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Pace, dialogo inclusione e cooperazione internazionale: siglata l’intesa tra l’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace
L’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace hanno formalizzato un accordo di collaborazione triennale volto a promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. La convenzione quadro, siglata dal rettore dell’Ateneo friulano, Angelo Montanari, e dal vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni, punta a integrare l’eccellenza accademica con l’esperienza concreta dello studentato internazionale toscano, rafforzando l’impegno congiunto nella promozione della cultura del dialogo, della pace e della cooperazione internazionale.
L’accordo nasce dalla volontà condivisa di valorizzare percorsi formativi innovativi e internazionali, mettendo al centro gli studenti e il loro sviluppo umano e professionale. In particolare, la convenzione prevede l’attivazione di un programma dedicato agli studenti provenienti dall’esperienza Rondine.
Tra i principali benefici per gli studenti, la convenzione prevede innanzitutto un accesso facilitato all’università: fino a tre studenti all’anno provenienti dai percorsi formativi di Rondine potranno iscriversi gratuitamente al primo anno dei corsi di studio, favorendo l’inclusione e il diritto allo studio anche per giovani provenienti da contesti di conflitto e valorizzando esperienze internazionali di grande valore.
A questo si affianca l’eventuale possibilità di ottenere il riconoscimento di crediti formativi per le attività svolte nell’ambito dei programmi Rondine, con particolare attenzione alle competenze trasversali legate alla gestione dei conflitti e al dialogo interculturale. Gli studenti dell’Ateneo potranno inoltre accedere a opportunità di stage e tirocini presso l’Associazione, entrando in contatto diretto con realtà impegnate nella cooperazione internazionale e nel peacebuilding.
La collaborazione prevede anche l’attivazione di una didattica innovativa e interdisciplinare, attraverso workshop, seminari e attività formative dedicate a temi di grande attualità come le relazioni internazionali, il dialogo interreligioso e la costruzione della pace. Infine, grazie al legame con la World House di Rondine, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con coetanei provenienti da Paesi in guerra o post-conflitto, sviluppando competenze relazionali e una visione sempre più globale.
“La convenzione rappresenta un’alleanza strategica per formare cittadini capaci di disinnescare le tensioni della contemporaneità e si inserisce in una strategia più ampia volta a formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le sfide globali con spirito critico e apertura al dialogo – sottolinea il rettore dell’ateneo friulano Angelo Montanari -.
conflittoAttraverso questa collaborazione, l’Università di Udine conferma il proprio ruolo attivo nella promozione della pace, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Questa convenzione rappresenta un passo significativo verso un’università sempre più inclusiva, internazionale e attenta alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di contribuire attivamente alla costruzione di un futuro più giusto e pacifico”.
“La firma di questa convenzione rappresenta un passo importante che si inserisce in un rapporto costruito nel tempo con il territorio friulano, fondato su fiducia, dialogo e collaborazione con istituzioni, scuole e società civile –afferma il vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni – In questi anni abbiamo visto crescere una rete sempre più ampia di realtà che hanno riconosciuto il valore del Metodo Rondine, scegliendolo come strumento educativo per affrontare le sfide del presente.
Ne è testimonianza l’attivazione delle Sezioni Rondine in diverse scuole del territorio, l’alta partecipazione di giovani friulani al Quarto Anno Rondine e i numerosi percorsi formativi rivolti agli studenti, pensati per promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e il senso di responsabilità civile. Con l’Università di Udine rafforziamo oggi questo cammino, offrendo ai giovani nuove opportunità per diventare protagonisti consapevoli di una società più giusta e pacifica”.
Per garantire l’attuazione e il monitoraggio delle attività, sono stati nominati responsabili scientifici Tommaso Piffer, delegato del rettore dell’università di Udine per l’Educazione alla pace e alla nonviolenza e Mauro D’Andrea, direttore del dipartimento formazione e relazioni internazionali per Rondine.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Papa Leone XIV ricorda l’importanza dell’archeologia cristiana
“Ricorrono oggi cent’anni da quando il mio venerato predecessore Pio XI, nel Motu proprio ‘I primitivi cemeteri di Roma cristiana’, ricordava come ‘i Romani Pontefici riguardarono sempre come loro stretto dovere la tutela e la custodia’ del patrimonio sacro, in particolare i ‘cemeteri sotterranei comunemente appellati Catacombe’, senza trascurare ‘le basiliche fiorite entro le mura della Città di Roma con i loro grandiosi mosaici, le serie innumerevoli delle iscrizioni, le pitture, le sculture, la suppellettile cemeteriale e liturgica’. Nel medesimo documento Pio XI menzionava il ‘non mai abbastanza lodato Giovanni Battista de Rossi’ e ‘l’infaticabile investigatore delle sacre romane antichità Antonio Bosio’, cioè gli iniziatori dell’archeologia cristiana”: lo ha detto papa Leone XIV ai professori, studenti e familiari del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ricevuti in occasione dei 100 anni di attività.
Quindi nella festa di san Damaso patrono dell’Istituto, il Papa ha ricordato quanto l’archeologia possa essere parte della diplomazia della cultura e occasione di riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa:: “In quella occasione il papa aveva deliberato di aggiungere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, al fine di ‘indirizzare giovani volenterosi, di ogni paese e nazione, agli studi e alle ricerche scientifiche sopra i monumenti delle antichità cristiane’. A un secolo di distanza, tale missione è più che mai viva, grazie anche ai congressi internazionali di archeologia cristiana, attraverso i quali l’Istituto promuove gli studi in una disciplina che è caratterizzante non solo per le scienze storiche, ma anche per la fede e per l’identità cristiana”.
Proprio in questo giorno il papa ha pubblicato una lettera, della quale ha puntualizzato alcuni punti: “In primo luogo, l’insegnamento di ‘Archeologia cristiana’, inteso come lo studio dei monumenti dei primi secoli del Cristianesimo, ha un proprio statuto epistemologico per le sue specifiche coordinate cronologiche, storiche e tematiche. Ciò nonostante, notiamo che in altri contesti tale insegnamento viene inserito nell’ambito dell’archeologia medievale.
Al riguardo, suggerisco di farvi sostenitori della specificità della vostra disciplina, in cui l’aggettivo ‘cristiana’ non vuole essere espressione di una prospettiva confessionale, bensì qualifica la disciplina stessa con una propria dignità scientifica e professionale”.
