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Papa Francesco invita ad essere pellegrini di speranza

“Mosso dallo Spirito, (Simeone) si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”: anche oggi è stata pubblicata la catechesi dell’udienza generale che papa Francesco avrebbe dovuto tenere nell’Aula Paolo VI, annullata per il protrarsi del suo ricovero al Policlinico Gemelli.

Nel testo il papa ha sviluppato una riflessione sulla presentazione di Gesù al Tempio con l’invito ad essere come i genitori di Gesù, obbedienti alla legge di Dio: “Nei racconti dell’infanzia di Gesù, l’evangelista Luca ci mostra l’obbedienza di Maria e Giuseppe alla Legge del Signore e a tutte le sue prescrizioni. In realtà, in Israele non c’era l’obbligo di presentare il bambino al Tempio, ma chi viveva nell’ascolto della Parola del Signore ed ad essa desiderava conformarsi, la considerava una prassi preziosa”.

Era un atto di affidamento a Dio: “Così aveva fatto Anna, madre del profeta Samuele, che era sterile; Dio ascoltò la sua preghiera e lei, avuto il figlio, lo condusse al tempio e lo offrì per sempre al Signore. Luca dunque racconta il primo atto di culto di Gesù, celebrato nella città santa, Gerusalemme, che sarà la meta di tutto il suo ministero itinerante a partire dal momento in cui prenderà la ferma decisione di salirvi, andando incontro al compimento della sua missione”.

Però Maria e Giuseppe non affidano il proprio Figlio a Dio, ma Lo educano ed al contempo anche loro si educano: “Maria e Giuseppe non si limitano a innestare Gesù in una storia di famiglia, di popolo, di alleanza con il Signore Dio. Essi si occupano della sua custodia e della sua crescita, e lo introducono nell’atmosfera della fede e del culto. E loro stessi crescono gradualmente nella comprensione di una vocazione che li supera di gran lunga”.

Fecero ugualmente Anna e Simeone: “Nel Tempio, che è ‘casa di preghiera’, lo Spirito Santo, parla al cuore di un uomo anziano: Simeone, un membro del popolo santo di Dio preparato all’attesa e alla speranza, che nutre il desiderio del compimento delle promesse fatte da Dio a Israele per mezzo dei profeti.

Simeone avverte nel Tempio la presenza dell’Unto del Signore, vede la luce che rifulge in mezzo ai popoli immersi ‘nelle tenebre’ e va incontro a quel bambino che, come profetizza Isaia, ‘è nato per noi’, è il figlio che ‘ci è stato dato’, il ‘Principe della pace’, secondo la profezia di Isaia”.

In tal modo Simeone può ‘abbandonarsi’ nelle braccia di Dio attraverso la preghiera di lode: “Simeone abbraccia quel bambino che, piccolo e indifeso, riposa tra le sue braccia; ma è lui, in realtà, a trovare la consolazione e la pienezza della sua esistenza stringendolo a sé. Lo esprime in un cantico pieno di commossa gratitudine, che nella Chiesa è diventato la preghiera al termine della giornata”.

Questo può avvenire perché egli è testimone della fede: “Simeone canta la gioia di chi ha visto, di chi ha riconosciuto e può trasmettere ad altri l’incontro con il Salvatore di Israele e delle genti. E’ testimone della fede, che riceve in dono e comunica agli altri; è testimone della speranza che non delude; è testimone dell’amore di Dio, che riempie di gioia e di pace il cuore dell’uomo.

Colmo di questa consolazione spirituale, il vecchio Simeone vede la morte non come la fine, ma come compimento, come pienezza, la attende come ‘sorella’ che non annienta ma introduce nella vita vera che egli ha già pregustato e in cui crede”.

Lo stesso avviene per Anna: “Lo stesso succede anche ad Anna, donna più che ottuagenaria, vedova, tutta dedita al servizio del Tempio e consacrata alla preghiera. Alla vista del bambino, infatti, Anna celebra il Dio d’Israele, che proprio in quel piccolo ha redento il suo popolo, e lo racconta agli altri, diffondendo con generosità la parola profetica. Il canto della redenzione di due anziani sprigiona così l’annuncio del Giubileo per tutto il popolo e per il mondo”.

Quindi il papa ha concluso il testo con l’invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Nel Tempio di Gerusalemme si riaccende la speranza nei cuori perché in esso ha fatto il suo ingresso Cristo nostra speranza. Cari fratelli e sorelle, imitiamo anche noi Simeone ed Anna, questi ‘pellegrini di speranza’ che hanno occhi limpidi capaci di vedere oltre le apparenze, che sanno ‘fiutare’ la presenza di Dio nella piccolezza, che sanno accogliere con gioia la visita di Dio e riaccendere la speranza nel cuore dei fratelli e delle sorelle”.

Intanto oggi, con un chirografo firmato lo scorso 11 febbraio, il papa ha istituito la ‘Commissio de donationibus pro Sancta Sede’, una nuova commissione “il cui compito specifico è quello di incentivare le donazioni con apposite campagne presso i fedeli, le Conferenze episcopali e altri potenziali benefattori, sottolineandone l’importanza per la missione e per le opere caritative della Sede Apostolica, nonché reperire finanziamenti da volenterosi donatori per specifici progetti presentati dalle Istituzioni della Curia romana e dal Governatorato dello Stato Città del Vaticano, ferme restando l’autonomia e le competenze proprie di ciascun Ente, secondo la normativa vigente”.

Nell’adempiere le sue funzioni la Commissione, avrà la funzione di “strumento di coordinamento di altre modalità di raccolta di fondi, istituzionalizzate o meno, come i contributi ai sensi del can. 1271 oppure l’Obolo di San Pietro, rispettando la natura e la finalità dei singoli Istituti”.

Quinta domenica del Tempo Ordinario: la Parola di Dio ci parla di chiamata, di vocazione!

Il brano del vangelo ci porta sul mare di Cafarnao, dove Gesù ammaestra la folla, seduto sulla barca di Pietro ed addita la via della salvezza. La nostra vita è bella, armoniosa se si vive conforme alla vocazione di ciascuno. Vivere la vita significa attuare quel progetto mirabile che Dio ha avuto al momento della nostra creazione conferendo a ciascuno talenti e carismi diversi per il bene del singolo e della società.

Dalla grazia siamo stati elevati a figli di Dio; come tali il nostro ruolo è sociale ed ecclesiale, oltre che individuale; in tale chiave  risponderemo a Dio e alla propria coscienza. Il brano del Vangelo, riguardante la pesca miracolosa, è significativo: Gesù sale sulla barca di Pietro per parlare alla gente che si accalca e, terminato il discorso, invita Pietro a gettare le reti per la pesca. Questi si sbigottisce ed osserva: Signore, abbiamo lavorato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; Pietro, uomo di fede, obbedisce a Gesù, butta le reti per la pesca  ed ecco una quantità enorme di pescato.

