Tag Archives: testimonianza

Papa Leone XIV invita ad una pace disarmata e disarmante

Papa Leone XIV

“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Inizia con questo saluto il primo messaggio di papa Leone XIV per la LIX giornata mondiale per la pace, che si celebra oggi, dal titolo ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, che è quella di Gesù dopo la resurrezione agli apostoli intimoriti: “Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile : Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi”.

Quindi ‘vedere’ una luce è ‘necessario’: “Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida ‘basta’, alla pace si sussurra ‘per sempre’. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che papa Francesco ha definito ‘terza guerra mondiale a pezzi’, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte”.

Quindi l’invito del papa a tutti è un’apertura alla pace: “Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. E’ un principio che guida e determina le nostre scelte”.

Questa apertura alla pace è quella di Gesù nella sera dopo la resurrezione: “Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. E’ il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme”.

La pace di Gesù è ‘disarmata’: “La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza. E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza”.

Il messaggio del papa è un invito a non raggiungere la pace attraverso la guerra: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”.

E’ un chiaro segnale a non alimentare la guerra con proclami pacifisti per aumentare le spese militari: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità.

Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Per questo è necessaria una pace disarmante: “La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore”.

Quindi richiamando l’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII il messaggio papale invita a tenere ‘viva’ la speranza della pace: “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di ‘atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana’.

Se infatti ‘il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori’, ad una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala”.

Nizar Lama racconta la vita delle famiglie cristiane in Terra Santa

“Oggi sono qui tra voi, proveniente da Betlemme, città della natività di Gesù, non solo per portarvi notizie, ma per essere voce di un popolo sotto l’assedio implacabile; una voce che si alza dalla Cisgiordania e che continua a battere nonostante le restrizioni. Da due anni è iniziata una guerra dolorosa a Gaza, che ha lasciato una ferita profonda da cui ci stiamo ancora riprendendo. Questa guerra è stata una delle più  difficili che abbiamo affrontato dal 1948. Mentre Gaza era sotto bombardamento la Cisgiordania era sottoposta ad un pesante assedio su tutti i fronti; la mia città Betlemme, culla di Gesù Cristo, ha sofferto enormemente, tanto da non aver avuto nessun festeggiamento natalizio per due anni consecutivi”.

Così è iniziata la testimonianza di Nizar Lama, guida cattolica palestinese a Betlemme, invitato a Tolentino dal Sermit per raccontare la possibilità della pace in tempo di guerra in Terra Santa: “Immaginate Betlemme, che è una città prevalentemente alimentata dal turismo religioso, senza pellegrini, che dava lavoro a più di 5.000 artigiani; questo già da due anni. Questa non è solo una perdita economica, ma un arresto della vita religiosa e sociale.

E’ sorto un senso di prigionia: è importante sapere che dal 2002 Betlemme è circondato da un muro di separazione, che si estende intorno per km. 60 con un’altezza di 8 metri, facendoci sentire come in una prigione a cielo aperto. Ogni 15 giorni possiamo  fare rifornimento di acqua, mentre la benzina arriva ogni 10 giorni. Questi non sono solo numeri, ma una vita interrotta con famiglie che soffrono la sete e la fame con la paralisi di movimento. Siamo quotidianamente esposti agli attacchi dei coloni, che sradicano e bruciano i nostri ulivi secolari, fondamentali per la nostra esistenza”.

Altro problema evidenziato da Nizar è il ‘diritto ‘al culto: “Il nostro diritto al culto è quotidianamente violato: da 2 anni è negato il diritto di praticare i riti religiosi cristiani a Gerusalemme. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a raggiungere il Santo Sepolcro nelle festività della Pasqua. Però in mezzo a tale sofferenza vediamo la pace come unica soluzione alla guerra, perché sappiamo che la pace non si può raggiungere attraverso la violenza. Chiediamo solo di vivere con dignità pregando nei nostri luoghi santi. Dalla culla di Gesù vi chiediamo di guardarci con umanità; non lasciate che le nostre vite si trasformino solo numeri in un notiziario”.

Cosa significa raccontare la guerra?

“Testimoniare la guerra significa portare al mondo il messaggio, di cui abbiamo vissuto in questi due anni:  la nostra esistenza e la nostra resistenza. Come cristiani rimanere in Terra Santa in questi due anni di guerra assolutamente non è stato facile, ma con la nostra testimonianza cristiana cerchiamo di portare avanti la pace”.

Come vive la comunità cristiana a Betlemme?

