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XVIII domenica del Tempo Ordinario: Gesù ama ed è attento
La Parola di Dio è Parola che salva. Il Vangelo descrive oggi l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci per offrire a noi un insegnamento singolare. Gesù ama l’uomo per il quale da Figlio di Dio si è fatto uomo ed ha offerto la sua vita morendo in croce per riparare i nostri peccati, vincere la morte con la sua risurrezione ed aprire a tutti le porte del regno dei cieli. Gesù ama l’uomo, creato a sua immagine, e si preoccupa dell’uomo e dei suoi problemi sia religiosi che umani ed invita i suoi discepoli a fare la stessa cosa.
Una folla immensa per ascoltare la sua parola aveva dimenticato anche di mangiare; laddove gli Apostoli poi esortavano Gesù a licenziare la folla, perché ognuno potesse procurarsi il cibo necessario, Gesù invita gli Apostoli dicendo: ‘Date loro voi stessi da mangiare!’ Gesù sapeva bene quanto si preparava a compiere: chiese perciò ad essi: ‘Quanti pani avete?’. Questi risposero: ‘Non abbiamo che cinque pani e solo due pesci’.
Gesù fu contento, fece sedere a terra tutta la gente e con essi sfamò una moltitudine di oltre cinque mila persone oltre alle donne e ai bambini; fece raccogliere gli avanzi che riempirono dodici ceste. Il Signore Gesù si è rivelato sempre misericordioso e pietoso: sempre vicino a quanti con cuore sincero e vivo lo invocano ed ascoltano la sua parola: la Parola di Dio è la nostra vita.
Il miracolo raccontato nel vangelo di oggi ha anche un risvolto eucaristico. Gesù infatti prese allora i cinque pani, li benedisse e con essi sfamò una folla immensa. Gesù dirà successivamente: vi darò da mangiare il mio corpo, da bere il mio sangue: come vedi Gesù guardava l’uomo come corpo che necessita di un cibo; come anima che, in quanto spirito, necessita di un cibo spirituale per essere forte, resistere alle tentazioni, vivere da vero figlio di Dio. L’insegnamento di Gesù è la vera sapienza; questa non si acquista dai libri ma è grazia di Dio, è dono dello Spirito Santo.
E’ vero sapiente colui che è disposto a rinunciare a tutto per impadronirsi del ‘tesoro nascosto’, che è Dio, il Verbo incarnato che per amore dà la sua vita per salvare l’uomo e prepararlo ad entrare nel regno dei cieli. Vera sapienza è quella ‘Perla’ preziosa che l’uomo per acquistarla vende tutto per impadronirsi di essa.
La Bibbia è il libro della verità di Dio; Gesù viene incontro alle necessità del popolo e vuole insegnare la via del cielo; agli Apostoli, che invitano Gesù a licenziare la folla perché vada a procurarsi il cibo necessario, Gesù risponde: ‘Date loro voi stessi da mangiare!’ L’uomo deve imparare ad essere cibo per i fratelli; ogni cristiano, in quanto tale, è chiamato ad impegnarsi nel sociale, nella religione ed in tutti i settori. perché tutti i fratelli possano migliorare le proprie condizioni. Invochiamo Dio ‘Padre nostro’, vuol dire che siamo fratelli e sorelle; viviamo questa dimensione ed, in nome di Dio, alimentiamo la fede e l’amore.: assicureremo per noi un posto nel Regno dei Cieli.
XVII Domenica del Tempo Ordinario: il tesoro nascosto: il Regno di Dio
Il brano del Vangelo ci presenta in questa domenica tre parabole di Cristo Gesù; la settimana scorsa le parabole riguardavano la natura del regno di Dio; quelle di oggi evidenziano l’atteggiamento dell’uomo riguardo al Regno di Dio, vero Tesoro per l’uomo redento da Cristo. Nella scelta di un tesoro non ci si può ingannare; Gesù stesso ci mette in guardia: ‘Non accumulate tesori sulla terra che la ruggine consuma e i ladri rubano, ma accumulate tesori nel cielo anche perché dove c’è il tuo tesoro, là c’è il tuo cuore’. Il tesoro vero, di cui parla Gesù, è il Regno dei cieli, la condizione nuova in cui entra chi accoglie il programma delle beatitudini.
Chi scopre questo tesoro è necessario che punti tutto pur di conseguirlo. Da qui le tre parabole: a) il contadino, che scopre un tesero nel campo, vende tutto per acquistare il campo e il relativo tesoro; b) un mercante di pietre preziose se trova una perla più preziosa, vende tutto per acquistarla. c) Il regno di Dio è come una rete buttata nel mare, prende ogni sorta di pesce; il pescatore poi individua il pesce buono da quello meno buono. Acquistare il Regno di Dio è il vero tesoro, la perla veramente preziosa perché assicura la vita eterna, la vita beata per tutta l’eternità. Purtroppo tanti, che pur si dicono cristiani, vivono un cristianesimo rassegnato, vivacchiante, annacquato, non è certamente il cristianesimo di Cristo Gesù.