Davanti   ad un fatto così eclatante, Pietro esclama: ‘Signore, allontanati da me, sono un uomo peccatore’; Gesù lo incoraggia: Pietro, non temere; d’oggi innanzi sarai pescatore di uomini. Pietro lascia tutto: la barca, le reti, il padre e segue Gesù: diverrà l’apostolo prediletto, il capo della Chiesa nascente; a lui Gesù dirà: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’.

Il miracolo più eclatante non è stata la pesca miracolosa quanto la risposta generosa di Pietro: quando Dio chiama, bisogna sempre rispondere con generosità e tempestività. Così fecero Pietro e gli Apostoli; così fece Paolo quando da persecutore della fede cristiana, folgorato dalla grazia divina, divenne l’apostolo prediletto, di cui disse Gesù: ‘ne farò un vaso di elezione’.

Pietro è l’immagine del vero credente e diventa destinatario di una missione sublime: vicario di Cristo Gesù in una Chiesa che, come una barca posta in un mare tempestoso non affonderà mai: ‘Le porte degli inferi non prevarranno’. Nella Chiesa, come nella società civile, tutti insieme costituiamo una famiglia; dotati da talenti diversi per numero e qualità, siamo chiamati ad un ruolo di solidarietà e complementarietà; l’uno completa l’altro come le cellule dello stesso corpo o gli organi dello stesso organismo: tutti diversi ma con un compito di vera partecipazione.

Spesso si parla di crisi nella Chiesa, ma è solo crisi di crescenza, che deve servire solo a rinnovare la Chiesa di Cristo Gesù. Il sinodo popolare indetto da Papa Francesco mira a far prendere coscienza che comandare è servire, una Chiesa dove tutti: clero e popolo di Dio, pastori e fedeli sono chiamati ad un ruolo di servizio, ciascuno a seconda dei carismi ricevuti dallo Spirito che nel Battesimo ci ha innestati a Cristo. Nella Chiesa non ci sono ‘padroni’ ma ‘collaboratori’, tutti fratelli, tutte pecorelle dell’ovile di Cristo, tutti in comunione con tutti: gerarchia che deve essere diaconia.

Diceva Gesù: ‘Mi chiamate Signore e maestro ed io vi ha lavati i piedi, così è necessario tra di voi che l’uno lavi i piedi all’altro’. Il sinodo popolare, voluto da papa Francesco, mira a sentire quello che lo Spirito Santo oggi ispira, suggerisce alla Chiesa di Dio; questo ‘camminare insieme’ deve attuare e manifestare la natura vera della Chiesa come popolo di Dio, pellegrino e missionario. E’ necessario allora avventurarsi nel profondo del nostro io, dove parla lo Spirito Santo. Amico, che leggi o ascolti, è necessario oggi più che mai agire: sognare, cantare, aprire le braccia, espandere il cuore, allargare lo sguardo. La pesca è già iniziata, c’è posto anche per te.

Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione

“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.

Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.

Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.

Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”

In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.

Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.

Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.

Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.

La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.

Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.

Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.

E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.

Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.

E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.

A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco invita gli indonesiani a prendere il largo

“Santa Teresa di Calcutta, della quale oggi celebriamo la memoria e che instancabilmente si è presa cura dei più poveri e si è fatta promotrice di pace e di dialogo, diceva: ‘Quando non abbiamo nulla da dare, diamogli quel nulla. E ricorda: anche se non dovessi raccogliere niente, non stancarti mai di seminare’. Fratello e sorella, non stancarti mai di seminare, perché questo è vita”: nel ricordo di santa Teresa di Calcutta si è conclusa la celebrazione eucaristica di papa Francesco davanti a 60.000 fedeli, chiudendo la terza giornata del viaggio apostolico.

Quindi è stato un invito a ‘prendere il largo’ per essere costruttori di pace: “Questo, fratelli e sorelle, vorrei dire anche a voi, a questa Nazione, a questo meraviglioso e variegato arcipelago: non stancatevi di prendere il largo, non stancatevi di gettare le reti, non stancatevi di sognare, non stancatevi di sognare e costruire ancora una civiltà della pace! Osate sempre il sogno della fraternità, che è un vero tesoro fra voi. Sulla Parola del Signore vi incoraggio a seminare amore, a percorrere fiduciosi la strada del dialogo, a praticare ancora la vostra bontà e gentilezza col sorriso tipico che vi contraddistingue. Vi hanno detto che voi siete un popolo sorridente? Non perdete il sorriso, per favore, e andate avanti! E siate costruttori di pace. Siate costruttori di speranza!”

Iniziando l’omelia il papa ha spiegato il modo concreto per vivere la fede: “L’incontro con Gesù ci chiama a vivere due atteggiamenti fondamentali, che ci permettono di diventare suoi discepoli. Il primo atteggiamento: ascoltare la Parola; il secondo: vivere la Parola. Prima ascoltare, perché tutto nasce dall’ascolto, dall’aprirsi a Lui, dall’accogliere il dono prezioso della sua amicizia.

Ma poi è importante vivere la Parola ricevuta, per non essere ascoltatori vani che illudono sé stessi; per non rischiare di ascoltare soltanto con le orecchie senza che il seme della Parola scenda nel cuore e cambi il nostro modo di pensare, di sentire, di agire, e questo non è buono. La Parola che ci viene donata e che ascoltiamo chiede di diventare vita, di trasformare la vita, di incarnarsi nella nostra vita”.

Il primo ‘atteggiamento’ di vivere la fede è l’ascolto della Parola di Dio, come racconta l’evangelista Luca: “Cercano Lui, hanno fame e sete della Parola del Signore e la sentono risuonare nelle parole di Gesù. Dunque, questa scena, che si ripete tante volte nel Vangelo, ci dice che il cuore dell’uomo è sempre alla ricerca di una verità capace di sfamare e saziare il suo desiderio di felicità; che non possiamo accontentarci delle sole parole umane, dei criteri di questo mondo, dei giudizi terreni; sempre abbiamo bisogno di una luce che venga dall’alto a illuminare i nostri passi, di un’acqua viva che possa dissetare i deserti dell’anima, di una consolazione che non deluda perché proviene dal cielo e non dalle effimere cose di quaggiù. In mezzo allo stordimento e alla vanità delle parole umane, fratelli e sorelle, c’è bisogno della Parola di Dio, l’unica che è bussola per il nostro cammino, l’unica che tra tante ferite e smarrimenti è in grado di ricondurci al significato autentico della vita”.

