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San Giovanni Paolo II: un papa nella storia
Karol Józef Wojtyła nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina polacca situata a 48 km a sud-ovest di Cracovia. Era il terzo figlio di Emilia, nata Kaczorowska (1884-1929), e di Karol Wojtyła senior (1879-1941). Essendo un ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico, egli volle dare al terzogenito il nome dell’ultimo imperatore asburgico, Carlo I ma, durante la giovinezza, venne chiamato da amici e familiari ‘Lolek’. Karol subì varie perdite tra cui la madre nel 1929. Quando Karol, che aveva nove anni, seppe della notizia, disse: ‘Era la volontà di Dio’.
Dopo questo evento, suo padre, uomo molto religioso, si impegnò per fare studiare il figlio Karol, il quale visse la sua gioventù in stretto contatto anche con l’allora numerosa comunità ebraica di Wadowice. Nell’estate del 1938, Karol e il padre, da Wadowice si trasferirono a Cracovia. Qui il giovane si iscrisse all’Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno, non si limitò a studiare filologia, lingua e letteratura polacca, ma prese anche lezioni private di francese.
Lavorò come bibliotecario volontario e fece l’addestramento militare obbligatorio nella legione accademica. Alla fine dell’anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell’opera fiabesca ‘The Moonlight Cavalier’, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale e studiò varie lingue, così da conoscerne e parlarne undici: polacco, slovacco, russo, italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino, inglese, latino ecclesiastico ed esperanto.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Karol e suo padre fuggirono da Cracovia verso est, come migliaia di altri polacchi. Durante la fuga, a volte, si nascosero nei fossi per sfuggire alla Luftwaffe. Dopo avere camminato per duecento chilometri, a causa dell’invasione sovietica della Polonia, furono costretti a tornare a Cracovia.
Nel novembre seguente, 184 accademici dell’Università Jagellonica furono arrestati e l’Università chiusa. Tutti i maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un ristorante. Questo lavoro gli permise di continuare gli studi, la carriera teatrale e atti di resistenza culturale. Intensificò anche lo studio del francese.
Anche grazie al sostegno della sua insegnante di francese, dall’autunno del 1940, Karol iniziò a lavorare nelle cave di pietra della Solvay. Questo lo risparmiò dal lavoro forzato in Germania. L’azienda, infatti, produceva soda caustica, particolarmente importante nel periodo bellico. Il lavoro presso la Solvay durò fino al 1944, nel frattempo, il padre morì nel 1941. Nel 1942, Karol entrò nel seminario clandestino diretto dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha. Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro alla cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale, riportando un trauma cranico acuto, numerose escoriazioni e una ferita alla spalla. Secondo la biografia del papa, scritta da George Weigel, essere sopravvissuto a questo, confermò a Wojtyła la propria vocazione religiosa.
Nel 1944, dopo la rivolta di Varsavia, il 6 agosto la Gestapo rastrellò Cracovia, deportando i giovani maschi per evitare una simile ribellione. Quando la Gestapo perquisì la casa di Wojtyła, egli riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta. Si rifugiò nel Palazzo vescovile, dove rimase fino alla fine della guerra. Quando i tedeschi lasciarono la città, i seminaristi restaurarono il vecchio seminario.
Karol Wojtyła venne ordinato presbitero il 1º novembre 1946 dall’arcivescovo di Cracovia, poi si trasferì a Roma per continuare gli studi teologici presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Nella tesi di dottorato, che aveva per tema la dottrina della fede in San Giovanni della Croce, Wojtyła si concentrò sulla natura personale dell’incontro tra l’uomo e Dio.
Nel 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowić, a venticinque chilometri da Cracovia. Nel 1949, fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Insegnò etica all’Università Jagellonica e, poi, all’Università Cattolica di Lublino.
A Cracovia si distinse per la sua attività di opposizione al regime comunista. In particolare, fece pubblicare a puntate nel suo giornale diocesano alcuni libri usciti all’epoca e colpiti dalla censura comunista. Tra questi Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato della scrittrice fiorentina Oriana Fallaci. Nel 1958, fu nominato vescovo titolare di Ombi e ausiliare di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida dell’arcidiocesi come vicario capitolare. Il 13 gennaio 1964, papa Paolo VI lo nominò arcivescovo di Cracovia.
Wojtyła partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura della Dignitatis Humanae e della Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti e influenti prodotti dal concilio intervenendo saggiamente in vari schemi preparatori. Poi partecipò alla Pontificia commissione per il controllo della popolazione e delle nascite.
Il 26 giugno 1967 fu nominato cardinale di San Cesareo in Palatio da papa Paolo VI. Nell’agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI, partecipò al conclave che si concluse con l’elezione di Albino Luciani, ( papà Giovanni Paolo I), il patriarca di Venezia, il quale fu papa per soli 33 giorni. In ottobre, Wojtyła fece ritorno in Vaticano per il nuovo conclave.
Dopo 455 anni dalla nomina di papa Adriano VI, eletto nel 1522, il quale era olandese, fu chiamato a capo delia Chiesa un papa straniero. Nonostante i favoriti fossero Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, e Giovanni Benelli, arcivescovo di Tusuros (Senegal) Wojtyła, venne eletto all’ottavo scrutinio, con grande stupore di tutto il mondo.
Alle 18:18 del 16 ottobre 1978 dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca. Poco meno di mezz’ora dopo, alle 18:45, il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò l’avvenuta elezione. Pare che Wojtyła volesse scegliere come nome pontificale Stanislao, in onore del santo patrono della Polonia. Non essendo però un nome che rientrava nella tradizione romana, il papa scelse di chiamarsi Giovanni Paolo II, per ricordare il predecessore. Pare che Papa Luciani avesse detto di volersi chiamare Giovanni Paolo I perché certo che sarebbe venuto un Giovanni Paolo II.
Quando si presentò alla folla, contrariamente a quanto previsto dal cerimoniale, decise di rivolgere un discorso di saluto, definendosi «un nuovo vescovo di Roma […] chiamato da un paese lontano» e catturando la simpatia degli italiani dicendo: «se mi sbaglio mi corrigerete!».
Nell’ Omelia per la messa di inizio del pontificato, il papà disse: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»
Egli continuò a rinnovare le celebrazioni e ad avvicinarsi alla gente facendo a meno di parte della simbologia e del cerimoniale tradizionale al fine di rendere il suo pontificato meno simile a un vero e proprio regno. Decise anche di non usare il plurale maiestatis, riferendosi a sé stesso con ‘Io’ e non con i ‘Noi’. Celebrò una semplice messa al posto della tradizionale cerimonia di incoronazione papale. Il suo stemma, come quello dei predecessori, fu sormontato dal triregno un copricapo extra-liturgico adottato dai papi, sia negli stemmi sia nelle apparizioni pubbliche, visto spesso come un simbolo di potere terreno e di ricchezza, ma egli disse:
“Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi”.
Così egli utilizzò la mitra. Il papa volle iniziare il suo pontificato rendendo omaggio ai due patroni d’Italia, visitando Assisi, per venerare san Francesco e la basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di santa Caterina da Siena. Il suo pontificato fu caratterizzato da un’intensa attività pastorale in tutto il mondo, operando per la pace, il miglioramento delle relazioni con le altre religioni, in primo luogo con anglicani e ortodossi. Riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele e chiese perdono per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i ‘fratelli maggiori’ nel corso dei secoli.
