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Al Meeting di Rimini le storie dei cristiani che nel mondo portano il perdono
Giornate intense quelle finora vissute al Meeting dell’Amicizia tra i popoli alla fiera di Rimini, che sul tema dei versi di Eliot (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’) stanno offrendo la testimonianza di cristiani che cercano di costruire prospettive di vita con mattoni nuovi, anche se non sempre è facile, come ha raccontato p. Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, che nel presentare il docufilm di Luca Mondellini, ‘Osama, in viaggio verso casa’, che narra il prezioso lavoro di Osama Hamdan come architetto e restauratore, evidenziando il suo impegno nella preservazione di siti religiosi ebraici, cristiani e musulmani per una visione del patrimonio culturale come strumento attivo di dialogo e costruzione della pace, rappresentando un esempio concreto di come la conservazione dei beni culturali possa fungere da ponte tra diverse comunità e tradizioni, ha raccontato la realtà che stanno vivendo i cristiani in Terra Santa:
“La situazione a Gaza è drammatica. Continuano i bombardamenti ed è iniziata da qualche giorno una grande operazione di terra. Manca l’indispensabile: cibo, acqua, cure mediche, farmaci, elettricità. La gente soffre, ha fame, ha paura. E’ disumano dover sopportare tanto dolore e tanta umiliazione. Anche in Cisgiordania la situazione va peggiorando, sono aumentati gli scontri fra i coloni israeliani e la popolazione, sono saliti i livelli di povertà in modo sempre più evidente. E’ difficile trovare lavoro a causa delle conseguenze della guerra e per le molte limitazioni al movimento.
I cristiani che vivono in Terra Santa stanno affrontando difficoltà notevoli. A Gaza sono sostenuti dalle parrocchie, che li hanno ospitati fin dall’inizio, ma anche le scorte, utilizzate con parsimonia, stanno finendo. Negli anni scorsi la pandemia e, da quasi venti mesi, la guerra hanno fatto cancellare i pellegrinaggi nei Luoghi Santi. Il lavoro nel settore turistico è la maggior fonte di reddito per i cristiani locali e la mancanza di pellegrini ha fatto salire i livelli di povertà, soprattutto in Cisgiordania. Le difficoltà economiche sono quelle più evidenti perché vengono a mancare necessità importanti per il sostentamento delle famiglie, manca il cibo e manca la possibilità di curarsi. Manca la prospettiva di un futuro per i figli e si cerca di trasferirsi in nazioni più sicure. Tantissime famiglie di Betlemme e di Gerusalemme lo hanno fatto dal 7 ottobre 2023 ad oggi”.
E sempre dal Medio Oriente è giunta la testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Hanna Jallouf, durante l’incontro ‘La presenza della comunità cristiana in Siria e la libertà religiosa’ , raccontando la vita dei cristiani: “La guerra è iniziata nel 2011. Eravamo 10.000 cristiani nella provincia di Idlib, con 11 preti e 4 famiglie religiose. Eravamo greci ortodossi, armeni ortodossi, latini e protestanti. Dai 10.000 siamo rimasti 700 persone, poi tutti sono scappati via. Siamo rimasti noi due francescani per servire la gente che è rimasta. Tocca a noi fare tutto: celebrazione delle messe, servizio liturgico, battesimi, matrimoni, funerali, tutti i riti.
E’ vero, era la guerra; però la guerra ci ha anche unito sotto una sola fede e un solo Cristo. Ho chiamato la gente che è rimasta: quelli che sono entrati da noi, i jihadisti, non sanno né greco, né latino, né armeno; sanno solo che tutti siamo fedeli. Se ci arriva un pezzo di pane, lo dividiamo tra noi. E così è andata avanti”.
Poi il ‘colpo di Stato’ e l’incontro con i miliziani dell’Isis: “I primi ad entrare sono stati l’Esercito Libero, poi è venuto l’ISIS, dopo l’ISIS è arrivata Jabhat al-Nusra, fonte della rivoluzione, e poi Hay’at Tahrir al-Sham, alla fine. Quindi sono quattro tipi di rivoluzionari, uno differente dall’altro.
Il primo incontro con l’ISIS è stato scioccante, perché basta sentire il nome di ISIS e uno trema. Due giorni dopo il loro ingresso, viene uno, bussa alla porta del convento, chiede di me. La suora apre la porta, dicendo che non c’è. Poi la suora viene da me ed io sono impallidito, perché non sapevo come comportarmi. Sono andato a fare una preghiera: ‘Dio, Signore, questo gregge che ho non è mio, è tuo. Dammi soltanto la saggezza di saper fare e saper rispondere’.
L’indomani, alle nove in punto, due macchine blindate arrivano e si fermano alla porta del convento. Tutti armati, con i Kalashnikov a tracolla, cinture minate. Uno alto un metro e novanta, con le spalle larghe, scende, mi saluta con arroganza e mi dice: ‘Sono Abou Ayyub al-Tunisi’. Io, allo stesso tono, rispondo: ‘Sono padre Hanna Jallouf’. Perché nella psicologia, al primo incontro, se tu stai all’altezza, allora c’è rispetto; se no ti ammazza, ti stermina.
‘Va bene, avanti, si accomodi’. Voleva entrare al convento. ‘Dove vai? Qui è terra sacra: non puoi entrare con le armi, per favore mettile fuori’. Si è infuriato: ‘Noi entriamo con le nostre armi dove vogliamo, scassiamo le porte, scassiamo tutto; anche nelle moschee possiamo fare quello che vogliamo’. Io rispondo: ‘Se tu credi che le tue armi ti proteggano, benvenuto. Avanti’. Allora è entrato lui con un altro, già coperto in faccia”.
Con il passare dei giorni la fiducia è arrivata: “In quei giorni che sono rimasti da noi avevano molta fiducia nei cristiani. Se volevano qualcosa, per esempio acqua o da bere, o così, chiedevano a noi: mai hanno chiesto un bicchiere d’acqua ai musulmani. E di più: i musulmani intorno, che avevano preso le nostre macchine e i nostri strumenti di agricoltura, di notte cominciavano a restituirli e ci dicevano: ‘Per favore non dite che erano rubati e chi li ha rubati, sennò questi ci ammazzano: o tagliano la testa o tagliano la mano’. Sono rimasti da noi 105 giorni. Non è rimasto nessun fornicatore, nessun ladro, nessun bugiardo: tutti sono scappati via per paura di essere sterminati”.
Ha concluso la sua testimonianza sottolineando la necessità di testimoniare il Vangelo attraverso la vita: “Non alziamo il Vangelo proclamandolo a parole soltanto: dobbiamo proclamare il Vangelo con la nostra vita. Perché a Knaye abbiamo parlato ai musulmani dicendo che il cristiano non mente, il cristiano è fedele, il cristiano ha la porta di casa aperta a tutti i pellegrini, il cristiano è leale. Questi sono i valori che il cristiano deve vivere. Non soltanto bere alcol o altre cose, o vestire con la minigonna e tutto questo. Noi dobbiamo essere pacificatori, portatori del messaggio di Cristo, perché siamo chiamati a questo compito”.
Mentre dall’Africa la suora missionaria agostiniana, Lourdes Miguélez Matilla, ha raccontato la sua esperienza maturata grazie anche alla fedeltà dei martiri a Cristo ed al popolo algerino: “La mia vita ormai si era radicata in questo popolo. Avevo iniziato a conoscere e ad amare la gente e sentivo il loro affetto e la loro fiducia. Ormai mi trattavano come una di loro. E poi ho scoperto l’importanza di stabilire delle relazioni basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e di vivere con la condivisione della fede. Di fatto, sul lavoro, parliamo di Dio molto di più con i musulmani, con gli algerini, rispetto a quando ci ritroviamo tra cristiani.
Ho appreso che non ero andata lì ad imporre qualcosa, anzi, ero lì per condividere, per lavorare insieme e per valorizzarlo. Poco a poco, il mio cuore e il mio essere si aprirono e le relazioni umane cominciarono ad approfondirsi, fino al punto da crearmi delle amicizie solide, fedeli e durature che ho tuttora. Grazie a queste amicizie è cresciuta la mia fiducia in Cristo e il mio desiderio di seguirlo ancora più da vicino. E’ aumentata anche la mia fiducia nei confronti della Chiesa e del popolo algerino”.