Il mondo sensibile spesso ipnotizza; la vita mondana, che è solo esteriorità, spesso seduce l’uomo. Gli spettacoli, le danze, gli svaghi sono cose buone, ma sono passeggere, provvisorie; cose alla fine ti lasciano il vuoto nel cuore e l’amaro in bocca. L’uomo vero non solo questo corpo che oggi è bello, domani invecchia e muore. L’uomo ha in sé valori eterni, infiniti. La presenza di Dio in te è ciò che ti rende grande davanti a Dio, rende felice e serena la tua esistenza; ti fa guardare avanti con gioia e serenità. Il tuo vero Io è quello che non muore con il corpo e ti accompagna, dopo la morte terrena, davanti a Dio.
Oggi è difficile trovare un uomo, come Salomone che, divenuto re ancora giovanissimo, chiede a Dio attraverso il Profeta di avere la ‘sapienza’ per meglio guidare il popolo di Dio. eppure, cari amici, il regno di Dio è il vero grande tesoro, è l’irruzione di Dio in noi nella persona di Cristo Gesù, è vita divina, è comunione con Dio. E’ un tesoro, anzi è l’unico grande tesoro e chi lo possiede ha veramente tutto. Dirà Gesù: ‘Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde l’anima?’
Questa vita terrena presto o tardi finirà; il denaro accumulato lo lascerai; i beni materiali sono soggetti alla ruggine e ai ladri. I valori veri sono quelli eterni, che riguardano Dio e il nostro rapporto con Dio, che è amore ed è Padre misericordioso; e Gesù ci ricorda: ‘Meglio andare in cielo con un occhio, con un braccio che nel fuoco con due’. Unico vero tesoro è il regno dei cieli, dove Gesù ci ha preparato un posto nel rispetto della nostra libertà: Gesù vuole tutti salvi, ma si salva chi si vuole effettivamente salvare, chi sceglie questo incomparabile tesoro.
E’ un tesoro che non abbaglia come l’oro; non promette prestigio o posti di comando, né potenza economica: il suo valore è tutto nel cuore. A chi possiede questo tesoro sono richiesti rinunce e sacrifici: ‘Chi vuole essere mio discepolo, dice Gesù, prenda la croce e mi segua’. E’ necessario seguire Cristo nei misteri della gioia come nei misteri del dolore; solo a queste condizioni viviamo nella fondata speranza di ascoltare le parole di Gesù: ‘Venite benedetti dal Padre mio!, prendete possesso del Regno’.
La caratteristica del possesso vero di questo tesoro è la gioia che scaturisce nel cuore; una gioia piena che nasce dalla consapevolezza che non siamo mai soli e di avere trovato il vero tesoro. Una gioia che ti aiuta a compiere anche decisioni coraggiose che costano sacrifici. Il Regno di Dio è il cristianesimo della gioia; non esistono Santi tristi o musoni! Il vero cristianesimo, la vita cristiana è bellezza, è gioia, è passione; purtroppo tante volte dall’uomo viene ridotto a pratiche da adempiere, itinerari da percorrere, doveri da compiere. Quando nella preghiera diciamo: ‘Venga il tuo regno…’ cosa effettivamente chiediamo?
Invochiamo di potere incontrare un samaritano capace di fermarsi a curare le nostre ferite; chiediamo l’arte di lavare i piedi l’uno all’altro; chiediamo che uomini e donne siano sempre disposte a fare del discorso della montagna il loro vero stile di vita; chiediamo di poter vivere l’amore come Cristo Gesù ci ha amati. Credere, avere fede fa bene perché la realtà vera non è solo quella che si vede: ciò che si vede spesso è solo apparenza, cosa superficiale; il regno di Dio è realtà sostanziale.
Le tre parabole sono molto concrete; di esse la terza: la rete in mare ci ricorda quella della zizzania; ci ricorda che il bene e il male spesso si trovano a convivere: tutto ciò non deve farci perdere la gioia di vivere. Nostro compito è sapere convivere anche con i cattivi e i malvagi, con i simpatici e gli antipatici; aiutare il fratello, se ha bisogno, perché si converta e viva. Mai essere giudici inesorabili di nessuno ma operatori di giustizia e di pace. In fine sarà il Signore a dividere i pesci buoni da quelli cattivi.
Da Terni un invito a riscoprire l’esperienza di vita di san Valentino
“Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia della Parola di questa domenica, nella quale la nostra Chiesa diocesana celebra la festa del s. Patrono Valentino, focalizza l’attenzione sui comandamenti di Dio. Il sostantivo ‘comandamento’, a primo impatto sembra stridere con il desiderio di libertà a cui tutte le persone aspirano e aspiriamo”: in una cattedrale gremita di fedeli è stata celebrata, domenica scorsa, la festa diocesana di san Valentino con il solenne pontificale presieduto dal vescovo Francesco Antonio Soddu, concelebrato da mons. Salvatore Ferdinandi, vicario generale della Diocesi, da p. Josline Peediakkel parroco di san Valentino, dai i vicari foranei ed episcopali, il clero diocesano.
La festa del patrono della città di Terni è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore: “San Valentino si presenta a noi come esempio fulgido da seguire sulla via della umanità e della santità. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo.
