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Card. Pizzaballa: con Natale Dio entra nella nostra storia
Venerdì scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme per i latini, accompagnato dal vicario patriarcale latino, mons. William Shomali e una piccola delegazione, è arrivato a Gaza per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie.
Durante la sua visita ha esaminato la situazione della parrocchia, compresi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e ricostruzione in corso e le prospettive per il periodo a venire, incontrando il clero locale e i parrocchiani per ricevere informazioni sulle esigenze della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla e celebrato la messa di Natale in questa parrocchia con l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera.
Quindi nel messaggio natalizio il patriarca di Gerusalemme ha descritto la bellezza delle feste natalizie dopo due anni di guerra: “E’ bello vedere in tutte le nostre parrocchie e comunità l’albero di Natale e il presepe, e tutto ciò che tipicamente abbiamo per le celebrazioni natalizie, e ne siamo felici! Sappiamo che tutti i problemi, siano essi politici, sociali, economici, spirituali, ecc… sono ancora lì, ma è importante anche prendersi questa pausa da tutto il dolore e godersi il Natale, soprattutto per i nostri figli, per le nostre famiglie, per i nostri poveri, e condividerlo tra tutti noi”.
Ma ha avvertito anche le difficoltà: “In effetti, abbiamo avuto un anno molto difficile e anche il prossimo anno sarà molto impegnativo. Ma come abbiamo fatto in passato, anche per il futuro, possiamo assicurarvi che saremo presenti, continueremo a servire la nostra comunità e continueremo ad essere come un’unica comunità la luce di Gesù Cristo nella comunità, per portare consolazione, conforto, sostegno e solidarietà ovunque sia necessario”.
Proprio per questo il patriarca ha sottolineato la forza della verità: “E poi, naturalmente, vogliamo anche essere una voce di verità, per invocare la giustizia e il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. Perché questo è ciò che celebriamo a Natale, celebriamo il Verbo che si fa carne, celebriamo l’Incarnazione che è qualcosa di reale e concreto: la nostra fede dovrebbe sempre incontrare e toccare la realtà delle nostre vite, sia a livello personale che comunitario”.
Quindi è ritornato ad esaminare la grazia del Natale: “Soprattutto in questo periodo in cui la violenza e l’odio sono il linguaggio comune. In un contesto in cui è comune pensare che se non si usa la forza non si viene presi in considerazione, quindi la violenza, la forza e l’odio sembrano essere il ritornello comune, purtroppo; se non sei forte, se non alzi la voce è come se non esistessi”.
Natale è Dio che entra nella storia senza la forza: “Il messaggio del Natale è diverso, ci ricorda la via cristiana, Dio entra nella nostra storia e nelle nostre notti, come un bambino appena nato, che è l’elemento più fragile che conosciamo, ma il Natale ci ricorda anche come è il modo di vivere cristiano, specialmente in questo contesto come ho detto.
Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nella nostra storia, entra nelle nostre notti nella realtà dell’elemento più fragile che conosciamo, un bambino appena nato, che è molto fragile, bisognoso di tutto, dipendente e molto debole. Eppure, questo è il modo in cui entra nel mondo. Ma questo Bambino appena nato, che è molto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo, e tutte le nazioni e l’umanità sono attratte da lui”.
Proprio dalla debolezza nasce la speranza: “Un neonato risveglia in tutti tenerezza e amore, ed è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto nel nostro tempo, e noi continueremo ad essere come cristiani un luogo di cura, tenerezza e amore, senza limiti e senza confini; amore senza confini; questo è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento.
E c’è speranza, perché ho visto in tutte le nostre comunità e anche al di fuori di esse molte persone capaci di essere questa luce di cui abbiamo bisogno, quindi in tutte queste luci fisiche che vediamo a Natale, dobbiamo vedere anche le luci di molte persone e comunità che stanno rendendo visibile con la loro vita e la loro testimonianza, quindi dobbiamo continuare ad essere questa presenza luminosa ovunque ci troviamo”.
(Foto: lpj)
La Real Commissione per l’Italia consegna al Patriarca di Gerusalemme dei Latini il donativo raccolto in occasione del Giubileo Costantiniano
Nell’ambito del Pellegrinaggio Costantiniano Internazionale in occasione dell’Anno Giubilare 2025, organizzato dalla Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, d’intesa con le Reali e Magistrali Volontà, venerdì 12 settembre 2025 presso Palazzo Taverna a Roma, è stata svolta una Cena di Gala di Beneficenza con 250 partecipanti (alla presenza del Gran Maestro, S.A.R. il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria; del Gran Prefetto, S.A.R. il Principe Don Jaime di Borbone delle Due Sicilie e Landaluce, Duca di Noto, Presidente della Real Deputazione; e della Reale e Magistrale Famiglia) i cui proventi netti erano destinati, attraverso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, a favore della popolazione di Gaza, duramente colpita dal conflitto in atto, ‘con la vivida Speranza che possa essere di conforto soprattutto per bambini, seguiti con costante trepidazione dal Santo Padre’, come ha auspicato S.A.R. il Gran Prefetto.
Martedì 18 novembre 2025 si è svolto a Roma un incontro di consegna del donativo al Patriarca di Gerusalemme dei Latini, S.Em.R. il Signor Cardinale Pierbattista Pizzaballa, OFM., alla presenza delle alte cariche della Real Commissione per l’Italia e della Fondazione San Giorgio Italia ETS: “Questa azione caritatevole contribuirà ad alleviare i bisogni della comunità Cristiana di Gaza. Insieme, con generosità e impegno, possiamo portare speranza dove ce n’è più bisogno, seminare il futuro e trasformare vite”, ha dichiarato S.A.R. il Gran Maestro.
