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La Madre di Dio non è corredentrice ma Madre del popolo fedele
“La presente Nota risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede negli ultimi decenni – in particolare presso questo Dicastero – circa questioni riguardanti la devozione mariana e particolarmente alcuni titoli mariani. Sono questioni che hanno suscitato preoccupazioni presso gli ultimi Pontefici e che sono state ripetutamente trattate nel corso degli ultimi trent’anni nei diversi ambiti di studio del Dicastero, come Congressi, Sessioni ordinarie, etc. Ciò ha permesso a questo Dicastero di disporre di un materiale abbondante e ricco che è alla base della presente riflessione”: così inizia la nota dottrinale ‘Mater populi fidelis’, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede, a firma del prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, e dal segretario per la sezione dottrinale, mons. Armando Matteo, con approvazione del papa.
Quindi il testo è il frutto di un lungo lavoro collegiale e dottrinale sulla devozione mariana, incentrato sulla figura di Maria che è associata all’opera di Cristo come Madre dei credenti: “Questo testo, mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana, precisando il posto di Maria nella sua relazione con i fedeli, alla luce del mistero di Cristo quale unico Mediatore e Redentore. Ciò implica una fedeltà profonda all’identità cattolica e, allo stesso tempo, un particolare sforzo ecumenico”.
Il cuore del documento è la maternità della Madonna: “La devozione mariana, che la maternità di Maria suscita, è presentata qui come un tesoro della Chiesa. Non si tratta di correggere la pietà del popolo fedele di Dio, che riscopre in Maria rifugio, forza, tenerezza e speranza, quanto soprattutto di valorizzarla, riconoscerne la bellezza e promuoverla, dal momento che essa è un’espressione mistagogica e simbolica di quell’attitudine evangelica di fiducia nel Signore che lo stesso Spirito Santo suscita liberamente nei credenti”.
Quindi il documento prende in considerazione le espressioni mariane indicando se esse rispondono alla devozione: “Allo stesso tempo, esistono alcuni gruppi di riflessione mariana, pubblicazioni, nuove forme di devozione e richieste di dogmi mariani che non presentano le stesse caratteristiche della devozione popolare ma che, in definitiva, propongono un determinato sviluppo dogmatico e si esprimono intensamente attraverso le piattaforme mediatiche, risvegliando, con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici.
A volte sono reinterpretazioni di espressioni impiegate nel passato con significati diversi. Perciò, il presente documento prende in considerazione tali proposte, per indicare in che senso alcune di esse rispondono a una devozione mariana genuina e ispirata al Vangelo, o in quale senso altre devono essere evitate, perché non favoriscono un’adeguata comprensione dell’armonia del messaggio cristiano nel suo insieme”.
In sostanza, la Nota ribadisce la dottrina cattolica che ha sempre messo bene in luce come tutto in Maria sia indirizzato alla centralità di Cristo e alla sua azione di salvifica. Per questo, anche se alcuni titoli mariani possono essere spiegati attraverso una corretta esegesi, si ritiene preferibile evitarli: “La Madre del Popolo fedele è contemplata con affetto e ammirazione dai cristiani poiché, dato che la grazia ci rende somiglianti a Cristo, Maria è l’espressione eminente dell’azione con cui Lui trasforma la nostra umanità; ed è anche la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può operare in un essere umano. Dinanzi a tale bellezza, spinti dall’amore, molti fedeli hanno sempre cercato di riferirsi alla Madre con le parole più belle e hanno esaltato il posto peculiare che lei occupa insieme a Cristo”.
Quindi Maria ha cooperato alla Salvezza: “Tradizionalmente, la cooperazione di Maria all’interno dell’opera della salvezza è stata affrontata in una duplice prospettiva: sia dal punto di vista della sua partecipazione alla Redenzione oggettiva, portata a compimento da Cristo nella sua vita e particolarmente con la sua Pasqua, sia a partire dall’influsso che lei attualmente esercita verso coloro che sono stati redenti. In realtà, tali prospettive sono tra esse relazionate e non possono essere affrontate in maniera isolata”.
Un altro titolo riguarda la corredenzione la Nota sottolinea che alcuni papi ‘hanno impiegato questo titolo senza soffermarsi a spiegarlo. Generalmente, lo hanno presentato in relazione alla maternità divina e in riferimento all’unione di Maria con Cristo accanto alla Croce redentrice’. Quindi cita una discussione interna all’allora Congregazione per la Dottrina della fede che nel febbraio 1996 aveva riflettuto sulla richiesta di proclamare un nuovo dogma su Maria ‘Corredentrice o Mediatrice di tutte le grazie’ con il parere contrario del card. Ratzinger era contrario. Per questo papa Francesco aveva espresso almeno tre volte la sua posizione chiaramente contraria all’uso del titolo ‘Corredentrice’.
Il documento dottrinale a questo proposito conclude: “E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana… Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente”).
Inoltre la Nota sottolinea che l’espressione biblica riferita alla mediazione esclusiva di Cristo è invece inclusiva: “Nel contempo, abbiamo la necessità di ricordare che l’unicità della mediazione di Cristo è ‘inclusiva’, vale a dire, che Cristo rende possibile diverse forme di mediazione nel compimento del suo progetto salvifico perché, nella comunione con Lui, tutti possiamo essere, in qualche modo, collaboratori di Dio, ‘mediatori’ gli uni per gli altri”.
Per questo ‘Maria occupa un posto unico nel cuore della madre Chiesa’: La partecipazione di Maria all’opera di Cristo risulta evidente se si parte da questa convinzione che il Signore risorto promuove, trasforma e abilita i credenti affinché collaborino con Lui nella Sua opera. Ciò non avviene per una debolezza, incapacità o necessità di Cristo stesso, ma proprio per la sua gloriosa potenza, che è capace di coinvolgerci, con generosità e gratuità, come collaboratori della sua opera. Ciò che bisogna sottolineare in questo caso è proprio questo: quando Egli ci permette di accompagnarlo e, sotto l’impulso della sua grazia, di dare il meglio di noi stessi, sono la sua potenza e la sua misericordia che, alla fine, vengono glorificate”.