Inoltre l’archeologia cristiana è uno ‘strumento’ per valorizzare l’ecumenismo, ricordando il suo primo viaggio apostolico: “L’archeologia cristiana, inoltre, è un ambito di studio che riguarda il periodo storico della Chiesa unita, per cui può essere un valido strumento per l’ecumenismo: infatti, le diverse Confessioni possono riconoscere le loro comuni origini attraverso lo studio delle antichità cristiane e fomentare così l’aspirazione alla piena comunione.
A tal proposito, ho potuto fare questa esperienza proprio nel mio recente viaggio apostolico, quando a İznik, l’antica Nicea, ho commemorato il primo Concilio ecumenico insieme con i rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali. La presenza dei resti degli antichi edifici cristiani è stata per tutti noi emozionante e motivante. Su questo tema, ho apprezzato la giornata di studio che avete organizzato in collaborazione con il Dicastero per l’Evangelizzazione”.
Ecco che l’archeologia cristiana può diventare una ‘diplomazia della cultura’: “Vi esorto, altresì, a prendere parte, attraverso i vostri studi, a quella “diplomazia della cultura”, di cui il mondo ha molto bisogno ai nostri giorni. Attraverso la cultura l’animo umano oltrepassa i confini delle nazioni e supera gli steccati dei pregiudizi per mettersi al servizio del bene comune. Anche voi potete contribuire a costruire ponti, a favorire incontri, ad alimentare la concordia”.
Ed a distanza di 100 anni ecco un altro giubileo: “Pertanto il vostro Istituto, in un certo senso, si trova idealmente proteso tra la pace e la speranza. Ed in effetti voi siete portatori di pace e di speranza dovunque operate con i vostri scavi e le vostre ricerche, così che, riconoscendo il vostro vessillo bianco e rosso con l’immagine del Buon Pastore, vi possano spalancare le porte non solo in quanto portatori di sapere e di scienza, ma anche come annunciatori di pace”.
Mentre nella lettera il papa ha ricordato la formazione offerta da questo Istituto Pontificio: “In tutti questi anni, il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ha formato centinaia di archeologi del cristianesimo antico provenienti, come gli stessi professori, da tutte le parti del mondo, i quali, rientrati nei propri Paesi, hanno ricoperto importanti incarichi di docenza o di tutela; ha promosso ricerche a Roma e nell’intero orbe cristiano; ha svolto un efficace ruolo internazionale per la promozione dell’archeologia cristiana, sia con l’organizzazione dei ciclici congressi e con numerose altre iniziative scientifiche, sia per le strette relazioni e gli scambi costanti con università e centri di studio di tutto il mondo”.
Ed è stato anche promotore della pace: “L’Istituto ha saputo essere, in alcuni momenti, promotore di pace e di dialogo religioso, ad esempio organizzando il XIII Congresso internazionale a Spalato durante la guerra nella ex-Jugoslavia (scelta difficile e con molti dissensi nell’ambiente accademico) o confermando la propria operatività con missioni all’estero in Paesi politicamente instabili. Non ha mai derogato agli obiettivi dell’alta formazione, privilegiando il contatto diretto con le fonti scritte e i monumenti, tracce visibili e inequivocabili delle prime comunità cristiane, attraverso visite, soprattutto alle catacombe e alle chiese di Roma, ed i viaggi annuali di studio nelle aree geografiche interessate dalla diffusione del Cristianesimo”.
Quindi l’archeologia cristiana ha avuto un ruolo importante sia per la Chiesa sia per la società: “Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. E’ questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade”.
L’archeologia cristiana è, dunque, un aiuto fondamentale per capire la fede: “Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: ‘Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita’. L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela”.
Ecco l’importanza di una teologia dei sensi: “L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità… In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. E’ una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno”.
Ed è anche una scuola di educazione all’ecologia spirituale: “E’ un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. E’ lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. E’ uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi”.
L’archeologia cristiana è un aiuto essenziale alla Chiesa: “Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito”.
Infatti aiuta a riscoprire le radici: “Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa”.
Ed ha un riflesso per la teologia della Rivelazione: “In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata.
L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia”.
Quindi la lettera è terminata con un invito allo studio per non perdere la memoria: “Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza.
Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno”.
(Foto: Santa Sede)
All’Auxilium di Roma chiuso il ciclo di incontri sul mondo adolescenziale
Gli adolescenti di oggi sono immersi nel mondo digitale con le fragilità di questa età, impegnati a ricercare la propria identità e a progettare un futuro professionale. In questa realtà che appare loro sempre più fluida e complessa da vivere, molti giovani italiani tra i 15 e i 29 abbandonano la scuola, non lavorano, non si formano, restano in una sorta di ‘bolla’, non accedono a servizi di orientamento, ignorano il mercato del lavoro ed aspettano soluzioni dagli adulti, che spesso non arrivano.
Di questa urgente presa in carico degli adolescenti del terzo millennio, hanno dibattuto oggi alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, Anna Grimaldi, psicologa, ricercatrice all’Inapp (Istituto nazionale sull’analisi delle politiche pubbliche), e Stefano Pasta, pedagogista, docente all’Università Cattolica di Milano, membro del Centro di ricerca sull’educazione ai media all’innovazione e alla tecnologia (Cremit) dello stesso ateneo. A moderare gli interventi, il prof. Mirko D’Angelo, insegnante di religione della diocesi di Porto-Santa Rufina.
Anna Grimaldi ha proposto alcuni obiettivi per migliorare il benessere individuale degli adolescenti e la coesione sociale. Aiutare i ragazzi ad orientarsi nelle professioni secondo le loro inclinazioni e aspirazioni; potenziare la fiducia in se stessi su capacità e competenze; prepararli su possibili fallimenti e su come superare le crisi; stimolarli a partecipare alla vita sociale. Grimaldi si è detta convinta che istruzione, orientamento, occupazione, inclusione sociale e partecipazione civica debbano procedere in parallelo per formare l’identità personale e professionale degli adolescenti.
Ad affrontare la complessità del vivere digitale per gli adolescenti, che sono già nati in questa dimensione, è stato Stefano Pasta, che ha sgombrato il campo da semplificazioni di comodo, invitando a riconoscere l’ibridazione dei saperi e delle esperienze online e offline, ponendosi il punto di vista di formare i “cittadini” digitali. Pasta ha chiesto quindi di considerare i cambiamenti in atto su modalità informative, comunicative, relazionali e sociali con cui gli adolescenti crescono onlife.