Però dopo il martirio dei 19 beati aveva dovuto abbandonare il Paese, ma ora è ritornata: “Adesso il nostro centro di accoglienza e di amicizia è un luogo conosciuto e apprezzato in tutto il quartiere. E con l’aiuto di animatrici algerine, organizziamo tutta una serie di laboratori di cucito, di bigiotteria, di pittura per le donne. Ogni mese diamo spazio a una famiglia algerina che viene dalla Francia per distribuire derrate a 70 famiglie povere che ci chiedono di selezionare con anticipo.
E le stanze in cui vivevano le sorelle che sono state assassinate e che rimasero deserte per tanti anni, adesso sono state trasformate in uno spazio di vita, solidarietà, di felicità e speranza. Sono un luogo in cui si imparano cose, si rompono barriere e si condivide tutto. E senza quasi cercarlo, ci siamo trasformate ad essere un luogo di ascolto e di aiuto per molte persone con problemi familiari, di salute, solitudine, povertà. E questa fiducia ce la offrono perché sanno che siamo delle religiose. E credo che la nostra umile presenza contribuisca ad alleviare la sofferenza delle persone e a motivarle, a incitarle di fronte alle difficoltà e a rendere la vita più umana, più attraente e più bella. La nostra presenza, allo stesso tempo, è raggiante e discreta e si ispira alla vita di Gesù a Nazareth”.
Mentre dal Sud Sudan è arrivata la testimonianza di mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, 1.200.000 abitanti di cui 400.000 cattolici: “Annunciare il Vangelo e sostenere la dignità e la promozione umana sono le due traiettorie del nostro impegno. L’educazione è la chiave, Solo il 2% dei bambini frequenta la primaria, il 5-6% le superiori. Le tre scuole nelle parrocchie principali e i duemila iscritti all’Università Cattolica sono reali segni di speranza… La nostra prima azione pastorale è infondere speranza. In questi anni sono stato sfamato, nascosto, protetto. Ho toccato con mano l’enorme generosità di questo popolo”,
Ed infine: “La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica. Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione”.
Anche dall’Europa sono giunte testimonianze di perdono, come quella della giornalista-documentarista russa Katerina Gordeeva, che ha raccontato la guerra dal fronte ucraino-russo vissuto dalle popolazioni, e nello scorso anno ha vinto il premio ‘Anna Politkovkskaja’ come giornalista indipendente per i reportage sulle guerre in Cecenia, Iraq e Afghanistan, presentando il libro ‘Oltre la soglia del dolore’, una raccolta di 24 storie ucraine e russe che raccontano la tragedia della guerra, vissuta dalla popolazione dei due Stati, come ha scritto nella prefazione Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e caporedattore di Novaja Gazeta: “Katerina Gordeeva è diventata un’alternativa unipersonale ad una colossale macchina di propaganda”.
Lei stessa ha spiegato il motivo: “Ho deciso di raccogliere le voci di russi e ucraini sul campo, di documentare tutto, perché un domani i miei figli possano conoscere la storia per come è stata, non per come l’ha narrata la propaganda. E perché se in futuro ci saranno dei processi, queste testimonianze possano servire alla verità e alla giustizia”.
Nel reportage, diventato libro, Katerina Gordeeva ha incontrato molte persone, tutte segnate fisicamente o mentalmente dal conflitto, come Danila, mutilata ad una gamba, o Rita, che ha sposato un coreano e ha deciso che in Ucraina non tornerà mai più e poco importa se la prenderanno i russi o se resterà in mano agli ucraini: “Aveva studiato come otorino pediatrico, in mezzo alla confusione della guerra si ritrova nel sangue, a ricucire gli arti strappati dalle esplosioni delle bombe, e a domandarsi se è per questo che ha studiato, se è per questo che deve vivere”.
Un racconto che non lascia alibi alla nostra dimenticanza: “Ho girato tanti video di queste interviste, ma le voci di quella gente mi tormentavano e ho scelto di metterle anche su carta. Anche se oggi c’è poco spazio per il giornalismo indipendente in Russia, ci sono le persone”, come la piccola Katja: “Stavo parlando con la madre, una sarta il cui marito, muratore, si trovava al fronte. Parlavamo della guerra e la donna raccontava dei morti, dei mutilati, della paura del futuro. Non so da quanto tempo stessimo lì. All’improvviso quella bimba, che poco prima stava guardando Peppa Pig, comincia a tirare dei piccoli pugni alla mamma implorandola di smetterla di parlare di queste cose. ‘E di cosa dovremmo parlare, Katja?’, le ho domandato con l’oscena speranza dell’adulto che i bambini, nella loro purezza, sappiano tutto e meglio. ‘Del bene’, mi ha risposto.’“Del bene?’. ‘Sì’. Poi ha serrato le spalle e ha chiesto solo alla madre di prenderla in braccio e di poter andare a dormire”.
Ed ha detto che non è possibile far finta che la guerra non generi dolore, perché non ci ‘tocca’: “Io sono rimasta sconvolta quando ho capito che i miei concittadini erano disposti a far finta di niente, a nascondere la testa sotto terra, per conservare una presunta normalità. Non tutti, certo, perché non posso tacere ad esempio lo straordinario moto umano di famiglie che si sono fatte in quattro per ospitare i profughi ucraini nelle loro case, a Rostov o nei centri di accoglienza temporanei…. Oltre la soglia del dolore c’è la vita. E, come mi ha detto una profuga ucraina, forse un livello superiore di misericordia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Nizar Lama lancia un appello per i cristiani della Terra Santa
“Betlemme, la città che ha visto la nascita di Gesù, oggi vive sotto l’ombra di un assedio che dura ormai da 18 mesi. Da quando è iniziata la guerra a Gaza, la città ha subito un blocco totale da parte di Israele, che ha paralizzato ogni aspetto della vita quotidiana. Le strade sono chiuse, l’acqua e l’elettricità sono controllate e distribuite in modo irregolare, Le scuole sono state chiuse, e i nostri bambini hanno perso un anno scolastico. Gli ospedali stanno affrontando difficoltà nel trovare il supporto necessario, e sia le scuole che gli ospedali soffrono una costante mancanza di risorse e di personale”.
Questa è stata la testimonianza di Nizar Lama, guida biblica e turistica professionista cattolica a Betlemme, incontrato nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra, situato ai confini dei comuni di Tolentino ed Urbisaglia, nella provincia di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni in collaborazione con le organizzazioni di volontariato Sermit di Tolentino, Sermir di Recanati ed Azione Cattolica Italiana della diocesi di Macerata.
Nel suo racconto c’è la realtà di chi è stremato da questi mesi di guerra: “La maggior parte della popolazione di Betlemme, che una volta viveva grazie al turismo, è ora costretta ad affrontare una disoccupazione devastante. Oltre il 90% della gente è senza lavoro, mentre i pochi che riescono a sopravvivere lo fanno con fatica, sperando che la situazione migliori. Le tradizioni e la cultura che hanno reso Betlemme famosa nel mondo sono ormai in pericolo, minacciate dalla difficile realtà economica e sociale”.
Come si vive a Betlemme dopo 18 mesi dal 7 ottobre?
“A distanza di 18 mesi dalla guerra a Gaza le famiglie di Betlemme soffrono molto, in quanto il 90% dei cittadini viveva di turismo religioso ed ora sono a casa senza lavoro, perché alberghi, ristoranti e negozi di souvenir sono chiusi. La gente fa fatica a sopravvivere ed a trovare le cose necessarie per vivere”.
Come vivono i cattolici in Terra Santa?
“Rappresentiamo l’1% della popolazione e viviamo con molte difficoltà. Cerchiamo di seminare la pace nei cuori delle persone; preghiamo per la pace e desideriamo vivere in pace”.
Quindi una minoranza che lotta per non scomparire?
“E’ la verità: in tutto questo, come cristiani, ci troviamo in una posizione di minoranza in una terra che non smette di cambiare. Nonostante le difficoltà, cerchiamo di adattarci a questo nuovo mondo, cercando di seminare la pace nei cuori delle persone. La nostra speranza non è ancora svanita, e continuiamo a credere che la luce della nostra fede possa un giorno risplendere anche nelle ombre più oscure.