Infatti la mediazione si realizza perché Maria è Madre: “Nel caso di Maria, questa mediazione si realizza in forma materna, esattamente come fece a Cana e come venne ratificata sotto la Croce… Il titolo di Madre ha le sue radici nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri, è stato proposto dal Magistero e la formulazione del suo contenuto si è sviluppata fino all’esposizione del Concilio Vaticano II e all’espressione maternità spirituale nell’enciclica ‘Redemptoris Mater’.
Questa maternità spirituale di Maria scaturisce dalla maternità fisica del Figlio di Dio. Generando fisicamente Cristo, a partire dalla sua libera e credente accettazione di questa missione, la Vergine ha generato nella fede tutti i cristiani che sono membra del corpo mistico di Cristo, vale a dire, ha generato il Cristo totale, capo e membra”.
Però alcuni titoli mostrano qualche ‘limite’ per la corretta comprensione: “Alcuni titoli, come per esempio quello di Mediatrice di tutte le grazie, hanno dei limiti che non facilitano la corretta comprensione del ruolo unico di Maria. Difatti, lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta. Non si tratta di un dettaglio di poca importanza, perché rivela qualcosa di centrale: che, anche in lei, il dono della grazia la precede e procede dall’iniziativa assolutamente gratuita della Trinità, in previsione dei meriti di Cristo.
Lei, come tutti noi, non ha meritato la propria giustificazione a motivo di alcuna sua azione precedente, né tantomeno di alcuna sua azione successiva.] Anche per Maria, l’amicizia con Dio attraverso la grazia sarà sempre gratuita. La sua preziosa figura è testimonianza suprema della ricettività credente di chi, più e meglio di chiunque altro, si è aperto con docilità e piena fiducia all’opera di Cristo, e allo stesso tempo è il miglior segno della potenza trasformatrice di questa grazia”.
Per questo è sorta la pietà popolare: “Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. E’ colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di san Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità.
E’ colei che canta al Dio che ‘ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’, colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa, che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno, che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è ‘segno di contraddizione’; è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule, che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname. I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto”.
Priverno si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Dal 12 al 26 ottobre 2025, nella parrocchia Concattedrale Santa Maria ed in quella di Sant’Antonio Abate di Priverno (LT), si terrà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue, dal titolo: «“Chi è freddo non riscalda!” (San Gaspare del Bufalo) – Sangue di Cristo, fermento di missione».
Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, in un messaggio rivolto ai fedeli sottolinea: «La Missione popolare è da tempo immemorabile una forma straordinaria di evangelizzazione e di animazione pastorale della vita di fede nelle comunità cristiane. La decisione di promuoverne una a Priverno, con la collaborazione dei religiosi Missionari del Preziosissimo Sangue, offre una occasione preziosa di rilancio dell’impegno per una vita cristiana sempre più autentica e coinvolgente. Se c’è una cosa di cui abbiamo particolarmente bisogno in questo tempo è l’entusiasmo della fede e la solidità delle convinzioni e delle motivazioni destinate ad alimentare la vita di fede dei singoli fedeli e della comunità ecclesiale tutta.
Tutto questo assume un significato peculiare nel corso dell’Anno giubilare, che invita alla speranza nel cuore e nell’azione di singoli e di comunità. In questo impegno volto al rilancio del senso cristiano della vita non si perdano di vista gli orientamenti che la Chiesa diocesana ha intrapreso in questi anni, con la cura delle giovani generazioni in tutte le fasce di età, dall’infanzia alla giovinezza, e con la costituzione di gruppi di parrocchie chiamate a collaborare in unità di intenti e di azione».
«La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, porta avanti ancora oggi – dopo oltre due secoli – un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario» – afferma don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
«La Missione popolare – continua don Flavio – è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di “uscire”, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche. La presenza dei missionari si radica nella concretezza delle comunità, ascoltando i bisogni reali del territorio e incontrando le persone negli spazi pubblici e nei momenti semplici della vita di ogni giorno.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza».
Il parroco di Priverno, don Alessandro Trani,aggiunge: «È da circa un anno che ci prepariamo a vivere la Missione popolare che raggiungerà ogni realtà specifica del nostro paese. La missione vuole donare un messaggio di vita, di rinascita, di speranza e di fede rinnovata, che possa sensibilizzare ogni cuore verso una condivisione del vivere civile e del rispetto umano, per crescere nella fede in un Dio, che ci ama per quello che siamo: figli e figlie».
Papa Leone XIV: la speranza germoglia dai bambini
“Oggi, a Bilki (Ucraina), viene beatificato il sacerdote Pietro Paolo Oros, dell’Eparchia di Mukachevo, ucciso nel 1953 in odio alla fede. Quando la Chiesa Greco-cattolica fu messa fuori legge, egli rimase fedele al Successore di Pietro e continuò con coraggio a svolgere clandestinamente il ministero, consapevole dei rischi. Invochiamo l’intercessione di questo nuovo Beato, affinché ottenga per il caro popolo ucraino di perseverare con fortezza nella fede e nella speranza, nonostante il dramma della guerra”: terminando l’udienza giubilare papa Leone XIV Leone XIV ha rivolto un pensiero all’Ucraina, chiedendo l’intercessione del sacerdote Pietro Paolo Oros ucciso in odio alla fede, beatificato oggi.
Mentre nell’udienza giubilare il papa ha invitato ad intuire il cambiamento: “Il Giubileo ci rende pellegrini di speranza, perché intuiamo un grande bisogno di rinnovamento che riguarda noi e tutta la terra.
Ho appena detto ‘intuiamo’: questo verbo (intuire) descrive un movimento dello spirito, una intelligenza del cuore che Gesù ha riscontrato soprattutto nei piccoli, cioè nelle persone di animo umile. Spesso, infatti, le persone dotte intuiscono poco, perché presumono di conoscere. E’ bello, invece, avere ancora spazio nella mente e nel cuore, perché Dio si possa rivelare. Quanta speranza quando sorgono nuove intuizioni nel popolo di Dio!”
Per questo Gesù esulta: “Gesù esulta di questo, è pieno di gioia, perché si accorge che i piccoli intuiscono. Hanno il sensus fidei, che è come un ‘sesto senso’ delle persone semplici per le cose di Dio. Dio è semplice e si rivela ai semplici. Per questo c’è un’infallibilità del popolo di Dio nel credere, della quale l’infallibilità del Papa è espressione e servizio”.