Oltre al Presidente, ai Luogotenenti per l’Italia Settentrionale, per l’Italia Centrale e per l’Italia Meridionale Peninsulare, e al Cancelliere della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, hanno presenziato all’incontro di consegna del donativo: S.E. Don Riccardo Paternò, Conte di Montecupo, Principe di Cerenzia, dei Duchi di San Nicola e Pozzomauro, Balì Gran Croce di Onore e Devozione in Obbedienza, Gran Cancelliere e Ministro degli Affari Esteri e degli Interni del Sovrano Militare Ordine di Malta, nonché Balì Gran Croce di Giustizia e Consigliere della Real Commissione per l’Italia dell’Ordine Costantiniano; S.E. Antonio Zanardi Landi di Veano, Balì Gran Croce di Onore e Devozione in Obbedienza e Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta presso la Santa Sede, nonché Cavaliere Gran Croce di Giustizia dell’Ordine Costantiniano e Vice-Presidente della Fondazione San Giorgio Italia ETS; e il Prof. Giuseppe Schlitzer, Cavaliere Gran Croce di Merito, Delegato per Roma e Città del Vaticano della Real Commissione per l’Italia dell’Ordine Costantiniano.
Il Rock Cristiano per la pace: serata a Jesi di “preghiera in musica” con i The Branches
Domani, lunedì 3 novembre, alle ore 19, il gruppo Rock Cristiano dei The Branches animerà nella Chiesa dell’Adorazione di Jesi (piazza della Repubblica 4) un incontro di preghiera, musica e adorazione eucaristica per la pace. Tra i fondatori della band, nata nel 2016 per un’ispirazione nata durante la GMG di Cracovia, Cristiano Coppa, che è insegnante di religione, musicista, cantante e compositore originario di Jesi.
Per dieci anni (dal 2001 al 2011) ha suonato il basso nel gruppo Heavy Metal di Fabriano Death Riders, un progetto nato tra i banchi scuola grazie al quale ha pubblicato nel 2011 il primo album Through Centuries of Dust. Successivamente intraprende un progetto solista di Christian Metal che lo porterà, nel 2022, ha editare il suo EP (cioè, album breve) intitolato Prayer in The Battlefield (Preghiera sul campo di battaglia). Nel 2023 pubblica il singolo Chains Of Sadness, per la promozione del quale l’omonimo video grazie alla collaborazione del videomaker israeliano Eli Lev. L’abbiamo incontrato mentre è impegnato nella promozione dell’ultimo singolo dei The Branches “Guidami”.
Con i The Branches hai in programma una particolare “preghiera in musica” per la Pace in una chiesa di Jesi, organizzata con l’aiuto del vescovo Mons. Paolo Ricciardi, ce ne puoi parlare?
Si tratta di un momento di preghiera e musica per chiedere al Signore il ritorno della Pace nel mondo e, soprattutto, in Terra Santa e in Ucraina. La serata è aperta a tutti e confidiamo sarà partecipata non solo da chi frequenta abitualmente la chiesa dell’Adorazione di Jesi. Siamo davvero felici di aver promosso questa iniziativa, alla quale come hai anticipato parteciperà anche il nostro vescovo Don Paolo Ricciardi. Personalmente invito chi può prendervi parte o, se impossibilitato, a organizzarne ed a viverne di simili!
Come si articolerà il concerto-preghiera del 3 novembre?
Dal punto di vista musicale presenteremo dal vivo brani del nostro repertorio, costituito principalmente da cover di grandi gruppi e interpreti del Rock Cristiano come i The Sun, i Reale, Hillsong, Chris Tomlin, i Planetshakers, ecc…. Recentemente abbiamo pubblicato il nostro primo singolo “Guidami”, una preghiera dai toni meditativi e intimi. Stiamo già lavorando in studio al nostro secondo singolo “My Saviour King” dalle sonorità hard rock/heavy metal. Il 3 novembre nella chiesa dell’Adorazione di Jesi animeremo il nostro incontro di preghiera e di adorazione per la pace alternando diverse canzoni del nostro repertorio, compresa Guidami che in sostanza è una preghiera di affidamento al Signore, con dei brani sul tema della pace in generale.
Veniamo ora al Christian Metal, un genere musicale che ha assunto da alcuni decenni una specifica rilevanza all’interno del Rock contemporaneo. A quali artisti internazionali ti ispiri?
A livello internazionale, per quanto riguarda il Christian Metal o White Metal, ho trovato una grande fonte di ispirazione negli Stryper, nei Theocracy, nei Saviour Machine, ma anche in band che non rientrano formalmente nel genere pur condividendone i contenuti, come gli Warlord e gli W.A.S.P. dopo la conversione al Cristianesimo del leader Blackie Lawless.
Come ci puoi descrivere la scena italiana dell’Heavy Metal d’ispirazione cristiana?
La scena italiana, sia in ambito rock che in quello Metal di ispirazione cristiana, è ancora poco supportata e sviluppata. Purtroppo, nel nostro Paese, il monopolio della musica leggera da una parte e un certo bigottismo dall’altra hanno portato sempre a boicottare e demonizzare fin dalle origini il vero Rock (intendo non quello annacquato e mainstream) e quindi anche il Metal. Senza dubbio hanno dato una buona risonanza al Rock Cristiano gruppi come The Sun, i Reale e i Kantiere Kairos. In ambito Metal chi ha dato recentemente più risalto al genere sono sicuramente i Metatrone ma esistono anche molte altre band, ricordo per esempio con affetto Fratello Metallo, pseudonimo di Cesare Bonizzi [(1946-2024), frate francescano] che, fino a una ventina di anni fa, benediceva le edizioni del più importante festival musicale italiano del genere, Gods Of Metal, prima dell’inizio dei concerti.
Ci descrivi il testo di Prayer in The Battlefield, un brano nel quale si riesce molto bene a mio avviso a dare grande rilievo al significato spirituale del messaggio assieme alla musica…
Prayer In The Battlefield è una canzone che parla di sogni infranti, di anime che vogliono essere liberate e di un campo di battaglia da cui si leva una preghiera incessante. È un brano che vuole infondere speranza proprio in quei frangenti (purtroppo attuali) che vedono la corruzione, la violenza e l’ingiustizia minacciare le sorti dell’umanità. È un grido dell’anima che, di fronte al naufragare di ogni speranza, torna ad accendersi grazie alla scintilla divina che dona nuova forza alla lotta spirituale.
