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La Chiesa italiana sostiene la popolazione del Myanmar

Restare accanto a quanti soffrono, sostenere le comunità locali, incoraggiare i giovani con iniziative nel campo educativo e professionale, promuovere un processo di riconciliazione. Sono queste le principali sfide che la Chiesa si trova ad affrontare in Myanmar, un Paese alle prese con una crisi politica prolungata, con scontri e violenze tra le truppe del governo militare e gruppi etnici armati, con milioni di sfollati e ingenti danni provocati dalle calamità naturali. A questo si aggiunge la drammatica situazione dei Rohingya, i musulmani del Rakhine, rifugiati nei campi profughi in Bangladesh da dove molti cercano di fuggire, spesso perdendo la vita.

Quindi dopo quello su Haiti, il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, presenta il dossier ‘Myanmar, abbracciare l’alba della pace’ che racconta, attraverso dati e testimonianze, l’impegno della Chiesa in Italia. Sul campo operano religiose, sacerdoti e volontari che, con i vescovi, cercano ogni giorno di ravvivare la speranza e lo spirito di solidarietà tra la popolazione cattolica ed appartenente ad altre religioni.

Dal 1991, la Chiesa italiana ha sostenuto interventi in Myanmar per circa € 23.000.000, inclusi € 4.500.000 provenienti direttamente da Caritas Italiana per attività in vari settori: sono stati 238 i progetti approvati dalla CEI attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli. Grazie ai fondi 8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, “con quasi € 18.500.000 si è potuto intervenire in diversi settori, in particolare accoglienza, istruzione e accompagnamento principalmente di bambini e ragazzi, assistenza, formazione e sensibilizzazione in ambito sanitario, sviluppo integrato economico e sociale a favore delle comunità rurali, promozione della microimprenditorialità, agricoltura, riforestazione.

Significativo l’impegno per percorsi di uscita dalla tossicodipendenza e per attività di sostegno e inclusione comunitaria dei disabili. Così come le risposte a situazioni di emergenza quali l’assistenza umanitaria ai più vulnerabili, interventi di aiuti d’urgenza per calamità naturali e di riduzione del rischio da fenomeni alluvionali”.

Nel dossier Patrizia Caiffa ha chiesto al card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente della Conferenza episcopale del Myanmar e della Federazione della Conferenza episcopale asiatica (Fabc), ha chiesto di raccontare il cammino sinodale: “Il nostro viaggio sinodale in Myanmar riguarda la guarigione e la riconciliazione del mondo nella giustizia e nella pace. Il nostro cammino di fede è piuttosto messo alla prova dall’attuale crisi politica. Stiamo dunque vivendo una nuova esperienza di esodo dentro e fuori il Paese.

Molte case e chiese vengono bruciate, e tutti noi incontriamo una crudeltà continua. Il recente attacco al prete cattolico p. Paul Khwi Shane Aung da parte di uomini armati non identificati mostra quanto siamo vulnerabili: viviamo una Via Crucis permanente, una realtà dolorosa e ferita in diverse zone del Myanmar. E’ qui che abbiamo bisogno della riconciliazione con Dio, con la natura e con gli altri. E’ qui che dobbiamo diventare una Chiesa in ascolto, come Gesù, degli sfollati e delle persone ferite. Conoscendo il Myanmar con i suoi vari gruppi etnici, dobbiamo continuare ad essere una Chiesa missionaria con una cultura del rispetto reciproco e di una convivenza pacifica con tutti, con una chiara azione profetica collettiva”.

Nella conclusione mons. Andrea Ferrante, incaricato della Nunziatura della Santa Sede, ha sottolineato il lavoro della ‘sinodalità’: “La sinodalità qui è visibile e tangibile nel vissuto quotidiano. Lasciandosi guidare dall’ispirazione dello Spirito Santo, vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi, catechisti, volontari e comunità parrocchiali sono all’opera per non lasciare soli i fratelli più in difficoltà, donando loro la speranza e creando occasioni di incontro e di crescita.

Grazie alla eredità dei grandi missionari che hanno attraversato il Paese (PIME, MEP, Colombani) ci sono radici profonde di una fede viva e creativa, un vero amore all’adorazione eucaristica e una sincera devozione alla Beata Vergine Maria. Questi sono i pilastri del tessuto ecclesiale e della speranza che anima l’azione pastorale in un clima di forti tensioni e conflitti armati. In un contesto di destrutturazione del tessuto sociale, la sfida più grande è mantenere viva la speranza che ha radici nel passato, nel presente e lascia guardare con fiducia verso il futuro”.

