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Continua la repressione in Iran
Dopo un blackout digitale di 84 ore si stima che siano stati circa 2.000 i manifestanti uccisi per aver gridato della libertà in Iran; quindi la ribellione non si ferma nonostante la macchina della repressione alza il tiro. Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera di giovedì 8 gennaio dopo che il regime ha imposto il blackout digitale.
Era partita come una protesta, si è trasformata in una ribellione ed ora è diventata ancora una volta una guerra dei Pasdaran (I Guardiani della rivoluzione) contro il popolo. E, nonostante le informazioni arrivino a singhiozzo, i video delle organizzazioni umanitarie mostrano file cadaveri negli ospedali, per le strade, negli obitori con parenti disperati che si aggirano piangendo fra le salme mentre i medici lanciano appelli perché non sono in grado di curare tutti.
Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Kazem Movahedi Aza, ha accusato i manifestanti di moharebeh (disobbedienza contro Dio). I media di Stato hanno inoltre riferito di arresti di massa di persone etichettate come ‘rivoltosi’. Tutti aspettano con rabbia, ansia, speranza, esasperazione e disperazione di poter vedere la Guida Suprema detronizzata perché non è più riconosciuto dal popolo né può contare su alcuna legittimazione divina.
Quindi dallo scorso 28 dicembre le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Per questo Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che alcune forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.
Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, come ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord: “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi.
Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ali Khamenei ha dichiarato che ‘i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto’. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di ‘tolleranza’ era terminato, impegnandosi a colpire ‘rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà’. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire ‘senza pietà’ contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti.
Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che lo scorso 3 gennaio si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”.
Sempre il 3 gennaio nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi.
Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria.
Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario.
Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture.
Per le due organizzazioni non governative le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.
(Foto: Cesi Italia)
Venezuela e Premio Nobel per la pace: in dialogo con Estefano Tamburrini
La leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace, è arrivata in Norvegia il giorno successivo alla giornata di assegnazione dei Premi Nobel attraverso una fuga ‘rocambolesca’, ed ‘ad alto rischio’, fuggendo via mare in barca, martedì notte, verso l’isola di Curaçao, da dove con un aereo è volata verso l’Europa con l’aiuto del presidente americano Donald Trump, preoccupato dalla possibilità che lei potesse diventare un possibile ostaggio nelle mani di Maduro: ‘Finalmente, dopo due anni, tornerò ad abbracciare i miei figli’, sono le sue parole da Oslo. La sua ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 9 gennaio a Caracas, durante una manifestazione contro l’insediamento di Maduro per il terzo mandato.
In un messaggio audio, diffuso il giorno precedente il suo arrivo, dal Nobel Institute la premio Nobel per la Pace aveva raccontato “cosa abbiamo dovuto affrontare e quante persone hanno rischiato la vita per permettermi di arrivare a Oslo, e sono loro molto grata, e questo è un esempio di cosa significhi questo riconoscimento per il popolo venezuelano”.
Inoltre aveva ringraziato il Comitato per tale riconoscimento: “Innanzitutto, a nome del popolo venezuelano, desidero ringraziare ancora una volta il comitato norvegese per il Premio Nobel per questo immenso riconoscimento alla lotta del nostro popolo per la democrazia e la libertà…
So che centinaia di venezuelani provenienti da diverse parti del mondo sono riusciti a raggiungere la vostra città, e che ora si trovano a Oslo, così come la mia famiglia, il mio team e tantissimi colleghi, dato che questo è un premio per tutti i venezuelani. Non appena arriverò, potrò abbracciare tutta la mia famiglia ed i miei figli che non vedo da tre anni, e tanti venezuelani, norvegesi, che conosco e che condividono la nostra lotta”.
Per comprendere la situazione abbiamo contattato il giornalista Estefano Soler Jesus Tamburrini: “Il clima è teso e la sorveglianza aumenta; Caracas minaccia la revoca della cittadinanza a 25 dissidenti, compresa la premio Nobel per la pace María Corina Machado. Secondo l’ex-ambasciatore Usa a Caracas, James B. Story, l’escalation, che vede la presenza di oltre 10.000 soldati nei Caraibi, non si limita a Maduro ma punta a mettere in discussione l’egemonia cinese sul continente”.
A proposito del Premio Nobel per la pace a María Corina Machado: è stata una sorpresa?
“Sì, è stata una sorpresa. In fondo lo è stato anche per lei, che non ha nascosto il suo stupore una volta ricevuta la notizia. Lo si evince dalla telefonata con l’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia, in esilio a Madrid. Che ha definito il riconoscimento come un ‘carajazo’, cioè un ‘colpaccio’. E’ una sorpresa anche perché la sua lotta è tuttora incompiuta ed, a livello concreto, sembra che nessuno sia in grado di portare la pace a Caracas. Poi, diciamolo: Machado è un esempio di lotta civile, il suo motto è ‘fino alla fine’. E porta un’istanza di conflitto legittima, doverosa, che poco c’entra con la pace”.
Per quale motivo lei è un esempio di coraggio civile in America Latina?
“Da quasi 30 anni Machado, in difesa delle sue idee, ha affrontato ostilità, intimidazioni e persecuzioni sistematiche per la sua opposizione alla svolta militare e autoritaria che ha preso forma in Venezuela sin dai tempi di Hugo Chávez Frías. Minacciata, boicottata ed insultata dalle autorità di Caracas la ‘lady di ferro’ non ha ceduto alla paura”.
Quali sono state le reazioni del mondo?
“In realtà le reazioni sono ambivalenti. Chi la sostiene (gli oppositori di Maduro, ma anche i governi occidentali) interpreta il Premio Nobel per la Pace come un gesto che in qualche modo ha affiatato la causa delle opposizioni, schiacciate e disgregate da una repressione sistematica. I suoi detrattori (Cina, Russia, ma anche Messico) guardano la decisione con sospetto e ne contestano le ragioni. Soprattutto per il tempismo che lega il riconoscimento all’escalation militare statunitense nei Caraibi”.
Per quale motivo Machado aveva scelto di rimanere in Venezuela, sperando di ritornarci, per fare opposizione?
“Machado è l’ultima leader dell’opposizione venezuelana. Se fosse andata via, insieme a González, il suo movimento si sarebbe sgonfiato presto. Già così le sigle di opposizione non hanno possibilità di eseguire alcuna mobilitazione sul territorio. Se va via pure lei il sogno sarà finito”.
Qual è la situazione nel Paese?