Ci parli ora del tuo singolo solista Chains Of Sadness, uscito a poca distanza dallo scoppio della guerra a Gaza?
Chains Of Sadness è un brano che vuole far sentire, non solo pensare, il dramma e l’assurdità della guerra. La spirale di violenza e di devastazione a cui assistiamo ogni giorno nasce da un sacrificio celebrato sull’altare sbagliato: quello del potere. È una canzone che mette in guardia da un rischio ricorrente: ogni volta che, nella coscienza, sacrifichiamo la nostra umanità in cambio di ciò che non è vita, inneschiamo la miccia di un nuovo massacro. Quando ho scritto il brano, nei primi mesi del 2023, avevo davanti agli occhi le immagini strazianti della guerra in Ucraina, in questi mesi uno scenario altrettanto straziante si sta ripetendo in Terra Santa…
Fino al 30 ottobre i vescovi lombardi pellegrini in Terra Santa
Fino a giovedì 30 ottobre i Vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda, organismo che riunisce le dieci Diocesi della Regione ecclesiastica, saranno pellegrini in Terrasanta, visitando Gerusalemme e Betlemme: ‘Un’occasione di preghiera e un segno di vicinanza’, secondo le parole con cui l’Arcivescovo di Milano e Metropolita di Lombardia, mons. Mario Delpini, ha annunciato il viaggio alcune settimane fa. Gli stessi vescovi hanno preparato un messaggio che è stato letto in tutte le chiese della Regione nelle Messe di domenica 26 ottobre:
“In questi giorni drammatici, colmi di paura per la barbara follia omicida di uomini che, in molte parti del mondo, alzano la mano per uccidere il fratello, noi, disarmati, invochiamo: Domandate pace per Gerusalemme; sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. E’ urlo e preghiera di chi, disarmato, supplica con tutto il cuore il fratello di disarmare ogni mente e ogni mano omicida”.
Alle parrocchie viene anche chiesto di unirsi spiritualmente alla veglia di preghiera che i vescovi celebreranno nel pomeriggio di mercoledì 29 ottobre, al Getsemani. Tra i vari momenti in programma, oltre alle celebrazioni eucaristiche al Santo Sepolcro a Gerusalemme e alla Basilica della Natività a Betlemme, sono previsti incontri con il Patriarca, cardinale Pierbattista Pizzaballa, il Vicario Custodiale, fra Ulises Zarza, alcuni rappresentanti dei Parents Circle e dell’Istituto Effatà.
Al pellegrinaggio parteciperanno i vescovi ordinari delle Diocesi di Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Milano, Pavia e Vigevano. Con loro due vescovi ausiliari della Diocesi di Milano, il vescovo di Mondovì e alcuni accompagnatori, per un totale di 32 persone.
Inoltre a meno di 100 giorni dai Giochi di Milano Cortina 2026 (al via il 6 febbraio), mons. Mario Delpini invita gli sportivi a una vittoria che non si misura in medaglie, ma nella capacità di fare dello sport un bene per tutti. Si intitola ‘Winners’ la nuova ‘Lettera agli sportivi’ che mons. Delpini ha consegnato ieri sera, all’Oratorio Sant’Antonio Maria Zaccaria di Milano, a una delegazione di dirigenti, allenatori e atleti delle società sportive del territorio ambrosiano, nell’ambito del tradizionale Incontro diocesano del mondo dello sport.
La serata ha rappresentato la fase conclusiva di un percorso di animazione, iniziato nel 2022, dal titolo ‘Orasport on fire tour’, che ha visto circolare i valori olimpici di eccellenza, amicizia, rispetto e fratellanza con attività e proposte educative. Il segno distintivo del tour è stato il passaggio di una fiaccola negli oratori della Diocesi di Milano, che ha preparato ragazzi e famiglie a vivere con spirito educativo l’appuntamento di Milano Cortina 2026.
“La comunità cristiana si sente parte dell’entusiasmo delle nostre città per l’evento prossimo – scrive mons. Delpini nella sua lettera – perché ha una lunga tradizione di integrazione dell’attività sportiva nella proposta educativa”. Una tradizione tutta ambrosiana, che vede impegnati migliaia di operatori e volontari nello sport di base, attraverso l’esperienza delle società sportive degli oratori.
La progettualità educativa di oratori e società sportive aiuta le nuove generazioni a non cadere nelle derive di uno sport snaturato. Uno sport che non può trovare casa nemmeno nell’ambito professionistico, come sottolinea lo stesso Arcivescovo: “La comunità cristiana sente la responsabilità di essere voce critica e lucida denuncia di quelle degenerazioni che rovinano lo sport, nel culto idolatrico del successo, del denaro, dell’esibizionismo, della competizione esasperata”.
Ed allora, come vinceremo le prossime Olimpiadi e Paralimpiadi? Scrive mons. Delpini: “Abbiamo bisogno di altre vittorie, ci aspettiamo risultati più duraturi della gloria effimera delle giornate dei giochi”. E conclude: “Sì, vincerà Milano, vincerà Cortina, se tutto quello che precede, accompagna e segue l’evento confermerà che lo sport è un bene per le persone e la società. È la vittoria più difficile. E’ la vittoria più necessaria”.
Intanto la Fiaccola di Orasport on fire tour, che negli anni scorsi ha fatto tappa negli oratori delle province di Lecco, Monza e Brianza, Varese e nell’hinterland milanese, farà il suo ultimo viaggio negli oratori della città di Milano, indicando nel bene comune la vera vittoria dello sport.