Ed ha ricordato l’esempio di sant’Ambrogio, che è diventato vescovo per una richiesta di un bambino: “Vorrei ricordare un momento nella storia della Chiesa, che mostra come la speranza possa venire dalla capacità del popolo di intuire. Nel quarto secolo, a Milano, la Chiesa era lacerata da grandi conflitti e l’elezione del nuovo vescovo si stava trasformando in un vero e proprio tumulto.
Intervenne l’autorità civile, il governatore Ambrogio, che con una grande capacità di ascolto e mediazione portò tranquillità. Il racconto dice che allora una voce di bambino si alzò a gridare: Ambrogio vescovo! E così anche tutto il popolo chiese: Ambrogio vescovo!”
Il papa ha sottolineato, anche se non era battezzato, il ‘sensus fidei’del futuro vescovo ambrosiano: “Ambrogio non era nemmeno battezzato, era soltanto un catecumeno, cioè si preparava al Battesimo. Il popolo però intuisce qualcosa di profondo di quest’uomo e lo elegge. Così la Chiesa ha avuto uno dei suoi vescovi più grandi, e un dottore della Chiesa”.
E’ stato un invito a lasciarsi convertire: “Ambrogio prima non vuole, persino fugge. Poi comprende che quella è una chiamata di Dio, allora si lascia battezzare e ordinare vescovo. E diventa cristiano facendo il vescovo! Vedete che grande regalo fatto dai piccoli alla Chiesa? Anche oggi questa è una grazia da chiedere: diventare cristiani mentre si vive la chiamata ricevuta! Sei mamma, sei papà? Diventa cristiano come mamma e papà. Sei un imprenditore, un operaio, un insegnante, un prete, una religiosa? Diventa cristiano sulla tua strada. Il popolo ha questo ‘fiuto’: capisce se stiamo diventando cristiani o no. E ci può correggere, ci può indicare la direzione di Gesù”.
Quindi questa intuizione di un bambino è stata una ‘risorsa’ per la Chiesa: “Sant’Ambrogio, negli anni, ha poi restituito molto al suo popolo. Ad esempio, ha inventato nuovi modi di cantare salmi e inni, di celebrare, di predicare. Lui stesso sapeva intuire, e così la speranza si è moltiplicata. Agostino fu convertito dalla sua predicazione e fu da lui battezzato”.
Ed ha concluso affermando che l’intuizione è un modo di sperare: “Intuire è un modo di sperare, non dimentichiamolo! Anche così Dio fa andare avanti la sua Chiesa, mostrandole nuove strade. Intuire è il fiuto dei piccoli per il Regno che viene. Che il Giubileo ci aiuti a diventare piccoli secondo il Vangelo per intuire e per servire i sogni di Dio!”
(Foto: Santa Sede)
In cammino con sant’Antonio da Padova per scoprire la bellezza dell’annuncio cristiano
Sono partiti domenica 29 giugno da Brive-la-Gaillarde, in Nuova Aquitania, i pellegrini italiani e francesi che stanno percorrendo a piedi ‘En Route con sant’Antonio’, un cammino dalla Francia a Padova lungo le orme percorse da frate Antonio 800 anni fa. Promosso dai frati conventuali della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova insieme alla Custodia dei frati minori conventuali di Francia e Belgio per quest’estate giubilare, questo evento è organizzato dal progetto Antonio800 ed ha ottenuto il patrocinio dell’intera famiglia francescana d’Italia e di Francia ed il patrocinio ufficiale del Giubileo, unico cammino ad averlo ottenuto, per la ‘particolare attenzione all’evangelizzazione, invitando i giovani a farsi reali ‘Pellegrini di Speranza’, come ha scritto mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione. Il cammino riprenderà da Lyon lunedì 11 agosto, dopo la pausa giubilare che ha consentito ai giovani pellegrini di essere presenti a Roma con gli altri giovani del mondo.
Si tratta di 1.306 chilometri che sono percorsi a staffetta per giungere in Basilica del Santo a Padova domenica 21 settembre. Sessanta le tappe (le principali Limoges, Clermont-Ferrand, Montbrison, Lyon, Chambery, Moncenisio, Torino, Vercelli, Milano, Brescia e Verona), con una media di 21,8 chilometri ogni tratta. Oltre 2.000.000 di passi; 5 regioni attraversate (2 francesi e 3 italiane); 20 diocesi incontrate (8 francesi e 12 italiane); 60 tappe; 80 giorni di impegno. Un cammino che si può anche seguire virtualmente attraverso il sito ufficiale www.antonio800.org e i relativi social Youtube e Facebook, alcune emittenti televisive locali del Nord Italia, l’emittente nazionale francese KTO, mediapartner di ‘En Route con sant’Antonio’ insieme al ‘Messaggero di sant’Antonio’, edizioni italiana e francese. Inoltre una sua reliquia ex ossibus ‘camminerà’ sulle spalle di un frate pellegrino, e sarà consegnata di volta in volta alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.
Per conoscere meglio questo ‘cammino’ abbiamo parlato con il dott. Alberto Friso, project event manager di ‘Antonio800’ ed egli stesso pellegrino lungo le orme di sant’Antonio, dalla Francia a Padova: per quale motivo è proposto il cammino ‘En Route con sant’Antonio’?
“Antonio800, una delle realtà della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, equivalente in buona sostanza al nord Italia, è il contenitore delle iniziative legate agli ottocentenari antoniani e francescani. Ottocento anni fa, dal 1224 alla fine del 1227, frate Antonio di Padova (ma da Lisbona) fu annunciatore del Vangelo, predicatore e organizzatore del neonato Ordine francescano nel centro e sud della Francia, e poi nel nord Italia (1227-1231). In occasione del Giubileo della Speranza, con il cammino ‘En Route con sant’Antonio’ abbiamo voluto interrogare la figura di sant’Antonio pellegrino e annunciatore, ricalcandone a piedi i suoi stessi passi, in un cammino fisico ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo voluto tornare sulle strade da lui percorse, affidando a Dio i nostri passi”.
Perché sant’Antonio percorse questo cammino?
