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Terra Santa: la Colletta per la Custodia e i cristiani
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: con queste parole pronunciate prima della recita dell’Angelus della Domenica delle Palme papa Leone XIV aveva ricordato la grave situazione dei cattolici in Medio Oriente.
Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.
E dopo un giorno di tensione, dovuto al respingimento all’ingresso della basilica del Santo Sepolcro del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, e del Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, risuona come nota positiva: “Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni riguardanti la Settimana Santa e le celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti.
In accordo con la polizia israeliana, l’accesso per i rappresentanti delle Chiese è stato assicurato al fine di condurre le liturgie e le cerimonie e di preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Naturalmente, e alla luce dello stato attuale della guerra, le restrizioni esistenti sulle riunioni pubbliche rimangono in vigore per il momento. Di conseguenza, le Chiese faranno in modo che le liturgie e le preghiere siano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e nel mondo”.
Ma nella Settimana Santa i cristiani di tutto il mondo sono invitati a sostenere quelli della Terra Santa con la Colletta del Venerdì santo, come ha sottolineato con una lettera il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, con una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo: “Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa!
I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”.
Per questo tale Colletta è importante: “Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a fra Matteo Brena, presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, di raccontarci innanzitutto come i cristiani vivono oggi in Terra Santa: “Le comunità cristiane in Terra Santa stanno sicuramente soffrendo molto la crisi umanitaria, sociale ed economica che sta colpendo il Medio Oriente in questi mesi. Al di là di un conflitto che le coinvolge da vicino, uno dei problemi principali è la mancanza di pellegrini, che rappresentavano per queste comunità un sostentamento finanziario molto importante. Sia il Patriarcato Latino sia la Custodia di Terra Santa lavorano incessantemente per salvaguardare le comunità locali, ma la situazione non è rosea, soprattutto perché la crisi dura ormai da diversi mesi”.
Nella lettera il card. Gugerotti invita a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte”.E’ possibile donare pace e seminare speranza?
“E’ necessario. Al di là di ciò che possiamo fare concretamente per le persone che vivono in una situazione di conflitto, attraverso donazioni e piccoli gesti di carità, è importante conoscere quei luoghi ed educare anche le comunità delle nostre regioni alla realtà della Terra Santa, anche a distanza.
Come ha detto di recente il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, la Terra Santa non è solo un luogo geografico, ma il cuore pulsante della nostra fede. Vivere la fede in quei luoghi significa accettare la contraddizione che essa incarna. Gerusalemme, ad esempio, è il luogo della risurrezione, ma anche quello del Calvario. Il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da troppo odio.
Tuttavia, la guerra in corso non cancellerà la risurrezione, così come il dolore non spegnerà la speranza di pace. Dobbiamo farci portatori di questo messaggio anche qui in Italia, affinché si possa comprendere meglio ciò che stanno vivendo i nostri fratelli in Terra Santa e contribuire alla costruzione di un futuro migliore”.
‘Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace’. Nella lettera, il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, ha scritto che la pace passa dall’educazione: in quale modo la Chiesa educa alla pace in una terra in guerra?
“Come dicevo, l’educazione è una forma di prevenzione. E’ fondamentale partire dalle scuole e dalle nuove generazioni per costruire un futuro di pace e speranza. Negli anni, la Custodia di Terra Santa ha aperto diverse scuole che accolgono insieme studenti cristiani e musulmani, rispettandone le differenze culturali e religiose, ma facendoli crescere fianco a fianco, condividendo gli stessi banchi. Ne sono esempi la ‘Terra Santa School’ di Betlemme ed il ‘Terra Sancta College’ di Gerusalemme.
Si tratta di progetti importanti che, oltre a garantire un’educazione di base, promuovono la fratellanza e lo spirito di comunione nella diversità della fede. Lo stesso vale per il Magnificat, la scuola di musica della Custodia di Terra Santa nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Esistono dunque iniziative che uniscono al di là delle differenze culturali, anche in una terra profondamente segnata dai conflitti: segni di speranza che superano i limiti e lavorano per educare alla pace attraverso la convivenza”.
Quali sono le possibili azioni che i cristiani possono compiere per non dimenticare la Terra Santa?
Innanzitutto, conoscere e scoprire, anche a distanza, le realtà di quei luoghi e i progetti della Custodia di Terra Santa. I commissariati, come il nostro, lavorano ogni giorno per raccontare i Luoghi Santi alle comunità locali. In momenti come questo, anche il sostegno concreto è fondamentale per i frati francescani impegnati nei numerosi progetti di carità a favore di famiglie, anziani e giovani. In questo senso, la Colletta del Venerdì Santo rappresenta un punto cardine: l’invito è quindi a donare, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Infine, appena sarà possibile, è importante tornare a viaggiare verso la Terra Santa senza paura. I pellegrinaggi nei luoghi di Gesù sono momenti di crescita personale e spirituale, ma anche gesti concreti di pace e di sostegno per le comunità cristiane locali. La Terra Santa non è terra di paura, ma terra di Gesù”.
Infine ci può illustrare cosa sostiene questa Colletta?