Card. Pizzaballa invita a pregare per la pace in Terra Santa
“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura” con queste parole dopo la recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato la necessità della pace nella Terra Santa.
Infatti venerdì 3 ottobre è giunta, dopo quella israeliana, anche la risposta positiva di Hamas al presidente statunitense Donald Trump che il 29 settembre scorso, alla Casa Bianca, aveva messo sul tavolo le sue carte per la pace in Terra Santa. Il presidente americano ha espresso soddisfazione e gratitudine ai partner arabi che hanno collaborato, chiedendo agli israeliani di sospendere le ostilità nella Striscia.
Per questo nel giorno della festività di san Francesco il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa,ha mostrato sollievo nella lettera indirizza a tutti i fedeli della sua diocesi: “Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. E’ ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.
Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. E’ un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte”.
Ed ha espresso questa ‘gioia’, che sarà completa in cui saranno liberati tutti gli ostaggi da entrambi le parti: “Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza”.
E’ una gioia, perché potrebbe essere un ‘nuovo’ inizio: “Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo (necessario e indispensabile) di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.
Però ha ricordato la situazione anche in Cisgiordania: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”.
Infatti tale conflitto mette in ‘pericolo’ la Chiesa: “I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.
Quindi la sfida a cui è chiamata la Chiesa è quella della speranza: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.
Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo”.
La lettera del patriarca è un invito a non abituarsi alla sofferenza: “Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori.
Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’, che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.
Per questo il card. Pizzaballa ha invitato la Chiesa a testimoniare la fede: “In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.
Ma ha avvertito che la fine della guerra non porterebbe subito alla pace: “Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi.
La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”.
Infatti i cristiani in Terra Santa si sentono come Maria di Magdala: “Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità.
Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera”.
La lettera si conclude con l’invito a pregare per la pace con papa Leone XIV: “In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro.
Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.
Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione”.
Dall’associazionismo italiano un invito a non abbandonare Gaza
Attaccate mentre erano ferme in acque internazionali al largo dell’isola di Creta alcune barche della Global Sumus Flotilla, secondo le dichiarazioni in un video pubblicato sui suoi profili social di Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla: “Quello che è accaduto questa notte ha poche decine di miglia al largo di Creta è stata un episodio di una gravità intollerabile,.E dovrebbe essere intollerabile da parte di tutti e di tutte. Da parte del nostro governo, delle istituzioni, e di chiunque abbia un po’ di coscienza”.
Ed ha raccontato l’attacco: “Le nostre barche sono state attaccate da droni, colpite con sostanze urticanti e bombe sonore. I droni hanno volutamente danneggiato gli alberi. E danneggiare un albero di una barca a vela significa impedirle di muoversi o comunque crearle delle difficoltà nel movimento. Tutto questo è avvenuto nei confronti di barche che battono bandiera italiana, inglese e polacca. Questo significa che è come se l’Inghilterra, la Polonia e l’Italia fossero state attaccate, significa che qualcuno ha dichiarato guerra a questi tre stati. E allora mi aspetto l’indignazione di tutta la nostra politica, perché questo è stato un attacco all’Italia e agli italiani”.
Secondo quanto riportato sui social dagli attivisti della Global Sumud Flotilla, nelle ultime 24 ore, più di 15 droni hanno sorvolato ogni dieci minuti a bassa quota la nave Alma. I partecipanti alla missione hanno riferito di oggetti lanciati da droni o aerei su almeno 10 imbarcazioni. Non ci sono stati feriti, ma ‘i danni saranno valutati pienamente alla luce del giorno’.
Nel frattempo il CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti) ha espresso solidarietà alla Global Sumud Flotilla, oggetto di attacchi gravi e totalmente ingiustificati mentre le imbarcazioni della missione erano in acque internazionali: “Abbiamo sostenuto anche economicamente questa iniziativa di pace perché (dinanzi all’ignavia di governi e organismi internazionali) riteniamo che questa mobilitazione della società civile possa aiutare a smuovere le coscienze, a rompere quella cappa di impotenza che diventa sempre più soffocante dinanzi alle notizie e alle immagini dei morti e delle distruzioni continue.
E, forse, a portare a nuovi e più incisivi passi diplomatici per fermare il genocidio del popolo palestinese. Chiediamo ai governi e agli organismi internazionali di attivarsi per garantire la sicurezza della missione, che si muove nel più pieno rispetto della legalità internazionale”.
Inoltre il CNCA ha plaudito alla condanna dell’attacco espressa dal governo italiano e alla decisione dell’esecutivo di intervenire per garantire l’incolumità dei cittadini italiani impegnati nella missione. Dopo la grande manifestazione di lunedì, la gran parte delle cittadine e dei cittadini italiani ha dimostrato da che parte sta. E l’esecutivo ne ha preso atto, agendo di conseguenza. Il CNCA chiede con forza che quanto prima si possa arrivare a un cessate il fuoco e all’apertura di una trattativa di pace che riconosca il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio stato nelle terre che gli sono riconosciute a livello internazionale.
Anche la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie (FISH_ETS) esprime preoccupazione per la drammatica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, in particolare riguardo le persone con disabilità e le loro famiglie: “In questo scenario tragico, infatti, le barriere fisiche, ambientali e sociali rendono impossibile mettersi in salvo o accedere a un’assistenza di base. La distruzione delle infrastrutture, la mancanza di ausili e l’interruzione dei servizi sanitari condannano le persone con disabilità e le loro famiglie a una condizione di isolamento e di estrema vulnerabilità”.
La FISH continuerà a monitorare la situazione, promuovendo azioni di sensibilizzazione affinché la dignità e la protezione di tutte le persone colpite dal conflitto siano garantite: “In particolare, chiediamo corridoi umanitari sicuri e accessibili; l’accesso a cure mediche, ausili e supporto psicologico adeguati; il rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, anche nelle situazioni di conflitto.