Nel dibattito che ne è seguito molte le domande sulle sfide che restano aperte. Gli adulti oggi vivono infatti anch’essi fasi di fragilità e di transizione che li riportano a manifestare gli stessi bisogni degli adolescenti: ascolto, orientamento, accompagnamento. Da qui la richiesta per gli educatori e gli insegnanti di strumenti e opportunità di apprendimento riflessivo, in una società che cambia di continuo velocemente e li interroga sui propri valori, credenze, visione del mondo. Ogni giovane porta con sé nuove prospettive di significato, che si scontrano spesso con gli schemi di decodifica degli adulti. Tenere il passo con gli adolescenti “digitali e fluidi” per sostenerli è difficile e questo non va nascosto.
Da qui l’importanza di un percorso interdiscilplinare di riflessione sui ‘mondi adolescenti’ offerto dalla Facoltà Auxilium per una presa d’atto e di responsabilità degli adulti non più rinviabile. Con questo incontro, si conclude il percorso interdisciplinare: “Mondi adolescenti: una riflessione educativa” promosso dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’. Le tappe precedenti si sono realizzate: ‘Mondi adolescenti. Una domanda che attende risposta’, Università Lumsa, Roma, 30 ottobre 2025; ‘Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso’, Facoltà «Auxilium», Roma, 22 novembre 2025.
Papa Leone XIV alla Lateranense delinea il cammino per essere nel mondo
“Sono lieto di essere qui in mezzo a voi, nella Pontificia Università Lateranense, per l’inaugurazione del 253^ anno accademico dalla sua fondazione. Si tratta di un’occasione speciale, in cui, mentre guardiamo con gratitudine alla lunga storia che ci precede, siamo protesi anche alla missione che ci attende, ai sentieri da esplorare, al servizio da offrire alla Chiesa nella realtà di oggi e dinanzi alle sfide future. Uno sguardo grato per il passato, dunque, ma anche occhi e cuore puntati verso il futuro, perché c’è bisogno del prezioso servizio reso dall’università”: questa mattina papa Leone XIV ha inaugurato l’anno accademico alla Università pontificia, che ha un legame particolare con il vescovo di Roma.
In un’epoca in cui si tende a pensare che la ricerca e lo studio non servano per la vita reale, o che conti nella Chiesa più la pratica pastorale che la conoscenza teologica, biblica o giuridica, il papa ha spiegato il rapporto particolare con il papa: “Ogni università, infatti, è luogo di studio, di ricerca, di formazione, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. In particolare, le Università ecclesiastiche e pontificie, erette o approvate dalla Sede Apostolica, sono comunità in cui viene elaborata la ‘necessaria mediazione culturale della fede che, articolandosi in una riflessione aperta al dialogo con gli altri saperi, trova la sua sorgente primaria e perenne in Gesù Cristo’.
Tra le istituzioni accademiche, l’Università Lateranense ha un vincolo del tutto speciale con il Successore di Pietro, e questo è un tratto costitutivo della sua identità e missione fin dalle sue origini, quando nel 1773 Clemente XIV affidò la scuola di teologia del Collegio Romano al clero secolare, chiedendo che tale istituzione dipendesse dal Papa per formare i suoi presbiteri”.
Ed ha ripercorso la storia di questo rapporto con i papi: “Da quel momento tutti i successivi Pontefici hanno mantenuto e rafforzato un rapporto privilegiato con quella che sarebbe diventata l’attuale Università Lateranense. Tra di essi, il Beato Pio IX, che diede l’assetto, tuttora vigente, della quattro Facoltà: Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Diritto civile, col potere di conferire gradi accademici in Utroque Iure; Leone XIII, che fondò l’Istituto di Alta Letteratura; Pio XII, che eresse presso l’Ateneo il Pontificio Istituto Pastorale; san Giovanni XXIII, che conferì all’Ateneo il titolo di Università; e san Paolo VI, che, già professore in queste aule, visitando l’Università appena eletto ribadì lo stretto legame tra essa e la Curia Romana. Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da san Giovanni Paolo II. Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da papa Benedetto e da papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due cicli di studi: in Scienze della Pace ed in Ecologia e Ambiente”.
Quindi ha sottolineato la missione di questa Università oggi: “Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro”.
Dopo aver elencato i rapporti con le altre università il papa ah invitato a declinare la fede nelle sfide nel mondo: “Cari amici, oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo.
In particolare, la Facoltà di Teologia è chiamata a riflettere sul deposito della fede e a farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei, perché appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare la ricerca di Dio. Questa missione richiede che la fede cristiana sia comunicata e trasmessa nei diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale, e per questo ritengo di vitale importanza il servizio svolto dall’Istituto Pastorale”.
Per questo gli studi filosofici e giuridici devono sempre essere alla ricerca della verità: “Nell’Università Lateranense, lo studio della filosofia deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e soprattutto con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Si tratta di un impegno importante, anche a fronte di un atteggiamento talvolta rinunciatario da cui è segnato il pensiero contemporaneo, così come rispetto alle emergenti forme di razionalità legate al trans-umanesimo e al post-umanesimo.
Le Facoltà giuridiche, di Diritto canonico e civile, che da secoli contraddistinguono la nostra Università, sono chiamate a studiare e insegnare il Diritto attraverso la più ampia valorizzazione della comparazione fra i sistemi giuridici degli ordinamenti civili e quello della Chiesa cattolica. In modo particolare, vi incoraggio a considerare e studiare a fondo i processi amministrativi, urgente sfida per la Chiesa”.
Ugualmente i nuovi percorsi di studio introdotti da papa Francesco: “Infine, una parola a parte meritano i cicli di studio di Scienze della Pace ed Ecologia e Ambiente, che negli anni andranno ad assumere una loro conformazione istituzionale più definita. Le tematiche che essi affrontano sono parte essenziale del recente Magistero della Chiesa, la quale, stabilita come segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità, è chiamata a formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio. La pace è certamente dono di Dio, ma richiede al contempo donne e uomini capaci di costruirla ogni giorno e di supportare a livello nazionale e internazionale i processi verso un’ecologia integrale. Chiedo pertanto alla mia Università di continuare a sviluppare e potenziare a livello inter- e trans-disciplinare questi due cicli di studio e, se necessario, di integrarli con altri percorsi”.