“Abbiamo parlato di partenze: oltre 8.000.000 di venezuelani sono andati via su un totale di 30.000.000. Parliamo di una delle più gravi crisi di rifugiati nel mondo, troppo spesso sottovalutata. La maggior parte di loro si concentra in Colombia e nei Paesi vicini. Quanto ai Paesi ricchi: in precedenza gli Stati Uniti erano una delle mete principali, ma con le deportazioni di Trump i venezuelani volgono lo sguardo in Europa, soprattutto in Spagna.
Del resto si continuerà a emigrare. Il Paese vive un’economia di sopravvivenza: il costo della vita supera i 600 dollari americani mensili ma pensioni e stipendi minimi valgono quattro dollari, là dove il Bolívar, che è la valuta locale, è diventato carta straccia. Del resto di politica non si parla più: chi si è congratulato pubblicamente con Machado, come il medico Pedro Fernández, è stato arrestato. I prigionieri politici sono un migliaio, di cui oltre 80 stranieri”.
‘Oggi rendiamo grazie a Dio per gli attivisti dei diritti umani e le loro organizzazioni. Preghiamo e lavoriamo per un Venezuela libero dalla violenza interna ed esterna, dove tutti i venezuelani possano godere del pieno accesso ai diritti umani fondamentali, in particolare dove sia rispettato il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla libertà di pensiero, di religione e di organizzazione, tra gli altri diritti’: è scritto nel messaggio della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei religiosi e delle religiose e della vita consacrata del Venezuela, diffuso in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Quale ruolo svolge la Chiesa cattolica in Venezuela?
“Come Simone di Cirene: la Chiesa aiuta il popolo venezuelano a sopportare una croce che, con il tempo, è divenuta sempre più pesante. Famiglie divise a causa del fenomeno migratorio, con nonni che si prendono cura dei nipoti. Il moltiplicarsi delle fragilità, senza uno stato sociale in grado di reggere le sfide poste da questo tempo. Le prigionie a sfondo politico, sulle quali la Conferenza episcopale ha chiesto a Caracas di intervenire così come lo stesso segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin”.
Dopo più di un anno di prigionia quali speranze ci sono per Trentini?
“Si spera in un gesto di grazia, visto che siamo nell’Anno giubilare e considerata la recente canonizzazione dei primi santi venezuelani, José Gregorio Hernández e madre Carmen Rendiles, entrambi esempio di perseveranza, impegno per gli ultimi e cura dei fratelli. Trentini, che era andato lì per occuparsi dei più fragili, nonché ostaggio da quasi un anno, merita (come minimo) il rientro a casa per poter riabbracciare i suoi cari. L’Italia ci sta lavorando, anche con l’aiuto della Chiesa, puntando sulla diplomazia del dialogo, anziché su quella dei cannoni”.
(Foto: facebook)
Dalla Cei una Chiesa che cammina con il popolo
Durante l’Udienza al card. Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei Santi, papa Leone XIV ha autorizzato a promulgare i Decreti per riconoscere il martirio e le virtù eroiche di diversi Servi di Dio: il martirio del Servo di Dio Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, nato il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana Morandi (Italia) e ucciso in odio alla fede il 29 settembre 1944 a Casaglia/Marzabotto (Italia).
Poi riconosciuto il martirio del Servo di Dio Martino Capelli (al secolo: Nicola), sacerdote professo della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, nato il 20 settembre 1912 a Nembro (Italia) e ucciso in odio alla fede il 1° ottobre 1944 a Pioppe di Salvaro (Italia). Ed ancora riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Enrico Bartoletti, Arcivescovo di Lucca, nato il 7 ottobre 1916 a Calenzano (Italia) e morto il 5 marzo 1976 a Roma (Italia). Riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Gaspare Goggi, sacerdote professo della Congregazione della Divina Provvidenza, nato il 6 gennaio 1877 a Pozzolo Formigaro (Italia) e morto il 4 agosto 1908 ad Alessandria (Italia);
Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria del Sacro Cuore (al secolo: Maria Glowrey), religiosa professa della Società di Gesù, Maria, Giuseppe, nata il 23 giugno 1887 a Birregurra (Australia) e morta il 5 maggio 1957 a Bangalore (India). Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria de Lourdes Guarda, fedele laica, nata il 22 novembre 1926 a Salto (Brasile) e morta il 5 maggio 1996 a San Paolo (Brasile).
Per quanto riguarda il riconoscimento delle virtù eroiche di mons. Bartoletti il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, ha sottolineato la gratitudine della Chiesa italiana: “Nel suo servizio alle Chiese in Italia ha concretizzato lo spirito conciliare, dandone attuazione e permeando tutte le scelte pastorali dalla Parola di Dio. E’ stato questo il primo vero piano pastorale a livello nazionale. Di lui che, nel corso del suo ministero ha attraversato una fase delicata della vita sociale e politica del Paese e ha accompagnato il cammino di rinnovamento ecclesiale, ci restano l’amore per la Chiesa e la capacità di vivere la speranza incarnata”.
Inoltre la mozione La mozione approvata dall’81ª Assemblea generale della Cei ad Assisi ha preso avvio da un ringraziamento ‘per l’abbondanza dello Spirito che ha accompagnato il Cammino sinodale in questi anni’, affermando che il documento di sintesi ‘Lievito di pace e di speranza’ rappresenta una testimonianza del metodo vissuto e offre orientamenti utili al discernimento ecclesiale ‘per dare concretezza a una Chiesa missionaria, prossima e sinodale’, affidando al Consiglio permanente ed al gruppo di lavoro dei vescovi il compito di indicare ‘percorsi di studio e approfondimento per il discernimento degli orientamenti e delle proposte del Documento di sintesi’, secondo quanto affermato durante l’incontro con papa Leone XIV:
“Tenendo conto anche del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione’, ci impegniamo a vivere lo spirito e lo stile sinodale promuovendo i necessari strumenti, anche a livello nazionale, per essere ‘una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato’. Guardiamo a Cristo, nostra speranza, fonte del nostro agire, tutto affidando a Maria, Madre della Chiesa, perché accompagni il cammino della Chiesa italiana”.
Inoltre nel documento finale i vescovi hanno richiamato l’esigenza ad essere una ‘casa della pace’:
“Accogliendo l’invito di papa Leone che, nell’udienza concessa ai Vescovi della CEI lo scorso 17 giugno, aveva incoraggiato ogni comunità a diventare “una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”, approvando il documento ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’, che sarà diffuso nei prossimi giorni ed articolato in tre parti secondo il metodo del ‘vedere-giudicare-agire’:
“Nella prima viene proposta un’analisi della situazione mondiale, europea e italiana, certamente non esaustiva, ma capace di delineare le problematiche più rilevanti. Nella seconda si aggiunge una riflessione alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e delle Magistero. Nella terza parte si indicano i sentieri dell’educazione delle coscienze, che permettono di affrontare i temi della guerra, del disarmo, della testimonianza cristiana in un mondo sempre più conflittuale, della democrazia come garanzia di pace”.
