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Don Giovanni Fornasini: medaglia d’oro per la difesa della popolazione

Giovanni Fornasini (Pianaccio, 23 novembre 1915 – San Martino di Caprara, 13 ottobre 1944) presbitero antifascista e partigiano, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 dal cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano. Venne  nominato vicario della parrocchia di Sperticano e il 21 agosto 1942 diviene parroco.

Il 25 luglio 1943 fece suonare a festa le campane, quando venne a conoscenza della destituzione di Mussolini, fu attivo nella resistenza e vicino alla brigata partigiana ‘Stella Rossa’. Difese come poté dalle angherie dei nazisti la popolazione riuscendo a salvare diversi parrocchiani.

Nonostante non avesse combattuto sui monti per la libertà della Patria, don Giovanni combatté con le armi della cristiana carità, difendendo vecchi, madri, spose, bambini innocenti, facendogli  scudo con la propria persona contro efferati massacri condotti dalle SS tedesche.

Incoraggiò combattenti e famiglie ad eroica resistenza. Per tutto ciò  fu arrestato e, miracolosamente, sfuggî alla morte per riprendere subito il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a San Martino di Caprara, dove fu ucciso.

Venne ucciso a bruciapelo a Casaglia di Caprara da un ufficiale tedesco, che lui aveva accusato apertamente dei delitti compiuti a Marzabotto. Il suo corpo decapitato venne ritrovato alla fine dell’inverno.

Il 18 ottobre 1998, a Marzabotto, il cardinale Giacomo Biffi, diede inizio al processo canonico di beatificazione di don Giovanni e di altri due sacerdoti (Ferdinando Casagrande e Ubaldo Marchioni) considerati ‘martiri di Monte Sole’.

A don Giovanni furono intitolate la scuola elementare di Porretta Terme e una via di Bologna. Un cippo lo ricorda nel cimitero di San Martino di Caprara, insieme ad altri quattro parroci (a loro volta assassinati dalle SS).

Papa Leone XIV invita ad ascoltare la Parola di Dio

“E’ sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani, dalle persone malate”: al termine della sua prima udienza generale papa Leone XIV ha lanciato un appello per la situazione che sta vivendo la popolazione di Gaza, territorio divenuto ormai da un anno e mezzo sinonimo di morte, violenza, distruzione, fame, enclave attualmente assediata e devastata dai ‘Carri di Gedeone’, la massiccia operazione militare israeliana in corso.

Mentre nella prima udienza generale in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo giubilare iniziato da papa Francesco su ‘Gesù Cristo Nostra Speranza’, sviluppando la catechesi sulla parabola del seminatore: “Continuiamo oggi a meditare sulle parabole di Gesù, che ci aiutano a ritrovare la speranza, perché ci mostrano come Dio opera nella storia. Oggi vorrei fermarmi su una parabola un po’ particolare, perché si tratta di una specie di introduzione a tutte le parabole. Mi riferisco a quella del seminatore. In un certo senso, in questo racconto possiamo riconoscere il modo di comunicare di Gesù, che ha tanto da insegnarci per l’annuncio del Vangelo oggi”.

Quindi ha spiegato che la parabola è una ‘piccola’ storia’ presa dalla realtà: “Ogni parabola racconta una storia che è presa dalla vita di tutti i giorni, eppure vuole dirci qualcosa in più, ci rimanda a un significato più profondo. La parabola fa nascere in noi delle domande, ci invita a non fermarci all’apparenza. Davanti alla storia che viene raccontata o all’immagine che mi viene consegnata, posso chiedermi: dove sono io in questa storia? Cosa dice questa immagine alla mia vita? Il termine parabola viene infatti dal verbo greco paraballein, che vuol dire gettare innanzi. La parabola mi getta davanti una parola che mi provoca e mi spinge a interrogarmi”.

Infatti questa parabola introduce alla dinamica dell’opera della Parola di Dio nella vita personale: “La parabola del seminatore parla proprio della dinamica della parola di Dio e degli effetti che essa produce. Infatti, ogni parola del Vangelo è come un seme che viene gettato nel terreno della nostra vita. Molte volte Gesù utilizza l’immagine del seme, con diversi significati. Nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo, la parabola del seminatore introduce una serie di altre piccole parabole, alcune delle quali parlano proprio di ciò che avviene nel terreno: il grano e la zizzania, il granellino di senape, il tesoro nascosto nel campo. Cos’è dunque questo terreno? E’ il nostro cuore, ma è anche il mondo, la comunità, la Chiesa. La parola di Dio, infatti, feconda e provoca ogni realtà”.

