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Papa Leone XIV: la cultura è indispensabile per un progresso solidale
“Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita. Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo”: papa Leone XIV ha chiuso la prima giornata in Guinea Equatoriale visitando la clinica psichiatrica ‘Jean Pierre Olie’ a Malabo, struttura che cura ‘la mente, il cuore, la dignità umana’.
Nella visita ha ringraziato gli operatori sanitari per il servizio: “Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana. Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità. Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso”.
Infine ha ribadito che l’ospedale è un luogo dove si accoglie la persona: “Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale. A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale; mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato”.
In precedenza il papa ha incontrato il mondo della cultura in occasione dell’inaugurazione di un nuovo Campus dell’Università Nazionale: “L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio. Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune”.
E per meglio spiegare l’educazione ecco l’immagine dell’albero: “Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso. Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente. Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria.
Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo. Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa”.
Come l’albero anche l’istruzione deve avere radici solide: “Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità. Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire”.
Quindi l’intelligenza deve aderire alla realtà: “Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere. Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani”.
Ed ecco la richiesta di aderire alla croce come segno di redenzione: “Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine. Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità”.
Quindi la fede non è contraria alla ragione: “Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente”.
Attraverso la croce apre alla realtà: “In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario. Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero. Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende”.
In fondo la cultura porta ‘frutti di progresso solidale’: “E’ chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio. Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana”.
(Foto: Santa Sede)
San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione
“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.
Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.
Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:
“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.
Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.
Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?
“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.
‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?
“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.
Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.
Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?
“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.
Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?
“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.
Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.
Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?
“Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.
Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.
Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?
“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.
(Tratto da Aci Stampa)
Soul, il Mistero come canto del Mondo, a Milano l’arte e la spiritualità
Dal 18 al 22 marzo torna per la sua terza edizione SOUL Festival di Spiritualità Milano, l’appuntamento promosso da Università Cattolica del Sacro Cuore e Arcidiocesi di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano, che per cinque giorni coinvolge la città con un palinsesto diffuso di lecture, dialoghi, reading, spettacoli, performance e laboratori sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’, declinato attraverso lo sguardo di circa 100 protagonisti d’eccezione (scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati) e molteplici prospettive d’analisi, dalla letteratura alla scienza, dalla psicoanalisi alla filosofia, dalla teologia alla musica, alla poesia e alla danza. Il programma completo è disponibile sul sito www.soulfestival.it e per partecipare agli eventi è necessario registrarsi.
Ideato dal comitato curatoriale composto da mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola, il programma culturale del festival è articolato in 70 appuntamenti diffusi in città. Molte le novità di questa edizione fra cui l’incontro nel Duomo di Milano con l’arcivescovo di Algeri, card. Jean-Paul Vesco, accompagnato dagli strumenti dell’Orchestra del Mare, il progetto inedito realizzato in collaborazione con Fondazione Amplifon che trasforma ricordi e pensieri di alcuni ospiti di RSA italiane in un’esperienza teatrale, al buio, sul mistero della vita e della morte, introdotta da Vittorio Lingiardi, un incontro notturno in Santa Maria presso San Satiro ispirato alla magia prospettica dell’abside del Bramante, i cicli di incontri dedicati ai Maestri dell’oltre (Rainer Maria Rilke, Emily Dickinson, Dino Campana e Wisława Szymborska) ed ai Maestri di mistero (Meister Eckhart e Carl Gustav Jung), le proiezioni di film all’Anteo Palazzo del Cinema, il concerto del trio ‘L’Antidote’ nell’Auditorium San Fedele e una speciale collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, che intreccia la propria programmazione a quella del festival.
SOUL Festival di Spiritualità Milano è reso possibile grazie ai Main Partner Intesa Sanpaolo, Humanitas University, Edison, al Partner CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario, al contributo di Fondazione Cariplo e Fondazione Rocca, ai Media Partner Avvenire, Rai e al Content Partner Rai Radio 3, con un ringraziamento a Comieco, Fondazione Amplifon, Aboca.
Ad inaugurare la terza edizione di SOUL Festival, mercoledì 18 marzo alle 18.00 è l’incontro ‘Senza alcun dubbio’ con Javier Cercas all’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che prendendo le mosse dalle pagine de ‘Il folle di Dio alla fine del mondo’, dialoga con Aurelio Mottola sul potere della letteratura di cogliere il mistero della vita con l’accompagnamento musicale del violoncellista Issei Watanabe.
E’ inoltre confermato l’appuntamento con ‘SOUL Young’, la rassegna ideata da giovani under 30 con il coordinamento di Francesca Fimeroni e Francesca Monti, curatrici del progetto, che si svolgerà all’ADI Design Museum. Tra design, arti performative, cinema, musica e momenti di partecipazione attiva, per dare voce a chi oggi è chiamato a immaginare il mondo di domani, SOUL Young esplora l’immaginazione come forza di trasformazione e come strumento concreto per ripensare il futuro.
Per comprendere meglio questa terza edizione abbiamo chiesto al curatore di ‘Soul Festival di Spiritualità’, Armando Buonaiuto,di spiegarci il motivo per cui Soul interroga il mistero: “Abitiamo tempi che preferiscono la superficie alla profondità, la luce meridiana al fremito della penombra, come se interrogare il mistero significasse celebrare l’oscurità o rinunciare alla ragione. Ma questa edizione di Soul nasce da un’intuizione diversa: il mistero non è una lacuna nella conoscenza, non è un difetto del sapere o un residuo di tenebra da allontanare. Piuttosto, è ciò che trascende ogni ambizione di possesso e di calcolo. E che, nel far questo, restituisce alla ragione umana il senso del suo limite. Se, pur vivendo immersi in definizioni e libretti d’istruzioni, quel che davvero occupa il centro delle nostre vite (l’amore, il dolore, la nascita, la morte, il desiderio…) continua a eccedere ogni spiegazione, allora vale la pena volgerci ai nostri non so”.
In quale modo il mistero è il ‘canto del mondo’?
“Accostarsi al mistero è il miglior modo per sentire il canto della realtà. Rainer Maria Rilke, in una poesia che per noi è stata di ispirazione, scrive ‘io temo tanto la parola degli uomini’. Perché? Perché la parola umana rende le cose ‘rigide e mute’. Cioè, con la pretesa di catalogare e spiegare tutto, fa sì che il mondo non ci parli più. Invece, pensare al mondo come alla fonte di un canto, significa riconoscere che ciò che esiste non è affatto sostanza inerte.
Ogni cosa custodisce un’intensità segreta che non si lascia esaurire nella sua funzione. Proprio come fa il canto, che non si spiega ma si ascolta; non si possiede ma si accoglie. Ecco allora che il mistero diventa una vibrazione a cui accordarsi. Risuonare con ciò che ci circonda, invece di ridurlo a schema o a risorsa da sfruttare, è un esercizio di consapevolezza: accettare che il reale non si esaurisca in ciò che di lui possiamo dire, ma continui a cantare oltre le nostre definizioni.
Cosa è il mistero?
