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Domenica delle Palme: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’

La Domenica delle Palme unisce insieme il trionfo regale di Cristo Gesù, che a Gerusalemme viene accolto dalla folla osannante con rami di ulivo e palme al grido profetico: ‘Benedetto colui che viene, il re d’Israele, nel nome del Signore’ ed il racconto drammatico della passione e morte di Gesù in croce, dopo avere subito un duplice processo: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, e quello politico presieduto dal governatore romano Ponzio Pilato.

Gesù entra a Gerusalemme mentre la folla osannante stende i mantelli a terra, agita rami di ulivo in segno di gioia, di pace, d’amore; gli Apostoli pregustano la gioia pasquale mentre lieti si stringono al maestro dicendo: Gesù, vedi la folla come ti vuol bene. Gesù non si illude e risponde agli Apostoli: ancora pochi giorni e questa stessa folla griderà: crocifiggilo, non abbiamo altro re che Cesare.

Non passerà una generazione, dirà Gesù con le lacrime negli occhi, e di questa città non resterà una pietra sull’altra: tutto sarà distrutto. (La predizione si avvera nell’anno 70 d.C. quando i romani metteranno Gerusalemme a ferro e fuoco, il Tempio sarà distrutto e troveranno la morte, dice lo storico Giuseppe Flavio, più di 800.000 mila ebrei). 

La folla aveva assistito alla guarigione del cieco nato, alla risurrezione di Lazzaro morto e seppellito da quattro giorni, ed intravedeva in Gesù, a ragione, il Messia predetto dai Profeti. Gesù però non si illude, piange sulla città. Questo popolo oggi grida ‘Osanna’, ancora pochi giorni e griderà davanti a Ponzio Pilato. ‘Crocifiggilo, libera Barabba, che era un omicida; non abbiamo altro re che Cesare’.  La lettura biblica della passione e morte di Gesù evidenzia due processi: uno religioso dove Gesù è accusato di essersi proclamato ‘Figlio di Dio’; ma Gesù ribadisce: se non credete alle mie parole, credete alle opere; esse testimoniano di me.

Ma il Sommo Sacerdote si strappa le vesti dicendo: ‘ha bestemmiato’ ed a lui fanno eco i componenti del Sinedrio dicendo: ‘è reo di morte’. Una sentenza di morte però non poteva avere seguito senza la convalida del Governatore Romano, da qui il secondo processo davanti a Ponzio Pilato. L’accusa ora non può essere a carattere religioso ma politico; davanti a Pilato l’accusa contro Gesù è diversa: ‘dice di essere re! Noi non abbiamo altro re che Cesare; tu, governatore romano, devi punirlo con la condanna  morte perché Gesù è contro Cesare’.

Pilato si accorge che le accuse erano tutte fasulle ed interroga Gesù: ‘Sei tu re del Giudei?’; Gesù non negò, confermò dicendo: ‘Sono re, ma il mio regno non è di questo mondo!’. Pilato si accorge che tutto il processo era una farsa e, volendo liberare Gesù, fa una proposta: in occasione della pasqua ho sempre liberato un prigioniero; chi volete che io vi liberi: Gesù o Barabba, che era in carcere per omicidio. La folla, aizzata, grida: ‘Barabba, e crocifiggi Gesù’.

Nel racconto del Vangelo due particolari: un pentimento e un suicidio: il pentimento di Pietro, che aveva rinnegato Gesù davanti alla portinaia;  Gesù lo guarda, Pietro esce fuori  e piange amaramente il suo peccato. Il suicidio di Giuda: dopo avere tradito Gesù ed averlo venduto per trenta denari, si accorge del suo gravissimo peccato, uscì fuori ed andò ad impiccarsi; Gesù l’aveva chiamato: ‘Amico, con un bacio mi tradisci?’  Pilato, temendo di essere accusato a Cesare, si lava le mani e, da giudice inetto,  consegna Gesù ai suoi crocifissori.