Papa Leone XIV ha, perciò, invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “All’inizio, vediamo Gesù che esce di casa e intorno a Lui si raduna una grande folla. La sua parola affascina e incuriosisce. Tra la gente ci sono ovviamente tante situazioni differenti. La parola di Gesù è per tutti, ma opera in ciascuno in modo diverso. Questo contesto ci permette di capire meglio il senso della parabola. Un seminatore, alquanto originale, esce a seminare, ma non si preoccupa di dove cade il seme. Getta i semi anche là dove è improbabile che portino frutto: sulla strada, tra i sassi, in mezzo ai rovi. Questo atteggiamento stupisce chi ascolta e induce a domandarsi: come mai?”

Quindi la Parola che Dio offre a tutti senza nessun calcolo di ‘guadagno’: “Noi siamo abituati a calcolare le cose (e a volte è necessario), ma questo non vale nell’amore! Il modo in cui questo seminatore ‘sprecone’ getta il seme è un’immagine del modo in cui Dio ci ama. E’ vero infatti che il destino del seme dipende anche dal modo in cui il terreno lo accoglie e dalla situazione in cui si trova, ma anzitutto in questa parabola Gesù ci dice che Dio getta il seme della sua parola su ogni tipo di terreno, cioè in qualunque nostra situazione: a volte siamo più superficiali e distratti, a volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo, a volte siamo oppressi dalle preoccupazioni della vita, ma ci sono anche i momenti in cui siamo disponibili e accoglienti”.

In questo modo Dio mostra la propria misericordia: “Dio è fiducioso e spera che prima o poi il seme fiorisca. Egli ci ama così: non aspetta che diventiamo il terreno migliore, ci dona sempre generosamente la sua parola. Forse proprio vedendo che Lui si fida di noi, nascerà in noi il desiderio di essere un terreno migliore. Questa è la speranza, fondata sulla roccia della generosità e della misericordia di Dio”.
Dio ha offerto Gesù come Parola, che muore per donare vita: “Raccontando il modo in cui il seme porta frutto, Gesù sta parlando anche della sua vita. Gesù è la Parola, è il Seme. E il seme, per portare frutto, deve morire. Allora, questa parabola ci dice che Dio è pronto a ‘sprecare’ per noi e che Gesù è disposto a morire per trasformare la nostra vita”.

Papa Leone XIV, quindi, ha offerto l’immagine di un dipinto del pittore fiammingo Van Gogh, che offre speranza: “Ho in mente quel bellissimo dipinto di Van Gogh: ‘Il seminatore al tramonto’. Quell’immagine del seminatore sotto il sole cocente mi parla anche della fatica del contadino. E mi colpisce che, alle spalle del seminatore, Van Gogh ha rappresentato il grano già maturo. Mi sembra proprio un’immagine di speranza: in un modo o nell’altro, il seme ha portato frutto.

Non sappiamo bene come, ma è così. Al centro della scena, però, non c’è il seminatore, che sta di lato, ma tutto il dipinto è dominato dall’immagine del sole, forse per ricordarci che è Dio a muovere la storia, anche se talvolta ci sembra assente o distante. E’ il sole che scalda le zolle della terra e fa maturare il seme”.

Ed ha concluso la prima udienza con l’invito a meditare i frutti che la Parola di Dio offre a ciascuno: “Cari fratelli e sorelle, in quale situazione della vita oggi la parola di Dio ci sta raggiungendo? Chiediamo al Signore la grazia di accogliere sempre questo seme che è la sua parola. E se ci accorgessimo di non essere un terreno fecondo, non scoraggiamoci, ma chiediamo a Lui di lavorarci ancora per farci diventare un terreno migliore”.
(Foto: Santa Sede)

Ad Haiti AVSI sostiene la popolazione

“Da un anno la capitale di Haiti, Port-au-Prince, è sotto il controllo delle bande armate, così come le sue vie d’accesso. Gli scambi commerciali e il flusso di persone sono limitati e poco sicuri e questa è una delle cause della malnutrizione nei neonati e nei bambini piccoli. Nonostante le violenze, però, riusciamo a non interrompere quasi mai i nostri interventi, grazie agli oltre 100 operatori locali che vivono sul posto”: così ha detto all’agenzia ‘Dire’ Gabriele Regio, responsabile ad Haiti per la fondazione AVSI, presente nell’isola dal 1999.

