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Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità
“Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.
Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.
Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.
Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’. Partendo da queste sollecitazioni a p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:
“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di ‘non ritorno’ da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”.
‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II. In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?
“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.
Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?
“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”.
‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa… A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?
“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.
Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il ‘mondo’ a comprendere la Chiesa?
“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”.
Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?
“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: il Verbo agisce per la pace nel mondo
“Prorompete insieme in canti di gioia, grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli, scrive il profeta, perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. E’ un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi”: nella prima omelia natalizia papa Leone XIV ha sottolineato che sottolinea che il Verbo fattosi carne manifesta l’inizio di una novità.
La novità consiste nella pace di Gesù: “Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il ‘potere di diventare figli di Dio’. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti”.
E nel prologo giovanneo il Verbo entra in azione: “Il ‘verbo’ è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce.
‘Si fece carne’ e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. ‘Carne’ è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”.
Di conseguenza il Verbo abita nel mondo: “Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. E’ un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”.
E ci vuole incontrare attraverso la fragilità: “Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?
Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”.
Dal prologo giovanneo prende inizio la visione della pace papale: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma”.
Da qui nascono le resistenze del mondo verso la Chiesa missionaria: “Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente (ne risuonano già dappertutto) ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio”.
Una visione ecclesiologica per una pace polifonica: “Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. E’ il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”.
Quindi una pace capace di cambiare il monologo in conversazione: “Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.
(Foto: Santa Sede)
Terza domenica di Avvento: Tempo di attesa, di gioiosa attesa
L’avvento è tempo di attesa: per noi cristiani è attesa gioiosa, attesa fiduciosa. Protagonisti nella Liturgia appaiono Isaia, il grande profeta, e Giovanni Battista, il precursore di Gesù. E’ l’attesa del popolo ebreo a cui è stata affidata la rivelazione attraverso i patriarchi e i profeti: verrà il liberatore, il Messia, il salvatore del popolo ebreo e dell’umanità: ‘Coraggio, dirà il profeta, non temete; irrobustite le mani fiacche, rendete solide le ginocchia vacillanti’. Il Signore non delude: ‘Si apriranno i cieli e scenderà il Giusto’.
E’ l’attesa di Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che crede in Dio anche se apparentemente sembra impossibile la promessa divina: dalla tua discendenza verrà il salvatore. Abramo infatti è anziano, non ha figli e Dio gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e i granelli di sabbia nel deserto. Abramo ha fiducia nel Signore, lascia la sua terra e si trasferisce nella terra promessa; dirà il profeta: ‘Tu, Betlemme, non sei piccola se da te nascerà il Re dei Re; e il popolo attende sulla parola del Signore’. E’ l’attesa di Maria alla quale l’Angelo aveva detto: rallegrati, diventerai madre, nascerà un Bambino che avrà i Regno di David, suo padre; quando Maria obietta: come è possibile? L’angelo la tranquillizza: è opera divina1 e Maria abbassa il capo: Sono la serva del Signore!
E’ l’attesa di Giovanni Battista, il precursore, l’uomo di cui Gesù dirà: “tra i nati di donna non c’è un uomo simile a lui”. Giovanni allora era in carcere per difendere la verità di Dio: Giovanni, infatti, era in carcere per avere rimproverato il Re perché conviveva con la cognata dicendo: ‘Non ti è lecito!’ Dal carcere Giovanni invia i suoi discepoli per dire a Gesù: ‘Sei tu il Cristo che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro’.
Il Battista, che aveva annunciato la venuta del Giusto che avrebbe cambiato il mondo, adesso si accorge che i mondo è rimasto come prima; invia allora i suoi discepoli a chiedere: ‘Sei tu veramente il Messia o dobbiamo aspettarne un altro?’ Ai discepoli di Giovanni Gesù offre i segni messianici; dite quello che avete visto: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risuscitano.
Gesù risponde in modo chiaro e silenzioso: ‘Vedete quello che io ho fatto e riferite’; non ha fatto una rivoluzione cruenta, non ha cambiato con forza il mondo ma ha acceso tante luci nel mondo, luci che costituiscono nei millenni la grande strada illuminata da percorrere. Non è la rivoluzione violenta o le grandi promesse che cambiano il mondo ma la luce della verità, della bontà di Dio che è segno della sua presenza e dà la certezza che l’uomo non è dimenticato da Dio, l’uomo non è il prodotto del caso, ma siamo veramente figli del suo amore.
