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Domenica delle Palme. Gesù Cristo: il giusto!

La lettura del Vangelo oggi ha due momenti: il primo esaltante, gioioso, trionfante: è l’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme; Il secondo è la lettura della passione e morte in croce di Gesù. Si era nel primo giorno della settimana, la Pasqua degli ebrei era imminente e Gesù con una schiera di pellegrini era salito a Gerusalemme; alle porte della città sale su un asino, l’animale simbolo della regalità davidica, e tra la folla scoppiano all’improvviso grida di gioia: è il popolo, sono i pellegrini che in Gesù riconoscono il Messia atteso: hanno visto miracoli e prodigi  ed ora con palme in mano e rami di ulivo gli vanno incontro esclamando con giubilo: ‘benedetto colui che viene nel nome del Signore’.

Gesù appariva condiscendente con la gioia del popolo osannante, mentre gli scribi e i farisei esortavano Gesù e i suoi discepoli perchè richiamassero il popolo per le scandalose acclamazioni. Gesù rispose loro: ‘Se questi taceranno, grideranno le pietre’ (Lc. 19,40). Gesù è consapevole della missione che è venuto ad espletare e della imminente sua passione e morte e, rivolto agli apostoli, dice: ‘Questo popolo che oggi grida osanna, ancora pochi giorni e griderà: crocifiggilo’.

Gesù piange sulla città dicendo: non passerà una generazione e di Gerusalemme non resterà una pietra sull’altra; anche il tempio sarà distrutto. Oggi, dopo due mila anni, della spianata del Tempio rimane solo il muro del pianto. La lettura della passione è invece la storia di un vero paradosso: l’innocente è stato condannato a morte; l’omicida e rivoltoso Barabba è stato liberato. L’autorità romana, dopo avere proclamato ufficialmente la sua innocenza, consegna Gesù perchè sia crocifisso; i discepoli, il popolo, le folle sono trascinate in una vera contraddizione: Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro lo rinnega per ben tre volte.

Sulla via del calvario alla moltitudine che piangeva e si batteva il petto Gesù dice loro: ‘Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli’. E’ la via dolorosa dove l’uomo-Dio, che non ha commesso peccato, sarà giudicato da due tribunali: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, dove Gesù è accusato di essere un bestemmiatore perchè si è proclamato Figlio di Dio; il tribunale civile, presieduto da Ponzio Pilato, dove Gesù è accusato di ‘essere re’. Ma chi furono i veri responsabili della morte di Gesù? Furono i romani o i Giudei?

Storia veramente drammatica: la verità è una sola: a mettere a morte Gesù sono stati i miei peccati, i tuoi peccati, i peccati dell’umanità; i nostri peccati portarono Gesù a morire in croce e dall’alto della croce Gesù esclamò: ‘Tutto è compiuto; Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito’. La settimana santa ci porta a riflettere sulla parole di Gesù: ‘Convertitevi!’: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua’.

Con la sua umiliazione Gesù ha aperto a noi la via del cielo, ha instaurato la Nuova Alleanza e ci ha costituiti Figli di Dio. La prima a percorrere questa via è stata Maria, la madre di Gesù, e con lei i Santi e le Sante, nostri fratelli e sorelle nella fede: grazie, o Dio grande e misericordioso.  Hanno vissuto nella gioia la loro vocazione, hanno saputo trafficare i talenti e i carismi ricevuti, hanno percorso la via dolorosa del calvario e godono oggi i frutti realizzati nel nome del Signore.

Se non sei un grande letterato, un filosofo, un politico o un artista non sarà mai una rovina; ma se non sai vivere e portare la croce, sarà la più grande rovina per te. Solo nell’amore sta la vera gioia e questa è il frutto della croce. Maria, la madre della grazia, madre nostra alla quale siamo stati affidati da Gesù morente sulla croce, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora è veramente la Pasqua del Signore Gesù.

Papa Francesco: nella malattia Dio non ci lascia soli

“Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della donna colta in adulterio. Mentre gli scribi e i farisei vogliono lapidarla, Gesù restituisce a questa donna la bellezza perduta: lei è caduta nella polvere; Gesù su quella polvere passa il suo dito e scrive per lei una storia nuova: è il ‘dito di Dio’, che salva i suoi figli e li libera dal male”: mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, leggeva le prime parole dell’Angelus scritte da papa Francesco, egli è apparso in piazza san Pietro salutando i presenti al giubileo dei malati e della sanità, ringraziando per le preghiere.

Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato la cura che si deve agli ammalati: “Carissimi, come durante il ricovero, anche ora nella convalescenza sento il ‘dito di Dio’ e sperimento la sua carezza premurosa. Nel giorno del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, chiedo al Signore che questo tocco del suo amore raggiunga coloro che soffrono e incoraggi chi si prende cura di loro”.

Inoltre ha chiesto di pregare per tutti coloro che lavorano nella sanità: “E prego per i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari, che non sempre sono aiutati a lavorare in condizioni adeguate e, talvolta, sono perfino vittime di aggressioni. La loro missione non è facile e va sostenuta e rispettata. Auspico che si investano le risorse necessarie per le cure e per la ricerca, perché i sistemi sanitari siano inclusivi e attenti ai più fragili e ai più poveri”.