Intelligenza, legge e cuore in Valentino sono pienamente in sintonia e connesse per formare l’ossatura robusta della persona e del santo. Egli ha vissuto una vita buona perché ha nutrito la sua esistenza con il vangelo che è il bene sommo, il cibo sano per la vita sana. Tra le tante opportunità di una esistenza nociva e a buon mercato ha saputo scegliere e coltivare questo bene e non lo ha barattato con nient’altro”.
Nell’omelia il vescovo di Terni ha sottolineato che il santo ternano sia esempio per i giovani: “In un periodo, quello di Valentino, in cui l’odio per la fede portava al disprezzo stesso per la vita fino a inculcare il male in tutte le sue dimensioni facendolo passare per ottima cosa e utile per la crescita degli individui, egli si oppose risolutamente, testimoniando una ovvietà che anche oggi necessita d’esser presa in seria considerazione: se a una persona o a qualsiasi essere vivente viene somministrato del veleno, questi si ammala e inesorabilmente è destinato a perire.
Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.
Facendo riferimento alla liturgia della Parola che focalizza l’attenzione sui comandamenti, il vescovo ha sottolineato la pedagogia dell’insegnamento di Gesù: “Oppure ancora quando a causa del suo insegnamento ben mirato ed esigente molti non lo seguirono più, ai suoi discepoli disse se volete andarvene anche voi siete liberi di farlo.
Cari fratelli e sorelle tutto questo il Signore Gesù lo fa non per umiliare o opprimere nessuno quanto piuttosto per sciogliere i vincoli di qualsiasi contenimento del bene posto da un limite umano e così proiettare la persona verso la libertà assoluta che proviene da Dio”.
Quindi la Parola di Dio insegna che per poter aderire in pienezza a tutto questo è necessaria una particolare sapienza: “Il nostro san Valentino fa parte di questa schiera eletta. Egli però non è un numero anonimo fra tanti. Egli emerge per quella sapienza del cuore che coincide con l’amore di Dio. La sua norma di vita è stata aderire al Vangelo con quell’intelligenza di cui abbiamo sentito e pregato con il Salmo responsoriale: Dammi intelligenza perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.
E’ stato un invito a valorizzare l’esperienza di san Valentino: “Soprattutto per i ragazzi e giovani Valentino porge la sua esperienza di vita affinché ogni suo tratto possa esser utilizzato come fondamento nella composizione intelligente dei vari tasselli e opportunità di crescita sulla via del bene. Di questo c’è tanto bisogno nella società di oggi! Valentino sia accolto perciò nella vita di ciascuno, nelle famiglie, nei gruppi, nelle scuole, nei posti di lavoro o di svago come il lievito buono e fecondo per la crescita integrale della persona”.
Mentre nella festa della solennità di san Valentino mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, ha sottolineato la vocazione del Santo: “San Valentino fa parte dell’identità del popolo di questa chiesa e della città nella forma più bella. Tutti siamo affascinati da questa persona che non è un eroe, un personaggio o un influencer, noi celebriamo un santo, testimone di Cristo e del Vangelo e di una umanità migliore.
Valentino ha risposto alla sua vocazione sia come vescovo, che come uomo, come cultore della verità e dell’amore. San Valentino è attuale e vuole dirci che la santità cristiana è opera di Dio, è grazia del Signore che trasforma la vita”.
Quindi è un santo ‘attuale’: “Un santo che è estremamente attuale che ha dato la testimonianza più alta come vescovo e come uomo, ad immagine del buon pastore Gesù, che ha dato la vita per noi. Chi segue Gesù non è un mercenario, il buon pastore invita a non approfittare invece che farsi servitore, a non servirsi invece che servire, non strumentalizzare a proprio favore. Piuttosto insegna ad accogliere l’umanità dispersa, smarrita, sbandata che non ha speranza”.
(Foto: Diocesi di Terni)
Hildegard von Bingen. La fonte della Sapienza
Skira presenta ‘Hildegard von Bingen. La fonte della Sapienza’, un ampio volume che – dopo Viaggio nelle immagini (2019) e Nel cuore di Dio (2021) – rappresenta il capitolo conclusivo della trilogia a cura di Sara Salvadori dedicata alla poliedrica figura di Hildegard von Bingen, storica monaca benedettina, scrittrice, teologa, santa e dottore della Chiesa.
Il volume intende ripercorrere attraverso le immagini i viaggi pastorali che la monaca benedettina intraprese in tarda età (fino al 1170), raggiungendo con la propria parola le cattedrali di tutta Europa. Fu proprio durante questi spostamenti che Hildegard affidò la propria opera alla pittura, trasmettendo il suo messaggio religioso mediante illustrazioni in cui forme, colori e movimento esprimono la meraviglia da lei provata di fronte all’ordinamento divino.
La pubblicazione affianca le riproduzioni in formato originale delle immagini contenute nei codici ildegardiani a una selezione di illustrazioni inedite, finora celate all’interno delle miniature.
Il volume si articola in tre sezioni: la prima dedicata alla ricostruzione del viaggio cosmico immaginato da Hildegard tra la cosiddetta sfera della creazione e quella dell’anima; la seconda incentrata sull’analisi del processo di scrittura e di composizione delle immagini; la terza rivolta all’approfondimento del codice sapienziale utilizzato per la costruzione dell’opera, basato sulle arti e sulle scienze del quadrivium (aritmetica, geometria, musica e astronomia).