Quindi è stato un invito all’ascolto della Parola di Dio: “Fratelli e sorelle, non dimentichiamo questo: il primo compito del discepolo (noi tutti siamo discepoli!) non è quello di indossare l’abito di una religiosità esteriormente perfetta, di fare cose straordinarie o impegnarsi in imprese grandiose. No. Il primo compito, il primo passo, invece, consiste nel sapersi mettere in ascolto dell’unica Parola che salva, quella di Gesù, come possiamo vedere nell’episodio evangelico, quando il Maestro sale sulla barca di Pietro per distanziarsi un po’ dalla riva e così predicare meglio alla gente. La nostra vita di fede inizia quando umilmente accogliamo Gesù sulla barca della nostra esistenza, gli facciamo spazio, ci mettiamo in ascolto della sua Parola e da essa ci facciamo interrogare, scuotere e cambiare”.

Dall’ascolto si passa a vivere la Parola di Dio: “Allo stesso tempo, fratelli e sorelle, la Parola del Signore chiede di incarnarsi concretamente in noi: siamo perciò chiamati a vivere la Parola. Ripetere soltanto la Parola, senza viverla, ci fa diventare come pappagalli: sì, la dico, ma non si capisce, non si vive… La Parola del Signore non può restare una bella idea astratta o suscitare soltanto l’emozione di un momento; essa ci chiede di cambiare il nostro sguardo, di lasciarci trasformare il cuore a immagine di quello di Cristo; la Parola ci chiama a gettare con coraggio le reti del Vangelo in mezzo al mare del mondo, ‘correndo il rischio’, sì, correndo il rischio di vivere l’amore che Lui ci ha insegnato e ha vissuto per primo”.

Inoltre ha precisato che gli ‘ostacoli’ ci sono sempre: “Certo, gli ostacoli e le scuse per dire di no non mancano mai; ma guardiamo ancora all’atteggiamento di Pietro: veniva da una notte difficile, in cui non aveva pescato nulla, era arrabbiato, era stanco, era deluso; eppure, invece di rimanere paralizzato in quel vuoto e bloccato dal proprio fallimento, dice: ‘Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti’. Sulla tua parola getterò le reti. E allora accade l’inaudito, il miracolo di una barca che si riempie di pesci fino quasi ad affondare”.

E’ stato un invito a non rimanere chiusi nei propri fallimenti: “Ma con la stessa umiltà e la stessa fede di Pietro, anche a noi è chiesto di non restare prigionieri dei nostri fallimenti. Questa è una cosa molto brutta, perché i fallimenti ci prendono e noi possiamo diventare prigionieri dei fallimenti. No, per favore: non restiamo prigionieri dei nostri fallimenti; invece di rimanere con lo sguardo fisso sulle nostre reti vuote, guardiamo a Gesù e fidiamoci di Lui. Non guardare le tue reti vuote, guarda Gesù, guarda Gesù! Lui ti farà camminare, Lui ti farà andare bene, fidati di Gesù!”

Prima della celebrazione eucaristica papa Francesco aveva incontrato presso la sede della Conferenza Episcopale Indonesiana gli assistiti delle realtà caritative della Chiesa cattolica: “Voi siete piccole stelle luminose nel cielo di questo arcipelago, le membra più preziose di questa Chiesa, i suoi ‘tesori’, come fin dai primi secoli del cristianesimo insegnava il diacono martire san Lorenzo…

Affrontare insieme le difficoltà, fare tutti del nostro meglio portando ognuno il proprio contributo irripetibile, ci arricchisce e ci aiuta a scoprire giorno per giorno quanto vale il nostro stare insieme, nel mondo, nella Chiesa, in famiglia, come ci ha ricordato Andrew, al quale facciamo anche i complimenti per la sua partecipazione ai Giochi Paralimpici: bravo! Facciamo un bell’applauso ad Andrew. E facciamone uno anche a tutti noi, chiamati a diventare insieme campioni dell’amore nelle grandi olimpiadi della vita. Un applauso a tutti noi!”

L’incontro si è concluso con l’invito ad aiutarsi vicendevolmente: “Ci ricorda, poi, quanto il Signore ci vuole bene, a tutti, al di là di qualsiasi limite e difficoltà. Ciascuno di noi è unico ai suoi occhi, agli occhi del Signore, e Lui non si dimentica mai di noi, mai. Ricordiamolo, per tenere viva la nostra speranza e per impegnarci a nostra volta, senza mai stancarci, a fare della nostra vita un dono per gli altri”.

(Foto: Santa Sede)

XXII Domenica Tempo Ordinario: religione vera è la ‘Parola’ scevra da ipocrisia!

La Religione, dal verbo ‘religo’ indica il legame tra l’uomo e Dio. Tale legame può essere naturale o soprannaturale; è naturale se è frutto dell’intelligenza umana e si identifica con la coscienza che è la voce di Dio in noi; è soprannaturale se proviene direttamente da Dio attraverso la rivelazione. Il termine ‘Parola’ o ‘Verbum’ indica il Verbo eterno o la Verità di Dio comunicata all’uomo. E’ la verità che proviene dal cielo ed arriva al cuore dell’uomo; è la verità voluta da Cristo Gesù, quella che ci rende veramente liberi, ci fa essere uomini veri senza ipocrisia.

Chi ha fede e crede in Dio sa bene che è proprio così che Dio vuole essere riamato e servito: ‘E’ meglio, diceva Ignazio d’Antiochia, essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo’. ‘E’ meglio, scrive Papa Francesco, essere atei che cristiani ipocriti: il vero cristiano proclama e garantisce sempre la dignità di ogni essere umano’. Purtroppo lungo i secoli l’insegnamento divino dagli uomini è stato travisato perché imbevuto da ipocrisia. Contro questa ipocrisia si leva Gesù nel Vangelo di oggi e ne evidenzia i tratti essenziali.

‘Accogliete con docilità, scrive l’apostolo Giacomo, la Parola di dio che è stata seminata in voi’, evidenziando che la parola di Dio è la verità che ci rende liberi, è l’insegnamento che mira alla conversione del cuore. Gesù ha parole chiare contro ogni ipocrisia farisaica che finiva con lo svalutare l’insegnamento di Dio privilegiando le tradizioni degli uomini.

I precetti farisaici riducevano la religione ed una serie di riti esteriori, cerimonie, prescrizioni legali, circostanze esteriori in sé e per sé buoni, importanti ed apprezzabili agli occhi degli uomini ma non miravano alla conversione del cuore, si fermavano solo alla pura esteriorità e non andavano mai all’essenziale voluta da Dio: umiltà e fede, amore verso Dio e i fratelli. Da qui il rimprovero di Gesù nel vangelo contro il fariseismo e la pura esteriorità dell’atto religioso: non è l’esterno che conta davanti a Dio ma soprattutto l’interno, il cuore.

Dal di dentro, infatti, dal cuore dell’uomo escono i propositi di ogni male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, maltrattamenti, invidia, calunnia, superbia e stoltezza; non preoccuparti, dice perciò Gesù, di quello che metti in bocca (se è puro o impuro), preoccupati invece di quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore: se il tuo cuore è pulito, da esso verranno fuori solo azioni sagge all’insegna dell’umiltà, dolcezza, perdono, amore.