La capitale, infatti, è ostaggio di scontri tra bande armate e forze di sicurezza regolari, e nelle violenze spesso sono coinvolti anche i civili, con centinaia di morti e migliaia di sfollati. Tale insicurezza ha ricadute sulle attività economiche e, secondo i dati Onu, circa 5.500.000 persone dipendono dagli aiuti, con quasi il 60% della popolazione in povertà, mentre 1.000.000 di giovani non va a scuola.

Quindi da Gabriele Regio ci facciamo narrare la situazione ad Haiti: “Il 2024 ha visto un peggioramento della situazione umanitaria, con un’intensificazione della violenza che ha portato alla perdita di vite umane, a sfollamenti massicci e al collasso dei servizi sociali di base. Secondo i dati del ‘Bureau des droits de l’homme des Nations Unies’, nel 2024 sono state uccise 5.600 persone, mentre il numero di sfollati è più che triplicato, superando il 1.000.000, di cui più della metà bambini. 2.212 persone sono state ferite durante questo periodo e 1.494 sono state rapite dalle bande.

I servizi sociali di base sono sull’orlo del collasso: alla fine dell’anno scolastico 2024, più di 900 scuole sono state chiuse e solo il 27% delle strutture sanitarie con posti letto a livello nazionale è pienamente funzionante. L’insicurezza alimentare è a un livello critico e colpisce 5.500.000 persone. Donne e bambini sono particolarmente vulnerabili alle conseguenze di questa crisi. Tra gennaio e novembre 2024, infatti, sono stati segnalati 5.857 episodi di violenza di genere, la maggior parte dei quali a sfondo sessuale, la cui percentuale contro i bambini è aumentata del 1.000% tra il 2023 e il 2024. Il reclutamento forzato di bambini da parte dei gruppi armati è aumentato del 70% nell’ultimo anno e si stima che fino alla metà dei membri dei gruppi armati siano giovanissimi.

Secondo un recente rapporto pubblicato da IOM a febbraio 2025, a seguito delle violenze armate verificatesi dal 14 febbraio 2025 in diversi quartieri dell’area metropolitana di Port-au-Prince, in totale sono 12.971 gli sfollati a causa delle violenze, la maggior parte dei quali nel comune di Port-au-Prince (62%). La metà degli sfollati ha trovato rifugio presso parenti in famiglie ospitanti, mentre l’altra metà è ospitata in 31 siti, 27 dei quali esistevano già prima degli incidenti e 4 sono stati creati di recente.

In questo contesto AVSI lavora nelle zone maggiormente colpite dal conflitto e dove, secondo recenti studi, gli indicatori di vulnerabilità sono ancora più gravi: oltre il 90% delle famiglie appartenenti a queste comunità non soddisfa le proprie esigenze basiche alimentari e più del 16% dei bambini minori di 5 anni soffre di malnutrizione”.

In quale modo è possibile riportare la legalità ad Haiti?

“Nel 2024 è stato istituito un nuovo governo di transizione, guidato da un Primo Ministro e da un Consiglio presidenziale di transizione, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza e organizzare elezioni libere ed eque. Tuttavia, l’instabilità politica è persistita, con diversi membri del Consiglio accusati di corruzione, e sono stati fatti pochi progressi nella definizione di un calendario elettorale.

Con l’intensificarsi delle violenze, la Missione multinazionale a sostegno della sicurezza (MMAS), autorizzata dalle Nazioni Unite, ha iniziato a dispiegarsi, partecipando a una serie di pattugliamenti e operazioni anticrimine con la polizia haitiana e ha sviluppato importanti garanzie per i diritti umani e meccanismi di monitoraggio e responsabilità, ma rimane nella fase di pre-dispiegamento, continua ad affrontare importanti sfide finanziarie e logistiche e non è stata in grado di sostenere efficacemente la polizia nella lotta contro i gruppi criminali a causa di finanziamenti e personale insufficienti.