“La comunità cristiana a Betlemme è composta da 1800 famiglie e la Chiesa, per quello che può fare, cerca di darci un supporto, però viviamo momenti molto difficili, perché nella mia città, che viveva di turismo, c’è una disoccupazione che arriva all’80%: tutto è fermo e 120 fabbriche artigianali sono chiuse. Non abbiamo rifugi sotterranei a Betlemme e quando arrivavano i missili dallo Yemen e dall’Iran rimanevamo a casa a pregare. Una Terra Santa senza cristiani non è più Terra Santa; per questo la nostra presenza in Terra Santa è importante per il cristianesimo”.

Hai tre bambini piccoli: come vivono i bambini a Betlemme?

“Vivono sempre con la paura, perché sono arrivati missili da tutte le parti, anche dallo Yemen e dall’Iran: è stato spaventoso. Inoltre hanno perso due anni scolastici e nessun campo estivo. Sono rimasti sempre chiusi in casa”.

In quale modo da Betlemme potrebbe partire una testimonianza di pace?

“Dal 7 ottobre 2023 a Betlemme preghiamo il rosario per la fine di questo conflitto il più presto possibile. Auguriamo che con la nascita di Gesù possa nascere una nuova pace duratura”.

Perché continuate a credere nella pace?

“E’ la speranza. Noi cristiani della Terra Santa abbiamo una fede molto grande e crediamo che la nostra presenza in Terra Santa è molto importante e, nonostante che siamo 1% della popolazione, questo ci dà la speranza di un futuro migliore”.

In quale modo i cristiani possono contribuire alla costruzione della pace?

“Con molta difficoltà, perché la comunità cristiana in Terra Santa rappresenta solo 1% della popolazione. Per noi questo comporta molta fatica nel seminare la pace nei cuori degli ebrei ed in quelli dei mussulmani”.

Quali prospettive ci sono per la ‘costruzione’ della pace?

“Tantissime realtà operano per stabilire la pace. Noi auguriamo con tutto il cuore che chi lavora a favore della pace possa ottenere la pace tra le fedi; noi cristiani siamo contro ogni estremismo e cerchiamo di portare azioni di pace: vogliamo la pace con i mussulmani e con gli ebrei. Cerchiamo di ottenere che la pace sgorghi dal cuore”.  

A proposito di pace un editto di secoli fa stabilisce che il sindaco di Betlemme sia cattolico: come è possibile?

“C’è un ‘firmano’ (decreto, ndr.) ottomano del 1835 che afferma che in otto città palestinesi il sindaco deve essere cristiano e Betlemme rientra in questa delibera”.

Come vivono i cristiani di Betlemme il Natale?

“Purtroppo dal 7 ottobre 2023 abbiamo avuto due Natali ‘silenziosi’ e tristi con la città vuota. Quest’anno il comune di Betlemme ha deciso di far celebrare di nuovo il Natale ed i bambini sono molto contenti. Speriamo che ci sia una pace vera. Il comune ha deciso di rimettere anche l’Albero di Natale nella piazza della Mangiatoia, acceso sabato 6 dicembre”.

Quale messaggio ci lasci a nome dei cristiani in Terra Santa?

“Il Natale, per noi, significa la nascita di una ‘cosa’ nuova: speriamo che sia la nascita di una pace duratura in Terra Santa. Ed a voi vi chiedo di sostenere le famiglie cristiane in Terra Santa e di non abbandonarci. Spero di vedervi presto a Betlemme ed a Gerusalemme”.

Per sostenere le famiglie di Betlemme si può fare un versamento al Sermit attraverso Intesa San Paolo: IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377: o Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627 con la causale ‘Sostegno Nizar Lama Betlemme’.

A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

Papa Leone XIV ricorda che la Chiesa è missionaria e tutti partecipano alla manifestazione di Dio

“Grazie del vostro caloroso saluto e soprattutto grazie di essere venuti a questo appuntamento natalizio. Come sapete per me è il primo, ed è la prima volta che vi incontro tutti insieme, anche con molti vostri familiari, e questo mi fa molto piacere! Oggi non dobbiamo parlare di lavoro, però voglio approfittare di questa occasione per ringraziare ciascuno di voi per il lavoro che svolge. Sto imparando a conoscere il Vaticano come un grande mosaico di uffici e di servizi, e piano piano, con l’aiuto di Dio, penso che potrò anche incontrarvi visitando i vari ambienti di lavoro”: nella tradizionale udienza per gli auguri natalizia ai dipendenti vaticani papa Leone XIV ha esortato a lavorare con impegno e dedizione, perché le occupazioni quotidiane acquistano senso nel disegno di Dio.

