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Papa Leone XIV: lo Spirito Santo è Spirito di pace

“Ricorre oggi la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con grandissima devozione nel santuario di Sheshan, a Shanghai. Uniamo la nostra preghiera a quella dei Cattolici cinesi, come segno del nostro affetto per loro e della loro comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro. L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace. In particolare, invoco la pace eterna per le vittime dell’incidente avvenuto nei giorni scorsi in una miniera nel nord della Cina.

A Maria Santissima, Aiuto dei Cristiani, affidiamo anche le comunità cristiane della Terra Santa, del Libano e di tutto il Medio Oriente, che soffrono a causa della guerra”: al termine della recita del Regina Coeli papa Leone XIV ha ricordato la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, in occasione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, che nel Santuario di Sheshan, a Shanghai, è profondamente venerata, affidando la comunità cristiana cinese affinché possa continuare con vigore a testimoniare il Vangelo.

Prima della recita della preghiera mariana il papa ha esortato ad invocare lo Spirito Santo che apre le porte alla fede: “Possiamo soffermarci su un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia di oggi: lo Spirito apre le porte. Il Vangelo infatti ci dice che ‘erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei’ ed, al tempo stesso, il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta che lo Spirito arrivò come un vento impetuoso, che aprì quelle porte, spinse i discepoli ad uscire e ad annunciare la Buona Notizia di Cristo risorto”.

Ed ha enucleato le ‘porte’ che lo Spirito Santo può aprire: “La prima porta è quella di Dio stesso, nel senso che ci apre l’accesso al mistero di Dio, così come si è rivelato in Gesù Cristo. Con il dono del suo Spirito, Dio ci dona la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture, si fa conoscere come vicino e ci permette di partecipare alla sua stessa vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare un’esperienza personale di Dio, a incontrarlo in Gesù e non solo nell’osservanza di una legge, a riconoscerlo in noi e a scoprire i segni della sua presenza nella vita quotidiana”.

Poi apre la porta della Chiesa, come ricordava sempre papa Francesco: “La seconda porta è quella del cenacolo, cioè della Chiesa. Senza il fuoco dello Spirito, la Chiesa rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano. Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere”.

Infine la porta del cuore: “Infine, lo Spirito Santo apre le porte dei nostri cuori, aiutandoci a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi, e rendendoci capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi. Dove c’è lo Spirito del Signore nasce la fraternità tra le persone, i gruppi, i popoli della Terra, e tutti parlano l’unica lingua dell’amore, che unisce e armonizza le diversità”.

Quindi è stato un invito ad invocare lo Spirito Santo: “Fratelli e sorelle, anche ai nostri giorni, specialmente in questo giorno di Pentecoste, dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse. Abbiamo bisogno di riscoprire Dio come Padre che ci ama, di edificare una Chiesa dove tutti si sentano a casa e di far crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli”.

Nell’omelia il papa ha sottolineato che la solennità di Pentecoste ha concluso il tempo pasquale: “il Tempo di Pasqua raggiunge oggi, solennità di Pentecoste, il suo compimento. Per evidenziare l’unità di quest’evento di salvezza, il Vangelo ci porta nuovamente al ‘primo giorno della settimana’, cioè a quel giorno nuovo nel quale Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro ‘le mani e il fianco’. Il Signore rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre”.

Per questo erano impauriti, ma alla Sua vista si rincuorano: “Al vedere il Signore, anche i discepoli tornano a vivere: si erano sepolti nel cenacolo pieni di paura, ma Gesù vi entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia. Egli passa attraverso la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c’era più via d’uscita. Al suo gesto, Cristo unisce la parola: ‘Pace a voi’; e subito dopo alita sui discepoli lo Spirito Santo. Il Risorto è pieno di vita: dopo aver mostrato quella del corpo, come vero uomo, dona quella di Dio, come Figlio amato dal Padre, fatto per noi fratello e Redentore”.

Inoltre ha evidenziato che Gesù effonde lo Spirito Santo in una cena: “Nello stesso cenacolo dove ha istituito l’alleanza nuova ed eterna, Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e, da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di risurrezione. Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi”.