Infine ha pregato per la pace nel mondo: “Continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, colpita da attacchi che provocano molte vittime civili, tra cui tanti bambini. E lo stesso accade a Gaza, dove le persone sono ridotte a vivere in condizioni inimmaginabili, senza tetto, senza cibo, senza acqua pulita. Tacciano le armi e si riprenda il dialogo; siano liberati tutti gli ostaggi e si soccorra la popolazione.

Preghiamo per la pace in tutto il Medio Oriente; in Sudan e Sud Sudan; nella Repubblica Democratica del Congo; in Myanmar, duramente provato anche dal terremoto; e ad Haiti, dove infuria la violenza, che alcuni giorni fa ha ucciso due religiose”.

Nella celebrazione eucaristica l’omelia del papa, letta da mons. Fisichella, è stato sottolineato la novità di Dio: “Sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia, rivolge al popolo d’Israele in esilio a Babilonia. Per gli Israeliti è un momento difficile, sembra che tutto sia andato perduto. Gerusalemme è stata conquistata e devastata dai soldati del re Nabucodonosor II e al popolo, deportato, non è rimasto nulla. L’orizzonte appare chiuso, il futuro oscuro, ogni speranza vanificata. Tutto potrebbe indurre gli esuli a lasciarsi andare, a rassegnarsi amaramente, a sentirsi non più benedetti da Dio”.

In tale situazione c’è l’invito a vedere la novità: “Eppure, proprio in questo contesto, l’invito del Signore è a cogliere qualcosa di nuovo che sta nascendo. Non una cosa che avverrà in futuro, ma che già accade, che sta spuntando come un germoglio. Di che si tratta? Cosa può nascere, anzi cosa può essere già germogliato in un panorama desolato e disperato come questo?”

E’ la nascita di un popolo: “Quello che sta nascendo è un popolo nuovo. Un popolo che, crollate le false sicurezze del passato, ha scoperto ciò che è essenziale: restare uniti e camminare insieme nella luce del Signore. Un popolo che potrà ricostruire Gerusalemme perché, lontano dalla Città santa, con il tempio ormai distrutto, senza più poter celebrare solenni liturgie, ha imparato a incontrare il Signore in un altro modo: nella conversione del cuore, nel praticare il diritto e la giustizia, nel prendersi cura di chi è povero e bisognoso, nelle opere di misericordia”.

Ugualmente avviene nel Vangelo: “Pure qui c’è una persona, una donna, la cui vita è distrutta: non da un esilio geografico, ma da una condanna morale. E’ una peccatrice, e perciò lontana dalla legge e condannata all’ostracismo e alla morte. Anche per lei sembra non ci sia più speranza. Ma Dio non l’abbandona. Anzi, proprio quando già i suoi aguzzini stringono le pietre nelle mani, proprio lì, Gesù entra nella sua vita, la difende e la sottrae alla loro violenza, dandole la possibilità di cominciare un’esistenza nuova”.

Quindi le letture di questa domenica quaresimale indicano la necessità di porre la fiducia in Dio: “Con questi racconti drammatici e commoventi, la liturgia ci invita oggi a rinnovare, nel cammino Quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci. Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci”.

Questo è vero anche nei momenti di malattia: “Sorelle e fratelli, noi leggiamo questi testi mentre celebriamo il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, e certamente la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili. Essa può arrivare a farci sentire come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro.

Ma non è così. Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza. Egli stesso, fatto uomo, ha voluto condividere in tutto la nostra debolezza e sa bene che cos’è il patire. Perciò a Lui possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza”.

E la malattia si può trasformare in un ‘luogo santo’: “Ma non solo. Nel suo amore fiducioso, infatti, Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, ‘angeli’, messaggeri della sua presenza, al punto che spesso, sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un ‘luogo santo’ di salvezza e di redenzione”.

Poi si è rivolto ai medici ringraziando per le cure offerte ai malati: “Cari medici, infermieri e membri del personale sanitario, mentre vi prendete cura dei vostri pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore vi offre l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza.

Vi chiama a illuminarla con l’umile consapevolezza che nulla è scontato e che tutto è dono di Dio; ad alimentarla con quell’umanità che si sperimenta quando, lasciate cadere le apparenze, resta ciò che conta: i piccoli e grandi gesti dell’amore. Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza, per guarire il vostro cuore, purificandolo da tutto ciò che non è carità e riscaldandolo con il fuoco ardente e dolce della compassione”.

Un ultimo pensiero è stato rivolto agli ammalati, che possono sperimentare la misericordia di Dio: “Con voi, poi, carissimi fratelli e sorelle malati, in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno. Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare, grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire.

La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore che dice anche a noi: ‘Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’ E così rinnovare e rafforzare la fede”.