“Il mistero non è ciò che ancora non sappiamo, ma ciò che non potremo mai catturare in una formula. E’ la profondità del reale che resiste alla semplificazione perché, ogni volta che crediamo di averla colta, si ritrae un poco oltre. E da lì ci interpella con la stessa voce limpida della campanella che, a teatro, annuncia l’apertura del sipario. Un richiamo ai sensi e allo spirito”.
Mistero come trascendenza: in quale modo la fede può aiutare nella prova del dubbio?
“La fede non elimina il dubbio, non offre una visione totalizzante e rassicurante. Anzi, spesso è più scossa tellurica che ansiolitico. Anche quando si presenta come luce, la via dello spirito conserva una qualità notturna poiché, per sua stessa natura, è interrogazione, turbolenza, rimodulazione di sé. ‘Mistico è chi non può smettere di camminare’, diceva Michel De Certeau, e per camminare bisogna sfidare lo squilibrio. In questo senso, ciò che la fede può fare è aiutarci a rimodulare il nostro approccio al ‘dubbio’: non spegnere le inquietudini, ma imparare a camminare dentro il non-sapere senza che, a spegnersi, sia il nostro cuore.
In quale modo le arti raccontano il mistero?
“Da Michelangelo a Rodin, tanti grandi artisti hanno spiegato che il cuore del loro processo creativo consisteva non tanto nell’inventare, quanto nel ‘liberare’: arrivare al compimento di una forma che era già lì, ma soffocata da troppa pesantezza. Credo che la spiritualità lavori sullo stesso piano, liberando in noi la preziosità di una forma nascosta. Arte e spiritualità, insomma, si misurano entrambe con le frontiere del visibile e al contempo si sporgono, pazienti e appassionate, verso qualcosa che pulsa più in là. Sono aperture di potenza immaginativa, visioni intensive della realtà che possono assistersi reciprocamente”.
Come si rapportano con il mistero i giovani?
“La parola ‘giovani’ va usata con cautela. Chi comprende? Un diciottenne ed un trentenne, entrambi ‘giovani’, abitano traiettorie lontanissime. Però, forzando una diversità che resta decisiva, si può intravedere qualche linea comune, come il vivere in un tempo segnato dalla trasparenza lucida del digitale, dove tutto è esposto e dichiarato: la vita come qualcosa da mostrare. Ma accanto al profilo visibile, resta una zona che non si lascia tradurre in contenuto, una parte di sé che non trova linguaggio nei canali mediatici.
Credo che lì il mistero continui a operare, di volta in volta come domanda aperta, disagio senza nome, possibilità di trasformazione… Non un enigma astratto, ma una tensione viva in cui si decide chi si diventa. Tensione che il festival esplora nella sezione ‘Soul Young’, laboratorio di pensiero progettato da under 30 per esplorare, con linguaggi diversi, il doppio fondo del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Pighin: un manuale per conciliare scienza e teologia
Nei scorsi mesi è uscita in libreria una nuova opera di mons. Bruno Fabio Pighin, professore ordinario della Facoltà di Diritto Canonico di Venezia e di bioetica nello Studio Teologico in Pordenone, consultore del Dicastero per la Dottrina della Fede, dedicata alla bioetica teologica, ‘Bioetica teologica. Manuale di sintesi globale’, che affronta le ‘questioni più scottanti sulla vita umana:dalla procreazione artificiale alla maternità surrogata, all’ingegneria genetica alla piaga dell’aborto, dalla sterilizzazione al cambio di sesso, dal trapianto di organi all’uso delle cellule staminali, dall’eutanasia al suicidio ‘assistito, dall’omicidio agli orrori delle guerre, dalla legittima difesa alla pena di morte’.
Il primo capitolo costituisce il grande portale di accesso a tutta la trattazione successiva perché si trovano descritti, in forma chiara e documentata, i principi fondativi della bioetica teologica. Gli altri 15 capitoli scandiscono le tematiche inerenti alla vita umana. Non solo un manuale su temi bioetici, già difficili per i complessi rapporti tra medicina, etica e diritto, ma anche sulla scienza teologica, ambito del sapere non meno articolato, perché richiede competenze sulla Bibbia, sulla storia della Chiesa, sulle correnti filosofiche e le dottrine sociali, sul diritto canonico ed ecclesiastico, sul vasto tesoro del magistero della Chiesa:
“L´idea di realizzare una sintesi globale sulla bioetica teologica mi è sorta più di 20 anni fa. Mi fu suggerita dall´editrice Edb di Bologna, la quale era interessata a una mia pubblicazione del genere. Da allora raccolsi molta documentazione aggiornandola continuamente al progresso biomedico e agli sviluppi psicosociali e giuridici. Gli interventi del papa mi hanno stimolato a portarla a termine. E’ noto, infatti, l´assillo del pontefice per le questioni bioetiche. Egli invoca continuamente la fine dei sanguinosi conflitti bellici che stanno provocando orrendi massacri. Ripete con insistenza che ogni guerra tra popoli è una sconfitta per tutti. Ricorda pure altre guerre più subdole che causano un numero spaventoso di vittime nel mondo”.
Perché un libro che tratta la bioetica dal lato teologico?
“Ho inteso colmare un vuoto nella bibliografia in materia, che è abbondantissima, ma spesso è datata, parcellare e priva di sistematicità. La nuova opera fornisce una sintesi aggiornata e globale, come è precisato dal suo sottotitolo. E’ una specie di ‘mosaico’ unitario che evita il rischio di presentare temi scollati tra loro. Perciò la pubblicazione assume la veste di ‘manuale’ che affronta in forma critica la riflessione sull’intero arco della vita umana: la problematica alla sua origine, la cura della salute e delle malattie e il dramma del fine-vita terrena”.
Teologia e bioetica: quali sono i punti di ‘contatto’?
“La bioetica non è chiusa in sé stessa. Per sua natura, ha un carattere interdisciplinare e transculturale, oggi spesso trascurato, perché viene privilegiata la specializzazione spinta a scapito dei molti aspetti nel quadro generale della vita. Il nuovo volume gode di una originalità in direzione opposta: riflette sulla persona dal suo concepimento alla sua morte naturale mettendo in dialogo le scienze biomediche con le norme giuridiche italiane e internazionale, le risultanze socioculturali con le risonanze psicologiche.
Questo ampio respiro viene sempre illuminato dalla fede cristiana che offre un apporto enorme ed insostituibile. I punti di contatto tra teologia e bioetica sono tantissimi, perché emergono dal loro rapporto intrinseco. Basti pensare ai seguenti principi che innervano la trattazione: il rispetto per la dignità assoluta della persona che trascende l’orizzonte terreno; la gestione responsabile di sé di fronte alla propria coscienza e a Dio; la solidarietà umana e cristiana nella famiglia universale”.
E’ possibile tutelare la vita di fronte alle scoperte scientifiche?