Italiani nel mondo: non dimenticare la migrazione italiana
“Non ci dobbiamo dimenticare dei volti dei migranti, sia quelli che arrivano nel nostro Paese sia i vostri, quelli dei tanti italiani che sono partiti o che stanno partendo. Ecco perché relegare la questione migrazione al tema dell’irregolarità o della clandestinità, applicando leggi disumane e facendo accordi con Paesi terzi per bloccare i flussi, serve solo per deumanizzare e non vedere che dietro il fenomeno migratorio ci sono persone in carne e ossa con le loro speranze”: così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, ha esordito per presentare, giovedì 17 marzo, il Rapporto Italiani nel Mondo 2024 (RIM), realizzato dalla Fondazione Migrantes, a New York, nella Saint Patrick’s Old Cathedral School.
Durante l’incontro il presidente delle Acli ha evidenziato che non bisogna dimenticare l’emigrazione italiana: “In questo modo rischiamo anche di deumanizzare noi stessi, come se fossimo senza memoria e avessimo dimenticato l’emigrazione italiana, con le fatiche e le umiliazioni subite dai nostri connazionali. L’antidoto oggi è gestire il fenomeno migratorio, quindi accogliere e integrare con diritti e doveri, per creare responsabilità e accettare il contributo che ciascuno può portare”.
Inoltre ha esortato gli italiani all’estero ad aiutare gli italiani a non dimenticare la propria storia: “Vorrei poi sottolineare un punto molto importante, e cioè che noi siamo cittadini europei di nazionalità italiana e vogliamo rivendicare la nostra appartenenza a un modello di pace, convivenza e sviluppo sociale che ha accompagnato le nostre generazioni, compiendo un sogno che sembrava impossibile: far vivere in pace, sviluppo e libertà popolazioni che si sono odiate per secoli. Quello è il modello di cittadinanza che vorremmo per il mondo. Agli oltre 6.000.000 di italiani all’estero dico: non dimenticateci. Aiutateci a leggere i nostri contesti, esercitate i vostri diritti e doveri. Avete il diritto di voto: la vostra partecipazione alla vita del nostro Paese è troppo importante per perderla”.
Secondo il Rapporto ‘Italiani nel mondo’ 2024 il 23,2% di chi è all’estero ha tra i 35 e i 49 anni, mentre il 21,7% appartiene alla fascia di età 18-34 anni. Ma nello stesso tempo esiste anche una certa mobilità degli over 50 definita come ‘mobilità previdenziale’, dimostrata in particolare dal fatto che gli over 65 sono aumentati del 12,9%.
Inoltre dal 2020 a oggi, l’Italia conta circa 652.000 residenti in meno, mentre gli italiani residenti all’estero sono oltre 6.000.000. Secondo il ministero dell’Interno, invece, per quanto riguarda gli sbarchi dei migranti in Italia, tra 2020 e 2024, si è raggiunta la cifra di poco superiore a 430.000 persone.
Cifre confermate da Delfina Licata, curatrice del RIM, che ha sottolineato il lungo tempo trascorso per presentare questo rapporto in America: “Nel frattempo i connazionali all’estero sono raddoppiati e in America sono cresciuti di oltre il 70%. Un’America e una New York profondamente cambiate da quel lontano 2006, anno della prima pubblicazione del Rapporto che la Fondazione Migrantes dedica alla mobilità italiana.
Oggi siamo diventati una nazione dalle migrazioni plurime e complesse, pienamente protagonisti del cosmopolitismo e della circolazione europea, ma che soffre per una migrazione malata perché unidirezionale. Il lavoro da compiere è quello di guarire il processo migratorio trasformandolo da unidirezionale a circolare, unendo le partenze agli arrivi e ai ritorni. E questo lavoro è innanzitutto culturale. Ma dalla guarigione della ferita migratoria, che vede esaltare la perdita e non l’opportunità, occorre passare alle azioni concrete”.
Mentre Matteo Bracciali, membro della commissione scientifica del Rapporto Italiani nel Mondo e vicepresidente della Federazione delle Acli Internazionali, si è concentrato sul capitolo dedicato alla cittadinanza: “I numerosi saggi del Rapporto sul tema della cittadinanza, messa a confronto in molti Paesi del mondo, restituiscono una narrazione positiva fatta di persone che vogliono entrare a far parte di una comunità per condividerne i valori, goderne i diritti e ottemperare ai doveri.
Questi elementi devono essere alla base della riforma della legge sulla cittadinanza, che dopo 33 anni ha bisogno di essere aggiornata al contesto sociale di oggi per dare risposta ai ragazzi nati e cresciuti in Italia che chiedono di essere italiani e per rendere responsabili e consapevoli le nuove generazioni di italiani nel mondo”.
La chiusura dei lavori è stata affidata a mons. Gian Carlo Perego che ha sottolineato l’importanza della cittadinanza, quale occasione di rigenerazione dei territori: “Il nostro Paese ha bisogno di aprirsi a chi desidera una vita migliore per creare generatività nel tessuto sociale e non di chiudersi provocando la morte di territori e comunità.
Il nostro Paese ha bisogno di una nuova lettura della propria storia di Paese di migrazioni in arrivo e in partenza che non è una sola storia di povertà ma è soprattutto un presente di sacrificio e riuscita, di comunità come quella intorno a Saint Patrick, giovane e dinamica, con il desiderio di stare insieme e riconoscersi in una italianità che viene sicuramente plasmata dalla migrazione, ma che non si allontana dall’affetto delle radici ben salde.
Il nostro Paese ha bisogno di fare memoria con il volto proiettato non verso le spalle, ma davanti a sé per costruire un futuro in mobilità, partecipativo e partecipato nell’epoca delle migrazioni. Il nostro Paese ha, infine, bisogno di una cultura nuova che parta dallo studio rigoroso del presente che dall’analisi dei dati scientifici ci porti alla narrazione del chi siamo, volti e storie di un popolo in cammino”.
(Foto: Acli)
Card. Repole: la preghiera è respiro per la vita
“La preghiera con cui Gesù si è rivolto personalmente a Dio ci ha permesso di scoprire chi siamo, quale sia la nostra identità più vera e profonda. Io non sono il frutto del caso. Sono una creatura di Dio, sono voluto e fato da Lui, sono costantemente mantenuto in vita da Lui. Una preghiera antica, pensando a tutti gli esseri viventi ed in particolare all’uomo, si rivolge a Dio con delle parole toccanti: ‘Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra’. E’ un modo poetico per dire che non siamo solo stati creati in un momento del passato, ma che in ogni istante, anche adesso, sono l’alito e il respiro di Dio che ci permettono di essere vivi e di respirare”.
Con queste parole è iniziato il dialogo dell’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole con i giovani sull’approfondimento della Parola di Dio, in quanto Egli ha creato l’uomo nella prospettiva di Gesù: “E tuttavia io sono, tra tutti gli esseri viventi, una creatura davvero speciale. Dio mi ha creato pensando a Gesù, in attesa di Lui, ad immagine Sua. Ascoltando la sua preghiera, sentendo che Lui si rivolge a Dio chiamandolo Padre, percependo che Egli ha un rapporto intorno con Lui ed è totalmente abbandonato nelle sue mani, scopriamo allora che anche noi uomini siamo, in Lui e attraverso di Lui, figli di Dio.
Anche noi abbiamo accesso ad un rapporto intimo con Dio; anche noi siamo tanto più noi stessi quanto più ci sentiamo sostenuti ed abbracciati da Dio Padre e siamo abbandonati a Lui; anche noi ci sentiamo tanto più realizzati quanto più attraversiamo la vita sapendoci accompagnati da Gesù e fidandoci, con Lui e come Lui, di Dio che è nostro Padre”.
