aprirà all’azione di Dio con la fede’.
Gesù parla sempre della Trinità: si rivolge al Padre, promette l’invio dello Spirito Santo; dice espressamente: dove sono io, c’è il Padre; non si ferma mai a creare teorie filosofiche o teorie astratte: le tre divine Persone coesistono in comunione perfetta determinando la vita divina, vita di amore, dirà perciò agli apostoli: andate, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Il mistero della Trinità è la rivelazione più grande fatta da Gesù alla sua Chiesa e ci ha fatto conoscere che Dio è amore, è comunione, è dono. L’uomo, creato da Dio, porta in sé lo schema della Trinità.
Ciò che costituisce l’umanità infatti è la capacità di conoscere ed amare: facoltà spirituali che non riscopriamo in nessun altro essere creato da Dio: facoltà che in noi sono limitate e, come tali, spesso imperfette; in Dio sono illimitate e perfette e determinano le altre due Persone: il Verbo eterno o Figlio o Sapienza divina e l’Amore eterno di Dio o Spirito Santo. Nella pienezza dei tempi per ristabilire l’ordine distrutto con il peccato, il Verbo (o Sapienza eterna) assume anche la natura umana per salvare l’uomo. Terminata la sua opera di salvezza, Gesù invia nella sua Chiesa lo Spirito Santo.
Da qui il motivo per cui il segno della croce (nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo) diventa il nostro emblema, la nostra bandiera: con il segno della croce abbiamo iniziato la Messa, i nostri riti, la nostra giornata, con la benedizione di Dio concludiamo i momenti più significativi della vita. Diceva sant’Ireneo: ‘la gloria di Dio è l’uomo vivente’. A questo uomo è stato affidato il creato perché egli viva, faccia buon uso di tutte le creature e custodisca l’alleanza nuova costituita da Gesù con tutti gli uomini.
Questa è una alleanza di pace, contraria ad ogni guerra dalla quale scaturisce solo odio e violenza. La presenza di Dio infinito ed eterno in noi è garanzia di pace, gioia e vita eterna. La Vergine Maria nella sua umiltà si è fatta ancella dell’amore divino: ha accolto la volontà del Padre; ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità, a crescere nella fede del mistero trinitario.
A colloquio con Giulia Merelli, che ha sviluppato un monologo teatrale sulla Madre di Dio
“Così sono nato; così sono stato fatto figlio. Allora io, e non solo io, ma tutti, i giovani che incontro, con cui medito o meditiamo sul dolore, perché il dolore non sia più isolante come dicevi tu prima, perché non sia più un fatto sul quale si può anche essere tentati di compiacimento ma diventi un fatto liberante, credo e crediamo d’aver capito che il dolore deve portarti, deve condurti sempre, non una volta, magari una volta per tutte, ma quando si dice una volta per tutte, vuol dire per tutti i giorni, per tutte le ore; deve portarti, dicevo, a sentirti figlio del Padre che è Dio e figlio del padre terreno che è il padre carnale d’ognuno di noi”.
Iniziamo dal dialogo tra il drammaturgo Giovanni Testori e mons. Luigi Giussani, ‘Il senso della nascita’ per iniziare un dialogo con Giulia Merelli, insegnante ed attrice, che ha sviluppato un monologo teatrale, scritto e diretto, in cinque atti/clip sulla Madre di Dio, ‘Maria’, quando ha scoperto di essere la Madre di Dio che presto verrà alla luce, come un uomo:
“La realtà è drammatica. Dramma significa azione, quindi la realtà è fatta di azione, non di teoria. Per questo amo il teatro, luogo dove la parola agisce. Con questo, il teatro è necessario alla vita. C’è forse un’esigenza radicale nell’uomo del farsi spettatore di se stesso: vedendo in scena l’azione, comprende che può agire in vista di un orizzonte di senso. E tutto questo è drammatico, non tragico. Se fosse tragico, avremmo un fato che non ci considera, che non si apre alla bellezza delle nostre azioni. Le azioni belle non sono semplici affermazioni esistenziali (soliloqui) ma sono risposte ad altre azioni (dialoghi), ad incontri che hanno in sé la caratteristica del possibile”.
Perché un monologo su Maria?
“Ho scritto un monologo su ‘Maria’ qualche anno fa, o meglio otto anni fa. Come vedi, il tempo cronologico diventa relativo quando tocchiamo temi spirituali che riguardano il cuore, un luogo senza orologi dove alcune riflessioni valgono continuamente. Ho scritto il monologo mentre ero in una tournée teatrale e sentivo la necessità di prendermi momenti di quiete, occasioni di creatività come dimora per il mio sentire profondo.
