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La Chiesa ti ascolta negli ambienti digitali: in dialogo con Paolo Curtaz
Nello scorso dicembre a Roma è stato presentato il volume ‘La Chiesa ti ascolta. I missionari digitali si presentano’, curato da Paolo Curtaz e Rosy Russo, che raccoglie riflessioni e testimonianze di missionari e missionarie digitali, maturate nel cammino sinodale degli ultimi anni.
Nell’incontro il curatore Paolo Curtaz aveva inquadrato il contesto nel quale nasce l’esperienza raccontata nel libro: ‘Il 65% della popolazione mondiale ha un profilo social. Un dato che interpella direttamente la Chiesa, chiamata a interrogarsi su come stare in quell’ambiente’. Curtaz ha ricordato anche il Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici e il dato emerso in Francia, dove ‘il 75% dei nuovi battezzati adulti ha ammesso di essersi avvicinato alla fede attraverso un social’.
Mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, intervenuto con un video-messaggio, aveva spiegato che il libro “non è una pubblicazione sulla comunicazione, né un manuale di social network, ma la testimonianza di Chiesa che nel Sinodo ha deciso di ascoltare. La missione digitale non è una strategia di marketing, ma nasce dal battesimo ed è chiamata a confrontarsi con solitudine, ansia, esclusione, violenze simboliche”.
Invece Rosy Russo aveva ricostruito la genesi del progetto ‘La Chiesa ti ascolta’, avviato nel 2022 in accompagnamento al cammino sinodale: ‘Non c’era un budget, non c’era una strategia, non c’era niente, c’era solo il desiderio grande di essere missionari anche in questo luogo’.
Centrale l’esperienza dell’ascolto online, che ha portato alla raccolta di oltre 100.000 questionari nel mondo, di cui 10.000 in Italia: ‘Il 35% delle risposte arrivava da persone che non erano della Chiesa… Mi fa piacere che la Chiesa ascolti perché ne ha un gran bisogno’.
Il libro è il frutto di alcuni momenti forti del percorso della nuova missione digitale: ‘La Chiesa ti ascolta’ era nato dal Sinodo, che aveva dedicato spazio alla riflessione sulle nuove tecnologie. Il cammino della riflessione aveva avuto una tappa decisiva nel Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici nello scorso luglio, in cui papa Leone XIV aveva detto:
“Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! .. E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali”.
Questo era il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali. Al teologo e ‘cercatore di Dio’, Paolo Curtaz, chiediamo se il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali di ‘nutrire’ di speranza cristiana le reti social è un compito difficile:
“Sì, lo è perché il mondo sembra avere smarrito la speranza. La percezione che abbiamo del mondo che ci circonda, alimentata peraltro dalla diffusione globale dei social che amplificano eventi e paure, è quella di una follia generalizzata, della fine del multilateralismo, il dilagare della forza, ignorando quanto faticosamente costruito negli ultimi ottant’anni. Contrapposizioni, polarizzazioni, linguaggi aggressivi rendono tutto complicato. Ed è proprio questo il momento in cui fare la differenza, abitando la rete rendendo ragione della speranza che è in noi, come scrive san Pietro nella Prima Lettera, Cristo risorto Signore della Storia”.
In quale modo la Chiesa ti ascolta?
“La Chiesa siamo noi: uomini e donne che hanno incontrato o che cercano il Dio di Gesù, che lo accolgono come da sempre, a partire dagli apostoli, ci è stato raccontato. Comunità che rendono presente il Regno, sostenute dallo Spirito, con il compito di annunciare il Vangelo in attesa della venuta definitiva di Gesù nella gloria. Ed in questo tempo di mezzo, in questa terra di mezzo, siamo chiamati a diventare profezia di una nuova umanità, per far vedere che è possibile vivere custodendo la diversità senza contrapposizioni, svelando che esiste un mistero nascosto nei secoli.
E questa Chiesa, cioè noi, abita il mondo anche se non gli appartiene e a questo mondo si rivolge. Lungo la storia le comunità si sono articolate in diversi modi: seguendo l’intuizione di un santo, abitando un territorio, condividendo una spiritualità particolare… Fra queste opportunità oggi esiste anche la rete; abitandola ascoltiamo le gioie e le speranze delle persone, secondo la Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes, e proponiamo un orizzonte”.
Quale differenza corre tra influencer e missionari digitali?
“Una differenza linguistica minima, dal mio punto di vista. Diciamo che in Italia il termine influencer viene associato a personaggi diventati famosi (Chiara Ferragni, Fedez…) ma molto divisivi. Perciò, correttamente, i sinodali hanno usato sia il termine influencer cattolici che missionari digitali. Quest’ultimo termine mette a fuoco il compito di ogni battezzato che è missionario, cioè dice di Dio, ma lo fa anche nell’ambiente digitale”.
Come comunicare la fede da ‘digitale’ a ‘digitale’?