Siamo solidali con la sofferenza delle vittime del conflitto e ci uniamo alla richiesta urgente di interventi umanitari che tengano conto dei diritti e delle necessità specifiche delle persone con disabilità e delle loro famiglie”.
Per questo la Rete AOI con FOCSIV sostiene la missione umanitaria non violenta della Global Sumud Flotilla (Sail to Gaza – Collective Action for Gaza), in coerenza con la priorità associativa di garantire sicurezza e aiuti alla popolazione civile nella Striscia di Gaza e la fine dell’occupazione militare israeliana, come ha dichiarato dichiara la presidente Focsiv Ivana Borsotto:.
“Un’iniziativa civile forte e non simbolica, in risposta al genocidio, con l’obiettivo di rompere l’assedio disumano in corso contro il popolo palestinese e portare aiuti a Gaza. E’ fondamentale dare sostegno e voce alla Flotilla: non è solo testimonianza ma cittadinanza globale e impegno concreto per la pace, la giustizia, la dignità e la sacralità della vita umana”.
Quindi FOCSIV con AOI è solidale e vicina ai Patriarchi della Chiesa Cattolico Latina e Greco-Ortodossa a Gerusalemme e ai loro sacerdoti, suore e comunità che non intendono evacuare da Gaza City, denunciando ancora una volta il silenzio complice della comunità politica internazionale di fronte alle violazioni dei diritti e la volontà di colpire la popolazione civile di Gaza da parte di Israele, nell’intento dell’annessione totale della Striscia.
Anche Pax Christi Italia e Mosaico di Pace sostengono la Global Sumud Flotilla, divulgando una lettera inviata dalla ‘Flotilla’: “Gentilissimi, vi scrivo con urgenza a nome della Global Sumud Flotilla, che si trova attualmente in acque internazionali in missione umanitaria. La flottiglia trasporta esclusivamente aiuti umanitari e non rappresenta alcuna minaccia. Nonostante questo, nelle ultime ore le imbarcazioni sono state ripetutamente prese di mira da droni e ordigni, con attacchi che mettono in pericolo la vita di tutti i partecipanti…
Chiediamo con urgenza: un’immediata presa di posizione pubblica per condannare questi attacchi; la protezione dei partecipanti da parte delle istituzioni internazionali; la pressione diplomatica e politica sui responsabili per fermare queste azioni illegali. Se qualcuno dovesse essere ferito o ucciso, si tratterebbe di un ulteriore crimine di guerra da aggiungere alla lunga lista di violazioni già commesse. E’ fondamentale che governi, istituzioni e organizzazioni internazionali intervengano ora, prima che sia troppo tardi. Vi chiediamo di non rimanere in silenzio. Abbiamo bisogno della vostra voce, del vostro sostegno e della vostra azione immediata. Con urgenza e speranza”.
(Foto: Focsiv)
I vescovi esprimono solidarietà per la Terra Santa
Al termine dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente, svoltosi a Gorizia, la CEI ha pubblicato una nota in cui i vescovi chiedono “con forza che a Gaza cessi ogni forma di violenza inaccettabile contro un intero popolo e che siano liberati gli ostaggi. Si rispetti il diritto umanitario internazionale, ponendo fine all’esilio forzato della popolazione palestinese, aggredita dall’offensiva dell’esercito israeliano e pressata da Hamas”.
Per questo i vescovi hanno raccolto l’invito di papa Leone XIV per pregare per la pace sabato 11 ottobre: “Per i cristiani significa, anzitutto, pregare per la pace. Accogliamo, quindi, l’invito di papa Leone a “pregare, ogni giorno del prossimo mese, il Rosario per la pace, personalmente, in famiglia e in comunità”. Lo faremo, in particolare, l’11 ottobre, alle ore 18, con quanti si recheranno in piazza San Pietro, per la Veglia del Giubileo della Spiritualità mariana, ricordando anche l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Vogliamo essere desti di fronte agli eventi della storia e critici di fronte a scelte che provocano morte e distruzione”.
Ed hanno proposto alcuni segni di solidarietà: “Proponiamo gesti eloquenti di prossimità con chi soffre e di riconciliazione tra le parti. Anche noi, in comunione con Papa Leone, vogliamo diventare costruttori di ponti, secondo l’Appello firmato con le Conferenze Episcopali di Slovenia e Croazia: “Riaffermiamo la nonviolenza, il dialogo, l’ascolto e l’incontro come metodo e stile di fraternità, coinvolgendo tutti, a partire dai responsabili dei popoli e delle nazioni, perché favoriscano soluzioni capaci di garantire sicurezza e dignità per tutti”.
Per questo, nei prossimi giorni, il segretario generale, mons. Giuseppe Baturi, si recherà a Gerusalemme per esprimere solidarietà alla Chiesa di Terra Santa e verificare la possibilità di incrementare l’aiuto umanitario.
Mentre nel comunicato conclusivo è stato evidenziato il messaggio di pace lanciato da Gorizia: “Il messaggio forte di riconciliazione è stato ribadito e rilanciato nell’incontro con i Vescovi delle Conferenze Episcopali Slovena e Croata, culminato nella Veglia di preghiera e con la sottoscrizione di un appello congiunto. Un documento in cui le Chiese in Italia, Slovenia e Croazia hanno riaffermato la nonviolenza, il dialogo, l’ascolto e l’incontro come metodo e stile di fraternità, coinvolgendo tutti, a partire dai responsabili dei popoli e delle nazioni, perché favoriscano soluzioni capaci di garantire sicurezza e dignità per tutti”.
In un contesto di polarizzazione crescente, i vescovi hanno sottolineato l’importanza di una testimonianza ecclesiale unita, visibile e autentica: “Questo chiede che siano promosse iniziative chiare e comuni, capaci di esprimere la voce unitaria della Chiesa in Italia: veglie di preghiera, segni di prossimità, digiuni e momenti liturgici. Di fronte al propagarsi di slogan violenti, la Chiesa è infatti chiamata a esprimere un linguaggio qualitativamente diverso, radicato nella preghiera, nella carità e nella verità”.