“Frate Antonio visse e annunciò il Vangelo per quasi quattro anni in Francia (1224-1227), in particolare venne inviato come missionario per convertire gli eretici catari e albigesi, per poi rientrare in Italia per assumere il provincialato dell’Italia settentrionale, ruolo che ebbe dal 1227 al 1230. Ad 800 anni di distanza, incrociando geografia e storia, abbiamo pensato di ripercorrere a piedi i passi del santo francescano partendo da Brive-la-Gaillarde, località antoniana dove il Santo dimorò nelle grotte che portano il suo nome, e arrivando a Padova, luogo dove visse gli ultimi anni della sua vita e morì. Non siamo in grado di dire che sant’Antonio abbia scelto precisamente queste strade per passare dall’Italia alla Francia andata e ritorno, ma di certo la sua presenza è attestata in alcuni dei luoghi che tocchiamo: oltre a Brive-la-Gaillarde, Solignac, Limoges, Vercelli, Milano, Verona ed, ovviamente, Padova”.
Per quale motivo è un cammino ‘povero’ e di ‘popolo’?
“Il nostro è un cammino partecipativo di fraternità, aperto a chiunque voglia farne parte. Si cammina insieme agli altri. Chiunque può partecipare, non serve iscriversi, non serve motivare la propria scelta, basta il desiderio di camminare insieme per quanti chilometri si possono fare, sia uno, che dieci o cento, presentandosi al via di ogni singola tappa. L’appuntamento è alla partenza di ogni tappa all’orario stabilito, chiunque abbia voglia di camminare insieme con noi è benvenuto. E’ importante consultare sul sito www.antonio800.org il programma con altimetria e grado di difficoltà del percorso (diviso in facile, medio, impegnativo, molto impegnativo). Logistica, vitto e alloggio restano a carico del singolo. Un altro modo per partecipare è presentarsi agli eventi religiosi e culturali di fine tappa, nessuno dei quali è a numero chiuso, o nelle giornate di sosta”.
Come farsi ‘toccare’ dalla bellezza dell’annuncio cristiano?
“Camminare da cristiani significa anche tornare all’essenzialità dell’annuncio, alla sua radice, a fare i conti con la gratuità dell’amore di Dio. Direi che ‘farsi toccare’ è questione esperienziale, bisogna mettersi nella condizione di fare esperienza dell’amore. La sete d’infinito, la fame d’immortalità che alberga nel cuore di ciascuno chiede di poter riposare nel Dio svelatoci da Gesù Cristo. Chi ha fatto esperienza della sua misericordia sa che nessun altro ha parole di vita eterna risolutive per una vita buona. Il cammino aiuta a ritrovare questa autenticità. Ed a sera, come i due di Emmaus, viene da ripensare: ‘Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via’?”
Quali sono i motivi che spingono i pellegrini a intraprendere il cammino?
“Sui motivi c’è ampia varietà. C’è chi parte con una domanda di senso, esistenziale. Chi con un dolore da affrontare. Chi con un’intenzione di preghiera nel cuore. Me è ben accetto anche solo il curioso, se aperto al cambiamento e rispettoso di quanto un pellegrinaggio può offrire. La motivazione di fede, in tutto ciò, è decisamente importante. Personalmente, chiedo al cammino la conferma del bene che so esserci e che a volte sembra appannata.
Inevitabile poi è crearsi delle aspettative, che per lo più vengono ribaltate da quanto accade durante il cammino stesso, perché mettersi per strada significa esporsi all’imprevisto, all’inedito, all’incontro con l’altro, con l’Altro, e pure con una parte di sé poco conosciuta. Di certo, il sentirsi ‘più vivi’ coinvolge tutti i sensi. L’ascolto è forse il più sollecitato. Ecco che qualsiasi sia la motivazione di partenza, trovarsi camminando ‘più ascoltanti’, più ricettivi, anche alle piccole cose, alle sfumature, ai refoli di vento, rende possibile l’incontro autentico con Dio, nell’accoglienza della propria vocazione”.
Quali sono le impressioni dei pellegrini di questo cammino?
“Sono colpiti dalla fraternità che si crea tra loro; dall’accoglienza lieta delle persone, che si fanno in quattro per soddisfare le esigenze del pellegrino (il letto per dormire, la doccia, la cena, la preghiera comune…). La preghiera alla partenza, durante il cammino, all’arrivo acquistano un valore speciale. Dovendo scegliere un momento, il più evocativo sembra essere quello della preghiera ritmata dai passi. Può essere l’ascolto delle lodi (dall’app CEI), oppure un canto, o la recita del rosario. Farlo insieme, ad alta voce, nella natura, camminando, è un’altra cosa.
Altro elemento che colpisce e rende grato il cuore è il contatto con la natura, nelle sue diverse espressioni. Certo il bosco, le montagne, un albero maestoso, il fluire dell’acqua di un torrente, ma poi anche la natura ‘addomesticata’ dall’uomo, con la bellezza dei campi di grano, degli animali al pascolo, di un sentiero che sapientemente sale il crinale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Tempo del Creato: i vescovi europei per una vita sobria
“Sin dall’inizio della sua missione, il profeta Isaia si rese conto del desiderio di Dio di inviare un messaggero al Suo popolo. Nonostante il suo senso di inadeguatezza, si impegnò a dare voce umana al disegno di Dio. Predicando ad un popolo che viveva in una situazione disastrosa e fatiscente, sperimentò aspre resistenze e opposizioni; tuttavia, questa esperienza lo portò a una ferma determinazione per tutta la vita: era consapevole della frenetica esigenza di richiamare il suo popolo dall’orlo del pericolo e del declino”: così inizia la dichiarazione congiunta dei presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC) per il Tempo del Creato, che si svolge dal 1 settembre al 4 ottobre, esortando alla preghiera e all’azione per la nostra casa comune.
La dichiarazione congiunta è firmata dall’arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, presidente della CEC, e dall’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del CCEE, con l’invito alla riflessione sulla visione del profeta Isaia di un ‘giardino di pace’, esortando le comunità ad abbracciare una vita sobria, rispettando i doni del creato e rifiutando lo sfruttamento delle persone e delle risorse naturali: “Nelle sue profezie, Isaia paragonava Dio a un agricoltore attento e diligente che, a volte adirato per i frutti selvatici dell’ingiustizia e della violenza che venivano prodotti, minacciava di togliere la sua cura e protezione”.