“”Bisogna ricordarsi che digitale è uno strumento e nulla più. Ciò che fa la differenza è il contenuto. Oggi il 73% degli italiani ha un profilo social, in media si passano 100 minuti al giorno a vedere contenuti video, per i giovani ovviamente questi tempi aumentano. Come può la Chiesa abitare questa nuova Galilea? Facendolo con stile proprio, con contenuti approfonditi, sapendo di essere un ago in un pagliaio, sapendo che ci sono degli interrogativi da affrontare (chi certifica che quanto viene detto è in linea con la Tradizione apostolica?) ma starne fuori sarebbe imperdonabile.
Poi, come ricordato già da papa Benedetto XVI, la fede passa necessariamente attraverso un incontro personale ma la scintilla può partire dalla rete. Lo testimonia il fatto che sui 10800 catecumeni francesi che hanno ricevuto il battesimo lo scorso anno a Pasqua, il 75% ha affermato di avere conosciuto il cristianesimo sui social… Quindi un primo approccio virtuale per comunicare una fede reale”.
Nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali appena trascorsa, ‘Custodire voci e volti umni’, papa Leone XIV ha invitato ad un’alleanza con l’innovazione digitale: è possibile?
“Si, certo: ad esempio facendo in modo che chi è missionario digitale almeno condivida i toni e lo stile del manifesto ‘parole_o stili’ per una comunicazione non aggressiva”.
Allora nell’era digitale è possibile ‘custodire’ voci e volti che non siano avatar?
“Certamente: non è un mondo virtuale ma reale, le interazioni, le persone che dialogano, le relazioni che si creano sono reali e possono davvero essere un modo di evangelizzare”.
Comunicazione e linguaggio divengano una nuova materia scolastica: una proposta di Biagio Maimone
Con l’avvento della nuova tecnologia, dei nuovi media, dei social, dell’intelligenza artificiale si rende necessario predisporre regole che ne disciplinino l’uso e, nel contempo, assegnare alla scuola il compito di insegnare le regole deontologiche che sorreggono la comunicazione perché essa possa veicolare messaggi che non violino le leggi morali, fornendo agli studenti, a partire dalle scuole elementari, gli strumenti conoscitivi perché sappiano affrontare i nuovi linguaggi tecnologici con l’adeguata formazione per saper contrastare il cyberbullismo e l’incitamento all’odio.
La proposta che il giornalista Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione dell’associazione “Bambino Gesù del Cairo”, ha deciso di portare avanti riguarda l’introduzione di una nuova materia d’insegnamento, a partire dalle scuole elementari, la cui la finalità è quella di educare gli studenti a riconoscere l’importanza che riveste la comunicazione sul piano delle relazioni umane, di come le influenzi e ne determini la natura.
Biagio Maimone chiederà al Governo Italiano di inserire tra le materie scolastiche l’insegnamento della Comunicazione, convinto che l’epoca attuale veda l’affermarsi di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola spesso sono diseducativi.
Maimone afferma che alcuni media, i social ancor di più, veicolino messaggi i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, nonché dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.
Egli ritiene che la parola fondi i significati vitali dell’esistenza umana, che abbia il compito primario di interpretare la vita nelle sue infinite manifestazioni, di sorreggere ed incentivare i processi vitali della società umana e che, per tale motivo, debba essere umanizzante, dialogante e non conflittuale.
Sulla scorta della constatazione che il significato profondo del linguaggio venga eluso e sostituito da un distorta concezione di esso come arma di offesa, come strumento di diffusione di fake news, di menzogne e distorsioni del concetto di conoscenza, ritiene non più rimandabile un intervento educativo relativamente al valore del linguaggio e della comunicazione nelle sue svariate declinazioni.
Maimone sottolinea vigorosamente che, con l’avvento dei social siamo tutti posti di fronte ad una serie infinita di notizie, molte delle quali diseducative, si renda necessario un intervento finalizzato non solo a disciplinare l’uso distorto dei social e della tecnologia nel suo complesso, ma anche e soprattutto si renda necessario un mirato intervento educativo, sin dalla più tenera infanzia, che consenta ai bambini e, conseguentemente, agli adulti di discernere i contenuti la cui finalità è diretta a diffondere “il male” per l’individuo e la società , da quelli la cui finalità è diretta a diffondere “il bene” per l’individuo e la società.
Tale opera educativa non solo è necessaria, ma è anche inevitabile affinché non si generi un’involuzione morale della società, a cui sono proposti contenuti nocivi e dissacratori della verità e della morale.
Egli afferma: “Siamo di fronte ad una svolta epocale che vedrà anche l’avvento di nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, che devono essere governate attraverso una sapiente opera educativa della collettività, a partire dall’infanzia, per evitare danni irreparabili che possano scaturire da uno sviluppo selvaggio ed incontrollato di tali tecnologie.