Inoltre in occasione del 40^ anniversario dell’Intesa fra la CEI e il Ministero della Pubblica Istruzione circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola (Irc), firmata il 14 dicembre 1985, i vescovi hanno approvato il documento ‘L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo’: “Il testo evidenzia e rilancia tale disciplina come contributo prezioso della Chiesa alla comunità scolastica e alla crescita di una sempre più ampia alleanza educativa.
Vengono infatti richiamate due dimensioni fondamentali dell’insegnamento della religione cattolica: la sua piena appartenenza alle finalità della scuola e il suo essere luogo accogliente, aperto a tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede, e dunque palestra di conoscenza e comprensione reciproca, per una convivenza fraterna e costruttiva”.
Oltre all’introduzione, il Documento si compone di quattro capitoli: il primo offre alcuni elementi per leggere le trasformazioni in atto e cogliere il loro impatto sull’educazione e il contributo dell’Insegnamento della Religione Cattolica; il secondo richiama le ragioni e le caratteristiche che disciplinano l’Irc nella scuola; il terzo è dedicato al profilo professionale e all’impegno educativo degli insegnanti di religione; il quarto evidenzia la responsabilità che l’intera comunità cristiana ha verso l’Irc e l’importanza di promuovere progettualità e collaborazioni educative nei luoghi ordinari.
Infine i vescovi hanno ribadito che la carità è il nucleo della missione della Chiesa: “Soprattutto di fronte a disuguaglianze crescenti, fragilità multidimensionali, povertà energetica, nuove solitudini che domandano ascolto e visioni capaci di futuro. Non si può infatti ridurre la carità a mera filantropia: la gratuità, la preghiera e la vita sacramentale restano la sorgente da cui scaturisce l’impegno verso i più fragili, in una dinamica che unisce la parola, l’Eucaristia e l’incontro con i poveri”.
Ecco il motivo per cui è stato fatto un appello, affinchè sia valorizzato il servizio civile: “ In quest’ottica, l’iniziazione cristiana alla carità, la formazione degli operatori, la qualità degli ambienti di accoglienza e la cura del vissuto ecclesiale che accompagna ogni gesto di prossimità diventano elementi decisivi. All’azione educativa si affianca poi la dimensione culturale e sociale: l’opera caritativa ha infatti una ricaduta politica, stimolando percorsi legislativi e amministrativi in grado di rispondere alle trasformazioni sociali. Si colloca in questo orizzonte l’appello a valorizzare il servizio civile nella sua originaria vocazione alla pace e alla nonviolenza e quello a far sì che la Caritas sia custodita nella sua specificità, evitando la parcellizzazione pastorale, affinché resti ponte, luogo di comunione, strumento di collaborazione concreta e sinodale”.
La Madre di Dio non è corredentrice ma Madre del popolo fedele
“La presente Nota risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede negli ultimi decenni – in particolare presso questo Dicastero – circa questioni riguardanti la devozione mariana e particolarmente alcuni titoli mariani. Sono questioni che hanno suscitato preoccupazioni presso gli ultimi Pontefici e che sono state ripetutamente trattate nel corso degli ultimi trent’anni nei diversi ambiti di studio del Dicastero, come Congressi, Sessioni ordinarie, etc. Ciò ha permesso a questo Dicastero di disporre di un materiale abbondante e ricco che è alla base della presente riflessione”: così inizia la nota dottrinale ‘Mater populi fidelis’, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede, a firma del prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, e dal segretario per la sezione dottrinale, mons. Armando Matteo, con approvazione del papa.
Quindi il testo è il frutto di un lungo lavoro collegiale e dottrinale sulla devozione mariana, incentrato sulla figura di Maria che è associata all’opera di Cristo come Madre dei credenti: “Questo testo, mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana, precisando il posto di Maria nella sua relazione con i fedeli, alla luce del mistero di Cristo quale unico Mediatore e Redentore. Ciò implica una fedeltà profonda all’identità cattolica e, allo stesso tempo, un particolare sforzo ecumenico”.
Il cuore del documento è la maternità della Madonna: “La devozione mariana, che la maternità di Maria suscita, è presentata qui come un tesoro della Chiesa. Non si tratta di correggere la pietà del popolo fedele di Dio, che riscopre in Maria rifugio, forza, tenerezza e speranza, quanto soprattutto di valorizzarla, riconoscerne la bellezza e promuoverla, dal momento che essa è un’espressione mistagogica e simbolica di quell’attitudine evangelica di fiducia nel Signore che lo stesso Spirito Santo suscita liberamente nei credenti”.
Quindi il documento prende in considerazione le espressioni mariane indicando se esse rispondono alla devozione: “Allo stesso tempo, esistono alcuni gruppi di riflessione mariana, pubblicazioni, nuove forme di devozione e richieste di dogmi mariani che non presentano le stesse caratteristiche della devozione popolare ma che, in definitiva, propongono un determinato sviluppo dogmatico e si esprimono intensamente attraverso le piattaforme mediatiche, risvegliando, con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici.
A volte sono reinterpretazioni di espressioni impiegate nel passato con significati diversi. Perciò, il presente documento prende in considerazione tali proposte, per indicare in che senso alcune di esse rispondono a una devozione mariana genuina e ispirata al Vangelo, o in quale senso altre devono essere evitate, perché non favoriscono un’adeguata comprensione dell’armonia del messaggio cristiano nel suo insieme”.
In sostanza, la Nota ribadisce la dottrina cattolica che ha sempre messo bene in luce come tutto in Maria sia indirizzato alla centralità di Cristo e alla sua azione di salvifica. Per questo, anche se alcuni titoli mariani possono essere spiegati attraverso una corretta esegesi, si ritiene preferibile evitarli: “La Madre del Popolo fedele è contemplata con affetto e ammirazione dai cristiani poiché, dato che la grazia ci rende somiglianti a Cristo, Maria è l’espressione eminente dell’azione con cui Lui trasforma la nostra umanità; ed è anche la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può operare in un essere umano. Dinanzi a tale bellezza, spinti dall’amore, molti fedeli hanno sempre cercato di riferirsi alla Madre con le parole più belle e hanno esaltato il posto peculiare che lei occupa insieme a Cristo”.
Quindi Maria ha cooperato alla Salvezza: “Tradizionalmente, la cooperazione di Maria all’interno dell’opera della salvezza è stata affrontata in una duplice prospettiva: sia dal punto di vista della sua partecipazione alla Redenzione oggettiva, portata a compimento da Cristo nella sua vita e particolarmente con la sua Pasqua, sia a partire dall’influsso che lei attualmente esercita verso coloro che sono stati redenti. In realtà, tali prospettive sono tra esse relazionate e non possono essere affrontate in maniera isolata”.