In quel periodo leggevo gli scritti teatrali e i saggi di Giovanni Testori, drammaturgo milanese convertitosi al cattolicesimo. ‘Il senso della nascita’, dialogo tra Testori e Giussani, mi ha particolarmente toccata, rivelando l’importanza della nostra presenza nel mondo come evento voluto, non casuale. Poi, ho preso i suoi monologhi sulla nascita, da ‘Factum est’ ad ‘Interrogatorio a Maria’. Quest’ultimo scritto rivela la bellezza semplice di una donna che si apre alla realtà.
Penso che il fatto di cercare Maria, in un momento per me estraniante dove ero chiamata a relazioni continue, quindi ad affacciarmi continuamente verso richiami esterni, mi abbia permesso di rintracciare, in me stessa, quella semplice disposizione d’animo con la quale lei stessa si è disposta di fronte agli avvenimenti della sua esistenza. Maria è una donna che avrebbe potuto dire no e ha detto sì, avanzando con un sentimento intimo e senza sprecare parole, senza disperdersi, senza cercare rassicurazioni o condizionamenti altrove. In sostanza, penso che instaurare un dialogo con questa donna significhi dare fiducia alla propria autocoscienza”.
Quale significato ha il fatto che il ‘Verbo si è fatto carne’?
“Se ci pensiamo, il nostro modo di conoscere in alcuni casi procede attraverso le dimostrazioni scientifiche. E più diventiamo adulti più rischiamo di affidarci esclusivamente al procedimento razionale pensando che sia solo la dimostrazione immediata garante di conoscenza. Tuttavia, se volgiamo lo sguardo verso un bambino, scopriremo che la sua intuizione precede persino l’abilità di nominare il mondo circostante.
Un esempio lampante è quando un bambino riesce a discernere se l’adulto che lo guarda lo fa con sincera lealtà o con banale superficialità. Chi ha illuminato la mente del bambino riguardo l’esistenza di rapporti autentici? Cosa permette a un bambino di comprendere la serietà con cui l’adulto si rapporta a lui? Non di certo lo studio, né tantomeno l’esperienza che è ancora iniziale.
Ecco allora che risulta sensato soffermarci a considerare la maternità di Maria non solo come un evento biologico, ma come manifestazione di un’intuitiva capacità di conoscenza. Maria, nel momento in cui accoglie il mistero di Dio che le si propone, sta accogliendo la possibilità di amare la realtà cioè di accogliere la realtà anche quando sfugge al controllo. Esistono interpretazioni dell’arte sacra che riconoscono nella forma dell’orecchio una versione in miniatura dell’utero: l’ascolto può diventare un atto generativo di vita”.
Quindi l’ascolto apre all’incontro?
“Di fatto, ogni volta che ci disponiamo di fronte all’altro in un sincero ascolto e non anteponiamo all’ascolto le nostre affermazioni o certezze, scopriamo sempre e in ogni volta che accade un fatto non previsto prima. Se anche l’altro che si consegna al nostro ascolto, apre sé stesso con sincerità sta permettendo che avvenga l’incontro.
Ho menzionato i bambini perché essi, non ancora difesi dalla razionalità con cui, spesso, gli adulti stabiliscono che il mondo è il colpevole delle loro offese subite, sono sinceramente aperti e disposti all’incontro. Vorrebbero semplicemente essere amati, guardati, insomma essere accompagnati come esseri umani pieni di valore nella realtà, per diventare grandi (capaci di aiutare sé stessi e gli altri).
Ecco che, invece crescendo, spesso accadono le offese, i torti, si subiscono oltraggi e se arrecano ad altri, ciascuno usurpa l’altro, si usurpano i figli, i genitori, le persone amate, gli amici, i troni, i poteri, perché forse ci si vuole rivalere di un rapporto o più rapporti di fiducia spezzati. Quindi la razionalità diventa lo schema che io antepongo alla vita prima ancora che la vita, nel suo procedere, possa davvero sorprendermi, proponendomi incontri che non rientrano minimamente in quanto io avevo già pianificato”.
In quale modo il Verbo diventa esperienza d’amore?