I soldati intrecciarono subito una corona di spine per deridere il re dei Giudei. Pilato stesso scriverà la motivazione della condanna: ‘I. N. R. I. – Gesù nazareno re dei Giudei’. Roma così,  la tutrice del Diritto, la Città chiamata a dare la legge a tutti i popoli civili, si macchia di un delitto nefando ed atroce calpestando “il Diritto”, mentre il giudice se ne lava le mani. Oggi, carissimi amici, è una giornata assai triste ma Gesù l’ha permesso per essere la vittima pura, santa ed immacolata che ha aperto a noi le porte del Regno dei Cieli.

Se noi siamo cristiani, il nuovo popolo di Dio, è grazie al sacrificio di Gesù in croce che il mondo si è riconciliato con Dio, la terra con il cielo.  Purtroppo siamo tutti figli del peccato, ma le scelte sono due: o quella di Giuda, che andò ad impiccarsi, o quella di Pietro che pianse il suo peccato e Gesù risorto lo riabilitò dicendo: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’.

Su Pietro pentito, su questa Pietra è nata la Chiesa di Cristo, che è ‘Una, Santa, Cattolica ed Apostolica’. Di questa Chiesa, grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo tutti parte integrante. La Fede in Dio, la Speranza del Regno e la Carità: l’amore verso Dio e i fratelli, deve sempre unirci ed affratellarci. Allora e solo allora è veramente Pasqua di risurrezione.  

Quaresima alla luce della Parola di Dio

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Da Gerusalemme un appello al mondo per la Pasqua

“Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato. Tra le altre, il card. Pierbattista Pizzaballa ha ringraziato per 0’la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede’, aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo…

Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti. Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.

Infatti poche ore prima il patriarca di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, aveva annunciato la chiusura dei Luoghi sacri da parte delle autorità israeliane per la sicurezza: “A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro”.

A causa della situazione bellica è stata annullata anche la processione della domenica dell palme: “La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire. La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso. Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali”.

Però ha invitato a non scoraggiarsi: “Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. E’ una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera”.

E’ stato un invito a ‘pregare sempre, senza stancarsi mai’: “Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto. Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla”.

L’invito è fissato sabato prossimo: “Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia”.

Una preghiera per ricordare che la Pasqua alimenta la speranza: “La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza”.

Queste parole sono state anticipate da quelle dell’Amministratore Delegato, Sami El-Yousef: “La guerra è iniziata sabato, circa dodici giorni fa, e si è distinta per la rapidità con cui la situazione si è sviluppata. All’improvviso sono risuonate le sirene, c’è stata grande confusione e ci è stato chiesto di recarci nei rifugi. Razzi e aerei sorvolavano le nostre teste e la situazione è diventata estremamente drammatica in pochissimo tempo.

E’ tuttavia importante sottolineare che già mercoledì metà dei dipendenti era tornata al lavoro qui nella sede centrale, nel centro storico di Gerusalemme. Entro venerdì, tutto il nostro personale era tornato al lavoro, nonostante fosse stato dichiarato lo stato di emergenza e alla popolazione fosse stato praticamente chiesto di restare a casa per la maggior parte del tempo ed evitare di uscire all’aperto”.

E’ una testimonianza importante: “Questa è per tutti noi del Patriarcato Latino qui a Gerusalemme una testimonianza importante: siamo qui per servire e siamo qui per restare. La guerra non ci impedirà di continuare a offrire questi servizi alle migliaia di persone che ne dipendono. Continueremo a essere presenti per garantire la continuità del nostro lavoro e fare in modo che non venga interrotto, soprattutto in tempo di guerra, quando così tante persone soffrono”.

Significa che la Chiesa è sempre presente: “La Chiesa, dunque, si erge con orgoglio anche nei momenti di crisi, come ha fatto in tutte le crisi precedenti. Siamo orgogliosi di tutto il personale che presta servizio qui a Gerusalemme e in tutte le diocesi dei diversi Paesi in cui operiamo… Siamo qui per servire e continueremo a farlo”.