(Foto: CEI)

Sud Sudan, la Chiesa e la riconciliazione possibile per il vescovo di Rumbek

200.000.000 di persone vivono nei 6 Paesi del Corno d’Africa: Gibuti, Etiopia, Eritrea, Somalia, Sud Sudan e Sudan e nei prossimi trent’anni il loro numero raddoppierà, ma nessuno di questi paesi dispone di un’infrastruttura di governance che sia in grado di gestire quest’aumento della popolazione, e ancor meno le sempre maggiori aspettative dei loro giovani, la cui crescita è ancora più rapida. Con la traiettoria attuale, si sta andando verso il collasso dello stato in tutta la regione, a causa delle guerre in Sudan e in Etiopia. Tutte le parti in guerra stanno usando la fame come arma, assediando le città, tagliando le linee di rifornimento e distruggendo le infrastrutture essenziali.

E’ una regione segnata da dittature longeve e instabilità politica, ma anche da importanti svolte politiche, quali, recentemente, la caduta del presidente Omar al-Bashir in Sudan e la storica pace stipulata tra Eritrea ed Etiopia. Tra economie in forte crescita (Kenya, Etiopia) e Paesi che arrancano (Sud Sudan), restano diffusi forti livelli di disuguaglianza. Conflitti, instabilità politica e difficili condizioni socio-economiche alimentano i movimenti migratori, in larga maggioranza costituiti da giovani. Uganda, Etiopia e Sudan sono tra i paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati in Africa.

Da mons. Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, ci siamo fatti raccontare la situazione in Sud Sudan: “La situazione del paese sembra abbastanza tranquilla. Il governo è piuttosto forte, e le opposizioni non hanno tanta voce. Ci sono ancora aree del Paese dove c’è insicurezza a causa delle tante armi che ci sono nel territorio, ma non sono conflitti di natura politica ma legati alla natura dei popoli pastori che si spostano in cerca di pascoli e acqua andando a scontrarsi con altri gruppi. È necessario l’impegno del governo e delle amministrazioni locali per prevenire e risolvere questi conflitti intercomunitari.

Ma il vero problema che il paese deve affrontare è la crisi economica dovuta ad una incapacità o impossibilità quasi endemica di usare e produrre risorse o ricchezze. Manca l’imprenditoria locale quasi in tutti i settori. I prodotti vengono quasi tutti importati. L’entrata che viene dal petrolio non viene investita nel promuovere l’economia locale. Buona parte finisce all’estero. E quello che rimane serve per sostenere l’apparato burocratico del Paese.

La quota assegnata all’istruzione e alla sanità pubblica non sembra adeguata a rispondere ai bisogni della popolazione. La moneta perde di valore. Il lavoro non è ben remunerato a meno che si tratti di lavoro per organizzazioni non governative e agenzie per lo sviluppo. La popolazione soffre povertà e miseria”.

Quanto pesa la situazione in Sudan sulla popolazione del Sud Sudan?

“La situazione nella regione dell’Alto Nilo è molto difficile. Il Sud Sudan ha aperto le braccia

a Sud Sudanesi che rientrano scappando dalla guerra del Sudan. Fra i rifugiati ci sono anche sudanesi e gente di altre nazionalità. Ma pur accogliendo, non ha grandi risorse od opportunità da offrire, se un po’ di tranquillità, ma nell’Alto Nilo neanche tanta. Le famiglie che sono arrivate a Rumbek e nella regione dei Laghi trovano le basi per sistemarsi pur nella fatica di trovare una occupazione per vivere. A Khartoum c’erano Sud Sudanesi istruiti e con buone qualifiche e professioni, questi si potranno inserire in Sud Sudan abbastanza rapidamente perché il paese ha comunque bisogno di loro: medici, ingegneri, professori. Ma nel caso di lavoratori non qualificati, non sarà facile, specie per quei Sud Sudanesi nati e cresciuti in Sudan e senza connessioni al Sud”.

Quale futuro oltre la guerra?