“I progressi della biomedicina vanno considerati con grande favore per i singoli e per l’umanità. Consentono di sostituire organi malati con il trapianto. La nuova era della genetica e quella delle cellule staminali aprono orizzonti di vita prima insperati. Tuttavia gli interventi tecnologici d’avanguardia e non possono essere utilizzatati in forma ambivalente, talvolta a sfregio della dignità assoluta della persona umana. Inoltre, ogni conquista biomedica va incontro alla sicura sconfitta della morte. Questa viene spesso esorcizzata ignorando l’esigenza del paziente inguaribile in condizioni critiche di essere accompagnato con le ‘cure palliative’, senza renderlo bersaglio dell’accanimento terapeutico o porlo sulla china dell’eutanasia e del suicidio assistito, che rappresentano una sconfitta per tutti”.
Ragione e rivelazione cristiana sono ‘inconciliabili’?
“Le conquiste della ragione sono un bene essenziale. Esse però pongono interrogativi ai quali non riescono a dare una risposta, che la rivelazione offre in abbondanza, senza sostituirsi alla scienza, ma stabilendo con essa un’alleanza. In ambito bioetico la fede cristiana scongiura la caduta in catastrofi, come sono i conflitti bellici tra popoli. Ma ci sono pure altre ‘guerre’ più subdole da evitare. Assumono vari nomi: aborto e omicidio volontari, incidenti stradali e infortuni sul lavoro, eutanasia e suicidio, pena capitale ed eventi climatici disastrosi, favoriti da politiche dissennate. E’ innegabile quindi l’apporto della fede per la vita delle persone e dell’intera umanità”.
Giuseppe Lubrino: la difesa della fede in Joseph Ratzinger
“Nel panorama culturale attuale, come Chiesa e come umanità, siamo immersi in un’epoca di profonde trasforma-zioni, di sfide inedite e di interrogativi che scuotono le fondamenta stesse del nostro vivere e del nostro credere. In que-sto scenario complesso, il pensiero teologico di Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, risuona con una pertinenza ed una profondità che, lungi dall’essere attenuate dalla sua dipartita terrena, appaiono ogni giorno più luminose e necessarie.
Il saggio di Giuseppe Lubrino, ‘Difendere la Fede: la teoria di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Una Risposta a Paolo Flores d’Arcais’, è un’occasione preziosa per riappropriarci di questa ricchezza intellettuale e spirituale. L’autore ci offre una confutazione puntuale e argomentata delle accuse mosse da Paolo Flores d’Arcais, dimostrando come la visione di Ratzinger non fosse affatto quella di un ‘oscurantista’ o di un ‘antimo-dernista’ chiuso al dialogo, bensì quella di un pensatore acuto e coraggioso, impegnato a tessere un dialogo fecondo tra fede e ragione, tra Cristianesimo e modernità. Potrebbe sembrare, a prima vista, che l’opera di papa Ratzinger, data la sua scomparsa, abbia concluso un capitolo. Invece, la sua eredità teologica, custodita nei suoi scritti, nelle sue encicliche, nei suoi discorsi, rappresenta una fonte inesauribile a cui attingere per orientarci nel presente…
Affrontare i temi di attualità con una solida preparazione teologica significa attingere a fonti autorevoli come quella offerta dal magistero ratzingeriano. Significa comprendere che la modernità non è un nemico da combattere, ma un campo in cui seminare il Vangelo, riconoscendo i grandi valori che in essa sono germinati anche grazie al Cristianesimo”.
Dall’introduzione del domenicano, fra Gabriele Giordano M. Scardocci, al volume ‘Difendere la Fede: la teoria di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Una Risposta a Paolo Flores d’Arcais’ del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, prendiamo spunto per farci raccontare il motivo di questo libro: “Questo libro nasce da una conversazione con il prof. Pasquale Giustiniani, docente di filosofia, teologo e autore di numerosi libri e saggi.
Prevalentemente, esso intende far conoscere, ad un pubblico più ampio, la ricchezza e la profondità del pensiero teologico di Joseph Ratzinger. Ho provato (in punta di piedi) a fornire una lettura alternativa della parabola ratzingeriana, così come presentata dal noto filosofo Paolo Flores d’Arcais nel suo saggio ‘La fede e l’anatema. La crociata oscurantista di Benedetto XVI contro la modernità’. Il direttore di Micromega effettua un bilancio dell’insegnamento e del pontificato ratzingeriano piuttosto negativo, e le sue disquisizioni sembrano essere più dettate da finalità ideologiche che da reali esigenze ermeneutiche”.
Perchè papa Ratzinger ha cercato di instaurare un dialogo tra fede e ragione?
“Ratzinger (a mio modesto parere) può essere definito un pioniere del dialogo tra ‘fides et ratio’. Il motivo principale per cui egli ha insistito su tale aspetto, credo risieda nel fatto che Benedetto XVI ritenesse indispensabile, per poter risvegliare il problema di Dio nella coscienza dell’uomo contemporaneo, recuperare la dimensione razionale della fede. La fede cristiana è sorretta da un utilizzo adeguato della ragione.
Senonché la religione oggi (come egli sapientemente afferma nell’introduzione del suo bestseller ‘Introduzione al Cristianesimo’) rischia di assomigliare al clown descritto da Kierkegaard. La lectio magistralis tenuta a Ratisbona nel 2006 costituisce una pietra miliare in tal senso: l’incontro tra rivelazione biblica e pensiero greco è alla base della civiltà occidentale ed europea. Recuperare il ‘cuore’ di tale civiltà, ispirata ai grandi valori umani, significa promuovere un dialogo autentico tra fede e ragione. Da questi presupposti si può cogliere anche l’influenza che Sant’Agostino ha esercitato sul papa tedesco”.
Però anche la Chiesa alcune volte ha chiuso a questo dialogo?
“Se ci si riferisce al Sillabo (elenco contenente i principali errori del nostro tempo, chiamato Sillabo, ndr) pubblicato l’8 dicembre 1864, bisogna essere cauti. La Chiesa, pur essendo un’istituzione divina, è formata da esseri umani fragili e peccatori. Pertanto, in tutte le stagioni della storia umana, essa è stata caratterizzata da luci e ombre, santi e uomini meno santi. Fondamentalmente, la Chiesa non ha mai rigettato il dialogo. Tuttavia, in alcune epoche ha esercitato un’eccessiva prudenza. Laddove si rinnega il dialogo tra fede e ragione, come Ratzinger ha affermato più volte, si sfocia in un mero ed aggressivo fondamentalismo”
Quale è il ruolo educativo della Chiesa per il pensiero ratzingeriano?
“Credo che la Chiesa oggi, sotto la guida paterna e sapiente di papa Leone XIV, debba valorizzare e diffondere l’insegnamento di Joseph Ratzinger, che costituisce un’eredità spirituale molto ricca in termini di cultura e spiritualità, e molto equilibrata per i tempi che viviamo. Ratzinger è un pioniere della ‘paideia’ cristiana. Recuperare l’aspetto educativo e formativo della fede credo sia molto efficace in un’epoca in cui i giovani sono sempre più esposti a nuove e aggressive forme di disagio, disorientamento e confusione esistenziale. Ritrovare nei fondamenti della civiltà cristiana un porto sicuro non appare temerario”.