La paternità di Dio si manifesta nella preghiera: “Attraverso di esse, infatti, ci rivolgiamo a Dio non come ad un Essere superiore, ad una entità astratta. Ci rivolgiamo a Lui chiamandolo e riconoscendolo come Padre e Padre nostro. Pregando così, diciamo di percepirci, con Gesù e per mezzo di Lui, figli di Dio , di ricevere costantemente la sua vita di Padre e di avere con Lui un rapporto personale.
Pregando così, diciamo di percepirci come unici, ma non soli: Dio è il Padre nostro, e dunque tra di noi siamo fratelli, tra noi circola la stessa vita di Dio. Io posso contare su di te e tu puoi contare su di me, io mi sento responsabile di te e so di essere custodito e amato da te”.
Gesù insegna una preghiera diversa: “E’ molto istruttivo il fatto che Gesù dica di non pregare come fanno gli ipocriti, che pregano con l’intenzione di farsi vedere, ed inviti a non sprecare le parole come fanno i pagani. Come a dire che con le parole del ‘Padre nostro’ ci viene consegnato il modo proprio di pregare dei cristiani, il prototipo ed il significato di ogni loro preghiera”.
Perciò è stato un invito ad ‘impararle’ per capire il senso: “Certo, noi dobbiamo imparare queste parole a memoria e siamo chiamati a recitarle almeno alcune volte al giorno, specie al mattino quando ci svegliamo e alla sera prima di addormentarci. Ma ascoltando e recitando proprio queste parole impariamo poco per volta quale sia il senso della preghiera, quale significato abbia per noi esseri umani la preghiera, che cosa vi si esprime, come si debba pregare”.
Con la preghiera del ‘Padre Nostro’ Gesù sconfigge la nostra solitudine: “Nel consegnarci questa preghiera Gesù ci permette di prendere in mano quello che è, probabilmente, il nostro amore più grande e il nostro desiderio più intenso. Posso temere di essere solo, di essere abbandonato in balia di me stesso, di avere in mano la vita senza sapere che cosa farne. Ed, all’inverso, ciò che più desidero è entrare in relazione con qualcuno, essere visto, rompere la solitudine e l’isolamento. Le parole che Gesù ci consegna ci permettono di entrare in un dialogo con il Padre”.
Quindi la preghiera non invita all’isolamento: “Nella preghiera scopro che Dio mi parla, che parla proprio a me, che mi dice che Lui non mi dimentica, mi ha in mente, mi accompagna, che Lui mi ha a cuore, che è Lui che rompe il mio isolamento. La preghiera è un dialogo all’interno di una relazione che nasce prima di tutto dall’ascolto di un Dio che desidera parlarmi, stare con me.
All’interno di questa relazione anche io posso affidare a Dio ciò che vivo, ciò che più mi sta a cuore. Entro in relazione con Dio che si prende a cuore la mia vita, a cui posso affidare la mia esistenza. La preghiera è fondamentalmente un dialogo in cui Dio mi parla e mi ascolta”.
Inoltre nella preghiera si chiede la venuta del Regno di Dio: “Riconosciamo con queste parole che non è poi così vero che per essere veramente realizzato, come donne e come uomini, dobbiamo fare sempre quello che vogliamo e, soprattutto, dobbiamo avere sempre tutto sotto il nostro controllo. Quando viviamo con questo atteggiamento in realtà siamo spesso in preda all’ansia, ci troviamo a spendere mille energie per trovare un attimo di pace, rischiamo di sentirci frustrati e persino falliti quando le cose non vanno come le abbiamo programmate.
In ogni caso, siamo sempre in balia degli eventi perché, per quanto controlliamo e decidiamo, molto di quello che accade non dipende da noi ed è fuori dal nostro controllo. Le parole della preghiera ci dicono che il segreto della nostra umanità è altrove: sta nel percepire che la storia è nelle mani di Dio, che non è poi così decisivo il fato che controlliamo tutto, che ciò che conta davvero è la sua volontà, che è una volontà di bene e di vita per tutti e per ognuno”.
In questo consiste la bellezza della preghiera: “Il segreto della vita è dire: io mi affido a te o Padre; so che, qualunque cosa accada, tu vuoi il mio bene e desideri la mia gioia; percepisco che voglio
davvero il mio bene quando cerco e desidero quello che cerchi e desideri tu. Diciamo anche non abbandonarci alla tentazione, ammettendo che siamo fragili ma che possiamo contare sulla presenza e la vicinanza di Dio. Non siamo perfetti, possiamo inciampare e cadere, possiamo talvolta
sbagliare il bersaglio e cercare la vita là dove invece incontriamo solo la morte. Ma abbiamo la possibilità di riconoscerlo senza timori; e soprattutto possiamo vedere che anche quando ci distacchiamo da Dio, Lui non si distacca da noi, ci è vicino, ci accompagna: se cadiamo, ci rialza; se ci allontaniamo, continua a tenderci la mano”.
In questo senso la preghiera illumina la vita: “Se Gesù ci consegna la preghiera del «Padre nostro» e se è necessario ogni tanto trovare degli spazi di isolamento, di solitudine e di silenzio per entrare in relazione con Dio, per dare respiro all’anima e ritrovare il segreto del nostro essere donne e uomini, non è perché il resto della vita sia meno importante o sia privo di interesse.
Al contrario, il momento della solitudine e della preghiera serve ad illuminare ogni altro attimo
della nostra vita. Preghiamo per trovare il senso profondo di tutto il tempo in cui non preghiamo, per vivere in pienezza ogni istante della nostra esistenza e ogni attività in cui siamo immersi ed impegnati. Ci potremmo anche esprimere in questo modo: di tanto in tanto, nella nostra settimana e nelle nostre giornate, ci ritiriamo in preghiera perché tuta la nostra vita sia animata dallo Spirito di Gesù che ci permette di pregare”.
In questo modo la preghiera si fonde con la vita: “Preghiamo perché tutta la nostra vita, in tutte le sue fibre e in tutti i suoi attimi, sia in definitiva la preghiera più bella rivolta a Dio. Possiamo infatti essere intelligenti o meno, capaci o meno capaci, più leader o più gregari, di successo o no… ma ciò che davvero conta di noi è quanto la nostra vita è vissuta in intimità con Dio e con i fratelli. Se c’è questo, c’è tutto. Quando c’è questo, sperimentiamo tuta la felicità di cui disponiamo in questo nostro mondo”.
(Foto: diocesi di Torino)
Assunta Steccanella è la nuova vicepreside della Facoltà Teologica del Triveneto
Il preside, don Maurizio Girolami, rende noto che il gran cancelliere, S.E. mons. Francesco Moraglia, in data 8 gennaio 2025 ha nominato la prof.ssa Assunta Steccanella vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto per il quadriennio accademico 2025-2028. La professoressa, attualmente direttrice del Ciclo di licenza della Facoltà, succede allo stesso don Maurizio Girolami, che dal primo settembre 2024 è divenuto preside. E’ la prima donna e laica ad assumere nella Facoltà questo incarico, finora ricoperto da presbiteri.
Assunta Steccanella è sposata, ha tre figli, ed è teologa pastoralista. Si occupa di catechesi e di formazione degli adulti. Ha compiuto gli studi istituzionali di Teologia presso lo Studio teologico del Seminario di Vicenza, che si sono conclusi con il baccalaureato (2004) conseguito all’Istituto teologico Sant’Antonio Dottore di Padova; ha poi conseguito la Licenza (2009) e il Dottorato (2013) alla Facoltà teologica del Triveneto.