Oggi stiamo affrontando una lotta per la nostra esistenza, dobbiamo scegliere se restare e resistere o andarcene e che tutto finisca. Oggi, come cristiani, siamo circondati dall’estremismo islamico e dal sionismo estremo, e credimi quando dico che non è facile convivere con queste due forze che dominano la nostra regione”.
Insomma quello di Nizar è stato un appello per non essere dimenticati dai cristiani europei: “Sono arrivato da voi portando con me il dolore e la sofferenza delle persone nella mia città, Betlemme. Ogni giorno, le persone lottano per la sopravvivenza in una realtà che sembra non lasciare spazio alla speranza. Cerco di consolarle, di ascoltarle e con ogni forza che ho, fare tutto ciò che posso per aiutarle a resistere, anche se solo un po’.
Non sappiamo quando finirà questa guerra; non sappiamo quale sarà il nostro destino in Cisgiordania. La paura per il futuro è sempre più presente, soprattutto per i nostri bambini. Ogni giorno camminiamo verso un cammino incerto, pregando che la pace arrivi presto, prima che tutto ciò che amiamo sia consumato dalla violenza e dalla disperazione”.
Però ogni giorno papa Francesco ha sempre telefonato al parroco di Betlemme: come avete sentito questa ‘vicinanza’?
“La abbiamo sentita molto intensa. Prima che papa Francesco morisse faceva tutti i giorni videochiamate con i parrocchiani della Santa Famiglia. La Chiesa cattolica sta cercando di sostenere le famiglie, ma purtroppo il conflitto è politico”.
Al termine della testimonianza è giunto l’appello per sostenere le famiglie cristiane che vivono in Terra Sana: “Attraverso questo giornale voglio lanciare un’iniziativa umanitaria per aiutare le famiglie cristiane bisognose di Betlemme. Grazie alla collaborazione con il parroco della nostra comunità, abbiamo identificato 60 famiglie che sono in urgente necessità di sostegno. Il mio desiderio più grande è quello di riuscire ad aiutare ogni persona che soffre nella mia città, con il vostro aiuto e con il vostro continuo supporto”.
Non avete mai pensato di migrare?
“Spesso ma la nostra presenza in Terra Santa è essenziale per proteggere i luoghi santi e per garantire che la nostra voce non svanisca. Perché il nostro esistere li è una testimonianza di speranza, di fede e di perseveranza, ma per farlo, abbiamo bisogno del vostro sostegno continuo.
Vi chiedo, con il cuore aperto, di unirvi a noi in questa lotta quotidiana, affinché possiamo continuare a vivere ed a sperare per un futuro migliore per tutti, senza paura, senza disperazione, ma con una luce di speranza che possa illuminare il nostro cammino. La vita in Terra Santa è dura, ma la nostra resistenza è forte, e continuiamo a lottare per la dignità, la giustizia e la speranza di un futuro migliore per tutti”.
Per aiutarvi?
“Vi chiedo prima di tutto di pregare per la pace e di sostenere le famiglie più bisognose, perché la gente soffre per sopravvivere. IBAN EURO: PS66ALDN048410024940430061001”. Oppure al Sermit: IBAN IT09F0100569200000000002001 – Con la causale: Nizar
La Terra Santa prega papa Francesco
“E per favore ricordatevi di pregare per me era questa la frase con cui papa Francesco amava concludere gli incontri con singoli e con gruppi di persone. A noi sembrava strano che il papa ci chiedesse di pregare per lui ma per lui era invece naturale chiedere il sostegno del popolo di Dio attraverso la preghiera”: con queste parole il custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ha celebrato una messa in suffragio per ricordare papa Francesco alla presenza di numerose figure istituzionali, nonché i capi delle Chiese Orientali che hanno espresso, con la loro presenza, vicinanza alla Chiesa di Roma e alla Chiesa Cattolica in Terra Santa, nonché alla presenza dei fedeli provenienti dal West Bank, che hanno voluto essere presenti, nonostante le difficoltà.
E’ stata una celebrazione eucaristica affinchè possa essere accolto nella comunione dei Santi: “Beatitudini, Eccellenze, rappresentanti delle varie Chiese, (rappresentanti dell’Ebraismo e dell’Islam), autorità civili e membri del corpo diplomatico, religiosi e religiose, fratelli e sorelle in Cristo, oggi siamo qui riuniti proprio per pregare per papa Francesco, per celebrare questa Eucaristia in suo suffragio. Siamo qui a pregare per lui perché possa essere accolto in quell’abbraccio misericordioso del Padre di cui ci ha così spesso parlato e siamo qui anche per chiedere a lui di pregare per noi nella prospettiva della comunione dei santi”.
Nonostante il lutto il patriarca ha ricordato che il papa ha sempre sollecitato a guardare Gesù: “Per tutti noi che, in questi dodici anni, abbiamo potuto apprezzare la sua vicinanza alla gente semplice e la sua umanità ma anche la sua profondità e la sua radicalità nel vivere e nel predicare il Vangelo, questo è certamente un momento di sofferenza, perché ci sentiamo improvvisamente e temporaneamente senza una guida.
Però dovrebbe tornarci alla memoria l’esortazione di papa Francesco a mettere al centro della nostra attenzione e anche della nostra devozione non tanto la sua figura, la figura del Vicario di Cristo, ma Cristo stesso. In questi dodici anni, annunciare al mondo la gioia del Vangelo, ha significato per lui annunciare che la nostra vita trova senso solo nella relazione con Gesù Cristo morto e risorto per noi, solo se il Cristo Risorto è al centro dei nostri pensieri, dei nostri affetti, delle nostre scelte e delle nostre azioni”.
Nell’omelia ha ricordato che il papa non ha mai dimenticato la Terra Santa: “Noi tutti che viviamo in Terra Santa sentiamo di avere un profondo debito di riconoscenza nei confronti di papa Francesco. Lui si è interessato di noi fino alla fine. Ci ha portato nel cuore fino all’ultimo giorno. Ha gridato invocando per noi la pace fino al suo ultimo respiro. Sono commoventi le parole che lui, nel giorno di Pasqua, ha rivolto al mondo intero pensando a noi…
Papa Francesco non ha mai dimenticato nessuno di noi che viviamo in questa Terra Santa e tormentata, soprattutto non ha mai dimenticato i più vulnerabili e i più sofferenti. Non ha mai scelto la facile via dell’equidistanza salomonica, ma quella dell’empatia e della compassione, che sente come propria la sofferenza di ogni singola persona: quella di chi ha perso un familiare come quella dell’ostaggio, quella del bambino colpito dalle bombe poco intelligenti e quella della madre che non ha più lacrime per piangere un figlio che non potrà più rivedere, o abbracciare o nutrire”.
Quindi è stato un invito a non dimenticare le parole dell’ultima benedizione pasquale ‘Urbi et Orbi’ del papa: “La Pasqua che noi celebriamo, non ha solo una dimensione religiosa, ma ha anche una dimensione politica e nessuno può dirci che queste sono semplicemente belle parole di un idealista illuso che non sa come funziona il mondo e come procede la storia. No! Queste sono le parole di un uomo che crede nella potenza trasformante della Pasqua, della risurrezione di Gesù Cristo, che sconfigge il male alla radice, che vince la morte e tutti gli strumenti di cui la morte si serve per rovinare il progetto di Dio, che è quello di un’umanità pacificata e fraterna, in cui ogni persona è riconosciuta e rispettata nella sua dignità irriducibile di figlio e figlia di Dio”.
E’ stato un invito ad imparare la misericordia, che è stato il fulcro del pontificato di papa Francesco: “Vorrei che da papa Francesco imparassimo a interiorizzare quel sentimento di misericordia che ha caratterizzato la sua predicazione e i sui gesti e che nel nostro contesto di vita vuol dire tornare ad essere umani nel provare compassione, perché altrimenti non riusciremo nemmeno a trovare pace”.
Nel frattempo la quinta congregazione generale dei cardinali ha deciso che il conclave inizierà nel pomeriggio di mercoledì 7 maggio, mentre in mattinata sarà celebrata la ‘Messa Pro eligendo Romano Pontifice’, come ha confermato Matteo Bruni, direttore della sala stampa della Santa Sede.