“Purtroppo il conflitto in Sudan non sembra voler cessare. Manca la volontà di dialogare e di raggiungere un compromesso. D’altronde non so quale accordo sia possibile trovare quando a combattersi sono gruppi militari senza politica che hanno semplicemente l’intenzione di preservare potere e controllo su risorse. Unica speranza è che ci sia la possibilità di ritornare a un dialogo politico dove i cittadini e gruppi civili abbiamo la parola. Probabilmente c’è bisogno di una mediazione della comunità internazionale e dell’Unione Africana. Riguardo al Sud Sudan, il paese è esausto. Nessuno vuole la guerra. Solo alcuni gruppi quando non sono ascoltati, o quando sperano di alzare la posta in gioco e ottenere qualcosa per sé. C’è bisogno di una politica illuminata che promuova uno spirito nazionale, piuttosto che tribale, lo spirito del bene comune piuttosto che degli interessi di gruppo”.

Come si sta preparando la popolazione per le elezioni del prossimo dicembre?

​“E’notizia dei giorni scorsi che il governo ha approvato il preventivo di spesa per le prossime elezioni. C’è quindi un primo passo, quello di garantire fondi perché le elezioni possano essere fatte. Allo stesso tempo, Charles Gituai Tai, interim president di R-JMEC, ha chiesto a governo e rappresentanti dei partiti di chiarificare al più presto come intendono arrivare a elezioni pacifiche, genuine, libere, giuste e credibili. Permangono dei dubbi. Sembra necessario un censimento per determinare il corpo votante.

Non è ancora chiaro se rifugiati e sfollati potranno votare e in quali circoscrizioni. Ancora non c’è chiarezza su partiti e candidati. Un processo democratico richiede tappe precise che ancora non sembrano essere raggiunte. Ma in molti citano il proverbio: povere elezioni, meglio di nessuna elezione (Bad election is better than no election). Anche la Santa Sede, con la visita del card. Czerny, ha incoraggiato il governo di favorire il processo elettivo: questo è un momento critico nella vita politica del vostro Paese.

Preparatevi alle elezioni con la preghiera e l’impegno per garantire che siano non violente, giuste, trasparenti, credibili e pacifiche. Per raggiungere questo obiettivo ci sono delle basi importanti: mettere in atto le strutture necessarie nella sfera politica, disporre cuori e menti a una possibile transizione. Un trasferimento pacifico del potere non è solo un segnale politico di maturità,  ma assicura anche il buon governo e lo sviluppo olistico della nazione. Esorto pertanto tutte le parti a rimanere fedeli all’accordo di pace che prevede le elezioni”.

Quale è il ruolo della Chiesa per la riconciliazione del Paese?

“Dall’ultimo Sinodo per l’Africa abbiamo imparato che l’evangelizzazione prende il nome di riconciliazione. In generale c’è bisogno di un cammino verso l’unità sia del genere umano che della casa comune in cui abitiamo. E così anche nel particolare della storia del Sud Sudan. Evangelizzare significa umanizzare in forza dell’incarnazione, il mistero di un Dio fatto uomo perché recuperassimo la nostra somiglianza a Lui. E quindi una Chiesa che si fa prossima ad ogni gruppo umano lo fa sentire parte di una stessa umanità con la stessa dignità e casa ovunque si trovi.

La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica.

Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione. La nostra diocesi di Rumbek ha anche valorizzato il ministero di giustizia e pace attraverso un ufficio specifico che propone momenti di dialogo tra comunità che sono state vittima di violenza, corsi di riconoscimento e cura del trauma.

Quest’ufficio ha anche stabilito comitati di giustizia e pace in tutto il territorio formando agenti capaci di promuovere ascolto e dialogo. Ultimamente abbiamo anche stabilito la commissione per la riconciliazione in diocesi per mettere in atto processi che aiutino la diocesi a superare quanto successo negli anni scorsi, sospetti, minacce, paure poi culminate anche nell’agguato di cui sono stato vittima.

La diocesi era vittima di una dinamica nociva che si protraeva da tempo. La diocesi si è trovata ad essere una parabola del paese che si trova vittimizzato da una struttura di peccato. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono. Non c’è perdono senza verità. Non c’è verità senza conversione. Non c’è conversione senza fede in Dio”.

Cosa significa vivere la sinodalità in Sud Sudan?

“Sinodalità in Sud Sudan chiede una Chiesa dell’ascolto e del dialogo. Anticipa una Chiesa meno clericale e più attenta e aperta al ruolo delle donne e dei laici. Prevede meccanismi di partecipazione e di responsabilizzazione. Per noi nello specifico, la sinodalità ci sta aiutando nella riorganizzazione della diocesi, forse in una Chiesa meno preoccupata del fare, ma più cosciente di quello che è con la gente. Non una Chiesa che si distingue dalla gente, ma una Chiesa che accoglie e chiede l’aiuto di tutti”.