L’inedito approccio di ricerca di Sara Salvadori applicato alla trilogia ha reso nuovamente accessibile la visionaria opera di Hildegard von Bingen, aprendo al contempo la strada a un nuovo filone di studi sulle opere medievali. Attraverso un’approfondita analisi iconografica e del simbolismo nascosto nelle immagini, la curatrice è riuscita a ricostruire la visione originaria in uno spazio tridimensionale, rivelando la poetica e le immagini rimaste finora inedite all’interno del codice sapienziale.
Il volume fa parte di una trilogia in cui i due titoli precedenti, Viaggio nelle immagini (2019) e Nel cuore di Dio (2021), sono dedicati rispettivamente alla riscoperta del complesso testo profetico Scivias e allo studio delle raffinate miniature contenute nel Codice di Lucca.
Papa Leone XIV invita ad ammirare la sapienza del Natale
“Buonasera. Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome! La Basilica di San Pietro è una Basilica molto grande, è molto grande, ma purtroppo non abbastanza grande per accogliervi tutti. Vi ammiro, vi rispetto e vi ringrazio per il vostro coraggio e la vostra disponibilità a essere qui questa sera. Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio. Tanti auguri a tutti voi. Seguite la celebrazione negli schermi. Dio vi protegga e benedica tutte le vostre famiglie. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tanti auguri a tutti!”: prima di celebrare la santa messa della notte di Natale nella basilica di san Pietro papa Leone XIV si è recato nella piazza per salutare 5.000 fedeli che non sono potuti entrati nella basilica piena di oltre 6.000 persone, partecipando alla messa sotto la pioggia.
A precedere la celebrazione eucaristica la lettura di alcuni brani biblici contraddistinta dal canto della Kalenda, l’antico annuncio liturgico del Natale del Signore (otto giorni prima delle kalendae di gennaio) come riportato nel Martirologio Romano. Un testo che racchiude tutti gli episodi fondamentali della storia universale fino alla venuta di Cristo, culmine del tempo di Avvento. Il lettore, infatti, ne proclama il senso: ricordarsi che Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, è il centro della storia e del cosmo.
Nell’omelia il papa haa richiamato il desiderio dell’umanità di scrutare il cielo: “Per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, ‘il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse’…
Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna”.
Ed a chi scrutava il cielo una stella ha indicato una direzione: “E’ il Natale di Gesù, l’Emmanuele. Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, ‘per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro’. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto”.
Sono stati proprio magi e pastori che hanno saputo capire la direzione indicata dalla stella sulla terra: “Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti ‘un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia’. Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. E’ divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”.
E’ la rivelazione di Dio all’uomo, citando papa Benedetto XVI: “Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo… Così attuali, le parole di papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.
Questa è la sapienza del Natale: “Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo…
Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?”
A questa domanda hanno risposto i pastori: “La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa ‘una moltitudine dell’esercito celeste’. Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.
Riprendendo un’affermazione di papa Francesco in apertura dell’Anno Santo papa Leone XIV ha ribadito l’impegno di portare ovunque la speranza: “Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo”.
In questo modo Natale diventa una festa: “Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. E’ festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. E’ festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. E’ festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.
(Foto: Santa Sede)
XXIII Domenica del Tempo Ordinario: la vera Sapienza!
Come definire la Sapienza? E’ un termine la cui radice è identica a ‘sapore’; è un vero dono di Dio; è sapiente chi assapora ciò che conosce, assapora la verità di Dio e la realizza nel quotidiano. Sapienza è perciò aderire con il cuore a ciò che si conosce con il cervello ed attuarlo nelle opere. E’ perciò una scelta esistenziale. Nella Chiesa i veri sapienti sono i “Santi” perchè hanno saputo regolare la propria vita ai comandamenti ed hanno saputo affermare la verità con il martirio.
Nel Vangelo si parla che molta gente seguiva Gesù; ma seguire Gesù non è partecipare ad un corteo trionfale ma condividere il suo amore misericordioso. L’opera di Gesù è infatti un’opera di misericordia, perdono e amore. Essere con Gesù significa accettare Cristo che muore in croce per salvarci: ‘per crucem ad lucem’. Il vero cristiano non ama la sofferenza per la sofferenza ma accetta la croce come strumento di salvezza. Nel brano del vangelo troviamo la risposta vera e concreta al problema della Sapienza. Molta gente andava da Gesù, con Gesù; ma essere davvero con Gesù significa vivere un cristianesimo autentico e serio; significa fare bene i conti affrontando rischi e difficoltà.
Cristiano vero è colui che si distacca da tutto e si ritrova a vivere la logica del Vangelo, la logica dei figli di Dio. Da qui le due parabole del brano del vangelo: quella di colui che deve costruire una torre e prima fa i calcoli perché nessuno gli rida in faccia dicendo: costui voleva costruire ma non è riuscito a portare a termine il lavoro; la parabola del re che va alla guerra ma prima fa i conti per vedere se può riuscire a vincere l’avversario. La scelta del cristiano comporta costanza, coraggio, senso di responsabilità nel realizzare il fine ultimo della propria vita.