(Foto: Santa Sede)
Colletta per la Terra Santa: p. Brena invita a partecipare
“Mentre vi scrivo, il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l’odio in quell’area. Ma almeno gli occhi non vedono ulteriori esplosioni e non perpetuano l’angoscia dell’irreparabile.
Abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque. Ora la nostra speranza è che il trionfo della morte inferta non sia la sua eterna vittoria. E ci torna la speranza di vedere il Risorto, Gesù Cristo nostro Signore, che proprio in quella terra mostrò, vivo, le piaghe della sua passione”.
Prendendo spunto dalla lettera per l’appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa, che si svolge nelle chiese di tutto il mondo nella giornata del Venerdì Santo, del prefetto del dicastero per le Chiese orientali, card. Claudio Gugerotti, abbiamo chiesto al presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, p. Matteo Brena, di illustrarci la situazione in Terra Santa: “La situazione è molto critica. Con la ripresa dei bombardamenti su Gaza è ritornato un clima di forte sfiducia verso il futuro e la tensione sociale sia in Israele che in Palestina si è riaccesa”.
Nello scorso ottobre papa Francesco scriveva una lettera ai cattolici del Medio Oriente: ‘Voi, fratelli e sorelle in Cristo che dimorate nei Luoghi di cui più parlano le Scritture, siete un piccolo gregge inerme, assetato di pace. Grazie per quello che siete, grazie perché volete rimanere nelle vostre terre, grazie perché sapete pregare e amare nonostante tutto. Siete un seme amato da Dio’. Cosa significa custodire quei luoghi santi?
“Custodire significa tenere viva la memoria e far sì che il messaggio e la grazia di quei luoghi rimanga viva e accessibile a tutti coloro che si fanno pellegrini. I frati francescani sono impegnati da secoli in questa missione di custodia dei Luoghi Santi, come le basiliche del Santo Sepolcro e della Natività. Oltre a rappresentare un patrimonio inestimabile per il mondo cristiano questi luoghi aiutano tutti noi a ‘leggere e reggere’ in questo tempo così difficile”.
Ma a cosa serve la Colletta dei Cristiani in Terra Santa?
“E’ la principale risorsa per sostenere le attività e la vita che si svolgono attorno ai Luoghi Santi. Le offerte raccolte dalle comunità parrocchiali e dai vescovi sono trasferite, attraverso i Commissari di Terra Santa, alla Custodia di Terra Santa. Questi fondi sono utilizzati per preservare i siti sacri e per sostenere le comunità cristiane locali, spesso definite le ‘pietre vive’ di questa regione. In Palestina ed Israele operano in un contesto segnato dal conflitto e da tensioni quotidiane. Il loro messaggio si concentra sulla promozione della pace e della speranza, invitando i parrocchiani ad essere portatori di serenità e a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà. Uno degli interventi principali riguarda l’istruzione.
La Custodia lavora per preservare l’identità cristiana attraverso diverse iniziative per evitare la dispersione delle comunità locali e garantire la loro continuità. In Giordania, oltre al lavoro educativo, i frati si dedicano alla comunità di migranti presente nel Paese, offrendo loro un aiuto concreto. I francescani continuano a sostenere le persone più vulnerabili, mettendo al centro la solidarietà e l’attenzione al prossimo.
In Libano, oltre al loro ruolo spirituale, che include la celebrazione dei sacramenti e l’accompagnamento delle famiglie nei matrimoni, i francescani si dedicano a numerose attività pastorali quali il catechismo e la formazione religiosa, con un’attenzione particolare ai bambini ed ai giovani, i campi estivi e le relative iniziative rivolte alla gioventù francescana, che promuovono l’istruzione e i valori cristiani.
Nella Siria devastata da anni di guerra civile, i frati distribuiscono generi alimentari e forniscono supporto medico a chi ne ha più bisogno. Ogni mese circa 300 persone ricevono le medicine essenziali per trattare malattie croniche”.
Per quale motivo è stata istituita tale Colletta?
“La Colletta per i Cristiani in Terra Santa è stata istituita con l’intento di rafforzare il legame fra i cristiani di tutto il mondo ed i Luoghi Santi ed è una delle raccolte ufficiali della Chiesa cattolica. La Colletta, che solitamente si svolge nelle liturgie del Venerdì Santo, quest’anno il 18 aprile, trova origine nell’esortazione apostolica di san Paolo VI ‘Nobis in Animo’ del marzo 1974. Quest’anno la raccolta promossa attraverso la campagna: ‘Dona speranza, semina la pace’, sarà possibile anche online attraverso la pagina: https://sostieni.collettavenerdisanto.it/”.
In quale modo la comunità cristiana di Terra Santa si prepara a vivere la Pasqua?
“Si prepara con grande fede e coraggio per mantenere viva la memoria (anche a nome nostro) e guardare al futuro con speranza. I tempi sono molto difficili, non solo per la mancanza di pellegrini, ma anche per le difficoltà che sta creando il governo per motivi di ‘sicurezza’. Accessi limitati ai luoghi santi ed i pochi permessi concessi ai cristiani palestinesi che desiderano partecipare alle liturgie nella Città Santa sono il segno di un clima di oppressione che genera altra tensione”.
Nella sua storia personale cosa la lega alla Terra Santa?
“La mia vocazione è emersa in modo chiaro frequentando il Santuario della Verna, luogo delle stimmate di san Francesco ed oggi chiamato ‘Calvario Francescano’. Quel mistero di amore e dolore che san Francesco ha accolto nella sua carne nei segni della passione non può essere compreso a pieno senza aver attraversato il ‘Quinto Vangelo’. Questo l’ho capito nel 2009 quando con miei compagni di studentato ho avuto la grazia di vivere la Settimana Santa a Gerusalemme”.
Che cosa vuol dire per lei essere ‘ponte’ tra i cristiani della Terra Santa ed i cristiani in Italia?
“Essere ponti tra la complessa e poliedrica Terra di Gesù e le comunità cristiane italiane è una grande sfida e richiede molte energie. In sintesi, per me è esperienza di evangelizzazione, relazione e comunione. Sento questo ‘essere ponte’ in piena sintonia con il carisma francescano. Incontro, ascolto e condivisione sono parole chiave di questo servizio”.
E come si declina in pratica l’essere ponte?
“Si declina attraverso le classiche attività del commissariato come le giornate pro Terra Sancta e la proposta dei pellegrinaggi che oltre alla visita ai luoghi santi includono sempre un incontro con la realtà locale o la realtà della Custodia. Chiaramente in un contesto come quello italiano è necessario trovare continuamente nuove forme di incontro con realtà anche lontane dai contesti ecclesiali. Questo sta avvenendo attraverso incontri informativi sulla realtà dei cristiani di Terra Santa presso le università e le scuole superiori, ma anche attraverso eventi artistici che mirano a divulgare e sostenere anche economicamente l’opera della Custodia di Terra Santa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Terra Santa: l’Azione Cattolica per la Colletta del Venerdì Santo
L’Azione Cattolica scende in campo per sostenere la Colletta del Venerdì Santo, che si svolgerà venerdì 18 aprile per la Terra Santa, in quanto attraverso questa raccolta, la Custodia di Terra Santa sostiene la tutela dei Luoghi Santi (e pietre della memoria) e la presenza dei cristiani in quei territori (le pietre vive), promuovendo iniziative di solidarietà e assistenza, secondo le parole dell’appello del Custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ‘Aiutaci a donare speranza e seminare pace’, che la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha deciso di accogliere e rilanciare, invitando soci e amici dell’associazione (presente in oltre 5.000 parrocchie delle diocesi italiane) a promuovere la raccolta fondi per il mantenimento dei Luoghi Santi e il sostegno delle comunità cristiane di Terra Santa, donne e uomini che lì vivono e testimoniano quotidianamente il Vangelo.