Al termine ha segnalato le tre caratteristiche dell’Università, di cui la prima è la fraternità: “La prima è questa: al centro della formazione devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola ‘persona’ come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti”.
E’ stata una chiara richiesta di reciprocità: “La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ definisce ‘il virus dell’individualismo radicale’, vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Lateranense, ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità”.
Eppoi un’università non può trascurare la ‘scientificità’: “Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica”.
Per questo ha sollecitato la formazione di laici e sacerdoti competenti: “Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.
L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società”.
Infine l’università ha lo scopo di educare al bene comune: “Il fine del processo educativo e accademico, infatti, dev’essere formare persone che, nella logica della gratuità e nella passione per la verità e la giustizia, possano essere costruttori di un mondo nuovo, solidale e fraterno. L’Università può e deve diffondere questa cultura, diventando segno ed espressione di questo mondo nuovo e della ricerca del bene comune”.
(Foto: Santa Sede)
Arrivato il primo giovane palestinese a Rondine accolto dal Ministro Antonio Tajani e dal Ministro Anna Maria Bernini
Da Gaza a Rondine con volo diretto della Guardia di Finanza . Un giovane palestinese nei giorni scorsi è atterrato a Ciampino insieme ad altri 38 studenti in arrivo dalla Striscia. E diventerà a tutti gli effetti uno dei nuovi giovani della World House. La Cittadella della Pace, grazie al supporto del Ministero degli Esteri, del Ministero dell’Università e della Ricerca, del CRUI e dell’Università di Siena corona il lavoro di mesi dello staff di Rondine, che in largo anticipo, anche con selezioni direttamente sul posto, aveva scelto chi sarebbe stato in grado di proseguire il suo progetto di pace: con una priorità assoluta, ripristinare nel borgo l’area di conflitto mediorientale.
Uno studente israeliano, Alì, è già a Rondine, e sabato scorso si è presentato con gli altri studenti al primo anno dell’esperienza, in attesa dei due giovani palestinesi in arrivo. Oggi Mohammed è arrivato. Ha 27 anni, viveva a Jabalia, poi costretto come i suoi familiari e migliaia di connazionali a lasciare la zona a causa della guerra. Ha vissuto fino a pochi giorni fa a Gaza City e ieri, al termine di una complessa operazione di trasferimento, è arrivato in Italia accolto a Ciampino dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani:
“Questi giovani formeranno la futura classe dirigente dello Stato di Palestina che desideriamo possa convivere con Israele”, spiega Tajani mentre abbraccia Mohammed in mezzo alla pista dell’aeroporto militare di Ciampino, alla periferia di Roma, dove il volo speciale è appena atterrato. “Sapere che un ragazzo palestinese e uno israeliano saranno uno accanto all’altro – spiega Tajani – dice che la pace si può costruire e testimonia che israeliani e palestinesi possono convivere non solo qui, ma anche nella medesima area del Medio Oriente”.
Ad accompagnarli nel volo diretto a Roma anche il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. L’operazione, come specifica la presidenza del consiglio, ha preso il via in prossimità dell’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah, nel cuore della Striscia di Gaza. Nonostante i violenti scontri a fuoco nell’area, il personale italiano ha assistito il gruppo una volta uscito dal valico di Kerem Shalom. Successivamente, è avvenuto il trasferimento in Giordania, dove il gruppo è stato preso in consegna dal personale della locale Ambasciata d’Italia.
In totale 72 gli evacuati (tra studenti universitari e familiari) giunti in Italia a bordo di due aerei messi a disposizione dalla Guardia di Finanza e dalla Protezione Civile. Ad accoglierlo a Ciampino anche alcuni giovani della World House, i primi ad essere informati del nuovo arrivato ieri tra applausi e lacrime nella cucina di Rondine, e il presidente della Cittadella della Pace Franco Vaccari:
“Siamo emozionati e commossi per l’arrivo di Mohammed. Abbbiamo lavorato per mesi sapendo quanto fosse improbabile poter vivere questo giorno che invece è arrivato con grande stupore. Un giorno di festa e speranza che ci permette a Rondine di continuare a coltivare quel dialogo così doloroso quanto necessario insieme ai giovani del Medioriente e guardare insieme al futuro». Conclude il presidente Vaccari. Una profonda gratitudine va al Ministero degli Esteri, alla rete diplomatico consolare e a tutti coloro che in maniera pubblica e più riservata hanno reso possibile questo giorno speriamo possa essere un baluardo di speranza”.
Mohammed ha studiato Business Administration all’Università Islamica di Gaza, in Italia si iscriverà al Master in Conflict Management and Humanitarian Action a Siena. Nei giorni nei quali Gaza resta sospesa tra la vita e la morte, tra le macerie e fievoli speranze di ripresa, Rondine corona il progetto di affiancare uno dei suoi giovani a dei coetanei israeliani per proseguire in un progetto che ormai da quasi 30 anni costruisce la pace attraverso un metodo innovativo e la convivenza capace di scardinare tutte le differenze.
Il suo destino si incrocia con l’Italia e la speranza di un futuro diverso, come quello degli altri suoi coetanei, ma lui non sarà l’unico a diventare parte integrante di un progetto che si fonda sulla coesistenza pacifica tra presunti nemici, israeliani e palestinesi. Grande attesa anche per l’arrivo di una seconda studentessa in questo caso. Una ragazza, originaria di Khan Younis nella striscia di Gaza.
Intanto le aspettative di Mohammed stanno per concretizzarsi: “Non odio gli israeliani, sogno solo di poter contribuire a costruire un mondo diverso. So che sarà una sfida avere un israeliano fra i miei compagni. Però sono pronto ad accettarla”. Aveva spiegato nella fase di selezione: “Non sono una persona che mette etichette e non amo la parola ‘vendetta’ sono consapevole che la vendetta porta solo altra vendetta” . Un sogno a occhi aperti, un‘apparente utopia: e che invece ieri sera ha toccato terra allo scalo di Ciampino, tra gli abbracci dei giovani con i quali vivrà per i prossimi due anni.