Non si tratta di ‘odiare’ ma di amare i valori veri ed eterni; il primo avversario da combattere è il nostro egoismo, la nostra superbia ed orgoglio che spesso collocano il nostro io al posto di Dio. Ecco la vera Sapienza: vincere è amare, amare è servire, come Cristo Gesù che ‘non è venuto per essere servito ma a servire e a dare la vita per tutti’. I problemi della vita vanno trattati senza superficialità ma con vera serietà.
Vivere con una fede viva che ci porti ogni giorno a progredire, consapevoli delle parole di Gesù: ‘Se il chicco di grano non muore, non può germogliare, fiorire, fruttificare’; ad astra per aspera; si entra in cielo solo attraverso la porta stretta. L’uomo veramente sapiente è colui che non si lascia travolgere dalle cose, dagli avvenimenti quotidiani e in ogni circostanza riesce a salvaguardare il primato dell’amore. La sapienza cristiana non è erudizione o semplice scienza, ma è assaporare ciò che si conosce dalla fede e dall’insegnamento cristiano.
La sapienza cristiana, che scende dall’alto ed insegna all’uomo la via del cielo, è dono di Dio e frutto dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel sacramento del Battesimo. L’uomo è fragile, ma Dio è grande e misericordioso e non si lascia vincere in generosità. Bisogna chiedere la sapienza del cuore con la preghiera, con fede profonda e con fermezza di spirito. Se la vita eterna è il fine ultimo , bisogna agire con rettitudine, costanza, perseveranza e rinuncia.
Come vedi non si tratta di odiare padre, madre, figli, suoceri … ma di amare Dio ed i fratelli e lodare e ringraziare Dio grande e misericordioso, sempre il primo ad amarci. Se Gesù è il sole, Maria è l’aurora che preannuncia il suo sorgere; la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, interceda sempre per noi: Maria rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi e ci apra la via a Cristo Gesù via, verità e vita.
Papa Leone XIV: la cura del creato è la vocazione di ogni persona
“Nel testo del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato, Gesù rivolge diversi insegnamenti ai suoi discepoli. Vorrei soffermarmi su uno di essi, che sembra particolarmente adatto a questa celebrazione. Dice così: ‘Guardate gli uccelli del cielo … Osservate come crescono i gigli del campo’. Non è raro che il Maestro di Nazaret faccia riferimento alla natura nei suoi insegnamenti. Flora e fauna sono spesso protagoniste nelle sue parabole. Ma in questo caso c’è un chiaro invito all’osservazione e alla contemplazione del creato, azioni finalizzate a comprendere il disegno originale del Creatore”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato il progetto nato su 55 ettari un tempo appartenenti alle Ville Pontificie incontrando i dipendenti che curano le oltre 3.000 specie di piante presenti.
Durante la Liturgia della Parola con il Rito di benedizione, dopo la proclamazione di un passo del Vangelo secondo Matteo ed il Responsorio, papa Leone XIV ha preso la parola per l’omelia, traendo spunto proprio dal testo evangelico: “Tutto è stato sapientemente ordinato, fin dall’inizio, affinché tutte le creature concorrano alla realizzazione del Regno di Dio. Ogni creatura ha un ruolo importante e specifico nel suo progetto, e ciascuna è ‘cosa buona’, come sottolinea il libro della Genesi”.
Ed ecco il paragone del valore dell’umanità: “Nello stesso brano evangelico, riferendosi agli uccelli e ai gigli, Gesù rivolge ai suoi discepoli due domande: ‘Non valete forse più di loro?’; e poi: ‘Se Dio veste così l’erba del campo, … non farà molto di più per voi?’ Quasi a riprendere implicitamente il racconto della Genesi, Gesù sottolinea il posto speciale riservato, nell’atto creativo, all’essere umano: la creatura più bella, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Ma a tale privilegio è associata una grande responsabilità: quella di custodire tutte le altre creature, nel rispetto del disegno del Creatore”.
Quindi la cura del creato è la vocazione dell’umanità, come scriveva papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato Sì’: “La cura del creato, dunque, rappresenta una vera e propria vocazione per ogni essere umano, un impegno da svolgere all’interno del creato stesso, senza mai dimenticare che siamo creature tra le creature e non creatori”.
In questa linea si colloca tale borgo vaticano, citando l’esortazione apostolica ‘Laudate Deum’: “Il Borgo Laudato sì’, che oggi inauguriamo, si pone come una delle iniziative della Chiesa tese a realizzare questa ‘vocazione di essere custodi dell’opera di Dio’: un compito impegnativo ma bello, affascinante, che costituisce un aspetto primario dell’esperienza cristiana”.
E tale inaugurazione rappresenta una speranza: “Il Borgo Laudato si’ è un seme di speranza, che Papa Francesco ci ha lasciato come eredità, un ‘seme che può portare frutti di giustizia e di pace’. E lo farà rimanendo fedele al proprio mandato: essere un modello tangibile di pensiero, di struttura e di azione, in grado di favorire la conversione ecologica attraverso l’educazione e la catechesi”.