Un altro titolo riguarda la corredenzione la Nota sottolinea che alcuni papi ‘hanno impiegato questo titolo senza soffermarsi a spiegarlo. Generalmente, lo hanno presentato in relazione alla maternità divina e in riferimento all’unione di Maria con Cristo accanto alla Croce redentrice’. Quindi cita una discussione interna all’allora Congregazione per la Dottrina della fede che nel febbraio 1996 aveva riflettuto sulla richiesta di proclamare un nuovo dogma su Maria ‘Corredentrice o Mediatrice di tutte le grazie’ con il parere contrario del card. Ratzinger era contrario. Per questo papa Francesco aveva espresso almeno tre volte la sua posizione chiaramente contraria all’uso del titolo ‘Corredentrice’.
Il documento dottrinale a questo proposito conclude: “E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana… Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente”).
Inoltre la Nota sottolinea che l’espressione biblica riferita alla mediazione esclusiva di Cristo è invece inclusiva: “Nel contempo, abbiamo la necessità di ricordare che l’unicità della mediazione di Cristo è ‘inclusiva’, vale a dire, che Cristo rende possibile diverse forme di mediazione nel compimento del suo progetto salvifico perché, nella comunione con Lui, tutti possiamo essere, in qualche modo, collaboratori di Dio, ‘mediatori’ gli uni per gli altri”.
Per questo ‘Maria occupa un posto unico nel cuore della madre Chiesa’: La partecipazione di Maria all’opera di Cristo risulta evidente se si parte da questa convinzione che il Signore risorto promuove, trasforma e abilita i credenti affinché collaborino con Lui nella Sua opera. Ciò non avviene per una debolezza, incapacità o necessità di Cristo stesso, ma proprio per la sua gloriosa potenza, che è capace di coinvolgerci, con generosità e gratuità, come collaboratori della sua opera. Ciò che bisogna sottolineare in questo caso è proprio questo: quando Egli ci permette di accompagnarlo e, sotto l’impulso della sua grazia, di dare il meglio di noi stessi, sono la sua potenza e la sua misericordia che, alla fine, vengono glorificate”.
Infatti la mediazione si realizza perché Maria è Madre: “Nel caso di Maria, questa mediazione si realizza in forma materna, esattamente come fece a Cana e come venne ratificata sotto la Croce… Il titolo di Madre ha le sue radici nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri, è stato proposto dal Magistero e la formulazione del suo contenuto si è sviluppata fino all’esposizione del Concilio Vaticano II e all’espressione maternità spirituale nell’enciclica ‘Redemptoris Mater’.
Questa maternità spirituale di Maria scaturisce dalla maternità fisica del Figlio di Dio. Generando fisicamente Cristo, a partire dalla sua libera e credente accettazione di questa missione, la Vergine ha generato nella fede tutti i cristiani che sono membra del corpo mistico di Cristo, vale a dire, ha generato il Cristo totale, capo e membra”.
Però alcuni titoli mostrano qualche ‘limite’ per la corretta comprensione: “Alcuni titoli, come per esempio quello di Mediatrice di tutte le grazie, hanno dei limiti che non facilitano la corretta comprensione del ruolo unico di Maria. Difatti, lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta. Non si tratta di un dettaglio di poca importanza, perché rivela qualcosa di centrale: che, anche in lei, il dono della grazia la precede e procede dall’iniziativa assolutamente gratuita della Trinità, in previsione dei meriti di Cristo.
Lei, come tutti noi, non ha meritato la propria giustificazione a motivo di alcuna sua azione precedente, né tantomeno di alcuna sua azione successiva.] Anche per Maria, l’amicizia con Dio attraverso la grazia sarà sempre gratuita. La sua preziosa figura è testimonianza suprema della ricettività credente di chi, più e meglio di chiunque altro, si è aperto con docilità e piena fiducia all’opera di Cristo, e allo stesso tempo è il miglior segno della potenza trasformatrice di questa grazia”.
Per questo è sorta la pietà popolare: “Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. E’ colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di san Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità.
E’ colei che canta al Dio che ‘ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’, colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa, che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno, che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è ‘segno di contraddizione’; è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule, che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname. I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto”.
Priverno si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Dal 12 al 26 ottobre 2025, nella parrocchia Concattedrale Santa Maria ed in quella di Sant’Antonio Abate di Priverno (LT), si terrà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue, dal titolo: «“Chi è freddo non riscalda!” (San Gaspare del Bufalo) – Sangue di Cristo, fermento di missione».
Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, in un messaggio rivolto ai fedeli sottolinea: «La Missione popolare è da tempo immemorabile una forma straordinaria di evangelizzazione e di animazione pastorale della vita di fede nelle comunità cristiane. La decisione di promuoverne una a Priverno, con la collaborazione dei religiosi Missionari del Preziosissimo Sangue, offre una occasione preziosa di rilancio dell’impegno per una vita cristiana sempre più autentica e coinvolgente. Se c’è una cosa di cui abbiamo particolarmente bisogno in questo tempo è l’entusiasmo della fede e la solidità delle convinzioni e delle motivazioni destinate ad alimentare la vita di fede dei singoli fedeli e della comunità ecclesiale tutta.
Tutto questo assume un significato peculiare nel corso dell’Anno giubilare, che invita alla speranza nel cuore e nell’azione di singoli e di comunità. In questo impegno volto al rilancio del senso cristiano della vita non si perdano di vista gli orientamenti che la Chiesa diocesana ha intrapreso in questi anni, con la cura delle giovani generazioni in tutte le fasce di età, dall’infanzia alla giovinezza, e con la costituzione di gruppi di parrocchie chiamate a collaborare in unità di intenti e di azione».
«La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, porta avanti ancora oggi – dopo oltre due secoli – un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario» – afferma don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana.
«La Missione popolare – continua don Flavio – è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di “uscire”, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche. La presenza dei missionari si radica nella concretezza delle comunità, ascoltando i bisogni reali del territorio e incontrando le persone negli spazi pubblici e nei momenti semplici della vita di ogni giorno.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza».
Il parroco di Priverno, don Alessandro Trani,aggiunge: «È da circa un anno che ci prepariamo a vivere la Missione popolare che raggiungerà ogni realtà specifica del nostro paese. La missione vuole donare un messaggio di vita, di rinascita, di speranza e di fede rinnovata, che possa sensibilizzare ogni cuore verso una condivisione del vivere civile e del rispetto umano, per crescere nella fede in un Dio, che ci ama per quello che siamo: figli e figlie».