Quale è opera di Fondazione Cesar in Sud Sudan?

“La Fondazione Cesar è attiva da più di 20 anni nella diocesi di Rumbek come Coordinamento Enti  Solidali di Rumbek. Da sempre il nostro impegno principale è quello di dedicarci alla formazione e lo facciamo su più fronti. Per esempio, nel tempo, abbiamo realizzato il Mazzolari Teachers College a Cueibet (Sud Sudan) che ci permette di formare i maestri e di garantire ai bambini che vanno a scuola di avere insegnanti preparati in modo adeguato e di dare, di conseguenza, un impulso al percorso che permetterà di avere una classe dirigente preparata. Oltre a portare avanti percorsi di abilitazione per docenti stiamo sostenendo, sempre per loro, il  percorso per il recupero del trauma, ed è stata costruita la biblioteca e siamo pronti per dare il via alla costruzione per il dormitorio per i docenti laici.

Importante è la nostra attenzione alla formazione delle ragazze, perché sono quelle più escluse dall’educazione e con il progetto ‘Education for Life’ per bambini/e e adolescenti e le borse di studio ‘Insieme a Damiana’ vogliamo dare formazione di qualità alle bambine  e ragazze del Sud Sudan. Questo è importante in quanto avrà ricadute sul paese, poiché queste studentesse diventeranno le adulte del domani, grazie ad un’adeguata preparazione culturale e professionale.

La malnutrizione è  un altro nostro ambito di intervento con azioni di prevenzione della malnutrizione per i bambini tra gli 0 e i 5 anni con visite mediche, individuazioni di cure personalizzate per i piccoli malnutriti  e corsi di formazione per le mamme, per aiutarle a capire come aiutare, accudire e crescere al meglio i propri figli.

Accanto a questo, sosteniamo anche il lavoro delle suore missionarie di Madre Teresa operative nella Casa Speranza a Rumbek dove sono ospitati bambini rimasti orfani (molti a causa dei conflitti interni) e con disabilità intellettive ai quali diamo sostegno. Altra attività che svolgiamo è il sostegno di piccoli progetti di micro-attività  economiche come la produzione del sapone e la realizzazione di manufatti artigianali realizzati della donne in Sud Sudan e che per loro rappresentano una piccola fonte di guadagno.

In Italia lavoriamo sulla sensibilizzazione, promozione per il Sud Sudan attraverso diverse iniziative come la raccolta fondi, le campagne di Natale e Pasqua, eventi di vario tipo e il concorso dedicato alla scuole. Tutte attività svolte nell’intento di raggiungere e coinvolgere il maggior numero possibile di e fare il bene per il Sud Sudan”.

(Tratto da Aci Stampa)

In Ucraina dopo due anni di guerra

“Esortiamo la comunità internazionale, i leader religiosi e politici dei vari Paesi di continuare nel loro impegno per proteggere l’Ucraina dall’aggressione russa, per assistere coloro che stanno soffrendo per le conseguenze di questa guerra. Questo include il ritorno in Ucraina dei bambini, dei civili e dei prigionieri di guerra ucraini deportati illegalmente dalla Russia. Infine, esortiamo a continuare l’impegno per promuovere la vittoria e l’instaurazione di una pace giusta e duratura in Ucraina”.

Questo ha chiesto il Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose in occasione del secondo anniversario dell’invasione russa in Ucraina, avvenuto il 24 febbraio di due anni fa, che ha provocato molte morti: “La guerra di aggressione che la Russia conduce contro l’Ucraina dal 2014, violando le norme e regolamenti internazionali, ha causato enormi sofferenze al popolo ucraino…

Questa guerra ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone e brutali violazioni dei diritti umani e delle libertà civili nei territori temporaneamente occupati, inclusi la sistematica violazione della libertà religiosa e la distruzione di città e infrastrutture civili. Tale guerra, ha generato la più grande crisi migratoria in Europa dall’epoca della Seconda Guerra mondiale”.