Nella dichiarazione i vescovi sottolineano l’impegno ad una vita sobria, nata dall’incontro con Dio: “Ma, rafforzato dall’incontro con la santità di Dio, Isaia offrì anche un’alternativa alla catastrofe: la sopravvivenza dipendeva dal ritorno a uno stile di vita che riflettesse fiducia e devozione verso Dio. Questo è un impegno quotidiano che richiede una vita sobria e il rispetto di tutto ciò che viene offerto come dono del creato, senza alcuna forma di sfruttamento ingiusto delle persone o delle risorse naturali. Questo è per Isaia l’unico modo per vivere in pace e prosperare, ed è ciò che noi chiamiamo pace con il creato”.
La dichiarazione è un richiamo al Concilio di Nicea: “Come Chiese Cristiane, questo è per noi un tempo di preghiera e di sincera conversione, che dà voce alla nostra professione di fede nel Dio che ‘ha creato il cielo e la terra’, come ogni comunità cristiana proclama da secoli con le parole formulate dal Concilio di Nicea, di cui quest’anno celebriamo il 1700° anniversario. Mentre proclamiamo la nostra fede in Dio creatore, preghiamo anche per i nostri fratelli e sorelle che sono vittime di diverse forme di ingiustizia ambientale e umana”.
Anche se il mondo è in preda alle guerre i vescovi europei invitano a ‘cercare la pace’: “Al giorno d’oggi, il nostro mondo difficilmente può essere considerato un giardino di pace. Al contrario, la distruzione umana e la morte causate dalle guerre e dai disordini sociali in diversi Paesi e popoli influenzano le nostre esperienze quotidiane. Tuttavia, come il profeta Isaia, crediamo fermamente di essere chiamati a cercare la pace con il creato e che ognuno di noi sia chiamato a onorare i tratti distintivi del datore di vita”.
Inoltre la dichiarazione sottolinea che il tema è in linea con la ‘Charta Oecumenica’ riveduta, la cui firma è prevista entro la fine dell’anno, rafforzando l’unità dei cristiani e impegnandosi a prendersi cura del creato in tutta Europa: “Abbiamo plasmato questo impegno spirituale anche in ogni pagina della ‘Charta Oecumenica’ riveduta, che sarà firmata entro la fine di quest’anno. Per oltre 20 anni questo accordo congiunto tra le Chiese cristiane in Europa ha ispirato le nostre riflessioni teologiche e il nostro lavoro pastorale. Ci auguriamo che la versione riveduta continui a dare forma al nostro ascolto della preghiera di Cristo, perché tutti siano una sola cosa”.
Infine, mentre le comunità cristiane di tutta Europa si uniscono a questo appello, il CCEE e la CEC invitano tutti i credenti a contribuire alla tutela della casa comune e promuovere un futuro giusto e sostenibile, in vista della Cop30: “Mentre si impegnano per la tutela del nostro clima, pregheremo per tutti i leader ed i partecipanti alla 30° Conferenza dei Partner sui cambiamenti climatici (COP30), organizzata dalle Nazioni Unite a Belém (Brasile), dal 10 al 21 novembre. Crediamo che l’attuale crisi climatica rappresenti un’opportunità per riconfigurare le relazioni internazionali verso il bene comune e per creare uno stile di vita più equo e sostenibile per l’intera umanità”.
E’ un appello, affinché il Tempo del Creato sia un tempo di cambiamento: “Auspichiamo inoltre che l’impatto delle politiche sui cambiamenti climatici sui poveri e sui vulnerabili rimanga ben presente nelle menti e nei cuori dei leader e degli esperti riuniti alla conferenza, considerando le sfide sociali e ambientali interconnesse del nostro tempo. Il Tempo del Creato ci chiama ad essere fedeli custodi di ciò che Dio ha creato e ci ha affidato, nelle nostre scelte quotidiane e nelle politiche pubbliche, affinché la nostra preghiera e il nostro stile di vita possano fare eco a ciò che crediamo e confessiamo: I cieli narrano la gloria di Dio; l’opera delle sue mani annuncia il firmamento”.
XX Domenica del Tempo Ordinario: sono venuto a portare il fuoco sulla terra!
Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra indica l’amore di Dio che purifica e trasforma. Questo fuoco è lo Spirito Santo, fuoco che Gesù ha promesso ed infiamma il cuore dei discepoli e dona forza e coraggio. La venuta di Gesù nel mondo segna un momento assai decisivo e le parole di Gesù hanno lo scopo di aiutare i suoi discepoli ad abbandonare ogni segno di pigrizia, di apatia, di indifferenza e mettersi subito all’opera perché questo fuoco divampi e si diffonda. Questo fuoco è l’amore vero e Gesù ci chiama a diffonderlo nel mondo e, grazie ad esso, gli uomini debbono prendere coscienza di essere fratelli e Dio è il ‘Padre nostro che è nei cieli’.
Il cristianesimo è la religione dell’entusiasmo e mira ad un ideale: la conquista della vera felicità, della giustizia, la sapienza e l’immortalità. Tanti hanno perseguitato lungo i secoli il cristianesimo, convinti che era la religione dei deboli, dei vinti, delle donne e degli anziani; hanno invece dovuto constatare che il cristiano è il vero vincitore. Gesù ci insegna a combattere, sicuri di avere in fine la vittoria. Ecco perché afferma: ‘Non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la spada’. La nostra natura purtroppo è inferma e il primo avversario é sempre il nostro io superbo, angoloso che ci porta a scambiare la libertà per libertinaggio.
Il fuoco, di cui parla Gesù, è una immagine simbolica dell’amore: Dio è amore; Gesù è l’amore sceso in mezzo a noi in forma umana; la nostra missione è ‘ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… amerai il prossimo tuo come te stesso’. Il cristiano è chiamato ad essere profeta, missionario per insegnare ad espandere l’amore.
Il cristiano vero trova il suo avversario in chi non ha fede o non è cristiano; quell’uomo in cui prevale l’egoismo, l’arrivismo, l’interesse privato. Il vero cristiano sa bene che l’amore è dare, servire, voglio il tuo bene; l’amore è dare non ricevere. Purtroppo il cristiano o il profeta oggi deve fare i conti con un laicismo imperante, con quanti detengono il potere economico e politico e si arrogano il diritto di definirsi: ‘gli amici del popolo’.