Quinta domenica di Quaresima: Io sono la risurrezione e la vita

I brani del Vangelo delle domeniche di Quaresima sono immagini vive con le quali Gesù indica il Battesimo: il sacramento che ci conferisce la luce vera, il sacramento che disseta per la vita eterna, il sacramento che conferisce la vera vita (la vita eterna). Davanti a Dio esiste la vita, l’uomo vivo: gli uomini vivi, prima della morte del corpo, gli uomini vivi ,dopo la morte del corpo. La nostra vita ha due momenti: uno terreno, l’altro celeste; ma l’uomo è sempre vivo davanti a Dio, che ci ha creati e redenti per possedere la vita eterna.

Il miracolo riportato nel Vangelo: ‘la risurrezione di Lazzaro’ è un segno eclatante di questa verità; Gesù dice a Maria: ‘Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me non muore ma  vive per la vita eterna’. Alla vigilia della sua passione e morte in croce, Gesù evidenzia questa verità con la risurrezione di Lazzaro: se credi vedrai trasformarsi  la tomba in un giardino, le tenebre in luce, la morte in vita eterna. Gesù evidenzia così la verità di Dio, la nuova realtà. Ecco perché la risurrezione di Lazzaro è una lezione di vita che Gesù fa non solo alle due sorelle Marta e Maria  ma anche ai suoi dodici Apostoli e alla sua Chiesa.

Da qui diventa comprensibile l’agire di Gesù nel racconto del brano biblico: l’amico Lazzaro ammalato stava per morire e Gesù non trovò di meglio che indugiare. Il ritardo di Dio non è mai un ritardo d’amore ma è la maniera di rivelare il suo vero amore. A Betania l’incontro di Gesù con le due sorelle è drammatico ed anche pieno di tenerezza; Marta dice: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto’. Le sorelle piangono, Gesù si commuove e ricorda che Dio è il Dio della vita: ‘Io sono la risurrezione e la vita; se credi, tuo fratello risorgerà’.

Gesù annuncia la risurrezione vera, autentica; la risurrezione di Lazzaro vuole essere un segno chiaro che Gesù ha vinto la morte, questa perciò non deve fare paura all’uomo che crede perché è stato creato per la vita eterna. Può sembrare strano ma a Gesù non interessa tanto riportare Lazzaro in vita quanto ridestare in Maria e Marta la fede nella risurrezione. La paura della morte non deve avere il sopravvento sull’angoscia del dolore ma farci prendere coscienza che Dio è grande e misericordioso.

Lazzaro oggi può risuscitare ed essere restituito alla vita e alla famiglia; ma se oggi risuscita, un altro giorno morirà; ma l’amore di Dio ha creato l’uomo per la felicità eterna. Gesù, d’amico, vero Dio, interviene, consola le due sorelle e dà la prova eclatante della sua affermazione: ‘Io sono la risurrezione e la vita’; ciò che necessita è la fede in Dio e l’amore verso Dio e i fratelli in nome di Dio. 

Con il Battesimo ci siamo innestati a Cristo per diventare una grande famiglia; alla sua Chiesa Gesù invita a pregare ‘Padre nostro che sei nei cieli’; allora come Gesù ebbe a dire ai suoi ‘andiamo a Gerusalemme, là il Figlio dell’uomo sarà dato in mano ai suoi nemici, condannato a morte, flagellato e crocifisso, però il terzo giorno risusciterò’ così sarà per ogni uomo che crede ed ama. La risurrezione di Lazzaro vuole essere un segno chiaro della verità di Dio. Dio è il Dio della vita, Gesù viene per salvare l’uomo e dargli la vita eterna.

L’intervento di Dio si manifesta, come in Lazzaro, in tre momenti: a) togliere la pietra, b) l’intervento di Dio; c) liberatelo e lasciatelo andare. E’ necessario scandire questi tre momenti, come tre gradini, per entrare nella vita eterna. Gesù, dice il Vangelo, si fa accompagnare dalle due sorelle alla tomba: c’è tanta gente accorsa per consolare le due sorelle rimaste prive dell’unico fratello. Gesù, come uomo, piange l’amico Lazzaro, tanto che la gente esclama: vedi come l’amava!