“La Colletta sostiene sia la Chiesa locale sia i Luoghi Santi, contribuendo alla loro custodia e al loro mantenimento. Concretamente, i progetti sono molti e diversificati: dal sostegno alle parrocchie e alle scuole, alla formazione nei seminari locali, fino a iniziative di solidarietà e sviluppo che rispondono anche a emergenze in ambito medico e sociale. Questi progetti sono sparsi nei diversi luoghi di cui si prende cura la Custodia di Terra Santa: a Gaza, in Palestina, in Siria e in Libano”.
(Tratto da Aci Stampa)
In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi: approfondimenti ed esperienze
Sono migliaia i pellegrini che nell’anno giubilare si sono messi in viaggio per varcare le porte sante o vivere un momento di sosta nei luoghi giubilari presenti anche nelle diocesi del Triveneto. All’esperienza del pellegrinaggio è dedicato il libro In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi. Approfondimenti ed esperienze, nuova pubblicazione di Triveneto Theology Press, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi tra Padova e Vicenza nel marzo dello scorso anno, a cura di Leopoldo Sandonà e Paolo Spolaore. Il libro è open access, scaricabile gratuitamente dal sito www.fttr.it (link diretto alla pagina https://www.fttr.it/in-cammino-pellegrini-e-pellegrinaggi-approfondimenti-ed-esperienze/).
La prima parte è dedicata all’approfondimento storico, antropologico e sociologico, con alcuni focus tematici specifici di ambito biblico, interreligioso e con riferimento alla frontiera digitale; nella seconda parte trovano spazio le descrizioni di diversi cammini presenti in territorio triveneto.
“Sperimentare i cammini è fare memoria e riscoprire il passato, vivere il presente nell’accoglienza e progettare il futuro con la sensibilizzazione, il monitoraggio e l’informazione”, sottolinea Leopoldo Sandonà nell’introduzione al testo.
“Diventare pellegrini è un modo concreto di ricercare l’essenziale” scrive nella presentazione del libro Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto. “Nel pellegrinaggio si è chiamati a diventare autentici proprietari di sé, assumendosi la responsabilità della propria vita e del modo di relazionarsi agli altri; forse è proprio questa l’unica terra promessa posta nelle mani degli uomini. Diventare pellegrini è un atto di coraggio che porta in sé la promessa di una libertà e di una comunità che fa sentire ciascuno a casa propria”.
Papa Leone XIV invita a fare la scelta di santa Chiara di Assisi
“Nel testo biblico appena letto, l’Evangelista nota che alcune persone, dopo aver ascoltato Gesù, lo deridevano. Sembrava loro assurdo il suo discorso sulla povertà. Più precisamente, si sentivano toccati sul vivo per il loro attaccamento al denaro”: nell’udienza giubilare odierna papa Leone XIV ha spiegato come da una scelta si può giungere a sperare sull’esempio di santa Chiara di Assisi.
Ed il Giubileo è un tempo di speranza: “Cari amici, siete venuti come pellegrini di speranza, e il Giubileo è un tempo di speranza concreta, in cui il nostro cuore può trovare perdono e misericordia, affinché tutto possa ricominciare in modo nuovo. Il Giubileo apre anche alla speranza di una diversa distribuzione delle ricchezze, alla possibilità che la terra sia di tutti, perché in realtà non è così. In questo anno dobbiamo scegliere chi servire, se la giustizia o l’ingiustizia, se Dio o il denaro”.
Quindi la speranza implica una scelta: “Questo significa almeno due cose. Quella più evidente è che il mondo cambia se noi cambiamo. Il pellegrinaggio si fa per questo, è una scelta. La Porta Santa si attraversa per entrare in un tempo nuovo. Il secondo significato è più profondo e sottile: sperare è scegliere perché chi non sceglie si dispera. Una delle conseguenze più comuni della tristezza spirituale, cioè dell’accidia, è non scegliere niente. Allora chi la prova è preso da una pigrizia interiore che è peggio della morte. Sperare, invece, è scegliere”.
Come ha scelto santa Chiara di Assisi: “Una ragazza coraggiosa e controcorrente: Chiara di Assisi. E sono contento di parlare di lei proprio nel giorno della festa di San Francesco. Sappiamo che Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!”
La santa assisiate ha compreso in pieno la vita in quanto ha scelto di vivere il Vangelo: “Chiara ha capito che cosa chiede il Vangelo. Ma anche in una città che si crede cristiana, il Vangelo preso sul serio può apparire una rivoluzione. Allora, come oggi, bisogna scegliere! Chiara ha scelto, e questo ci dà una grande speranza.
Vediamo infatti due conseguenze del suo coraggio nel seguire quel desiderio: la prima è che molte altre ragazze di quel territorio trovarono lo stesso coraggio e scelsero la povertà di Gesù, la vita delle Beatitudini; la seconda conseguenza è che quella scelta non fu come un fuoco di paglia, ma dura nel tempo, fino a noi. La scelta di Chiara ha ispirato scelte vocazionali in tutto il mondo e così continua a fare fino a oggi”.
La sua è stata una scelta radicale per non vivere da ‘fotocopie’: “Gesù dice: non si possono servire due padroni. Così la Chiesa è giovane e attira i giovani. Chiara di Assisi ci ricorda che il Vangelo piace ai giovani. E’ ancora così: ai giovani piacciono le persone che hanno scelto e portano le conseguenze delle loro scelte.
E questo fa venire voglia ad altri di scegliere. E’ una santa imitazione: non si diventa ‘fotocopie’, ma ognuno (quando sceglie il Vangelo) sceglie sé stesso. Perde sé stesso e trova sé stesso. L’esperienza lo dimostra: succede così”.