Allo stesso modo allora ‘si levarono contro Gesù e lo misero in croce’. Pilato allora si lavò le mani; gli avversari accusarono Gesù e lo condannarono in croce come avevano fatto con il profeta Geremia o Erode con Giovanni Battista. Missione della Chiesa di Gesù è evangelizzare, predicare, annunciare la parola di Dio che è come un seme che si getta nel campo per fruttificare. La parola di Dio mira alla realizzazione della comunione universale dove tutti dobbiamo riconoscerci fratelli, membra dello stesso corpo, figli del Padre, che sta nei cieli.
Questo annuncio, questa evangelizzazione crea talvolta divisione; davanti al messaggio di Cristo non può esserci compromesso; questo infatti comporta una scelta fondamentale che ci interpella nel profondo della coscienza. Gesù è venuto a separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Non è possibile, per esempio. coniugare la vera religiosità con le pratiche superstiziose. E’ l’ora di risvegliarsi dal sonno, dal letargo, prendere coscienza di dovere essere coerente con la tua scelta: se sei figlio di Dio, è necessario che scuoti la cenere ed aderisci a lui e al suo gesto di amore.
Sei figlio di Dio per il battesimo ricevuto? Vivi da figlio amando Dio e i fratelli. Ti costerà lotta, sacrificio ma, con l’aiuto di Dio, la vittoria è assicurata. Allora, alza gli occhi, amico; guarda i segni dei tempi. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ti sarà accanto in questo cammino e in tutte le scelte quotidiane. Sarai allora veramente felice.
Solennità di Pentecoste: Vieni, Santo Spirito!
L’anno liturgico è scandito da tre feste: Natale, Pasqua e Pentecoste. Oggi è la terza solennità, vera pietra miliare; termine greco, la Pentecoste significa 50° giorno dalla Pasqua di risurrezione. Festa antichissima, già nota nel mondo ebraico che celebrava la festa del raccolto; per noi cristiani ricorda la promessa di Gesù ai suoi discepoli: ‘Non vi lascerò orfani, aspettate la promessa: lo Spirito Santo che il Padre vi manderà; allora sarete rinnovati dalla sua potenza divina’. L’avvento dello Spirito Santo è il più clamoroso intervento divino nella Storia della Chiesa e si è realizzato davanti ad una platea di testimoni.
Il racconto storico della Pentecoste, che leggiamo negli Atti degli Apostoli (Atti, 2, 1-11), presenta il ‘nuovo corso storico’ iniziato con la passione, morte e risurrezione di Cristo Gesù, l’evento che coinvolge l’uomo, la storia e il cosmo. Con la discesa dello Spirito Santo si innesta un processo di unificazione tra le varie parti della famiglia umana; da qui il miracolo della lingue: l’apostolo parla a tutti i popoli e ciascuno ascolta nella propria lingua: erano Parti, Medi, Cretesi ed Arabi; a Gerusalemme c’erano infatti Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo, la Pentecoste li radunava ogni anno da tutte le parti: dell’occidente e dell’oriente.
Lo Spirito Santo impedisce che il cristiano si chiuda in sé perché essere cristiano è amare, perdonare, servire. Lo Spirito Santo si manifesta come fuoco divino, la sua fiamma discende sugli apostoli riuniti e conferisce loro un nuovo ardore: gli Apostoli escono fuori, parlano apertamente, inizia la storia della Chiesa. I doni dello Spirito Santo imprimono nell’anima del credente quel dinamismo spirituale che caratterizza il nuovo popolo di Dio; non è il fuoco della guerra, che brucia e distrugge ma un fuoco che divampa senza bruciare; una fiamma che arde e fa riflettere e fa emergere dall’uomo la parte più bella: pentimento e conversione. Dio porta così a compimento la Nuova alleanza con lo Spirito santo che viene effuso sugli Apostoli e sulla Chiesa nascente.
Lo Spirito santo non dà un insegnamento nuovo e diverso ma rende operante l’insegnamento di Gesù Cristo. Gesù aveva detto: ‘Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera’. Nasce così il nuovo popolo nel quale prevalgono, sotto l’azione dello Spirito, i valori della fratellanza, carità, gioia, fedeltà, e tutta la forza per operare il bene. Lo Spirito spinge i battezzati a proclamare e testimoniare Cristo crocifisso, morto e risorto ed assiso alla destra del Padre. E’ veramente l’inizio della storia della Chiesa.
Non è l’inizio di una nuova teoria filosofica nè di una teologia diversa; gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo il compito di santificare e governare i popoli, rimettere i peccati, diffondere il Vangelo sino agli estremi confini della terra. La Pentecoste non è perciò un fenomeno legato ad un certo momento della storia ma è una realtà perenne che continua sino ad oggi e sino alla fine dei tempi perchè lo Spirito Santo disceso nella Chiesa non abbandonerà mai la Chiesa. E’ come un vento che guida la nostra barca a vela che si agita spesso in un mare ora calmo, ora sereno, ora in tempesta; è un vento propizio che non abbandona mai la Chiesa.
Questa azione dello Spirito, presente in ciascuno di noi, opera dove, come, quando vuole, conforme ai talenti e ai carismi che ciascuno ha ricevuto. Non c’è Chiesa di Dio senza Pentecoste; non c’è Pentecoste senza la presenza di Maria che fu presente nel cenacolo e con gli Apostoli perseveranti nella preghiera. Invochiamo oggi, più che mai, Maria, madre di Gesù e nostra, regina degli Apostoli, perché rivolga anche su di noi i suoi occhi misericordiosi. Gesù ce l’ha lasciata come ‘madre’ ed è Madre della Chiesa.
Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la preghiera davanti alla tomba di Re Baldovino del Belgio
La preghiera di Papa Francesco (1936-2025) davanti alla tomba del re Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha (1930-1993), è una delle istantanee più suggestive del viaggio apostolico di Bergoglio in Belgio, Paese visitato tra il 26 e il 29 settembre, dopo una breve tappa in Lussemburgo.
In tale occasione il Pontefice ha elogiato pubblicamente il coraggio del sovrano per aver scelto nel 1990 di «lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida», ovvero quella che ha legalizzato l’aborto in Belgio. Per la pubblica testimonianza in favore della vita Papa Francesco ha auspicato che la causa di beatificazione di colui che è stato Re del Belgio per oltre quarant’anni (dal 1951 al 1993) proceda e, dopo la scomparsa di Bergoglio, ci auguriamo davvero che tale indicazione abbia seguito.