Ecco che lo Spirito Santo è uno Spirito di pace: “Infatti, nella sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l’umanità, e lo Spirito Santo la infonde nei cuori e la diffonde nel mondo. Questa pace viene dal perdono e ci porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso. Sorprendendoci con il suo amore, proprio Lui, il risorto, dice: ‘A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati’. Con queste parole Gesù ci affida un’opera divina, perché solo Dio può perdonare i peccati”.

E la pace di Dio include tutti, aprendo ad una nuova Alleanza: “Tale autorità viene donata nel segno di una riconciliazione universale: il Signore effonde lo Spirito della pace da un capo all’altro della storia, perché non esclude nessuno Colui che ha redento tutti dalla morte. Lo Spirito Santo, infatti, è Signore e dà la vita sin dall’inizio della creazione, quando aleggiava sulle acque, ed ora, al suo riscatto, cambia la storia del mondo: davvero la Pentecoste si compie come festa del Patto nuovo, cioè dell’alleanza tra Dio e tutti i popoli della terra. Mentre il fragore dal cielo, il vento e le lingue di fuoco nel cenacolo ricordano gli antichi segni del Sinai, la santa legge di Dio viene scritta nei cuori, incisa dallo Spirito con caratteri d’amore nella carne di Cristo e nel suo corpo, che è la Chiesa”.

Per questo è uno Spirito ‘missionario’: “Mentre dà agli Apostoli il potere di esprimersi nella varietà delle lingue (cfr At 2,4), lo stesso Spirito insegna all’umanità la parola della salvezza. Ora che gli Apostoli hanno ricevuto il Soffio del Risorto dentro di sé, quest’annuncio viene dalla loro bocca, ha la voce di Pietro e di quanti sono con lui.

Proprio nel giorno di Pentecoste gli Apostoli iniziano ad annunciare Gesù, crocifisso e risorto: le ‘grandi opere di Dio’ si riassumono tutte nella redenzione, che inizia con la fede. Infatti, la prima opera dello Spirito Santo in noi è la fede con la quale professiamo: ‘Gesù è Signore!’ Questa fede vive e si esprime in ogni buona azione, in ogni atto di misericordia e di virtù. L’opera di Dio, dunque, siamo noi, che veniamo qui oggi da tutte le parti del mondo, invitati alla mensa del Signore, radunati nell’ascolto della sua parola e inviati a testimoniarla ovunque”.

Solo lo Spirito Santo ci consente ad essere partecipe del Vangelo: “Con la forza dello Spirito, il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza, perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della terra. Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo”.

E’ solo lo Spirito Santo che rinnova il mondo: “Da una parte (lo vediamo bene), ci sono cambiamenti che non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze. Dall’altra parte, invece, lo Spirito Santo illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. E’ così che trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione, trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi”.

Lo Spirito Santo è Spirito di verità: “Il Signore stesso ce l’ha promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un’unità fondata sull’amore di Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, promuove sempre l’unità nella verità, perché suscita in noi comprensione, concordia e coerenza di vita… Il Paraclito ci difende allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma dall’interno ogni cultura”.

E’ un’effusione continua: “Lo Spirito del Risorto, infatti, non viene effuso una volta e poi basta, ma costantemente. Come l’Eucaristia è la presenza viva di Cristo, che sempre ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo, che ci fa cristiani; nella Cresima, che ci rende testimoni; nell’Ordine, che costituisce ministri e pastori per il popolo di Dio. In ogni Sacramento Egli è dator munerum, sorgente di santità che moltiplica doni e carismi nella preghiera, nelle opere di misericordia, nello studio della parola di Dio… Proprio perciò siamo Chiesa, unico corpo che vive di Dio e serve il mondo. Grazie allo Spirito possiamo portare a tutti la pace vera, la verità che salva, cioè lo stesso Cristo Signore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la liturgia è ‘culmine’ dell’azione della Chiesa

“Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese”: prima di iniziare la catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha accolto il capo della Chiesa Apostolica Armena, sede di Cilicia, Aram I, che lunedì scorso era stato ricevuto per un incontro, seguito da un momento di preghiera nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico, esprimendo gratitudine per il suo impegno a favore dell’ecumenismo e della pace in Libano.

Nell’udienza generale il papa ha continuato la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium, ribadendo la centralità della Pasqua: “Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, ‘si attua l’opera della nostra redenzione’, che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato”.