Un cambiamento culturale evidenziato dalla paura invece che dall’accoglienza: “E’ sempre più evidente, per i Presuli, una frattura culturale e antropologica profonda i cui segni sono la diffusione crescente della ‘paura del diverso’, l’aumento dei suicidi tra gli adolescenti, la crisi dei legami sociali. Tali fenomeni possono essere letti all’interno del quadro di una regressione spirituale globale, alimentata da un consumo disumanizzante e da una comunicazione violenta”.
Per indicare il degrado relazionale che attraversa le nostre società è stato richiamato il concetto di ‘demenza digitale’. Anche in questo, la missione della Chiesa si fa urgente: generare comunità accoglienti, formare alla mitezza, custodire la memoria. Azioni possibili attraverso la proposta di una visione profetica e di indicazioni operative che aiutino le comunità a vivere il Vangelo nel cuore delle sfide contemporanee.
Infine c’è l’impegno di educare alla fraternità, alla responsabilità sociale e alla partecipazione civica, che ha trovato nel cammino sinodale un’occasione concreta per ripensare percorsi formativi e priorità pastorali con una delibera, accolta all’unanimità: “Il Consiglio Episcopale Permanente approva il Documento di sintesi che verrà votato durante la terza Assemblea sinodale, in programma a Roma il 25 ottobre 2025. Grato per il percorso ecclesiale compiuto in questi anni e tenendo conto di quanto previsto dai Regolamenti (Regolamento Assemblea sinodale, art. 12; Regolamento Cammino sinodale, art. 16), il Consiglio Permanente ricorda che il Cammino sinodale verrà chiuso dall’81ª Assemblea Generale (Assisi, 17-20 novembre 2025) con la ricezione del Documento di sintesi. Pertanto, fissa nei termini seguenti le tappe successive fino all’82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026): la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli organi statutari, elaborerà, a partire dal Documento votato dall’Assemblea sinodale, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale di novembre 2025”.
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Da papa Leone XIV un appello a fermare l’escalation di guerra
Riconoscere lo Stato di Palestina ‘potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto’, rispondendo ad alcune domande lo ha detto ieri sera papa Leone XIV nel rientro,in Vaticano da Castel Gandolfo, affermando che ‘la Santa Sede ha riconosciuto la soluzione dei due Stati già da molti anni’, e che ‘bisogna cercare una maniera per rispettare tutti i popoli’, in quanto il riconoscimento dello Stato di Palestina “potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto”.
Inoltre riguardo l’Europa e alle incursioni della Russia, papa Leone XIV ha affermato che ‘qualcuno sta cercando un’escalation, è ogni volta più pericoloso’, ribadendo la ‘necessità di deporre le armi, di fermare le avanzate militari ed avvicinarsi al tavolo del dialogo’, con l’aggiunta che ‘se l’Europa fosse realmente unita potrebbe fare tanto’. Infine, sull’azione diplomatica della Santa Sede, il papa ha spiegato: “Continuamente stiamo parlando con gli ambasciatori, stiamo cercando anche con i capi di Stato, quando vengono stiamo cercando una soluzione”.
Nel frattempo a Gorizia in contemporanea alle parole papali i vescovi italiani,sloveni e croati, nella veglia di preghiera, hanno lanciato un appello alla pace a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale “in un tempo sempre più dilaniato da conflitti violenti, noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, leviamo insieme, con forza, il nostro grido di pace e il nostro appello, perché ogni comunità cristiana sia protagonista di speranza, vigile e attiva nel promuovere e sostenere cammini di riconciliazione”.
Nella memoria della visita nel 1992 di papa san Giovanni Paolo II i vescovi hanno pregato per la pace da un territorio di ‘confine’: “Siamo qui con i giovani, ‘germogli di pace’, in questa terra di confine che porta ancora i segni di tragiche esperienze di guerra e di violenza, ma che è anche crocevia di dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso…
La nostra preghiera parte da questo territorio, si estende a tutti i Balcani e si allarga fino ad unire, in un unico abbraccio, Terra Santa, Ucraina e tutte le altre zone insanguinate dalla guerra. Non possiamo restare in silenzio di fronte alla drammatica escalation di violenza, al moltiplicarsi di atti di disumanità, all’annientamento di città e di popoli. Il grido che sale da molte parti del Pianeta è straziante e non può restare inascoltato”.
E’ stato un invito a superare i confini nazionali per un comune sentimento europeo di pace: “Guardando oltre i confini nazionali (non più linee di separazione, ma luoghi di amicizia e incontro fra i popoli) comprendiamo che le identità culturali e spirituali nazionali si fondono oggi in un più alto e condiviso patrimonio identitario europeo.
Questo richiama ed esige coraggiose e feconde esperienze di riconciliazione, per perdonare e chiedere perdono, dalle quali può sorgere il bene assoluto della pace, secondo le intuizioni dei ‘padri fondatori’ dell’Europa comunitaria. Un’Europa di pace, aperta al mondo, capace di ispirare fratellanza e universalismo ben al di là della sua geografia”.
E’ un impegno per essere ‘case della pace’ nei propri territori: “Noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, ci impegniamo per il rispetto dell’inalienabile dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale; per la vicinanza ai poveri, ai malati e agli anziani; per la verità e la giustizia come cardini della vita comune; per la libertà religiosa, diritto umano fondamentale; per la riconciliazione e la guarigione delle ferite storiche; per la cura del Creato, che siamo chiamati a custodire e a consegnare alle nuove generazioni migliore di come lo abbiamo ricevuto”.