Quale è stato l’approccio di papa Benedetto XVI nei confronti del dialogo interreligioso, specialmente con l’ebraismo?
“Contrariamente alle numerose accuse ricevute, Benedetto XVI ha curato molto il dialogo interreligioso e, in modo particolare, quello con l’Ebraismo. La sua corrispondenza con il rabbino Arie Folger ne costituisce un esempio emblematico in tal senso”.
Cosa è la storia per Ratzinger?
“”Riprendendo una delle fonti principali del suo pensiero teologico, ovvero san Bonaventura, per Ratzinger la storia è essenzialmente un ‘luogo teologico’, ovvero lo spazio entro cui il Dio della Rivelazione giudeo-cristiana si è fatto conoscere dall’umanità in maniera graduale e progressiva. La storia è metaforicamente il “teatro” entro cui si realizza il progetto salvifico di Dio a favore dell’umanità. E’ epifania e svelamento del Dio-Uomo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: nel rapporto tra fede e ragione il volto di Dio
“Avete riflettuto su tematiche di urgente attualità, che mi stanno molto a cuore, come anche ai miei predecessori san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco: la sostenibilità ambientale e la custodia del creato sono infatti impegni irrinunciabili per la sopravvivenza del genere umano e hanno un immediato riflesso sull’organizzazione delle nostre società e sulla possibilità di una convivenza umana pacifica e solidale”: è l’inizio del discorso di papa Leone XIV nell’udienza concessa ai partecipanti alla Pontificia Accademia di Teologia al termine del seminario internazionale sul tema Creato, Natura, Ambiente per un mondo di Pace.
Nel discorso che ha concluso il seminario il papa ha sottolineato la necessità di un impegno per superare le barriere culturali e sociali: “Allo stesso tempo, qualsiasi sforzo per migliorare le condizioni ambientali e sociali del nostro mondo richiede l’impegno di tutti, ciascuno per la sua parte, in un atteggiamento di solidarietà e collaborazione che superi barriere e limiti regionali, nazionali, culturali e anche religiosi. L’orizzonte interculturale e interreligioso che avete dato al vostro Seminario è di auspicio per ulteriori e sempre più intensi scambi, per iniziative incisive e feconde”.
Tale impegno corrisponde al nuovo profilo dell’Accademia teologica: “Ciò corrisponde al rinnovato profilo dell’Accademia di Teologia voluto da papa Francesco, che ha dato una nuova configurazione a questa Istituzione plurisecolare della Santa Sede. Avendo come bussola la Lettera apostolica ‘Ad theologiam promovendam’ che, poco meno di due anni fa, ha accompagnato la promulgazione dei nuovi Statuti e delle linee programmatiche, vorrei in particolare soffermarmi sullo slancio missionario e dialogico dell’impresa teologica a venire”.
Ecco il motivo per cui la teologia è il fondamento della missione: “La teologia è, certamente, una dimensione costitutiva dell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa: essa ha le sue radici nel Vangelo e il suo fine ultimo nella comunione con Dio, che è lo scopo dell’annuncio cristiano. Proprio perché rivolta ad ogni uomo in ogni tempo, l’opera di evangelizzazione è costantemente interpellata dai contesti culturali e richiede una teologia ‘in uscita’, che unisce il rigore scientifico alla passione per la storia; una teologia perciò incarnata, intrisa dei dolori, delle gioie, delle attese e delle speranze dell’umanità delle donne e degli uomini del nostro tempo”.
E’ stato un invito a coniugare fede e ragione, riprendendo il pensiero di sant’Agostino: “La sintesi tra questi diversi aspetti può essere offerta da una teologia sapienziale, sul modello di quella elaborata dai grandi Padri e Maestri dell’antichità, che, docili allo Spirito, seppero coniugare fede e ragione, riflessione, preghiera e prassi.
Significativo, in tal senso, è l’esempio sempre attuale di sant’Agostino, la cui teologia non è mai stata una ricerca puramente astratta ma sempre frutto dell’esperienza di Dio e della relazione vitale con Lui. Un’esperienza iniziata già prima del Battesimo, quando egli si sentì guidato nell’intimo del cuore da una luce ineffabile, e poi proseguita lungo il cammino della sua vita, anche attraverso una riflessione teologica incarnata e capace di rispondere alle esigenze spirituali, dottrinali, pastorali e sociali del suo tempo”.
Da qui il richiamo al pensiero dei teologi per un percorso esistenziale: “Se Agostino ha avviato questo percorso con un’impronta esistenziale e affettiva, partendo dall’interiorità e riconoscendo la ‘Verità che abita dentro di noi’, San Tommaso d’Aquino lo ha sistematizzato con gli strumenti della ragione aristotelica, costruendo un solido ponte tra la fede cristiana e la scienza di tutti, intendendo la teologia come una sapida scientia, ossia sapientia”.
In questo senso la teologia è vita: “La teologia è dunque questa sapienza che apre orizzonti esistenziali più grandi, dialogando con le scienze, la filosofia, l’arte e l’esperienza umana tutta. Il teologo o la teologa è una persona che vive, nel suo stesso teologare, l’ansia missionaria di comunicare a tutti il ‘sapere’ ed il ‘sapore’ della fede, perché possa illuminare l’esistenza, riscattare i deboli e gli esclusi, toccare e guarire la carne sofferente dei poveri, aiutarci a costruire un mondo fraterno e solidale e condurci all’incontro con Dio”.
Per questo è importante la Dottrina Sociale della Chiesa: “Testimonianza significativa del sapere della fede a servizio dell’uomo, in tutte le sue dimensioni – personali, sociali e politiche – è la Dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a dare risposte sapienti anche alle sfide digitali. La teologia ne è direttamente interpellata, perché non basta un approccio esclusivamente etico al complesso mondo dell’intelligenza artificiale; occorre invece riferirsi a una visione antropologica che fondi l’agire etico e, dunque, ritornare alla domanda di sempre: chi è l’uomo, qual è la sua dignità infinita, irriducibile ad ogni androide digitale?
E’ stato un invito a studiare la teologia: “Vi invito, pertanto, a coltivare una teologia fondata sull’incontro personale e trasformante con Cristo e tesa a incarnarsi nelle concrete vicende dell’umanità odierna. Vi incoraggio a dialogare, oltre che con la filosofia, anche con la fisica, la biologia, le scienze economiche, quelle giuridiche, la letteratura, la musica, per arricchirsi e arricchire, per portare il lievito buono del Vangelo nelle differenti culture, nell’incontro con credenti di altre fedi religiose e con i non credenti”.
Un dialogo che deve svilupparsi sia all’interno che all’esterno della Chiesa: “Per questo dialogo ad extra c’è bisogno, come sapete, del dialogo ad intra, cioè tra i teologi, nella consapevolezza che il volto di Dio può essere cercato solo camminando insieme. Mi auguro perciò che l’Accademia diventi luogo di incontro e di amicizia tra i teologi, luogo di comunione e condivisione in cui poter camminare insieme verso Cristo”.