Ed ecco, pertanto, la necessità, di dar corso ad un processo pedagogico, che prenda le mosse dalle scuole elementari, che educhi i bambini a discernere i valori dai disvalori che una comunicazione selvaggia può generare, affidata all’arbitrio di chi trae vantaggio dall’inganno e dal proliferare del pensiero superficiale, che genera odio sociale, il bullismo, il cyberbullismo”.
Il giornalista Biagio Maimone, autore del libro “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, per i motivi suesposti, vorrebbe veder inserita tra le materie di studio, la materia “Comunicazione e Linguaggio”. A tal fine intende investire l’Ordine del Giornalisti per formalizzare il progetto in modo dettagliato e precipuo.
Insegnare il valore che riveste la parola per creare la relazione umana deve essere un compito della scuola e delle Istituzioni secondo Biagio Maimone affinché si sviluppi e si affermi una filosofia della vita che ponga al centro l’amore, il dialogo, la gentilezza, le belle maniere, il gesto fraterno, che sono i pilastri su cui poggia il progresso umano.
“Affidiamo il destino dell’umanità all’opera educativa che pone al centro l’educazione delle coscienze attraverso l’insegnamento dell’arte comunicativa, del linguaggio creativo per eccellenza, che apre le porte alla conoscenza profonda ed autentica della vita interiore ed esteriore dell’essere umano” ha auspicato Biagio Maimone.
Cuore o cuoricini? Relazioni reali o virtuali dai Millennials ai giorni nostri
La persona umana è da mettere sempre al centro di un rapporto, per secoli è stato così e non era difficile perché tutte le possibili distrazioni, prima o poi, coinvolgevano un essere umano. I rapporti esistevano ed era difficile estraniarsi. A un certo punto, tra esclusione di chi non veniva socialmente accettato anche per ragioni ingiuste e bullismo, si è trovata una scappatoia. Si tratta di un mondo dove tutti potrebbero essere più facilmente socialmente accettabili, un mondo dove gli apprezzamenti si raggiungono facilmente, ma sarà davvero così? Qual è il vero valore umano, il rapporto da coltivare? Quali sono i veri segnali che dimostrano affetto da parte qualcuno? Come sempre, Sanremo ci aiuta a capire qualcosa in più.
‘Cuoricini’ dei Coma_ cose tratta ‘le dinamiche di coppia, parlando d’amore, ma in una versione un po’ agrodolce: quella della convivenza quotidiana. Potremmo definirla una sorta di favola distopica della contemporaneità. Se dovessimo tradurla in un’immagine, vedremmo due cuori”, se invece fosse un cibo, i cantanti vedrebbero ‘delle caramelle alla fragola, profumate e dolcissime!’ Ma come i funghi più belli e velenosi, anche ‘Cuoricini’ nasconde un segreto dietro la sua apparente vitalità da tormentone.
‘Cuoricini’ scherza sull’abuso dei social e dei like. Gli ‘stramaledetti cuoricini che mi tolgono il gusto di sbagliare tutto’ sono un’arma altrettanto tagliente degli occhi dell’altro che sono ‘due fucili che sparano sui cuoricini’. Andiamo quindi alla ricerca dei motivi per cui i cuoricini rendono difficile sentirsi liberi di sbagliare, di fare, provare e, tante volte, per distruggerli con un bel fucile. La riflessione sui social deve essere molto complessa e non si può solo basare sul rapporto di coppia perché questi, ormai, hanno invaso la nostra società modificando i rapporti fra chiunque.
Cerchiamo di incominciare dall’inizio riassumendo. Tante volte si cerca l’approvazione dell’altro e non la si ottiene. Si vuole aver attenzione da chi ci circonda, ma non si può averne e allora? Per un pò si continua a cercare, ma se proprio non si riesce a fare nulla si finisce nel virtuale. Via coi like. Molti influencer, per assurdo, sono i primi a fare parodie sul peso di questa vita social, sempre attaccata ai like, ai selfie perfetti ecc., come Chiara di @ChiaraAnicitoOfficialchannel che, nella sua parodia di ‘Sesso e samba’ci racconta proprio questo insieme al resto della famiglia.
Ma nella vita reale cosa possono provocare i Cuoricini? I like sono importanti segni di approvazione sui social e possono venire da chiunque, anche da persone importanti per noi. Finché esisteva solo il like, la vita era facile. Poi sono arrivati i dislike e qui le cose si sono complicate abbastanza. Ci sono dei social, infatti, che non ti permettono di sapere chi ha messo quella ‘reazione’. Alcune persone, per farlo sapere, i fan commentano col numero del like. Il dislike, non lo scrivono quasi mai. Se uno trova un commento negativo può immaginare che quella persona lo abbia messo, ma non si può averne la certezza.
