Papa Leone XIV invita a comportarsi in modo degno del Vangelo
“Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro, ho il piacere (un momento di benedizione) di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con ‘Le tentazioni’, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di san Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa”: parole conclusive di papa Leone XIV per ringraziare il predicatore di questi esercizi spirituali, mons. Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim.
Ed ha condiviso alcuni momenti di questa settimana: “Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia ‘Il sogno di Geronzio’, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Per concludere con l’ultima predicazione che ha concluso questa settimana con la lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita. E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi… Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.
Infine ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile gli esercizi spirituali: “A nome di tutti i presenti, allora, la ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni. La saggezza, questa testimonianza sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.
Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente. Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera. La musica (credo mons. Varden lo abbia detto in qualche momento) ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore”.
E nell’ultima meditazione mons. Varden ha ricordato l’apertura del Concilio Vaticano II: “Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle ‘ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini’. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”.
Ed anche oggi compito del cristiano è quello di comunicare il Vangelo: “Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari”.
Le parole di Gesù sono chiare, ma non è un invito alla rassegnazione: “Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di ‘curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni’. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: Senza di me non potete far nulla”.
Però Gesù chiede a ciascuno di agire comunicando speranza: “Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti. Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”.
E, citando la storia della cantante Gracie Abrams, mons. Varden ha sottolineato che la Croce introduce nella realtà: “La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana;
contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di ‘salute’, usato per segnare la divisione tra vite ‘degne di essere vissute’ e vite ‘indegne’; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: Sarà sempre così”.
Attraverso la Croce Gesù comprende la nostra umanità: “La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. E’ lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla ‘produzione di conoscenza’. In questo mondo virtuale, i ‘fatti’ sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. E’ difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo”.
Questo è il Vangelo: “La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo”.
Ed ecco la conclusione con il salmo 90: “A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi”.
Ed ecco l’apertura sulla Pasqua: “La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, ‘modus gravis’, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. E’ una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.
E’ un invito ad avere gli occhi su Gesù risorto: “Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia”.




























