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Papa Leone XIV: la Parola di Dio è pane per tutti

“Cari fratelli e sorelle, desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia. Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte”: nella messa celebrata nello stadio di Malabo, ultimo appuntamento in Guinea Equatoriale, papa Leone XIV ha ricordato mons. Nsue Esono, scomparso giorni prima, chiedendo chiarezza per la morte.

Di fronte a 30.000 persone il papa ha rivolto l’invito ad essere in grado di leggere la Bibbia: “Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza”.

Quindi nel commento della prima lettura dagli Atti degli Apostoli, che parla di un episodio avvenuto proprio in Africa, il papa offre la sua lettura: “La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina”.

Per questo il Vangelo è parola di liberazione: “Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!”

Ha messo, inoltre, in rilevanza che la lettura biblica è personale ma anche ecclesiale: “Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico”.

Quindi la Bibbia è un bene comune: “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra… Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia, è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo”.

La manna diventa eucarestia, che libera dalla schiavitù: “Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre..

Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo. Se quanti mangiarono la manna ‘sono morti’, chi mangia questo pane vive in eterno, perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi”.

E per tale dono ha ringraziato con le parole di sant’Ambrogio: “Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre… Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso…

Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!”

Ha concluso l’omelia con la citazione dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, invitando ad aprirsi all’amore di Dio: “Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.

Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”

(Foto: Santa Sede)

Papa in Angola invita a non avere paura di costruire la speranza

“Cari fratelli e sorelle, ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione. Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”: anche dopo la recita del Regina Coeli a Kilamba papa Leone XIV non ha smesso di far risuonare il suo grido per la pace e la sua condanna per la guerra.

Il suo pensiero è rivolto particolarmente ai conflitti in Libano ed in Ucraina, dove i bombardamenti sono ripresi con più intensità: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”.

Mentre la tregua in terra libanese è un germoglio di pace: “E’ motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.

Infine alle 100.000 persone che hanno assistito alla celebrazione eucaristica ha rivolto l’invito a far aumentare i ‘frutti di Pasqua’: “Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà”.

Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha esortato i 100.000 fedeli a non chiudersi alla speranza: “Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.

Per la strada ‘conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto’. Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”.

Il racconto dei discepoli di Emmaus è la storia dell’Angola: “Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.

L’omelia del papa è stato un invito a non restare fermi: “Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”.

Questa è la buona notizia, Gesù è vivo: “Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro”.

Gesù cammina insieme e non abbandona nessuno: “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.

E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora ‘si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero’. Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.

E tale compagnia si sperimenta nella preghiera: “La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che noi incontriamo Dio”.

Però al contempo è un invito alla vigilanza ed alla fedeltà: “Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.

Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti”.

E’ stato un invito a riconoscerLo soprattutto nello spezzare il pane: “A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui”.

Quindi compito della Chiesa è non far perdere speranza: “La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”.

Una Chiesa che sappia dare la vita: “Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.

Quindi un pane che incarna la realtà: “Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.

Concludendo l’omelia è arrivato l’invito a non avere paura della speranza: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi

“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.

Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.

Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.

Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.

Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.

E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.

La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.

La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.

Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.

(Foto: Santa Sede) 

Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova

“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.

Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”

Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.

Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”

Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.

Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”

Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.

Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.

Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.

(Foto: Santa Sede)

Pasqua: Alleluia! Cristo è davvero risorto!

 Oggi si celebra la seconda festività dell’anno liturgico: la Pasqua del Signore! E’ la festa più sacra dell’anno perché in essa si celebra la redenzione operata da Cristo Gesù, che ci costituisce veri figli di Dio. E’ la festa delle feste, la solennità delle solennità per cui, afferma papa san Gregorio, anche a Gerusalemme la parte più sacra del Tempio veniva chiamata ‘Sancta sanctorum’, il santo dei santi. Nel Natale abbiamo celebrato la nascita di Gesù, l’uomo-Dio; tre giorni addietro abbiamo celebrato il sangue prezioso di Gesù sparso per i nostri peccati, oggi la Chiesa esulta ricordando Cristo Gesù vincitore della morte.

La risurrezione di Gesù è avvenuta l’indomani del sabato ebraico; ecco perché per noi oggi è la grande festa: la Domenica di Pasqua. Essa ci ricorda la Pasqua degli Ebrei, quando l’antico popolo del Signore uccise l’agnello, segnò con il sangue gli stipiti delle case e l’Angelo della morte colpì solo le case degli egiziani, le case non segnate dal sangue. Gesù è morto per noi, vero agnello sacrificato per salvare chi crede in Lui, Egli è il nuovo Agnello che ha tolto i peccati del mondo; il suo sacrificio ci ha rigenerato a vita nuova e noi esultiamo perché Cristo Risorto è vivo in mezzo a noi, resterà sempre in mezzo a noi; Cristo, nostra Pasqua, è risorto, alleluia e a Lui gloria e potenza nei secoli eterni.