Grazie a questo sostegno, sul sito www.collettavenerdisanto.it è disponibile, tra i materiali e i sussidi, una Via Crucis commentata dai Frati francescani della Custodia di Terra Santa, arricchita dalle meditazioni e testimonianze delle pietre vive. In un video messaggio rivolto all’Azione Cattolica Italiana, il Custode di Terra Santa ringrazia l’Associazione per il suo sostegno, come ha sottolineato fra Patton: “Il coinvolgimento dell’Azione Cattolica Italiana nella promozione della Colletta rientra pienamente nello spirito di amicizia che mira a rafforzare il legame tra i fedeli di tutto il mondo e i Luoghi Santi, attraverso attività di servizio e azioni concrete di vicinanza alle pietre vive. Non è la prima volta che l’Azione Cattolica Italiana manifesta in modo concreto la sua attenzione verso i bisogni della Terra Santa, e per questo desidero ringraziare tutti gli associati per il loro impegno a promuovere la Colletta in un momento così difficile per la nostra missione”.
Fra Francesco Patton ha ricordato anche le gravi difficoltà affrontate nell’ultimo anno in Terra Santa, dove la guerra ha portato morte e distruzione, privando molte famiglie del lavoro, impedendo a tanti bambini di frequentare la scuola e rendendo difficoltoso l’accesso alle cure mediche: “Il Venerdì Santo, quando nelle vostre diocesi e parrocchie si terrà la Colletta a favore dei Luoghi Santi, ricordatevi di noi e siate generosi. Sollecitate i vostri parroci a non dimenticare noi, che per mandato della Chiesa universale ci prendiamo cura dei santuari di Terra Santa e dei cristiani che vivono accanto ad essi. Incoraggiate i membri delle vostre comunità a essere generosi, ricordando le parole di Gesù: ‘C’è più gioia nel dare che nel ricevere’.
Aiutateci a donare speranza e a seminare la pace! L’aiuto alla Terra Santa è una priorità per i cristiani di tutto il mondo. Per questo la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana invita a non dimenticare questo santo impegno e vitale responsabilità. Partecipare e offrire il proprio contributo per la custodia dei Luoghi Santi e il sostegno delle comunità cristiane locali è un segno concreto di speranza e pace”.
A tal proposito il card. Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha evidenziato il difficile momento che vivono i cristiani in Terra Santa: “Se vogliamo rinforzare la Terra Santa e assicurare il contatto vivo con i Luoghi Santi, occorre sostenere comunità cristiane che, nella loro varietà, offrano al Dio-con-noi la loro lode perenne, anche a nome nostro… Facendo memoria delle immagini di distruzione e di morte che sono passate costantemente sotto i vostri occhi in questi tempi di nuovo Calvario, fate della Colletta una delle vostre priorità pastorali”.
Mentre nell’omelia della solennità dell’Annunciazione, il card. Pierbattista Pizzaballa, ha invitato a non ‘avere paura’: “In questo tempo dove si costruiscono narrative di violenza e di potere, dove la storia fatta dai grandi sembra essere quella di guerra e di sopraffazione, noi vogliamo essere quelli che con il loro stile, nei loro incontri, con la parola e con la vita, costruiscono una narrativa diversa, scrivono un’altra storia. Con mitezza, ma anche con la forza della parola e della testimonianza, vogliamo dire il nostro ‘si’ a Dio, ed essere costruttori di una città diversa, piena di luce e di vita”.
Un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “Seguendo la Vergine Maria, noi vogliamo invece seguire la Parola di Dio, che crea futuro, apre all’incontro e genera vita. Vogliamo quindi ripartire da Nazareth rafforzati dallo sguardo materno di Maria, che ci chiede di alzare lo sguardo, di non arrenderci alle paure che ci paralizzano, e vedere l’opera che Dio ancora compie attraverso tanti uomini e donne che danno concretezza alla nostra speranza. Di più, vogliamo essere tra loro”.
Chiara Zappa racconta i semi di pace in Terra Santa
“Layla è palestinese, Robi è israeliana. Entrambe hanno perso un figlio nel conflitto che da decenni sconvolge il Medio Oriente. Si sono incontrate nell’associazione Parents’ Circle, un forum di famiglie israeliane e palestinesi che da anni promuove percorsi di riconciliazione fra persone che hanno perso un congiunto nella lotta… Questa è solo una delle potenti storie di riconciliazione e di speranza raccontate in questa inchiesta.
Storie di chi lavora per la pace all’interno di coraggiose organizzazioni non governative, apolitiche, apartitiche, laiche, in cui sovente collaborano israeliani e palestinesi, spesso ostacolati dai loro stessi governi… Ma non tutto è perduto: oltre il trauma e il dolore, ci sono ancora tante figure di ‘irriducibili’, da una parte e dall’altra, che si rifiutano di arrendersi alla logica dello scontro e credono nell’unica strada della convivenza possibile. Queste sono le loro storie”.
Così scrive la cantante israeliana Achinoam Nini, in arte Noa, nell’introduzione del libro della giornalista Chiara Zappa, ‘Gli irriducibili della pace. Storie di chi non si arrende alla guerra in Israele e Palestina’: dieci storie che vanno oltre il dolore e il trauma e che raccontano il rifiuto della logica dello scontro per abbracciare quella della convivenza possibile.
Nel libro si racconta di Aziz e del suo progetto visionario di aprire una piccola agenzia di viaggi che, attraverso il turismo, aveva l’ambizione di fare cadere i muri di diffidenza reciproca; di Layla, che nella Cisgiordania assediata osa parlare di perdono nel nome di un figlio strappatole ancora in fasce; di Ariella e Reem, donne per la pace sui due lati opposti del muro; di Samah e Nir, abitanti di un villaggio bi-nazionale che è un sogno ostinato in mezzo alla tempesta.
E poi di Chen, un tempo ufficiale dell’esercito israeliano che ha abbandonato la divisa e combatte l’occupazione attraverso il teatro; di suor Nabila, che per mesi ha cercato di mantenere viva l’umanità sotto le bombe di Gaza; e di Daoud, che nella sua fattoria minacciata dalle ruspe e dai coloni ha creato un presidio di dialogo e di resistenza pacifica.
Essi sono loro gli ‘irriducibili della pace’, che “spesso sono liquidati come folli, ingenui, illusi. Ma l’utopia che inseguono è in realtà la forma più chiara di pragmatismo… Ho ascoltato le loro storie ed ho deciso di raccontarle. Perché sono questi testimoni, e non i predicatori dell’odio, le avanguardie dell’unico futuro possibile nel cuore ferito del Medio Oriente”.
Alla giornalista Chiara Zappa chiediamo di raccontarci gli ‘irriducibili della pace’?
“Sono persone che in mezzo al conflitto ed all’odio hanno scelto un’altra via, che è quella del dialogo e della comprensione reciproca, che conduce ad una giustizia per tutti per tutelare la dignità della persona. Hanno scelto di lottare insieme per un futuro condiviso, che è l’unico possibile per la Terra Santa. Troppo spesso queste persone sono liquidate come illuse oppure folli, ma in realtà quell’utopia che inseguono è la forma più chiara del loro pragmatismo, cioè sono loro le avanguardie del futuro; sono quelli che propongono che sia l’unica soluzione percorribile in quella Terra”.
In quale modo è possibile raccontare la riconciliazione?
“Ho raccontato la riconciliazione partendo dalle singole storie delle persone, che hanno compiuto questa scelta con fatica ed a volte pagando il prezzo dell’incomprensione da parte della propria comunità di appartenenza e persino di emarginazione, in alcuni casi. Però sono riusciti ad ottenere risultati nella loro storia personale; quindi rappresentano una via da seguire. La scelta di raccontare le singole storie all’interno della Storia è la via che ci permette di capire che certe scelte sono davvero possibili nella vita reale”.
Come si può cercare la via del dialogo?
“Le persone da me intervistate rispondono a questa domanda, affermando che si può cercare la via del dialogo attraverso l’accettazione di guardare in faccia l’altro, togliendole dalle categorie collettive in cui è incluso (il nemico con cui sono in conflitto, palestinese od israeliano) per guardarlo in faccia ed incontrarlo. La sfida dell’incontro è molto difficile, anche perché concretamente in quella Terra è molto difficile incontrare l’altro, in quanto i contesti in cui incontrarsi si riducono sempre più causati dalla costruzione di muri e scuole separate oppure da embarghi.