“Il Verbo fatto carne è l’esperienza di amore divino che entra nell’umano per confortarlo delle offese subite, per ravvivare la coscienza che non tutto è perduto ma si può ancora vivere una vita felice. Il cristiano crede che gli incontri fra gli uomini possano generare un fatto d’amore che trascende le loro stesse volontà per cui se ci si dispone ad accogliere la realtà stessa dell’incontro come qualcosa da accudire, non da gestire, e con sincera apertura, è inevitabile che accada qualcosa di bello, fosse anche perché semplicemente di non premeditato.
Il verbo è un’azione, come spiega l’etimo, ma è anche una parola, infatti se io dico: ‘ti amo’, sto penetrando la coscienza dell’altro formando anche la sua identità, contribuendo a lenire le sue ferite di non amore. Il verbo può agire come un balsamo per le ferite dell’anima, ma può anche trasformarsi in un frastuono vacuo, chiacchiere, in cui il sacro mistero si dissolve e la comprensione diventa un’illusione. In questa moderna era, riabbracciare la fedeltà alla propria esperienza, dove la parola pronunciata risuona in perfetta armonia con le azioni intraprese o accolte, diventa un’impresa ardua.
Per questo si cerca spazio nel divino: sorge un bambino, un inizio di vita, che sfida la nostra consapevolezza limitata e la nostra mancanza di sincerità con noi stessi. Egli emerge come un promemoria vivente, un monito che la vera essenza della nostra esistenza risiede nella nostra capacità di accogliere con umiltà e apertura il dono dell’amore incondizionato”.
Il Verbo si fa carne: è possibile raccontarlo in teatro?
“Certamente. L’arte è un modo creativo di conoscere, pertanto quando io creo devo necessariamente aprirmi come una madre si apre alla vita. L’immagine della madre è l’immagine di ogni essere vivente che decide ancora di essere generatore di altro. Il teatro, luogo dove le relazioni umane vengono messe in scena e quindi dove tutti gli inghippi e le soluzioni di queste relazioni sono sottolineate davanti allo sguardo degli spettatori, l’esperienza dell’amore che supera il conflitto e genera nuove possibilità di vita è certamente un orizzonte ideale a cui tendere quando si scrive un testo drammaturgo. Questo non deve diventare una pretesa moralizzante verso chi guarda, ma appunto costituire un orizzonte, un traguardo che potrebbe non essere raggiunto.
Allo stesso modo, nel caso della recitazione è possibile fare l’esperienza del Verbo che si fa carne: talvolta accade che un attore si senta amato e compreso dal personaggio che interpreta, come se la parola scritta prendesse vita attraverso di lui. Questo fenomeno di immedesimazione rende il teatro un mezzo potentissimo per raccontare il mistero dell’incarnazione. Quando un attore riesce a incarnare il Verbo, trasmette al pubblico non solo la storia di un personaggio, ma anche una verità universale che risuona con l’essenza umana.
Questo incontro tra il divino e l’umano sul palcoscenico diventa un momento di rivelazione, che trascende ogni barriera. In questo modo, il teatro non solo rappresenta la vita, ma diventa esso stesso un atto di creazione e di amore, un luogo dove il mistero della vita si svela e si rinnova continuamente”.
Come è possibile vivere il mistero della vita in un grembo?
“Trovo questa domanda molto delicata. Io non ho fatto nessuna esperienza di maternità biologica, non sono una madre però sono una figlia, un’insegnante ed un’attrice che scrive per il teatro. Mi capita, quando tocco la pancia appena gravida di un’amica o, come accaduto di recente, di mia sorella, che pianga istantaneamente. Il pianto è una commozione immediata per la vita che si sta formando nel grembo che, in pochissimi mesi, si sviluppa e ha già un cuore.
Il fatto che si formi dentro a una donna un altro individuo che avrà una sua identità, con un suo carattere, con desideri e aspirazioni proprie, talenti… è un mistero da onorare e guardare senza tentativi manipolatori. Penso che questo mistero possa essere vissuto come quando si sta di fronte a un fiore bellissimo, vorremmo farlo nostro, ma il fiore è un’entità a sé stante e possiamo solo contemplarlo.
Sostare di fronte a una vita che si forma è cominciare a rispettare l’altro come diverso da sé. Nel mio piccolo, provo a fare questa esperienza con gli studenti e con le cose che scrivo. Con gli studenti perché, seppure sia spesso tentata nel definirli secondo schemi preconfezionati, sento nel contempo la necessità di aprirmi al loro peculiare modo di conoscere, come a un fatto nuovo. Nel secondo caso, ricordo una piacevolissima sensazione quando, scrivendo un testo drammaturgo, sospesi il giudizio per lasciare liberi i personaggi di essere loro stessi, seguendoli per vedere dove sarebbero andati…”.