Papa Leone XIV al clero romano: urgente una pastorale sociale e missionaria
“Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole con cui ha introdotto questo incontro, che vivo come un grande abbraccio del Vescovo con il suo popolo. Saluto i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri, i diaconi, le religiose, i religiosi e tutti voi che siete qui in rappresentanza delle parrocchie. Vi ringrazio per la gioia del vostro discepolato, per il lavoro pastorale, per i pesi che portate e per quelli che sollevate dalle spalle dei tanti che bussano alla porta delle vostre comunità”: nel pomeriggio il vescovo di Roma ha abbracciato il suo popolo all’Assemblea diocesana in san Giovanni in Laterano.
Papa Leone XIV ha sottolineato il dono dell’acqua ‘viva’: “La parola rivolta alla Samaritana da Gesù, che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, in questo tempo storico difficile, è ora diretta a noi Chiesa di Roma: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio!’ A quella donna affaticata, che giunge presso il pozzo nell’ora più calda della giornata, Gesù rivela che c’è un’acqua viva che disseta per sempre, una sorgente zampillante che non si esaurisce mai: è la vita stessa di Dio donata all’umanità”.
Quindi è opera dello Spirito Santo il rinnovamento ‘ecclesiale’: “ Questo dono è lo Spirito Santo, che estingue le nostre arsure e irriga le nostre aridità, facendosi luce sul nostro cammino… Attraverso il processo sinodale, lo Spirito ha suscitato la speranza di un rinnovamento ecclesiale, in grado di rivitalizzare le comunità, così che crescano nello stile evangelico, nella vicinanza a Dio e nella presenza di servizio e testimonianza nel mondo”.
Infatti il cammino sinodale ha valorizzato i carismi: “Il frutto del cammino sinodale, dopo un lungo periodo di ascolto e di confronto, è stato anzitutto l’impulso a valorizzare ministeri e carismi, attingendo alla vocazione battesimale, mettendo al centro la relazione con Cristo e l’accoglienza dei fratelli, a partire dai più poveri, condividendone le gioie e i dolori, le speranze e le fatiche”.
Da qui il ‘carattere sacramentale’ della Chiesa, come ha sempre sottolineato papa Francesco: “In questo modo, viene messo in luce il carattere sacramentale della Chiesa che, come segno dell’amore di Dio per l’umanità, è chiamata a essere canale privilegiato perché l’acqua viva dello Spirito possa giungere a tutti. Ciò richiede l’esemplarità del popolo santo di Dio.
Come sappiamo, sacramentalità ed esemplarità sono due concetti-chiave dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II e dell’ermeneutica di papa Francesco. Ricorderete quanto caro gli fosse il tema patristico del ‘mysterium lunae’, cioè della Chiesa vista nel riverbero della luce di Cristo, della relazione a Lui, sole di giustizia e luce delle genti”.
Riprendendo la ‘nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea sinodale’ di papa Francesco, il papa ha affidato ai presenti il compito di annunciare il Vangelo: “Ebbene, ora tocca a noi metterci all’opera affinché la Chiesa che vive a Roma diventi laboratorio di sinodalità, capace, con la grazia di Dio, di realizzare ‘fatti di Vangelo’, in un contesto ecclesiale dove non mancano le fatiche, specialmente in ordine alla trasmissione della fede, e in una città che ha bisogno di profezia, segnata com’è da numerose e crescenti povertà economiche ed esistenziali, con i giovani spesso disorientati e le famiglie spesso appesantite”.
Quindi è necessaria una Chiesa missionaria: “Una Chiesa sinodale in missione ha bisogno di abilitarsi a uno stile che valorizzi i doni di ciascuno e che comprenda la funzione di guida come un esercizio pacificante e armonioso, affinché, nella comunione suscitata dallo Spirito, il dialogo e la relazione ci aiutino a vincere le numerose spinte alla contrapposizione o all’isolamento difensivo”.
Ecco il motivo per cui è necessaria una partecipazione attiva: “Si tratta anzitutto di lavorare per la partecipazione attiva di tutti alla vita della Chiesa. A questo proposito, uno strumento per incrementare la visione di Chiesa sinodale e missionaria è quello degli organismi di partecipazione. Essi aiutano il Popolo di Dio a esercitare pienamente la sua identità battesimale, rafforzano il legame tra i ministri ordinati e la comunità e guidano il processo che va dal discernimento comunitario alle decisioni pastorali. Per questo motivo vi invito a rafforzare la formazione degli organismi di partecipazione e, a livello parrocchiale, a verificare i passi fatti fino ad ora o, laddove tali organismi mancassero, di comprendere quali sono le resistenze, per poterle superare”.
E’ stata una richiesta ci una collaborazione unitaria, abbandonando i propri schemi: “Oggi, come sappiamo, in un mondo diventato più complesso e in una città che corre a gran velocità e dove le persone vivono una permanente mobilità, abbiamo bisogno di pensare e progettare insieme, uscendo dai confini prestabiliti e sperimentando iniziative pastorali comuni. Perciò, vi esorto a fare di questi organismi dei veri e propri spazi di vita comunitaria dove esercitare la comunione, luoghi di confronto in cui attuare il discernimento comunitario e la corresponsabilità battesimale e pastorale”.
Tale collaborazione porta al discernimento: “Il primo che vi suggerisco è la cura del rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, tenendo presente che la richiesta dei Sacramenti sta diventando un’opzione sempre meno praticata. Iniziare alla vita cristiana è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti, abilitare gradualmente alla relazione con il Signore Gesù, rendere le persone confidenti nell’ascolto della Parola, desiderose di vivere la preghiera e di operare nella carità”.
Annuncio che ha bisogno di linguaggi nuovi: “Occorre sperimentare, se necessario, strumenti e linguaggi nuovi, coinvolgendo nel cammino le famiglie e cercando di superare un’impostazione scolastica della catechesi. In questa prospettiva, occorre curare con delicatezza e attenzione coloro che esprimono il desiderio del Battesimo in età adolescenziale e adulta. Gli uffici del Vicariato a ciò preposti devono lavorare con le parrocchie, avendo particolare cura della formazione continua dei catechisti”.
L’altro obiettivo è il coinvolgimento dei giovani: “Un secondo obiettivo è il coinvolgimento dei giovani e delle famiglie, su cui oggi incontriamo diverse difficoltà. Mi pare urgente impostare una pastorale solidale, empatica, discreta, non giudicante, che sa accogliere tutti, e proporre percorsi il più possibile personalizzati, adatti alle diverse situazioni di vita dei destinatari. Poiché poi le famiglie faticano a trasmettere la fede e potrebbero essere tentate di sottrarsi a tale compito, dobbiamo cercare di affiancarci senza sostituirci ad esse, facendoci compagni di cammino e offrendo strumenti per la ricerca di Dio”.