Speranza perché il creato è bello: “Quello che vediamo oggi è una sintesi di straordinaria bellezza, dove spiritualità, natura, storia, arte, lavoro e tecnologia intendono coabitare in armonia. E’ questa in definitiva l’idea del ‘borgo’, un luogo di vicinanza e prossimità conviviale”.
(Foto: Santa Sede)
XVI Domenica Tempo Ordinario: Ospitare Dio nella nostra vita!
Oggi il Vangelo ci offre una icona della vera famiglia cristiana: non si tratta di una parabola ma di un fatto concreto. Gesù è ospite di una famiglia di tre persone: le sorelle Marta e Maria e il fratello Lazzaro. Tema della Liturgia è l’ospitalità di Abramo e quella di Marta e Maria. Dio è il vero e significativo ospite dell’anima. Dal racconto evangelico si evince che Marta è tutta presa a preparare il pranzo, addobbare la casa per l’accoglienza dignitosa di un ospite eccezionale; Maria, la sorella, è come rapita dalla presenza del maestro e se ne sta là, vicino a Gesù, ad ascoltarlo.
L’atteggiamento delle due sorelle è assai diverso ed evidenzia l’uno l’amore per la vita attiva, l’altro l’interesse per la vita contemplativa. Gesù, provocato affettuosamente da Marta, che si sente lasciata sola dalla sorella nelle faccende domestiche: pulizia, addobbo della tavola, preparazione dei pasti, risponde: ‘Marta, Marta, ti preoccupi di molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è veramente bisogno; Maria ha scelto la parte migliore e non le sarà tolta’.
Gesù non intende condannare l’atteggiamento del servizio, ma l’affanno dal quale tante volte si è presi, come se fosse l’unica cosa essenziale. La cosa veramente essenziale è un’altra: ascoltare la parola del Signore. Il Signore in quel momento è proprio lì, nella persona di Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto; ciò che rimane è solo la parola di Dio: parola eterna che dà senso al nostro agire quotidiano. Nessun disprezzo per la vita attiva, tanto meno per l’ospitalità; Ma Gesù evidenzia l’unica cosa veramente necessaria.
La persona, scriveva un giorno papa Benedetto XVI, deve lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno in primis di Dio, che è luce interiore: amore e verità. Senza amore anche le attività più importanti perdono valore e non danno gioia; senza amore tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. Siamo invitati dalla pagina del vangelo ad accogliere Dio nella nostra vita: solo lui è il vero ospite dell’anima, della famiglia e del mondo intero.
Accogliere Cristo significa ‘ascoltare la sua parola’. L’ascolto è l’unica azione cultuale richiesta da Dio al suo popolo; l’ascolto è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per adorare il Signore efficacemente; da qui le parole di Gesù: ‘Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta’. La parte migliore è il Vangelo di Cristo Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto, ma la parola di Dio rimane, è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano: nessuno disprezzo per la vita attiva,nè tanto meno per l’ospitalità; ma l’unica cosa veramente necessaria è ascoltare la parola di Dio ed attuarla. Dio è sempre accanto a noi; è sempre ospite nella ‘famiglia umana’ perchè la famiglia e nella famiglia si completa l’uomo; Dio giustamente disse: ‘non è bene che l’uomo sia solo’.
Gesù incarnandosi volle nascere in una famiglia a Betlemme, volle vivere in una famiglia a Nazareth; istituì inoltre la Chiesa come la grande famiglia delle famiglie: la famiglia cristiana è la vera chiesa domestica. La sua presenza in noi si rivela nell’amore e nell’impegno: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui’.
La vera sapienza sta nel sapere coniugare questi due elementi: la contemplazione e l’azione. Anche le ferie estive servono a riequilibrare attivismo e contemplazione. la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci guidi nell’amore di Dio e del prossimo con le mani di Marta e il cuore e la fede di Maria. La spiritualità cristiana è la sintesi di contemplazione e azione.
Silvia Serventi racconta ‘la purità del cuore’ di santa Camilla Battista da Varano
‘La modernità di una mistica del Rinascimento italiano: Santa Camilla Battista da Varano’: questo è stato il titolo del convegno svoltosi al monastero ‘Santa Chiara’ di Camerino, in provincia di Macerata, moderato da fra Lorenzo Turchi, docente della Pontificia Università Antonianum di Roma, con quattro relazioni: ‘Le opere latine di santa Battista da Varano, clarissa e umanista’ a cura della dott.ssa Silvia Serventi, ricercatrice indipendente; ‘II profilo e l’avventura di sora Battista tra le clarisse e i monasteri di I Regola’ a cura della prof.ssa Letizia Pellegrini, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Macerata; ‘Immagini e visioni da un monastero’, proposta dal prof. Giuseppe Capriotti, docente di Storia delle Religioni all’Università di Macerata; infine il prof. Pierluigi Feliciati, docente di Scienze documentarie all’Università di Macerata, ha incentrato la relazione sul tema ‘L’archivio del monastero di Santa Chiara di Camerino: progetto di recupero e valore’. La giornata è stata conclusa dalla celebrazione eucaristica officiata da mons. Francesco Massara, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche e vescovo di Fabriano-Matelica; mentre nella serata è stato proposto lo spettacolo teatrale ‘Come una carezza – Il viaggio di Camilla Battista Varano’ del ‘Gruppo Teatro in bilico’.