E’ docente stabile straordinaria per la cattedra di Teologia pastorale presso la stessa Facoltà, dove insegna dal 2010, e presso l’Istituto superiore di Scienze religiose ‘Mons. A. Onisto’ di Vicenza. Nel 2020 è stata nominata pro-direttrice del ciclo di Licenza e, nel 2023, direttrice. Oltre a diversi articoli in riviste, contributi e curatele in volumi miscellanei, ha pubblicato ‘Segni dei tempi. Dialogo tra Vangelo e storia’, Padova 2024; ‘Ascolto attivo. Nella dinamica della fede e nel discernimento pastorale’, Padova 2020; ‘Alla scuola del Concilio per leggere i segni dei tempi’, Padova 2014.
Il gran cancelliere ha inoltre confermato per un secondo mandato nel quadriennio accademico 2025-2028 i membri del Consiglio di amministrazione della Facoltà teologica del Triveneto: dott. Marco Pasquale Aliotta, dott. Roberto Battiston e dott. Lorenzo Gassa.
Da Betlemme il card. Pizzaballa chiede la grazia di vivere il Natale
Mentre a Roma papa Francesco apriva la Porta Santa a Betlemme il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrava la messa della notte di Natale con la ‘fatica’ dell’annuncio della nascita di Gesù, in quanto ancora non c’è pace: “Non ho problemi quest’anno a riconoscere la mia fatica ad annunciare a voi che siete qui e a quanti da tutto il mondo guardano a Betlemme la gioia del Natale di Cristo. Il canto degli Angeli, che cantano gloria, gioia e pace mi sembra stonato dopo un anno faticoso, fatto di lacrime, sangue, sofferenza, speranze spesso deluse e progetti infranti di pace e di giustizia. Il lamento sembra sopraffare il canto e la rabbia impotente sembra paralizzare ogni cammino di speranza”.
Di fronte a queste difficoltà il patriarca ha indicato la testimonianza dei pastori: “Mi sono chiesto più volte in queste ultime settimane come vivere, se non superare, questa fatica, questa spiacevole sensazione di inutilità delle parole, anche quelle della fede, di fronte alla durezza della realtà, alla evidenza di una sofferenza che pare non voler finire.
Mi sono però venuti in soccorso i pastori del Natale che, come me e i vescovi e i presbiteri di questa terra, vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Essi in quella notte, che è questa, hanno ascoltato gli angeli credendoci. Ed allora mi sono deciso ad ascoltare anche io, di nuovo, il racconto del Natale dentro il contesto sofferto nel quale ci troviamo, non molto diverso dal contesto di allora”.
Ed ecco il racconto evangelico della nascita di Gesù: “Mi ha colpito questo aspetto: Giuseppe e Maria vivono la grazia del loro Natale, del vero Natale, non in un modo, in un tempo o in circostanze decise da loro, o particolarmente favorevoli. Una volontà imperialistica di potenza governava allora il mondo e pensava di deciderne i destini, sociali ed economici. Questa nostra Terra Santa in quel tempo era soggetta a giochi di interessi internazionali non meno di oggi.
Un popolo di poveri viveva facendosi registrare, contribuendo con la propria fatica e il proprio lavoro al benessere di altri…. Eppure, senza lamentarsi, senza rifiutarsi, senza ribellarsi, Giuseppe e Maria vanno a Betlemme, disposti al Natale proprio lì. Rassegnazione la loro? Cinismo? Impotenza? Inettitudine? No! Era fede! E la fede, quando è profonda e vera, è sempre uno sguardo nuovo e illuminato sulla storia, perché chi crede, vede!”.
Grazie a Giuseppe e Maria Dio si può incarnare nella storia: “E cosa hanno visto Giuseppe e Maria? Hanno visto, per la parola dell’Angelo, Dio nella storia, il Verbo farsi carne, l’Eterno nel tempo, il Figlio di Dio fatto uomo! Ed è quello che vediamo anche noi qui, stanotte, illuminati dalla Parola evangelica.
Noi vediamo in questo Bambino il gesto inedito e inaudito di un Dio che non fugge la storia, non la guarda indifferente da lontano, non la rifiuta sdegnato perché troppo dolorosa e cattiva ma la ama, la assume, vi entra con il passo delicato e forte di un Bambino appena nato, di una Vita eterna che riesce a farsi spazio, nella durezza del tempo, attraverso cuori e volontà disponibili ad accoglierla. Il Natale del Signore è tutto qui: attraverso il Suo Figlio, il Padre si coinvolge personalmente nella nostra storia e se ne carica il peso, ne condivide la sofferenza e le lacrime fino al sangue, e le offre una via di uscita di vita e di speranza”.
Nell’omelia il card. Pizzaballa ha sottolineato il ‘modo’ con cui Dio entra nella storia: “Egli però non vi entra in concorrenza con gli altri potenti di questo mondo. La potenza dell’amore divino non è semplicemente più potente del mondo ma è diversamente potente… Il passo con cui Dio entra nella storia è quello dell’Agnello, perché solo l’Agnello è degno di potenza e forza, e solo a lui appartiene la salvezza.
I Cesari Augusti di questo mondo sono dentro il circolo vizioso della forza, che elimina a vicenda i nemici per crearne sempre di nuovi (e dobbiamo constatarlo amaramente ogni giorno). L’Agnello di Dio, invece, immolato e vittorioso, vince, perché vince davvero, guarendo alla radice il cuore violento dell’uomo, con l’amore disposto a servire e a morire, generando così vita nuova. Maria e Giuseppe, mentre sembrano obbedire passivamente a una storia più grande di loro, in realtà l’hanno attraversata e dominata con il passo di chi guarda a Dio e al suo progetto, e vi fanno entrare gloria e pace”.
E’ questa la scelta di Dio, a cui i cristiani sono chiamati: “Anche noi possiamo e dobbiamo abitare questa nostra terra e vivere questa nostra storia: non costretti, però, e nemmeno rassegnati o, ancor meno, pronti a fuggire appena possibile. Noi siamo chiamati dagli Angeli di questa notte a viverla con fede e speranza. Anche noi come Giuseppe e Maria, come i pastori, dobbiamo scegliere e deciderci: accogliere con fede l’annuncio dell’angelo, o andarcene per la nostra strada”.
E’ una scelta di campo: “Credere o lasciare. Decidersi per Cristo e fare nostro lo stile di Betlemme, lo stile di chi è disposto a servire con amore e scrivere una storia di fraternità. Oppure assumere lo stile di Cesare Augusto, Erode e tanti altri, e scegliere di appartenere a chi presume di scrivere la storia con il potere e la sopraffazione”.
Però in questa scelta Dio non abbandona: “Il Bambino di Betlemme ci prende per mano questa notte e ci conduce con Lui dentro la storia, ci accompagna ad assumerla fino in fondo e a percorrerla con il passo della fiducia e della speranza in Lui. Egli non ha avuto paura di nascere in questo mondo né di morire per esso (non horruisti Virginis uterum). Ci chiede di non avere paura delle potenze di questo mondo, ma di perseverare nel cammino della giustizia e della pace”.
E’ stato un invito a percorrere le strade tracciate da Dio: “Noi possiamo e dobbiamo, come Giuseppe e Maria, come i pastori e i magi, percorrere le vie alternative che il Signore ci indica, trovare gli spazi adatti dove possano nascere e crescere stili nuovi di riconciliazione e di fraternità, fare delle nostre famiglie e delle nostre comunità le culle del futuro di giustizia e di pace, che è già iniziato con la venuta del Principe della Pace.
E’ vero: siamo pochi e forse anche insignificanti nelle costellazioni del potere e nello scacchiere dove si giocano le partite degli interessi economici e politici. Siamo però, come i pastori, il popolo cui è destinata la gioia del Natale ed è partecipe della vittoria Pasquale dell’Agnello”.