La morte e la risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile; è la vittoria dell’amore di Dio che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Gesù oggi ha cambiato il corso della storia infondendo un rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo: ‘Sono risorto e sono ancora e sempre con te!’ L’evento della Pasqua, della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento di amore: amore del Padre che consegna all’umanità il Figlio per la salvezza dell’uomo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti e per ciascuno di noi; amore dello Spirito Santo che guida sempre questa Chiesa istituita e sorta, grazie al sangue versato da Cristo Gesù sulle croce. 

Il cristianesimo non è moralismo ma vero dono di Dio all’uomo. Gesù non ci ha amato a parole, ma ci ha dato il dono di se stesso: ‘Quando sarò innalzato tra la terra e il cielo, io attirerò tutto a me’. La risurrezione di Cristo Gesù conferma la nostra fede: non abbiamo creduto in un uomo trascinatore di folle, ma in Gesù vero uomo e vero Dio. Cristo sostiene così la nostra speranza: perché come Cristo, nostro capo, è risorto, anche noi risorgeremo. E’ Parola di Dio! Cristo risorto indirizza la nostra vita: non siamo figli della terra ma del cielo; Cristo ci ha guadagnato la vita eterna.

La risurrezione di Gesù dà un senso nuovo alla vita dell’uomo: a) non esistiamo per morire e la vita, anche se talvolta dobbiamo soffrire, non è un assurdo; Gesù stesso ci dice: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; io sarò sempre con voi’; b) se siamo risorti in Cristo e con Cristo, cerchiamo le cose di lassù e non quelle della terra. Il Sinedrio e i Capi del popolo ebreo che avevano condannato Gesù in croce credendo così di liberarsi di lui, avevano paura di Gesù vivo e morto.

Costrinsero Pilato, governatore romano, non solo ad emettere una sentenza di morte, pur avendolo riconosciuto innocente, ma anche a far custodire la sua sepoltura da picchetti armati di soldati romani e giudei perché dicevano: quell’impostore disse: dopo tre giorni risusciterò. Gesù la mattina del terzo giorno esce vivo dal sepolcro e gli Angeli alle pie donne, accorse per imbalsamare il suo corpo, danno il lieto annuncio: chi cercate? Il vivo in mezzo ai morti? 

E’ risorto come aveva detto. E Gesù risorto tranquillizza le pie donne, rassicura gli Apostoli accorsi alla sua sepoltura: ‘Stolti e lenti di cuore nel credere tutto ciò che hanno detto i profeti’. Agli Apostoli raccolti nel cenacolo e tremanti di paura dà il suo saluto: ‘la pace sia con voi’, dopo essere entrato a porte chiuse. Gli apostoli, i primi predicatori, annunciatori del Regno di Dio, non annunciano Gesù trascinatore di folle o taumaturgo o persona speciale, ma Gesù crocifisso, morto e risorto.

La Chiesa nasce e si diffonde a partire dal sepolcro vuoto; da Cristo risorto, motivo di scandalo per gli Ebrei, motivo di disgusto per quanti non credono. La risurrezione di Gesù non è come la risurrezione di Lazzaro, morto e uscito vivo dal sepolcro dopo quattro giorni dalla sua sepoltura: Lazzaro è risorto, grazie a Gesù, ma poi con il tempo dovette morire; la risurrezione di Gesù è un cammino in avanti, Gesù entra nella dimensione dello spirito dalla quale non c’è ritorno indietro. E’ la vita eterna. Se Cristo Gesù non fosse risorto, vana sarebbe anche la nostra fede.

La Pasqua segna la nuova via da percorrere: ‘Se il chicco di grano, dice Gesù, caduto a terra non muore, non può diventare una rigogliosa spiga’. Se non si ha il coraggio della potatura non si può avere un albero rinvigorito. Il sepolcro non segnò per Gesù la fine ma è stata la sua seconda culla, lo stesso sarà per noi se abbiamo fede, speranza e amore. Questo è il messaggio che oggi Gesù mette nelle nostre mani; viviamo con fede e amore e per tutti, cari amici, l’augurio di Buona Pasqua. Siate ovunque portatori di questo massaggio di pace e di amore nelle vostre cose, nel vostro lavoro, in ogni angolo della terra.       