L’omelia è stata conclusa con un pensiero di papa Benedetto XVI, che ha sperimentato la malattia: “Benedetto XVI (che ci ha dato una bellissima testimonianza di serenità nel tempo della sua malattia) ha scritto che ‘la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza’ e che ‘una società che non riesce ad accettare i sofferenti… è una società crudele e disumana’. E’ vero: affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore è una tappa importante di ogni cammino di santità”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Francesco: la Chiesa è un popolo in cammino

“La gioia cristiana non è mai esclusiva, ma sempre inclusiva, è per tutti. Si compie nelle pieghe della quotidianità e nella condivisione: è una gioia dai larghi orizzonti, che accompagna uno stile accogliente. E’ dono di Dio (ricordiamolo sempre); non è una facile allegria, non nasce da comode soluzioni ai problemi, non evita la croce, ma sgorga dalla certezza che il Signore non ci lascia mai soli. Ne ho fatto esperienza anch’io nel ricovero in ospedale, e ora in questo tempo di convalescenza. La gioia cristiana è affidamento a Dio in ogni situazione della vita”.

Con questo messaggio papa Francesco ha aperto la Seconda Assemblea sinodale in programma fino a giovedì 3 aprile presso l’Aula del Sinodo, alla presenza di 1.000 partecipanti con l’obiettivo dell’approvazione delle ‘Proposizioni’ attraverso l’armonia: “Lasciatevi guidare dall’armonia creativa che è generata dallo Spirito Santo. La Chiesa non è fatta di maggioranze o minoranze, ma del santo popolo fedele di Dio che cammina nella storia illuminato dalla Parola e dallo Spirito. Andate avanti con gioia e sapienza! Vi benedico. Per favore, continuate a pregare per me”.

Nella prolusione il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ripreso il tema della gioia piena: “Sono parole che ci riportano al senso della nostra chiamata, che il Giubileo ci dona con larghezza, ci introducono in quella casa dove il Padre getta le braccia al collo e ci bacia, liberandoci dalla dannazione del mio perché in quella casa tutto ciò che è mio è tuo! E’ gioia che ci libera dalla tentazione del pessimismo, dal fatalismo che fa sperare solo dopo che abbiamo le risposte o garanzie sufficienti, scambiando questo come realismo, finendo lamentosi e fragili”.

E’ stato un invito ad un cammino insieme: “Solo camminando, abbiamo capito cosa significa sinodale, quanto sia una dimensione costitutiva e una forma indispensabile della Chiesa, scelta di pensarsi insieme, nella vita, nel cammino per la gioia che vogliamo raggiunga tutti. Oggi ci sentiamo di nuovo a casa, qui nella casa di Colui che presiede nella carità, il servo dei servi che ci ricorda che siamo qui solo per servizio e che ci guida con il suo magistero e con i suoi gesti, per amare e custodire l’unità della Chiesa nella comunione. Lo ringraziamo per l’attenzione paterna che sempre rivolge alle Chiese in Italia e Gli assicuriamo la nostra preghiera per la Sua salute. Si uniscono a noi i tanti compagni di strada che si sentono vicini a Lui”.

Questa seconda assemblea affronta il tema della profezia: “Dopo aver dedicato spazio a raccogliere suggestioni e a mettervi ordine, ci attendono scelte importanti, di stile ecclesiale e di merito. Sarebbe un tradimento dello spirito del Cammino sinodale pensare che tutto sia finalizzato a un mero cambio di strutture esterne. Tutti noi sappiamo che sono le persone a cambiare le strutture, e non viceversa. La vicenda stessa di Gesù e dei suoi discepoli ce lo insegna.

beatitudinii,Non ci sottrarremo certo alla responsabilità di cambiare le procedure, a livello diocesano, regionale e anche nazionale, se lo riterremo necessario: ma non perdiamo l’orizzonte spirituale entro cui ci muoviamo. La passione di comunicare la gioia e la speranza del Vangelo si unisce alla coscienza di non separare più la propria salvezza da quella altrui”.

Per questo Lucia Capuzzi, membro del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ha tracciato il cammino compiuto in un mondo in crisi: “Con loro e fra loro abbiamo camminato, fedeli al mandato del Maestro che ci vuole discepoli missionari, testimoni attuali del Risorto. Ora su ciottoli, ora sul selciato, ora su chiazze d’asfalto, le nostre gambe hanno scoperto l’armonia di muoversi al ritmo dettato dal percorso. Senza salti o forzature”.

Quindi è stato uno sguardo rivolto all’orizzonte ed al ‘particolare’: “Lo scrutare l’orizzonte non ci ha distolto dall’osservare quanto ci circondava, lasciandoci incantare e sorprendere da particolari che, a volte, avevamo smesso di vedere. Ci siamo concessi, nel tragitto, di soffermarci per guardare ed essere guardati a partire da quanti erano meno visibili perché relegati, in vari modi, ai margini del tracciato. Confinati a cauta distanza per non intralciare, con la loro presenze, la sfilata dei camminatori più promettenti, addirittura alcuni erano abbandonati inermi fuori dal selciato”.