Veniamo ai simboli. Quelli scelti sono molto potenti: cuori, pollici alzati o abbassati, abbracci, faccia stupita, con la ridarella e arrabbiata. Già ci sono problemi nell’utilizzo della faccia Wow: ci sono quelli che la usano per dire che sono a bocca aperta per lo shock e non perché apprezzano il contenuto. Il cuore, però, è un simbolo di amore, affetto e tanti lo vogliono ricevere. I più piccoli, alla ricerca di attenzione, chiedono con insistenza ai creators che seguono un cuore al commento, a un loro post ( perché a loro volta hanno un social) eccetera. Per persone sole e fragili è molto importante ricevere un cuore in quanto le fa sentire importanti.
Avere followers significa essere apprezzati e importanti. Se non arrivano loro dei like, cuoricini eccetera si sentono ko: cosa ho sbagliato, perché non mi guardano più, non piacciono più i miei contenuti, perché quel creator mette i cuori a tutti e non a me? Le relazioni con le persone reali, quindi diventano più sottovaluta te rispetto a quelle virtuali che nascondono un certo mistero perché non si sa davvero chi sia l’altro. Questo, però impoverisce i rapporti perché si sta ore ed ore sul social solo per ottenere consensi senza capire se li abbiamo già nella realtà o come aggiustare le cose con chi ci sta accanto.
Così i rapporti diventano più freddi e si deteriorano. Quando si arriva ad un certo punto, per non perdere chi ci sta davvero accanto, cerchiamo di andarcene lontano da ‘tutta la modernità’, ma se abbiamo ancora un cellulare capace di andare su internet, alla prima notifica siamo costretti a trascurare di nuovo chi ci è vicino perché ‘schiavi’ di quella approvazione popolare che, prima o poi, si scopre essere fasulla. Quando hai bisogno scopri che il like era un ‘incoraggiamento’(citato dal web da commenti di follower).
Ma se uno chiede un aiuto e organizza, come fanno tanti, un evento/raccolta fondi che prevede consenso tramite like, perché mettere incoraggiamenti? Perché non ignorare? Allora si dice di non mettere like a questo argomento, se non interessati. La risposta qual è? Sparizione di ogni contatto coi follower. Zero like e commenti anche al resto. Magari passano, ma non lo sai perché non si fanno vivi. Già negli ultimi anni di scuola dei Millennials c’era qualcuno che diceva: ‘Quanti dei vostri ‘amici’ di Facebook (social che andava per la maggiore all’epoca n.d.r.) verrebbero a trovarvi all’ospedale se state male?”
Bella domanda. Nessuno o pochi. E l’interesse? Dipende dal tipo di relazione tra te e gli amici di penna. Alcuni saranno curiosi, altri se ne fregheranno e cadranno dal però o si faranno vivi in ritardo solo per fare vedere che si interessano e non essere da meno degli altri. Poi c’è una piccola parte che si interessa davvero a te e si farà viva solo perché vede il vostro rapporto nella stessa maniera in cui l’hai pensato tu. Ma sono davvero poche persone. E quando si scopre che i followers spariscono nel momento del bisogno?
Crolla tutto. Pochi riescono ad essere così famosi da convincere i fan a fare tutto per loro. ‘Cuoricini’ invita a pensare di più ad uscire dalla modernità per passare quel ‘sabato qualunque’ con chi davvero ti sta accanto senza perdersi sui social, o a vivere una relazione solo tramite questi, anche se l’altro è lì vicino. Invece di dare o meno cuoricini alla persona amata sul web, diamoglieli dal vivo con gesti concreti. Non diventiamo i follower della persona che amiamo. Restiamo il loro amore e basta. Amiamola con semplicità e complimentiamoci per quello che fa fuori e sui social.
A volte è bello cantare, ballare e altre attività che spopolano sui siti di rete sociale solo per il gusto, essendo liberi di sbagliare, senza pensare che non si otterranno cuoricini dalla persona amata, dagli amici eccetera perché si è stati meno precisi. L’uomo sbaglia, perché è umano, il web, invece, vuole persone perfette e infallibili. Da lì trucchi che solo chi ha competenze conosce, strumenti per realizzare questi che costano più della quanto una persona possa permettersi (a meno che non sia miliardario). Il mondo del web esclude più di quello reale.
Nato come luogo di fuga per i soli, oltre che per una ricerca di informazioni e contatto col mondo, è finito per essere una trappola dove la dipendenza, la violenza, la maleducazione e altre cose negative proliferano. Un luogo dove si seleziona di nuovo chi può stare e chi no. Anche tra gli esclusi dal mondo reale c’è una cernita, perché siamo sempre portati a trovate ‘il migliore’.
Ma siamo davvero sicuri che sia così? Si cerca l’amore a distanza, si incontra qualcuno con un bel carattere, ma al momento delle foto… Non si va bene per qualche motivo. ‘Hai le sopracciglia da Argentina’ (citato da un commento ad una foto scambiata sul web). Cioè, davvero siamo qui a giudicare se la persona che ti piaceva fino a un secondo prima ha le sopracciglia folte come le argentine?