Alla sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di fine settembre, il Consiglio presidenziale di transizione di Haiti ha chiesto la trasformazione della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza (MMS) in un’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, al fine di garantire finanziamenti stabili, rafforzare le sue capacità e  gli impegni assunti dagli stati membri delle Nazioni Unite a favore della sicurezza ad Haiti.

Al termine dei suoi primi 100 giorni di mandato, il primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha sottolineato in un discorso che ‘la sicurezza è la condizione per il successo della transizione. Non ci sarà ripresa economica senza sicurezza. Non ci sarà referendum senza sicurezza. Non ci saranno elezioni senza sicurezza’.

La sicurezza e la situazione umanitaria, il referendum costituzionale, lo svolgimento delle elezioni, la ripresa economica, la giustizia e lo stato di diritto sono i cinque progetti principali del governo, secondo il primo ministro, che ha insistito sul fatto che ‘le elezioni sono l’obiettivo finale della transizione, mentre la sicurezza è la condizione’.

Il ripristino della sicurezza dipenderà quindi da un maggiore investimento a favore della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza per garantire un maggiore supporto alla Polizia Nazionale”.

I Paesi occidentali hanno dimenticato Haiti?

“Haiti è un paese che ha affrontato enormi sfide economiche e politiche. L’instabilità politica, le difficoltà economiche e i disastri naturali ricorrenti, come il devastante terremoto del 2010, hanno ridotto le capacità di sviluppo del paese. La risposta internazionale, sebbene sia stata presente, è stata spesso insufficiente e talvolta disorganizzata, alimentando la percezione che Haiti sia stata dimenticata o messa in secondo piano dai Paesi occidentali.

Molti Paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti e la Francia, hanno fornito aiuti a Haiti nel corso degli anni, soprattutto dopo eventi catastrofici. Tuttavia, la gestione di questi aiuti è stata oggetto di critiche. Le risorse spesso non sono state utilizzate in modo efficace e le condizioni di vita in Haiti non sono migliorate significativamente, alimentando il senso che gli aiuti internazionali non siano riusciti a risolvere i problemi strutturali del paese. Nonostante Haiti abbia ricevuto l’attenzione che merita da parte delle potenze occidentali e sebbene ci siano stati aiuti, l’efficacia e la continuità di tali sforzi sono state spesso insufficienti per risolvere i problemi profondi che affliggono il paese.

AVSI negli ultimi anni ha invece intensificato i suoi sforzi nel Paese, dando precedenza ai settori e alle aree geografiche maggiormente colpite dalla crisi. AVSI conta oggi con una presenza stabile di 10 staff espatriati, oltre 200 staff locali e 6 uffici in tutto il Paese”.

Per maggiori informazioni: www.avsi.org

(Foto: AVSI)

Società di San Vincenzo De Paoli: vicini alla popolazione del Myanmar colpita dal sisma

La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV esprime la sua profonda solidarietà alla popolazione del Myanmar, duramente colpita lo scorso 28 marzo dal doppio sisma di magnitudo 7.7 e 6.4. La nostra preghiera accompagna chi soffre per la perdita della propria casa, dei propri affetti e delle proprie certezze.

Attraverso la Confederazione Internazionale della Società di San Vincenzo De Paoli stiamo attivando un canale per fare arrivare in sicurezza le donazioni nelle zone colpite. Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo ha avviato una raccolta fondi che garantirà un sostegno che, come ci insegna il carisma dei nostri fondatori, sarà volto non solo a rispondere alle emergenze immediate, ma anche ad aiutare le famiglie con azioni strutturali e durature, capaci di favorire la ripresa sociale ed economica del territorio.

Non lasciamo sole le popolazioni duramente colpite dal terremoto: dai il tuo contributo e aiuta tante persone a riaccendere la speranza in Myanmar. Per aderire alla campagna clicca qui: https://www.sanvincenzoitalia.it/donations/terremoto-myanmar/

Yemen: la designazione degli Houthi come organizzazione terroristica straniera aggrava la crisi umanitaria

La recente decisione della nuova amministrazione Trump di classificare le autorità de facto nel nord dello Yemen, conosciute come Houthi, come “Foreign Terrorist Organization” (FTO, Organizzazione Terroristica Straniera) solleva serie preoccupazioni per l’impatto sulla già critica consegna degli aiuti umanitari nel Paese. Secondo i dati, lo Yemen vive una crisi senza precedenti dopo oltre un decennio di conflitto: circa 19.500.000 persone necessitano di assistenza umanitaria. Azione Contro la Fame ha espresso timori sul fatto che questa designazione potrebbe compromettere ulteriormente l’accesso ai beni essenziali per una popolazione già stremata.