Per questo il papa ha chiesto di pregare per i giovani: “Preghiamo dunque per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o sé stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come santa Chiara di Assisi, ha il coraggio di abitare diversamente la città. Questo dà speranza!”
Inoltre in questo giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Assisi papa Leone XIV ha firmato la sua prima esortazione apostolica, ‘Dilexi Te’, che sarà presentato giovedì 9 ottobre.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: i migranti sono messaggeri di speranza
“La 111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione”: nel messaggio intitolato ‘Migranti, missionari di speranza’, che si celebra il 4-5 ottobre, papa Leone XIV riflette sul nesso tra speranza, migrazione e missione.
La mobilità umana è generata per lo più dalla ricerca di una felicità che guerre, ingiustizie, crisi climatica mettono a dura prova: “Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana.
La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro”.
Quindi chi si muove va alla ricerca della speranza: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.
Per questo la loro migrazione può essere rintracciata nel libro della Genesi: “In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee”.
Essi ricordano la dimensione ‘pellegrina’: “I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di ‘sedentarizzazione’ e smette di essere civitas peregrina (popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste), essa smette di essere ‘nel mondo’ e diventa ‘del mondo’. Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane”.
Quindi possono essere ‘pellegrini’ di speranza: “In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale”.
Per questo l’evangelizzazione si realizza con la testimonianza: “Si tratta di una vera missio migrantium (missione realizzata dai migranti) per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale. Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza.
Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria”.
En route con sant’Antonio’, partiti da Padova i primi pellegrini alla volta di Brive-la-Gaillarde
Sono partiti ieri alle ore 8.40 dalla Pontificia Basilica di S. Antonio a Padova i frati francesi Anselme Boissonnet e Felix Wedel, con Alberto Friso, project event manager di Antonio800, organizzatori e “primi pellegrini” di «En route con sant’Antonio», per raggiungere Brive-la-Gaillarde in Nuova Aquitania, in Francia, da dove domenica 29 giugno partirà il cammino dell’estate 2025 sulle orme del Santo.
Prima della partenza a bordo di un automezzo griffato «En route con sant’Antonio», che sarà di appoggio durante il cammino a piedi di 1.306 chilometri da Brive-la-Gaillarde a Padova (29 giugno – 21 settembre 2025), il saluto dei pellegrini e la benedizione da parte del rettore del Santo, padre Antonio Ramina, che ha consegnato loro una reliquia ex ossibus di sant’Antonio che “camminerà” sulle spalle di un frate pellegrino e sarà consegnata, di volta in volta, alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.
Alla partenza c’erano anche padre Giancarlo Zamengo, direttore generale del Messaggero di sant’Antonio editrice tra i promotori del cammino, e lo staff di Antonio800/En route con sant’Antonio, Brigida Putinato (Cammino di sant’Antonio) e Anna Maria Checchin (segreteria di redazione di «Le Messager de Saint Antoine», rivista edita dal Messaggero in francese).
Ottocento anni fa, frate Antonio lo avremmo trovato camminante e predicatore in Francia, tra il 1224 e il 1227, da dove poi rivalicò le Alpi per assumere il provincialato dell’Italia settentrionale (1227-1230). ‘En route con sant’Antonio’ ripercorre 800 anni dopo lo stesso percorso da Brive-la-Gaillarde a Padova. Le tappe del cammino «En route con sant’Antonio» saranno raccontate attraverso i canali social di Antonio800 (Facebook, Instagram e Youtube).
Perché frate Antonio di Padova (ma da Lisbona) dal 1224 alla fine del 1227 fu annunciatore del Vangelo, predicatore e organizzatore del neonato Ordine francescano nel centro e sud della Francia, e poi nel nord Italia (1227-1231). ‘En Route con sant’Antonio’ è un cammino a staffetta, un cammino povero, un cammino di popolo, perché in tanti concorreranno a camminare i 1.306 chilometri del percorso, con una modalità già sperimentata nell’estate 2022, quando avevamo attraversato l’Italia da Capo Milazzo, vicino a Messina, luogo del naufragio di Antonio, fino ad Assisi e quindi a Padova. Peraltro, una sua reliquia ex ossibus ‘camminerà’ con noi sulle spalle di un frate pellegrino, e sarà consegnata di volta in volta alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.
1.306 chilometri, di cui 755 in Francia e 549 in Italia; oltre 2.000.000 di passi; 21,8 chilometri di media ogni tratta; 5 regioni attraversate (2 francesi e 3 italiane); 20 diocesi incontrate (8 francesi e 12 italiane); 60 tappe; 80 giorni di impegno (in alcune giornate, in corrispondenza di alcuni centri principali, la staffetta sosterà); 17.796 metri di salite, e 17.963 di discese; 6 tappe molto impegnative; 17 impegnative; 22 medie; 15 facili.
‘En Route con sant’Antonio’ non è ‘per pochi’. Chiunque può partecipare, aggiungendo i propri passi lungo la via ai 2.000.000 totali necessari per arrivare alla Basilica del Santo. Non serve iscriversi, non serve esplicitare la propria motivazione: basta il desiderio di camminare insieme per 1, 10, 100 chilometri presentandosi al via di ogni singola tappa. Punto di riferimento per programma, altimetria, grado di difficoltà del percorso (diviso in facile, medio, impegnativo, molto impegnativo) è il sito www.antonio800.org.