Allora perchè fidarsi di una Voce?
“Nel profondo di noi, risiede un battito cardiaco originario (è lo stesso della prima volta), un sussurro silente che articola la verità ineludibile: non siamo gli autori della nostra esistenza. Chi ha infuso in noi quel primo scintillio vitale? Se siamo disposti ad accettare che la nostra esistenza non è un prodotto auto-generato, se ci concediamo di ascoltare con attenzione, potremmo percepire la nostra unicità. Se tale percezione risulta difficile, si può iniziare esplorando le nostre passioni, quegli ambiti creativi in cui ci sentiamo autenticamente noi stessi.
Se uno non avesse passioni, può cercare questa possibilità nei rapporti autentici, infatti anche gli altri possono aiutarci ad ascoltare noi stessi (se ci vogliono bene). Fidarsi di quei contesti in cui ci sentiamo veramente liberi, è un percorso per iniziare a realizzare il nostro destino. Dare ascolto a questa voce interiore vale la pena, poiché ci permette di raggiungere la nostra felicità senza cadere vittime di costrizioni esterne che possono ostacolare questo processo”.
‘Una particolare espressione di fiducia nel futuro è la trasmissione della vita, senza la quale nessuna forma di organizzazione sociale o comunitaria può avere un domani’: hanno scritto i vescovi in occasione della 47^ Giornata nazionale per la Vita. Cosa significa trasmettere vita?
“Significa rendere felici sé stessi e di conseguenza gli altri. Più prendo sul serio questo mio desiderio e mi gioco nella realtà tenendo questa asticella alta, senza accontentarmi, tanto più posso aiutare chi mi sta intorno. Il desiderio di felicità dovrebbe essere un respiro quotidiano, una molla che ti risveglia come un bambino impaziente di correre lungo il sentiero di campagna alla ricerca di daini. Spesso, al mattino, mi trovo oppressa, afflitta da antiche ferite, ma non scelgo di restare sottomessa al male, non cedo al ricatto del passato, piuttosto mi muovo a fatica e chiedo la speranza… Sono sempre gli incontri che mi fanno sentire accolta, a prevalere. Più si fa spazio a questo, più la vita ha la meglio sulla depressione”.
Quali sono i riferimenti di questo monologo?
“Molteplici sono stati i testi da cui ho attinto per la costruzione del monologo: ‘Il senso della nascita’, un dialogo tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani; ‘Interrogatorio a Maria’ di Giovanni Testori; ‘Lettera a un bambino mai nato’ di Oriana Fallaci; ‘Per una nascita senza violenza’ di Frederick Leboyer; ‘L’arte di amare’ di Erich Fromm; la poesia ‘Supplica a mia madre’ ed il film ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini ed il brano musicale ‘Ave Maria’ di Fabrizio De André. Per chi abbia voglia di visionare il monologo ecco i cinque link a disposizione: https://youtu.be/Pz7UMtrto-Y?si=GHoYbYXP0nEwkWMp;
(Tratto da Aci Stampa)
Seconda domenica di Natale: il Verbo si fece carne!
La liturgia oggi ci invita a meditare il Natale dal prologo del Vangelo di Giovanni: una descrizione altamente filosofica e teologica che fa gustare la grandezza del mistero della nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo. ‘In principio era il Verbo’: il termine ‘Verbo’ traduce in italiano la parola ‘Verbum’, in greco ‘Logos’; questo termine esprime sia la parola così come esce dalle labbra sia il concetto che esso vuole significare. Ogni termine esprime un ‘concetto od idea’; la grande ‘Parola’ o ‘Verbum’ divino esprime la Sapienza eterna del Padre, che è eterno; il grande poeta Dante nella Divina Commedia sulla porte dell’inferno evidenzia la scritta: ‘Fecimi la Divina potestate (Padre), la Somma Sapienza (Figlio) e il Primo Amore (lo Spirito santo)’.
Gesù é il Verbum o Sapienza eterna incarnatasi nel seno purissimo della vergine Maria. La creazione del mondo operata da Dio è opera della sapienza eterna: ‘Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste’. La nascita di Gesù è perciò la luce divina che è venuta per irradiare il cammino dell’uomo, che, a causa del peccato, viveva nelle tenebre, nell’oscurità più profonda perchè lontano da Dio, fonte della luce vera. Il prologo di questo Vangelo costituisce una sintesi mirabile di tutto il Vangelo di Giovanni.