Le comunità del nord dello Yemen dipendono in larga misura da importazioni di cibo, carburante e medicine, spesso attraverso il porto strategico di Hodeida, sotto il controllo degli Houthi. Questo scalo marittimo rappresenta uno dei due principali punti di ingresso per i rifornimenti vitali nel Paese.

“La classificazione degli Houthi come Organizzazione Terroristica Straniera potrebbe provocare restrizioni o ritardi nelle importazioni di beni essenziali, oltre a un aumento dei prezzi. In un contesto in cui il 49% della popolazione è a rischio alimentare e il 55% dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche” spiega Anne Garella, Direttrice delle Operazioni in Medio Oriente per Azione Contro la Fame.

Le aree settentrionali dello Yemen, dove vive circa il 70% della popolazione del Paese, stanno già affrontando gravi livelli di insicurezza alimentare acuta e crisi umanitarie. La scelta di considerare gli Houthi come Organizzazione Terroristica Straniera potrebbe ulteriormente ostacolare la distribuzione degli aiuti umanitari, dato che l’interazione con le autorità locali è indispensabile per operare in queste zone. “Esperienze in altri contesti umanitari, mostrano che questa designazione può causare la sospensione di progetti, il blocco di programmi e maggiori difficoltà operative legate a restrizioni burocratiche o legali”, sottolinea ancora Garella.

Un ulteriore rischio derivante da questa classificazione riguarda l’accesso ai servizi finanziari. “Un cittadino yemenita su dieci dipende dalle rimesse inviate dall’estero per soddisfare i propri bisogni di base. Questi trasferimenti, essenziali per stabilizzare l’economia locale, potrebbero essere gravemente ostacolati. Inoltre, la misura potrebbe complicare i bonifici bancari, il pagamento degli stipendi agli operatori umanitari e l’implementazione di programmi di aiuti economici, pilastro della sicurezza alimentare” prosegue Anne Garella.

L’annuncio della classificazione arriva in un momento critico, segnato dalla crescente politicizzazione degli aiuti umanitari nello Yemen e da una riduzione globale dei finanziamenti destinati all’emergenza. Recentemente, i fondi internazionali sono stati diretti sempre più spesso verso le aree meridionali, sotto il controllo del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, su pressione dei donatori. “Se questa tendenza prosegue, il nord dello Yemen rischia un isolamento maggiore e la sua popolazione potrebbe essere ancora più vulnerabile”, conclude Anne Garella.

A dicembre 2024, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 2761 che stabilisce un’esenzione umanitaria permanente applicabile a tutti i regimi di sanzioni delle Nazioni Unite: “E’ essenziale che tutti gli attori, specialmente i governi e il settore bancario, rispettino questa risoluzione e proteggano la consegna degli aiuti umanitari”.

‘Azione Contro la Fame’ è presente in Yemen dal 2013 e lavora nel Paese per accedere al cibo nei mercati, rafforzare la capacità delle famiglie di generare reddito e sostiene i centri sanitari nelle aree più colpite dalla malnutrizione. Inoltre, fornisce supporto psicologico alle persone colpite da violenza e abusi, e lavora per supportare la riabilitazione delle infrastrutture igienico-sanitarie e l’accesso all’acqua potabile. Nel 2023, i programmi dell’ONG hanno supportato più di 323.000 persone in tutto il Paese.

Caritas Ugento per sostenere la popolazione del Medio Oriente

La Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che oggi, III Domenica di Avvento, si svolge l’ ‘Avvento di Carità 2024’, una proposta di animazione comunitaria per vivere nella solidarietà e nella fraternità il tempo che ci prepara al Natale e come segno concreto verso il Giubileo.

Papa Francesco, nella ‘Spes non confundit’, bolla di indizione del Giubileo 2025 ha scritto: “Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti le desiderano. Possa la nostra vita dire loro: ”Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore”(Sal 27,14). …. invitando tutti a essere ‘Pellegrini di speranza’.