E’ questa la Chiesa di Gesù: “Una Chiesa discepola oltre che Maestra, capace di passione e compassione, che sa ascoltare la voce dello Spirito nelle grida degli ultimi, degli indifesi, degli scartati, i preferiti di Dio, perché difendendo loro si protegge l’intera famiglia umana. Una Chiesa determinata a un’opzione preferenziale per i poveri, nello stile delle Beatitudini e nel solco del Concilio, a servizio del sogno di Dio in atto nella storia e per questo impegnata contro ogni violazione delle dignità degli esseri umani e del Creato.

Una Chiesa capace di contrastare l’iniquità, di ricucire le relazioni rotte e i fili spezzati di un mondo in frantumi. Di farsi strumento di pace mentre infuria la guerra e si moltiplicano i fronti. Di tessere alleanze buone con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, di diverse appartenenze religiose e culturali, per farsi promotrice di fraternità. Per forgiare insieme alternative di vita umane e umanizzanti mentre la disumanità avanza”.

La giornata è stata chiusa dall’intervento di mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha sottolineato che la profezia richiede la sinodalità: “Papa Francesco ci sta offrendo fin dall’inizio del suo ministero una singolare testimonianza di unità tra carisma profetico e ministero istituzionale, rappresentando entrambe le dimensioni nella concreta forma del servizio petrino da lui scelta e vissuta. Così dimostra una volta di più che non ha senso la contrapposizione tra ministero e carisma, tra profezia e istituzione.

Certo, nella pratica l’istituzione rischia di fatto la sclerosi se non si imbeve di profezia e questa rischia di fatto l’anarchia se si sottrae alla comunione istituzionale. Ma di principio sono due dimensioni che si richiedono vicendevolmente. Nessuno di noi, quindi, deve temere che gli altri vogliano ridurre la profezia o, al contrario, scardinare l’istituzione. La Chiesa nella sua interezza, come Popolo di Dio pellegrino nella storia, incarna entrambe le dimensioni”.

Ed ha concluso l’intervento con il motto del Giubileo: “Papa Francesco ha scelto questo motto per l’attuale Giubileo, ‘pellegrini di speranza’, in una fase di riscoperta della sinodalità ecclesiale. Non ha scelto, ad esempio, ‘fari di speranza’, come se noi, già arrivati alla meta, fossimo semplicemente chiamati a irradiare sugli altri le ragioni della nostra speranza. No: ci ha collocati una volta di più sul tragitto, in cammino con tutti gli altri: non però come vagabondi o fuggiaschi, come se non avessimo nulla da dire e da dare, ma appunto come ‘pellegrini’, che si affiancano a tutti, testimoniando la fatica di camminare verso la meta”.

Giornata dei Missionari Martiri: la speranza non delude

Oggi, nella data dell’assassinio di mons. Oscar Romero, avvenuto il 24 marzo 1980 in San Salvador, si celebra la 33^ Giornata dei Missionari Martiri, in ricordo di tutti i missionari e le missionarie uccisi a causa del Vangelo. Da questo esempio di mons. Romero Missio Giovani lanciò l’idea di istituire questa Giornata per ricordare tutti coloro che mettono la propria vita al servizio del Vangelo e degli ultimi, come ha spiegato Elisabetta Vitali, Segretaria nazionale di Missio Giovani:

“Il suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori e la sua figura così vicina e attenta agli ultimi, lo resero un punto di riferimento. La sua figura affascina ancora oggi i giovani, perché capace di incarnare un simbolo di una vita cristiana attenta alla preghiera e alla Parola, così come all’attenzione per le sorelle e i fratelli rimasti ai margini della società”,

Dal rapporto annuale pubblicato dall’Agenzia Fides, sono 13 i missionari cattolici (8 sacerdoti e 5 laici) uccisi nel 2024 ed in Africa ed in America si registra il numero più alto di operatori pastorali uccisi: cinque in entrambi i continenti. Negli ultimi anni sono infatti  l’Africa e l’America ad alternarsi al primo posto di questa tragica classifica. Dal 2000 al 2024 il totale dei missionari e operatori pastorali uccisi è di 608. Nel 2024 due sacerdoti sono morti a seguito di assalti violenti in due Paesi europei.

‘Andate e invitate’ è lo slogan di questa Giornata, in riferimento al brano del Vangelo di Matteo, che ha accompagnato lo scorso ottobre missionario. Nella parabola raccontata da Gesù, è il comando che il re dà ai suoi servi nel momento in cui gli invitati non si presentano al banchetto e quindi decide di invitare tutti, anche coloro che stanno ai crocicchi delle strade.

La Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno si inserisce nel cammino di Quaresima e in quello del Giubileo ‘Pellegrini di Speranza’: “Nel cammino di questa Quaresima, accompagnati dai tanti missionari testimoni del Vangelo, insieme vogliamo ricordarli nella preghiera, impegnarci nelle nostre realtà alla luce del loro esempio e offrendo anche noi un contributo concreto frutto del nostro digiuno, per sostenere progetti di assistenza e sviluppo lì dove mancano le opportunità per un futuro più chiaro e dignitoso”.