‘En Route con sant’Antonio’ è un evento di Antonio800, il contenitore delle iniziative legate agli ottocentenari antoniani e francescani espressione dei frati minori conventuali della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova e di alcune delle principali realtà della famiglia francescana conventuale erede di sant’Antonio: Pontificia Basilica di S. Antonio a Padova, Messaggero di sant’Antonio,
Il Cammino di Sant’Antonio, Centro Francescano Giovani – Nord Italia, Peregrinatio Antoniana, Centro Studi Antoniani, Caritas Sant’Antonio, Santuari Antoniani di Camposampiero, Santuario S. Antonio di Padova in Arcella. Per «En Route con sant’Antonio», si è aggiunta la Custodia dei frati minori conventuali di Francia e Belgio. Conta sul Patrocinio dell’intera famiglia francescana d’Italia e di Francia e del Giubileo 2025.
Rapporto 2025 sull’ospitalità religiosa in Italia: come cambiano usi e costumi dell’accoglienza a pellegrini e turisti
L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana ha pubblicato l’annuale Rapporto sullo stato delle accoglienze religiose e non-profit in Italia, che prende in esame le strutture ricettive di questo ambito destinate a chi viaggia per motivi spirituali, turistici, lavorativi e di studio: si tratta di Case per Ferie, Conventi, Monasteri, Istituti, Residenze universitarie, Case religiose…
Secondo lo studio, realizzato tramite il portale ospitalitareligiosa.it, questo settore dispone oggi di circa 190.000 posti-letto distribuiti in 2.940 strutture in tutta Italia, in leggera flessione rispetto agli anni precedenti, per la riconversione di alcune strutture ad altri usi, primo fra tutti quello delle RSA per anziani. L’invecchiamento della popolazione spinge infatti Diocesi, Ordini e Congregazioni ad orientarsi con sempre maggiore attenzione verso un settore lasciato spesso scoperto dall’imprenditoria commerciale.
Tornando all’ospitalità religiosa di breve e medio termine, il Lazio e Roma offrono sempre la maggiore disponibilità, rafforzata con il Giubileo, con 32.897 posti letto suddivisi in 518 strutture. Più distanti Veneto (22.115), Lombardia (16.834) ed Emilia Romagna (15.730).
Se però si pone a confronto questi dati con la densità di popolazione, la situazione si ribalta ed emerge la Valle d’Aosta con un posto letto dell’ospitalità religiosa ogni 39 abitanti, seguita dalla francescana Umbria (1 ogni 74), dal Trentino-Alto Adige (1 ogni 133) e dalle Marche (1 ogni 140).
Cambia anche il rapporto con la tecnologia in queste strutture, di cui ora il 70% è dotato di Wi-Fi per gli ospiti. Le altre non sono rimaste indietro, ma per scelta fanno proprio dell’approccio offline una delle caratteristiche dell’offerta ricettiva. Ne è la riprova che si tratta quasi sempre di strutture situate in collina o montagna, luoghi ideali per ‘staccare la spina’ dalla frenesia del nostro quotidiano, smartphone compresi.
Per degustare le capacità culinarie dei gestori, non manca la possibilità di rivolgersi a quel 46% di strutture che offrono la pensione completa o la mezza pensione, rendendo così l’esperienza del soggiorno più coinvolgente. Una tradizione secolare in cucina che oggi gode anche di una ‘contaminazione’ grazie alla sempre più frequente presenza di religiosi e religiose provenienti da altri continenti.
Secondo il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi, questo settore dell’accoglienza, “poco conosciuto e non paragonabile ad altri comparti dell’ospitalità, merita sempre più l’attenzione del pubblico indistinto -credente o meno- per la capacità che ha di rinnovarsi, mantenendo però quella costante attenzione nei confronti degli Ultimi, grazie alla redistribuzione degli introiti nelle opere caritatevoli e assistenziali in Italia e nel mondo”.
Papa Francesco invita i sacerdoti ad essere annunciatori di speranza
“Carissimi Vescovi e sacerdoti, cari fratelli e sorelle! ‘L’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente’ è Gesù. Proprio il Gesù che Luca ci descrive nella sinagoga di Nazaret, tra coloro che lo conoscono fin da bambino e ora si stupiscono di Lui. La rivelazione (‘apocalisse’) si offre nei limiti del tempo e dello spazio: ha la carne come cardine che sostiene la speranza. La carne di Gesù e la nostra. L’ultimo libro della Bibbia racconta questa speranza. Lo fa in modo originale, sciogliendo tutte le paure apocalittiche al sole dell’amore crocifisso. In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere”.
E’ iniziata con queste parole l’omelia scritta da papa Francesco e letta dal card. Domenico Calcagno, presidente emerito dell’APSA, che ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, a motivo della convalescenza, invitando la leggere la propria vita:
“Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret… Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia. Chiediamoci: sto imparando a leggere la mia vita? Oppure ho paura a farlo?”
Nell’omelia il papa ha sottolineato l’importanza del sacerdozio per i fedeli: “E’ un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: non una volta ogni venticinque anni (speriamo!) ma in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono. ‘Ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre’: ecco il popolo di Dio. Questo regno di sacerdoti non coincide con un clero”.