Con la resurrezione papa Leone XIV invita a dare vita ad un mondo nuovo

“Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. E’ il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto ‘amen’, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro ‘sì’ rinnovando le Promesse battesimali”: riprendendo il preconio pasquale papa Leone XIV ha presieduto la veglia pasquale con l’invito a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei sepolcri e che sembrano inamovibili.

Una veglia che è memoriale: “Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta ‘madre di tutte le veglie’. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi ‘uomo dei dolori’, ‘disprezzato e reietto dagli uomini’, torturato e crocifisso”.

Ma Dio non abbandona le sue creature: “C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.

Ed anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso. Il ‘santo mistero di questa notte’, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia”.

Questo è il senso delle letture di questa veglia: “In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo,.. consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno”.

La Pasqua è la vittoria sul peccato: “Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di ‘dissipare l’odio’ e di ‘piegare la durezza dei potenti’. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare”.

Ed anche oggi ci sono ‘sepolcri da aprire’: “Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!”

E’ un invito rivolto a noi: “Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo… Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.

(Foto: Santa Sede)

La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito

“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.

La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?

“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.

Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.

Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?

La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.

Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.

Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?

“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.

Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.

Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?

“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.

La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.

Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?

Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.

L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.

La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.

(Tratto da Aci Stampa)

Oltre l’aula, al servizio del prossimo: la Pasqua ‘sul campo’ degli studenti UER con impegno civile

Dal mercoledì Santo alla domenica di Pasqua, un gruppo di studenti dell’Università Europea di Roma (UER) parteciperà alla Missione di Settimana Santa promossa da ‘Gioventù Missionaria’, apostolato giovanile del movimento Regnum Christi.

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività di Responsabilità Sociale, coordinate dal Centro di Formazione Integrale dello stesso Ateneo, con l’obiettivo di offrire agli studenti un’occasione concreta di crescita umana attraverso il servizio e l’ascolto.

Gli studenti si recheranno nelle Marche, accompagnati dai Cappellani dell’UER, padre Matthew Whalen e Padre Enrico Trono, insieme ad altri sacerdoti e seminaristi dei Legionari di Cristo e alle consacrate del Regnum Christi. Il contatto diretto con la realtà sociale locale si concretizzerà nella visita a famiglie, anziani e ammalati, supporto alle parrocchie, percorsi educativi/ricreativi per bambini e ragazzi.

La missione risponde alla chiamata di papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale: trasformare la ‘spiritualità di comunione’ in un gesto pratico. Per l’Università Europea di Roma, questa iniziativa rappresenta un’opportunità di formazione integrale: formare professionisti capaci di ascoltare la realtà in cui viviamo attraverso l’incontro con l’altro e di relazionarsi e guardare le sfide del mondo con empatia, responsabilità e spirito di servizio.

In Terra Santa impedite le celebrazioni ma i cristiani pregano per la pace

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che in Medio Oriente non saranno celebrati tradizionalmente i Riti della Settimana Santa, esprimendo vicinanza e preghiera per quanti soffrono.

A causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.

Infatti dalla polizia israeliana è stato impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode della Terra Santa, p. Francesco Ielpo, custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, l’ingresso nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la Messa della Domenica delle Palme:

“I due sono stati fermati sul percorso, mentre procedevano privatamente e senza alcuna caratteristica di un corteo o di un atto cerimoniale, e sono stati costretti a tornare indietro. Di conseguenza, e per la prima volta in secoli, ai capi della Chiesa fu impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Questo incidente è un grave precedente, e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

La nota ha sottolineato la responsabilità dei cattolici nel proporre strade di pace: “I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, hanno rispettato tutte le restrizioni imposte: gli incontri pubblici sono stati cancellati, la frequenza è stata proibita e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, durante questi giorni di Pasqua, girano gli occhi su Gerusalemme e sulla Chiesa del Santo Sepolcro”.

Tale divieto per il patriarcato gerosolimitano rappresenta un impedimento alla libertà di culto: “Prevenire l’ingresso del Cardinale e del Custode, che hanno la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e grossolanamente sproporzionata.

Questa decisione affrettata e fondamentalmente imperfetta, contaminata da considerazioni improprie, rappresenta un estremo allontanamento dai principi di base di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

Per questo il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono ‘profondo dolore’ ai fedeli cristiani in Terra Santa ed in tutto il mondo perchè la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano è stata così impedita.

Informato dell’accaduto, il Card. Zuppi ha contattato telefonicamente il Card. Pizzaballa per rinnovargli la vicinanza delle Chiese in Italia. “Si è trattato di un fatto doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto.