In tale occasione, però il papa ha sottolineato l’importanza del presepe: “Ma oggi sono contento di questo momento familiare ormai quasi alla vigilia del Natale. Lo viviamo davanti al presepe, che in effetti è presente anche qui, in questa scena della Natività donata dal Costa Rica. Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta. E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via”.

Presepe che racconta la quotidianità inquadrata nel disegno di Dio: “Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati. Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe. Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo”.

E nel presepe tutti partecipano alla manifestazione di Dio: “E’ come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti. La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio. Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani. Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere”.

Così può avvenire nel proprio lavoro con la lode a Dio: “Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno. A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche, per voi laici, con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore”.

Questo è l’insegnamento del presepe: “Carissimi, impariamo dal Natale di Gesù lo stile della semplicità, dell’umiltà e facciamo in modo, tutti insieme, che questo sia sempre più lo stile della Chiesa, in ogni sua espressione. Vi prego di portare il mio saluto anche ai vostri cari a casa; specialmente alle persone anziane o ammalate dite che il papa prega per loro”.

In precedenza nel ricevere i collaboratori della curia il papa aveva ricordato papa Francesco, che incoraggiava ad essere Chiesa ‘accogliente verso tutti’: “… desidero anzitutto ricordare il mio amato predecessore papa Francesco, che in questo anno ha concluso la sua vita terrena. La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri. Proprio prendendo spunto dalla sua Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, vorrei ritornare su due aspetti fondamentali della vita della Chiesa: la missione e la comunione”.

Quindi ha ricordato che la Chiesa è missionaria: “La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria. Essa ha ricevuto da Cristo il dono dello Spirito per portare a tutti la buona notizia dell’amore di Dio. Segno vivo di questo amore divino per l’umanità, la Chiesa esiste per invitare, chiamare, radunare al banchetto festoso che il Signore imbandisce per noi, perché ciascuno possa scoprirsi figlio amato, fratello del prossimo, uomo nuovo a immagine del Cristo e, perciò, testimone di verità, di giustizia e di pace”.

Ciò è ricordato nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ che “ci incoraggia a progredire nella trasformazione missionaria della Chiesa, che trova la sua inesauribile forza nel mandato di Cristo Risorto… Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare. La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché ‘chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’. Il primo grande ‘esodo’, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro. Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo”.

Però la missione è legata alla comunione: “Allo stesso tempo, nella vita della Chiesa la missione è strettamente congiunta alla comunione. Il mistero del Natale, infatti, mentre celebra la missione del Figlio di Dio in mezzo a noi, ne contempla anche il fine: Dio ha riconciliato a sé il mondo per mezzo di Cristo e, in Lui, ci ha resi suoi figli.

Il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi. L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca”.

Quindi missione e comunione devono avere al centro della loro ‘azione’ Gesù: “Carissimi, la missione e la comunione sono possibili se rimettiamo Cristo al centro. Il Giubileo di questo anno ci ha ricordato che solo Lui è la speranza che non viene meno. E, proprio durante l’Anno Santo, importanti ricorrenze ci hanno fatto ricordare altri due eventi: il Concilio di Nicea, che ci riconduce alle radici della nostra fede, e il Concilio Vaticano II, che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi”.

Concludendo i saluti il papa ha ricordato il 50^ anniversario dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Nuntiandi’ di papa san Paolo VI: “Essa sottolinea, tra l’altro, due realtà che qui possiamo richiamare: il fatto che ‘tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto’; e, allo stesso tempo, la convinzione che ‘la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione’. Ricordiamo questo, anche nel nostro servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire”.

(Foto: Santa Sede)

Quattro giovani frati francesi riconosciuti martiri dell’apostolato cattolico: beatificazione di Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher

Il Convento di San Francesco a Parigi ha risuonato per tutto il fine settimana al fianco della Chiesa di Francia, per la beatificazione dei frati francescani Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher. Insieme ad altri 46 fedeli, per lo più laici (membri della Gioventù Operaia Cristiana e scout), sono stati riconosciuti come martiri dell’apostolato cattolico, ovvero uccisi dai nazisti per aver fornito clandestinamente sostegno spirituale ai giovani francesi deportati al Servizio di Lavoro Obbligatorio. Il Ministro generale Fr. Massimo Fusarelli, accompagnato dal Postulatore generale Fr. Gianni Califano e da Fr. Jürgen Neitzert (Provincia di S. Elisabetta, in Germania), è giunto da Roma per condividere la gioia dei frati della Provincia del Beato Giovanni Duns Scoto di Francia-Belgio.