Ecco il motivo per cui i cristiani sono ‘pellegrini di speranza’: “Noi cristiani, infatti, non attraversiamo la storia da turisti distratti e indifferenti e nemmeno come nomadi senza meta sballottati qua e là dagli eventi. Noi siamo pellegrini, e pur conoscendo e condividendo le gioie e le fatiche, i dolori e le angosce dei nostri compagni di strada, camminiamo verso la meta che è Cristo, vera porta santa spalancata sul futuro di Dio. Noi osiamo credere che, da quando il Verbo qui si è fatto carne, in ogni carne e in ogni tempo egli continua a fecondare la storia, orientandola alla pienezza della gloria”.
Questo è il ‘canto degli angeli’, che ancora oggi risuona in chi soffre: “E così, carissimi, proprio quest’anno, proprio qui, ha ancora più senso ascoltare il canto degli angeli che annunciano la gioia del Natale! Proprio ora ha senso ed è bello vivere l’Anno santo del Signore, anzi, l’Anno santo che è il Signore! Quel canto infatti non è stonato, ma rende stonati i rumori di guerra e la vuota retorica dei potenti! Quel canto non è troppo debole ma risuona con forza dentro le lacrime di chi soffre, e incoraggia a disarmare la vendetta con il perdono. Possiamo essere pellegrini di speranza anche dentro le strade e tra le case distrutte della nostra terra, perché l’Agnello cammina con noi verso il trono della Gerusalemme celeste”.
Questo è il Giubileo: “L’anno del giubileo, secondo la tradizione biblica, è un anno speciale in cui vengono liberati i prigionieri, cancellati i debiti, le proprietà vengono restituite e anche la terra riposa. È un anno nel quale si fa esperienza della riconciliazione con il prossimo, si vive in pace con tutti e si promuove la giustizia. Un anno di rinnovamento spirituale, personale e comunitario. Avviene questo perché, con il giubileo, è Dio che per primo cancella tutti i debiti con noi. E’ l’anno della riconciliazione tra Dio e l’uomo, dove tutto si rinnova. E Dio vuole che tale riconciliazione si completi nel rinnovo della vita e delle relazioni tra gli uomini. E’ il mio augurio per questa nostra Terra Santa, che ha bisogno più di tutti di un vero giubileo”.
Il giubileo è occasione di un nuovo inizio: “Abbiamo bisogno di un nuovo inizio in tutti gli ambiti della vita, di nuova visione, di coraggio di guardare al futuro con speranza, senza arrendersi al linguaggio della violenza e dell’odio, che invece chiudono ogni possibilità di futuro. Possano le nostre comunità vivere un vero rinnovamento spirituale. Che anche per noi in Terra Santa, dunque, ci sia questo nuovo inizio: che vengano rimessi i debiti, siano liberati i prigionieri, siano restituite le proprietà e si possano davvero iniziare con coraggio e determinazione percorsi seri e credibili di riconciliazione e di perdono, senza i quali non ci sarà mai vera pace”.
L’omelia è conclusa con un pensiero agli abitanti di Betlemme e di Gaza: “Voglio ringraziare i nostri fratelli di Gaza, che ho potuto nuovamente incontrare di recente. Rinnovo a voi, cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera, la nostra vicinanza e la nostra solidarietà. Non siete soli. Davvero voi siete un segno visibile si speranza in mezzo al disastro della totale distruzione che vi circonda. Ma voi non siete distrutti, siete ancora uniti, saldi nella speranza. Grazie della vostra meravigliosa testimonianza di forza e di pace!
Un pensiero va anche a voi cari fratelli e sorelle di Betlemme. Anche quest’anno per voi è stato un Natale triste, all’insegna dell’insicurezza, della povertà, della violenza. Il giorno più importante per voi, è vissuto ancora una volta nella fatica e nell’attesa di giorni migliori. Anche a voi dico: coraggio! Non dobbiamo perdere la speranza. Rinnoviamo la nostra fiducia in Dio. Lui non ci lascia mai soli. E qui a Betlemme, proprio noi celebriamo il Dio-con-noi e il luogo dove si è fatto conoscere. Coraggio. Vogliamo che da qui ancora risuoni per tutto il mondo lo stesso annuncio di pace di duemila anni fa! Allora con i pastori andiamo a vedere sempre di nuovo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.
‘Il sale’ è il nuovo album del Kantiere Kairòs
Un viaggio musicale alla scoperta di persone che si sono fatte ‘sale della terra e luce del mondo’: è il senso del nuovo album ‘Il sale’, firmato dalla christian rock band Kantiere Kairòs con l’etichetta discografica La Gloria. Qui il trailer (https://youtu.be/m2mrP_oIEnI) ufficiale che evidenzia il filo rosso dell’album realizzato in studio, disponibile su tutte le piattaforme e in formato fisico.
‘Non è solo musica, ma il racconto vivo dei nostri ultimi sei anni’, spiega la band cosentina di musica cristiana, formata da Antonello Armieri (voce e chitarra acustica), Davide Capitano (basso), Gabriele Di Nardo (batterista), Giuseppe Di Nardo (chitarre); “Prima della pandemia, immaginavamo il nuovo lavoro come una naturale continuazione del percorso avviato con ‘Il soffio’ (2013) ed ‘Il seme’ (2017):
Dio che ispira, semina nel cuore e trasforma chi lo accoglie in sale per il mondo. Era questo il messaggio che volevamo condividere. Poi è arrivato il 2020, cambiando tutto tranne il nostro intento. Anzi, la visione si è rafforzata, grazie agli amici e colleghi che hanno camminato con noi in quei mesi difficili. Con loro abbiamo potuto raccontare di quel seme divenuto frutto, anzi, quelle vite trasformate in capolavori”.
Così, prosegue il gruppo calabrese, “abbiamo intrecciato queste storie, vecchie e nuove, in un unico mosaico. Perché i veri protagonisti di questo concept album sono coloro che, con la loro testimonianza, sono diventati ‘sale della terra’. Alcuni sono diventati esempi di vita quotidiana e un riferimento per noi, altri ci hanno ispirati direttamente, lasciando segni indelebili con la loro luce, la loro scelta di accogliere Dio pienamente e vivere la Sua volontà.
Abbiamo condiviso un pezzo del nostro cammino con loro, che ci ricordano una verità profonda: la santità non è irraggiungibile. Anche nella loro umanità mostrano che Dio ama ciascuno di noi in modo unico e speciale, vive in ciascuno di noi e ci dona la grazia di diventare “sale della terra e luce del mondo”».
Le 14 canzoni fanno scoprire o conoscere meglio Carlo Acutis (‘Ctrl + D’), Chiara Corbella Petrillo (‘Siamo nati’), Natuzza Evolo (‘Natuzza’), Mario Borzaga (‘Fino alla fine’); portano a incrociare la strada delle Figlie di San Giuseppe di Rivalba (‘Oltre la ragione’), delle Scintille di Maria (‘Bruciare d’amore’), della samaritana al pozzo (‘Parlami ancora’); riavvicinano a Maria (‘Complice a Cana’), Giuseppe (‘Il custode’), Chiara d’Assisi (‘Tra le mani di chi prega’) ed ai martiri di ogni giorno (‘Nel bene’), con duetti straordinari insieme a Dajana, i Reale e fra Alessandro Brustenghi, perché è solo insieme che ‘ogni cosa fatta insieme splende di luce’ (‘Dall’amore in poi’).