‘Stai bene coi capelli biondi, resta così’. Ma se erano dei colpi di sole che poi l’altro non vuole più ripetere? Sul web, per mantenere una relazione via social devi trasformarti in quello che non sei. E, spesso, dall’altra parte non c’è la consapevolezza dei propri ‘difetti’. L’altro crede che tu debba accettarlo così e che tu debba cambiare. Attenzione, anche se un certo tipo di foto può fare avere cuoricini abbracci… lasciamo perdere. Meglio averli reali da chi ci ama davvero che virtuali da chi ci vuole cambiare. Certo, è più facile modificare la realtà per accontentare chi ci dà approvazione online.
Basta qualche app di ritocco ed ecco fatto, ma poi si cade e ci si fa male al ‘risveglio dal sogno’, quando ci ritroviamo di nuovo con i nostri ‘difetti’. Cerchiamo la verità e viviamo in modo semplice la nostra vita con chi ci sta accanto, cercando relazioni vere. Se si ha qualche amico di penna fidato va bene, non deve essere eliminato. È un bel rapporto che può trasformarsi ed essere importante, ma cerchiamo di non diventare schiavi di chi non conoscessimo davvero.
Diamo la giusta importanza alle cose e alle persone. Spegniamo i social per un pò e godiamoci una bella giornata insieme. E, se proprio si muore dalla voglia di conoscere quell’amico di penna con cui si è a contatto da anni e che accetta sia il fisico che il carattere, permettiamogli di partecipare a questo incontro, così da conoscerlo meglio e farlo entrare davvero nella nostra realtà.
Mauro Mogliani racconta i ‘sogni di Park’ per combattere il parkinson
“Mi chiamo Park. Ho trovato ospitalità in un signore, un ragazzotto cinquantenne, e senza chiedere il permesso, contro la sua volontà, ho invaso il suo corpo. Lui si lamenta che non sto fermo un attimo, che lo faccio tremare in continuazione. Cosa pretende da un bambino? Sì, io sono un bambino e come tutti i bambini non sto fermo un attimo. Sono affari suoi se non mi sopporta, io da lì non mi sposto. Ha creato il mio gemello, quello buono, per contrastare il male, per contrastare me… va dicendo a tutti che aveva l’esigenza di farlo, che aveva bisogno del suo pupazzetto da portare sempre con sé, come fanno i bambini per scacciare i fantasmi, i cattivi, i mostri. Non lo so nemmeno io se i sogni appartengono a me o a lui. I sogni sono sogni, e sono di tutti”.
Partiamo da questo breve racconto di Park per incontrare Mauro Mogliani, artigiano-scrittore tolentinate, 53 anni, marito e padre, che ha scoperto il parkinson tre anni e mezzo fa a causa dei primi sintomi quali perdita di equilibrio e tremore ad una gamba, grazie ad una diagnosi del dott. Carlo Pozzilli, eppoi seguito da un’equipe dell’Irccs ‘San Raffaele’ per una sperimentazione clinica; così per superare l’isolamento ha creato ‘Park’:
“E’ nato dall’esigenza di contrastare la malattia. Per farlo, ho creato una sorta di pupazzetto che porto sempre con me, per difendermi dal male, dal parkinson. Questa malattia può provocare un’improvvisa esplosione di creatività e porta anche a fare sogni bizzarri, sia belli che brutti. A maggio ho preso un foglio nero e con un Uniposca bianco ho iniziato a disegnare. Mai fatto prima. Ma la necessità di tirare fuori ‘Park’ era troppo grande. Soprattutto dopo tre anni in cui ero chiuso in me stesso”.
Insomma il parkinson porta all’isolamento, racconta Mauro: “Se non si è più padroni del proprio corpo ci si sente a disagio, l’approccio è problematico e gli altri non sanno come avvicinarsi. Il morbo non colpisce solo gli anziani, ma anche i giovani; e non riguarda solo il tremore al braccio, ma anche confusione mentale, problemi al linguaggio, a camminare, a scrivere al pc, stanchezza, difficoltà di concentrazione. Io attualmente ho la parte sinistra lesionata, gamba e braccio. Ma ad esempio, se fosse stata la destra, avrei fatto fatica anche a mangiare. Provavo vergogna quando incontravo le persone”.
Come sono nati i sogni di Park?
“Innanzitutto ho iniziato a fare sogni strani, quindi ho chiesto ad una neurologa di Roma se essi derivavano dall’uso delle medicine oppure dalla malattia. Era la malattia, che permette di fare sogni bizzarri ed incubi. Quindi ho avuto l’esigenza di trasmettere questi sogni all’esterno, senza sapere il motivo. Più avanti mi sono reso conto del motivo: ho preso un foglio di carta nero con un pennarello bianco; da qui è nato questo pupazzo attraverso il quale ho narrato i miei sogni con un racconto più breve possibile, in quanto con la tempistica odierna se il sogno raccontato sui social è troppo lungo nessuno lo legge.