Quindi è molto difficile, eppure la via è quella di incontrarlo per vederlo come è veramente e conoscere la sua vita nel suo dolore. Alcune persone intervistate da me sul tema della riconciliazione sostengono che solo quando impari ad ascoltare il dolore dell’altro, puoi aspettarti che l’altro ascolti il tuo dolore. Occorre capire il trauma personale e collettivo dell’altra persona e cercare di mettersi nei suoi panni:è il primo passo per cercare la via del dialogo”.
Quanto è ‘duro’ credere nella pace?
“Può essere molto duro, perché a volte ti senti solo, in quanto la maggioranza della tua comunità percorre un’altra strada, ma anche perché la pace in sé è complicata, in quanto è fatta di mediazione, di compromesso, di comprensione reciproca ed anche di incomprensione. Lo spiega bene Ariel Sharon, uno dei responsabili educativi di ‘Neve Shalom – Wahat al-Salam’, villaggio binazionale che in Israele ospita famiglie israeliane e palestinesi che per scelta vivono insieme, che racconto come sia faticosa questa convivenza, in quanto la pace non è ‘bianco o nero’ (dice), ma andare a vedere i ‘grigi’, quindi la persona oltre il suo ruolo. La pace può essere difficile, però lui sottolinea che la pace è possibile ed in quanti più persone si è a percorrere questa via, tanto più questo traguardo diventa meno difficile”.
In quale modo è possibile sconfiggere gli estremismi?
“E’ possibile sconfiggere gli estremismi con l’educazione, che offre la scuola. Nel libro molti testimoni lo raccontano in modi diversi: un professore palestinese, che in gioventù è stato un combattente che credeva nella liberazione della Palestina ed ha avuto un lungo percorso personale, che racconto nel libro, oggi lavora come professore universitario nell’educazione contro gli estremismi, creando anche un istituto islamico, che vuole riscoprire le radici di moderazione e di dialogo all’interno della religione islamica.
Come professore universitario ha portato i suoi allievi israeliani a conoscere la vita nei campi profughi palestinesi dopo la creazione dello stato d’Israele ed ha avuto anche il coraggio di portare alcuni allievi palestinesi ad Auschwitz per conoscere il trauma dell’altro. E’ un fatto piuttosto dirompente nel contesto in cui vive! Eppoi c’è la storia di un rabbino, che lavora per la ricerca delle radici del dialogo e di pace all’interno della propria religione, andando alle fonti della fede ed applicando questo ebraismo di dialogo e di pace nella vita quotidiana.
Portano avanti progetti educativi nelle scuole e progetti sociali dentro i confini di Israele, con le comunità minoritarie e soprattutto anche oggi vanno fisicamente in Cisgiordania e nei luoghi dove gli agricoltori palestinesi subiscono quotidianamente le aggressioni dei coloni ebrei, scortandoli con i loro corpi.
Quindi la pace diventa azione; tale azione è molto presente in ‘Neve Shalom – Wahat al-Salam’, dove per scelta le famiglie del villaggio e quelle dei villaggi intorno, che credono in questa educazione alla pace, mandano i figli nelle scuole condivise (oggi arabi e israeliani studiano in scuole separate); invece in questo villaggio la scuola è insieme ed i professori sono di entrambe le nazionalità usando le ambedue lingue ed imparando ad essere compagni di banco fin da bambini. Questo è il primo passo per sconfiggere gli estremismi ed andare verso la pace”.
(Tratto da Aci Stampa)
In Terra Santa tregua incerta, ma molti sperano
Dopo l’annuncio di una tregua a Gaza, a distanza di poche ore nella Striscia di Gaza si sono avuti nuovi bombardamenti, che nella notte avrebbero causato 73 vittime (tra cui 20 minori e 25 donne), stando a fonti sanitarie locali, in attesa dell’entrata in vigore del cessate il fuoco domenica a mezzogiorno; inoltre tale accordo è stato messo subito in discussione soprattutto dall’estrema destra israeliana dei partiti ‘Potere ebraico’ e ‘Sionismo religioso’, guidati dai ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che nel Parlamento contano 13 deputati indispensabili per il governo di Benjamin Netanyahu.
Quindi dopo l’annuncio di una tregua sono giunti anche i malumori riguardo al contenuto dell’intesa, che si articola in tre fasi, delle quali solo la prima è definita nei dettagli: nei primi 42 giorni saranno liberati 33 dei 98 rapiti. In cambio, usciranno dalle carceri israeliane circa 1.650 palestinesi. Gradualmente, l’esercito si ritirerà dalla Striscia mantenendo il controllo di zone cuscinetto. Entreranno 600 camion di aiuti umanitari al giorno, di cui 50 cisterne di carburante, anche attraverso il valico egiziano di Rafah. E a partire dal sedicesimo giorno si negozieranno i dettagli della seconda fase, nella quale saranno rilasciati i rimanenti ostaggi, vivi o morti, e della terza, dedicata alla ricostruzione e all’insediamento di una nuova amministrazione.
Comunque su questo annuncio l’ong ‘Save the Children’ aveva accolto con ‘sollievo’ il fatto che il Governo di Israele e Hamas abbiano finalmente raggiunto un accordo su una pausa delle ostilità dopo 15 mesi di assedio e bombardamenti da parte delle forze israeliane in seguito agli attacchi dei gruppi armati palestinesi in Israele il 7 ottobre 2023: “L’urgenza ora è quella di fornire riparo, cibo e forniture mediche a centinaia di migliaia di bambini a Gaza che hanno perso le loro case e i loro cari e lottano quotidianamente per sopravvivere con l’ombra della carestia che incombe su di loro e con l’arrivo e la consegna di aiuti umanitari ancora fortemente limitati”.
Per questo Inger Ashing, direttrice generale dell’ong aveva dichiarato: “Per 15 mesi, circa 1.000.000 di bambini a Gaza hanno vissuto in un incubo ad occhi aperti con costanti perdite, traumi e rischi per la propria vita. L’attuazione di questa pausa porterà loro un sollievo vitale dalle bombe e dai proiettili che li hanno perseguitati per più di un anno. Ma non è sufficiente ed è iniziata una corsa contro il tempo per salvare i minori che affrontano la fame e le malattie, mentre incombe su di loro l’ombra della carestia. La pausa deve diventare un cessate il fuoco definitivo e gli sforzi devono essere intensificati con urgenza per porre fine all’assedio e aumentare notevolmente l’ingresso degli aiuti”.
Inoltre ha chiesto che si compia ‘giustizia’ per i bambini: “La comunità internazionale deve garantire giustizia per i danni che i bambini hanno subito e per le vite che sono state tolte, come richiesto dagli obblighi previsti dal diritto internazionale. Senza giustizia, l’impunità continuerà ad alimentare violazioni con impatti devastanti per i bambini, le famiglie e la nostra comune umanità. La comunità internazionale deve unirsi per garantire che le atrocità che i bambini palestinesi hanno subito negli ultimi 15 mesi non si ripetano mai più, né per i bambini palestinesi né per qualsiasi altro bambino in qualunque parte del mondo. Ciò significa anche affrontare le cause profonde dei ripetuti episodi di violenza e della crisi decennale dei diritti dell’infanzia, ponendo fine all’occupazione, revocando il blocco su Gaza e creando le condizioni per una pace duratura e definitiva”.
Mentre nel panorama italiano il presidente nazionale delle ACLI, Emiliano Manfredonia, ha parlato di speranza per questa possibile pace: “Il possibile cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è la notizia che tutti attendevamo e per cui abbiamo pregato incessantemente in questi mesi. La notizia di un accordo fra Israele ed Hamas ci induce a sperare, sia per gli ostaggi rapiti il 7 ottobre, che possano finalmente fare ritorno alle loro case, sia per la popolazione di Gaza, che possa essere libera dall’incubo dei quotidiani bombardamenti che ne hanno orribilmente devastato l’esistenza”.