A tal fine la pubblicazione avvenuta la scorsa settimana, a firma del giornalista Fulvio Fulvi, di una nuova e ben documentata biografia di Baldovino (Edizioni Ares, Milano 2025, pp. 144, euro 16), non può che fare piacere. Del resto questo sovrano è stato un personaggio molto amato, in patria e non solo, per le sue doti di equilibrio e saggezza, capacità di ascolto e servizio.
Al suo funerale, il 7 agosto 1993, la nazione intera si è stretta intorno a lui e nella sua omelia il primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels (1933-2019), ha pronunciato a suo riguardo parole forti e solenni dando eco ai sentimenti di molti. «Vi sono Re che sono più che Re -ha detto fra l’altro -: sono i pastori del loro popolo. Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore.
È stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili».
Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha, comunque, è stato una personalità autorevole e influente non solo per il Belgio ma anche per la storia dell’Europa del secondo Novecento. Nel libro di Fulvi si ripercorrono a questo proposito eventi significativi come la deportazione del futuro re con la famiglia durante il dominio del continente da parte del nazionalsocialismo, gli anni del collegio svizzero e, soprattutto, la sua salita al trono poco più che ventenne. Nel 1951 il nuovo Re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale che cercò di rimediare con equilibrio, saggezza e lungimiranza. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.
Figura indelebile della vita di Baldovino è naturalmente quella della moglie, la regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più importante (dal punto vista etico e valoriale) del suo regno, ovvero quando, nel 1990, Baldovino sospese il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo. In questa decisione risultò decisivo l’incontro segreto che i sovrani ebbero con un frate al santuario di Loreto. È questo il “gran rifiuto” di Baldovino, lodato da Papa Francesco durante la sua visita pastorale a Bruxelles, nella quale ha avuto anche modo, come accennato, di sollecitare ai vescovi locali l’apertura del processo per la beatificazione del re.
Fulvio Fulvi, giornalista e scrittore, ha lavorato per le redazioni Interni e Agorà del quotidiano cattolico Avvenire. È autore di numerose biografie e saggi sul cinema, tra i quali: Poliziotti senza paura. Stelvio Massi e il cinema d’azione (Il Foglio Letterario 2010); Il desiderio nasce dallo sguardo. Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (Unmondoaparte 2012), Il vero volto di don Camillo. Vita & Storie di Fernandel (Ares 2015); Lo spirito di Giulietta Masina, storia di un’antidiva (Edizioni La Fronda 2021); Graham Greene. Il tormento e la fede (Ares 2023).
Papa Francesco, il pontefice del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa
“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone, a cui si sono aggiunte altre 150.000 persone lungo il tragitto fino alla basilica di santa Maria Maggiore, luogo in cui è stato sepolto, in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.
Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita”.
Al francescano p. Fabio Nardelli, docente alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, abbiamo chiesto di sintetizzare il messaggio che papa Francesco ha lasciato al popolo cristiano: “Guardando al Pontificato di Francesco e, in particolare, agli ultimi mesi di vita, il segno più eloquente che lascia in eredità all’umanità è quello dell’esserci, della sua presenza anche nella sofferenza e nella malattia: visitando, incontrando, accogliendo e soprattutto ‘facendosi prossimo’, anche in quell’ultimo saluto ai fedeli in piazza san Pietro nel giorno di Pasqua. L’esserci ‘fino alla fine’, testimoniando il Vangelo, è segno di una vita appassionata e donata, che rimane la parola più credibile ed efficace”.
‘Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, nasce missionaria, non proselitista e dall’inizio dovevamo distinguere questo: essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo, niente a che vedere una cosa con l’altra. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù nasce apostolica e missionaria’: così papa Francesco apriva la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 11 gennaio 2023. Per quale motivo aveva una tensione missionaria?
“L’esperienza pastorale vissuta in America Latina è stata chiaramente molto determinante, in quanto ha sperimentato in maniera incisiva cosa significhi vivere ‘in mezzo’ al popolo e testimoniando l’amore del Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli. Nel suo pontificato ha più volte rilanciato non una ‘metodologia’ missionaria, ma la chiamata a un’esistenza missionaria che è per ‘tutti’ indistintamente, in quanto battezzati e perciò discepoli-missionari”.
‘Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo… Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore’: così si apriva la sua ultima enciclica sull’amore umano e divino di Gesù: ‘Dilexit nos’. Per quale motivo egli ha invitato i cristiani ad essere ‘devoti’ al cuore di Gesù?
“Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Dilexit nos’parla dell’amore personale del Cristo che viene incontro ad ogni uomo e che riconosce tutti come ‘amici’, non pretendendo alcun requisito. Con questa riflessione ha voluto rilanciare l’amore ‘cristoconformante’, riportandoci alla sorgente dell’amore divino e umano; ed è nel Cuore di Cristo, che ciascuno può riconoscere se stesso e imparare ad amare”.
Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco ha avvertito la necessità di proporre lo stile ‘fraterno’ che san Francesco d’Assisi ha indicato a chi aveva scelto di seguirlo: ‘Fratelli tutti, scriveva san Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo… Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita’. Quanto è stato importante il suo magistero sull’amicizia sociale?
“L’opzione preferenziale per i poveri non ha costituito una semplice scelta di pastorale sociale, ma è stata posta quale esigenza indispensabile del cammino di evangelizzazione di tutta la Chiesa. Secondo papa Francesco l’impegno sociale non ha un fondamento esclusivamente sociologico ma in primiscristologico in quanto non nasce da imposizioni esterne ma dal mandato missionario di Gesù. L’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è stata vissuta come un’obbedienza fedele al principio evangelico e al vero significato della missione, secondo cui ogni discepolo è inviato ad annunciare la salvezza opera da Gesù Cristo morto e risorto”.
Quindi, pur apportando novità all’interno della Chiesa, non ha mai ‘tradito’ la dottrina?