A tutti i cristiani di Terra Santa assicuriamo la nostra preghiera, perché continuino a essere promotori di pace, mentre auspichiamo che l’incidente odierno sia chiarito immediatamente. Le autorità locali e le organizzazioni internazionali hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico. Rinnoviamo il nostro appello affinché si aprano spazi di dialogo e si giunga presto a soluzioni ragionevoli”.

E nella meditazione per la domenica delle Palme il card. Pizzaballa ha sottolineato il pianto di Gesù: “Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela”.

Il Vangelo della Passione interpella ancora oggi: “E’ un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie”.

La pace di Gesù si consuma sulla croce: “La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. E’ questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere”.

Anche i cristiani oggi piangono a Gerusalemme: “Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio”.

Piangono a Gerusalemme perché ha rifiutato Gesù, ma l’odio non vincerà la speranza: “Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza”.

E’ stato un invito ad essere portatori di pace e di speranza: “Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.

Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l’amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità”.

Domenica delle Palme a Reggio Calabria

Già dal mattino presto piazza sant’Agostino (Reggio Calabria), di fronte all’omonima chiesa, si riempiva di popolo, di colombe, di palme e di rami di olivo. Più tardi, tutta la città di Reggio era qui. E’ domenica delle Palme: l’arcivescovo Fortunato, come sempre, presiede la solenne benedizione ‘dell’entrata in Gerusalemme’. La folla scorre, poi, in processione fino al duomo, mentre una parte direttamente nella chiesa di sant’Agostino. Inizia qui, allora, una lettura lenta del ‘Passio’, la passione di Cristo. L’ascolto è attento, intenso. Il clima grave, ma non triste. ‘Morte e vita si affrontano in un prodigioso duello’. A Son, seminarista vietnamita, volto dai tratti dolci e delicati dell’Oriente, tocca l’impegno di presentare un unico personaggio: il Cristo.

Dal fondo di una chiesa affollata, allora, immersa ormai nel racconto di Matteo, eccolo sbucare, apparendo quasi d’improvviso. Una lunga veste color porpora fino alle caviglie, un’enorme croce fresca ancora di corteccia, a passo ritmato, sempre uguale, avanzava lungo tutta la navata centrale, a piedi scalzi… Concentratissimo. Lentamente procedeva, con una cadenza a singhiozzo, quasi fosse un pianto. L’aveva provato e riprovato quel passo, – l’avevo ben osservato – chissà quante volte, il giorno prima…

Un passo come sospeso, aritmico, alla soglia della morte, impressionante. La gente, tutta intenta a seguire il tragico racconto, se lo vedeva, sorpresa, apparire di lato. Arrivato all’altare, posava distesa sui gradini, come un lenzuolo di morte, la sua grande croce. E al momento della crocifissione, assorto e fisso come una statua, davanti a tutta l’assemblea, lo vedevi aprire le braccia il più largo possibile. Salvator mundi.

E restare alcuni istante così, immobile: un’eternità. E alla morte, cadere per terra d’un tonfo, rimanendo là, scomposto, senza muovere neppure più un filo. Come inchiodato al suolo, inerte per tutta la celebrazione. Era come vedere a terra un qualsiasi morto ammazzato, in una stazione dei treni o sul marciapiede di una strada…

Ricordo che la gente si toccava il gomito come per dire: ‘… ma è ancora vivo?!’ E poi, durante il Padre nostro, eccolo risorgere, rialzarsi di fronte all’assemblea ed estrarre, a sorpresa, dal petto, la bandiera multicolore della pace, sollevandola il più alto possibile per tutta la preghiera. Al momento dello scambio di pace, legarsela attorno alle spalle, per passare a dare la mano ad ognuno, di banco in banco… La gente era commossa – lo si vedeva! – di abbracciare il Cristo, ricordando il suo passo di morte e la sua interminabile caduta per terra. Una scena stampata ormai nella mente, che come per il giovane vietnamita lo sarà stato anche per tutti i fedeli presenti. Una passione, che ai nostri giorni, ancora continua per popoli interi…

Alla fine della celebrazione, in un’enorme cesta, eccolo offrire ad ognuno dei messaggi, annodati con filo d’oro o d’argento. Una missione per ognuno da aprire a casa, con calma. ‘Tu sei per gli altri la pace di Dio. La pace è un vero tesoro: trovalo!.. Cerca il dialogo e vivrai la pace… Sì, in casa, primo luogo di pace e di dialogo, da vivere in nome di Lui. E della sua lunga, interminabile passione. E sarà Pasqua, finalmente.

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