Papa Leone XIV: la speranza germoglia dai bambini
“Oggi, a Bilki (Ucraina), viene beatificato il sacerdote Pietro Paolo Oros, dell’Eparchia di Mukachevo, ucciso nel 1953 in odio alla fede. Quando la Chiesa Greco-cattolica fu messa fuori legge, egli rimase fedele al Successore di Pietro e continuò con coraggio a svolgere clandestinamente il ministero, consapevole dei rischi. Invochiamo l’intercessione di questo nuovo Beato, affinché ottenga per il caro popolo ucraino di perseverare con fortezza nella fede e nella speranza, nonostante il dramma della guerra”: terminando l’udienza giubilare papa Leone XIV Leone XIV ha rivolto un pensiero all’Ucraina, chiedendo l’intercessione del sacerdote Pietro Paolo Oros ucciso in odio alla fede, beatificato oggi.
Mentre nell’udienza giubilare il papa ha invitato ad intuire il cambiamento: “Il Giubileo ci rende pellegrini di speranza, perché intuiamo un grande bisogno di rinnovamento che riguarda noi e tutta la terra.
Ho appena detto ‘intuiamo’: questo verbo (intuire) descrive un movimento dello spirito, una intelligenza del cuore che Gesù ha riscontrato soprattutto nei piccoli, cioè nelle persone di animo umile. Spesso, infatti, le persone dotte intuiscono poco, perché presumono di conoscere. E’ bello, invece, avere ancora spazio nella mente e nel cuore, perché Dio si possa rivelare. Quanta speranza quando sorgono nuove intuizioni nel popolo di Dio!”
Per questo Gesù esulta: “Gesù esulta di questo, è pieno di gioia, perché si accorge che i piccoli intuiscono. Hanno il sensus fidei, che è come un ‘sesto senso’ delle persone semplici per le cose di Dio. Dio è semplice e si rivela ai semplici. Per questo c’è un’infallibilità del popolo di Dio nel credere, della quale l’infallibilità del Papa è espressione e servizio”.
Ed ha ricordato l’esempio di sant’Ambrogio, che è diventato vescovo per una richiesta di un bambino: “Vorrei ricordare un momento nella storia della Chiesa, che mostra come la speranza possa venire dalla capacità del popolo di intuire. Nel quarto secolo, a Milano, la Chiesa era lacerata da grandi conflitti e l’elezione del nuovo vescovo si stava trasformando in un vero e proprio tumulto.
Intervenne l’autorità civile, il governatore Ambrogio, che con una grande capacità di ascolto e mediazione portò tranquillità. Il racconto dice che allora una voce di bambino si alzò a gridare: Ambrogio vescovo! E così anche tutto il popolo chiese: Ambrogio vescovo!”
Il papa ha sottolineato, anche se non era battezzato, il ‘sensus fidei’del futuro vescovo ambrosiano: “Ambrogio non era nemmeno battezzato, era soltanto un catecumeno, cioè si preparava al Battesimo. Il popolo però intuisce qualcosa di profondo di quest’uomo e lo elegge. Così la Chiesa ha avuto uno dei suoi vescovi più grandi, e un dottore della Chiesa”.
E’ stato un invito a lasciarsi convertire: “Ambrogio prima non vuole, persino fugge. Poi comprende che quella è una chiamata di Dio, allora si lascia battezzare e ordinare vescovo. E diventa cristiano facendo il vescovo! Vedete che grande regalo fatto dai piccoli alla Chiesa? Anche oggi questa è una grazia da chiedere: diventare cristiani mentre si vive la chiamata ricevuta! Sei mamma, sei papà? Diventa cristiano come mamma e papà. Sei un imprenditore, un operaio, un insegnante, un prete, una religiosa? Diventa cristiano sulla tua strada. Il popolo ha questo ‘fiuto’: capisce se stiamo diventando cristiani o no. E ci può correggere, ci può indicare la direzione di Gesù”.
Quindi questa intuizione di un bambino è stata una ‘risorsa’ per la Chiesa: “Sant’Ambrogio, negli anni, ha poi restituito molto al suo popolo. Ad esempio, ha inventato nuovi modi di cantare salmi e inni, di celebrare, di predicare. Lui stesso sapeva intuire, e così la speranza si è moltiplicata. Agostino fu convertito dalla sua predicazione e fu da lui battezzato”.
Ed ha concluso affermando che l’intuizione è un modo di sperare: “Intuire è un modo di sperare, non dimentichiamolo! Anche così Dio fa andare avanti la sua Chiesa, mostrandole nuove strade. Intuire è il fiuto dei piccoli per il Regno che viene. Che il Giubileo ci aiuti a diventare piccoli secondo il Vangelo per intuire e per servire i sogni di Dio!”
(Foto: Santa Sede)
In cammino con sant’Antonio da Padova per scoprire la bellezza dell’annuncio cristiano
Sono partiti domenica 29 giugno da Brive-la-Gaillarde, in Nuova Aquitania, i pellegrini italiani e francesi che stanno percorrendo a piedi ‘En Route con sant’Antonio’, un cammino dalla Francia a Padova lungo le orme percorse da frate Antonio 800 anni fa. Promosso dai frati conventuali della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova insieme alla Custodia dei frati minori conventuali di Francia e Belgio per quest’estate giubilare, questo evento è organizzato dal progetto Antonio800 ed ha ottenuto il patrocinio dell’intera famiglia francescana d’Italia e di Francia ed il patrocinio ufficiale del Giubileo, unico cammino ad averlo ottenuto, per la ‘particolare attenzione all’evangelizzazione, invitando i giovani a farsi reali ‘Pellegrini di Speranza’, come ha scritto mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione. Il cammino riprenderà da Lyon lunedì 11 agosto, dopo la pausa giubilare che ha consentito ai giovani pellegrini di essere presenti a Roma con gli altri giovani del mondo.
Si tratta di 1.306 chilometri che sono percorsi a staffetta per giungere in Basilica del Santo a Padova domenica 21 settembre. Sessanta le tappe (le principali Limoges, Clermont-Ferrand, Montbrison, Lyon, Chambery, Moncenisio, Torino, Vercelli, Milano, Brescia e Verona), con una media di 21,8 chilometri ogni tratta. Oltre 2.000.000 di passi; 5 regioni attraversate (2 francesi e 3 italiane); 20 diocesi incontrate (8 francesi e 12 italiane); 60 tappe; 80 giorni di impegno. Un cammino che si può anche seguire virtualmente attraverso il sito ufficiale www.antonio800.org e i relativi social Youtube e Facebook, alcune emittenti televisive locali del Nord Italia, l’emittente nazionale francese KTO, mediapartner di ‘En Route con sant’Antonio’ insieme al ‘Messaggero di sant’Antonio’, edizioni italiana e francese. Inoltre una sua reliquia ex ossibus ‘camminerà’ sulle spalle di un frate pellegrino, e sarà consegnata di volta in volta alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.