 La questua di Domenica 15 dicembre, nelle 43 Parrocchie,  sarà a sostegno della mensa   in  Saranda-Albania e della Caritas libanese per il sostegno alla popolazione coinvolta nella guerra .

Dall’anno scolastico 2006/07 le suore Marcelline di Saranda in Albania, hanno messo sù una MENSA dove ogni giorno, dal lunedì al venerdì, più di 70 bambini e ragazzi dei villaggi che frequentano le scuole in Saranda ricevono un pranzo caldo per consentire una crescita sana e prevenire i disturbi fisici e mentali derivanti da una nutrizione scarsa, poco varia e con limitato valore nutrizionale. Si offre ad ogni bambino un pranzo caldo comprendente primo, secondo di carne e verdura, frutta, per 5 giorni alla settimana da gennaio a giugno 2025, l’obiettivo è di raggiungere la somma di 833,33 euro al mese per sei mesi, per un totale di € 5.000,00.

CARITAS LIBANO SOSTEGNO AGLI SFOLLATI A CAUSA DELLA GUERRA:

Padre Michel Abboud, presidente di Caritas Libano scrive: “La guerra ci ha colti di sorpresa… Ha spostato le nostre famiglie e appesantito i nostri cuori. Non ci saremmo mai aspettati che le cose potessero degenerare a questo punto…Tutti sono in stato di massima allerta, stanno facendo l’impossibile per aiutare ogni persona anziana, ogni bambino, padre e madre. Nei primi giorni della crisi, operatori, operatrici e volontari di Caritas Libano, molti giovanissimi, si sono attivati per assistere centinaia di migliaia di sfollati in tutto il Paese.

Sono state attivate squadre di emergenza che hanno distribuito generi di conforto alle tante famiglie in fuga bloccate negli ingorghi, generi di prima necessità nei centri di accoglienza e avviato attività di animazione per i bambini. Nei primi due giorni sono già state assistite più di 6.187 persone (distribuiti 3.925 pasti caldi, 276 kit igienici, 1.000 pezzi di vestiario, 500 kit alimentari, 868 kit alimentare leggeri). Si sono rivolti a noi di Caritas Libano, chiedendo: Cosa potete offrirci? La nostra risposta è stata: Vi daremo tutto ciò che possiamo. Ma la dolorosa verità è che le nostre risorse sono scarse, poiché abbiamo già fornito ciò che avevamo a coloro che soffrono ancora per la crisi in corso nel Libano”.

Per aiutare concretamente i due progetti è possibile effettuare un’ offerta detraibile a favore della Fondazione Mons. Vito De Grisantis, causale: Avvento di Carità 2024: IBAN: IT23K0306234210000002904373 – Centro Caritas Ugento-S. Maria di Leuca – Piazza Cappuccini, 15 – 73039 Tricase (Le). Info: https://www.caritasugentoleuca.it/  email: segreteria@caritasugentoleuca.it telefono:0833/219865.

Italia sempre più vecchia

Al 1° gennaio di quest’anno, certificato dall’Istat, la popolazione residente in Italia è pari a 58.990.000 unità, in calo di 7.000 unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-0,1 per mille abitanti), che conferma quanto già emerso nel 2022 (-33.000 unità) proseguendo il rallentamento del calo di popolazione che, dal 2014 al 2021 (-2,8 per mille in media annua), ha contraddistinto l’Italia nel suo insieme.

La variazione della popolazione nel 2023 rivela un quadro eterogeneo tra le ripartizioni geografiche: nel Mezzogiorno la variazione è negativa, peraltro consistente nella misura del -4,1 per mille, mentre nel Nord, invece, la popolazione aumenta del 2,7 per mille. Stabile quella del Centro (+0,1 per mille). A livello regionale, la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,6 per mille), in Lombardia (+4,4 per mille) ed in Emilia-Romagna (+4,0 per mille). Le regioni, invece, in cui si è persa più popolazione sono la Basilicata (-7,4 per mille) e la Sardegna (-5,3 per mille).

Però con appena 379.000 bambini nati, l’anno appena concluso ha messo in luce l’ennesimo minimo storico di nascite, l’undicesimo di fila dal 2013. Un processo, quello della denatalità, che dal 2008 (577.000nascite) non ha conosciuto soste. Calano anche i decessi (661.000), l’8% in meno sul 2022, dato più in linea con i livelli pre-pandemici rispetto a quelli che hanno caratterizzato il triennio 2020-22: emerge un saldo naturale ancora fortemente negativo (-281.000 unità).