Il sacerdozio coincide con una nuova visione di popolo: “Il ‘noi’ che Gesù plasma è un popolo di cui non vediamo i confini, in cui cadono i muri e le dogane. Colui che dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ ha squarciato il velo del tempio e ha in serbo per l’umanità una città- giardino, la nuova Gerusalemme che ha porte sempre aperte. Così, Gesù legge e ci insegna a leggere il sacerdozio ministeriale come puro servizio al popolo sacerdotale, che abiterà presto una città che non ha bisogno di tempio”.
L’anno giubilare è un nuovo inizio: “L’anno giubilare rappresenta così, per noi sacerdoti, una specifica chiamata a ricominciare nel segno della conversione. Pellegrini di speranza, per uscire dal clericalismo e diventare annunciatori di speranza. Certo, se Alfa e Omega della nostra vita è Gesù, anche noi potremo incontrare il dissenso da Lui sperimentato a Nazaret. Il pastore che ama il suo popolo non vive alla ricerca di consenso e approvazione a ogni costo. Eppure, la fedeltà dell’amore converte, lo riconoscono per primi i poveri, ma lentamente inquieta e attrae anche gli altri”.
E’ un invito a ‘ritornare’ a Nazareth: “Siamo qui radunati, carissimi, a fare nostro e ripetere questo ‘Sì, Amen!’ E’ la confessione di fede del popolo di Dio: ‘Sì, è così, tiene come una roccia!’ Passione, morte e risurrezione di Gesù, che ci apprestiamo a rivivere, sono il terreno che sostiene saldamente la Chiesa e, in essa, il nostro ministero sacerdotale. E che terreno è questo? In che humus noi possiamo non soltanto reggere, ma fiorire? Per comprenderlo bisogna ritornare a Nazaret, come intuì tanto acutamente San Charles de Foucauld”.
Ma occorre essere ‘innamorati’ della Parola di Dio: “Abbiamo qui evocate almeno due abitudini: quella a frequentare la sinagoga e quella a leggere. La nostra vita è sostenuta da buone abitudini. Esse possono inaridirsi, ma rivelano dov’è il nostro cuore. Quello di Gesù è un cuore innamorato della Parola di Dio: a dodici anni lo si capiva già e ora, divenuto adulto, le Scritture sono casa sua. Ecco il terreno, l’humus vitale che troviamo diventando suoi discepoli”.
La Sacra Scrittura offre ad ognuno una Parola da portare a termine: “Cari sacerdoti, ognuno di noi ha una Parola da adempiere. Ognuno di noi ha un rapporto con la Parola di Dio che viene da lontano. Lo mettiamo a servizio di tutti solo quando la Bibbia rimane la nostra prima casa. Al suo interno, ciascuno di noi ha delle pagine più care. Questo è bello e importante!
Aiutiamo anche altri a trovare le pagine della loro vita: forse gli sposi, quando scelgono le Letture del loro matrimonio; o chi è nel lutto e cerca dei brani per affidare alla misericordia di Dio e alla preghiera della comunità la persona defunta. C’è una pagina della vocazione, in genere, all’inizio del cammino di ciascuno di noi. Per suo tramite, Dio ci chiama ancora, se la custodiamo, perché non si intiepidisca l’amore”.
E’ un invito ad invocare lo Spirito Santo: “E’ questo lo Spirito che invochiamo sul nostro sacerdozio: ne siamo stati investiti e proprio lo Spirito di Gesù rimane silenzioso protagonista del nostro servizio. Il popolo ne avverte il soffio quando in noi le parole diventano realtà. I poveri, prima degli altri, e i bambini, gli adolescenti, le donne e anche coloro che nel rapporto con la Chiesa sono stati feriti, hanno il ‘fiuto’ dello Spirito Santo: lo distinguono da altri spiriti mondani, lo riconoscono nella coincidenza in noi tra l’annuncio e la vita.
Noi possiamo diventare una profezia adempiuta, e questo è bello! Il sacro Crisma, che oggi consacriamo, sigilla questo mistero trasformativo nelle diverse tappe della vita cristiana. E attenzione: mai scoraggiarsi, perché è un’opera di Dio. Credere, sì! Credere che Dio non fallisce con me! Dio non fallisce mai. Ricordiamo quella parola nell’Ordinazione: «Dio porti a compimento l’opera che in te ha iniziato». E lo fa”.
E’ un invito a compiere l’opera di Dio: “E’ l’opera di Dio, non la nostra: portare ai poveri un lieto messaggio, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, la libertà agli oppressi. Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle.
E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo, senza suonare il corno né la tromba: in una dedizione non gridata, ma radicale e gratuita”.
Al contempo ha invitato ad essere ‘operai’ di Dio: “Dio solo sa quanto la messe sia abbondante. Noi operai viviamo la fatica e la gioia della mietitura. Viviamo dopo Cristo, nel tempo messianico. Bando alla disperazione! Restituzione, invece, e remissione dei debiti; ridistribuzione di responsabilità e di risorse: il popolo di Dio si attende questo. Vuole partecipare e, in forza del Battesimo, è un grande popolo sacerdotale. Gli oli che in questa solenne celebrazione consacriamo sono per la sua consolazione e la gioia messianica”.