Per questo ha sottolineato che il ‘Mistero’ è il ‘disegno’ di Dio: “Come ha manifestato il triplice rinnovamento (biblico, patristico e liturgico) che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di san Paolo. Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita ‘nel suo nome’ siamo immersi in questo Mistero”.

Ed il ‘Mistero’ è Gesù: “Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia. E’ così che, secondo sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa ‘riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve’: diventa il Corpo di Cristo, ‘dimora di Dio per mezzo dello Spirito’. Questa è ‘l’opera della nostra redenzione’, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione”.

Per questo la liturgia è il ‘culmine’ dell’azione della Chiesa: “Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita ‘il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia’. E’ vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo ‘culmine’.

Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso ‘interiore’ ed ‘esteriore’.

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

La conclusione è stato un invito ad essere ‘comunità’ aperta allo Spirito Santo: “In questo modo, ‘la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore’, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo… Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la Parola di Dio è pane per tutti

“Cari fratelli e sorelle, desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia. Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte”: nella messa celebrata nello stadio di Malabo, ultimo appuntamento in Guinea Equatoriale, papa Leone XIV ha ricordato mons. Nsue Esono, scomparso giorni prima, chiedendo chiarezza per la morte.

Di fronte a 30.000 persone il papa ha rivolto l’invito ad essere in grado di leggere la Bibbia: “Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza”.

Quindi nel commento della prima lettura dagli Atti degli Apostoli, che parla di un episodio avvenuto proprio in Africa, il papa offre la sua lettura: “La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina”.

Per questo il Vangelo è parola di liberazione: “Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!”

Ha messo, inoltre, in rilevanza che la lettura biblica è personale ma anche ecclesiale: “Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico”.

Quindi la Bibbia è un bene comune: “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra… Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia, è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo”.

La manna diventa eucarestia, che libera dalla schiavitù: “Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre..

Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo. Se quanti mangiarono la manna ‘sono morti’, chi mangia questo pane vive in eterno, perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi”.

E per tale dono ha ringraziato con le parole di sant’Ambrogio: “Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre… Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso…

Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!”

Ha concluso l’omelia con la citazione dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, invitando ad aprirsi all’amore di Dio: “Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.

Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”

(Foto: Santa Sede)

Papa in Angola invita a non avere paura di costruire la speranza

“Cari fratelli e sorelle, ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione. Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”: anche dopo la recita del Regina Coeli a Kilamba papa Leone XIV non ha smesso di far risuonare il suo grido per la pace e la sua condanna per la guerra.

Il suo pensiero è rivolto particolarmente ai conflitti in Libano ed in Ucraina, dove i bombardamenti sono ripresi con più intensità: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”.

Mentre la tregua in terra libanese è un germoglio di pace: “E’ motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.

Infine alle 100.000 persone che hanno assistito alla celebrazione eucaristica ha rivolto l’invito a far aumentare i ‘frutti di Pasqua’: “Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà”.

Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha esortato i 100.000 fedeli a non chiudersi alla speranza: “Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.

Per la strada ‘conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto’. Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”.

Il racconto dei discepoli di Emmaus è la storia dell’Angola: “Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.

L’omelia del papa è stato un invito a non restare fermi: “Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”.

Questa è la buona notizia, Gesù è vivo: “Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro”.

Gesù cammina insieme e non abbandona nessuno: “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.

E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora ‘si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero’. Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.

E tale compagnia si sperimenta nella preghiera: “La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che noi incontriamo Dio”.

Però al contempo è un invito alla vigilanza ed alla fedeltà: “Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.

Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti”.

E’ stato un invito a riconoscerLo soprattutto nello spezzare il pane: “A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui”.

Quindi compito della Chiesa è non far perdere speranza: “La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”.

Una Chiesa che sappia dare la vita: “Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.

Quindi un pane che incarna la realtà: “Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.

Concludendo l’omelia è arrivato l’invito a non avere paura della speranza: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi

“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.

Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.

Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.

Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.

Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.

E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.

La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.

La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.

Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.

(Foto: Santa Sede) 

Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova

“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.

Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”

Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.

Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”

Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.

Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”

Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.

Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.

Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.

(Foto: Santa Sede)

Pasqua: Alleluia! Cristo è davvero risorto!