“Il pontificato di papa Francesco è stata una grande ‘provocazione’ per coloro che non attendevano più la sorpresa di Dio. Il suo insegnamento può essere considerato, a ragione, un punto di svolta per la Chiesa: in obbedienza alla Scrittura, in continuità con la Tradizione e il Magistero ed, in ascolto dei ‘segni dei tempi’, ha orientato la barca della Chiesa verso prospettive sempre nuove ed aperte all’energia vitale del Vangelo. Guardando agli anni del suo pontificato, si può affermare che, in continuità con il Concilio Vaticano II, egli ha riaffermato l’urgenza missionaria, che è per ‘tutti’! Davvero si può definire il papa del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Novendiali: Dio non abbandona il popolo
“Il brano del vangelo è noto. Una scena grandiosa dal carattere universalistico: tutti i popoli, che vivono insieme nell’unico campo che è il mondo, sono radunati davanti al Figlio dell’Uomo, seduto sul trono della sua gloria per giudicare. Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, indistintamente, vi è un momento di discrimine: a un certo punto alcuni iniziano a partecipare della stessa gioia di Dio, altri cominciano a patire la tremenda sofferenza della vera solitudine, perché, estromessi dal Regno, restano disperatamente soli nell’anima”: lo ha detto oggi il card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana, nell’omelia del quarto novendiale celebrato in suffragio di papa Francesco e affidato ai Capitoli delle basiliche papali.
Però l’appartenenza a Gesù dipende anche dal ‘vedere’: “Nel testo greco il verbo ‘vedere’ è espresso da Matteo con òráo, che significa vedere in profondità, percepire, comprendere. Parafrasando: Signore, quando ti abbiamo ‘capito’, ‘individuato’, ‘qualificato’? La risposta di Gesù lascia intendere che non è la professione di fede, la conoscenza teologica o la prassi sacramentale a garantire la partecipazione alla gioia di Dio, ma il coinvolgimento qualitativo e quantitativo nella vicenda umana dei fratelli più piccoli. E la cifra dell’umano è la regalità di Gesù di Nazaret, che nella sua vita terrena condivise in tutto la debolezza della nostra natura, fino ad essere rifiutato, perseguitato e crocifisso”.
Ed ha ripreso un colloquio del papa con i Gesuiti avvenuto nel 2023 a Lisbona, in cui ha sottolineato l’apertura della Chiesa: “La ‘cristiana umanità’ rende la chiesa casa di tutti. Quanto sono attuali le parole di Francesco pronunciate nel colloquio con i Gesuiti a Lisbona nel 2023: Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!
Come riportano gli Atti degli Apostoli, Pietro lo aveva asserito chiaramente: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.
Per questo è necessaria percorrere la via della globalizzazione con un rimando a santa Caterina da Siena: “Il brano della prima lettura è la conclusione dell’incontro di Pietro con dei pagani, Cornelio e la sua famiglia (At 10); un episodio che, in un’epoca globalizzata, secolarizzata e assetata di Verità e di Amore come la nostra, attraverso l’atteggiamento di Pietro addita la via dell’evangelizzazione: l’apertura all’umano senza riserve, l’interessamento gratuito agli altri, la condivisione del vissuto e l’approfondimento per aiutare ogni uomo e ogni donna a dare credito alla vita, alla grazia creaturale, e, quando vedranno che piace a Dio (direbbe san Francesco d’Assisi), l’annuncio del vangelo, ovvero il rivelarsi dell’umanità divina di Gesù nella storia, per chiamare le genti alla fede in Cristo, ‘folle d’amore’ per l’uomo, come insegna santa Caterina da Siena di cui ricorre oggi la festa in Italia. Allora potrà dispiegarsi per tutti il pieno valore della professione di fede, della sana teologia e dei sacramenti che arricchiscono di ogni grazia la vita nello spirito”.
Mentre ieri il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, ha riflettuto sul pastore: “Pecore senza pastore: una metafora che ci permette di ricomporre i sentimenti di questi giorni, e di attraversare la profondità dell’immagine che abbiamo ricevuto dal Vangelo di Giovanni, il chicco di grano che deve morire per dare frutto. Una parabola che racconta l’amore del pastore per il suo gregge”.
Le pecore sono alla ricerca del proprio pastore: “Attorno a Lui ci sono gli apostoli che gli riferiscono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Le parole, i gesti, le azioni apprese dal Maestro, l’annuncio del regno del Dio veniente, la necessità del cambiamento di vita, uniti a segni capaci di dare carne alle parole: una carezza, una mano tesa, discorsi disarmati, senza giudizi, liberatori, non timorosi del contatto con l’impurità. Nel compiere questo servizio, necessario a risvegliare la fede, a suscitare speranza che il male presente nel mondo non avrebbe avuto l’ultima parola, che la vita è più forte della morte, non avevano avuto neanche il tempo di mangiare. Gesù ne avverte il peso, e questo ci conforta ora”.
Un pastore che mostra misericordia per le pecore disperse: “La compassione di Gesù è quella dei profeti che manifestano la sofferenza di Dio nel vedere il popolo disperso e abusato dai cattivi pastori, dai mercenari che si servono del gregge, e che fuggono quando vedono arrivare il lupo. Ai cattivi pastori non gliene importa nulla delle pecore, le abbandonano nel pericolo, e per questo saranno rapite e disperse. Mentre il pastore buono offre la vita per le sue pecore”.
Però anche in tempi difficili Dio non abbandona il popolo: “Ci sono tempi come il nostro in cui, come l’agricoltore a cui fa riferimento il salmista, seminare diventa un gesto estremo, mosso dalla radicalità di un atto di fede. E’ tempo di carestia, il seme gettato sulla terra è quello sottratto all’ultima scorta senza la quale si muore. Il contadino piange perché sa che questo ultimo atto gli sta chiedendo di mettere a rischio la vita.
Ma Dio non abbandona il suo popolo, non lascia soli i suoi pastori, non permetterà come per il Figlio che Egli sia abbandonato nel sepolcro, nella tomba della terra. La nostra fede custodisce la promessa di una mietitura gioiosa ma che dovrà passare dalla morte del seme che è la nostra vita.
Quel gesto estremo, totale, estenuante, del seminatore mi ha fatto ripensare al giorno di Pasqua di papa Francesco, a quel riversarsi senza risparmio nella benedizione e nell’abbraccio al suo popolo, il giorno prima di morire. Ultimo atto del suo seminare senza risparmio l’annuncio delle misericordie di Dio. Grazie papa Francesco”.
(Foto: Santa Sede)




