Infatti secondo un rapporto dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, a due anni dall’inizio del conflitto oltre 185.000 persone hanno fatto richiesta di protezione temporanea e circa 4.400 di protezione internazionale in Italia con un tasso di riconoscimento sulle richieste di protezione internazionale esaminate che sfiora il 90%, di cui oltre l’87% dei rifugiati in Italia sono donne e minori. Dalla ricerca emerge che quasi tre su quattro adulti profilati avevano una formazione universitaria e più della metà erano alla ricerca di un impiego in Italia. Nel 39% dei nuclei familiari era presente una persona con vulnerabilità. Inoltre i bambini ucraini non accompagnati registrati al 31 dicembre dello scorso anno sono oltre 4.000.

Ed anche l’ong ‘WeWorld’ ha raccontato attraverso la voce delle rifugiate ucraine questi due anni, sottolineando che in Ucraina la situazione umanitaria rimane grave ed i bisogni della popolazione sono ancora tanti, in quanto: l’accesso ad acqua pulita e potabile e a cure mediche è limitato in alcune zone e mancano vestiti caldi per fronteggiare le rigide temperature dell’inverno.

Per tante bambine, bambini e adolescenti non ci sono più spazi sicuri dove poter studiare e socializzare, come ha spiegato Nataliia Kavetska, che per 8 mesi ha lavorato come mediatrice linguistico-culturale negli ‘Spazi Donna WeWorld’ ed ora di nuovo in Ucraina:

“Se scatta l’allarme dobbiamo correre nei rifugi ed è capitato diverse volte di doverci fermare a lungo e che mio figlio studiasse insieme ad altri bambini in cantina. Nell’aria si sente il pericolo, anche solo durante una passeggiata vediamo le macerie dei palazzi. Eppure ho deciso di tornare in Ucraina, a Kyiv, perché volevo fare qualcosa per il mio Paese anche se la vita quotidiana è molto diversa da prima a causa dei continui bombardamenti”.

Ed ha raccontato la vita in Ucraina: “Proviamo a vivere al meglio, qualcuno prova a sopravvivere perché c’è anche la crisi economica: io spero di avere un futuro in Ucraina ma al momento non riesco a immaginarmelo. Da quando è iniziata la guerra e da quando sono tornata però ho iniziato ad apprezzare le cose importanti: cos’è l’amicizia, la vicinanza, il sostegno. Apprezzo meglio la vita. Ci sono tanti momenti difficili perché la vita quotidiana è molto faticosa ma nel mio cuore c’è speranza”.

Mentre Guido Manneschi, responsabile Paese in Ucraina per WeWorld, dove in due anni di intervento ha raggiunto 230.000 persone, di cui il 74% sono donne, bambine e bambini, ha detto di non vedere la conclusione del conflitto: “A due anni dall’inizio della guerra la popolazione ucraina continua a vivere l’impatto di un conflitto che, ancora, non vede una possibile fine…

Due anni che avranno ripercussioni sul futuro di un’intera generazione, con bambine e bambini che vivono una quotidianità precaria senza continuità a scuola con la paura dei bombardamenti, uomini che avranno bisogno di aiuto per superare lo stress post traumatico, donne che hanno il peso della cura e della ricostruzione sulle proprie spalle. Il popolo ucraino sta vivendo una crisi collettiva che deve essere fermata, il rischio è che il Paese non riesca più a rialzarsi”.

La Ong precisa che 14.600.000 persone, il 40% dell’intera popolazione, ha bisogno di aiuti umanitari, ma i finanziamenti coprono solo il 13% dei bisogni (Unhcr); 3.300.000 vivono vicino al fronte di guerra, dove arrivano pochi aiuti perché l’accesso umanitario è difficile e non garantito. In due anni 6.000.000 persone sono fuggite all’estero e 4.000.000 sono sfollate all’interno dell’Ucraina.

Per questo anche la Caritas italiana Caritas Italiana ha partecipato all’intervento della rete Caritas internazionale a favore di Caritas Ucraina e Caritas-Spes con servizi di accoglienza e di protezione, assistenza medica, kit igienici e alimentari, contributi in denaro.