Odio ed amore nascono dal cuore dell’uomo. Se vuoi cambiare la società, cambia il tuo cuore; se vuoi operare una vera riforma comincia con il riformare te stesso. La Nuova Evangelizzazione tende a creare e diffondere un cristianesimo maturo e responsabile, che non porta ad essere schiavi delle tradizioni delle genti. Verso Dio bisogna muovere il passo con umiltà e amore. 

Religione vera ed autentica è quella che coinvolge l’uomo nella totalità del suo  essere e ci pone a contatto con Dio, ci collega a lui tramite i canali offerti dalla stessa  divinità: coscienza e ragione, la rivelazione dell’Antico e Nuovo Testamento. La legge divina non mira mai a schiavizzare o mortificare l’uomo, ma promuove sempre e solo la dignità della persona umana.

Gesù non annulla né disprezza la legge di Mosè; Egli è contro il legalismo, ma è per la legge; per una legge che abbraccia tutti i comandamenti anche quelli minimi. La legge di Dio era e rimane santa, questa legge però resta inefficace sino a quando il cuore dell’uomo resta succube del peccato Gesù ha sanato il male facendo dell’uomo una nuova creatura, capace di rispondere agli appelli del Signore. Dio vuole il cuore sempre puro perché è da esso che scaturiscono pensieri ed azione buone. La specialità del cristianesimo: chi adora Dio deve adorarlo in spirito e verità.

L’Instrumentum Laboris per una Chiesa missionaria

“Preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato”: prende spunto dal profeta Isaia l’inizio dell’Instrumentum Laboris della seconda sessione del Sinodo sulla Chiesa missionaria, che si svolgerà nel prossimo mese di ottobre.

Il testo nasce dalle riflessioni che le Conferenze Episcopali, le Chiese Orientali Cattoliche e altre realtà ecclesiali internazionali oltre ai rapporti presentati dai parroci nella tre-giorni di lavoro dell’incontro Parroci per il Sinodo, hanno svolto attorno alla Relazione di Sintesi della Prima Sessione (4-29 ottobre 2023) alla luce delle indicazioni date dalla Segreteria Generale del Sinodo attraverso il documento ‘Verso Ottobre 2024’:

“La chiamata a essere discepoli missionari si fonda sulla comune identità battesimale, si radica nella diversità di contesti in cui la Chiesa è presente e trova unità nell’unico Padre, nell’unico Signore e nell’unico Spirito. Essa interpella tutti i Battezzati, senza eccezioni: ‘Tutto il Popolo di Dio è il soggetto dell’annuncio del Vangelo. In esso, ogni Battezzato è convocato per essere protagonista della missione poiché tutti siamo discepoli missionari’. Questo rinnovamento trova espressione in una Chiesa che, radunata dallo Spirito mediante la Parola e il Sacramento, annuncia la salvezza che continuamente sperimenta a un mondo affamato di senso e assetato di comunione e solidarietà. E’ per questo mondo che il Signore prepara un banchetto sul suo monte”.

Dopo un excursus di questi tre anni di cammino il documento si apre con l’illustrazione delle sezioni: “Concretamente questo Instrumentum laboris si apre con una sezione dedicata ai Fondamenti della comprensione della sinodalità, che ripropone la consapevolezza maturata lungo il percorso e sancita dalla Prima Sessione. Seguono tre Parti strettamente intrecciate, che illuminano da prospettive diverse la vita sinodale missionaria della Chiesa: I) la prospettiva delle Relazioni – con il Signore, tra i fratelli e le sorelle e tra le Chiese – che sostengono la vitalità della Chiesa ben più radicalmente delle sue strutture; II) la prospettiva dei Percorsi che sorreggono e alimentano nella concretezza il dinamismo delle relazioni; III) la prospettiva dei Luoghi che, contro la tentazione di un universalismo astratto, parlano della concretezza dei contesti in cui si incarnano le relazioni, con la loro varietà, pluralità e interconnessione, e con il loro radicamento nel fondamento sorgivo della professione di fede.

Ciascuna di queste Sezioni sarà oggetto della preghiera, dello scambio e del discernimento in uno dei moduli che scandiranno i lavori della Seconda Sessione, in cui ciascuno sarà invitato ad ‘offrire il proprio contributo come un dono per gli altri e non come una certezza assoluta’ (RdS, Introduzione), in un percorso che i membri dell’Assemblea sono chiamati a scrivere insieme. Su questa base sarà elaborato un Documento Finale, relativo a tutto il processo finora compiuto, che offrirà al Santo Padre orientamenti sui passi da compiere e sulle modalità concrete per farlo”.

Compito del documento è tracciare un cammino di Chiesa: “Possiamo aspettarci un approfondimento della comprensione condivisa della sinodalità, una migliore messa a fuoco delle pratiche di una Chiesa sinodale e anche la proposta di qualche cambiamento nel diritto canonico (altri, più significativi, ce ne potranno essere dopo aver meglio assimilato e vivificato la proposta di fondo), ma certo non la risposta ad ogni domanda.

Anche perché altre ne emergeranno lungo il cammino di conversione e di riforma che la Seconda Sessione inviterà la Chiesa tutta a compiere. Tra i guadagni del processo fin qui svolto possiamo certamente annoverare l’aver sperimentato e appreso un metodo con cui affrontare insieme le questioni, nel dialogo e nel discernimento. Stiamo ancora imparando come essere Chiesa sinodale missionaria, ma è un compito che abbiamo sperimentato di poter intraprendere con gioia”.

Il documento è molto ampio e spiega il valore della sinodalità: “I termini sinodalità e sinodale, derivati dall’antica e costante pratica ecclesiale del radunarsi in sinodo, grazie all’esperienza degli ultimi anni sono stati maggiormente compresi e più ancora vissuti. Sempre più essi sono stati associati al ‘desiderio di una Chiesa più vicina alle persone, meno burocratica e più relazionale’, che sia casa e famiglia di Dio. Nel corso della sua Prima Sessione, l’Assemblea ha maturato una convergenza sul significato di ‘sinodalità’ che sta alla base di questo Instrumentum laboris…

Sinodalità designa pertanto ‘lo stile peculiare che qualifica la vita e la missione della Chiesa’, uno stile che parte dall’ascolto come primo atto della Chiesa. La fede, che nasce dall’ascolto dell’annuncio della Buona Notizia, dell’ascolto vive: ascolto della Parola di Dio, ascolto dello Spirito Santo, ascolto gli uni degli altri, ascolto della tradizione viva della Chiesa e del suo magistero. Nelle tappe del processo sinodale, ancora una volta la Chiesa ha sperimentato ciò che le Scritture insegnano: è possibile annunciare solo ciò che si è ascoltato”.