 Oggi si celebra la seconda festività dell’anno liturgico: la Pasqua del Signore! E’ la festa più sacra dell’anno perché in essa si celebra la redenzione operata da Cristo Gesù, che ci costituisce veri figli di Dio. E’ la festa delle feste, la solennità delle solennità per cui, afferma papa san Gregorio, anche a Gerusalemme la parte più sacra del Tempio veniva chiamata ‘Sancta sanctorum’, il santo dei santi. Nel Natale abbiamo celebrato la nascita di Gesù, l’uomo-Dio; tre giorni addietro abbiamo celebrato il sangue prezioso di Gesù sparso per i nostri peccati, oggi la Chiesa esulta ricordando Cristo Gesù vincitore della morte.

La risurrezione di Gesù è avvenuta l’indomani del sabato ebraico; ecco perché per noi oggi è la grande festa: la Domenica di Pasqua. Essa ci ricorda la Pasqua degli Ebrei, quando l’antico popolo del Signore uccise l’agnello, segnò con il sangue gli stipiti delle case e l’Angelo della morte colpì solo le case degli egiziani, le case non segnate dal sangue. Gesù è morto per noi, vero agnello sacrificato per salvare chi crede in Lui, Egli è il nuovo Agnello che ha tolto i peccati del mondo; il suo sacrificio ci ha rigenerato a vita nuova e noi esultiamo perché Cristo Risorto è vivo in mezzo a noi, resterà sempre in mezzo a noi; Cristo, nostra Pasqua, è risorto, alleluia e a Lui gloria e potenza nei secoli eterni.

La morte e la risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile; è la vittoria dell’amore di Dio che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Gesù oggi ha cambiato il corso della storia infondendo un rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo: ‘Sono risorto e sono ancora e sempre con te!’ L’evento della Pasqua, della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento di amore: amore del Padre che consegna all’umanità il Figlio per la salvezza dell’uomo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti e per ciascuno di noi; amore dello Spirito Santo che guida sempre questa Chiesa istituita e sorta, grazie al sangue versato da Cristo Gesù sulle croce. 

Il cristianesimo non è moralismo ma vero dono di Dio all’uomo. Gesù non ci ha amato a parole, ma ci ha dato il dono di se stesso: ‘Quando sarò innalzato tra la terra e il cielo, io attirerò tutto a me’. La risurrezione di Cristo Gesù conferma la nostra fede: non abbiamo creduto in un uomo trascinatore di folle, ma in Gesù vero uomo e vero Dio. Cristo sostiene così la nostra speranza: perché come Cristo, nostro capo, è risorto, anche noi risorgeremo. E’ Parola di Dio! Cristo risorto indirizza la nostra vita: non siamo figli della terra ma del cielo; Cristo ci ha guadagnato la vita eterna.

La risurrezione di Gesù dà un senso nuovo alla vita dell’uomo: a) non esistiamo per morire e la vita, anche se talvolta dobbiamo soffrire, non è un assurdo; Gesù stesso ci dice: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; io sarò sempre con voi’; b) se siamo risorti in Cristo e con Cristo, cerchiamo le cose di lassù e non quelle della terra. Il Sinedrio e i Capi del popolo ebreo che avevano condannato Gesù in croce credendo così di liberarsi di lui, avevano paura di Gesù vivo e morto.

Costrinsero Pilato, governatore romano, non solo ad emettere una sentenza di morte, pur avendolo riconosciuto innocente, ma anche a far custodire la sua sepoltura da picchetti armati di soldati romani e giudei perché dicevano: quell’impostore disse: dopo tre giorni risusciterò. Gesù la mattina del terzo giorno esce vivo dal sepolcro e gli Angeli alle pie donne, accorse per imbalsamare il suo corpo, danno il lieto annuncio: chi cercate? Il vivo in mezzo ai morti? 

E’ risorto come aveva detto. E Gesù risorto tranquillizza le pie donne, rassicura gli Apostoli accorsi alla sua sepoltura: ‘Stolti e lenti di cuore nel credere tutto ciò che hanno detto i profeti’. Agli Apostoli raccolti nel cenacolo e tremanti di paura dà il suo saluto: ‘la pace sia con voi’, dopo essere entrato a porte chiuse. Gli apostoli, i primi predicatori, annunciatori del Regno di Dio, non annunciano Gesù trascinatore di folle o taumaturgo o persona speciale, ma Gesù crocifisso, morto e risorto.