Degli € 24.325.914,15 raccolti (al 31 dicembre 2023), tra cui € 1.000.000 da parte della CEI (fondi 8xmille), due terzi sono già stati spesi (€ 15.690.744,38); mentre il rimanente è destinato a progetti da realizzarsi nell’anno in corso e nei prossimi anni: tra i contributi spesi € 4.926.879,91 sono stati stanziati a progetti di sostegno in Ucraina e Paesi limitrofi ed € 10.763.864,47 a progetti di accoglienza in Italia:

“Dallo scoppio del conflitto molte diocesi italiane si sono impegnate per garantire un’accoglienza adeguata alle persone in fuga. Tante le attività organizzate a livello locale: accoglienza, raccolta beni di prima necessità, assistenza sanitaria, accompagnamento psicologico. Le strutture maggiormente utilizzate: appartamenti, parrocchie, famiglie, istituti religiosi, centri di accoglienza.

Migliaia le persone accolte dalla rete ecclesiale italiana, attraverso il progetto ‘Apri Ucraina’ promosso da Caritas Italiana. Il progetto ha coinvolto cento diocesi e ha permesso di accogliere oltre seimila persone. Da segnalare anche le vacanze solidali che hanno permesso a quasi 650 bambini ucraini (e ai loro accompagnatori) di trascorrere alcune settimane serene in Italia”.

Inoltre dall’occupazione della Crimea nel 2014, Amnesty International ha documentato numerose atrocità, tra cui attacchi mirati contro civili e infrastrutture civili, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, torture, privazioni illegittime della libertà, trasferimenti forzati di civili e l’uso della violenza sui prigionieri di guerra, secondo quanto ha affermato Denis Krivosheev, vicedirettore per l’Europa orientale e l’Asia centrale di Amnesty International:

“Mentre la guerra è ancora in corso, è necessario conservare per quanto possibile le prove di ogni singola atrocità. I responsabili dei crimini di diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne, indipendentemente da quanto tempo ci vorrà. Questi crimini non cadono in prescrizione”.

Per questo Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo Settore che rappresenta oltre 100 reti nazionali di Terzo settore, ha aderito alla Giornata di mobilitazione di sabato 24 febbraio nelle città italiane, indetta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo per chiedere di fermare la follia criminale di tutte le guerre:

“A due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina lo scenario internazionale è sempre più grave, con la drammatica intensificazione del conflitto israelo-palestinese a seguito dell’attacco disumano di Hamas e della sproporzionata risposta militare da parte di Israele.

Assistiamo alla dimostrazione della fragilità degli equilibri internazionali, mentre la via della diplomazia e della soluzione pacifica dei conflitti diventa sempre più difficile da percorrere. In questo quadro è lo stesso principio di autodeterminazione dei popoli a perdere riconoscimento, se non addirittura ad essere negato”.

Quindi la proposta del Forum Terzo Settore ha proposto la promozione della cooperazione: “Mai come ora è imperativo promuovere la cooperazione tra Paesi, schierarsi per la pace e per un modello di sviluppo fondato sulla tutela dei diritti della persona e la giustizia sociale.

Ci uniamo alle tante voci che stanno denunciando in questi mesi il massacro di innocenti e la pericolosissima corsa al riarmo degli Stati. Ci appelliamo inoltre ai Governi, italiano ed europei innanzitutto, affinchè ascoltino le organizzazioni della società civile, che stanno indicando la strada della pace da seguire”.

Mentre la Comunità di Sant’Egidio ha diffuso una nota in cui ripercorre la straordinaria catena di solidarietà messa in atto dalle sue comunità che in questi due anni ha raggiunto circa 330.000 persone: “Tutto ciò è reso possibile da una catena di solidarietà che parte dall’Italia e da altri paesi europei e che non può interrompersi finché dura il conflitto”.

Nel centro di coordinamento delle iniziative umanitarie di Sant’Egidio, realizzato a Leopoli, vicino al confine con la Polonia, sono giunti finora dall’Italia e da diversi Paesi europei 127 carichi di aiuti umanitari, pari a 2.000 tonnellate, per un valore complessivo di oltre € 23.000.000.

Da Leopoli la Comunità di Sant’Egidio ha spedito farmaci, anche salvavita, a 209 strutture sanitarie, 90 amministrazioni locali, 54 istituti per bambini, anziani e disabili e numerosi centri di accoglienza per profughi anche nelle aree più remote del Paese. La stima delle persone che hanno usufruito di questi aiuti sanitari è di circa 2.000.000.

Ed oggi la Comunità di Sant’Egidio tiene una Liturgia per la Pace alle ore 19.30, nella chiesa di San Bernardino (via Lanzone 13, Milano; M2 Sant’Ambrogio), a cui partecipano profughi accolti a Milano.