In questo cammino sono emerse le differenze dei carismi, intese come armonia: “Ugualmente è cresciuta la consapevolezza della varietà di carismi e vocazioni che lo Spirito Santo costantemente suscita nel Popolo di Dio. Nasce così il desiderio di crescere nella capacità di discernerli, di comprenderne le relazioni all’interno della vita concreta di ciascuna Chiesa e della Chiesa tutta, e soprattutto di articolarli per il bene della missione. Questo significa anche riflettere più profondamente sulla questione della partecipazione in rapporto con la comunione e la missione. In ogni fase del processo è emerso il desiderio di ampliare le possibilità di partecipazione e di esercizio della corresponsabilità di tutti i Battezzati, uomini e donne, nella varietà dei loro carismi, vocazioni e ministeri”.

Uno spazio è stato dato anche alla formazione: “Lo scopo della formazione nella prospettiva della sinodalità missionaria è che ci siano testimoni, uomini e donne capaci di assumere la missione della Chiesa in corresponsabilità e in cooperazione con la potenza dello Spirito. La formazione assumerà quindi come base il dinamismo dell’iniziazione cristiana, puntando a promuovere l’esperienza personale di incontro con il Signore e di conseguenza un processo di conversione continua di atteggiamenti, relazioni, mentalità e strutture. Il soggetto della missione è sempre la Chiesa, e ogni suo membro è testimone e annunciatore della salvezza in ragione di questa appartenenza. L’Eucaristia, ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’, è il luogo fondamentale della formazione alla sinodalità. La famiglia, in quanto comunità di vita e di amore, è un luogo privilegiato di educazione alla fede e alla pratica cristiana. Nell’intreccio delle generazioni è scuola di sinodalità, invitando ciascuno a prendersi cura degli altri, e rendendo visibile che tutti (i deboli e i forti, i bambini, i giovani e gli anziani) hanno molto da ricevere e molto da dare”.

Quindi la formazione deve essere integrale: “Non punta infatti solo all’acquisizione di nozioni o di competenze, ma a promuovere la capacità di incontro, di condivisione e cooperazione, di discernimento in comune. Deve perciò interpellare tutte le dimensioni della persona: intellettuale, affettiva e spirituale. Non può essere una formazione unicamente teorica, ma comprende esperienze concrete opportunamente accompagnate. Ugualmente è importante favorire una conoscenza delle culture in cui le Chiese vivono e operano, compresa la cultura digitale, oggi così pervasiva, soprattutto in ambito giovanile”.

La conclusione del documento offre lo spazio alla riflessione di una Chiesa missionaria: “L’Enciclica ‘Fratelli tutti’ ci presenta la chiamata a riconoscerci come sorelle e fratelli in Cristo risorto, proponendolo non come uno status, ma come uno stile di vita. L’Enciclica sottolinea il contrasto tra il tempo in cui viviamo e la visione di convivialità preparata da Dio. Il velo, la coltre e le lacrime dei nostri tempi sono il risultato del crescente isolamento reciproco, della crescente violenza e polarizzazione del nostro mondo e dello sradicamento dalle sorgenti della vita. Questo Instrumentum laboris si interroga e ci interroga su come essere una Chiesa sinodale missionaria; come impegnarci in un ascolto e in un dialogo profondi; come essere corresponsabili alla luce del dinamismo della nostra vocazione battesimale personale e comunitaria; come trasformare strutture e processi in modo che tutti possano partecipare e condividere i carismi che lo Spirito riversa su ciascuno per l’utilità comune; come esercitare potere e autorità come servizio. Ognuna di queste domande è un servizio alla Chiesa e, attraverso la sua azione, alla possibilità di guarire le ferite più profonde del nostro tempo”.

Da Ancona la proposta di mettersi all’ascolto della Croce

Per la festa di San Ciriaco, patrono dell’arcidiocesi di Ancona-Osimo e della città di Ancona, nel capoluogo marchigiano si è svolta la manifestazione ‘InCanto sulle vie di Francesco’: un’edizione speciale di una serie di eventi che da 11 anni si svolgono in Umbria e nel Centro Italia, percorrendo a piedi antichi percorsi francescani mentre i cori attendono i camminatori con esecuzioni canore.

Dal porto di Ancona è partito san Francesco per il Medio Oriente e al porto di Ancona è arrivato il patrono, san Ciriaco, come ha ricordato mons. Angelo Spina, arcivescovo di Ancona-Osimo: “Il suo corpo giunto da Gerusalemme ad Ancona 1606 anni fa, dono di Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, è segno di una presenza viva e di una protezione costante della Città e dell’intera Arcidiocesi di Ancona-Osimo. Il dono del corpo del santo venuto da Gerusalemme unisce due mondi: oriente ed occidente. Ancona è la porta d’oriente e la via della pace. Oggi più che mai abbiamo bisogno di guardare a San Ciriaco perché i santi sono i campioni della fede e dell’amore e creano unione e non divisione”.

Brevemente ha raccontato la storia del santo: “La storia del santo, come sappiamo, ci rimanda alle vicende vissute a Gerusalemme, all’anno 326 dopo Cristo, quando Elena, madre dell’imperatore Costantino era alla ricerca della vera Croce di Cristo. Un certo Giuda, ebreo, sapeva dove era. Su invito pressante di Elena, Giuda svelò dove era nascosta la Croce, ci fu l’inventio crucis. Giuda si convertì, si fece battezzare e prese il nome di Kuryakos, Ciriaco, che tradotto significa ‘del Signore’. Fu vescovo di Gerusalemme e non esitò ad affrontare il martirio per rendere testimonianza della sua fede, sotto Giuliano l’Apostata, con la convinzione ferma che gli ‘uomini possono uccidere il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima’. Il martirio di san Ciriaco rimanda alla Croce”.

Riprendendo le parole di san Paolo l’arcivescovo di Ancona ha sottolineato che ‘la parola della croce è potenza di Dio’, secondo la definizione di san Paolo: “San Paolo considera la Croce come Parola! E’ un’espressione fortissima. La Croce parla. Oggi c’è un linguaggio sempre più aggressivo; un linguaggio superficiale, frettoloso, che non tiene conto della fase di ascolto. Il cammino sinodale che la Chiesa ha intrapreso invita tutti ad ascoltare e poi a parlare, per costruire la comunità e percorrere strade di unità e di comunione”.

E’ un invito all’ascolto della Croce: “A noi viene chiesto di metterci in ascolto della Croce. Perché la Croce parla! Purtroppo non tutti l’ascoltano! E’ lo stesso san Paolo a spiegarlo con un binomio irriducibile: ‘La parola della Croce è stoltezza per quelli che non credono, ma per noi è potenza di Dio’. Da una parte, questa parola è ‘stoltezza’; potremmo dire senza significato, senza logica. E se questa parola non ha sapore, non ha significato, non ha logica, tanto vale non sentirla. In altri passi, egli dirà che la croce per alcuni è «scandalo» che significa ostacolo, pietra d’inciampo”.