Gesù interviene ora come Figlio di Dio: a) togliete la pietra; rotolate via i macigni del vostro cuore, le pietre sotto le quali tante volte giace la vostra anima: egoismo, orgoglio, incapacità di perdonare, mancanza di amore. Aprite il cuore e rivestitevi dell’abito della purezza e della santità: l’abito bianco del battesimo. B) Lazzaro, vieni fuori!

E’ un comando perentorio, un comando divino; Lazzaro, lascia le tenebre e vieni dove c’è la luce, il sole, la primavera. Vieni dove c’è la vita. Una mamma non partorisce un figlio perché un giorno possa morire ma nella gioia, nell’abbraccio materno. Così Gesù chiama Lazzaro per restituirlo alla famiglia, alla società, all’amore. C) Liberatelo e lasciatelo andare: oggi Gesù invita ciascuno di noi a spiegare le ali al vento, liberare l’anima dalla maschera, dalle grette paure e con fede vera e profonda invita a seguire Cristo che ci ripete: ‘Io sono la Via, la Verità e la Vita’. 

Tre momenti che fanno dell’uomo l’autentico cristiano, seguace di Cristo che con voce alta e forte avvisa: ‘Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me ha la vita eterna’.  La morte fisica, la morte del corpo è solo il momento del passaggio dalla vita limitata nello spazio e nel tempo, alla vita eterna. Le sofferenze fisiche, la stessa morte non è un segno di punizione divina perché Dio è padre e misericordia infinità. 

Come Cristo, divenuto nostro fratello è risorto, anche noi, dopo aver salito il Calvario della nostra esperienza terrena, risusciteremo. Ecco perché Gesù ci ripete: ‘Non temere, piccolo gregge, io sarò con voi sino alla fine del mondo. Non vi lascio orfani. Certo ,siamo uomini e la morte è il punto di demarcazione tra la terra e il cielo: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, non diventerà mai una florida spiga. La risurrezione di Lazzaro ci accompagnerà alla settimana santa che si conclude non il Venerdì santo con la crocifissione, ma con la Domenica di risurrezione: la Pasqua di Cristo risorto.

Musica e spiritualità a Specchia: il coro ‘Ala di Riserva’ presenta ‘E’ giunta l’ora’

La Parrocchia ‘Presentazione Vergine Maria’ di Specchia e l’Associazione Ala di Riserva di Alessano comunicano che sabato 21 marzo alle ore 19.30, presso la Chiesa Madre, in Via Umberto I, sarà possibile assistere a ‘E’ giunta l’ora’, una serata di meditazioni e canti sulla Passione di Gesù Cristo, per un momento di raccoglimento e riflessione attraverso musica e parole, che permetterà di vivere un momento di alta intensità culturale e religiosa, a cura del Coro ‘Ala di Riserva’, diretto dal Maestro Sergio Filippo.

Il programma proposto dal gruppo corale, curato dal Maestro Sergio Filippo, accompagnerà il pubblico in un percorso spirituale dedicato ai momenti più significativi del mistero pasquale. L’obiettivo dell’iniziativa è trasformare il linguaggio artistico in uno strumento di preghiera e contemplazione, creando un’esperienza di ascolto profondo e interiorità nel cuore della comunità di Specchia.

Il coro ‘Ala di Riserva (dal titolo della preghiera di mons. Tonino Bello), composto da circa cinquanta elementi è nato nel 2013 ad Alessano, terra natale del vescovo di Molfetta, rappresenta oggi una realtà d’eccellenza. Il gruppo corale riflette un autentico spaccato della società civile, unendo voci di artigiani, professionisti, casalinghe e pensionati in un unico, armonioso strumento musicale. Con un repertorio che spazia dalla musica sacra alla profana dal XVI al XX secolo, il complesso di voci vanta una storia ricca di prestigiosi traguardi nazionali e internazionali.