A cucire fra loro tutte le storie i singoli ‘Sono speciale’ e ‘Miracolosamente’, oltre alla versione rimasterizzata di alcuni dei precedenti successi della band, in un packaging speciale.
Papa Francesco invita a studiare la storia per riscoprire i martiri
“Sono ben consapevole che, nel percorso formativo dei candidati al sacerdozio, viene destinata una buona attenzione allo studio della storia della Chiesa, così come è giusto che sia. Ciò che vorrei sottolineare ora va piuttosto nella direzione di un invito a promuovere, nei giovani studenti di teologia, una reale sensibilità storica. Con quest’ultima espressione voglio indicare non solo la conoscenza approfondita e puntuale dei momenti più importanti dei venti secoli di cristianesimo che ci stanno alle spalle, ma anche e soprattutto il sorgere di una chiara familiarità con la dimensione storica propria dell’essere umano. Nessuno può conoscere veramente chi è e che cosa intende essere domani senza nutrire il legame che lo connette con le generazioni che lo precedono. E questo vale non solo a livello di vicenda dei singoli, ma anche ad un livello più ampio di comunità”.
Lo ha scritto papa Francesco nella lettera sul ‘Rinnovamento dello studio della storia della Chiesa’, in continuità con la lettera sulla importanza della letteratura nella formazione dello scorso agosto, sottolineando che “una corretta sensibilità storica aiuta ciascuno di noi ad avere un senso delle proporzioni, un senso di misura e una capacità di comprensione della realtà senza pericolose e disincarnate astrazioni, per come essa è e non per come la si immagina o si vorrebbe che fosse. Si riesce così ad intessere un rapporto con la realtà che convoca alla responsabilità etica, alla condivisione, alla solidarietà”.
Infatti nella presentazione di ieri il card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il Clero, ha sottolineato l’importanza della lettera: “Ho iniziato questo mio breve intervento dicendo che con questa Lettera il Santo Padre prosegue un discorso di formazione sacerdotale, cristiana e umana che va verso una piena consapevolezza dell’essere sacerdoti, cristiani, esseri umani che cercano di comprendere e di comprendersi nel portare avanti il piano di Dio”.
Ed ha sottolineato tre caratteristiche fondamentali della fede cristiana: “La prima: Dio entra in punta di piedi nella storia dell’umanità e dei singoli per innestarci nella Sua storia salvifica. La seconda, conseguenza della prima, comporta la necessità di conseguire una ‘dimensione storica dell’essere umano’ attraverso ‘una reale sensibilità storica’ che deve portare ad una ‘Chiesa che riconosce se stessa anche nei suoi momenti più oscuri’, che ‘diventa capace di comprendere le macchie e le ferite del mondo in cui vive, e se cercherà di sanarlo e di farlo crescere, lo farà nello stesso modo in cui tenta di sanare e far crescere se stessa’…
Terza caratteristica: il Dio di Gesù Cristo che entra nella nostra storia come Persona, che parla, vive, agisce, piange, sorride, accarezza, si adira. Costruisce cioè storia con noi per portarci ad un livello di comunione e consapevolezza con Lui, affinché ritroviamo noi stessi come figli suoi che hanno i suoi tratti, fatti ‘a sua immagine e somiglianza’ (Gen. 1,26), secondo la sua essenza che è comunione. Dio stesso è maestro di Storia, oltre che Signore delle nostre storie”.
Mentre il segretario dello stesso dicastero, mons. Andrés Gabriel Ferrada Moreira, ha sottolineato la cura del papa per la formazione dei giovani: “Il Santo Padre ha particolarmente a cuore alcune attuali debolezze e limiti nella formazione dei giovani, particolarmente nei percorsi formativi agli Ordini ministeriali nei Seminari e nelle altre Case di formazione, dove si tende a considerare di meno la memoria del passato, la ricerca della verità e l’appartenenza a una cultura che si esprime attraverso molti modi, di cui l’arte letteraria è uno dei privilegiati. Tra l’altro, la superficialità delle letture e dello studio e il fascino compulsivo dell’immediato offerto da uno schermo, non poche volte, lascia prendere il sopravvento a banalità e fake news”.
Infine il prof. Andrea Riccardi, presidente della ‘Società Dante Alighieri’, ha sottolineato la continuità con il Concilio Vaticano II: “In linea con il Concilio, papa Francesco chiede di maturare una ‘reale sensibilità storica’. Non una difesa trionfalista. Non una storia ideologica, né manipolatrice degli eventi (i conflitti talvolta si giustificano con ricostruzioni tendenziose della storia). Per il papa bisogna conoscere la storia, ma avere una mentalità storica nel vivere il presente e nella Chiesa: ‘Senza memoria non si va mai avanti’, dice”.
Tale Lettera è un collegamento con la memoria dei martiri: “Del resto, il recupero della memoria dei martiri del Novecento, voluto da Giovanni Paolo II per il Grande Giubileo, ha salvato dall’oblio questi ultimi sepolti dalla violenza. Ne è emersa dal recupero della memoria una Chiesa di martiri. La storia libera e restituisce alla realtà. Ha fatto emergere storicamente l’autocoscienza della Chiesa dei martiri. Francesco ha voluto una nuova commissione per i martiri del XXI secolo. La storia della Chiesa non è solo di papi o grandi personaggi, ma anche storia degli umili, della loro preghiera, della carità, della pietà popolare. Abbiamo già una grande storiografia in proposito”.
Ed infatti nella conclusione della lettera il papa ha chiesto di studiare la storia per recuperare l’esperienza martiriale della Chiesa: “In quest’ultima osservazione, desidero ricordare che la storia della Chiesa può aiutare a recuperare tutta l’esperienza del martirio, nella consapevolezza che non c’è storia della Chiesa senza martirio e che mai si dovrebbe perdere questa preziosa memoria. Anche nella storia delle sue sofferenze ‘la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano’. Proprio lì dove la Chiesa non ha trionfato agli occhi del mondo, è quando ha raggiunto la sua maggiore bellezza”.
A colloquio con Fabio Cittadini: un’ora di religione per comprendere la storia
“Ogni docente lo sa. Non è facile far comprendere un personaggio storico vissuto in un’epoca totalmente diversa dalla nostra. Anche perché le logiche politiche, economiche e religiose possono essere diverse. Non è facile andare al di là, oltre gli stereotipi, i pregiudizi, il ‘mito’ che si è creato attorno ad un personaggio. Tanto se più questo è Francesco d’Assisi o Martin Lutero. Non è facile, però è possibile”.
Iniziamo il dialogo con il prof. Fabio Cittadini, docente nei licei ed assistente all’Università Cattolica, che ha coinvolto gli studenti liceali in un ‘lavoro’ su san Francesco e Lutero: “Quanto è avvenuto quest’anno scolastico al liceo Bottoni di Milano con alcune terze è stato un esperimento che il professore di religione ha replicato, ma con un occhi diverso.
Prima di tutto si è trattato di far comprendere cosa animava profondamente sia Francesco sia Lutero, cosa davvero li ha resi e li rende unici, perfino attuali. Inoltre si è dovuto lavorare sui ragazzi per togliere dalla testa alcune idee strane come la questione della ricchezza”.
Come è nato il ‘progetto’?
“Anni fa, quando eravamo in piena pandemia, ho notato che i miei studenti creavano dei video con un collega ed erano ben fatti. Mi sono chiesto: ‘Perché non farlo anche io?’. Così nel 2023 ho iniziato a proporre ad alcune classi seconde questa possibilità”.
Perché la scelta è caduta su Francesco e Lutero?
“In terza superiore la programmazione prevede di trattare della storia della Chiesa. Io mi sono concentrato su queste due grandi figure anche perché, studiandole bene e documentandomi, presentano tratti di sorprendente attualità”.