Il pensiero corre verso coloro che sono stati addossati dalle croci: “La parola di queste innumerevoli e tremende croci, se non ascoltata, semina conflitti e morte, e rende ‘cimitero’ la nostra terra e il ‘mare nostro’, come più volte ci ha ricordato papa Francesco. Gesù, con la sua morte sulla croce, ha portato nel mondo una speranza nuova e lo ha fatto alla maniera del ‘seme’. Si è fatto piccolo, come un chicco di grano: ha lasciato la sua gloria celeste per venire tra noi, è ‘caduto in terra’. Ma non bastava ancora. Per portare frutto Gesù ha vissuto l’amore fino in fondo, lasciandosi spezzare dalla morte come un seme si lascia spezzare sotto terra”.

Però dalla Croce è nata la speranza: “Guarda la Croce, guarda il Cristo Crocifisso e da lì ti arriverà la speranza che non sparisce più, quella che dura fino alla vita eterna. E questa speranza è germogliata proprio per la forza dell’amore: perché l’amore tutto spera, tutto sopporta, l’amore, che è la vita di Dio, ha rinnovato tutto ciò che ha raggiunto. Sulla croce Gesù ha trasformato il nostro peccato in perdono, il nostro odio in amore, la nostra paura in fiducia, la nostra morte in resurrezione”.

Ugualmente dalla croce scaturisce la pace: “Se dalla croce fiorisce la speranza è dalla croce che viene donata la vera pace, perché il Signore Gesù, nel suo gesto di amore infinito, sacrificando se stesso, ci riconcilia con Dio e tra di noi. Dà il via a una nuova umanità che guardando a lui mette fuori dalla porta del cuore e della propria casa l’individualismo, la superbia, l’invidia, la gelosia, l’aggressività; per coltivare la giustizia e, insieme, la solidarietà, la condivisione di gioie e fatiche, di sofferenze e speranze; per tendere al dono di sé e non al possesso egoistico”.

E’ un invito alla città portuale ad essere accogliente: “Ancona, con il porto, è per sua natura una città che accoglie. Nel tempo ha saputo costruire inclusione, reciprocità, pur nella fatica e nelle contraddizioni. Nel corso della storia le tante ferite, alcune dovute a calamità naturali di lontana memoria e recenti, non hanno mai fermato lo spirito di solidarietà e di inclusione sociale, con l’attenzione ai più bisognosi”.

E’ un invito ad accorgersi dei ‘poveri’: “In questo momento storico non possiamo distogliere lo sguardo da ciò che sta avvenendo nel mondo intero, con la più grande emergenza umanitaria. Così come non possiamo assistere inerti al rischio continuo che tante persone in questa città scivolino nuovamente e silenziosamente in povertà che speravamo superate per sempre: infatti, quando qualcuno bussa per la prima volta ai Centri di Ascolto delle nostre Caritas, si sono già consumate gran parte delle risposte di dignità e di intraprendenza personali”.

Ed ha proposto tre tappe per una nuova visione della città: “Come sarebbe auspicabile se, abbandonate le forme continue di lamentela, ci fosse una prima tappa per fare memoria della storia di carità e giustizia della nostra città. Una seconda tappa che guardi al presente, evidenziando le capacità e i talenti a servizio delle diverse condizioni di povertà. Una terza tappa rivolta al futuro, orientata allo sviluppo di pratiche di lotta alla povertà da realizzare con i poveri stessi”.

E’ una proposta di costruire relazioni sotto la guida di san Ciriaco: “Nella città c’è un desiderio latente, quasi una necessità, di ricostruire relazioni forti tra singoli, corpi sociali e istituzioni. Abbiamo una grande opportunità: prendersi a cuore gli ultimi, dando loro spazio e voce, è infatti quanto di più nobile e nobilitante ci sia per rimettersi insieme tra tanti soggetti diversi, senza polemiche e senza secondi fini. E’ possibile? La risposta è: ‘sì’, se ci lasciamo guidare dal nostro patrono, san Ciriaco, ad abbracciare la croce gloriosa di Cisto salvatore, la croce che parla ai nostri cuori, unica nostra speranza e nostra pace”.

(Foto: arcidiocesi di Ancona-Osimo)

Papa Francesco: lo Spirito Santo è forte e gentile

“Lo Spirito Santo è Colui che crea l’armonia, l’armonia! E la crea a partire da realtà differenti, a volte anche conflittuali. Oggi, festa di Pentecoste, preghiamo lo Spirito Santo, Amore del Padre e del Figlio, perché crei armonia nei cuori, armonia nelle famiglie, armonia nella società, armonia nel mondo intero; che lo Spirito faccia crescere la comunione e la fraternità tra i cristiani delle diverse Confessioni; doni ai governanti il coraggio di compiere gesti di dialogo, che conducano a porre fine alle guerre… Che lo Spirito porti i responsabili delle nazioni e tutti noi ad aprire porte di pace”.

Al termine della recita del Regina Caeli papa Francesco ha invocato lo Spirito Santo per la fraternità nel mondo con l’invito a nutrirsi della Parola di Dio: “Per questo è importante che ci nutriamo ogni giorno delle Parole di Dio, delle Parole di Gesù, ispirate dallo Spirito. E tante volte dico: leggere un pezzo del Vangelo, avere un Vangelo piccolo, tascabile e portarlo con noi, approfittando dei momenti favorevoli”.

E’ stato un invito a dare spazio all’Adorazione: “Ascoltare la Parola di Dio fa tacere le chiacchiere. Ecco come dare spazio in noi alla voce dello Spirito Santo. E poi nell’Adorazione (non dimentichiamo la preghiera di adorazione in silenzio) specialmente quella semplice, silenziosa, come è l’adorazione. E lì dire dentro di noi parole buone, dirle al cuore per poterle dire agli altri, dopo, gli uni per gli altri. E così si vede che vengono dalla voce del Consolatore, dello Spirito”.

Mentre nella celebrazione della Pentecoste il papa ha descritto l’azione dello Spirito Santo: “L’azione dello Spirito in noi è forte, come simboleggiano i segni del vento e del fuoco, che spesso nella Bibbia sono associati alla potenza di Dio. Senza questa forza, non riusciremmo mai a sconfiggere il male, né a vincere i desideri della carne di cui parla san Paolo, a vincere quelle pulsioni dell’anima:

l’impurità, l’idolatria, le discordie, le invidie…con lo Spirito si possono vincere… Ce lo mostra anche Gesù, quando, spinto dallo Spirito, si ritira per quaranta giorni nel deserto per essere tentato. E in quel tempo anche la sua umanità cresce, si rafforza e si prepara alla missione”.