Nella memoria dei componenti del coro, restano impressi i momenti vissuti nel 2018, anno in cui la formazione ha accompagnato il 20 aprile la visita apostolica di papa Francesco ad Alessano sulla tomba di mons. Tonino Bello e il 1° dicembre ha partecipato all’udienza speciale in Aula Paolo VI di ringraziamento, trasmessa in diretta su TV2000, dove il coro ha ricevuto il plauso personale del pontefice.

Il 3 gennaio 2024, rendendo omaggio al frate poverello e al venerabile mons. Tonino Bello, cantando la speranza e la pace, la formazione corale si è esibita nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, confermando il proprio impegno nel coniugare l’arte canora con la testimonianza dei valori civili e spirituali.

Oltre alle solenni celebrazioni liturgiche, il Coro ‘Ala di Riserva’ ha saputo conquistare il grande pubblico televisivo, come avvenuto durante la partecipazione al programma ‘Linea Verde’ su RAI 1, esibendosi insieme a Lorella Cuccarini presso la cascata monumentale di Leuca.

Commissione Teologica: la relazione è il futuro dell’umanità

“La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza di grandezza e fragilità, che non può essere negata”: così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Quo vadis, humanitas?’, che riflette sulla ‘sfida epocale’ dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale, approvato da papa Leone XIV..

Il documento è un invito a leggere la complessità della contemporaneità senza ridurre alla semplificazione la realtà: “Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con responsabilità la propria identità esige di non semplificare l’umano”.

Quindi l’essere umano è un dono, che si rinnova: “Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede. E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre, diventando un compito intrasferibile.poveri,Appropriarsi di questo dono, dando forma alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originale ed unnico alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto all’interno di un ‘noi’, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in cui si cresce”.

Questa dignità trova il culmine nella Pasqua: “L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio… Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito”.

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il ‘sogno’ di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che ‘spinge a cercare una sintesi’ delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente (da papa san Giovanni XXIII a papa Francesco), il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di papa Leone XIV: “Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose, sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento nelle nostre mani”.

Quindi la tecnologia coinvolge la vita: “Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni… L’era digitale inaugura un nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella connessione globale”.

Tale ‘rivoluzione’ informatica cambia anche la conoscenza: “La rivoluzione dell’informazione (‘infosfera’) cambia il modo di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire l’agilità mentale e la creatività del singolo”.

Per questo il documento mette in guardia dal possibile ‘potere’ dell’Intelligenza Artificiale: “Ma il pericolo maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto”.

Ma è anche un’opportunità per la fede: “Le tecnologie digitali offrono molte opportunità alle religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a servizio della loro missione. La rete è oggi un ‘luogo’ dove si possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità inimmaginabili fino a poco fa”.

Però c’è anche il rischio che la fede diventi slegata dalla realtà e molto emotiva: “Si può anche dubitare del carattere autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network, specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario religioso.

Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi virtuali, allo spiritismo digitale e alle ‘false religioni’ tridimensionali”.

Ed ecco, in conclusione l’affidamento alla Madre di Dio: “Infatti, in Maria la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di un essere umano nella sua pienezza. Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la felicità della fede; il ‘sì’ affinché si compia la volontà di Dio e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro. Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera umanità”.

L’altra conclusione riguarda i poveri: “L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.

Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, ‘danni collaterali’, spazzati via senza pietà… Da ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti (come umili sentinelle) alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il valore umano della nostra vita”.

Quaresima orientale nella parrocchia di sant’Agostino a Reggio Calabria

I due lunghi tronchi erano scesi ignari dall’Aspromonte, dal territorio di Mosorrofa. Alla chiesa di Sant’Agostino, in quattro e quattr’otto, senza tante cerimonie, venivano inchiodati assieme. Una croce perfetta. Alta, solenne, impressionante. Era nuda, nodosa, con l’odore di bosco, prestandosi, così, ad accompagnare le celebrazioni della Quaresima e della Passione. Un lunghissimo velo violaceo fino a terra la vestiva di dignità. Diventerà color rosso-sangue alla Passione e poi, di un bianco luminoso, per Pasqua. Sì, l’albero della vita. Magnifico destino.