Mentre nel video messaggio di ieri il papa ha ringraziato il popolo di Lampedusa nel ricordo di papa Francesco per la proposta di candidatura dei ‘Gesti di Accoglienza’, partendo da Lampedusa a Patrimonio Immateriale UNESCO: “I frutti dello Spirito, cari amici, sono abbondanti fra di voi. Mi ricordate ciò che scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica… La posizione geografica di Lampedusa e Linosa, infatti, da sempre fa di voi una porta d’Europa. Negli ultimi decenni, ciò ha richiesto alla vostra comunità un enorme impegno di accoglienza, che dal cuore del Mediterraneo vi ha portati nel cuore della Chiesa…, perché la vostra fede e la vostra carità sono ormai note a tutti. È un patrimonio immateriale, ma reale”.
E’ stato un invito a ‘combattere’ l’indifferenza della globalizzazione: “La globalizzazione dell’indifferenza, che papa Francesco denunciò proprio a partire da Lampedusa, sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza. Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Cosa posso fare io, davanti a mali così grandi?”
A tale domanda il papa ha invitato a riscoprire la riconciliazione: “Il male si trasmette da una generazione all’altra, da una comunità all’altra. Ma anche il bene si trasmette e sa essere più forte! Per praticarlo, per rimetterlo in circolo, dobbiamo diventare esperti di riconciliazione. Bisogna riparare ciò che è infranto, trattare con delicatezza le memorie che sanguinano, avvicinarci gli uni agli altri con pazienza, immedesimarci nella storia e nel dolore altrui, riconoscere che abbiamo gli stessi sogni, le stesse speranze. Non esistono nemici: esistono solo fratelli e sorelle. E’ la cultura della riconciliazione. Servono gesti di riconciliazione e politiche di riconciliazione”.
(Foto: Santa Sede)
Il prof. Savagnone racconta lo stupore dell’essere di Tommaso d’Aquino
“Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino (‘Genus humanum arte et ratione vivit’), nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana. Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, L’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere”.
Iniziamo con questo discorso pronunciato da papa san Giovanni Paolo II alla sede Unesco di Parigi lunedì 2 giugno 1980 per presentare il libro di Giuseppe Savagnone (‘Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino’), con cui invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo, quando incontrò il pensiero dell’Aquinate in gioventù, trovandovi ‘una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena’, e un vivaio inesauribile di itinerari.
Il libro si compone di dodici conversazioni che concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate.
Al prof. Giuseppe Savagnone chiediamo di spiegarci il titolo del libro, ‘lo stupore dell’essere’: “In questo tempo in cui la fretta e il consumismo rendono sempre più difficile fermarsi e ‘vedere’ davvero ciò che sta ogni giorno sotto il nostro sguardo distratto, il pensiero di Tommaso d’Aquino è un forte richiamo a riscoprire la meraviglia di fronte al miracolo e al mistero che ogni più piccola realtà costituisce. E lo stupore è anche all’origine della ricerca. Questo vale già per i singoli aspetti della realtà che, se li guadiamo con occhi nuovi (come Adamo all’alba della creazione) non appaiono affatto scontati.
Si racconta che Newton arrivò a scoprire la legge di gravitazione universale colpito dalla vista di una mela che cadeva dal ramo. Tommaso è rimasto stupito non dal modo in cui una cosa o l’altra sono, ma dal loro stesso essere. La domanda che egli si è posto, perciò, non è rivolta a spiegare i singoli fenomeni, ma il fatto stesso che ci sia qualcosa e non il nulla. Tutta la sua filosofia è una celebrazione dell’emergere dell’essere dal non essere, non una volta per tutte, in un lontanissimo inizio del cosmo, ma in ogni momento. E’ questo il prodigio a cui egli rinvia la nostra attenzione”.
Quale è stato il suo messaggio ‘alternativo’?
“Nella società della tecnica, dove gli strumenti sono ormai i veri protagonisti, siamo abituati a considerare tutto sotto il profilo dell’utile. Perfino le persone che incontriamo spesso sono importanti per noi nella misura in cui possiamo trarne dei vantaggi o del piacere. Mezzi, non fini. In realtà ciò che è utile non è, per definizione, importante, proprio perché finalizzato a qualcos’altro e non valido di per sé. La Gioconda, come ogni grande opera d’arte, non serve a niente. Ma anche un essere umano non può essere ridotto solo ai servizi che possiamo ricavarne.
Ciò ha una ricaduta esistenziale molto forte. Se cerchiamo qualcosa perché utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro in funzione di altro ancora, e così via, senza che ci sia nulla che vale di per sé, che senso avrebbe tutto questo?
La filosofia di Tommaso mette in primo piano, insieme all’essere, la verità, il bene ed il bello. Ciò che è importante e per cui vale la pena di vivere. Ma, se si adottasse questa prospettiva, tutte le logiche oggi dominanti nella nostra società sarebbero sovvertite. Il primato del profitto, il consumismo selvaggio, la riduzione delle persone ad ingranaggi della macchina sociale, si rivelerebbero per quello che sono: perversioni che, invece di renderci felici, sottopongono la nostra esistenza al continuo stress di una corsa senza meta”.
Ricerca intellettuale e ricerca spirituale: quale nesso esiste?
“Tommaso ha innanzi tutto testimoniato nella sua persona che un’autentica vita intellettuale deve radicarsi in una profonda esperienza spirituale di amore per il vero, per il bene, per il bello. Altrimenti c’è il rischio del narcisismo e della rincorsa al consenso, a cui tanti intellettuali del nostro tempo sono purtroppo esposti”.
Quindi lo stupore apre alla verità?
“Nella cultura contemporanea è frequente sentir ripetere che la verità non esiste, perché ognuno ha la sua. E si pretende di fondare su questo la reciproca tolleranza e il dialogo. Ma se davvero fosse così, non avrebbero più senso la ricerca (per definizione rivolta a cercare ciò che non si ha) ed il confronto con gli altri, perché ognuno dovrebbe già essere pago della verità che possiede e che nessuno, in nome della propria, avrebbe il diritto di criticare.
Lo stupore dell’essere implica la consapevolezza che la verità supera le nostre soggettive opinioni e che queste vanno sempre rimesse in discussione. Dove per verità non si intende altro che l’adeguazione alla realtà, che, nella sua inafferrabile ricchezza, costituisce la misura con cui incessantemente bisogna confrontarsi”.
Allora, in quale modo l’aquinate riesce a ‘tenere insieme’ fede e ragione?
“Spesso si sente affermare che chi ha fede non è più libero di fare una ricerca razionale obiettiva. Se per ‘obiettivo’ si intende privo di condizionamenti, ciò sarebbe assolutamente vero. Solo che allora nessuno potrebbe essere ‘obiettivo’, perché non esiste essere umano che possa guardare alla realtà senza risentire del contesto esistenziale, spirituale, culturale in cui si trova. L’ermeneutica oggi ha evidenziato che non esiste ‘uno sguardo da nessun luogo’. C’è di più.