La testimonianza dei missionari è un importante incoraggiamento: “In questa giornata di preghiera e di solidarietà, la loro testimonianza di vita vissuta alla luce della Parola incarnata nella quotidianità delle genti con cui l’hanno condivisa, richiama a vivere la propria fede con autenticità. L’esempio di tanti missionari/e, testimoni di una vita piena, incoraggia tutti/e a  rinnovare l’impegno nell’aiuto ai più bisognosi, nella lotta alle ingiustizie e nel prendere posizione davanti a atti di prepotenza, ricordando che anche nelle situazioni umane più drammatiche può accendersi una luce di Speranza”.

Nella riflessione per tale Giornata don Giuseppe Pizzoli, direttore generale Fondazione Missio, ha evidenziato la necessità di ricordare la loro testimonianza: “Il coraggio, la capacità e la forza di affrontare la persecuzione (e la sua estrema conseguenza che consiste nel martirio) sono virtù che fanno dunque parte della identità e della vita quotidiana dei discepoli del Signore e devono essere assunte coscientemente, non solo perché la persecuzione appare inevitabile, ma anche perché rappresentano la via maestra per dare efficacia alla testimonianza della propria fede.

Mantenere viva la Speranza allora è il principio vitale che sorregge la missione dei discepoli anche nei momenti più bui e nelle situazioni di più aspre avversità, temprando il loro carattere e rendendo efficace la loro testimonianza… Il martire, mosso dalla speranza, non si limita a subire la morte, ma la trasforma in una testimonianza potente, capace di ispirare coraggio, resilienza e fede”.

Ecco il motivo per cui il martirio diventa testimonianza: “Il martirio, pertanto, non è solo un sacrificio personale, ma una testimonianza per gli altri credenti. Il martire diventa un simbolo di speranza per tutta la comunità. Pensiamo per esempio alla figura di san Oscar Romero: pensavano di mettere a tacere una voce scomoda ed egli è diventato invece simbolo duraturo di lotta per ideali più grandi di giustizia e di solidarietà con i più poveri, ispirando così molte altre persone, gruppi e movimenti nell’impegno per la giustizia e la libertà. In un certo senso possiamo dire che il martirio, vissuto e sostenuto dalla speranza, diventa egli stesso generatore di Speranza”.

La Cei chiede di investire nella cultura della pace

“All’inizio di questa sessione del Consiglio Episcopale Permanente il nostro primo pensiero va a Papa Francesco. Durante l’Adorazione Eucaristica, che, come di consueto, apre i nostri lavori, abbiamo voluto unirci alle richieste che in questi giorni le Chiese in Italia e quelle sparse nel mondo hanno rivolto al Signore per il Pontefice. Una vera e propria catena di preghiera che è partita il 23 febbraio scorso e che continua a livello locale e universale. L’affetto della Chiesa intera si è concretizzato infatti nella preghiera spontanea, che si leva dai credenti di tutto il mondo, e dal Rosario serale da Piazza San Pietro, che è diventato ormai un appuntamento popolare di fede e di attaccamento al Santo Padre”: con questo gesto di affetto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ieri ha aperto la sessione invernale del Consiglio permanente della Cei, in cui ha ricordato la catena di preghiera per il Pontefice che sta unendo tutte le chiese particolari d’Italia.

Ed ha ricordato l’affetto dei fedeli per il papa: “Qualcuno, ricordando la commovente e drammatica preghiera del 27 marzo 2020, quando da solo Papa Francesco pregò per il mondo intero, mi ha scritto che adesso è il mondo intero che si unisce nella preghiera per lui. In questa condizione di fragilità la sua figura diventa ancor di più motivo di comunione…

Il popolo cristiano lo ama e siamo colpiti dal fatto che pure non credenti e fedeli di altre religioni si uniscano all’invocazione per la sua salute, considerandolo un apostolo di pace e di spiritualità. Anche noi oggi, quindi, vogliamo far arrivare al Papa l’attaccamento e la preghiera dell’intera Chiesa in Italia, perché senta forte la nostra vicinanza filiale insieme con la consolazione del Padre buono, che sempre si prende cura dei suoi figli, soprattutto nei momenti più difficili della vita”.

Nel prolusione ha evidenziato quattro temi di cui il primo riguarda il giubileo: “Siamo ormai nel vivo dell’Anno Santo. Tante persone stanno profittando di questo tempo favorevole per confrontarsi nuovamente con la buona novella del Signore Gesù, morto e risorto, e per vivere l’esperienza del perdono e della conversione: è questa l’ennesima possibilità per accostarsi al Signore con gesti concreti, a cominciare dal pellegrinaggio, e per crescere in fede, speranza e carità”.

Ed ha messo in guardia affinchè questo tempo non sia solo esteriorità: “Perché questa opportunità non si riduca a una successione di celebrazioni esteriori, non possiamo dimenticare che il Giubileo, nella sua radice biblica, aveva una chiara connotazione spirituale e sociale. La normativa del capitolo 25 del libro del Levitico aveva come obiettivo di porre un argine all’avidità e alla grettezza del cuore. Nessun debito è per sempre: ma soprattutto nessuno deve restare schiavo per tutta la vita”.