Per conoscere meglio questo ‘cammino’ abbiamo parlato con il dott. Alberto Friso, project event manager di ‘Antonio800’ ed egli stesso pellegrino lungo le orme di sant’Antonio, dalla Francia a Padova: per quale motivo è proposto il cammino ‘En Route con sant’Antonio’?
“Antonio800, una delle realtà della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, equivalente in buona sostanza al nord Italia, è il contenitore delle iniziative legate agli ottocentenari antoniani e francescani. Ottocento anni fa, dal 1224 alla fine del 1227, frate Antonio di Padova (ma da Lisbona) fu annunciatore del Vangelo, predicatore e organizzatore del neonato Ordine francescano nel centro e sud della Francia, e poi nel nord Italia (1227-1231). In occasione del Giubileo della Speranza, con il cammino ‘En Route con sant’Antonio’ abbiamo voluto interrogare la figura di sant’Antonio pellegrino e annunciatore, ricalcandone a piedi i suoi stessi passi, in un cammino fisico ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo voluto tornare sulle strade da lui percorse, affidando a Dio i nostri passi”.
Perché sant’Antonio percorse questo cammino?
“Frate Antonio visse e annunciò il Vangelo per quasi quattro anni in Francia (1224-1227), in particolare venne inviato come missionario per convertire gli eretici catari e albigesi, per poi rientrare in Italia per assumere il provincialato dell’Italia settentrionale, ruolo che ebbe dal 1227 al 1230. Ad 800 anni di distanza, incrociando geografia e storia, abbiamo pensato di ripercorrere a piedi i passi del santo francescano partendo da Brive-la-Gaillarde, località antoniana dove il Santo dimorò nelle grotte che portano il suo nome, e arrivando a Padova, luogo dove visse gli ultimi anni della sua vita e morì. Non siamo in grado di dire che sant’Antonio abbia scelto precisamente queste strade per passare dall’Italia alla Francia andata e ritorno, ma di certo la sua presenza è attestata in alcuni dei luoghi che tocchiamo: oltre a Brive-la-Gaillarde, Solignac, Limoges, Vercelli, Milano, Verona ed, ovviamente, Padova”.
Per quale motivo è un cammino ‘povero’ e di ‘popolo’?
“Il nostro è un cammino partecipativo di fraternità, aperto a chiunque voglia farne parte. Si cammina insieme agli altri. Chiunque può partecipare, non serve iscriversi, non serve motivare la propria scelta, basta il desiderio di camminare insieme per quanti chilometri si possono fare, sia uno, che dieci o cento, presentandosi al via di ogni singola tappa. L’appuntamento è alla partenza di ogni tappa all’orario stabilito, chiunque abbia voglia di camminare insieme con noi è benvenuto. E’ importante consultare sul sito www.antonio800.org il programma con altimetria e grado di difficoltà del percorso (diviso in facile, medio, impegnativo, molto impegnativo). Logistica, vitto e alloggio restano a carico del singolo. Un altro modo per partecipare è presentarsi agli eventi religiosi e culturali di fine tappa, nessuno dei quali è a numero chiuso, o nelle giornate di sosta”.
Come farsi ‘toccare’ dalla bellezza dell’annuncio cristiano?
“Camminare da cristiani significa anche tornare all’essenzialità dell’annuncio, alla sua radice, a fare i conti con la gratuità dell’amore di Dio. Direi che ‘farsi toccare’ è questione esperienziale, bisogna mettersi nella condizione di fare esperienza dell’amore. La sete d’infinito, la fame d’immortalità che alberga nel cuore di ciascuno chiede di poter riposare nel Dio svelatoci da Gesù Cristo. Chi ha fatto esperienza della sua misericordia sa che nessun altro ha parole di vita eterna risolutive per una vita buona. Il cammino aiuta a ritrovare questa autenticità. Ed a sera, come i due di Emmaus, viene da ripensare: ‘Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via’?”
Quali sono i motivi che spingono i pellegrini a intraprendere il cammino?
“Sui motivi c’è ampia varietà. C’è chi parte con una domanda di senso, esistenziale. Chi con un dolore da affrontare. Chi con un’intenzione di preghiera nel cuore. Me è ben accetto anche solo il curioso, se aperto al cambiamento e rispettoso di quanto un pellegrinaggio può offrire. La motivazione di fede, in tutto ciò, è decisamente importante. Personalmente, chiedo al cammino la conferma del bene che so esserci e che a volte sembra appannata.
Inevitabile poi è crearsi delle aspettative, che per lo più vengono ribaltate da quanto accade durante il cammino stesso, perché mettersi per strada significa esporsi all’imprevisto, all’inedito, all’incontro con l’altro, con l’Altro, e pure con una parte di sé poco conosciuta. Di certo, il sentirsi ‘più vivi’ coinvolge tutti i sensi. L’ascolto è forse il più sollecitato. Ecco che qualsiasi sia la motivazione di partenza, trovarsi camminando ‘più ascoltanti’, più ricettivi, anche alle piccole cose, alle sfumature, ai refoli di vento, rende possibile l’incontro autentico con Dio, nell’accoglienza della propria vocazione”.
Quali sono le impressioni dei pellegrini di questo cammino?
“Sono colpiti dalla fraternità che si crea tra loro; dall’accoglienza lieta delle persone, che si fanno in quattro per soddisfare le esigenze del pellegrino (il letto per dormire, la doccia, la cena, la preghiera comune…). La preghiera alla partenza, durante il cammino, all’arrivo acquistano un valore speciale. Dovendo scegliere un momento, il più evocativo sembra essere quello della preghiera ritmata dai passi. Può essere l’ascolto delle lodi (dall’app CEI), oppure un canto, o la recita del rosario. Farlo insieme, ad alta voce, nella natura, camminando, è un’altra cosa.