Ma se il legno della croce proveniva dai dintorni, l’impegno comunitario di Quaresima guarderà ben lontano, all’Estremo Oriente. La comunità parrocchiale di sant’Agostino si impegna quest’anno ad essere un segno di speranza per un Centro di bambini abbandonati, a Pleiku, nella diocesi di Komtum (Vietnam). E’ la prima volta che la nostra solidarietà si spinge così lontano. Ma, in verità, da così lontano è venuto un missionario vietnamita, che in quasi cinque anni si è fatto calabrese con i calabresi, fratello universale con migranti e autoctoni: padre Thao.

 I bambini a cui andrà la nostra solidarietà sono abbandonati dalle famiglie, a causa del SIDA, hanno una speranza di vita solo fino a 18 anni, per lo più. Sono un centinaio, tenuti da religiose, e soffrono la fame e la mancanza di cure. Ci hanno perfino inviato una lettera, conoscendo il nostro impegno, in lingua vietnamita: ‘Tanti ci scrivono, pochi ci aiutano. Grazie!’

Ai piedi della croce, uno scatolone attende i frutti del nostro digiuno, della nostra solidarietà oltre frontiera, a una decina di migliaia di km. Sarà un piccolo miracolo. Sì, la croce dei nostri boschi, finalmente, si illuminerà del suo valore. L’amore.

Papa Leone XIV invita a comportarsi in modo degno del Vangelo

“Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro, ho il piacere (un momento di benedizione) di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con ‘Le tentazioni’, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di san Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa”: parole conclusive di papa Leone XIV per ringraziare il predicatore di questi esercizi spirituali, mons. Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim.

Ed ha condiviso alcuni momenti di questa settimana: “Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia ‘Il sogno di Geronzio’, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.

Per concludere con l’ultima predicazione che ha concluso questa settimana con la lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita. E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi… Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.

Infine ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile gli esercizi spirituali: “A nome di tutti i presenti, allora, la ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni. La saggezza, questa testimonianza sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.

Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente. Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera. La musica (credo mons. Varden lo abbia detto in qualche momento) ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore”.

E nell’ultima meditazione mons. Varden  ha ricordato l’apertura del Concilio Vaticano II: “Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle ‘ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini’. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”.

Ed anche oggi compito del cristiano è quello di comunicare il Vangelo: “Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari”.

Le parole di Gesù sono chiare, ma non è un invito alla rassegnazione: “Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di ‘curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni’. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: Senza di me non potete far nulla”.

Però Gesù chiede a ciascuno di agire comunicando speranza: “Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti. Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”.

E, citando la storia della cantante Gracie Abrams, mons. Varden ha sottolineato che la Croce introduce nella realtà: “La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana;

contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di ‘salute’, usato per segnare la divisione tra vite ‘degne di essere vissute’ e vite ‘indegne’; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: Sarà sempre così”.

Attraverso la Croce Gesù comprende la nostra umanità: “La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. E’ lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla ‘produzione di conoscenza’. In questo mondo virtuale, i ‘fatti’ sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. E’ difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo”.

Questo è il Vangelo: “La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo”.

Ed ecco la conclusione con il salmo 90: “A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi”.

Ed ecco l’apertura sulla Pasqua: “La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, ‘modus gravis’, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. E’ una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.

E’ un invito ad avere gli occhi su Gesù risorto: “Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia”.

Prima Domenica di Quaresima: Gesù è tentato da Satana

Inizia la prima domenica di Quaresima, un tempo forte dell’anno liturgico, un periodo, come dice il nome, di 40 giorni durante i quali la liturgia ci invita a prepararci spiritualmente alla seconda festa dell’anno liturgico: la Pasqua di risurrezione. Il numero 40 è certamente simbolico: 4×10; tutta la realtà è chiamata con l’aiuto di Dio a rinnovarsi con segni di vera conversione. Il n. 4 sta ad indicare gli elementi costitutivi del creato (aria, terra, acqua, fuoco) che lasciati in balia di se stessi generano il caos; il n. 10 simboleggia Dio e indica che solo con l’aiuto di Dio si determina il cosmo, l’ordine, l’armonia, la pace, l’amore.