Ma per essere ‘operai’ è necessario assaporare la ‘gioia’ di Dio: “Il campo è il mondo. La nostra casa comune, tanto ferita, e la fraternità umana, così negata, ma incancellabile, ci chiamano a scelte di campo. Il raccolto di Dio è per tutti: un campo vivo, in cui cresce cento volte più di quello che si è seminato. Ci animi, nella missione, la gioia del Regno, che ripaga ogni fatica. Ogni contadino, infatti, conosce stagioni in cui non si vede nascere nulla. Non ne mancano anche nella nostra vita. È Dio che fa crescere e che unge i suoi servi con olio di letizia”.
Ed infine ha chiesto ai fedeli la preghiera: “Cari fedeli, popolo della speranza, pregate oggi per la gioia dei sacerdoti. Venga a voi la liberazione promessa dalle Scritture e alimentata dai Sacramenti. Molte paure ci abitano e tremende ingiustizie ci circondano, ma un mondo nuovo è già sorto. Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio, Gesù. Egli unge le nostre ferite e asciuga le nostre lacrime”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita ad essere pellegrini di speranza
“Mosso dallo Spirito, (Simeone) si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”: anche oggi è stata pubblicata la catechesi dell’udienza generale che papa Francesco avrebbe dovuto tenere nell’Aula Paolo VI, annullata per il protrarsi del suo ricovero al Policlinico Gemelli.
Nel testo il papa ha sviluppato una riflessione sulla presentazione di Gesù al Tempio con l’invito ad essere come i genitori di Gesù, obbedienti alla legge di Dio: “Nei racconti dell’infanzia di Gesù, l’evangelista Luca ci mostra l’obbedienza di Maria e Giuseppe alla Legge del Signore e a tutte le sue prescrizioni. In realtà, in Israele non c’era l’obbligo di presentare il bambino al Tempio, ma chi viveva nell’ascolto della Parola del Signore ed ad essa desiderava conformarsi, la considerava una prassi preziosa”.
Era un atto di affidamento a Dio: “Così aveva fatto Anna, madre del profeta Samuele, che era sterile; Dio ascoltò la sua preghiera e lei, avuto il figlio, lo condusse al tempio e lo offrì per sempre al Signore. Luca dunque racconta il primo atto di culto di Gesù, celebrato nella città santa, Gerusalemme, che sarà la meta di tutto il suo ministero itinerante a partire dal momento in cui prenderà la ferma decisione di salirvi, andando incontro al compimento della sua missione”.
Però Maria e Giuseppe non affidano il proprio Figlio a Dio, ma Lo educano ed al contempo anche loro si educano: “Maria e Giuseppe non si limitano a innestare Gesù in una storia di famiglia, di popolo, di alleanza con il Signore Dio. Essi si occupano della sua custodia e della sua crescita, e lo introducono nell’atmosfera della fede e del culto. E loro stessi crescono gradualmente nella comprensione di una vocazione che li supera di gran lunga”.
Fecero ugualmente Anna e Simeone: “Nel Tempio, che è ‘casa di preghiera’, lo Spirito Santo, parla al cuore di un uomo anziano: Simeone, un membro del popolo santo di Dio preparato all’attesa e alla speranza, che nutre il desiderio del compimento delle promesse fatte da Dio a Israele per mezzo dei profeti.
Simeone avverte nel Tempio la presenza dell’Unto del Signore, vede la luce che rifulge in mezzo ai popoli immersi ‘nelle tenebre’ e va incontro a quel bambino che, come profetizza Isaia, ‘è nato per noi’, è il figlio che ‘ci è stato dato’, il ‘Principe della pace’, secondo la profezia di Isaia”.
In tal modo Simeone può ‘abbandonarsi’ nelle braccia di Dio attraverso la preghiera di lode: “Simeone abbraccia quel bambino che, piccolo e indifeso, riposa tra le sue braccia; ma è lui, in realtà, a trovare la consolazione e la pienezza della sua esistenza stringendolo a sé. Lo esprime in un cantico pieno di commossa gratitudine, che nella Chiesa è diventato la preghiera al termine della giornata”.
Questo può avvenire perché egli è testimone della fede: “Simeone canta la gioia di chi ha visto, di chi ha riconosciuto e può trasmettere ad altri l’incontro con il Salvatore di Israele e delle genti. E’ testimone della fede, che riceve in dono e comunica agli altri; è testimone della speranza che non delude; è testimone dell’amore di Dio, che riempie di gioia e di pace il cuore dell’uomo.
Colmo di questa consolazione spirituale, il vecchio Simeone vede la morte non come la fine, ma come compimento, come pienezza, la attende come ‘sorella’ che non annienta ma introduce nella vita vera che egli ha già pregustato e in cui crede”.
Lo stesso avviene per Anna: “Lo stesso succede anche ad Anna, donna più che ottuagenaria, vedova, tutta dedita al servizio del Tempio e consacrata alla preghiera. Alla vista del bambino, infatti, Anna celebra il Dio d’Israele, che proprio in quel piccolo ha redento il suo popolo, e lo racconta agli altri, diffondendo con generosità la parola profetica. Il canto della redenzione di due anziani sprigiona così l’annuncio del Giubileo per tutto il popolo e per il mondo”.