Pertanto i sogni devono durare massimo 25” sui social: quindi ho dovuto ‘accorciare’ i sogni per poter trasmettere il contenuto con una frase più breve possibile, in quanto attraverso questi sogni si può trasmettere un messaggio sia sulla malattia che sulla mia persona. Ho scoperto la loro nascita più tardi, quando ho avuto l’esigenza di comunicare con il mondo con il linguaggio di Park, perché il parkinson non è solo il tremore, ma dà solitudine, depressione ed altri problemi. Il malato di parkinson tende ad isolarsi, in quanto è la malattia che è così. Io scrivevo e scrivo libri, perché, essendo una persona riservata, ho l’esigenza di esprimere il mio stato d’animo attraverso la scrittura”.
Come è la convivenza con Park?
“Brutta! Subito è stata drammatica, in quanto non sei più padrone di te stesso e quindi blocca. Park è come un bambino, che è entrato nel corpo e non sta fermo un attimo. Lui ha fatto un percorso inverso: è entrato nella persona invece di uscire dalla persona e tu hai fatto la scoperta che lui comandava il tuo corpo. E’ una sensazione brutta, perché quando non sei padrone dei tuoi movimenti la convivenza è difficile; però ci devi convivere, sapendo che più trascorre il tempo e più lui si impadronisce del tuo corpo: certi giorni pensi di essere il padrone di te, mentre altri giorni scopri che lui prende il sopravvento e non riesco a controllare i suoi movimenti. Per questo ho creato questo ‘pupazzetto’, che è quello che noi, da bambini, portavamo nel letto per esorcizzare la paura. Forse ho creato questo personaggio per combattere il suo gemello, che è il parkinson, con la speranza di avere qualcuno vicino, in quanto la malattia conduce all’isolamento”.
Allora, come sei riuscito a tradurre i sogni in fumetto?
“Il parkinson è sempre il parkinson. Poi c’è il soggetto del sogno con sua moglie e sua figlia, disegnati in modo bambinesco, perché sono disegnati da Park, che è un bambino. Devo dire che i sogni raccontati sono veri; l’unica cosa mia riguarda la parte finale quando Park si sveglia e compie sempre una determinata azione”.
Sei anche scrittore (Nessuno sa chi sono, La confessione, L’enigma sepolto, Ombre dal passato, Cerco te): quale altri sogni hai?
“Il mio sogno è quello che Park possa diventare un fumetto in forma di diario, ‘Il diario di Park’, dove lui racconta i sogni, lasciando una libera interpretazione al lettore, con una parte del ricavato per la ricerca, in quanto ancora oggi le uniche medicine sono quelle scoperte molti anni fa. Il sogno è quello di sconfiggere il parkinson, ma mi fa piacere anche la pubblicazione di questo diario, che sarà pubblicato grazie all’editore Bertoni in primavera. Intanto ringrazio Francesca Paradisi, che mi aiuta nella parte grafica, mentre Nicola Serrani cura la parte social”.
Allora a quale punto è la ricerca scientifica per la cura della malattia?
“Mi sono sottoposto ad una sperimentazione, accettando tre anni fa di entrare in un protocollo al ‘San Raffaele’ di Roma: 450 nel mondo, di cui 25 italiani, metà con il placebo e metà con la medicina. La sperimentazione consisteva in una flebo ogni quattro settimane. Poi mi hanno detto che era placebo. Ci sono molte sperimentazioni, ma finora non si è trovata alcuna alternativa alle ‘classiche’ medicine, che ci sono da tanti anni. La ricerca scientifica ha scoperto ‘stimoli’ che fermano il tremolio, ma bisogna vedere se ‘funzionano’, in quanto ancora è tutto sperimentale. Eppoi per quanto tempo? Il problema è che il parkinson prima ti poteva ‘colpire’ intorno a 70 anni, ora anche a 30 anni. Puoi rallentare la malattia, però non puoi tornare indietro”.
(Foto: Mauro Mogliani)
Biagio Maimone ai Festival del libro ‘BA Book’, libro dedicato a papa Francesco
Il giornalista Biagio Maimone parteciperà al Festival del Libro e dell’Editoria ‘Ba Book’, che si tiene dal 12 al 19 maggio, a Busto Arsizio. Presenterà, sabato 18 maggio, alle ore 20.30, nella Biblioteca Comunale – Sala Monaci, il suo saggio intitolato ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Sarà moderatrice Annamaria Folchini Stabile .
Biagio Maimone ha dedicato il libro, edito dalla Casa Editrice TraccePerlaMeta di Annamaria Folchini Stabile e Paola Surano, a Sua Santità Papa Francesco e a Monsignor Yoannis Lazhi Gaid.