La Chiesa nasce e si diffonde a partire dal sepolcro vuoto; da Cristo risorto, motivo di scandalo per gli Ebrei, motivo di disgusto per quanti non credono. La risurrezione di Gesù non è come la risurrezione di Lazzaro, morto e uscito vivo dal sepolcro dopo quattro giorni dalla sua sepoltura: Lazzaro è risorto, grazie a Gesù, ma poi con il tempo dovette morire; la risurrezione di Gesù è un cammino in avanti, Gesù entra nella dimensione dello spirito dalla quale non c’è ritorno indietro. E’ la vita eterna. Se Cristo Gesù non fosse risorto, vana sarebbe anche la nostra fede.

La Pasqua segna la nuova via da percorrere: ‘Se il chicco di grano, dice Gesù, caduto a terra non muore, non può diventare una rigogliosa spiga’. Se non si ha il coraggio della potatura non si può avere un albero rinvigorito. Il sepolcro non segnò per Gesù la fine ma è stata la sua seconda culla, lo stesso sarà per noi se abbiamo fede, speranza e amore. Questo è il messaggio che oggi Gesù mette nelle nostre mani; viviamo con fede e amore e per tutti, cari amici, l’augurio di Buona Pasqua. Siate ovunque portatori di questo massaggio di pace e di amore nelle vostre cose, nel vostro lavoro, in ogni angolo della terra.       

Con la resurrezione papa Leone XIV invita a dare vita ad un mondo nuovo

“Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. E’ il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto ‘amen’, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro ‘sì’ rinnovando le Promesse battesimali”: riprendendo il preconio pasquale papa Leone XIV ha presieduto la veglia pasquale con l’invito a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei sepolcri e che sembrano inamovibili.

Una veglia che è memoriale: “Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta ‘madre di tutte le veglie’. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi ‘uomo dei dolori’, ‘disprezzato e reietto dagli uomini’, torturato e crocifisso”.

Ma Dio non abbandona le sue creature: “C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.

Ed anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso. Il ‘santo mistero di questa notte’, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia”.

Questo è il senso delle letture di questa veglia: “In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo,.. consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno”.

La Pasqua è la vittoria sul peccato: “Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di ‘dissipare l’odio’ e di ‘piegare la durezza dei potenti’. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare”.

Ed anche oggi ci sono ‘sepolcri da aprire’: “Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!”

E’ un invito rivolto a noi: “Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo… Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.

(Foto: Santa Sede)

La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito

“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.

La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?

“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.

Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.

Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?

La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.

Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.

Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?

“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.

Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.

Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?

“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.

La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.

Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?

Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.

L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.

La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.

(Tratto da Aci Stampa)

Oltre l’aula, al servizio del prossimo: la Pasqua ‘sul campo’ degli studenti UER con impegno civile

Dal mercoledì Santo alla domenica di Pasqua, un gruppo di studenti dell’Università Europea di Roma (UER) parteciperà alla Missione di Settimana Santa promossa da ‘Gioventù Missionaria’, apostolato giovanile del movimento Regnum Christi.

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività di Responsabilità Sociale, coordinate dal Centro di Formazione Integrale dello stesso Ateneo, con l’obiettivo di offrire agli studenti un’occasione concreta di crescita umana attraverso il servizio e l’ascolto.

Gli studenti si recheranno nelle Marche, accompagnati dai Cappellani dell’UER, padre Matthew Whalen e Padre Enrico Trono, insieme ad altri sacerdoti e seminaristi dei Legionari di Cristo e alle consacrate del Regnum Christi. Il contatto diretto con la realtà sociale locale si concretizzerà nella visita a famiglie, anziani e ammalati, supporto alle parrocchie, percorsi educativi/ricreativi per bambini e ragazzi.

La missione risponde alla chiamata di papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale: trasformare la ‘spiritualità di comunione’ in un gesto pratico. Per l’Università Europea di Roma, questa iniziativa rappresenta un’opportunità di formazione integrale: formare professionisti capaci di ascoltare la realtà in cui viviamo attraverso l’incontro con l’altro e di relazionarsi e guardare le sfide del mondo con empatia, responsabilità e spirito di servizio.

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