Altro elemento che colpisce e rende grato il cuore è il contatto con la natura, nelle sue diverse espressioni. Certo il bosco, le montagne, un albero maestoso, il fluire dell’acqua di un torrente, ma poi anche la natura ‘addomesticata’ dall’uomo, con la bellezza dei campi di grano, degli animali al pascolo, di un sentiero che sapientemente sale il crinale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Tempo del Creato: i vescovi europei per una vita sobria
“Sin dall’inizio della sua missione, il profeta Isaia si rese conto del desiderio di Dio di inviare un messaggero al Suo popolo. Nonostante il suo senso di inadeguatezza, si impegnò a dare voce umana al disegno di Dio. Predicando ad un popolo che viveva in una situazione disastrosa e fatiscente, sperimentò aspre resistenze e opposizioni; tuttavia, questa esperienza lo portò a una ferma determinazione per tutta la vita: era consapevole della frenetica esigenza di richiamare il suo popolo dall’orlo del pericolo e del declino”: così inizia la dichiarazione congiunta dei presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC) per il Tempo del Creato, che si svolge dal 1 settembre al 4 ottobre, esortando alla preghiera e all’azione per la nostra casa comune.
La dichiarazione congiunta è firmata dall’arcivescovo Nikitas di Thyateira e Gran Bretagna, presidente della CEC, e dall’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del CCEE, con l’invito alla riflessione sulla visione del profeta Isaia di un ‘giardino di pace’, esortando le comunità ad abbracciare una vita sobria, rispettando i doni del creato e rifiutando lo sfruttamento delle persone e delle risorse naturali: “Nelle sue profezie, Isaia paragonava Dio a un agricoltore attento e diligente che, a volte adirato per i frutti selvatici dell’ingiustizia e della violenza che venivano prodotti, minacciava di togliere la sua cura e protezione”.
Nella dichiarazione i vescovi sottolineano l’impegno ad una vita sobria, nata dall’incontro con Dio: “Ma, rafforzato dall’incontro con la santità di Dio, Isaia offrì anche un’alternativa alla catastrofe: la sopravvivenza dipendeva dal ritorno a uno stile di vita che riflettesse fiducia e devozione verso Dio. Questo è un impegno quotidiano che richiede una vita sobria e il rispetto di tutto ciò che viene offerto come dono del creato, senza alcuna forma di sfruttamento ingiusto delle persone o delle risorse naturali. Questo è per Isaia l’unico modo per vivere in pace e prosperare, ed è ciò che noi chiamiamo pace con il creato”.
La dichiarazione è un richiamo al Concilio di Nicea: “Come Chiese Cristiane, questo è per noi un tempo di preghiera e di sincera conversione, che dà voce alla nostra professione di fede nel Dio che ‘ha creato il cielo e la terra’, come ogni comunità cristiana proclama da secoli con le parole formulate dal Concilio di Nicea, di cui quest’anno celebriamo il 1700° anniversario. Mentre proclamiamo la nostra fede in Dio creatore, preghiamo anche per i nostri fratelli e sorelle che sono vittime di diverse forme di ingiustizia ambientale e umana”.
Anche se il mondo è in preda alle guerre i vescovi europei invitano a ‘cercare la pace’: “Al giorno d’oggi, il nostro mondo difficilmente può essere considerato un giardino di pace. Al contrario, la distruzione umana e la morte causate dalle guerre e dai disordini sociali in diversi Paesi e popoli influenzano le nostre esperienze quotidiane. Tuttavia, come il profeta Isaia, crediamo fermamente di essere chiamati a cercare la pace con il creato e che ognuno di noi sia chiamato a onorare i tratti distintivi del datore di vita”.
Inoltre la dichiarazione sottolinea che il tema è in linea con la ‘Charta Oecumenica’ riveduta, la cui firma è prevista entro la fine dell’anno, rafforzando l’unità dei cristiani e impegnandosi a prendersi cura del creato in tutta Europa: “Abbiamo plasmato questo impegno spirituale anche in ogni pagina della ‘Charta Oecumenica’ riveduta, che sarà firmata entro la fine di quest’anno. Per oltre 20 anni questo accordo congiunto tra le Chiese cristiane in Europa ha ispirato le nostre riflessioni teologiche e il nostro lavoro pastorale. Ci auguriamo che la versione riveduta continui a dare forma al nostro ascolto della preghiera di Cristo, perché tutti siano una sola cosa”.
Infine, mentre le comunità cristiane di tutta Europa si uniscono a questo appello, il CCEE e la CEC invitano tutti i credenti a contribuire alla tutela della casa comune e promuovere un futuro giusto e sostenibile, in vista della Cop30: “Mentre si impegnano per la tutela del nostro clima, pregheremo per tutti i leader ed i partecipanti alla 30° Conferenza dei Partner sui cambiamenti climatici (COP30), organizzata dalle Nazioni Unite a Belém (Brasile), dal 10 al 21 novembre. Crediamo che l’attuale crisi climatica rappresenti un’opportunità per riconfigurare le relazioni internazionali verso il bene comune e per creare uno stile di vita più equo e sostenibile per l’intera umanità”.
E’ un appello, affinché il Tempo del Creato sia un tempo di cambiamento: “Auspichiamo inoltre che l’impatto delle politiche sui cambiamenti climatici sui poveri e sui vulnerabili rimanga ben presente nelle menti e nei cuori dei leader e degli esperti riuniti alla conferenza, considerando le sfide sociali e ambientali interconnesse del nostro tempo. Il Tempo del Creato ci chiama ad essere fedeli custodi di ciò che Dio ha creato e ci ha affidato, nelle nostre scelte quotidiane e nelle politiche pubbliche, affinché la nostra preghiera e il nostro stile di vita possano fare eco a ciò che crediamo e confessiamo: I cieli narrano la gloria di Dio; l’opera delle sue mani annuncia il firmamento”.
XX Domenica del Tempo Ordinario: sono venuto a portare il fuoco sulla terra!
Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra indica l’amore di Dio che purifica e trasforma. Questo fuoco è lo Spirito Santo, fuoco che Gesù ha promesso ed infiamma il cuore dei discepoli e dona forza e coraggio. La venuta di Gesù nel mondo segna un momento assai decisivo e le parole di Gesù hanno lo scopo di aiutare i suoi discepoli ad abbandonare ogni segno di pigrizia, di apatia, di indifferenza e mettersi subito all’opera perché questo fuoco divampi e si diffonda. Questo fuoco è l’amore vero e Gesù ci chiama a diffonderlo nel mondo e, grazie ad esso, gli uomini debbono prendere coscienza di essere fratelli e Dio è il ‘Padre nostro che è nei cieli’.
Il cristianesimo è la religione dell’entusiasmo e mira ad un ideale: la conquista della vera felicità, della giustizia, la sapienza e l’immortalità. Tanti hanno perseguitato lungo i secoli il cristianesimo, convinti che era la religione dei deboli, dei vinti, delle donne e degli anziani; hanno invece dovuto constatare che il cristiano è il vero vincitore. Gesù ci insegna a combattere, sicuri di avere in fine la vittoria. Ecco perché afferma: ‘Non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la spada’. La nostra natura purtroppo è inferma e il primo avversario é sempre il nostro io superbo, angoloso che ci porta a scambiare la libertà per libertinaggio.