Nel febbraio 2014 la Russia ha inviato le proprie truppe ad occupare la Crimea. Non ha mai ammesso che, nello stesso anno, erano entrate anche nell’Ucraina orientale. Le prove pubblicate da Amnesty International nel 2014, che includono l’analisi di immagini satellitari e testimonianze oculari, hanno confermato quanto avvenuto, rendendo evidente che siamo effettivamente di fronte a un conflitto armato internazionale della durata di un decennio.

Giornata del Rifugiato: superare l’emergenza

“Circa 100.000.000 uomini, donne e bambini, in tutti i continenti, sono costrette a lasciare le proprie case per trovare protezione contro la persecuzione, gli abusi, le violenze. Il senso di umanità e il rispetto per i più alti valori iscritti nella Costituzione repubblicana impongono di non ignorare il loro dramma. Nel celebrare oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato è opportuno ribadire che le iniziative di assistenza a queste persone, e in particolare ai rifugiati che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità, devono essere accompagnate dalla ricerca di un’indispensabile e urgentissima soluzione strutturale di lungo periodo”.

Mons. Lo Deserto racconta la guerra dalla Moldavia

Dall’inizio del conflitto la Moldavia vive come in permanente rischio d’assedio tra i timori di un colpo di stato interno e quelli per un’aggressione dall’estero, come sostiene Alexandru Mustiata, capo degli 007 moldavi:

La fondazione Migrantes ha presentato il rapporto sul diritto d’asilo in Europa ed in Italia

Il 2022 è stato l’anno in cui la guerra d’Ucraina nel giro di poche settimane ha disperso nel cuore d’Europa rifugiati e sfollati a milioni, come non si vedevano dai tempi della Seconda guerra mondiale; ma è stato anche l’anno in cui l’Europa ha accolto i profughi senza perdere un decimale in benessere e ‘sicurezza’ (oltre 4.400.000 le persone registrate per la protezione temporanea solo nell’UE fino all’inizio di ottobre).

Tanti auguri a papa Francesco ricordando il suo impegno per la pace

“Vi ringrazio per questa visita così piena di affetto e piena di messaggi: il messaggio della povertà, il messaggio della vicinanza, il messaggio della fratellanza, il messaggio della preghiera, che è l’eredità che Madre Teresa ci ha dato sempre. Anche la preghiera nei momenti bui, perché questa donna ha passato vere tempeste spirituali con il buio dentro, ma ha continuato a pregare. Coraggiosa!  Ci aiuti Madre Teresa dal cielo a vivere la povertà con semplicità e con la preghiera. Così possiamo aiutare gli altri, e non è una semplice beneficenza; che è una cosa buona, una beneficenza è buona, ma è pagana. Cristiana è la vicinanza, la carità con preghiera”.

Ad Abu Dhabi l’Ospedale ‘Bambino Gesù’ del Cairo tra i progetti sostenuti dal Forum interreligioso del G20

Il Forum interreligioso del G20, il cui tema è ‘Coinvolgere le comunità di fede: le agende del G20 e oltre’, ha dato corso ai suoi lavori ad Abu Dhabi. L’incontro è ospitato congiuntamente dall’Associazione del Forum interreligioso del G20 e dall’Alleanza interreligiosa per comunità più sicure e riunisce oltre 100 leader di diverse comunità religiose, al fine di esplorare le agende e le proposte prioritarie in vista del prossimo G20 2023.

Giornata del Rifugiato: aumentano i cristiani rifugiati

Oggi si celebra la giornata del rifugiato; per tale occasione alcuni giorni fa l’organizzazione ‘Porte Aperte/Open Doors’, da 60 anni al servizio dei cristiani perseguitati, ha presentato il Rapporto ‘Chiesa Profuga – Report 2022 su sfollati interni e rifugiati’, che prende in esame il fenomeno poco conosciuto della Chiesa profuga, quella composta da cristiani costretti ad abbandonare le proprie case, città, paesi.

Papa Francesco invita a costruire il futuro con i migranti

“Il senso ultimo del nostro ‘viaggio’ in questo mondo è la ricerca della vera patria, il Regno di Dio inaugurato da Gesù Cristo, che troverà la sua piena realizzazione quando Lui tornerà nella gloria. Il suo Regno non è ancora compiuto, ma è già presente in coloro che hanno accolto la salvezza… Il suo progetto prevede un’intensa opera di costruzione nella quale tutti dobbiamo sentirci coinvolti in prima persona”.

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