Le grandi filosofi e scienziati hanno svolto le loro ricerche in base a un’intuizione, anteriore a tutte le possibili dimostrazioni, che li ha spinti a cercarne la verifica con argomentazioni razionali. Per Tommaso la fede è il ‘luogo’ da cui parte per guardare i diversi aspetti della realtà, ma elaborando, a partire da essa, un discorso razionale dunque obiettivo, e di valere, perciò, anche per il non credente”.
Perché ancora oggi si studia il suo pensiero?
“Può sembrare strano che un autore di ottocento anni fa abbia ancora oggi qualcosa di interessante da dirci e valga perciò la pena di scrivere o leggere un libro sul suo pensiero. Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, dovrebbe essere chiaro che alcune scoperte del passato possono essere attualissime, proprio nella loro apparente inattualità, perché ci rimettono in discussione e possono essere il punto di partenza per progettare alternative agli schemi mentali oggi dominanti. Il pensiero di Tommaso che fu un rivoluzionario, rispetto alle certezze consolidate del suo tempo, può oggi insegnarci ad esserlo anche noi nel nostro”.
(Foto: Marcianumpress)
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
Condivido anche il commento di Enzo Bianchi per il quale ogni lettore, in determinati periodi della sua vita, può identificarsi con il cieco Bartimeo, essendo non vedente, non aveva ovviamente mai visto Gesù, né l’aveva incontrato, ma la fama di questo rabbi galileo l’aveva raggiunto (Mc 10,46-52). Deve solo prendere coscienza della propria cecità e gridare al Signore Gesù: “Abbi pietà di me!”, con piena fiducia che egli può salvarlo, cioè può strapparlo dalla tenebra ( nella duplice accezione) e fargli vedere quello che i suoi occhi non riescono a vedere, sta di fronte al figlio di David, animato dalla fiducia che il Messia avrebbe aperto gli occhi ai ciechi, compiendo anche in questo le sante Scritture (cf. Is 35,5; 42,7). Questo il primo atteggiamento necessario all’incontro con Gesù: occorre uscire dal timore, dalla sfiducia, dalla mancanza di attesa, dalla visione di se stessi come non degni di essere da lui amati. A quel punto si tratta di alzarsi – verbo egheíro, che esprime anche il risorgere (cf. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6)! – dal giaciglio alla postura dell’uomo che ha speranza (homo spe erectus).
Una volta in piedi, si può ascoltare e comprendere che il Signore chiama ciascuno in modo personalissimo e pieno di affetto (“Chiama te”). La preghiera è desiderio espresso davanti a Gesù, e Bartimeo desidera vedere, ben oltre la semplice visione con gli occhi ( prima accezione): vuole vedere anche con il cuore, vuole vedere nella fede ( seconda accezione), vuole essere nella luce e non nella tenebra…Gesù, sempre attento a ogni singolo uomo o donna che incontra, sempre capace di comunicare “in situazione”, si accorge di ciò che Bartimeo sta vivendo. Per questo si rivolge a lui con un’affermazione straordinaria: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, parole che egli ha ripetuto spesso di fronte a chi gli chiedeva salvezza (cf. Mc 5,34 e par.; Lc 7,50; 17,19; 18,42). Questo episodio è molto di più di un semplice racconto di miracolo, come il lettore di Marco può ormai capire. Gesù sta per entrare nella città santa per la sua passione e morte, ma i suoi Dodici discepoli lungo tutto quel cammino sono rimasti ciechi. Ascoltavano le sue parole ma non capivano, mostrando di essere ben lontani dal vedere gli eventi come li vedeva Gesù (https://www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/249270/la-tua-fede-ti-ha-salvato ).
Concludo la mia disamina con la recente catechesi in materia del Vicario di Cristo, Papa Francesco (Gv 3,1-3: “Nicodemo va da Gesù di notte: un orario insolito per un incontro. Nel linguaggio di Giovanni, i riferimenti temporali hanno spesso un valore simbolico: qui la notte è probabilmente quella che c’è nel cuore di Nicodemo. È un uomo che si trova nel buio dei dubbi, in quell’oscurità che viviamo quando non capiamo più quello che sta avvenendo nella nostra vita e non vediamo bene la strada da seguire.
Se sei nel buio, ovviamente cerchi la luce. E Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, scrive così: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» -1,9- Nicodemo cerca dunque Gesù perché ha intuito che Lui può illuminare il buio del suo cuore…..Nicodemo, come tutti noi, potrà guardare il Crocifisso..” (cfr.https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-03/papa-francesco-catechesi-udienza-generale-nicodemo-cambiamento.html ).
Ringrazio il mio amico Dr. Simone Baroncia (https://www.korazym.org/argomenti/bussole-per-la-fede/ : giornalista vaticanista, v. dir. Riv. Cattolica internazionale “KORAZYM”) l’oculista Dr. Giuseppe Giunchiglia ed il suo eccellente staff, mia moglie Marcella Varia, il mio amico fraterno rev.mo Padre Salvatore Lazzara (http://facebook.com/salvatore.lazzara ), i coniugi Mineo, i miei amici di facebook e di whatsapp (a cui invierò questo articolo), i miei parenti, residenti in Italia ed in varie parti del mondo, che mi hanno seguito e supportato durante la mia convalescenza in 1 chat da me creata, e tutti gli amici ed autori qui menzionati dai quali ho imparato nozioni scientifiche a me in precedenza ignote.
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
In qualunque fase della vita, la salute degli occhi va tutelata con una dieta e uno stile di vita equilibrati. Assicurarsi di riposare molto, ridurre il tempo speso davanti agli schermi, fare esercizio fisico e sottoporsi regolarmente a controlli oculistici sono gli accorgimenti da avere per proteggere la vista. Inoltre, è importante essere consapevoli delle diverse condizioni che possono colpire l’occhio nell’arco dell’intera vita, partendo dalla nascita fino alla vecchiaia (https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.osservatoriomalattierare.it/news/attualita/16314-malattie-dell-occhio-sono-tante-e-possono-colpire-a-tutte-le-eta&ved=2ahUKEwjz1NLe9ZWMAxWY2AIHHWDyH5gQFnoECBYQAQ&usg=AOvVaw1JG__TC_7ia04nMVvmRF-u Roshni Patel si é laureata in Optometria nel 2004, presso il College degli Optometristi a Londra. La sua esperienza professionale si divide tra gli aspetti clinici e commerciali dell’optometria, dal fornire un training professionale agli optometristi pre-registrati fino a ricoprire ruoli nel settore universitario e in collaborazione con il College degli Optometristi, oltre a collaborare con esperti alla sperimentazione di nuove tecnologie nel campo dell’optometria ) :
-NASCITA E PRIMA INFANZIA
Durante il primo anno di vita la vista si sviluppa molto velocemente, ma ci vogliono diversi mesi prima che i neonati siano in grado di mettere a fuoco. Poiché la vista si sviluppa proprio in questi primi mesi critici, non è strano che lo sguardo del neonato sia perso o poco focalizzato.