Il fuoco, di cui parla Gesù, è una immagine simbolica dell’amore: Dio è amore; Gesù è l’amore sceso in mezzo a noi in forma umana; la nostra missione è ‘ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… amerai il prossimo tuo come te stesso’. Il cristiano è chiamato ad essere profeta, missionario per insegnare ad espandere l’amore.
Il cristiano vero trova il suo avversario in chi non ha fede o non è cristiano; quell’uomo in cui prevale l’egoismo, l’arrivismo, l’interesse privato. Il vero cristiano sa bene che l’amore è dare, servire, voglio il tuo bene; l’amore è dare non ricevere. Purtroppo il cristiano o il profeta oggi deve fare i conti con un laicismo imperante, con quanti detengono il potere economico e politico e si arrogano il diritto di definirsi: ‘gli amici del popolo’.
Allo stesso modo allora ‘si levarono contro Gesù e lo misero in croce’. Pilato allora si lavò le mani; gli avversari accusarono Gesù e lo condannarono in croce come avevano fatto con il profeta Geremia o Erode con Giovanni Battista. Missione della Chiesa di Gesù è evangelizzare, predicare, annunciare la parola di Dio che è come un seme che si getta nel campo per fruttificare. La parola di Dio mira alla realizzazione della comunione universale dove tutti dobbiamo riconoscerci fratelli, membra dello stesso corpo, figli del Padre, che sta nei cieli.
Questo annuncio, questa evangelizzazione crea talvolta divisione; davanti al messaggio di Cristo non può esserci compromesso; questo infatti comporta una scelta fondamentale che ci interpella nel profondo della coscienza. Gesù è venuto a separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Non è possibile, per esempio. coniugare la vera religiosità con le pratiche superstiziose. E’ l’ora di risvegliarsi dal sonno, dal letargo, prendere coscienza di dovere essere coerente con la tua scelta: se sei figlio di Dio, è necessario che scuoti la cenere ed aderisci a lui e al suo gesto di amore.
Sei figlio di Dio per il battesimo ricevuto? Vivi da figlio amando Dio e i fratelli. Ti costerà lotta, sacrificio ma, con l’aiuto di Dio, la vittoria è assicurata. Allora, alza gli occhi, amico; guarda i segni dei tempi. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ti sarà accanto in questo cammino e in tutte le scelte quotidiane. Sarai allora veramente felice.
Solennità di Pentecoste: Vieni, Santo Spirito!
L’anno liturgico è scandito da tre feste: Natale, Pasqua e Pentecoste. Oggi è la terza solennità, vera pietra miliare; termine greco, la Pentecoste significa 50° giorno dalla Pasqua di risurrezione. Festa antichissima, già nota nel mondo ebraico che celebrava la festa del raccolto; per noi cristiani ricorda la promessa di Gesù ai suoi discepoli: ‘Non vi lascerò orfani, aspettate la promessa: lo Spirito Santo che il Padre vi manderà; allora sarete rinnovati dalla sua potenza divina’. L’avvento dello Spirito Santo è il più clamoroso intervento divino nella Storia della Chiesa e si è realizzato davanti ad una platea di testimoni.
Il racconto storico della Pentecoste, che leggiamo negli Atti degli Apostoli (Atti, 2, 1-11), presenta il ‘nuovo corso storico’ iniziato con la passione, morte e risurrezione di Cristo Gesù, l’evento che coinvolge l’uomo, la storia e il cosmo. Con la discesa dello Spirito Santo si innesta un processo di unificazione tra le varie parti della famiglia umana; da qui il miracolo della lingue: l’apostolo parla a tutti i popoli e ciascuno ascolta nella propria lingua: erano Parti, Medi, Cretesi ed Arabi; a Gerusalemme c’erano infatti Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo, la Pentecoste li radunava ogni anno da tutte le parti: dell’occidente e dell’oriente.
Lo Spirito Santo impedisce che il cristiano si chiuda in sé perché essere cristiano è amare, perdonare, servire. Lo Spirito Santo si manifesta come fuoco divino, la sua fiamma discende sugli apostoli riuniti e conferisce loro un nuovo ardore: gli Apostoli escono fuori, parlano apertamente, inizia la storia della Chiesa. I doni dello Spirito Santo imprimono nell’anima del credente quel dinamismo spirituale che caratterizza il nuovo popolo di Dio; non è il fuoco della guerra, che brucia e distrugge ma un fuoco che divampa senza bruciare; una fiamma che arde e fa riflettere e fa emergere dall’uomo la parte più bella: pentimento e conversione. Dio porta così a compimento la Nuova alleanza con lo Spirito santo che viene effuso sugli Apostoli e sulla Chiesa nascente.
Lo Spirito santo non dà un insegnamento nuovo e diverso ma rende operante l’insegnamento di Gesù Cristo. Gesù aveva detto: ‘Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera’. Nasce così il nuovo popolo nel quale prevalgono, sotto l’azione dello Spirito, i valori della fratellanza, carità, gioia, fedeltà, e tutta la forza per operare il bene. Lo Spirito spinge i battezzati a proclamare e testimoniare Cristo crocifisso, morto e risorto ed assiso alla destra del Padre. E’ veramente l’inizio della storia della Chiesa.
Non è l’inizio di una nuova teoria filosofica nè di una teologia diversa; gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo il compito di santificare e governare i popoli, rimettere i peccati, diffondere il Vangelo sino agli estremi confini della terra. La Pentecoste non è perciò un fenomeno legato ad un certo momento della storia ma è una realtà perenne che continua sino ad oggi e sino alla fine dei tempi perchè lo Spirito Santo disceso nella Chiesa non abbandonerà mai la Chiesa. E’ come un vento che guida la nostra barca a vela che si agita spesso in un mare ora calmo, ora sereno, ora in tempesta; è un vento propizio che non abbandona mai la Chiesa.
Questa azione dello Spirito, presente in ciascuno di noi, opera dove, come, quando vuole, conforme ai talenti e ai carismi che ciascuno ha ricevuto. Non c’è Chiesa di Dio senza Pentecoste; non c’è Pentecoste senza la presenza di Maria che fu presente nel cenacolo e con gli Apostoli perseveranti nella preghiera. Invochiamo oggi, più che mai, Maria, madre di Gesù e nostra, regina degli Apostoli, perché rivolga anche su di noi i suoi occhi misericordiosi. Gesù ce l’ha lasciata come ‘madre’ ed è Madre della Chiesa.


