I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 12 dicembre con una conferenza storica, intesa come momento di ricordo e preghiera. Fr. Luc Mathieu, memoria vivente della Provincia che conobbe questi frati, ha parlato dal punto di vista dei suoi cento anni, insieme alla storica Caroline Langlois, raccontando nei dettagli le loro vite davanti a un pubblico attento.

La storia narra che nel 1943 dodici giovani francescani in formazione arrivarono al campo della Deutsche Reichsbahn di Colonia; da lì, a settembre, furono deportati nel campo di concentramento di Buchenwald. I due relatori hanno sottolineato la loro determinatezza a vivere insieme e a riorganizzare la loro vita comunitaria in mezzo ai bombardamenti incessanti. Furono scoperti a prendersi cura dei malati, a cantare durante le riunioni sociali, a mobilitare i loro compagni per vestire e nutrire prigionieri ucraini e russi, a sabotare attrezzature, ad aiutare i prigionieri a fuggire, a sostituire compagni sull’orlo dello sfinimento sul lavoro, a impegnarsi nell’Azione Cattolica – la cappellania all’epoca vietata e clandestina – poi picchiati, condannati all’ergastolo e a combattere epidemie di tifo e dissenteria. L’assemblea si è commossa all’ascolto della lettura delle loro testimonianze, permeate di amore per la spiritualità francescana, a cui avevano dedicato la loro vita: “San Francesco, al mio posto, non avrebbe agito diversamente”, ripeteva Fr. Gérard Cendrier.

Un aspetto che ha profondamente colpito Fr. Massimo: “Penso che la loro testimonianza sia di grande attualità oggi, soprattutto per i fratelli più giovani dell’Ordine. Sono rimasti uniti tra loro e con le persone che servivano in modo molto concreto, condividendo le loro domande e la loro vita quotidiana. Credo che la loro testimonianza possa dare molta forza e luce al nostro presente oscuro. Il martirio non riguarda l’essere forti, quello è eroismo pagano. Il martirio cristiano riguarda l’essere deboli – e lo erano! – ma, chiamati da Dio, hanno trovato la forza di amarlo fino in fondo”. In risposta, Fr. Massimo ha confidato di aver inviato quella mattina stessa una lettera ai suoi confratelli nelle zone di guerra in Ucraina, Siria, Haiti, Guinea-Bissau e Congo orientale.

Sabato 13 dicembre la celebrazione ha assunto una dimensione molto speciale con la grande Messa solenne di beatificazione nella Cattedrale di Notre-Dame, a Parigi. In questo luogo iconico, la liturgia ha riunito più di quaranta vescovi provenienti da Francia e Germania.

“Qualunque sia la nostra vocazione, la nostra professione, la nostra responsabilità, siamo impegnati, come discepoli di Cristo, al servizio dei nostri fratelli e sorelle, in qualunque posto Dio, nella Sua Provvidenza, ci abbia posto. […] La fede non è mai privata; deve trovare espressione nel servizio concreto dei nostri fratelli e sorelle. […] Questa beatificazione ci invita a guardare al presente e a preparare il futuro. […] Stiamo vivendo, abbiamo vissuto, una riconciliazione dei popoli. È un’opera che non finisce mai e che ogni generazione deve continuare. […]

Tutti voi giovani, che forse non andate in chiesa, di Francia e d’Europa, voi che non vedete più il senso della vostra vita, guardate a Cristo, Principe della Pace, Principe dell’amore e non dell’odio, imparate da Lui come i vostri fratelli e sorelle maggiori, martiri, beatificati oggi, imparate da Lui a impegnarvi per il bene dei vostri fratelli e sorelle!”, ha esortato il Cardinale Jean-Claude Hollerich, Arcivescovo di Lussemburgo, nella sua omelia. Momento clou della celebrazione: la lettura ad alta voce dei cinquanta nomi dei martiri e la scoperta dell’opera di Nicolas de Palmaert che rappresenta i 50 martiri – ora beati – che ascendono simbolicamente al cielo attorno alla croce di Cristo.

Il fine settimana si è concluso con una Messa di ringraziamento presieduta da Fr. Massimo presso il convento di Rue Marie Rose. Nella Domenica Gaudete, il Ministro ha invitato i fedeli a meditare sulla figura di Giovanni Battista nella sua vulnerabilità e nei suoi dubbi, gli stessi dubbi sicuramente vissuti dai quattro martiri i cui ritratti erano esposti nella cappella. «Il vero profeta non è un indovino, ma colui che, in tempi di carestia e disperazione, ci fa guardare al futuro e rende presente la speranza e la gioia: diventa sacramento della presenza di Dio!