Nella giornata di studio è stato presentato il volume di santa Camilla Battista da Varano, ‘La purità del cuore ed altri scritti’, a cura di Silvia Serventi, dottoressa di ricerca in italianistica e docente di storia dell’arte: “Diversamente dall’autobiografia o dai ‘Dolori mentali’, il ‘Trattato della purità del cuore’ non ha avuto un’ampia diffusione e, sino all’ultima ripresa degli studi, erano noti solo tre manoscritti tardivi legati all’ambiente oratoriano, nei quali compariva sempre collocata tra i ‘Dolori mentali’ ed un compendio delle ‘Istruzioni al discepolo’. I due codici, entrambi del XVI secolo, permettono una revisione del testo su una base più sicura e consentono di leggerlo in una versione più completa e vicina all’originale”.
A lei chiediamo di raccontare l’occasione per questa pubblicazione: “In quest’anno cade il quinto centenario dalla morte di Battista da Varano, al secolo Camilla, figura significativa di monaca umanista passata dalla corte di Camerino al monastero per lei edificato dal padre. Con la nuova edizione incentrata sul ‘Trattato della purità del cuore’ si mette a frutto il ritrovamento di versioni diverse dell’opera e la si rilegge alla luce dell’intera produzione della clarissa marchigiana pubblicata in appendice. Nel 2009 infatti, quando gli studi intorno alla sua figura fiorirono in vista della canonizzazione avvenuta nel 2010, furono rinvenuti a Padova e a Genova due importanti manoscritti che presentano un testo più ampio di quello che si conosceva, il primo in latino e il secondo in volgare”.
Ma chi era questa santa?
“Camilla Battista da Varano, beata dal 1843 e santa dal 2010, è stata un personaggio unico nel panorama italiano della seconda metà del Quattrocento: figlia di aristocratici, educata agli studi umanistici, diviene poi clarissa e mistica. Ed altrettanto unica è l’unione di umanesimo e misticismo. Leggere il ‘De puritate cordis’ in un latino che potrebbe essere quello di Marsilio Ficino è già un’esperienza del tutto fuori del comune”.
Cosa era la purità del cuore per santa Camilla da Varano?
“La purità del cuore è distinta da Battista in tre parti: verso Dio, verso il prossimo e verso sé stessi. La purità verso Dio consiste nel pensare rettamente di Dio, ovvero credere con semplicità, senza voler indagare con sottigliezza tutto ciò che si legge o si ascolta su Dio. Quella verso il prossimo si manifesta nel non giudicarlo, non mormorare contro di lui ma anzi onorarlo. La purità verso sé stessi è avere di sé una pessima opinione e riconoscere la propria incapacità di fare il bene e sopportare le avversità senza l’aiuto divino”.
In quale modo la purità del cuore conduce a Dio?
“Il raggiungimento della purità è considerata la prima tappa dell’itinerario spirituale poiché è solo grazie ad essa che è possibile arrivare all’amorosa crocifissione e all’offerta di sé. La purità corrisponde alla fede, la propria crocifissione alla speranza e l’offerta volontaria di sé alla carità”.
Quale rapporto c’è tra purità e Sapienza per santa Camilla?
“In alcuni passi del trattato Battista applica alla purità quanto nella Bibbia viene detto della sapienza: esorta il destinatario a cercarla fin dalla sua giovinezza, a prenderla come sposa lasciandosi istruire da lei sulla via delle virtù. La sapienza illumina, mentre chi non la possiede cammina nelle tenebre. Allo stesso modo solo chi ha la purità del cuore e della mente può progredire nella via che conduce a Dio e sopportare con pazienza le avversità”.
Esiste un rapporto tra la purità del cuore di santa Camilla e la ‘Terza delle considerazioni sulle stimmate’ di san Francesco?
“L’autrice ricorda espressamente le domande di san Francesco: ‘O Dio, chi sei tu? E chi sono io?’, riportate nella ‘Terza considerazione sulle stimmate’. La conoscenza di Dio e di sé corrispondono in un certo senso al primo e al terzo tipo di purità e sono come due lumi che, facendo cogliere il contrasto tra l’abisso della bontà di Dio e quello della propria viltà, portano all’umiltà”.
La purità del cuore è una riflessione valida anche oggi?
“Soprattutto la riflessione sulla purità verso il prossimo è particolarmente attuale, se si pensa alle numerose esortazioni di papa Francesco ad evitare le mormorazioni. Invece di giudicare gli altri santa Camilla Battista insegna a guardare sé stessi: scrive di aver ricevuto il dono di essere cieca di fronte ai difetti dei fratelli e di avere impresso così in profondità la verità della sua nullità e miseria che questa consapevolezza non le verrebbe strappata se anche tutto il mondo la lodasse. Questa constatazione non porta però alla tristezza ma alla gioia di riconoscersi creatura sommamente amata da Dio”.