(Foto: Cei)
A Napoli il card. Battaglia chiede il miracolo della pace
“Sorelle e fratelli, oggi Napoli si ferma come il mare quando il vento si placa. E’ un placarsi interiore, la sensazione di una giornata di festa, di fede, di identità. Le strade si fanno navate, i balconi cantorie, la città una cattedrale intera. Al centro, non un oggetto, ma un segno: un’ampolla, un sangue, un nome: Gennaro. Qui celebriamo non un trofeo, ma una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli. Il tempo, che velocemente svuota i nomi dei dominatori, conserva invece i nomi delle vittime, scritti nel pianto dei poveri, nel grido degli innocenti, nel silenzio degli ultimi. Anche quando a noi sfuggono, Dio li conosce e li incide nelle sue palme”.
Venerdì 19 settembre l’arcivescovo di Napoli, card. Mimmo Battaglia, ha presieduto la Santa Messa nella mattinata,Eppoi ha esposto, durante la celebrazione, l’ampolla contenente il sangue del santo patrono, davanti a tutti i presenti. Dall’altare maggiore, dopo aver fatto visionare l’ampolla ai concelebranti, è sceso tra i fedeli: canti liturgici hanno accompagnato questa sorta di pellegrinaggio verso la città partenopea.
Nell’omelia ha sottolineato che la Parola di Dio non è uno slogan, ma una certezza: “Non è un motto per poster, è un ponte tra due rive. Su quel ponte Gennaro passò intero: la carne consegnata, la paura vinta, la libertà restituita al suo Autore. Non scelse di salvarsi: scelse di donarsi. Ed il sangue, che i violenti credettero sigillo d’oblio, divenne voce: voce che ancora predica alla città e la chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo, più di ogni prudenza. Guardiamo quel segno non con superstizione, ma come invito a scommettere tutto sull’Affidamento”.
E’ un sangue che richiama il sangue della Terra Santa: “Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore”.
Ed è sacro: “Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima (bambini, donne, uomini di ogni popolo) e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. Ed oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare”.
L’omelia è stata un richiamo biblico per Israele: “Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico: Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.
Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo”.
E’ stata una condanna netta ad ogni forma di terrorismo: “So il peso del tuo lutto, le ferite che porti nella carne e nella coscienza. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Ma oggi (davanti al sangue del martire) ti chiamo per nome: tu, Israele, fermati. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani. Non ti chiedo debolezza: ti chiedo grandezza. La grandezza di chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta”.
Quindi da Napoli è giunta la richiesta di realizzare il sogno lapiriano: “E da questa città affacciata sul mediterraneo vorrei si generasse un movimento di speranza e di pace, perché come diceva La Pira occorre partire dalle città per unire le nazioni. E vorrei anche che questo contagio di riconciliazione fosse fondato su un linguaggio chiaro, compreso da tutti i popoli di tutte le città che su questo mare affacciano i propri timori e le proprie speranze.
Perché la menzogna comincia dalle parole, soprattutto da quelle ambigue, anestetizzate: i droni sono fucilazioni telecomandate; i “danni collaterali” sono bambini senza volto; una spesa militare che supera scuola e sanità non è sicurezza ma suicidio collettivo. Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Questa è l’unica geopolitica evangelica degna del Nome che invochiamo”.
L’arcivescovo di Napoli ha sottolineato che il ‘male’ viene prodotto in serie: “Diciamocelo con la franchezza dei santi: il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri. Ogni ‘espansione della spesa per la difesa’ che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende più soli e più poveri”.
E’ stata una chiara richiesta di fermare la violenza: “Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, alle istituzioni di questa nostra unione, alla Knesset, ai governi, ad ogni comando militare: fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. Non si costruisce pace con check-point e interruzioni di vita, ma con diritto eguale, sicurezza reciproca, misericordia politica”.
E’ questione di scelta di civiltà: “Il sangue gridato dalle macerie non è un argomento: è un’anafora di Dio che ripete: Che ne hai fatto di tuo fratello? Sorelle e fratelli che sedete nei parlamenti, vi chiedo: come potete scegliere i missili prima del pane? Dove avete smarrito il volto dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?
E’ stato un chiaro invito a prendere posizione: “Sorelle e fratelli che operate nella finanza e nei grandi mercati, vi chiedo: come potete esultare quando la guerra si allunga e le azioni della difesa salgono? Non sentite il grido dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Sorelle e fratelli imprenditori e azionari le cui industrie falsificano il Vangelo del lavoro, fondendo aratri in granate, vi chiedo: che ne avete fatto della dignità dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?”
Non è questione etica, ma evangelica: “Ma il Vangelo non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. E’ regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è tavola che allarga i posti, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà con muri e con rotte ciniche, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali: scuole per i figli dei poveri, mercati che chiudevano la domenica, comunità che fondavano legami. Non nostalgie, ma disciplina di futuro”.
Per questo il sangue di san Gennaro scioltosi richiama ognuno alla responsabilità: “Torniamo al sangue. Guardatelo. Non come curiosità, ma come specchio. Il sangue di Gennaro non è un talismano: è un appello. Ogni goccia dice: non tradire. Non tradire il Vangelo con un culto senza conversione. Non tradire il povero con un’elemosina senza scelte. Non tradire la pace con parole senza progetto. Non tradire i bambini con scuole senza maestri e città senza cortili”.
Questa è stata la richiesta: “Per questo, oggi, osiamo chiedere un miracolo preciso. San Gennaro, fratello e martire: sciogli non solo il tuo sangue, che è segno, ma il nostro cuore, dove si decide tutto. Disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede. Donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma cambiano la vita”.
L’omelia è stata appello per la pace: “Guarda la Palestina, guarda l’Ucraina, guarda i Sud del mondo: quanti non hanno più lacrime e ci prestano i loro occhi. Fa’ che la pace non sia uno slogan, ma una pratica. Fa’ che ogni comunità diventi sala d’attesa di resurrezioni: mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa, lingua per chi non sa parlare, compagnia per chi non regge da solo. E qui, nella nostra città, fa’ che sotto ogni balcone si veda un ragazzo con un libro e non con un’arma; che ogni cortile sia un campo di gioco e non di spaccio; che ogni impresa pulita valga più di qualunque denaro sporco”.