La nascita od incarnazione del Logos (o sapienza eterna) fu preparata ed annunziata da Giovanni Battista, che non era la luce ma era nato per rendere testimonianza alla Luce vera. Quando qualcuno cominciò a scambiare Giovanni Battista per il Messia, Giovanni evidenziò: ‘Io non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali … io battezzo con acqua ma Gesù, il messia, battezzerà con lo spirito santo e il fuoco!’
La nascita di Gesù era stata preannunciata dai profeti, che parlavano in nome di Dio; il popolo purtroppo, che viveva spesso nelle tenebre trascurando l’insegnamento dei profeti, aveva con il tempo deformato la figura del Messia trasformandolo in un ‘guerriero’, un re alla maniera umana. Gesù, sapienza eterna, nato dalla vergine Maria a Betlemme, come predetto dai profeti, venne tra i suoi, ma questi non lo riconobbero, non si trovò posto per Lui nella città e fu costretto a nascere in una grotta.
La sua nascita fu annunziata da una luce: ai pastori (gli angeli), ai magi (una stella cometa) e subito vennero ad adorarlo. L’incarnazione del Verbo è perciò un evento, un fatto incontrovertibile d cui si può prendere atto e non scaturisce da una speculazione filosofica e scientifica ma da un intervento particolare di Dio. Questo evento divino non si dimostra ma si accetta con fede viva e profonda, chi lo accetta sarà chiamato ad essere ‘figlio di Dio’ innestandosi a Cristo Gesù con il battesimo.
L’evento dell’incarnazione è avvenuto nel tempo ma non è legato al tempo: è un mistero dell’amore di Dio. Nella sua infinita misericordia Dio ha voluto salvare l’uomo ma nel rispetto della sua libertà: Dio vuole tutti salvi ma non costringe nessuno. Ciascuno di noi deve fare la sua scelta: accogliere o meno l’opera di Cristo Gesù non con le parole ma con i fatti; una persona non si salva perchè è giusta, osserva le leggi, ma si salva solo se accoglie Cristo e il suo messaggio di amore: ‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.
Accogliere Cristo significa innestarsi a Lui con il battesimo e amare Dio ed i fratelli in nome di Dio; Dio infatti è amore. All’inizio del nuovo anno, amico che leggi o ascolti, ti invito a camminare con il piede giusto: ama e sarai dalla parte di Cristo Gesù. La preghiera, il riflettere sulla parola di Dio, partecipare alla Messa sono mezzi insostituibili per vivere ed accogliere l’evento dell’Incarnazione del Verbo eterno.
Onoriamo la Santissima Trinità. Dio: il più grande mistero di amore
Il Vangelo oggi ci rivela la natura intima di Dio. Talvolta siamo tentati di credere che il Dio di tutte le religioni in fondo è lo stesso; niente di più errato; il monoteismo cristiano, a differenza della religione ebraica e di quella musulmana, è ‘Trinità’: Dio uno nella sostanza, trino nelle persone: Padre, Figlio, Spirito Santo. Il Dio nel quale crediamo è comunione, è amore., è vita. Questo mistero è stato svelato a noi da Gesù stesso: in quanto amore, Dio pur essendo uno ed unico non è solitudine ma comunione: l’amore è dono di sé e nella sua essenza è il Padre che si dona generando il Figlio; il loro reciproco amore genera lo Spirito santo.
Se vogliamo farci una idea di Dio, basta guardare l’uomo che, in quanto tale, pensa ed ama: noi, limitati e circoscritti, pensiamo successivamente tante cose e le possiamo accettare o no, a seconda; in Dio, realtà infinita ed eterna, il suo unico pensiero (o sapienza eterna), o Verbum, o Figlio costituisce la seconda persona (uguale e sostanziale a Dio Padre); l’amore reciproco tra il Padre e il Figlio genera o determina la terza persona o Spirito santo. Nella pienezza dei tempi il Verbo eterno assunse in sé la natura umana per salvare l’uomo; lo Spirito santo, inviato dal Padre e dal Figlio, guida la Chiesa.