Quindi anche una pastorale nuova: “Si tratta, dobbiamo dirlo onestamente, di una pastorale che non ripete le cose di sempre, ma offre un nuovo apprendistato; una pastorale che diventa come una scuola capace di introdurre alla vita cristiana, di accompagnare le fasi della vita, di tessere relazioni umane significative e, così, di incidere anche nel tessuto sociale specialmente a servizio dei più poveri, dei più deboli”.
Il terzo obiettivo è la formazione: “Infine vorrei raccomandarvi la formazione a tutti i livelli. Viviamo un’emergenza formativa e non dobbiamo illuderci che basti portare avanti qualche attività tradizionale per mantenere vitali le nostre comunità cristiane. Esse devono diventare generative: essere grembo che inizia alla fede e cuore che cerca coloro che l’hanno abbandonata. Nelle parrocchie c’è bisogno di formazione e, laddove non ci fossero, sarebbe importante inserire percorsi biblici e liturgici, senza tralasciare le questioni che intercettano le passioni delle nuove generazioni ma che interessano tutti noi: la giustizia sociale, la pace, il complesso fenomeno migratorio, la cura del creato, il buon esercizio della cittadinanza, il rispetto nella vita di coppia, la sofferenza mentale e le dipendenze, e tante altre sfide. Non possiamo di certo essere specialisti in tutto, ma dobbiamo riflettere su questi temi, magari mettendoci in ascolto delle tante competenze che la nostra città può offrire”.
Tutto ciò è spinto dalla missione, prendendo spunto dal brano evangelico della Samaritana: “Sono certo che anche nella nostra Diocesi il cammino avviato e accompagnato negli ultimi anni ci porterà a maturare nella sinodalità, nella comunione, nella corresponsabilità e nella missione. Rinnoveremo in noi il gusto di annunciare il Vangelo a ogni uomo e a ogni donna del nostro tempo; correremo verso di loro come la donna samaritana, lasciando la nostra brocca e portando, invece, l’acqua che disseta in eterno”.
(Foto: Santa Sede)
La Società San Vincenzo De’ Paoli invita a sostenere una classe di 25 ragazzi a Baskinta
Baskinta, un villaggio di montagna a 1.200 metri di altitudine, nel cuore dei monti libanesi, è un luogo che racconta tradizione e resilienza. Ma dietro la bellezza dei paesaggi, la crisi che da anni travolge il Libano si fa sentire con forza: svalutazione della moneta, inflazione galoppante, scarsità di beni essenziali. A tutto questo si è aggiunto il recente conflitto, che ha isolato ulteriormente i villaggi interni, colpendo agricoltura, trasporti e scuole.
In questo scenario, il rischio più grande è che i giovani perdano la possibilità di studiare. Troppo spesso, l’abbandono scolastico è il primo passo verso l’assenza di un futuro. Una risposta concreta: il progetto ‘Sostieni una classe oggi’.
Per dare un segnale di speranza, la Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha lanciato l’iniziativa “Sostieni una classe oggi”.
Un progetto semplice ma potente: non adottare a distanza un singolo studente, ma un’intera classe di 25 ragazzi e ragazze, tra i 14 e i 18 anni, iscritti alla Scuola tecnica Saint Vincent Besançon di Baskinta. Giovani che, nonostante tutto, sognano ancora di studiare, formarsi e costruire il proprio domani.
Il progetto è realizzato in collaborazione con le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, presenti in Libano da oltre un secolo e profondamente radicate nella realtà educativa locale.
Cosa garantisce il tuo aiuto
Con un contributo annuale di soli 300 euro, il gruppo di sostenitori SAD potrà assicurare:
- la frequenza scolastica per tutti i 25 studenti;
- libri, quaderni, uniformi e altri materiali didattici;
- pasti quotidiani;
- trasporto;
- il sostegno agli insegnanti e al personale educativo;
- un ambiente scolastico più sicuro e dignitoso.
Perché è importante
Sostenere questo progetto significa molto più che garantire istruzione. È un messaggio forte: “Crediamo in voi. Non siete soli.”
È un seme di futuro che non riguarda solo gli studenti, ma le loro famiglie, la comunità scolastica e l’intero villaggio.
In un Libano che resiste tra mille difficoltà, la scuola resta uno dei pochi spazi in cui si può ancora respirare speranza.
Per saperne di più o attivare il tuo sostegno, clicca qui:
“Sostieni una classe oggi” – Società di San Vincenzo De Paoli
Papa Leone XIV invita a pregare per la pace
“Venerdì prossimo, 22 agosto, celebreremo la memoria della Beata Vergine Maria Regina. Maria è Madre dei credenti qui sulla terra ed è invocata anche come Regina della pace. Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso. Maria, Regina della pace, interceda perché i popoli trovino la via della pace”: al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha invitato ad una giornata di digiuno e di preghiera per la pace.
Aderendo a tale invito la Chiesa italiana ha chiesto alle comunità ecclesiali di invocare il dono della riconciliazione “per la nostra Terra che, ha sottolineato il Pontefice, ‘continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo’.
Ci uniamo al pressante appello del Santo Padre: il perdurare di situazioni di violenza, odio e morte ci impegna a intensificare la preghiera per una pace disarmata e disarmante, supplicando la Beata Vergine Maria Regina della Pace di allontanare da ogni popolo l’orrore della guerra e di illuminare le menti di quanti hanno responsabilità politiche e diplomatiche”.
A questo momento di digiuno e preghiera aderisce anche il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, unitamente a ‘Rete Mare Nostrum’, proponendo alla riflessione le parole di papa Leone XIV: “il Signore ci conceda pace e giustizia, asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti… mentre la nostra terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo”.
Pure le ACLI aderiscono alla giornata di digiuno e preghiera: “L’invito del Santo Padre, rivolto anzitutto ai cattolici ma aperto a tutte le donne e agli uomini di buona volontà, è un appello forte e urgente: unire le forze spirituali, morali e civili per spegnere i focolai di guerra ancora in corso e, soprattutto, per sanare i cuori e le menti accecati dall’odio e dalla logica del dominio politico ed economico”.