Quindi il papa ha concluso il testo con l’invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Nel Tempio di Gerusalemme si riaccende la speranza nei cuori perché in esso ha fatto il suo ingresso Cristo nostra speranza. Cari fratelli e sorelle, imitiamo anche noi Simeone ed Anna, questi ‘pellegrini di speranza’ che hanno occhi limpidi capaci di vedere oltre le apparenze, che sanno ‘fiutare’ la presenza di Dio nella piccolezza, che sanno accogliere con gioia la visita di Dio e riaccendere la speranza nel cuore dei fratelli e delle sorelle”.
Intanto oggi, con un chirografo firmato lo scorso 11 febbraio, il papa ha istituito la ‘Commissio de donationibus pro Sancta Sede’, una nuova commissione “il cui compito specifico è quello di incentivare le donazioni con apposite campagne presso i fedeli, le Conferenze episcopali e altri potenziali benefattori, sottolineandone l’importanza per la missione e per le opere caritative della Sede Apostolica, nonché reperire finanziamenti da volenterosi donatori per specifici progetti presentati dalle Istituzioni della Curia romana e dal Governatorato dello Stato Città del Vaticano, ferme restando l’autonomia e le competenze proprie di ciascun Ente, secondo la normativa vigente”.
Nell’adempiere le sue funzioni la Commissione, avrà la funzione di “strumento di coordinamento di altre modalità di raccolta di fondi, istituzionalizzate o meno, come i contributi ai sensi del can. 1271 oppure l’Obolo di San Pietro, rispettando la natura e la finalità dei singoli Istituti”.
Giubileo: Ospitalità Religiosa in prima linea con tariffe accessibili e previsioni di crescita
Il Giubileo ha acceso i riflettori sul sistema ricettivo di Roma e del Lazio, portando all’attenzione pubblica interrogativi sulla capacità delle strutture di accogliere la grande domanda di soggiorni, con un focus particolare sui prezzi praticati. L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana ha condotto un’indagine tra i gestori delle case religiose e non-profit di ospitalità (presenti sul portale ospitalitareligiosa.it), con l’obiettivo di analizzare le tariffe proposte ai pellegrini diretti nella capitale. I risultati mostrano un panorama inaspettato rispetto al mercato delle strutture ‘laiche’.
Nella città di Roma, una camera doppia viene offerta mediamente da queste strutture ad € 86 a notte, una singola ad € 54. In provincia, i costi si abbassano ulteriormente, con una media di € 67 per la doppia ed € 39 per la singola. Ancora più contenuti i prezzi nelle altre province del Lazio, con tariffe rispettivamente di € 65 ed € 39.
Questa offerta accessibile permette a numerosi pellegrini con budget ridotto di organizzare il proprio soggiorno in occasione del Giubileo. A pieno regime, le strutture religiose nella sola città di Roma hanno la capacità di accogliere circa 2.000.000 pellegrini all’anno, per un totale di quasi 8.000.000 presenze.
Ma cosa pensano i gestori delle case religiose e non-profit sull’attuale andamento dei flussi e sulle prospettive dell’anno? Il 68% di loro riferisce che le prenotazioni stanno procedendo come o meglio del previsto. Un dato significativo è l’incremento medio delle presenze stimato mediamente intorno al +24% rispetto al 2024.
Il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi, ha commentato i dati del sondaggio affermando che “Il Giubileo rappresenta un momento straordinario non solo per la fede, ma anche per l’accoglienza. Le case religiose si confermano un pilastro insostituibile dell’ospitalità nella capitale, garantendo tariffe accessibili e un’accoglienza autentica.
Questa rete di strutture dimostra come sia possibile coniugare sostenibilità economica e vocazione al servizio, consentendo a milioni di pellegrini di vivere un’esperienza unica nel cuore della cristianità, a cui si aggiunge la moltitudine di progetti caritatevoli che questi introiti andranno ad alimentare”.
Da Modena mons. Castellucci invita a vivere con speranza la morte
“Dopo il ritorno, il forte paga il debito con la morte. L’asciutta scritta latina dell’ultima scena del bassorilievo di Wiligelmo, nell’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena, commenta così la morte di San Geminiano, avvenuta il 31 gennaio del 397, al ritorno dal suo viaggio a Costantinopoli, dove ‘il forte’ aveva guarito la figlia dell’imperatore. Il vescovo, secondo la tradizione, aveva 84 anni, all’epoca un’età molto avanzata: di qui deriva quella scritta, che fa pensare ad un passaggio dovuto (‘debito’), ma ormai atteso e naturale, senza la drammaticità da cui spesso è segnato l’ultimo respiro”.
Così inizia la lettera alla città (‘Più forte della morte è l’amore. La speranza non delude’) del vescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, in occasione della festa del patrono san Geminiano, diacono del vescovo Antonio al quale successe per scelta dei suoi concittadini. Nel 390 (o, secondo altre datazioni nel 393) fu presente al concilio dei vescovi dell’Italia settentrionale, presieduto da sant’Ambrogio per condannare l’eretico Gioviniano. Per questo fu molto impegnato, insieme con altri vescovi della Romagna (san Mercuriale di Forlì, san Rufillo di Forlimpopoli, san Leo di Montefeltro e san Gaudenzio di Rimini), a combattere l’eresia ariana, molto diffusa in quella zona.
