Da Roma una Chiesa che parla al popolo del web

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“E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale.

Ed oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato i missionari digitali e gli influencer al primo giubileo svoltosi a Roma dal 28 al 29 luglio, che ha visto la partecipazione di quasi 1800 persone provenienti  da 75 nazioni.

L’evento è stato aperto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, con una lettura teologica e pastorale: “Cari giovani, cari comunicatori, mi pare un’esperienza molto arricchente e bella vedere voi che solitamente vi incontrate nelle reti sociali venire qui, insieme, per celebrare il Giubileo della speranza. Ciò che caratterizza l’umano è la capacità di farsi delle domande, la domanda di oggi è: come il mondo digitale, che sta trasformando rapidamente le dinamiche sociali, può comunicare la fede?”.

Lo stile cristiano della missione digitale deve partire dalla sapienza della Chiesa che “ci propone alcune strade: essere nel mondo ma non del mondo, essere nel tempo ma non essere del tempo… Più che di strategie dobbiamo parlare di una presenza intrisa di umanità, una testimonianza di vita evangelica e una disponibilità all’ascolto”.

Infine ha richiamato l’urgenza di uno sguardo personale e sacro sull’altro con una missione da compiere: “Ogni persona è un volto, non un profilo e la sua storia è sacra, non un insieme di dati… La missione digitale presuppone uno stile cristiano. Fare nuovo l’ambiente digitale è la sfida che attende tutti voi, sentitela come la vostra missione, consapevoli che ciò che viviamo non è solo un’evoluzione tecnica ma un cambiamento d’epoca, che influisce anche sulla percezione del tempo, delle relazioni”.

Mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, aveva evidenziato il legame profondo tra questo Giubileo e quello dei giovani: “Non è un caso che abbiamo scelto l’inizio del Giubileo dei giovani per dare vita al primo Giubileo degli influencer: a voi la grande responsabilità di raccontare ciò che in questi giorni avviene. Questo incontro vuole essere un impegno a coniugare i contenuti con le persone, non si può fare evangelizzazione senza gli evangelizzatori, né gli evangelizzatori possono essere tali se non sentono l’urgenza di evangelizzare e di essere evangelizzati a loro volta”.

Salutando i presenti mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della comunicazione ha offerto le giornate a Dio: “Bisogna essere coscienti che chi ci ha chiamato alla missione digitale è il Signore, fonte di tutti i doni che abbiamo…. La missione digitale è importante per la Chiesa e il fondamento della missione anche sui mezzi digitali è la testimonianza della nostra vita”.

A dare profondità spirituale alle giornate è stato il gesuita p. David McCallum, direttore esecutivo del Discerning Leadership Program, con l’intervento, dal titolo ‘Connessi alla Parola’, ha proposto una lettura spirituale della connessione digitale, riportando il focus sull’unica vera connessione che dà senso a tutte le altre: quella con il Signore.

P. Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha rotto ogni ansia da fenomeni del web: “Non sei un algoritmo. Sei un’anima. L’algoritmo sa tutto di te. Sa dove clicchi, quanto resti su un video, cosa ti attrae, cosa ti ferma. Ma l’algoritmo non sa chi sei, chi tu sei veramente. Non conosce la tua verità. Non sa cosa ti muove, cosa ti ferisce, cosa ti salva. Solo tu lo sai. Solo Dio lo sa. Nel back-end di ogni piattaforma ci sono dati, metriche, analytics. Ogni click è tracciabile, ogni interazione misurabile. Il sistema digitale ci vuole sempre più prevedibili, analizzabili, misurabili. Ma l’anima non si misura. L’amore non si misura. La grazia non si può calcolare…

Essere influencer oggi significa resistere alla tentazione di diventare una macchina che produce contenuti. Voi non siete una macchina. Siete vite. Siete persone. Siete presenze. Ogni volta che create, pubblicate, rispondete, non dimenticatevi che siete molto di più di quello che il feed racconta. Il vostro valore non è nel numero di like, ma nella verità che riuscite a portare”.

Durante le giornate ci sono stati vari interventi, tra cui quello di Father Sandesh Manuel, che ha cantato la sua canzone ‘Carlo Acutis pray for us’ creando un’atmosfera di festa unica; è toccato poi a Jonathan Roumie, il protagonista della serie ‘The Chosen’ ed il sacerdote influencer statunitense don Michael Schmitz, seguiti dalle testimonianze di chi ha raccontato i beati ‘influencer’: Piergiorgio Frassati, Carlo Acutis e Chiara Luce Badano.

Nel saluto di benvenuto Rosy Russo, coordinatrice del Gruppo italiano di ‘La Chiesa ti ascolta’, ha sottolineato il valore della ‘rete’: “Noi missionari digitali siamo quindi una rete nella Rete. La Rete, da luogo potenzialmente fertile di dialogo, si è spesso trasformata in un’arena dove le parole feriscono, escludono, gridano. Per questo servono persone che abitino i social con uno spirito diverso. Sono, siamo, donne e uomini, laici e suore, preti, frati, che ogni giorno scelgono di stare online con lo stile evangelico dell’ascolto, del rispetto, della cura delle parole, per costruire una esperienza concreta di comunicazione attenta, responsabile, vera. Senza urlare, senza dividere, scegliendo il silenzio prima di rispondere con rabbia, cercando le parole giuste prima di postare. Vuol dire guardare anche nel commento più aggressivo una domanda inascoltata”.