Per partecipare è necessario farlo al seguente link https://affluences.com/comune-di-busto-arsizio/biblioteca-di-busto-arsizio/reservation?type=5013&date=2024-04-19.
Il Festival del libro, organizzato dall’Amministrazione Comunale e dall’Associazione Amici della Biblioteca Capitolare, vuole essere un significativo tributo al libro e al mondo dell’editoria, in tutte le sue possibili declinazioni. Tra i personaggi più noti che hanno partecipato alla rassegna vi sono Serena Bortone, Marina Di Guardo (madre dell’influencer Chiara Ferragni), il giornalista Biagio Maimone, l’editorialista Aldo Cazzullo, l’economista Carlo Cottarelli, il volto televisivo Daniele Bossari, l’attore Vinicio Marchioni, il conduttore radiofonico Luca Bianchini, il critico cinematografico Gianni Canova e la psicoterapeuta Stefania Andreoli.
Il Festival del libro, che è in corso da domenica 12 maggio, alle ore 10.30, ai Molini Marzoli, con Ezio Guaitamacchi, si concluderà domenica 19 maggio. Biagio Maimone è direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco. Il suo libro sta riscuotendo molto interesse in quanto propone la necessità di fondare un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale ed umana della società odierna.
Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte, veicolate da numerosi media e mezzi di comunicazione, compresi i social, forieri di sottocultura che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.
Per tale motivo, rimarca l’importanza dell’utilizzo creativo della parola, tale da generare dialogo e non conflitto, tale da essere foriera di vita e relazione umana, affinchè essa sia al servizio dell’emancipazione morale e spirituale della società odierna. Biagio Maimone ha affermato:
“Ho scritto ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, ora in tutte le librerie, con l’intento di porre in luce la necessità non più rimandabile di rivedere l’uso del linguaggio e, più precisamente, della parola. Possiamo constatare come spesso i mass media, i social ancora di più, veicolino messaggi i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.
Ciò che emerge è il farsi strada di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola sono diseducativi. Nel mio testo, che intende contrastare tale impoverimento culturale e la sua nocività, si rimarca che la parola è vita in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali.
E’ mio intento rimarcare il valore centrale della Parola educativa, della Parola che crea relazioni umane improntate al rispetto reciproco, al rispetto della sacralità della dignità umana, che, pertanto, non può essere umiliata con offese e menzogne. Rimarcando la necessità dell’utilizzo della parola vitale si vuole, nel contempo, porre al centro il valore fondante della Verità, che sicuramente ha il potere di condurre verso dimensioni migliorative dell’esistenza umana.
La parola vitale è la parola foriera di quella bellezza spirituale che deve reggere le fondamenta della nostra società perché viva la pace e l’amore, senza cui il nostro universo perde le sue leggi per poi perdere il significato stesso dell’esistere”.
‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’ è il saggio del giornalista Biagio Maimone
Nello shop on line della Casa Editrice TraccePerlaMeta
https://shop.tracceperlameta.org/manualistica/la-comunicazione-creativa-per-lo-sviluppo-socio-umanitario-biagio-maimone-270.html e, nei prossimi giorni, nelle migliori librerie e in tutti gli store online è disponibile il saggio di Biagio Maimone intitolato ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, che propone la necessità di un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale ed umana della società odierna.
Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte veicolate dai media e da tutti i mezzi di comunicazione, compresi i social, foriere di sottocultura che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.
‘La Comunicazione diventa futuro’ è lo slogan che identifica l’impegno di Biagio Maimone. Egli ritiene, infatti, che il futuro per essere finalizzato al progresso umano debba far propria una nuova modalità di comunicare che veicoli la pedagogia della vita, della pace, della fratellanza umana, della parola vitale che educa le coscienze dei singoli affinché essi si dirigano sulla strada della vera emancipazione umana, oltre l’impoverimento morale ed anche materiale.
Egli, pertanto, pone in risalto l’importanza della cultura umana da riversare nel contesto della comunicazione ampiamente intesa affinché si pongano le fondamenta di un nuova e migliorativa modalità di trasmettere informazioni affinché esse arricchiscano sempre più l’universo interiore di coloro che le recepiscono alimentandolo con verità e valori morali e spirituali, senza i quali l’essere umano viene deprivato di quei contenuti che ne fanno un soggetto pensante capace di costruire un mondo accogliente in cui viva la legalità e la fratellanza umana e quella bellezza che sgorga dall’animo di chi si è nutrito di cultura umana, unica cultura che consente il miglioramento delle relazioni umane e lo sviluppo socio-umanitario.
Per Biagio Maimone occorre superare gli stereotipi che sorreggono la comunicazione, sia quella giornalistica, sia quella di ogni altro media, nonchè quella istituzionale, necessariamente legata ai vari ambiti della vita umana e sociale, al fine di creare un nuovo modello comunicativo che prenda le mosse dai suoni, dai colori e dalle voci legati al sentimento, scaturenti dall’interiorità e dalla spiritualità umana.