Quanto è visibile e tangibile questo nella vita dei nostri giovani fratelli! […] Anche la loro fede è stata messa a dura prova. E forse anche per loro, l’oscurità e il freddo della notte hanno reso difficile pensare alla speranza e alla gioia… Ciononostante, hanno deciso di rimanere uniti, anche di fronte alla possibilità della morte, cioè della vita offerta per Cristo. Non importa quanto amara possa sembrare la realtà, o quanto grande possa essere la nostra perdita; è pur sempre vero che il Signore viene! Questo è il grande messaggio dell’Avvento, questo è il grande messaggio dei nostri fratelli e sorelle».

(Tratto da Ofm.org)

Dall’Azione Cattolica Italiana un invito a tenere ‘alta’ l’attenzione sul Venezuela

‘Avvoltoi vestiti da prete’: così il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello alcuni mesi aveva attaccato i vescovi del Venezuela, colpevoli di aver chiesto la liberazione dei detenuti politici in vista delle canonizzazioni di madre Carmen Rendiles e il dottor José Gregorio Hernández. Ma dietro l’insulto si nasconde una verità scomoda: in Venezuela, la Chiesa cattolica è diventata l’ultimo baluardo di resistenza contro un regime che non tollera più neppure la preghiera. Infatti, mentre il mondo celebra María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, i vescovi venezuelani pagano il prezzo della loro scelta di campo: stare dalla parte degli ultimi, dei perseguitati, di chi chiede giustizia.

In Venezuela, la Conferenza episcopale non ha mai nascosto la sua posizione: il Paese è in mano a un’autocrazia che getta i cittadini nella paura, tra arresti arbitrari, crisi economica e declino democratico. I vescovi, da anni, denunciano le violazioni dei diritti umani, le elezioni truccate, la persecuzione dei dissidenti. La Chiesa cattolica venezuelana non è nuova a questo ruolo. Già sotto Hugo Chávez, i vescovi avevano denunciato la deriva autoritaria.

Nel frattempo al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas e presidente della ‘Fondazione Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI’, in viaggio dall’aeroporto internazionale di Maiquetía verso Madrid per adempiere ad alcuni impegni ecclesiastici, è stato ritirato il documento di viaggio ed è stato costretto a tornare a Caracas. I vescovi venezuelani, ribadendo al cardinale la solidarietà di tutta la Chiesa locale, hanno chiesto alle autorità di aprire un’indagine approfondita per far luce sull’accaduto.

In una lettera aperta indirizzata proprio a tutto l’episcopato venezuelano con la quale è stata raccontata la vicenda, il cardinale ha voluto esprimere il suo dolore ed il suo rincrescimento ma anche ricordare la speranza del Natale: “La forza risiede nella vulnerabilità del presepe, nella fragilità della verità che si costruisce nella pace, senza violenza e senza soprusi. La speranza nasce dal lavoro continuo per il bene di tutti, soprattutto degli esclusi”.

Ed in Italia è stata l’Azione Cattolica Italiana ad  esprimere solidarietà al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, per quanto accaduto nei giorni scorsi in Venezuela; al porporato è stato infatti impedito dalle autorità del governo Maduro di lasciare il Paese per recarsi in Spagna e partecipare ad alcuni impegni ecclesiali già programmati, con rientro previsto per il 21 dicembre. Un viaggio ordinario, legato al suo servizio pastorale e alle responsabilità che svolge da anni nella Chiesa venezuelana e universale:

“Il fermo del passaporto, avvenuto senza una motivazione giuridicamente chiara, è stato giustificato con presunti ‘problemi’ nel documento. Una spiegazione di carattere burocratico che, nei fatti, si traduce in una limitazione della libertà di movimento e in una violazione di diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale.

‘Qualcosa che fa male – ha dichiarato lo stesso cardinale Porras – perché viola i diritti che abbiamo come cittadini’. Un fatto avvenuto peraltro il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. In una lettera aperta ai vescovi del Venezuela, il cardinale ha ricordato come senza uguaglianza di diritti e senza accesso all’informazione non possano esistere giustizia ed equità. Parole misurate ma nette, che richiamano l’attenzione sulle difficoltà di chi vive in contesti in cui la legalità è spesso negata e il dissenso viene vietato”.

Per questo la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ritenuto il fermo del passaporto al card. Porras Cardozo un fatto grave “quanto accaduto a un pastore stimato e riconosciuto per il suo impegno nel dialogo e nella riconciliazione. Un episodio che colpisce non solo una persona, ma l’intera comunità ecclesiale venezuelana e quanti operano a favore della giustizia, della pace e della promozione umana”.