A conclusione di queste giornate abbiamo chiesto a mons. Lucio Ruiz di tracciare un resoconto: “Innanzitutto una grandissima gioia di vedere nei partecipanti un amore per Gesù e per la Chiesa pazzesco con un’interiorità molto profonda. Abbiamo dedicato tempo alla preghiera ed alla riflessione: è stato molto importante: questo mi ha colpito moltissimo. I  momenti di silenzio e di confronto sono stati molto importanti: questo indica quale è la missione degli influencer ‘cattolici’, che non è semplicemente postare in internet, ma trasmettere la fede vissuta oggi”.

‘Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore… Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità’. Papa Leone XIV ha chiesto di abitare la rete: in quale modo?

“Siete voi che ci avete insegnato in quale modo si abita la rete attraverso la presenza e la testimonianza cristiana, aiutando a chi è nel bisogno. Avete uno stile importante e questo non è banale. Dobbiamo certamente imparare ad usare meglio la rete attraverso una migliore formazione; però non è un cammino che non inizia certamente da zero”.

‘La fede, in quanto relazione viva, non si lascia ridurre a un sistema di indicatori di performance. Il contenuto realmente evangelico non nasce da un calendario editoriale, ma da un’esperienza di senso che brucia dentro e non può essere taciuta. E’ il fuoco, non la visibilità, il vero criterio. Un post, un video, un gesto comunicativo diventano significativi non perché virali, ma perché abitati da una verità che interroga”. Con queste parole p. Antonio Spadaro ha fornito alcune tracce direzionali: quale cammino si prospetta?

“P. Spadaro è stato brillante con una conferenza magistrale interessante. C’è molto materiale per studiare come proseguire questo cammino da un punto di partenza diverso per ciascuno, ma che conduce sempre verso Gesù”.

Inoltre abbiamo raccolto la testimonianza di don Alberto Ravagnani, founder di ‘Fraternità’ e di ‘Laboratorium’ che ci ha spiegato quanto sono influencer i cattolici: “Sono influencer nel momento in cui riescono ad ‘influenzare’ la vita delle persone accanto a loro. Quindi essere un influencer cattolico non vuol dire essere famoso, ma essere capaci di ‘influenzare’ gli altri’ con il Vangelo. In ogni modo tutti possono essere ‘influenti’, come ha detto il card. Tagle nella celebrazione eucaristica, se lasciano un seme nel mondo”.

Il papa ha ribadito la necessità di essere rete: è possibile?

“Come Chiesa siamo chiamati ad essere una ‘rete’ di reti. La Chiesa è una comunione di molteplici individualità e può vivere nel mondo come un ‘intreccio’ di relazioni: la Chiesa è relazione. Quindi nella misura in cui le nostre relazioni riescono ad  accogliere ed a coinvolgere altre persone la rete si amplia e la Chiesa compie la Parola di Dio: essere pescatori di uomini, come Gesù ha detto a Pietro. Essere rete tra persone di tutti i tempi in ogni luogo”.

Molti giovani di tutti i continenti: la Chiesa come risponde alle esigenze dei giovani?

“Oggi il mondo giovanile va ascoltato, perché i ragazzi e le ragazze sono diversi rispetto agli adulti. Hanno cervello diverso da quello degli adulti per porre domande; quindi se non c’è un ascolto profondo ed una considerazione reale di quello che vivono è difficile dare loro ciò che hanno bisogno per crescere bene e per approfondire la fede. Questo raduno di giovani a Roma non debba essere la possibilità per la Chiesa di parlare a tanti, ma soprattutto la possibilità di ascoltare fino in fondo le loro esigenze. Questa è la conversione a cui siamo chiamati: passare da una Chiesa che parla ai giovani, ad una Chiesa che li lascia parlare ”.

In conclusione la testimonianza di Nicola Camporiondo, 160.000 persone che lo seguono, giovane studente in teologia, fornisce la qualità dei partecipanti: “Parlare di fede sui social è abbastanza impegnativo. Nella rete c’è molta curiosità, perché un conto è sentire parlare di fede un sacerdote, altro conto un giovane laico. I ragazzi percepiscono la Chiesa come un linguaggio non loro. Quindi come Gesù che parlava un linguaggio accessibile a tutti, così per parlare ai giovani oggi sono necessari ‘piccoli’ linguaggi capaci di far capire l’universalità e l’importanza del messaggio evangelico”.

Quindi in quale modo parlare di fede ai giovani?

“E’ bene calare il Vangelo nella quotidianità giornaliera, che per un ragazzo non è per niente scontato. Tanti ragazzi, che mi seguono nella rete, mi ringraziano in quanto si sentono meno soli. Questo avrei voluto provare anche io, quando anni fa nella mia parrocchia ero solo in mezzo a persone di età ‘elevata’. Quindi se riesco regolarmente a far sentire meno solo un ragazzo od una ragazza che vive nella sua parrocchia è un obiettivo raggiunto”.

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