Comunque l’azione dello Spirito Santo è gentile: “Il vento e il fuoco non distruggono né inceneriscono quello che toccano: l’uno riempie la casa in cui si trovano i discepoli e l’altro si posa delicatamente, in forma di fiammelle, sul capo di ciascuno. E anche questa delicatezza è un tratto dell’agire di Dio che ritroviamo tante volte nella Bibbia”.

Quindi ha raccontato la cura dello Spirito Santo: “Ed è bello vedere come la stessa mano robusta e callosa che prima ha dissodato le zolle delle passioni, poi delicatamente, messe a dimora le pianticelle della virtù, le ‘bagna’, le ‘cura’ e le protegge con amore, perché crescano e si irrobustiscano, e noi possiamo gustare, dopo la fatica del combattimento contro il male, la dolcezza della misericordia e della comunione con Dio. Così è lo Spirito: forte, ci dà la forza per vincere, e anche delicato. Si parla dell’unzione dello Spirito, lo Spirito ci unge, è con noi…

Lo Spirito Santo, disceso sui discepoli e fattosi vicino (cioè ‘paraclito’) agisce trasformando i loro cuori e infondendo in essi un’ ‘audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima’… E per rispondere questo hanno la forza dello Spirito Santo”.

Al contempo lo Spirito Santo infonde la forza per la missione: “Con la stessa forza: cioè, non con prepotenza e imposizioni – il cristiano non è prepotente, la sua forza è un’altra, e la forza dello Spirito –, nemmeno coi calcoli e colle furbizie, ma con l’energia che viene dalla fedeltà alla verità, che lo Spirito insegna ai nostri cuori e fa crescere in noi.

E così noi ci arrendiamo allo Spirito, non ci arrendiamo alla forza del mondo, ma continuiamo a parlare di pace a chi vuole la guerra, a parlare di perdono a chi semina vendetta, a parlare di accoglienza e solidarietà a chi sbarra le porte ed erige barriere, a parlare di vita a chi sceglie la morte, a parlare di rispetto a chi ama umiliare, insultare e scartare, a parlare di fedeltà a chi rifiuta ogni legame, confondendo la libertà con un individualismo superficiale, opaco e vuoto”.

Lo Spirito Santo infonde speranza: “Lo Spirito ci dà la forza per andare avanti e chiamare tutti con gentilezza, ci dà la gentilezza di accogliere tutti. Tutti noi, fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di speranza, che non è ottimismo, no, è un’altra cosa. Abbiamo bisogno di speranza. La speranza la si raffigura come un’ancora, lì, alla riva, e noi, aggrappati alla corda, verso la speranza. Abbiamo bisogno di speranza, abbiamo bisogno di alzare gli occhi su orizzonti di pace, di fratellanza, di giustizia e di solidarietà”.

(Foto: Santa Sede)

Paolo Curtaz si racconta attraverso la Parola di Dio

‘La parola mi racconta. Storia di un’anima in cammino’; nella forma del dialogo con Natale Benazzi, Paolo Curtaz, teologo e ‘cercatore di Dio’, racconta la sua storia personale, dalla prospettiva di una costante, sempre presente: la dedizione alla Parola di Dio come filo rosso che ha accompagnato il tempo della sua vocazione sacerdotale, la crisi della stessa, con l’abbandono dell’attività ministeriale, e la seguente opera di evangelizzazione attraverso le proposte di lectio divina, gli incontri personali e i media. La Parola di Dio è sempre rimasta nel percorso di Curtaz l’elemento di continuità, cui negli ultimi anni si è aggiunto anche il tema della sofferenza, offrendo una visione ulteriore in questo suo vero e proprio cammino vocazionale alla ricerca dell’essenziale.

Cosa racconta la Parola di Dio?
“La Parola di Dio racconta d’amore tra Dio ed il popolo di Israele e verso tutta l’umanità. Questo racconto passa attraverso il racconto di migliaia di persone, che sono state scelte per fare arrivare ad ogni uomo ed ad ogni donna la parola che Dio ha su di noi”.

Per quale motivo la Parola di Dio è sempre stata una costante nella sua vita?
“Fin dai primi passi della mia conversione, quando ero poco più che adolescente e credevo di essere ateo (ma non lo ero affatto), ho trovato persone (sacerdoti in particolare) che mi hanno aiutato a fare la ‘lectio divina’, cioè ad accostarmi alla Parola di Dio come qualcosa di vivo, che mi riguardava. Meditando la Parola di Dio e facendo una lettura orante in comunione con la Chiesa, ho veramente scoperto il volto di Dio, Padre di Gesù: questa Parola ispirata dallo Spirito Santo e pregata nello Spirito Santo mi ha aiutato tantissimo nel mio percorso di vita”.

In quale modo la fede è capace di parlare a chi è in ricerca?
“La fede è fiducia; è un affidarsi nei confronti di Dio, che si è manifestato come Qualcuno di affidabile e merita la nostra fiducia. Leggendo le testimonianze di chi ha vissuto questa fede possiamo far emergere in noi la scintilla dello Spirito Santo e metterci alla ricerca del senso della vita, in quanto Dio è ‘accessibile’, ma ‘nascosto’; è un Dio che non si impone, ma si fa trovare”.

Come è possibile raccontare la Parola di Dio nella sofferenza?
“La Bibbia ha un approccio particolarissimo nei confronti della sofferenza. Possiamo trovare le intuizioni e le riflessioni che si facevano in altre culture, cioè la sofferenza come punizione divina; oppure sofferenza come ‘messa alla prova’. Giobbe si rifiuta di ragionare a livello teologico e disprezza i ragionamenti in punta di fioretto chi vuole difendere Dio. Alla fine questa sua esperienza drammatica di sofferenza ed anche di ribellione, addirittura di bestemmia, lo porterà a conoscere Dio faccia a faccia. Quando c’è, Dio da accusato diventa accusatore e mette Giobbe davanti al grande mistero dell’universo, in cui la sofferenza del singolo ha una ragione di cui noi non riusciamo a comprendere”.

Come si diventa ‘cercatori’ di Dio?
“Si diventa cercatori di Dio quando resti affascinato da una testimonianza, da una comunità, da un libro, da un ritiro spirituale o da un pellegrinaggio e senti dentro questo desiderio di cercare. Viviamo in un contesto, tutto sommato, cattolico. Però altro è vivere la fede ‘popolare’; altro è diventare discepolo. Credo che sia una grande sfida in questo momento in Italia fare questo salto, cioè tornare a capire che il percorso cristiano è un percorso di conoscenza di Dio ed è una ricerca che passa attraverso la meditazione della Parola di Dio ed attraverso l’esperienza della comunità l’accoglienza dei sacramenti che Dio ci ha lasciato per raggiugerLo e dura per tutta la vita. Siamo per sempre ricercatori di Dio, perché la nostra ricerca è ‘già e non ancora’”.