Con il cristianesimo istituito da Gesù, crolla l’idea pagana di un Dio che vive nell’Olimpo, distaccato dal popolo: Dio è vita, è amore, è comunione. Se Israele ha ricevuto la grazia di conoscere l’unità di Dio, il cristianesimo, grazie a Gesù Cristo, ha ricevuto la rivelazione di un Dio unico nella sostanza, trino nelle persone. Gesù espressamente dirà ai suoi discepoli: ‘Venuto dal Padre, ritorno al Padre, ma vi invierò lo Spirito del Padre… andate e battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’.
Si entra a far parte della Chiesa, ci si innesta a Cristo con il Battesimo in nome della SS. Trinità. Gesù ci ha rivelato la natura intima di Dio, che rimane sempre un mistero di amore, come ci esprimiamo nella ‘Professione di fede’: Dio uno nella sostanza, trino nelle persone; Dio è il Padre misericordioso e creatore; Dio è il Figlio unigenito, sapienza eterna, Verbum incarnato, morto e risorto per noi; Dio è lo Spirito santo, amore che muove tutte le cose (cosmo e storia) e li muove verso la ricapitolazione finale.
Il catechismo di san Pio X evidenzia in modo lapidario: i misteri principali della fede sono due: 1°) unità e trinità di Dio, 2°) incarnazione, passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo. I teologi e i padri della Chiesa, sulla scia dell’insegnamento apostolico e dei Concili ecumenici, si sono sforzati di spiegare il mistero della SS. Trinità, siamo però sempre di fronte a Dio infinito ed eterno mentre la nostra mente rimane piccola e circoscritta; il finito non può mai cogliere pienamente l’infinito.
La Trinità, mistero inaccessibile al nostro intelletto, è verità rivelata a noi solo da Cristo Gesù. Il Vangelo evidenzia chiaramente: ‘Nessuno ha mai visto Dio; proprio il Figlio unigenito ce lo ha rivelato’, mentre l’apostolo Giovanni scrive: ‘Dio è amore’; cioè non solo Dio ama ma la sua natura è amore. Oltre che nella creazione questo mistero di amore si rivela nella istituzione dell’Eucaristia, sintesi e vertice dell’amore divino, in essa, infatti, sotto le specie eucaristiche (pane e vino) Gesù si fa nutrimento e forza del suo popolo. E’ il sacrificio della Nuova Alleanza tra Dio e il mondo: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’.
Questo mistero, che sembra riguardare solo Gesù, coinvolge le tre divine persone: infatti ad operare la transustanziazione non è il sacerdote celebrante ma l’azione dello Spirito Santo che opera davanti al Padre, che dona nell’Eucaristia il suo Figlio in favore dell’uomo. La SS. Trinità non pregiudica l’unità di Dio, che si presenta a noi non come un Dio solitario ma Dio che è amore, è comunione. Tutta la vita del cristiano è intessuta sull’esperienza dell’amore misericordioso di Dio Uno e Trino.
Innestati a Cristo con il Battesimo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, siamo riconciliati con Dio nel nome delle tre divine persone. A ragione il grande poeta Dante mette sulla porta dell’inferno la scritta: ‘Fecimi la Divina Potestate, la Somma Sapienza e il Primo Amore. Maria, la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, specchio purissimo della Trinità divina, implori per noi grazie e benedizioni’.
Natale del Signore Gesù
Dall’invito degli Angeli ai Pastori: ‘Oggi è nato per voi il Salvatore’, è scaturito l’eco spontaneo di questi: ‘Andiamo sino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. La nascita del bambino Gesù è l‘avvenimento sublime che ha cambiato la storia. Il 25 dicembre, data convenzionale, tutta la Chiesa canta: ‘Oggi è nato per noi il Salvatore! E’ Cristo Signore’. Fuori può fare freddo o caldo, ma l’annuncio degli Angeli è un annuncio di gioia: ‘Non temete, pastori!’
4^ Domenica di Avvento, Maria: Io sono la serva del Signore
Protagonista di questa 4^ domenica di Avvento è Maria, personaggio principale ed insostituibile per il santo Natale. Un Angelo del cielo, infatti, è inviato, messaggero di amore, ad una donna, Maria; l’incontro avviene a Nazareth in una casa comune e non in un santuario, né tra candelabri d’oro nel Tempio di Dio a Gerusalemme. Il saluto angelico è un invito alla gioia: ‘Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con Te’; un saluto dal quale si evince tutta la misericordia del Padre, che non abbandona mai l’uomo peccatore; anzi è Dio stesso che fa il primo passo per salvare l’uomo che si è allontanato da Lui.




