(Tratto da Aci Stampa)
Matteo Ricci, il dialogo tra le culture e il dialogo con il mondo di oggi
Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610), esperto nelle scienze, come nelle lettere, sinologo, cartografo e matematico, dopo essere stato ordinato sacerdote nella Compagnia di Gesù in India, nel 1582 parte per una missione verso Macao. Uomo onnisciente e profondo conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata.
Questa è l’essenza del libro ‘La forza del dialogo. Matteo Ricci ponte tra Europa e Cina’, scritto dalla prof.ssa Luciana Salvucci, con saggi di Andrea Fazzini, Frediano Salvucci, Francesco Solitario, Antonio Spadaro, Antonio De Caro, con la postfazione di Dario Grandoni e la prefazione di Luigi Lacchè, che scrive: “Maestro d’Europa, ma anche, secondo un altro titolo onorifico, ‘Studioso confuciano del grande Occidente’, Ricci compì uno sforzo inedito per avvicinarsi all’antropologia culturale cinese mettendo da parte, per quanto possibile, ogni pregiudizio e sentimento di pretesa superiorità”.
Queste pagine ricostruiscono l’esperienza storica di Matteo Ricci ed il primo significativo incontro tra il sapere occidentale e quello cinese, avvenuto negli anni che vanno dagli ultimi decenni del 1500 ai primi del 1600. L’obiettivo è quello di riproporre, come esempio, l’operato di Ricci, la sua tensione verso una conciliazione, attraverso argomentazioni razionali, tra una società basata su tradizioni millenarie con dottrine etiche non facilmente compatibili e la visione della vita derivante dal Vangelo e dalla teologia cristiana.
Per quale motivo un libro su p. Matteo Ricci?
“Mi interessano l’ingegno umano, l’idea del bene e ritengo importante il dialogo costruttivo tra persone e popoli. Padre Matteo Ricci rappresenta questo per tre motivi: è missionario in Oriente, scienziato, scrittore, sinologo, cartografo, matematico; contribuisce al confronto tra fede e scienza, teorizza il dialogo e l’amicizia tra popoli e persone. L’opera travalica i generi classici di scrittura (per esempio poema, teatro), esplora nuove forme espressive basate su un interscambio tra nuovo linguaggio e rimandi alla classicità. La precede un saggio di Andrea Fazzini: ‘La dimensione teatrale dell’opera’. Autore della postfazione è Dario Grandoni, presidente della ‘Fondazione p. Matteo Ricci’, con la quale si è collaborato per la pubblicazione e la presentazione”.
Per quale motivo ha cercato un dialogo con l’Oriente?
“Matteo Ricci, uomo onnisciente e conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata”.
In quale modo ha cercato di coniugare la sapienza occidentale con la sapienza orientale?
“E’ un grande merito del gesuita aver fatto conoscere alla Cina la cultura europea, coinvolgendo importanti ‘literati’ e funzionari cinesi a lui contemporanei e contribuendo ad abbattere il muro di reciproco sospetto. Egli riesce a conquistare rispetto e ammirazione attraverso la conoscenza del pensiero cinese e mettendo a disposizione il sapere occidentale, in particolare l’arte della memoria, la matematica, la geografia e l’astronomia. Ricci rileva delle somiglianze tra la cultura confuciana e le filosofie greca e latina. Al tempo stesso, il tema dell’amicizia è fondamentale anche nel confucianesimo, in cui i rapporti con gli uomini e i familiari sono la base, secondo Confucio, su cui si costruisce uno Stato solido e duraturo”.
E’ possibile una ‘conciliazione’ tra culture?
“E’ possibile attraverso il dialogo. Nella scena ‘Dialogo sulla dottrina del Signore del Cielo’, si riporta il dialogo tra il pensiero di un letterato cinese e quello di un letterato occidentale, in parte tratto dall’opera di Matteo Ricci ‘Il vero significato del Signore del Cielo’. E’ anche possibile attraverso l’unità di armonia, sapienza e bellezza. Nell’Epilogo le parole finali della Madre del Cielo cercano di descrivere lo stato di bellezza, gioia, sapienza e amore, di un aldilà, che ricorda la vita nella terra secondo virtù. E’ proprio partendo dai principi di unità, sapienza e armonia che la cultura cinese e quella europea possono trovare un punto di incontro. E’ partendo dalla diversità come risorsa e dalla combinazione di diverse arti, che con amicizia e armonia, le due società possono dialogare sui diversi piani culturale, antropologico, teleologico e scientifico”.
Negli anni scorsi ha pubblicato anche un oratorio sacro su p. Ricci (‘Alla corte del signore del cielo’): quanto è importante il gesuita maceratese per il dialogo interreligioso?
“Padre Matteo Ricci è consapevole che il dialogo con la Cina sia importante per la convivenza pacifica tra i popoli e per la diffusione del cristianesimo nel mondo, per questo non crea dei cortocircuiti né sminuisce la grande cultura di quel popolo, imponendo una visione occidentale. Capisce che in Cina deve confrontarsi con una civiltà grande al pari di quella europea. E’ consapevole della sfida e l’accetta, utilizzando, oltre la Bibbia, la mediazione del pensiero confuciano, del pensiero umanistico e in particolare del pensiero scientifico”.
(Tratto da Aci Stampa)





