Dare voce agli infiniti linguaggi depositati nell’intimo di ognuno egli ritiene debba essere l’intento del nuovo comunicatore, animato dalla finalità primaria di educare all’apprendimento di un linguaggio che fondi le sue radici nei valori insiti nell’animo umano. Il linguaggio dovrà divenire, pertanto, vettore di valori e non di offese ed insulti, come sovente si verifica.
Partendo dal linguaggio, ripulito dal desiderio di ferire e ridimensionare l’altro, si potrà anche ricreare la relazione umana, rendendola scevra da conflitti lesivi della dignità dell’interlocutore per orientarla all’ascolto autentico, che è creativo di benefici reciproci. Non meno rilevante sarà la forma che tale nuovo linguaggio dovrà assumere per essere vera espressione del mondo interiore, in cui vivono i valori umani.
Tale forma non potrà che essere la forma che rimanda sia al suono musicale, in quanto esso crea il senso della melodia, intesa come coinvolgimento all’unisono delle varie sensibilità umane, forza reale del linguaggio penetrante e convincente, sia al suono della poesia, da intendersi come modalità sublime di quella dimensione altamente creativa, proprio in quanto sorretta dai valori umani, che la comunicazione di elevato livello non può esimersi dal fare propria.
Biagio Maimone definisce tale processo comunicativo ‘Comunicazione creativa della dimensione socio-umanitaria’, che potrà essere utilizzato dagli operatori degli Uffici Stampa, dai giornalisti e da chiunque si prefigga l’obiettivo di rendere la comunicazione una professione di elevato valore morale e sociale. Altisonante ed indicativa di un preciso impegno concreto è la sua affermazione:
“La Bellezza – non vi è dubbio – tornerà ad essere il volto magnifico della vita. La forza prorompente della Bellezza, che la Parola ha il dovere di trasmettere, sconfigge ogni male! E’ scritto nel Vangelo, è scritto nel cuore degli uomini di Buona Volontà ed è scritto nelle trame vitali dell’esistenza, che nessuno potrà mai distruggere perché esse appartengono alla Vita e la Vita è la ragione stessa dell’esistere umano”.
Partendo da tali principi, riportati nel quarto di copertina del suo libro, Biagio Maimone si accinge a divulgare i contenuti della nuova corrente filosofica a cui egli ha voluto dar vita, denominata ‘Comunicazione socio-umanitaria’.
Suor Giacomina Stuani racconta il centenario della rivista ‘Dalle api alle rose’
“Eccomi a voi, che tanto mi avete desiderato ed aspettato. Lo sapete, vengo dalla classica terra dell’Umbria, e propriamente dalla graziosa Cittadina, che tutta candida, si adagia a ridosso di un monte che si chiama Cascia. Là dorme da quattro secoli e mezzo la cara Salma di santa Rita l’Agostiniana, la Santa degli Impossibili, l’Avvocata dei casi disperati. Prima di venire a voi sono stato deposto sopra la Sua bell’Urna, e sono ancora olezzante di quel soave odore, che emana dal quel sacro Corpo. Vengo a diffonderlo nelle vostre case, fra le vostre famiglie,insieme alla benedizione della buona Santa”.
Don Alberto Ravagnani invita i giovani ad essere originali
‘Noi siamo originali non fotocopie’: con questo titolo a Loreto, a fine agosto, si è svolto il secondo raduno di ‘Fraternità’, la community di giovani nata durante la pandemia dall’esperienza di fede nell’oratorio di don Alberto Ravagnani, prendendo a prestito una delle frasi più ‘famose’ del beato Carlo Acutis, con la partecipazione di oltre 300 giovani tra i 16 ai 26 anni provenienti da tutta Italia.
Papa Francesco: la cultura è laboratorio di speranza
L’ultimo incontro di papa Francesco a Budapest è stato con il mondo universitario e della cultura alla facoltà di Informatica e Scienze Bioniche dell’Università Cattolica ‘Péter Pázmány’, che combina lo studio dell’ingegneria elettronica e informatica con la biologia molecolare e neurale e la medicina, fondata nel 1635, in cui ha ricordato l’importanza della cultura:
Don Alberto Ravagnani racconta ai giovani la Chiesa attraverso i social
Su Instagram conta 140.000 follower, 146.000 su YouTube, su Tik Tok 92.000: è don Alberto Ravagnani, brianzolo, classe 1993; è stato ordinato sacerdote nel 2018 ed oggi è vicario della parrocchia ‘San Michele Arcangelo’ di Busto Arsizio (Varese). Lascia la vita da ragazzo come gli altri quando è ai primi anni del liceo classico. I genitori, disperati, cercano di fargli cambiare idea. Gli amici, immersi tra le prime uscite e le cotte di quell’età, non capiscono la sua scelta.



