Il Giubileo richiama ad un fattore economico: “Riconoscersi fratelli significa consentire a chi è in difficoltà economica o sociale di tornare ad avere la dignità che è propria di ogni persona. La stessa logica si applica alla terra: non la si può sfruttare in modo intensivo, senza consentirle di riprendere le energie necessarie a dare frutto a suo tempo.

La terra non è nostra: è di Dio e va trasmessa al meglio alle generazioni future… La cura dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista a chi vaga nelle tenebre dell’errore e della sofferenza diventano la ragione della missione di Gesù: ‘Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato’. I discepoli ereditano questa missione del Maestro”.

Richiamando la bolla giubilare il presidente della Cei ha chiesto provvedimenti per i detenuti: “Rinnoviamo la sua richiesta di iniziative che restituiscano speranza, come forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società, ma anche percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un reale impegno nell’osservanza delle leggi. E’ una sollecitazione che coinvolge, in primo luogo, le nostre comunità cristiane chiamate a una rinnovata creatività e generosità per quanti sono pellegrini di speranza con noi”.

L’altro punto riguarda la pace: “Il mondo si trova immerso nella tragedia della guerra… Mentre va scomparendo la generazione che ha vissuto l’ultima Guerra Mondiale con il suo carico di odio e di dolore, rischiamo di perdere una memoria sana di quegli eventi e delle loro vere cause. La logica del più forte sembra prevalere e quasi diventa affascinante e accettata in modo acritico…

Questo non sembra il tempo in cui si condivide la coscienza di essere un’unica famiglia e, purtroppo, non ci si tratta da fratelli. Anzi ci si tratta da nemici e ci si esercita nell’arte della guerra più che in quella del dialogo. Il sogno, che nasce dal Vangelo di Gesù, è che i popoli e le persone formino un’unica famiglia e che si trattino da familiari”.

Ha richiamato i continui appelli del papa al multilateralismo: “Troppo si è disprezzato il dialogo tra governi, mentre le sedi internazionali d’incontro sono state svuotate di significato e prestigio, a partire dall’ONU. La parola è decisiva. Il linguaggio, quello internazionale e quello della comunicazione, è divenuto molto duro, aggressivo, mirando a colpire o screditare più che a creare le basi del dialogo. Parole come armi e parole senza o con poca verità. E’ molto importante, a proposito, il discorso del Papa ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno”.

E’ stato un richiamo a ‘riscoprire’ la necessità del linguaggio diplomatico: “Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene”.

E’ stato un invito a riscoprire la cultura della pace: “Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere”.

La Chiesa è impegnata ad implementare tale cultura: “Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività… Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, ‘predicata’ in modo martellante dalla macchina della propaganda”.

Per tale cultura occorre investire  nel cantiere ‘Europa’, ricordando il ‘Codice Camaldoli’: “Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno… E’ molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento”.

Ed è stato chiaro sul nazionalismo: “Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità”.

Per questo è necessario che l’Europa sia unita: “Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente”.

Liturgia virale per vivere l’Eucarestia

Negli ultimi anni, la pandemia ha scosso le fondamenta della nostra società, mettendo alla prova non solo la salute pubblica, ma anche la dimensione spirituale delle nostre vite. In particolare, il modo in cui viviamo la liturgia ha subito trasformazioni drastiche, ponendo interrogativi profondi sul suo ruolo in tempi di emergenza. Il libro Liturgia Virale di don Enrico Finotti affronta proprio questi temi, proponendo una riflessione lucida e documentata sulle difficoltà incontrate e sulle risposte che la Chiesa ha cercato di dare.

Quale posto ha la liturgia nelle nostre vite? Possiamo davvero celebrare l’Eucaristia senza il popolo? La Messa trasmessa online è una soluzione sufficiente? Quali conseguenze ha avuto la pratica della Comunione nelle mani? E soprattutto: cosa ci ha insegnato questo periodo sulla centralità della liturgia nella vita cristiana?

Liturgia Virale ripercorre le problematiche liturgiche emerse durante la pandemia, offrendo risposte chiare e fondate sulla Tradizione della Chiesa. Un testo che non solo aiuta a comprendere il passato recente, ma che diventa un monito per il futuro, affinché la celebrazione dei Sacramenti non venga mai più relegata a semplice optional nella vita dei fedeli.

Il libro si struttura in una serie di capitoli che affrontano, con precisione e rigore, questioni di grande attualità: la Messa senza il popolo: riflessioni sulla sua legittimità e sul valore della celebrazione comunitaria. Il diritto liturgico: quali sono le norme fondamentali che regolano la celebrazione dei Sacramenti? La sanificazione delle chiese e la santificazione delle anime: un confronto tra sicurezza sanitaria e necessità spirituali.

Gli audiovisivi nella liturgia: un’opportunità o un rischio di desacralizzazione? La crisi dei novissimi: perché la pandemia ha fatto emergere una crisi profonda nella predicazione su morte, giudizio, inferno e paradiso?

Don Enrico Finotti non si limita a un’analisi teorica, ma invita il lettore a interrogarsi sulla propria vita spirituale. La liturgia non è un semplice rituale, ma il cuore pulsante della fede cristiana. Come possiamo riscoprirne il valore autentico?