Le ACLI inoltre esprimono profonda preoccupazione e ferma condanna per l’inizio dell’invasione di Gaza City, che rischia di trasformarsi in una catastrofe umanitaria: “L’uso della forza e la devastazione di intere comunità non potranno mai essere una soluzione: a pagarne il prezzo sono sempre gli innocenti, in particolare i bambini, le donne e i più fragili. La pace non nasce mai per caso: si costruisce con la preghiera, con lo studio, con l’azione sociale e politica, con il coraggio del dialogo e del perdono. E’ quella pace ‘disarmata e disarmante’ che papa Leone XIV ci richiama fin dal primo giorno del suo pontificato”.
In questo percorso si inserisce anche la carovana ‘Peace at Work’, che partirà da Palermo martedì 2 settembre per attraversare l’Italia ed arrivare a Strasburgo: “Un cammino concreto e popolare per seminare speranza, dialogo e pace nei territori, insieme ai giovani, alle comunità locali e a tutte le persone di buona volontà”.
Inoltre il Meeting dell’Amicizia tra i Popoli di Rimini accoglie con gratitudine l’appello di papa Leone XIV ‘a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso’.
La giornata indicata dal papa coincide con la prima giornata del Meeting, che si aprirà con il convegno ‘Madri per la pace’, nel quale interverranno Layla al-Sheik ed Elana Kaminka, madri israeliane e palestinesi unite dal dolore della perdita di un figlio nel conflitto, insieme a suor Aziza, religiosa eritrea impegnata da anni nei percorsi di riconciliazione in Israele e nei Territori Palestinesi.
Ma il tema della pace attraverserà tutto il meeting dell’amicizia tra i popoli con altre testimonianze, come quelle di Masao Tomonaga e Toshiyuki Mimaki, sopravvissuti alla bomba atomica e premi Nobel per la Pace 2024, ma anche approfondimenti sulla libertà religiosa e la presenza dei cristiani in luoghi di conflitto, tra gli altri la Siria, il Sud Sudan, l’Ucraina ed il Myanmar.
Giubileo dei Giovani: papa Leone XIV e la riscoperta della fede
Lo scorso sabato, 2 agosto, papa Leone XIV ha incontrato un milione di giovani a Tor Vergata in occasione della veglia per il Giubileo dei Giovani. Durante l’evento, ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo hanno rivolto al Pontefice alcune domande profonde e significative: sul senso autentico dell’amicizia come legame che favorisce la crescita personale e la maturazione; sulle scelte che definiscono l’identità e il cammino di ciascuno; e infine sul valore del bene e del silenzio.
Attraverso le sue risposte, papa Leone XIV ha posto al centro della vita dei giovani la figura di Gesù Cristo, ribadendo l’urgenza di promuovere, nel tempo presente, una vera e propria paideia della fede, capace di educare le coscienze e orientare le scelte. In questo contesto, il Papa ha acceso i riflettori sulla figura di Sant’Agostino, indicandolo come modello da conoscere e approfondire per crescere e maturare nella fede, soprattutto nell’attuale scenario socioculturale.
Significativi sono apparsi anche i continui richiami ai suoi predecessori: papa Francesco, papa san Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI. Di particolare intensità alcuni stralci delle sue esortazioni:
Adorate l’Eucaristia, fonte della vita eterna! Studiate, lavorate, amate secondo lo stile di Gesù, il Maestro buono che cammina sempre al nostro fianco […]. Come amava ripetere Papa Benedetto XVI, chi crede non è mai solo. Perciò incontriamo veramente Cristo nella Chiesa, cioè nella comunione di coloro che il Signore stesso riunisce attorno a sé per farsi incontro, lungo la storia, ad ogni uomo che sinceramente lo cerca.
Ritornare alle sorgenti della fede per ripartire con rinnovato slancio, affrontando le sfide dell’epoca presente con consapevolezza e coraggio. Leone XIV, a proposito del profondo legame dell’amicizia, ricorda quanto questo valore, se opportunamente “educato”, possa diventare fonte di crescita, di conoscenza di sé e un supporto indispensabile per riscoprire la propria dimensione creaturale. Egli ribadisce che — proprio riscoprendo nell’amicizia un’esperienza forte di relazione — si possa gettare un ponte verso la pace nel mondo. Si leggano le sue parole:
Nessuna amicizia è fedele se non in Cristo. È in Lui solo che essa può essere felice ed eterna» (Contro le due lettere dei pelagiani, I, I, 1); e la vera amicizia è sempre in Gesù Cristo con fiducia, amore e rispetto. «Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio» (Discorso 336), ci dice Sant’Agostino. L’amicizia con Cristo, che sta alla base delle fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare.
Come scriveva il beato Pier Giorgio Frassati, «vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità non è vivere, ma vivacchiare» (Lettere, 27 febbraio 1925). Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù, diventano certamente sincere, generose e vere[…]. L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada verso la pace.
L’essere umano, uomo e donna, nella misura in cui coltiva la propria dimensione spirituale, può sviluppare e comprendere — nella fede in Cristo — il senso più profondo del legame dell’amicizia e della relazione in generale. In altre parole, come non riconoscere, in queste profonde esortazioni, il celebre assioma di san Tommaso d’Aquino: la grazia non mortifica la natura dell’essere umano, ma la purifica e la eleva?
Papa Leone XIV ha dunque richiamato l’attenzione dei giovani contemporanei sulla validità educativa della fede, evidenziando come il “discorso su Dio” nel tempo presente sia tutt’altro che marginale, e contribuendo a sottolinearne la cruciale importanza. Infine, ad una ragazza italiana che ha espresso al pontefice la paura e l’incertezza che l’attuale scenario globale genera nei giovani circa una speranza per il futuro, il Papa ha ricordato quanto la fede cristiana – adeguatamente intesa e ancorata alla ragione- costituisca un elemento fondamentale per un percorso formativo ed educativo in merito alla decision making ovvero allo sviluppo e all’acquisizione della capacità di prendere decisioni e compiere scelte consapevoli che concorrono al benessere integrale della personalità dei giovani. Si legga quanto segue:
La scelta è un atto umano fondamentale. Osservandolo con attenzione, capiamo che non si tratta solo di scegliere qualcosa, ma di scegliere qualcuno. Quando scegliamo, in senso forte, decidiamo chi vogliamo diventare. La scelta per eccellenza, infatti, è la decisione per la nostra vita: quale uomo vuoi essere? Quale donna vuoi essere?