-ADOLESCENZA
Un primo fattore chiave a cui prestare attenzione tra gli adolescenti è rappresentato dagli infortuni, che possono essere conseguenza di sport o di uno stile di vita particolarmente attivo e che possono causare anche traumi agli occhi.
-ETÁ ADULTA: 20-40 ANNI
Con l’età adulta termina la fase di sviluppo dell’occhio ma rimangono comunque delle misure e degli accorgimenti da adottare per proteggere la vista. Oltre a mantenere uno stile di vita sano, seguendo una dieta equilibrata e ricca di antiossidanti, evitando di fumare e facendo regolare attività fisica, ci sono alcune malattie dell’occhio a cui prestare attenzione.
-ETÁ ADULTA: 40-60 ANNI
Quando si raggiunge la mezza età, tra i cambiamenti più comuni nella vista vi è una diminuzione della capacità di vedere da vicino, che spesso risulta in una difficoltà a leggere. Questo problema prende il nome di presbiopia e progredisce con il tempo. Per coloro che già indossano occhiali o lenti a contatto sarà possibile correggere questo difetto con lenti multifocali. La presbiopia non va confusa con sintomi quali sfocatura generale, sensibilità alla luce, secchezza e infiammazione, che possono essere associati ad altre patologie come, ad esempio, cataratta e glaucoma.
Cataratta
Opacizzazione parziale o totale del cristallino che è la lente biconvessa posizionata all’interno del bulbo oculare (tra l’iride e il corpo vitreo). Il cristallino ha il compito di mettere a fuoco l’immagine e, nel momento in cui viene danneggiato, perde la propria trasparenza e si ha una riduzione della capacità visiva. Se non viene curata, può causare una cecità permanente.
Percepita come un annebbiamento delle lenti dell’occhio, questa condizione, di solito, è segno di invecchiamento ed è molto comune nei più anziani. La cataratta può anche manifestarsi prematuramente a causa di certe condizioni mediche o di alcuni medicinali, come gli steroidi. I sintomi possono includere visione offuscata, colori sfocati, sensibilità alla luce, riduzione della capacità di vedere di notte e visione doppia.
-ETÁ AVANZATA: 60 ANNI O PIÚ
Gli ultrasessantenni possono manifestare una degradazione della vista dovuta all’età. La presbiopia continua in questa fascia d’età, spingendo al bisogno di occhiali per la lettura o di lenti a contatto multifocali…..
( cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.polimedalab.it/2022/01/20/le-principali-patologie-oculari-come-riconoscerle/&ved=2ahUKEwjg4Pzm8pWMAxUM2AIHHRnyKLMQFnoECBQQAw&usg=AOvVaw2U-6bdVdWWOpAwBlhi7mZo )
Pertanto, ritengo utile, opportuno ed importante per tutti riportare un recente evento dell’Associazione Italiana Medici Oculisti “il riconoscimento alla carriera al Direttore della Banca degli Occhi del Veneto”
Ha all’attivo più di trent’anni di attività nel settore, ed è a tutti gli effetti uno dei principali esperti di eye banking a livello internazionale. Sperimentatore e innovatore, Diego Ponzin è stato insignito in questi giorni del Premio AIMO 2022, riconoscimento alla carriera conferito dall’Associazione italiana Medici Oculisti (AIMO).Padovano, oculista e Direttore sanitario di Fondazione Banca degli Occhi del Veneto, attualmente Presidente di SIBO (Società Italiana Banche degli Occhi), Diego Ponzin ha conosciuto e condiviso la visione pionieristica del prof. Giovanni Rama, che immaginò già negli anni ‘80, primo in Italia, la creazione di una banca che potesse conservare i tessuti oculari
(cfr. https://www.osservatoriomalattierare.it/news/attualita/19297-dall-associazione-italiana-medici-oculisti-il-riconoscimento-alla-carriera-al-direttore-della-banca-degli-occhi-del-veneto ).
Io ho avuto recentemente l’onore di apprezzare personalmente un grande professionista che, congiuntamente ad un eccellente staff, ha risolto patologie che affliggevano da alcuni mesi i miei occhi che nel momento in cui scrivo sono ancora destinatari di quasi “gocce” terapeutiche ( 750 in 3 mesi) molto efficaci da cui è anche derivata una positiva, bellissima sorpresa non programmata ( eliminazione di ogni tipo di occhiali, semplicisticamente per guardare lontano, per leggere, per usare computer, tablet e cellulare che mi ha consentito di elaborare, come speciale ringraziamento, questo articolo dedicato a tutti ed in particolare al Dott. Giuseppe Giunchiglia-Palermo, c.v. straordinario).
Proseguendo nell’ “ottica” religiosa ho apprezzato pure questo stupendo commento teologico di Padre Ermes Ronchi che con mia moglie Marcella abbiamo conosciuto quando illustrò una catechesi durante il nostro secondo corso annuale di specializzazione ( in cui il Prof. Damiano Cadar svolse un’ originale lezione su “lo sguardo di Gesù menzionato dal Vangelo”,link citato in premessa) in Teologia (dopo il Titolo conseguito dopo 3 anni di Corso ordinario al Centro accademico diocesano San Luca Evangelista-Palermo).
“Ciascuno di noi può adottare verso il campo del cuore questo sguardo positivo e vitale, liberandosi dai falsi esami di coscienza negativi. La nostra coscienza matura, chiara e sincera deve mettere a fuoco non tanto i difetti, ma il bene e il bello che è stato seminato in noi.
Una parabola leggera e potente che, accolta, può cambiare il nostro rapporto con Dio, portandoci dal negativo al positivo, dallo sguardo giudicante a quello abbracciante, da occhi d’ombra a occhi di mattino. È successo anche a me, tanti anni fa: mi ha fatto uscire dalla fede intesa come un’aula di tribunale, e mi sono felicemente perso in un campo di grano. Questione di sguardo: gli occhi dei servi si fissano sulla zizzania, sul negativo, quelli del padrone riposano sul buon grano. Questione di priorità: vuoi che andiamo a strapparla via? La risposta è netta: no, perché mettete a rischio il grano, che viene prima e vale di più. Prospettiva solare, fiduciosa, divina: il male non revoca il bene; è invece il bene che revoca il male nella tua vita”.
( cfr. https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=vbxZBm3SUW2qrDG8 : Sapienza 12, 13.16-19; Salmo 85; Rom,ani 8, 26-27; Matteo 13, 24-43
https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/da-occhi-d-ombra-a-occhi-di-mattino&ved=2ahUKEwjqi-C10vKLAxWB-AIHHVGvOlMQFnoECCoQAQ&usg=AOvVaw13iH2muTgj6qkQlPP8PJNP).