Le iscrizioni dall’estero (416.000) e le cancellazioni per l’estero (142.000) determinano un saldo migratorio con l’estero positivo di 274.000 unità, compensando quasi totalmente il deficit dovuto alla dinamica naturale con una dinamica migratoria favorevole, con un sostanziale equilibrio.

La popolazione residente di cittadinanza straniera al 1° gennaio di quest’anno è 5.308.000 unità, in aumento di 166.000 individui (+3,2%) sull’anno precedente; di conseguenza l’incidenza sulla popolazione totale tocca il 9%. Il 58,6% degli stranieri, pari a 3.109.000 unità, risiede al Nord, per un’incidenza dell’11,3%; altrettanto attrattivo per gli stranieri è il Centro, dove risiedono 1.301.000 individui (24,5% del totale) con un’incidenza dell’11,1%, mentre è più contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 897.000 unità (16,9%), che raggiunge un’incidenza appena del 4,5%. Nel frattempo, sfiora 200.000 il numero di cittadini stranieri che nello scorso anno hanno acquisito la cittadinanza italiana, dato in linea con l’anno precedente (214.000), pur se in parziale calo.

Intanto i nati residenti in Italia sono 379.000, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (era 6,7 per mille nel 2022) e la riduzione della natalità riguarda indistintamente nati di cittadinanza italiana e straniera. Questi ultimi, pari al 13,3% del totale dei neonati, sono 50.000, 3.000 in meno rispetto al 2022. La diminuzione del numero dei nati residenti del 2023 è determinata sia da una importante contrazione della fecondità, sia dal calo della popolazione femminile nelle età convenzionalmente riproduttive (15-49 anni), scesa a 11.500.000 al 1° gennaio, da 13.400.000 che era nel 2014 e 13.800.000 nel 2004. Anche la popolazione maschile di pari età subisce lo stesso destino nel medesimo termine temporale, passando da 13.900.000 nel 2004 a 13.500.000 nel 2014, fino agli odierni 12.000.000 persone.

Il numero medio di figli per donna scende così da 1,24 nel 2022 a 1,20 nel 2023, avvicinandosi di molto al minimo storico di 1,19 figli registrato nel lontano 1995: nel Nord diminuisce da 1,26 figli per donna nel 2022 a 1,21 nel 2023, nel Centro da 1,15 a 1,12; infine il Mezzogiorno, con un tasso di fecondità totale pari a 1,24, il più alto tra le ripartizioni territoriali, registra una flessione inferiore rispetto all’1,26 del 2022. In tale contesto, riparte la posticipazione delle nascite, fenomeno di significativo impatto sulla riduzione generale della fecondità, dal momento che più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale disponibile per le potenziali madri. Dopo un biennio di sostanziale stabilità, nel 2023 l’età media al parto si porta a 32,5 anni (+0,1 sul 2022). Tale indicatore, in aumento in tutte le ripartizioni, continua a registrare valori nel Nord e nel Centro (32,6 e 32,9 anni) superiori rispetto al Mezzogiorno (32,2), dove però si osserva l’aumento maggiore sul 2022 (era 32,0).

Il Trentino-Alto Adige, con un numero medio di figli per donna pari a 1,42, continua a detenere il primato della fecondità più elevata del Paese, sebbene sia tra le regioni con la variazione negativa maggiore rispetto al 2022 (1,51). Seguono Sicilia e Campania, con un numero medio di figli per donna rispettivamente pari a 1,32 e 1,29 (contro 1,35 e 1,33 nel 2022). In queste tre regioni le neo-madri risultano mediamente più giovani che nel resto del Paese: 31,7 anni l’età media al parto in Sicilia; 32,2 anni in Trentino-Alto Adige e Campania.

La Sardegna continua a essere la regione con la fecondità più bassa. Stabilmente collocata sotto il livello di un figlio per donna per il quarto anno consecutivo, nel 2023 si posiziona a 0,91 figli (0,95 nel 2022). La precedono altre due regioni del Mezzogiorno: la Basilicata, dove il numero medio di figli per donna scende da 1,10 nel 2022 a 1,08 nel 2023; il Molise rimasto stabile a 1,10. La Sardegna e la Basilicata sono, insieme al Lazio, le tre regioni in cui il calendario riproduttivo risulta più posticipato, con età medie al parto rispettivamente pari a 33,2, 33,1 e 33 anni.