Questo è stato il ‘miracolo’ richiesto: “Se oggi chiediamo un prodigio, fa’ che sia questo: che il prodigio cominci da noi. Che si apra in ciascuno un cantiere di pace: una sedia in più a tavola, un’ora in più per educare, un euro in meno per sé e uno in più per chi non può. E quando qualcuno domanderà se il sangue si è sciolto, potremo rispondere: sì, il sangue si è sciolto. Non solo qui, non solo oggi, non solo nell’ampolla: si è sciolto nei cuori.
Ha ripreso a scorrere; ha portato ossigeno alle mani, grazia agli occhi, forza ai piedi. E la città (questa città che amiamo) riprenderà il suo passo grande, e questo mondo (per il quale Dio Padre ha donato il suo Figlio Gesù, nel cui sangue tutti siamo amati e salvati) riprenderà il suo passo santo: il passo della pace”.
Oxfam: stop al commercio con gli insediamenti illegali
L’occupazione israeliana della Cisgiordania costa ogni anno miliardi di dollari all’economia palestinese, mentre la povertà è aumentata dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, con un tasso di disoccupazione raddoppiato da ottobre 2023 e arrivato al 35%. Gli espropri di aree sempre più vaste, le demolizioni, gli sfollamenti forzati e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni israeliani (illegali secondo il diritto internazionale) hanno un impatto sempre più drammatico sulla capacità di sussistenza delle comunità palestinesi, ma i governi e le imprese dell’Ue e del Regno unito continuano ad alimentare questa situazione.
E’ quanto denunciato da Oxfam, insieme ad una alleanza di decine di organizzazioni umanitarie e della società civile (organizzazioni (ACLI, ACS -NGO, Amnesty International Italia, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra), che lanciano oggi un rapporto e la nuova campagna ‘Stop al commercio con gli insediamenti illegali’, che chiede all’Italia, all’Unione europea, agli altri Stati membri e al Regno Unito di adottare misure concrete per vietare gli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania occupata (compresa Gerusalemme est).
Ad un anno esatto dal voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha chiesto a Israele di porre fine entro settembre 2025 all’occupazione illegale e di ritirarsi dai Territori Occupati Palestinesi, è sotto gli occhi di tutti come la risposta di Israele, in totale sfregio a quanto richiesto dalla comunità internazionale, si sia tradotta in ulteriori piani di espansione. Allo stesso tempo è più che mai evidente quanto l’occupazione illegale, complici anche il commercio e gli investimenti esteri con gli insediamenti, sia alla radice di un’immane crisi umanitaria, come ha spiegato Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia:
“Negli ultimi anni l’oppressione di Israele sulle comunità palestinesi è diventata sempre più soffocante. Una strategia che mira a frammentare l’economia della Cisgiordania e minare la costruzione di un futuro Stato palestinese. Per questo porre fine al commercio con gli insediamenti è un passo necessario per sostenere i diritti umani e proteggere i mezzi di sussistenza della popolazione palestinese. Solo così si potrà contribuire davvero a fermare l’espansione degli insediamenti che oggi rappresentano il 42% della Cisgiordania e porre fine all’occupazione illegale”.
Dall’occupazione della Cisgiordania del 1967, Israele si è appropriato di circa 2.000 chilometri quadrati per la costruzione e l’espansione di insediamenti, in un’accelerazione esponenziale negli ultimi quattro anni, che culmina oggi con l’approvazione di un piano di costruzione di 3.400 nuove unità abitative in un blocco che collega Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim, interrompendo di fatto la circolazione dei palestinesi tra la Cisgiordania settentrionale e meridionale.
Nel 2023, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 30.682 abitazioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Un’espansione record, con un aumento del 180% dei nuovi insediamenti, in soli 5 anni. Nel giugno 2024 ha designato 12,7 chilometri quadrati nella Valle del Giordano come “terra demaniale”. A maggio 2025 ha istituito 22 nuovi insediamenti. Gran parte dei nulla osta rilasciati da Israele hanno riguardato aree sempre più interne della Cisgiordania, frammentando il territorio palestinese e riducendo la libertà di movimento.
Con 900 checkpoint posizionati in tutta la Cisgiordania, gli spostamenti sono sempre più difficili, pericolosi e lunghi. In questo momento infatti il 30% del territorio è inaccessibile ai palestinesi. Le lunghe attese ai checkpoint hanno poi gravi ripercussioni sui lavoratori, le aziende e l’economia palestinese. Si stima che il costo di tutto questo sia di 764.600 dollari al giorno, pari a una perdita salariale di 16,8 milioni al mese, per le ore di lavoro perse. Con oltre un terzo della popolazione della Cisgiordania senza lavoro a causa delle politiche di Israele, sono le donne palestinesi le prime vittime di una situazione di totale sfruttamento. Non avendo alternative circa 6.500 di loro sono costrette a lavorare negli insediamenti illegali israeliani, spesso senza un contratto, un’assicurazione sanitaria e condizioni minime di sicurezza, con orari lunghissimi e per paghe da fame, di molto inferiori al salario medio israeliano: circa il 65% guadagna meno di 20 dollari al giorno.
Le organizzazioni chiedono che siano direttamente gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nei Territori Palestinesi Occupati, contrariamente a quanto avviene ora, ritenendoli responsabili di false dichiarazioni; che sia vietato l’ingresso nel mercato europeo e nel Regno Unito di merci di cui non sia dimostrata l’esatta provenienza; che venga impedito alle banche e alle istituzioni finanziarie di concedere prestiti e crediti a società basate negli insediamenti che ne finanziano lo sviluppo; che si sospenda l’Accordo di Associazione UE-Israele fino al pieno rispetto da parte di Israele delle disposizioni sui diritti umani.




