In tempi di crisi, la tentazione è quella di trovare soluzioni pratiche immediate, ma senza una vera riflessione sul significato profondo della liturgia. Liturgia Virale ci aiuta a prendere coscienza di quanto sia importante custodire e vivere con fedeltà il culto divino, indipendentemente dalle difficoltà contingenti.

Un libro per tutti i fedeli e gli operatori pastorali; per chi vuole comprendere meglio le sfide liturgiche emerse durante la pandemia; per sacerdoti e catechisti che desiderano approfondire il diritto liturgico e la pastorale sacramentale; per i fedeli che si chiedono quale sia il vero posto della liturgia nella loro vita e come affrontare le crisi con una fede più salda.

Con la presentazione di Aurelio Porfiri, ‘Liturgia Virale’ si propone come un testo di grande valore per chi desidera capire e difendere il vero significato della liturgia in tempi difficili. Un libro che non solo illumina il passato recente, ma che offre anche strumenti concreti per affrontare il futuro con una fede più consapevole e radicata.

Papa Francesco invita a celebrare bene la liturgia

Finestre del Gemelli con statua Giovanni Paolo II e foto di Papa Francesco

‘Come nei giorni scorsi, la notte è trascorsa tranquilla e il Papa ora sta riposando’: lo ha reso noto la Sala Stampa Vaticana nell’aggiornamento di stamani, 28 febbraio, sullo stato di salute del Pontefice ricoverato dal 14 febbraio al Policlinico Gemelli. Anzi nei giorni scorsi ha inviato anche un messaggio ai partecipanti al ‘Corso internazionale di formazione per responsabili delle celebrazioni liturgiche del vescovo’ svoltosi a Roma in cui ha invitato a studiare la liturgia:

“Tale dimensione tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale. Perciò il responsabile delle celebrazioni liturgiche non è soltanto un docente di teologia; non è un rubricista, che applica le norme; non è un sacrestano, che prepara ciò che serve per la celebrazione. Egli è un maestro posto al servizio della preghiera della comunità. Mentre insegna umilmente l’arte liturgica, deve guidare tutti coloro che celebrano, scandendo il ritmo rituale e accompagnando i fedeli nell’evento sacramentale”.

E’ stato un invito alla cura liturgica delle celebrazioni: “Come mistagogo, predispone ogni celebrazione con saggezza, per il bene dell’assemblea; traduce in prassi celebrativa i principi teologici espressi nei libri liturgici; affianca e sostiene il Vescovo nel ruolo di promotore e custode della vita liturgica. Così coadiuvato, il pastore può condurre dolcemente tutta la comunità diocesana nell’offerta di sé al Padre, a imitazione di Cristo Signore”.

Per questo è importante la cura della preghiera: “In ogni vostra mansione, non dimenticate che la cura per la liturgia è anzitutto cura per la preghiera, cioè per l’incontro con il Signore. Proclamando Santa Teresa d’Avila dottore della Chiesa, san Paolo VI ne definiva l’esperienza mistica come un amore che diventa luce e sapienza: sapienza delle cose divine e delle cose umane.

Questa grande maestra della vita spirituale vi sia di esempio: infatti, preparare e guidare le celebrazioni liturgiche significa coniugare tra loro sapienza divina e sapienza umana. La prima si acquisisce pregando, meditando, contemplando; la seconda viene dallo studio, dall’impegno di approfondire, dalla capacità di mettersi in ascolto”.

E’ stato un invito a ‘guardare’ i fedeli: “Per riuscire in questi compiti, vi consiglio di tenere lo sguardo rivolto al popolo, del quale il Vescovo è pastore e padre: questo vi aiuterà a capire le esigenze dei fedeli, come pure le forme e le modalità per favorire la loro partecipazione all’azione liturgica”.

Per celebrare bene occorre coniugare dottrina e pastorale: “Poiché il culto è opera di tutta l’assemblea, l’incontro tra dottrina e pastorale non è una tecnica opzionale, bensì un aspetto costitutivo della liturgia, che deve sempre essere incarnata, inculturata, esprimendo la fede della Chiesa. Di conseguenza, le gioie e le sofferenze, i sogni e le preoccupazioni del popolo di Dio possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare.

Mi piace richiamare, a riguardo, quanto scriveva il primo preside del Pontificio Istituto Liturgico, l’Abate benedettino Salvatore Marsili. Era il 1964: con lungimiranza egli invitava a prendere coscienza del messaggio del Concilio Vaticano II, alla luce del quale non è possibile una vera pastorale senza liturgia, perché la liturgia è il culmine a cui tende tutta l’azione della Chiesa”.

Però per il mercoledì delle Ceneri le celebrazioni saranno presiedute dal Penitenziere Maggiore il Cardinale Angelo De Donatis, e in prospettiva si attendono gli esercizi spirituali della Curia Romana che iniziano la prima domenica di Quaresima.