Scendendo a livello provinciale, il più alto numero medio di figli per donna si registra nella Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen (1,56), che presenta una significativa discesa rispetto al 2022 (era 1,64). Seguono le Province di Gorizia (1,42), Palermo (1,39), Reggio Calabria (1,37), Ragusa (1,36) e Catania (1,36). Tutte le Province sarde, ai minimi nazionali, presentano una fecondità inferiore al figlio per donna: da quelle di Cagliari e del Sud Sardegna (0,86 per entrambe) a quelle di Oristano (0,93), Sassari (0,95) e Nuoro (0,99). A queste seguono la Provincia di Massa Carrara (1,02), nel Centro, e quella di Verbano-Cusio-Ossola (1,06), nel Nord.

Quindi ad inizio di quest’anno la popolazione residente presenta un’età media di 46,6 anni, in crescita di due punti decimali (circa tre mesi) rispetto all’inizio dello scorso anno: la popolazione ultrasessantacinquenne, che nel suo insieme ad inizio anno conta 14.358.000 individui, costituisce il 24,3% della popolazione totale, contro il 24% dell’anno precedente; è anche in aumento il numero di ultraottantenni, i cosiddetti grandi anziani: con 4.554.000 individui, quasi 50.000 in più rispetto a 12 mesi prima, questo contingente ha superato quello dei bambini sotto i 10 anni di età (4.441.000 individui). Questo rapporto, che è ora sotto la parità, era di 2,5 a 1 venticinque anni fa e di 9 a 1 cinquanta anni fa.

Diminuiscono inoltre gli individui in età attiva e i più giovani: i 15-64enni scendono da 37.472.000 (63,5% della popolazione totale) a 37 milioni 447mila (63,5%), mentre i ragazzi fino a 14 anni di età scendono da 7.344.000 (12,4%) a 7.185.000 (12,2%). Il Centro e il Nord, caratterizzati da una struttura di popolazione relativamente più anziana, presentano una proporzione di giovani (0-14 anni) rispettivamente pari al 12,1% e all’11,8%. Nel Mezzogiorno la quota è invece del 12,5%, ancora la più alta pur se in calo. In conclusione il numero stimato di ultracentenari (individui di 100 anni di età e più) raggiunge a inizio 2024 il suo più alto livello storico, superando 22.500 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.

Fermare lo scontro in Terra Santa

Sabato 21 ottobre l’esercito israeliano ha lanciato volantini sull’intero nord della striscia di Gaza, ordinando l’immediata ‘evacuazione’, dichiarando le vite dei residenti a rischio e affermando esplicitamente che ‘chiunque scelga di non lasciare il nord della Striscia di Gaza per andare verso il sud, oltre il fiume Wadi Gaza, sarà considerato complice di un’organizzazione terrorista’. Inoltre il lancio dei volantini era stato preceduto, una settimana prima, da un ultimatum che avvisava 1.100.000 persone a dirigersi verso sud, come ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi:

Si fermi il genocidio nel Nagorno-Karabakh

Oltre 4.000 civili sono entrati in Armenia dal Nagorno-Karabakh, dopo l’offensiva militare azera delle scorse settimane che ha provocato centinaia di vittime, feriti e dispersi. Lunghe code di macchine sono cominciate ad affluire dal corridoio di Lachin (che connette la regione contesa al territorio armeno) riaperto dalle autorità di Baku dopo un anno di chiusura.

Turchia, tre mesi dopo il terremoto la presenza della Chiesa cattolica

A fine marzo il Dicastero per il Servizio della Carità, su sollecitazione di papa Francesco, ha inviato circa 10.000 medicine, destinate alla popolazione, in collaborazione con l’ambasciata turca presso la Santa Sede. Immediatamente dopo il terremoto, che in Turchia ha provocato quasi 2.000.000 di sfollati, l’Elemosineria Apostolica si era mobilitata inviando soprattutto cibo in scatola, così come pure pannolini e altro materiale per le necessità più impellenti. A Iskenderun sono arrivate circa 10.000  maglie termiche da distribuire tra Turchia e Siria.

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