La Quaresima ci invita alla conversione, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana e dall’egoismo innato nell’uomo, passare all’amore, proprio di Dio; Dio infatti è amore: con un atto di amore ha creato cielo, terra e l’uomo a sua immagine e somiglianza. Con un gesto di amore sublime, dopo il peccato dei nostri progenitori, il Verbo eterno si incarnò e Gesù, vero Dio e vero uomo, muore in croce per salvarci; Cristo Gesù, risorto il terzo giorno, vince la morte e apre agli uomini le porte del Regno dei cieli.

Ogni rinnovamento dello spirito è preceduto  dall’opera umana sostenuta dalla grazia del cielo: 40 dove il 4 (l’uomo sintesi mirabile di tutto il creato) è sostenuto dal n. 10, cioè da Dio. La Quaresima essenzialmente è un richiamo a riconoscerci peccatori, fragili e limitati e a rivolgerci a Dio dicendo: ‘Signore, abbiamo peccato, perdonaci!’, Kirie, eleison!, Signore, pietà. Cosa fare allora? Ce lo indica in modo mirabile il Vangelo di questa domenica. Gesù viene tentato da Satana e il Maestro divino ci insegna come superare le tentazioni, che non mancheranno mai.

La tentazione nei momenti di bisogno. Gesù ebbe fame e il tentatore: ‘Se sei figlio di Dio fa che questa pietra diventi pane’; Gesù risponde con la sacra Scrittura (Parola di Dio): ‘Non di solo pane vive l’uomo’. La tentazione della vana gloria: ‘Se sei figlio di Dio, gettati giù: gli angeli ti sosterranno perché il tuo piede non inciampi’; Gesù risponde: ‘Sta scritto, non tenterai il Signore Dio tuo’, è Parola di Dio. La terza tentazione riguarda il potere: Tutto è mio, dice il tentatore, io metto tutto nelle tue mani se ti prostri e mi adori; e Gesù al tentatore: ‘Vattene, Satana! Sta scritto: Il Signore tuo Dio adorerai; a Lui solo renderai il culto’.

Gesù, nuovo Adamo, vince il tentatore sempre con la Parola di Dio, la Sapienza eterna con la quale Dio ha creato tutte le cose. Satana rimane quel tentatore che troviamo all’inizio della vita quando tentò i nostri progenitori : se mangiate il frutto della scienza del bene e del male, diventerete come Dio; potrete fare a meno di Dio perché tu, uomo, che conosci il bene e il male sei Dio. I nostri progenitori caddero nella rete diabolica; Gesù, viceversa, ci insegna come eludere e vincere le tentazioni: con la Parola di Dio che è luce; con la Parola di Dio che è Via, Verità e Vita mentre la parola del maligno è solo ingannatrice.

Le tre tipiche tentazioni che subì Gesù riassumono le tentazioni dell’uomo di ieri e di oggi. La tentazione radicale, di fondo, rimane sempre  la stessa: tu, uomo, non hai bisogno di Dio, tu sei Dio con la tua intelligenza e il tuo amore. Tentazione a cui anche oggi Satana spinge l’uomo debole e fragile  verso il materialismo ateo contro il quale l’uomo intelligente e consapevole dei propri limiti deve sempre battersi: non è questione di ‘mela’, le tentazioni di satana mirano solo ad allontanare da Dio, mettere in dubbio la sua esistenza, divinizzare l’io, il denaro, il sesso, il successo.

La tentazione dell’Eden non è cessata, tuttora è in atto nella storia. Il diavolo, come ha tentato i nostri progenitori, cercò di sedurre anche Gesù in cui vedeva solo l’uomo e non il Verbo eterno, Il Figlio incarnato. Gesù ha permesso di essere tentato per dare all’uomo un insegnamento efficace e perfetto: solo la parola di Dio salva; uniti a Cristo nello Spirito Santo si trova la forza di resistere, solo nella parola di Dio c’è salvezza.