Inoltre la presidenza ha evidenziato anche la situazione in cui si trova Alberto Trentini: “Non possiamo inoltre non richiamare la situazione dolorosa di Alberto Trentini, nostro connazionale detenuto ingiustamente in Venezuela. La sua vicenda rappresenta una ferita aperta, un’altra testimonianza della drammatica condizione di un paese in cui il potere politico sembra aver smarrito ogni briciolo di senso del diritto, del limite e della responsabilità. Ricordare Alberto e chiedere che la sua situazione venga finalmente chiarita e risolta è un dovere di coscienza, oltre che un impegno di umanità”.

Dopo questi evento l’Azione Cattolica Italiana ha invitato la comunità internazionale “a mantenere alta l’attenzione su quanto accade in Venezuela. Ogni atto di prevaricazione, ogni violazione della libertà personale o religiosa, ogni intimidazione nei confronti di cittadini, pastori o operatori sociali rappresenta un passo ulteriore verso l’isolamento e l’ingiustizia, e allontana la possibilità di un futuro di pace e democrazia per milioni di venezuelani costretti a vivere in condizioni sempre più difficili. Nel rinnovare al cardinale Porras la nostra vicinanza e il nostro sostegno, ci uniamo alla Chiesa del Venezuela e a tutti coloro che continuano ad essere testimoni di speranza verità e libertà”.

(Foto: Instagram)

Papa Leone XIV invita a prepararsi al Natale

“Da pochi giorni sono rientrato dal mio primo viaggio apostolico, in Türkiye e in Libano. Con l’amato fratello Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, ci siamo incontrati per pregare insieme a İznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo Concilio ecumenico”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Leone XIV ha raccontato ai fedeli riuniti in piazza san Pietro il suo primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano in occasione dell’anniversario del Concilio di Nicea.

L’occasione di tale racconto è stata la ricorrenza della Dichiarazione comune tra cattolici ed ortodossi: “Proprio oggi ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Türkiye ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica: attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza”.

Eppoi ha raccontato la realtà del Libano: “Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso. Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut”.

Ecco il valore della presenza papale: “I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo! Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato con la preghiera. Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Türkiye e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!”

Mentre prima della recita dell’Angelus ha chiesto di ‘concentrarsi’ sulla venuta di Dio nel mondo: “Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci annuncia la venuta del Regno di Dio. Prima di Gesù, compare sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’

Nella preghiera del ‘Padre nostro’, noi chiediamo ogni giorno: ‘Venga il tuo regno’. Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci. E’ un ‘vangelo’: una vera buona notizia, che ci motiva e ci coinvolge”.

Prendendo spunto dal ‘tono’ di Giovanni Battista il papa ha invitato ad essere ‘seri’ nella vita: “Certo, il tono del Battista è severo, ma il popolo lo ascolta perché nelle sue parole sente risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Comunque il Regno di Dio è una ‘sorpresa’, in quanto dono: “Lo stesso Giovanni sarà sorpreso dal modo in cui il Regno di Dio si manifesterà in Gesù Cristo, nella mitezza e nella misericordia. Il profeta Isaia lo paragona a un germoglio: un’immagine non di potenza o di distruzione, ma di nascita e di novità. Sul germoglio che spunta da un tronco apparentemente morto, inizia a soffiare lo Spirito Santo con i suoi doni. Ognuno di noi può pensare a una sorpresa simile che gli è capitata nella vita”.

La stessa esperienza è stata vissuta da chi partecipò al Concilio Vaticano II: “E’ l’esperienza che la Chiesa ha vissuto con il Concilio Vaticano II, che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo e a servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile”.

Un’esperienza che è necessaria per dare speranza al mondo: “Con le immagini del profeta: ‘Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà’. Sorelle e fratelli, come ha bisogno il mondo di questa speranza!”

Questo è l’invito a prepararsi al Regno di Dio: “Nulla è impossibile a Dio. Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il ‘più piccolo’, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”

Questo è l’Avvento e tutto prepara al Natale: “Ecco la spiritualità dell’Avvento, tanto luminosa e concreta. Le luminarie lungo le strade ci ricordino che ognuno di noi può essere una piccola luce, se accoglie Gesù, germoglio di un mondo nuovo. Impariamo a farlo da Maria, nostra Madre, donna dell’attesa fiduciosa e della speranza”.

Mentre ieri il papa ha partecipato alla quarta edizione del Concerto per i poveri: “Questa sera, mentre le melodie toccavano i nostri animi, abbiamo avvertito il valore inestimabile della musica: non un lusso per pochi, ma un dono divino accessibile a tutti, ricchi e poveri. Perciò, nel rivolgere ad ognuno il mio saluto, sento in modo speciale la gioia di accogliere voi, fratelli e sorelle, per i quali oggi abbiamo vissuto questo concerto: grazie a tutti della vostra presenza!”