Per quale motivo è un evangelizzatore ‘free lance’?
“E’ una definizione che ho usato molti anni fa nel mio percorso di vita un po’ particolare. Ho desiderato mettere a disposizione quello che io sono e la mia esperienza di fede a chi nella Chiesa vuol fare questo percorso. Sono free lance, perché non sono legato in particolare ad una Chiesa locale, ad un movimento o congregazione, ma sono un battezzato all’interno della Chiesa. Oggi, poi, dopo il Sinodo ancora in corso, piace definirmi missionario digitale”.

(Foto: Edizioni San Paolo)

Il card. Zuppi ricorda don Nicolini e don Giussani

‘Il prete degli ultimi’ e ‘l’apostolo delle carceri’: questi sono stati alcuni aggettivi per ricordare don Giovanni Nicolini, il sacerdote mantovano morto nei giorni scorsi a Bologna: monaco della comunità delle famiglie della Visitazione, don Giovanni Nicolini era stato ordinato sacerdote nel 1972. Quando approda a Bologna nel 1967 entra in contatto con don Giuseppe Dossetti e va a fare il parroco in provincia, a Sammartini di Crevalcore, per poi dirigere la Caritas locale.

Nell’omelia delle esequie funebri l’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, ha sottolineato che il sacerdote bolognese si è sempre nutrito nella preghiera: “Con Giovanni, accompagnato fino alla fine dalla preghiera e dalla lettura della Parola, direi notte e giorno, si è nutrito, lui, di questo pane che gli ha conquistato il cuore e che con tanta sapienza umana e spirituale offriva a chiunque.

Lo faceva sempre in modo personale, senza supponenza, tanto che ogni incontro, anche il più ordinario, acquisiva un valore particolare, un significato nel senso stretto del termine, un tratto personale, diretto, del quale credo che qui, oggi, in tanti ringraziamo per qualche parola che ha toccato il cuore, per un sorriso, per un consiglio, per un po’ di luce e conforto.

Giovanni era grande nello spiegare le Scritture e le faceva calare nella vita, regalava un Vangelo vivo, esigente e umanissimo, tanto che tutti si sentivano descritti, illuminati, perdonati, amati del Signore del Vangelo spiegato da lui. E una Parola vissuta e annunziata così diventa quasi naturalmente comunione tra chi ascolta e condivisione con tutti, particolarmente con i poveri”.

Da questo nutrimento della preghiera don Nicolini aveva aperto la sua casa all’accoglienza di tutti: “Tutti si sentivano a casa con lui, accolti e attesi e molti sono stati attirati da lui proprio per questo spiegare le Scritture e per la relazione che aveva con chi ascoltava e con i poveri.

Negli ultimi faticosi tempi, in cui tutto era sfuocato e non aveva la forza per tante altre cose, era sempre attaccato alla Bibbia con tutte le poche energie rimaste, unitamente all’affetto incondizionato per Massimo che ha sempre indicato come esempio della mitezza divina di Gesù.

Il suo impegno evangelico richiedeva, come abbiamo ascoltato, giustizia, che vuol dire cambiare le cause, coinvolgendo tutti nell’intelligenza e nella passione per la persona, quella che deve animare la politica intesa nel senso più nobile e alto.

Era quella che aveva imparato dal papà e dai suoi tanti amici, che vedeva trasfusa nei principi fondamentali della nostra Carta costituzionale che, diceva, ‘non citano esplicitamente Dio ma esprimono chiaramente la concezione cristiana della storia’. Fino alla fine non ha smesso di ricordarci lo scandalo della povertà, di farlo sempre con tanta cultura e conoscenza ma anche con la commozione personale, perché non riusciva a non piangere davanti a situazioni di povertà. Così ci aiutava a piangere, vincendo tiepidezza, scontatezza e indifferenza”.

Quindi don Nicolini era innamorato di Dio che si incarna nell’umanità: “Ha teso alla pietà, che non è mai un sentimento compiaciuto e quindi sterile, ma si traduce in prassi. Alla fede, cioè all’abbandono pieno a Dio e alla sua volontà, radicale non perché ha le risposte per tutto ma perché ha trovato la risposta che motiva tutto.

Alla carità, che supera tutti i limiti e le misure, perché è questa a durare per sempre, perché solo l’amore resta e resterà per sempre. Alla pazienza, che non è rassegnazione ma visione lunga, amore più forte delle delusioni e delle miserie, speranza con cui sapeva riaccendere nei cuori spenti dalla sofferenza il senso della rinascita e della luce che passa attraverso le ferite.

Alla mitezza, da vero uomo di pace qual era, che non perde tempo a litigare, ma che con il sorriso e la gentilezza sconfigge la forza del male con la forza del cuore. Giovanni ha combattuto la buona battaglia della fede, fino alla fine, pregando e trasmettendo fede nell’incertezza della vita. Ha viaggiato nel mondo, cercandolo e amandolo senza barriere, perché il mondo ci è lontano non perché è ‘contro-Dio’, ma perché è ‘senza-Dio’.

E quindi bisogna far conoscere Gesù, luce di cui il mondo ha bisogno e che non cerca perché si è rassegnato al suo crepuscolo grigio. Noi lo ringraziamo perché la sua professione di fede l’ha fatta con noi come testimoni. E oggi noi dobbiamo comunicarlo con più consapevolezza e responsabilità a tanti che lo cercano”.

Mentre nel diciannovesimo anniversario della morte di don Luigi Giussani il card. Zuppi ha ricordato il suo amore per la Chiesa: “Nel 1968 Giussani disse che la comunione è ‘una struttura nuova dell’io’, che non è tanto un complesso di formule, di dogmi, di concezioni astratte, di idee, ma una realtà fisica, ‘è l’appartenenza a Cristo, ma Cristo non è il Cristo di duemila anni fa, il Cristo è quella realtà che si compie, che si rende presente nel suo corpo mistico, nella Chiesa’…

Penso ad un’immagine che in questi anni ci ha accompagnato, dolcissima, riassunto di tutta la vita, eloquente più di tante parole, che rivela l’atteggiamento suo e nostro davanti al successore di Pietro – chiunque esso sia – che è stato chiamato a occupare quella cattedra.

Don Giussani, malfermo, si inginocchia davanti a Giovanni Paolo II al termine della sua testimonianza in quella Pentecoste straordinaria che deve diventare maturità consapevole, non tiepida, bensì radicale ed esigente sequela di Gesù di uomini che non si intristiscono ma sono pieni del vino nuovo e sempre più buono dello Spirito. Giussani ricevette in cambio un abbraccio tenerissimo, protettivo, che risponde pienamente alla richiesta di lui e di noi mendicanti di amore”.

(Foto: arcidiocesi di Bologna)

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