Carissimi giovani, a scegliere si impara attraverso le prove della vita, e prima di tutto ricordando che noi siamo stati scelti. Tale memoria va esplorata ed educata. Abbiamo ricevuto la vita gratis, senza sceglierla! All’origine di noi stessi non c’è stata una nostra decisione, ma un amore che ci ha voluti […]. Questa roccia è un amore che ci precede, ci sorprende e ci supera infinitamente: è l’amore di Dio. Perciò davanti a Lui la scelta diventa un giudizio che non toglie alcun bene, ma porta sempre al meglio.
Scommettere su Dio non significa che i giovani debbano evitare le sfide della vita, le difficoltà o i momenti di fallimento. Al contrario, scegliere di affidare la propria vita a Gesù vuol dire avere un punto di riferimento profondo, un orizzonte di senso che aiuta a vivere ogni giorno con la certezza nel cuore di non essere mai soli.
In questo senso, la fede diventa per i giovani una vera e propria ancora: qualcosa a cui aggrapparsi quando si attraversano le tempeste interiori tipiche dell’adolescenza — come i dubbi, le insicurezze, il senso di inadeguatezza, la precarietà e le fragilità emotive e caratteriali.
Credere in Cristo significa anche avere una marcia in più per affrontare la vita con entusiasmo, serenità e ottimismo, nonostante le difficoltà. Il cristianesimo non propone una soluzione già pronta per ogni problema, ma si offre come una bussola: uno strumento capace di orientare i passi dei giovani verso il bene, per costruire insieme quella ‘civiltà dell’amore’ di cui parla il Vangelo.
Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la beatificazione del sacerdote-martire Michał Rapacz
Domenica 15 giugno nel Santuario-chiesa parrocchiale di Płoki, nella Polonia meridionale, all’interno del quale sono custodite le spoglie del beato Michał Rapacz (1904-1946), sacerdote diocesano ucciso a 41 anni da militanti comunisti, si è tenuta una suggestiva celebrazione nella ricorrenza del primo anniversario della sua beatificazione.
Il parroco e Custode del Santuario p. Tadeusz Tylka, assieme ad altri membri del clero e giovani, hanno in tale occasione recitato una litania in onore del sacerdote-martire per implorarne l’intercessione per la pace in Europa e nel mondo. La beatificazione del giovane parroco di Płoki, antico villaggio medievale nel quale era (ed è ancora) molto amato, è stata l’ultima della Polonia cattolica alla fine del pontificato di papa Francesco.
A presiedere la cerimonia, tenutasi il 15 giugno 2024 nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia alla presenza di due pronipoti del beato Rapacz, è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi. Il porporato, in rappresentanza di Papa Francesco, ha ricordato come per il coraggioso sacerdote, prelevato nella notte nella sua canonica e ucciso in un bosco poco distante, «diffondere l’amore a Cristo era il solo antidoto efficace all’ateismo, al materialismo e a tutte quelle visioni del mondo che minacciano la dignità dell’uomo» (Un segno di consolazione in un tempo ferito dalla guerra, L’Osservatore Romano, 15 giugno 2024, p. 11).
Don Rapacz e tutti gli altri martiri uccisi in odium fidei nei regimi comunisti europei, ha aggiunto il card. Semeraro, rimangono «un segno di consolazione da parte di Dio, in un tempo ancora ferito dalla violenza e dalla guerra in molte parti del mondo ed anche non molto lontano da qui» (leggasi Ucraina).
Alle celebrazioni, preghiere e udienze che i Pontefici tengono regolarmente a San Pietro, come noto, non mancano mai gruppi di pellegrini o rappresentanti di parrocchie, istituzioni o associazioni provenienti dalla Polonia, Paese nel quale circa il 92% dei cittadini si dichiara di fede Cattolica.
All’Udienza generale del mercoledì del 18 giugno hanno preso parte, ad esempio, numerosi giovani della scuola cattolica ‘Sacra Famiglia di Nazareth’ e della scuola secondaria generale associata alla ‘Commissione per l’Istruzione Nazionale’, il primo ministero dell’istruzione entrato in funzione al mondo, istituito nel 1775 dall’ultimo re di Polonia Stanislao II Augusto Poniatowski (1732-1798).
Prima del giogo statale ed ideologico imposto dal Partito Comunista polacco nel 1948, tale importante Istituzione scolastico-universitaria era stata rifondata dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946) e, da quarant’anni ormai, ovvero dall’abbattimento nel 1989 della ‘Repubblica Popolare di Polonia’, ha il merito di offrire una formazione umana e cristiana a decine di migliaia di giovani.
Non a caso negli scorsi giorni tre artisti associati all’Università della Commissione per l’Istruzione Nazionale hanno ricevuto le prestigiose Borse di Studio Creative della Città di Cracovia 2025. Questi premi vengono assegnati a persone che, attraverso il loro lavoro, danno un contributo significativo allo sviluppo della cultura della città che ha dato i natali a santi come Stanislao Kostka (1550-1568).
La Borsa di Studio Creativa della Città di Cracovia è stata istituita nel 1994 dal Consiglio Comunale di Cracovia con l’obiettivo di sostenere e promuovere artisti e persone locali impegnate nello sviluppo e nella promozione della cultura. Per quasi trent’anni, questo programma è stato un elemento importante del sistema di mecenatismo culturale della città. Grazie alle borse di studio, centinaia di artisti di Cracovia hanno realizzato i propri progetti: dalle attività artistiche, alle iniziative educative, fino a forme innovative di animazione culturale.
Il 29 settembre 2005 proprio l’arcivescovo di Cracovia, ovvero il più stretto collaboratore per tanti anni di san Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanisław Dziwisz, ha dato lo slancio per la finalizzazione del processo di beatificazione di don Michele Rapacz. Il 30 giugno 2017 i lavori diocesani furono infatti chiusi con la trasmissione degli atti alla Congregazione delle Cause dei santi a Roma.
La stessa in poco tempo confermò la validità del processo diocesano e, dopo un approfondito esame dei materiali raccolti, la congregazione ordinaria dei cardinali e dei vescovi diedero quel parere tanto atteso riconoscendo che il martirio del giovane parroco ucciso in odio alla fede. Papa Francesco lo ha confermato nel suo decreto firmato il 24 gennaio 2024, consentendo così la beatificazione del 15 giugno dello stesso anno.




