Franco Patrignani: la democrazia è necessaria

Assisto, on-line, a dibattiti di esperti, accademici, giornalisti e politici e, ogni volta il tema democrazia ne esce malconcio. In genere, sinteticamente, mi sembra che si prendano due filoni, o quello ideale in cui si finisce per parlare della democrazia come sinonimo di libertà, o quello storico che parla di un sistema ‘inventato’ dagli ateniesi 300 anni prima di Cristo (che però democratico non era, in quanto escludeva le donne e gli schiavi).

E c’è chi su questo filone mette l’esperienza  dei Comuni italiani ed europei dei secoli XI-XIII (dove però potevano votare solo i maschi possidenti e contribuenti) e quindi arriva alla rivoluzione americana (1776) e a quella francese del 1789. Entrambe a diritti limitati.

In tutto questo sguazzano i detrattori di vario genere che si permettono di segnalare le diverse lacune e che si vestono da difensori della democrazia, attualizzando le critiche alle esperienze storiche, per affermare che le democrazie devono garantire le presenze e l’agire di tutti i cittadini, compresi gli antidemocratici. E spesso i nemici o gli ignavi rispetto alla democrazia, da questi dibattiti, escono vincenti caramba! Ed allora, che cosa ho da dire sulla democrazia?

1 – Che è un sistema in continua evoluzione. Quindi instabile, si potrebbe dire che ha bisogno di una manutenzione continua (anche e principalmente da parte dei cittadini associati).

2  – Che non esiste un unico modello democratico, ma che ha comunque alcuni punti fermi quali: il suffragio universale, la divisione dei poteri, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (e senza distinzioni di sorta) e che ha come fondamento la solidarietà messa in pratica che fa di ogni cittadino una persona e non un individuo. (Questo valore viene spesso dimenticato, ma va ricordato che le democrazie nascono per difendersi contro i soprusi dei potenti).

Infine, sollecito l’attenzione verso tre grandi soggetti che determinano le democrazie attuali, le rendono dinamiche e permettono di ‘valutarle’. Mi riferisco all’interazione tra Stato, Mercato e Società Civile. E’ dalla dinamica del conflitto permanente di questi tre subsistemi che si afferma un sistema democratico. Ogni volta che uno dei tre grandi soggetti pensa di poter agire e decidere da solo si entra in una situazione di crisi democratica.

La stessa cosa accade quando due dei soggetti si dovessero coalizzare, escludendo il terzo. Crisi grave e gravi disastri all’orizzonte. Quindi ciascuno dei tre soggetti è chiamato a svolgere il proprio ruolo con chiarezza e fedeltà, direi, alla propria missione.

Cosa vedo oggi? Nel mondo intero, avanza un alleanza, sempre più esplicita tra Stati (governi e apparati statali) e mercati (senza confini e finanziari in particolare, liberi e indisturbati speculatori). E la società civile, dov’è? Dove sono i sindacati, le associazioni di categoria, le cooperative, il terzo settore e il volontariato?  Ci sono! Eccome se ci sono! Ma non contano, non fanno parte della negoziazione, non sono soggetti di governance…

Infine: un po’ di tempo fa mi stavo convincendo che anche il capitalismo finanziario (o, perlomeno, la sua parte intelligente) si sarebbe reso conto he non poteva governare da solo. Abituato alla speculazione su qualsiasi situazione si realizzasse nei suoi dintorni si sarebbe posto il problema di trovare qualcuno che fosse in grado di ‘mediare’ verso i cittadini, la sua attitudine di rapina…

Avevo pensato (sperato?) che, pragmatico come è il capitale finanziario avrebbe cercato accordi più o meno strategici con i partiti popolari, o perfino, forse, con i sindacati. Ed avevo prefigurato, con la fantasia, nuovi livelli di negoziazione e di risultati per i lavoratori. Ma il sogno è finito bruscamente: il capitale finanziario ha, ormai i suoi interlocutori ben posizionati e non avrebbe bisogno di altri.

Trump negli USA, Milei in Argentina, in modo esplicito, e, tendenzialmente tutta la ‘nuova destra’ che appare e si afferma in Europa (Ungheria, Olanda, Italia, Austria e poi? Germania? Per scaramanzia, mi fermo qui). Un fenomeno che si registra anche qua e là per il resto del pianeta.

Concludo ricordando che nessuno dei tre interlocutori può governare da solo e che neppure due possono coalizzarsi a discapito del terzo.  Quindi il nostro terzo, la società civile, ha bisogno di riorganizzarsi e di farsi sentire. Siamo disposti a darci una mano?

In caso contrario la prospettiva è veramente tragica: cresce la disoccupazione tecnologica, diminuisce la massa salariale, aumenta la distruzione dell’ambiente, si abbassano i livelli di sicurezza individuale e collettiva. E non c’è uno straccio di strategia per affrontare la crisi climatica prossima ventura, con conseguenti migrazioni mai viste.

Ma aumentano spaventosamente i profitti e la loro concentrazione, insieme alla concentrazione dei capitali. In questo modo la democrazia non appassisce… scompare.

(La materia è trattata più compiutamente nei due volumi di ‘Democrazia Necessaria, un’agenda per il cambiamento’ – Edizioni Lavoro, Roma 2024).

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