L’uomo ieri come oggi si trova tra due poli di attrazione: o con Adamo o con Cristo Gesù; o con il peccato che ebbe inizio nell’Eden, nel giardino delle delizie e portò l’uomo a vivere tra tribolazioni e spine sino alla morte; o con Gesù Cristo, che si sacrificò per noi in croce insegnando a tutti il comandamento dell’amore, che non è il piacere o il sesso o il denaro ma è vivere vicino a Dio che è Amore, è Via, è Verità, è Vita, è salvezza eterna. Il peccato ieri come oggi dilaga attorno a noi, ti offre una porta larga da attraversare per finire con il sommergerti.

La via della Croce che Gesù, nuovo Adamo, ci offre è una porta stretta che ti immette nella gioia vera, nella coscienza serena mentre ti addita la meta gloriosa che è il Regno di Dio, la vita eterna. L’uomo, il cristiano è chiamato a fare ogni giorno la sua scelta, ‘ad astra per aspera’, se vuoi essere vero discepolo di Gesù è necessario prendere la propria croce e camminare; nel tuo cammino non sarai mai solo, Gesù assicura: siete stanchi, affaticati, afflitti, venite a me, io vi ristorerò. Da qui il suo dono: l’Eucaristia che celebriamo ed il dono di Maria, sua madre, come madre nostra. Confortati da questa presenza iniziamo il nostro cammino quaresimale.  

Papa Leone XIV: la Quaresima è un tempo per la comunità

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica… Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande”: nell’imposizione delle ceneri papa Leone XIV nella Basilica di Santa Sabina per l’avvio del cammino della Quaresima ha invitato tutti ad ascoltare la Parola di Dio.

Il papa ha sottolineato che la Quaresima è un tempo ‘forte’: “La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità… Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.

Tempo forte anche per il popolo: “Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”.

Ed ha messo in guardia dal peccato che nasce dal virtuale: “Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.

Opporre all’idolatria il Dio vivente, ci insegna la Scrittura, significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!”

Il riconoscere il peccato è una possibilità che Dio offre: “Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va”.

Ecco il fondamento missionario della Quaresima: “Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!’ Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”.

E’ stato un richiamo alla ‘pedagogia penitenziale’ di papa san Paolo VI: “Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Una profezia in cui si manifesta Dio verso la Pasqua: “Dov’è il loro Dio?, si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

In questo cammino i martiri tracciano la strada verso la Pasqua: “I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali , di cui questa di oggi è la prima, è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta (statio) presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato?”

Per questo è importante il digiuno per vedere la novità: “Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.

La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi, ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. E’ la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

E nel messaggio per la ‘Campanha da Fraternidade’ della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile il papa ha scritto: “Con l’intento di animare il popolo fedele in ogni percorso quaresimale, sono più di sessant’anni che la Chiesa in Brasile realizza la Campagna di Fraternità, momento in cui, come comunità di fede, rivolge la sua azione pastorale e caritativa ai poveri, i veri destinatari del nostro amore preferenziale, come ho voluto ricordare nell’Esortazione apostolica Dilexi te: convinti che ‘esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri’, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà’. Analogamente a quanto fatto nel 1993, quest’anno, ispirati dal motto ‘Venne ad abitare in mezzo a noi’, la proposta presentata è di volgere lo sguardo ai nostri fratelli che soffrono per la mancanza di una abitazione dignitosa”.

Il messaggio è stato un invito per una casa dignitosa: “In tal senso, auspico che la riflessione sulla dura realtà della mancanza di un’abitazione dignitosa, che riguarda tanti nostri fratelli, non conduca soltanto ad azioni isolate (indubbiamente necessarie) che vadano in loro aiuto in modo emergenziale, ma generi in tutti la consapevolezza che la condivisione dei doni che il Signore generosamente ci concede non può limitarsi a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali, ma deve essere un atteggiamento costante, che ci impegna ad andare incontro a Cristo presente in quanti non hanno dove abitare”.

(Foto: Santa Sede)

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