Come è avvenuto il lavoro con gli studenti?
“Io ho proposto loro di approfondire un aspetto di uno dei due personaggi scelti (o Francesco o Lutero). A gruppi, poi, in classe abbiamo lavorato insieme per elaborare un canovaccio, se così si può dire, di quello che avrebbero detto nel video, cercando di rimanere sotto i cinque minuti”.
Come hanno reagito gli studenti alle proposte?
“In modo diversificato. C’è chi addirittura da tempo mi chiedeva di rifare i video. C’è chi ha reagito in modo svogliato. Tuttavia hanno capito tutti che un personaggio storico ha diverse sfaccettature, è in qualche figlio del suo tempo”.
Quale è il compito di un professore di ‘religione’ nella scuola?
“Cercare di far comprendere che la vita ha un senso, mettendo gli studenti a contatto con le grandi tradizioni religiose. Faccio un esempio. Quando parlo dei primi secoli del cristianesimo, dove migliaia di cristiani sono morti per la loro fede, la domanda che poi rivolgo a gli studenti è: E tu per cosa/per chi sei disposto a perdere la tua vita?”
E c’è anche un canale YouTube: quale ‘lavoro’ c’è dietro ai video pubblicati?
“Sì, il canale si chiama ‘Theological Mind’. Su questo canale ho caricato i video più belli e significativi svolti dagli studenti perché loro per primi devono essere consapevoli che si possono fare video intelligenti e non solo stupidi”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco ai giovani: la vita è pellegrinaggio verso Dio
“L’anno scorso abbiamo cominciato a percorrere la via della speranza verso il Grande Giubileo riflettendo sull’espressione paolina ‘Lieti nella speranza’. Proprio per prepararci al pellegrinaggio giubilare del 2025, quest’anno ci lasciamo ispirare dal profeta Isaia, che afferma: ‘Quanti sperano nel Signore… camminano senza stancarsi’. Questa espressione è tratta dal cosiddetto Libro della consolazione, nel quale viene annunciata la fine dell’esilio di Israele in Babilonia e l’inizio di una nuova fase di speranza e di rinascita per il popolo di Dio, che può ritornare in patria grazie a una nuova ‘via’ che, nella storia, il Signore apre per i suoi figli”.
Così inizia il messaggio di papa Francesco per la 39^ Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata domenica 24 novembre sul tema: ‘Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi’ con un invito a camminare con speranza: “Anche noi, oggi, viviamo tempi segnati da situazioni drammatiche, che generano disperazione e impediscono di guardare al futuro con animo sereno: la tragedia della guerra, le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, la fame, lo sfruttamento dell’essere umano e del creato.
Spesso a pagare il prezzo più alto siete proprio voi giovani, che avvertite l’incertezza del futuro e non intravedete sbocchi certi per i vostri sogni, rischiando così di vivere senza speranza, prigionieri della noia e della malinconia, talvolta trascinati nell’illusione della trasgressione e di realtà distruttive. Per questo, carissimi, vorrei che, come accadde a Israele in Babilonia, anche a voi giungesse l’annuncio di speranza: ancora oggi il Signore apre davanti a voi una strada e vi invita a percorrerla con gioia e speranza”.
Nel messaggio il papa ha riflettuto sulle due parole essenziali del profeta Isaia, ‘camminare senza stancarsi’: “La nostra vita è un pellegrinaggio, un viaggio che ci spinge oltre noi stessi, un cammino alla ricerca della felicità; e la vita cristiana, in particolare, è un pellegrinaggio verso Dio, nostra salvezza e pienezza di ogni bene.
I traguardi, le conquiste e i successi lungo il percorso, se rimangono solo materiali, dopo un primo momento di soddisfazione ci lasciano ancora affamati, desiderosi di un senso più profondo; infatti non appagano del tutto la nostra anima, perché siamo stati creati da Colui che è infinito e, perciò, in noi abita il desiderio di trascendenza, la continua inquietudine verso il compimento delle aspirazioni più grandi, verso un ‘di più’. Per questo, come vi ho detto tante volte, ‘guardare la vita dal balcone’ a voi giovani non può bastare”.
A volte subentra la stanchezza, che può produrre noia: “Si tratta di quello stato di apatia e di insoddisfazione di chi non si mette in cammino, non si decide, non sceglie, non rischia mai, e preferisce rimanere nella propria comfort zone, chiuso in sé stesso, vedendo e giudicando il mondo da dietro uno schermo, senza mai “sporcarsi le mani” con i problemi, con gli altri, con la vita.
Questo tipo di stanchezza è come un cemento nel quale sono immersi i nostri piedi, che alla fine si indurisce, si appesantisce, ci paralizza e ci impedisce di andare avanti. Preferisco la stanchezza di chi è in cammino che la noia di chi rimane fermo e senza voglia di camminare!”
Per sconfiggere la stanchezza il papa, perciò, invita i giovani a ‘mettersi in cammino’: “E’ piuttosto mettersi in cammino e diventare pellegrini di speranza. Questo è il mio invito per voi: camminate nella speranza! La speranza vince ogni stanchezza, ogni crisi e ogni ansia, dandoci una motivazione forte per andare avanti, perché essa è un dono che riceviamo da Dio stesso: Egli riempie di senso il nostro tempo, ci illumina nel cammino, ci indica la direzione e la meta della vita.”.
Tale vigore scaturisce dalla speranza: “La speranza è proprio una forza nuova, che Dio infonde in noi, che ci permette di perseverare nella corsa, che ci fa avere uno ‘sguardo lungo’ che va oltre le difficoltà del presente e ci indirizza verso una meta certa: la comunione con Dio e la pienezza della vita eterna. Se c’è un traguardo bello, se la vita non va verso il nulla, se niente di quanto sogno, progetto e realizzo andrà perduto, allora vale la pena di camminare e di sudare, di sopportare gli ostacoli e affrontare la stanchezza, perché la ricompensa finale è meravigliosa!”
Quindi anche nei momenti di difficoltà Dio offre la sua vicinanza con il dono dell’Eucarestia: “In questi momenti, il Signore non ci abbandona; si fa vicino con la sua paternità e ci dona sempre il pane che rinvigorisce le nostre forze e ci rimette in cammino… In queste storie bibliche, la fede della Chiesa ha visto delle prefigurazioni del dono prezioso dell’Eucaristia, vera manna e vero viatico, che Dio ci dona per sostenerci nel nostro cammino.
Come diceva il beato Carlo Acutis, l’Eucaristia è l’autostrada per il cielo. Un giovane che ha fatto dell’Eucaristia il suo appuntamento quotidiano più importante! Così, intimamente uniti al Signore, si cammina senza stancarsi perché Lui cammina con noi. Vi invito a riscoprire il grande dono dell’Eucaristia!”
Però un pellegrino ha bisogno anche del riposo: “Nei momenti inevitabili di fatica del nostro pellegrinaggio in questo mondo, impariamo allora a riposare come Gesù e in Gesù. Egli, che raccomanda ai discepoli di riposare dopo essere ritornati dalla missione, riconosce il vostro bisogno di riposo del corpo, di tempo per il vostro svago, per godere della compagnia degli amici, per fare sport e anche per dormire”.
Il messaggio è un invito ai giovani di riporre speranza in Gesù: “Ma c’è un riposo più profondo, il riposo dell’anima, che molti cercano e pochi trovano, che si trova solo in Cristo. Sappiate che tutte le stanchezze interiori possono trovare sollievo nel Signore, che vi dice: ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’. Quando la stanchezza del cammino vi appesantisce, tornate a Gesù, imparate a riposare in Lui e a rimanere in Lui, poiché quanti sperano nel Signore… camminano senza stancarsi”.