Nella lettera mons. Castellucci ha sottolineato che nel giorno della sua morte i concittadini non avevano un volto ‘triste’, in quanto era considerato come una nascita: “I personaggi che attorniano Geminiano, nella scena, mostrano infatti volti tristi ma non disperati e sono intenti a compiere i riti funebri in modo pacato. D’altronde il giorno della morte di un martire o, come nel caso del nostro patrono, di un cristiano con la fama di santità, veniva chiamato il ‘dies natalis’, il giorno della nascita”.
Appunto, la lettera prende spunto dal significato della morte: “Nella nostra cultura occidentale, piuttosto efficientista, vige una sorta di censura della morte e del morire. Siamo certo convinti della fragilità della condizione umana, così come la dipinge la Bibbia: ‘come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce’;
eppure i meccanismi di difesa che si attivano di fronte all’ultima soglia sono parecchi: alcuni reagiscono al pensiero della morte cercando di scacciarlo, di distrarsi e magari anche di stordirsi; c’è chi cade nel cinismo, maturando un’indifferenza di tipo stoico che vorrebbe raggiungere l’insensibilità, così da evitare la sofferenza; e c’è chi rimanda la questione a tempi peggiori, auspicando di doverla affrontare il più tardi possibile, quando sarà purtroppo inevitabile, o affidandosi eventualmente alla scaramanzia o alle pratiche magiche e superstiziose”.
E’ un invito a vivere la morte senza angoscia, come ha fatto san Francesco o sant’Alfonso de’ Liguori: “Pochissimi, è vero, arriverebbero a definire la morte con l’affettuoso appellativo di ‘sorella’, come fece san Francesco d’Assisi otto secoli fa nel ‘Cantico delle creature’; e tuttavia molte persone la sostengono con dignità, senza cadere nella disperazione e, quando possibile, cercando di prepararsi. Uno dei libri più diffusi e letti per due secoli, da quando lo pubblicò nel 1758, è appunto ‘Apparecchio alla morte’ di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: un manuale corposo, che offre tanti suggerimenti su come ci si possa avvicinare nella maniera più adeguata a questa soglia”.
Per questo il cristianesimo invita a vivere la morte come segno di speranza: “La fede cristiana, da parte sua, offre una prospettiva di grande speranza: la morte non è un muro contro cui vanno ad infrangersi sogni, sacrifici, desideri, sofferenze e gioie, progetti e speranze; è piuttosto un ponte, alto e vertiginoso, che conduce a un’altra sponda, dove troverà pienezza ciò che è stato costruito giorno per giorno nella vita terrena. Tutti i germi di amore e di bene, tutti i gesti di solidarietà e di giustizia, avranno compimento. Cristo arriva a dire che nemmeno il dono di un bicchiere di acqua fresca resterà senza ricompensa”.
La morte si trasforma nella resurrezione: “Per chi crede nel Signore morto e risorto, la morte è ormai parola penultima: inquietante e tuttavia penultima. L’ultima parola è la vita, la risurrezione, l’amore che vince. La speranza nella vita eterna sostiene i credenti e apre prospettive per tutti, anche per le moltitudini che in questa vicenda terrena sono emarginate e scartate, subiscono angherie e ingiustizie, nascono e vivono in situazioni svantaggiate e degradate. Se la morte fosse davvero la fine di tutto, non ci sarebbe riscatto per loro e trionferebbero per sempre coloro che operano il male. Questa è la ‘grande speranza’ cristiana: non solo per se stessi e per i propri cari, ma per tutti gli esseri umani”.
Anche la diffusione delle cure palliative offre una visione più aperta ed il vescovo ha invitato a potenziare queste esperienze per sconfiggere la cultura di morte: “Queste esperienze devono essere potenziate: oggi il sostegno economico è insufficiente ed è ripartito in modo diseguale sul territorio italiano. Coloro che vi operano, attestano che l’accompagnamento alla morte, sia del malato sia dei familiari, dei volontari e degli stessi operatori sanitari, può assumere una qualità e una profondità impensabili.
Più si creano reti di relazione autentiche ed intense attorno alla persona che si sta avvicinando alla morte e nei suoi cari, meno si creano le condizioni per chiedere l’eutanasia o il suicidio assistito. Senza negare che certe sofferenze siano di per sé devastanti e difficilissime da sopportare (quindi senza mai cadere nei facili giudizi sulle scelte altrui) ciascuno di noi ha sperimentato come un dolore, anche forte, si possa attraversare evitando la disperazione, quando si è sostenuti da una mano amica”.
E’ stato un invito a creare reti di ‘prossimità’ in grado di formare i ‘pellegrini di speranza’: “Il nostro territorio modenese è ricchissimo di esperienze di prossimità, anche nell’ambito dell’accompagnamento di coloro che percorrono l’ultimo tratto di vita e dei loro cari.
Sono migliaia le case nelle quali un familiare è sostenuto premurosamente, sono centinaia le strutture di assistenza e di cura, non si contano le collaboratrici domestiche impegnate nell’aiuto agli anziani e agli ammalati ed è stupefacente la dedizione di tantissimi volontari, anche nelle nostre comunità cristiane, religiose e civili.
Non sarà mai sufficiente l’espressione della nostra gratitudine. In particolare desidero ricordare un’attività poco conosciuta delle parrocchie: la cura degli ammalati, delle persone sole e dei familiari di chi subisce lutti”.




