Per questo ha ricordato il pensiero agostiniano sul valore della musica: “Cari amici, la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo. Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi o le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”

Per questo ha ricordato i canti natalizi, che hanno rallegrato i pastori: “Non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode. Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

E’ stato un invito a prepararsi al Natale: “Carissimi, in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo. Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità. Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la religione è contro la guerra

“Cari fratelli e sorelle! In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi”: questa giornata si è conclusa con un incontro ecumenico di preghiera presso gli scavi archeologici della basilica di san Neofito, dove si è svolto il primo Concilio di Nicea, salutato dal patriarca Bartolomeo I, che lo ha ringraziato per la presenza: “nonostante i tanti secoli trascorsi e tutti i rivolgimenti, le difficoltà e le divisioni che essi hanno portato con sé, ci avviciniamo comunque a questa sacra commemorazione con condivisa riverenza e un comune sentimento di speranza. Perché non siamo qui riuniti semplicemente per ricordare il passato. Siamo qui per rendere testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea”.

La riflessione del papa si sofferma sulla professione di fede nicena: “Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione. Negando la divinità di Cristo, Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale?”

A Nicea è stata riaffermata la natura divina ed umana di Gesù: “Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci ‘partecipi della natura divina’. Questa confessione di fede cristologica è di fondamentale importanza nel cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione: essa infatti è condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo, comprese quelle che, per vari motivi, non utilizzano il Credo Niceno-Costantinopolitano nelle loro liturgie”.

In questo momento di preghiera il papa ha chiesto il superamento delle ‘divisioni’: “Partendo dalla consapevolezza che siamo già legati da questo profondo vincolo, attraverso un cammino di adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita. Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni”.

Un superamento che conduce alla comunione dei credenti: “La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze. Il desiderio di piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca di fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo Niceno professiamo la nostra fede ‘in un solo Dio Padre’; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio”.

Ed ha concluso la riflessione affermando che va respinto l’uso della religione per giustificare la guerra: “C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione. Le religioni, per loro natura, sono depositarie di questa verità e dovrebbero incoraggiare le persone, i gruppi umani e i popoli a riconoscerla e a praticarla. L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”.

(Foto: Santa Sede)

Riparare la rete sociale, l’invito del Papa agli influencers cattolici spiegata da loro stessi

“All’inizio di questo mio primo messaggio rivolto a voi, desidero anzitutto dirvi grazie! Grazie per la gioia che avete trasmesso quando siete venuti a Roma per il vostro Giubileo e grazie anche a tutti i giovani che si sono uniti a noi nella preghiera da ogni parte del mondo. E’ stato un evento prezioso per rinnovare l’entusiasmo della fede e condividere la speranza che arde nei nostri cuori!

Perciò facciamo in modo che l’incontro giubilare non rimanga un momento isolato, ma segni, per ognuno di voi, un passo avanti nella vita cristiana e un forte incoraggiamento a perseverare nella testimonianza della fede”: con questo ringraziamento papa Leone XIV inizia il messaggio indirizzato ai giovani in occasione della Giornata Mondiale dei Giovani, che domenica 23 novembre si svolge nelle diocesi, intitolato ‘Anche voi date testimonianza, perché siete con me’, versetto tratto dal Vangelo di san Giovanni.

Partendo dall’incipit del messaggio papale abbiamo chiesto al giovane influencer Michael Mattarucco, missionario digitale, che attraverso i social cerca di creare un ponte tra il mondo e la Chiesa: in quale modo dare testimonianza di Gesù nel mondo giovanile?

“Innanzitutto credo sia fondamentale chiedersi dove sta il mondo giovanile perché senza questa consapevolezza rischiamo di operare dove non c’è nessuno, soprattutto i ragazzi. Poi credo sia importante riuscire ad intercettare il loro linguaggio, ascoltarli, comprendere cosa cercano veramente in profondità e in superficialità e tramite questo ascolto lo Spirito santo suggerisce, nel cuore dei cristiani che si mettono in gioco, delle modalità con cui si può comunicare il vangelo oggi.

Credo sia fondamentale però partire dalla vita, dall’esempio. Questo è il primo canale. Perché un ragazzo si incuriosisce solo se ti vede più felice di lui; allora può prendere in considerazione la strada che tu stai percorrere, se vede che gli è indifferente non si pone neanche la domanda sulla felicità”.