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
Nell’A.T. è relazionato a Jahvè, nel N.T. a Gesù immagine di Dio( 2Cor 4,4) non copia, ma conformità all’originale, vero uomo compiuto, Adamo è un abbozzo, infatti ha sconquassato il suo “essere ad immagine di Dio”, pertanto Gesù è il vero alter ego di Dio (c’è differenza fra “essere ad immagine” ed “essere immagine”).
E’ Gesù che libera l’uomo dal peccato affinchè si realizzi il disegno divino secondo il quale: “l’uomo è predestinato a diventare immagine di Cristo, cioè immagine del Figlio suo”(Rm 8,29), infatti la teologia pasquale dell’incarnazione e della redenzione non è semplicemente “riparativa” (ma ha effetti soteriologici ed escatologici), quindi il peccato non necessiterebbe l’incarnazione di Cristo, la quale sarebbe avvenuta lo stesso, anche senza il peccato originale di Adamo.
La salvezza (soteriologia) implica sotto il profilo antropologico la compiutezza dell’uomo in tutti i suoi aspetti, compresa la relazione con l’altro, costituente il ‘locus teologicus’ che genera la comunione, cioè Chiesa, luogo della comunione-relazione.
Pertanto, occorre esaminare gli sviluppi storico-teologici:
1-Patristica (si fonda sul platonismo, l’uomo non è immagine di Dio, lo è soltanto in e per Cristo, l’ unico mediatore fra l’uomo e Dio);
2-la Tradizione asiatico-antiochena( Vescovo Ireneo: unico modello dell’uomo creato a sua immagine e somiglianza è il Verbo incarnato); 3-la Scuola Alessandrina (Origene fa invece riferimento al Verbo preesistente-Logos- immagine invisibile, immagine dell’immagine);
3-il Concilio II(GSn.10- 22:è Cristo incarnato che spiega Adamo,la sequela di Cristo restituisce all’uomo la somiglianza divina, il cristiano diviene sua immagine, realizzazione disegno divino).
L’Antropologia ruota intorno a 4 strutture, cioè la relazionalità dell’uomo con Dio, con l’altro/se stesso, col mondo e con le forme della libertà;
a)situata (in base ai contesti familiari,religiosi);
b)teologale ( in base al tipo di rapporto vissuto con Dio);
c)definitiva (in base al proprio progetto di vita: vocazione coniugale/presbiterale; fedeltà morale);
d) inglobante ( dimensione che include tutti gli ambiti della vita che gli esseri umani non devono trascurare: i propri sensi, per esempio la vista; sociali, per esempio la solidarietà; economici, per esempio il lavoro onesto; umanistici, per esempio lo sguardo concreto verso la SS. Trinità che assiste i fedeli; storici, per esempio lo studio delle epoche in cui abbiamo ottenuto evoluzioni per la pacifica crescita globale del mondo).
Infatti concordo con il famoso aforisma “ Gli occhi sono in grado di raccontare le emozioni, gli stati d’animo ( la sensibilità religiosa) e i sentimenti di una persona. Attraverso loro è possibile entrare in comunicazione con un’altra persona senza bisogno delle parole”.
La psicologia e varie ricerche scientifiche hanno effettivamente sottolineato l’importanza del contatto visivo nella comunicazione umana, rivelando come gli occhi possano essere strumenti espressivi potenti nel trasmettere emozioni e stati d’animo. Questi studi hanno dimostrato che lo “sguardo” non è solo una componente essenziale della comunicazione non verbale, ma svolge anche un ruolo cruciale nel creare connessioni affettive e comunicative tra le persone.
Ritengo utile, conseguentemente, una sintetica disamina della c.d. “ psicologia degli occhi “. Com’ è noto gli studiosi sottolineano che gli occhi inoltre possono rivelare anche la sincerità o l’inganno. Secondo la saggezza popolare, infatti, se le parole possono in qualche modo celare la verità, “gli occhi non mentono mai“.
Jeffrey Walczyk, psicologo alla Louisiana Tech University, ha studiato i comportamenti oculari durante la menzogna, scoprendo che non esistono movimenti particolari associati alla menzogna; al contrario, gli occhi possono rimanere insolitamente immobili a causa dell’aumentato carico cognitivo necessario per formulare una menzogna.
Le ricerche di Stephanie Cacioppo (Università di Chicago) e di Omri Gillath (Università del Kansas) hanno invece esplorato il ruolo degli occhi nelle dinamiche amorose e di seduzione, evidenziando come gli sguardi e le direzioni dello sguardo possano segnalare interesse romantico o sessuale, e come la focalizzazione sul viso possa essere collegata alla ricerca di tratti desiderabili in un partner sentimentale.
Anche Luigi Pirandello, celebre scrittore e drammaturgo italiano premio Nobel, ha toccato questo tema.‘Gli occhi sono lo specchio dell’anima […], cela i tuoi se non vuoi che ne scopra i segreti.’
Una conferma dal paradigma di Tania Singer
In una ricerca condotta nel 2004, sono stati esplorati due distinti stili cognitivi e il loro impatto sulla risposta emotiva, basandosi sul paradigma proposto dalla neuroscienziata Tania Singer. Questo paradigma si concentra sull’analisi delle reazioni neurali e psicologiche alle emozioni altrui, contribuendo alla comprensione dei meccanismi cerebrali che regolano l’empatia.
Gli stili cognitivi esaminati erano:-Hot: Generativo di emozioni, caratterizzato da una maggiore risposta emotiva e coinvolgimento empatico- Cold: Più analitico e sistematizzatore, con una tendenza a focalizzarsi sui dettagli e un minor coinvolgimento emotivo.
Gli esperti spiegano ”Cosa comunicano gli occhi“. Gli occhi sono spesso descritti come finestre sull’anima, capaci di veicolare un’ampia gamma di emozioni e di comunicare senza parole. Possono raccontare storie profonde, affermare la sicurezza o tradire la timidezza. Per esempio:
• Abbassare lo sguardo può indicare imbarazzo o paura, una sorta di rifugio in momenti di incertezza. Tale gesto può variare a seconda delle persone e dei contesti, essendo a volte situazionale (legato al contesto specifico); altre cronico (causato dall’indole della persona).
• Un contatto visivo diretto e prolungato, d’altra parte, può esprimere sfida o, paradossalmente, nascondere timidezza e imbarazzo dietro una facciata di sicurezza.
• L’accompagnare lo sguardo con un respiro calmo e un leggero inclinare della testa può segnalare interesse e attenzione, rivelando una connessione con l’interlocutore. Inversamente, uno sguardo evasivo può suggerire tensione o essere un modo per attenuare un’emozione intensa ma nascosta.
• Sbattere frequentemente le palpebre può segnalare la necessità di vedere più chiaramente, sia in senso fisico che metaforico.
• Guardare lontano, verso l’orizzonte, può essere un modo per prendere distanza dalla situazione attuale, come un tentativo di sfuggire da una conversazione difficile.
• I movimenti rapidi degli occhi, infine, possono indicare una mente agile e vivace, attiva e attenta anche in apparenza distratta.


