E nel giorno stesso dell’accordo gli Ordinari Cattolici di Terra Santa avevano accolto con favore il ‘cessate il fuoco’, anche se hanno nutrito qualche dubbio: “Tuttavia, siamo consapevoli che la fine della guerra non significa la fine del conflitto. E’ quindi necessario affrontare alle radici, in modo serio e credibile, le questioni profonde che stanno all’origine di questo conflitto da troppo tempo. Una pace autentica e duratura può essere raggiunta solo attraverso una soluzione giusta che affronti le cause originali di questa prolungato scontro. Ciò richiede un lungo processo, la volontà di riconoscere reciprocamente la sofferenza l’uno dell’altro ed un’educazione mirata alla fiducia che porti al superamento della paura dell’altro e della giustificazione della violenza come strumento politico”.
Inoltre invitano a pregare affinché tale accordo sia ‘sollievo per tutti’: “Nonostante il dolore che abbiamo sofferto, continuiamo a guardare al futuro con incrollabile speranza. Possa questo cessate il fuoco ispirare nuovi sforzi per il dialogo, la comprensione reciproca e una pace duratura per tutti. All’inizio dell’Anno Giubilare dedicato alla speranza che non delude, leggiamo in questo evento un segno che ci ricorda la fedeltà di Dio”.
La dichiarazione si conclude con la richiesta di una visione politica ‘giusta’ per il Medio Oriente: “Infine, chiediamo ai leader politici e alla comunità internazionale di sviluppare per il dopoguerra una visione politica chiara e giusta. Un futuro costruito sulla dignità, la sicurezza e la libertà per tutti i popoli è un prerequisito per una pace vera e duratura. Esortiamo tutte le parti ad implementare i passi immediati già concordati e a negoziare in buona fede le fasi future dell’accordo. Possa il Signore benedire questa terra con la pace e guidarci tutti sulla via della riconciliazione e della guarigione”.
Papa Francesco: la presenza di cristiani in Terra Santa è speranza
“Cari fratelli e sorelle, penso a voi e prego per voi. Desidero raggiungervi in questo giorno triste. Un anno fa è divampata la miccia dell’odio; non si è spenta, ma è deflagrata in una spirale di violenza, nella vergognosa incapacità della comunità internazionale e dei Paesi più potenti di far tacere le armi e di mettere fine alla tragedia della guerra. Il sangue scorre, come le lacrime; la rabbia aumenta, insieme alla voglia di vendetta, mentre pare che a pochi interessi ciò che più serve e che la gente vuole: dialogo, pace. Non mi stanco di ripetere che la guerra è una sconfitta, che le armi non costruiscono il futuro ma lo distruggono, che la violenza non porta mai pace. La storia lo dimostra, eppure anni e anni di conflitti sembrano non aver insegnato nulla”.
In questo giorno, ad un anno dall’attacco di Hamas ad Israele, papa Francesco ha scritto una lettera ai cristiani della Terra Santa in cui ha ribadito che la violenza non conduce alla pace, ringraziandoli della loro testimonianza: “E voi, fratelli e sorelle in Cristo che dimorate nei Luoghi di cui più parlano le Scritture, siete un piccolo gregge inerme, assetato di pace. Grazie per quello che siete, grazie perché volete rimanere nelle vostre terre, grazie perché sapete pregare e amare nonostante tutto. Siete un seme amato da Dio”.
Questa presenza in Terra Santa è un germoglio di speranza: “E come un seme, apparentemente soffocato dalla terra che lo ricopre, sa sempre trovare la strada verso l’alto, verso la luce, per portare frutto e dare vita, così voi non vi lasciate inghiottire dall’oscurità che vi circonda ma, piantati nelle vostre sacre terre, diventate germogli di speranza, perché la luce della fede vi porta a testimoniare l’amore mentre si parla d’odio, l’incontro mentre dilaga lo scontro, l’unità mentre tutto volge alla contrapposizione”.
Con questa lettera il papa si è rivolto specificamente a queste Chiese ‘martiri’, chiedendo di essere testimoni di una pace ‘non armata’: “Gli uomini oggi non sanno trovare la pace e noi cristiani non dobbiamo stancarci di chiederla a Dio. Perciò oggi ho invitato tutti a vivere una giornata di preghiera e digiuno. Preghiera e digiuno sono le armi dell’amore che cambiano la storia, le armi che sconfiggono il nostro unico vero nemico: lo spirito del male che fomenta la guerra, perché è ‘omicida fin da principio’, ‘menzognero e padre della menzogna’. Per favore, dedichiamo tempo alla preghiera e riscopriamo la potenza salvifica del digiuno!”
Ed ha espresso ‘vicinanza’ ai popoli del Medio Oriente: “Ho nel cuore una cosa che voglio dire a voi, fratelli e sorelle, ma anche a tutti gli uomini e le donne di ogni confessione e religione che in Medio Oriente soffrono per la follia della guerra: vi sono vicino, sono con voi. Sono con voi, abitanti di Gaza, martoriati e allo stremo, che siete ogni giorno nei miei pensieri e nelle mie preghiere. Sono con voi, forzati a lasciare le vostre case, ad abbandonare la scuola e il lavoro, a vagare in cerca di una meta per scappare dalle bombe.
Sono con voi, madri che versate lacrime guardando i vostri figli morti o feriti, come Maria vedendo Gesù; con voi, piccoli che abitate le grandi terre del Medio Oriente, dove le trame dei potenti vi tolgono il diritto di giocare. Sono con voi, che avete paura ad alzare lo sguardo in alto, perché dal cielo piove fuoco. Sono con voi, che non avete voce, perché si parla tanto di piani e strategie, ma poco della situazione concreta di chi patisce la guerra, che i potenti fanno fare agli altri; su di loro, però, incombe l’indagine inflessibile di Dio”.
Infine una richiesta agli altri popoli a non dimenticare chi abita in Terra Santa: “Grazie a voi, figli della pace, perché consolate il cuore di Dio, ferito dal male dell’uomo. E grazie a quanti, in tutto il mondo, vi aiutano; a loro, che curano in voi Cristo affamato, ammalato, forestiero, abbandonato, povero e bisognoso, chiedo di continuare a farlo con generosità. E grazie, fratelli vescovi e sacerdoti, che portate la consolazione di Dio nelle solitudini umane.
Vi prego di guardare al popolo santo che siete chiamati a servire e a lasciarvi toccare il cuore, lasciando, per amore dei vostri fedeli, ogni divisione e ambizione. Sono con voi, assetati di pace e di giustizia, che non vi arrendete alla logica del male e nel nome di Gesù amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”.
In una lettera a ‘Mondo e Missione’ suor Mariolina Cattaneo, missionaria comboniana della comunità di Betania, racconta la vita in Terra Santa: “Vivendo qui a Gerusalemme non possiamo dire di avere paura. I missili dell’altra sera sono stati più una curiosità che vera e propria paura; anche se le sirene della città, le strade completamente vuote, hanno sicuramente avuto un impatto anche su di noi. Ma poi, il giorno dopo la vita è ricominciata come se nulla fosse successo.
Eppure a un centinaio di chilometri da noi, a Gaza, il 95% delle costruzioni sono distrutte, un popolo è costretto a vivere da rifugiato ‘interno’… che poi oramai cosa significa? Vivere sulla spiaggia? Buttarsi direttamente in mare? Eppure nel vicino Libano si fa esperienza dell’incursione di un esercito straniero.
Eppure dall’altra parte del muro, nei territori occupati, i coloni sono sempre più violenti e sempre meno sanzionati dalle autorità. Così villaggi e popolazioni locali vengono minacciate in continuazione, gli ulivi pronti per la raccolta vengono distrutti. Certamente non dimentichiamo la profonda ferita del popolo israeliano che ha vissuto il 7 ottobre come reminiscenza di una possibilità di sterminio, come una ferita al proprio cuore”.
Ed ha raccontato la ‘forza’ di chi ha deciso di restare nella speranza della pace: “Ci sono però altre storie importanti che dobbiamo raccontare: la resilienza di un popolo che vive nell’apartheid ma che ha deciso di non fuggire, di resistere, di continuare a vivere; la forza del popolo di Gaza che continua a vivere malgrado le condizioni sempre più disumane in cui è costretto; l’opposizione ad un’ideologia che nega il diritto all’altro e all’altra di vivere, da qualunque parte ci si trovi.
Siamo qui nella speranza e nella convinzione che ci sarà un dopo, che sarà difficile e doloroso ma l’odio e la violenza non avranno l’ultima parola. Siamo qui nella fede che ci sarà la possibilità di costruire una Terra Santa migliore, un Israele, una Palestina in cui si può vivere in pace e nella mutua accoglienza”.