‘Lo sguardo di Gesù, che vuole sempre e solo il nostro bene, ci precede. Non ci vuole come servi, né come ‘attivisti’ di un partito: ci chiama a stare con Lui come amici, perché la nostra vita venga rinnovata’: cosa significa per un giovane stare con Lui?

“Stare con Lui significa stare alla sua presenza, in silenzio… e nella frequentazione dei sacramenti. Ogni volta che andiamo all’incontro con l’Eucarestia ci abbronziamo dell’amore senza misura del Signore Gesù e questo ci plasma e ci cambia oltre ad essere persone più solari e con la pace nel cuore. Prendersi del tempo per stare solo con il Signore e dialogare con Lui nel segreto, con pensieri o verbalmente, fa la differenza a lungo termine”.

In quale modo si può diventare testimoni di Cristo?

“Diventi testimone di Cristo quando hai avuto un incontro personale con Lui, in cui hai acquisito consapevolezza che c’è qualcosa di eterno dentro di te che va al di là del limite materiale. Quando lo Spirito Santo si fa vivo dentro di te e ne hai consapevolezza, la vita cambia e diventi testimone perché non puoi farne a meno; non si riesce a tenere per se ciò che si scopre. Desideri raccontare la gioia di quell’incontro a quante più persone possibili”.

‘Carissimi giovani, davanti alle sofferenze e alle speranze del mondo, fissiamo lo sguardo su Gesù!’: perché fissare lo sguardo su Gesù?

“Fissare lo sguardo su Gesù, perché ti distacca dalle cose del mondo e ti aiuta a desiderare l’infinito, le cose eterne, il Regno di Dio, la santità. I desideri più grandi per la vita di un uomo. Anzi questi desideri aiutano a vivere pienamente la vita qui indipendentemente da ciò che si fa come lavoro/professione”.

Allora, cosa significa essere un influencer cattolico?

“Per me essere influencer cattolico significa creare un ponte tra i giovani che sono nel digitale ed il messaggio del Vangelo di Gesù per incuriosire i ragazzi a riscoprire la bellezza di vivere la vita quotidiana con la fede. Questa curiosità si può creare facendo dei contenuti sui social; e per esperienza posso dire che diversi passi nel mondo della fede e della spiritualità li ho fatti grazie a delle testimonianze ricevute e condivise proprio dai social”.

Come è nata la tua vocazione ‘digitale’?

“La mia vocazione per comunicare la fede sui social è nata nel 2022 quando, dopo un percorso di ricerca di successo, mi sono reso conto che non ero davvero felice. Tramite un momento buio vissuto anche in pandemia, mi sono interrogato sul senso della vita e della ricerca della felicità. Ho iniziato a leggere il Vangelo ed ho scoperto che Gesù mi riempiva il cuore, scoprendo nel presente una gioia mai provata prima. Così ho iniziato a raccontarlo a tutti sui social”.

A fine luglio hai partecipato al Giubileo degli influencer cattolici: cosa è stato?

 “La Chiesa sta facendo passi in avanti. Il Dicastero della comunicazione, anche tramite il Giubileo, vuole fare in modo che anche i missionari digitali possano vivere un’esperienza di Chiesa in un ambiente di testimonianza di fede con autenticità. Sono stato colpito dalle parole di papa Leone XIV, che ci ha chiesto di aiutare a riparare la rete sociale. Ho percepito di essere nella direzione giusta, e mi ha fatto bene anche a livello spirituale, per alimentare il rapporto con Gesù e continuare in questa missione. Ho incontrato il papa e gli ho stretto la mano. Mi sono sentito parte di una grande famiglia che vuole vivere insieme”.

Ad inizio settembre hai partecipato anche alla canonizzazione di Frassati e Acutis: quale significato hanno per la tua vita?

“Sono stati giorni fortissimi. Ho un affetto speciale per Carlo, perché abbraccia appieno l’attività di missionario digitale. E’ stato il primo che ha usato internet e l’informatica per testimoniare fede ed evangelizzare, e ha preparato la strada dove ora camminiamo. Un ragazzo di 15 anni che ha messo a disposizione talento e vita cristiana nella tecnologia appena nata. Di Pier Giorgio mi colpisce l’impegno come laico in politica e verso la carità ai poveri: un grande esempio di azione e di amore per conto di Dio”.

Quale è il loro messaggio per i giovani?

“Il loro messaggio è che la santità non è lontana da noi, ma è un modo di vivere a cui tutti possiamo ambire; l’importante è avere il coraggio di mettersi in gioco nella vita dentro l’amore del Signore e della Chiesa. In più: l’amore di Gesù si incontra quotidianamente soprattutto nelle piccole cose”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50