L’invito è quello di mettersi in cammino su tale pellegrinaggio giubilare: “Cari giovani, l’invito che vi rivolgo è quello di mettervi in cammino, alla scoperta della vita, sulle tracce dell’amore, alla ricerca del volto di Dio. Ma ciò che vi raccomando è questo: mettetevi in viaggio non da meri turisti, ma da pellegrini… Il turista fa così. Il pellegrino invece si immerge con tutto sé stesso nei luoghi che incontra, li fa parlare, li fa diventare parte della sua ricerca di felicità. Il pellegrinaggio giubilare, allora, vuole diventare il segno del viaggio interiore che tutti noi siamo chiamati a compiere, per giungere alla mèta finale”.
Il messaggio è chiuso con un’immagine per diventare missionari della gioia: “Arrivando alla Basilica di san Pietro a Roma, si attraversa la piazza che è circondata dal colonnato realizzato dal grande architetto e scultore Gian Lorenzo Bernini. Il colonnato, nel suo insieme, appare come un grande abbraccio: sono le due braccia aperte della Chiesa, nostra madre, che accoglie tutti i suoi figli! In questo prossimo Anno Santo della Speranza, invito tutti voi a sperimentare l’abbraccio di Dio misericordioso, a sperimentare il suo perdono, la remissione di tutti i nostri ‘debiti interiori’, come era tradizione nei giubilei biblici. E così, accolti da Dio e rinati in Lui, diventate anche voi braccia aperte per tanti vostri amici e coetanei che hanno bisogno di sentire, attraverso la vostra accoglienza, l’amore di Dio Padre”.
A Milano mons. Delpini rivolge un invito alla partecipazione della vita cristiana e sociale
Sabato 7 settembre nel duomo di Milano mons. Mario Delpini ha celebrato la messa pontificale, che ha aperto l’anno pastorale della diocesi ambrosiana in occasione della festa della Natività di Maria, patrona della cattedrale con un’omelia in cui ha richiamato alcuni temi della proposta pastorale elaborata nello scorso giugno (‘Basta. L’amore che salva e il male insopportabile’), raccontando una città da abitare:
“Sì, vorremmo una città dove sia bello abitare, una città giovane, una città accogliente, una città con tanti bambini contenti e tante famiglie serene. Ma constatiamo che la città invecchia, le famiglie sono stanche per la frenesia quotidiana e per le tensioni esasperanti che le attraversano.
Sì, ci impegniamo per vivere con coerenza e per annunciare con gioia il vangelo di Gesù, la speranza che offre; sì, ci piacerebbe costruire comunità unite, liete, ricche di futuro. Ma se ci mettiamo a calcolare i risultati, constatiamo il nostro fallimento”.
L’arcivescovo ha riportato allora le raccomandazioni di san Paolo ai cristiani dell’epoca, validi ancora oggi: “Ecco non sono necessari molti esempi per constatare il realismo di quello che Paolo scrive: nella logica della ‘legge’ gli adempimenti sono impossibili, la legge è impotente. Che cosa si può pensare della storia dell’umanità? La storia umana è una storia di fallimenti e di sconfitte del bene.
Eppure lo sguardo credente legge la storia umana come storia della salvezza. Che cosa di buono può venire da questa serie di generazioni di uomini impastati di santità e di peccato? A che serve, quale messaggio può offrire il lungo elenco di nomi di personaggi famosi e sconosciuti, ammirevoli e spregevoli? Ecco, questa storia del male scoraggiante e del bene precario e fragile è la storia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo”.
Però nell’impotenza dell’umanità si realizza l’opera di Dio: “Dunque dentro il destino di impotenza e di sconfitta c’è una rivelazione dell’opera di Dio che salva. Paolo invita condividere la sua fede: Dio ha reso possibile quello che era impossibile alla Legge e ai buoni propositi, mandando il proprio Figlio in una condizione di fragilità, come quella di tutti, perché si apra la via della salvezza, per coloro che camminano non secondo la carne, ma secondo lo Spirito”.
Tale opera di Dio si compie nel Suo Figlio: “L’opera di Dio si compie in Gesù e noi professiamo che proprio in lui incontriamo la verità di Dio e la rivelazione del suo amore, proprio in Gesù, figlio di Davide, figlio di Abramo.Noi desideriamo fissare lo sguardo su Gesù per imparare tutto quello che c’è da sapere e tutto quello che si può dire di Dio. Perciò cerchiamo di correggere l’inclinazione diffusa a immaginare un Dio, senza dipendere dalla rivelazione di Gesù”.
Per questo nell’omelia mons. Delpini ha ‘denunciato’ l’abbandono della frequenza alle celebrazioni eucaristiche. “Il ricordo del concilio di Nicea, che il nostro padre Ambrogio ha predicato con tanto vigore e costanza, può essere per noi un rimprovero: si ha infatti l’impressione che il linguaggio diffuso e anche la pratica ordinaria orientano a dimenticare la mediazione di Gesù, a fare a meno di lui.
Un sintomo preoccupante è la consuetudine di abbandonare la celebrazione del segno che Gesù ha indicato perché si celebri il memoriale della sua opera di salvezza, cioè l’eucaristia. La Messa sembra ridotta a una cerimonia che può piacere o annoiare. Molti dichiarano che non hanno bisogno di partecipare alla celebrazione della Pasqua di Gesù per essere brava gente e per fare tanto bene”.
Questa mancanza può portare i cristiani al disimpegno ‘civile’: “ Forse per questo i buoni propositi sono troppo inconcludenti, forse per questo l’impegno risulta frustrante, forse per questo il cristianesimo si presenta con una sorta di tristezza per l’elenco delle cose che si dovrebbero fare, ignorando la gioia di essere in comunione con Gesù, con la pienezza della sua gioia”.
Inoltre, durante la celebrazione eucaristica si è svolto anche il Rito di ammissione di tre seminaristi della Diocesi al percorso verso il diaconato e l’ordinazione sacerdotale e di otto laici che iniziano il cammino per diventare diaconi, in quanto la vita è una vocazione al servizio:
“L’opera di Dio si compie in Gesù e Gesù entra nella storia umana come la voce amica che chiama alla sequela. La salvezza che Dio opera in Gesù non è in primo luogo un evento cosmico, ma una comunione, una relazione personale, la vocazione…
Il servizio ministeriale non è una scelta di cui ciascuno è il protagonista, con la presunzione di rendersi utile, con la convinzione di avere qualche cosa da dare al Signore e alla Chiesa. E’ piuttosto la risposta alla chiamata della Chiesa, di questa concreta comunità cristiana che sceglie, dopo attento discernimento, persone disponibili a far parte del clero diocesano per continuare la missione della Chiesa”.
Al termine della celebrazione, poi, l’arcivescovo, dopo avere ricordato alcuni appuntamenti che segnano l’inizio del nuovo anno pastorale, si è soffermato sulle ‘tante sofferenze’ che si vivono “anche nella nostra Diocesi: drammi familiari, violenza nelle case, violenza nelle strade, incidenti sui posti di lavoro, carceri che sono troppo spesso luoghi di tragedie e di difficoltà che sembrano intollerabili… Il Signore ci aiuti ad essere seminatori di pace, tessitori di relazioni che aiutino a superare queste forme di violenza. La presenza dei cristiani, l’opera della Chiesa sia un segno della benedizione di Dio”.
(Foto: arcidiocesi di Milano)




