Da Parigi la Comunità di Sant’Egidio invoca la pace
Ieri al Palazzo dei Congressi di Parigi si è aperto l’incontro internazionale ‘Immaginare la Pace’, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con il presidente francese Emmanuel Macron, Andrea Riccardi, la sindaco di Parigi Anne, Hidalgo, il rettore della Grande Moschea di Parigi Chems-Eddine Hafiz, il gran rabbino di Francia Haim Korsia e l’arcivescovo cattolico Laurent Ulrich, che ha ringraziato la Comunità di Sant’Egidio per aver scelto Parigi come sede di questo incontro:
“In questo 2024 la Comunità di Sant’Egidio non poteva fare regalo più bello alla Francia e alla sua capitale accogliendo il nostro invito ad organizzare qui il suo incontro per la pace. Tengo dunque ad esprimerle la nostra gioia e la nostra gratitudine… In occasione dell’apertura nella tregua olimpica per la quale, il 19 luglio, ho celebrato una Messa solenne, certo abbiamo dovuto deplorare che le nazioni continuassero i conflitti durante questo periodo che si è concluso qualche giorno fa”.
Ed ha raccontato la forza dell’utopia: “La lezione del passato ci mostra quanto le utopie abbiano saputo ribaltare le logiche più implacabili. Così ogni scuola di pensiero, ogni filosofia, ogni religione può contribuire a questo apportando il contributo della sensibilità che le è propria, nella ricerca di una verità che, lo crediamo, porta alla libertà”.
Infine ha raccontato il suo recente viaggio in Terra Santa: “E poiché non si può vincere la miseria senza iniziare dall’ascolto di quelli che si confrontano con essa, né far cessare la guerra senza farsi portavoce dei popoli schiacciati dalla violenza vorrei portarvi il ricordo della Terra Santa che ho visitato alcuni giorni fa.
Colpiti dalla guerra, uomini e donne di buona volontà, nel servizio incondizionato a favore di tutti quelli che la Provvidenza manda loro, hanno saputo mostrarmi che, malgrado la stanchezza, non rinunciano ad educare i bambini e i giovani, a curare i malati e i moribondi, ad accogliere i neonati che abbiano o no una famiglia e a mantenere i legami che, al momento opportuno, potranno ricostruire la pace”.
Aprendo l’assemblea il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ha affermato che parlare di pace è utopia: “Le religioni hanno alle spalle storie di coinvolgimento nella guerra, fino alla sua sacralizzazione. Talvolta si è arrivati al punto di proclamare la guerra in nome di Dio, cosa che tutti noi consideriamo una bestemmia. Se le comunità religiose sono fatte di uomini e donne che vivono le attrazioni fatali del tempo in cui vivono, tuttavia sanno che c’è qualcosa al di là di loro e che dalla profondità delle tradizioni religiose scaturisce il messaggio decisivo della pace.
Nelle grandi tradizioni religiose è scritto il fondamento della pace. Il nome stesso di Dio è la pace. Le religioni certo non hanno il monopolio della pace. La pace non può essere monopolio di nessuno, perché allora non è pace. Quando donne e uomini di religioni differenti s’incontrano, pur nella diversità, si crea un’armonia. E’ una storia che viene da lontano. Da molto lontano”.
Ed ha ricordato lo ‘spirito’ di Assisi, che ancora continua: “Nell’invocazione a Dio per la pace, si manifestò la forza debole delle religioni. Da quell’incontro di Assisi, il piccolo popolo della Comunità di Sant’Egidio maturò la convinzione che il mondo religioso racchiude le energie per un nuovo linguaggio e per gesti di pace. Anno dopo anno ci siamo incontrati tra leader religiosi e credenti. Anche se in tanti momenti siamo stati messi a dura prova, non rinunciamo a questa visione, non abbandoniamo i mondi religiosi all’isolamento, sentiamo anzi la necessità di sviluppare il dialogo.
Lo abbiamo fatto a Varsavia in tempo di guerra fredda. Lo abbiamo fatto dopo l’11 settembre 2001. Continuiamo a farlo oggi a Parigi. Penso a tanti frutti maturati nel solco dello spirito di Assisi: il Documento sulla Fratellanza umana, firmato nel 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di Al Azhar, al Tayyeb, amico di questi nostri incontri”.
Amin Maalouf, segretario permanente dell’Académie française, ha fornito alcune speranze: “Non ho nessuna passione per gli scenari apocalittici. Per carattere, tendo piuttosto a ricercare ragioni di speranza. Ma in un mondo in cui regna il sacro egoismo, in cui così tante nazioni e comunità fondano la propria coesione sull’odio per l’Altro, in cui le principali potenze si insultano ininterrottamente e si parlano a malapena, tutte le derive diventano plausibili”.
Soprattutto ha approfondito il ruolo delle tecnologie: “E qui non parlo più soltanto di bombe e di missili. Consideriamo le grandi tecnologie di punta che fanno da vettori della prodigiosa metamorfosi conosciuta dal mondo nei nostri giorni. Queste offrono apporti benefici di cui godiamo ogni giorno, nel campo della sanità, nella diffusione del sapere e in mille altri settori. Ma queste stesse tecnologie comportano anche, proprio a causa delle loro immense potenzialità, certi rischi cui dobbiamo fare sempre attenzione”.
E fra le tecnologie c’è l’intelligenza artificiale: “Nel campo dell’intelligenza artificiale, che ha preso il volo soprattutto negli ultimi quindici anni e le cui promesse sono inaudite, ci sono motivi di inquietudine su cui siamo stati messi in guardia da alcuni di coloro che sono direttamente impegnati in tale rivoluzione, scienziati, imprenditori e pensatori vigili. Essi ci dicono che questa tecnologia potrebbe un giorno sfuggirci di mano, che potrebbe persino trasformarsi in una minaccia esistenziale per la nostra specie, e che forse ci sarebbe bisogno di una moratoria su determinati percorsi di ricerca, in attesa di vederci più chiaro”.
Ma ad aprire la manifestazione parigina è stata la testimonianza della giovane afgana Lina Hassani: “Mi chiamo Lina Hassani e sono qui oggi davanti a voi come una ragazza afghana di 21 anni, di famiglia hazara, che ha vissuto attraverso due decenni di conflitti e profondi cambiamenti. Provengo da un paese tristemente famoso per i suoi tre decenni di guerra: sono arrivata in Belgio attraverso i ‘corridoi umanitari’ della Comunità di Sant’Egidio e vivo lì da 5 mesi; qui mi dedico all’apprendimento della lingua olandese.
La mia storia non riguarda solo la mia vita, ma anche quella di innumerevoli afghani che hanno sopportato difficoltà inimmaginabili. Sono nata a Kabul, una città che custodisce molti ricordi, sia gioiosi che dolorosi. La vita in Afghanistan non è mai stata facile. Nel 2009, mio padre ci è stato portato via, ucciso dai talebani. Ma mia madre, con una forza incredibile, è andata avanti per sostenere la nostra famiglia”.
Ed ha raccontato la vita in Afghanistan: “Nell’agosto 2021, i Talebani hanno preso il controllo dell’Afghanistan, imponendo severe restrizioni alle donne. Non ci era permesso uscire di casa senza un tutore maschio e l’istruzione ci è stata negata. La situazione era particolarmente disperata per coloro che avevano lavorato con entità straniere, tra cui mia madre. Le donne che protestavano contro i Talebani rischiavano la prigione o addirittura la morte. Sentendoci insicure e senza alcuna speranza di una vita migliore in Afghanistan, siamo fuggite in Pakistan.
Tuttavia, la situazione lì non era molto diversa; come rifugiati, eravamo visti come un peso, privi di diritti, senza accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione, sempre di fronte alle difficoltà nel rinnovo del visto e a rischio di espulsione. Più di un milione di persone sono state rimpatriate in Afghanistan. Alcuni rifugiati afghani in Pakistan si sono uniti per vivere sotto le tende, sopportando condizioni difficili, senza riparo con un caldo che raggiungeva i 40 gradi”.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)





