Tutta la Liturgia oggi ci parla di attesa e di attesa operosa. Noi andiamo verso Cristo Che è venuto a salvarci a prezzo del suo sangue e lo stesso Gesù verrà ancora una volta ma come giudice dei buoni e dei cattivi; Egli giudicherà non ‘per sentito dire’ ma ciascun uomo in chiave di fede vera e di amore profondo. Periodo di avvento, periodo di attesa operosa durante la quale è necessario operare la nostra conversione, cambiare vita in chiave di amore.
E’ l’attesa dell’agricoltore che, come scrive l’apostolo Giacomo, ha seminato ed aspetta con pazienza il frutto della terra, dopo essere stata irrorata dalle piogge d’autunno e di primavera: ‘Non lamentatevi, fratelli, siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina’. Il cristianesimo, infatti, istituito da Gesù è gioia vera perché non siamo mai soli, il signore è sempre vicino.
Dio non abbandona mai la sua Chiesa, anzi ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘via Santa’; su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore, i pentiti di cuore ed allora gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e paura. L’avvento è allora attesa gioiosa ed operosa, attesa attiva dove infine trionferà la misericordia, la fraternità, l’amore. Le opere di misericordia concretizzate nella vita quotidiana sono il segno manifesto della conversione vera.
Il cristiano, allora, non è un uomo ‘rassegnato’, al contrario è una persona impegnata a curarsi perché Gesù con la sua risurrezione ha vinto la morte e come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. L’uomo, purtroppo spesso cerca la felicità per strade che si rivelano sbagliate, il profeta annuncia la vera speranza, quella che non delude mai perché fondata sulla parola di Dio.
Ce ne dà conferma la Vergine Maria, che il Vangelo chiama beata perché ha creduto nell’adempimento della parola del Signore. Ci aiuti Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora e solo allora è Natale.
Card. Zuppi ai vescovi italiani: non temere questo tempo
“Rivolgiamo un pensiero di gratitudine a papa Leone XIV per aver accettato l’invito a essere con noi, giovedì 20 novembre, per la chiusura di questa nostra Assemblea. Ci predisponiamo ad accogliere la sua parola, occasione preziosa per confermarci nel suo magistero di unità e di pace. In questi sei mesi di Pontificato, fin dal suo primo discorso, quello rivolto ai Cardinali, abbiamo colto alcuni assi portanti: la centralità dell’annuncio del Vangelo, l’unità della Chiesa, l’esercizio della collegialità nella sinodalità, la promozione di una pace ‘disarmata e disarmante’ in un mondo che al contrario si esercita nella forza, riempie gli arsenali e svuota di conseguenza le scuole, gli ospedali, i granai; l’attenzione alla dignità della persona umana, dal suo inizio alla fine, tutta da amare, curare e custodire, sempre e per tutti”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto ad Assisi l’Assemblea generale dei vescovi italiani con l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, in quanto la Chiesa ‘non cerca il potere ma il bene dell’Italia’.
Riprendendo le parole che papa Leone XIV ha detto loro nello scorso giugno il presidente dei vescovi ha invitato a sentirsi mandati: “Come Chiese in Italia, sentiamo oggi più fortemente l’appassionante chiamata ad andare nella grande messe di questo mondo, per rispondere a tanti che desiderano conoscere il nome del Dio ignoto, per condividere il Pane che sazia, per annunciare il Vangelo della vita eterna a chi, a tentoni, cerca speranza, per curare le sofferenze di una folla stanca e sfinita perché senza pastore. Non giudicare e, quindi, inevitabilmente condannare, ma guardare con gli occhi di Gesù, quelli della compassione, per essere lievito di fraternità”.
E’ stato un invito esplicito ad annunciare il Vangelo: “Pensiamo alla società di Antiochia, al tempo della Chiesa nascente: i credenti si sono impegnati di persona a portare e comunicare la loro esperienza di fede. Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. Per questo, non dobbiamo avere paura ma rinnovare il nostro impegno a essere testimoni gioiosi del Risorto. Non dobbiamo diventare mediocri, spaventati, paurosi nella paternità e nell’assumerci responsabilità, ma più evangelici e cristiani!”
Ricordando l’allocuzione di papa san Paolo VI nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, ha invitato a non avere paura dell tempo attuale: “Non temiamo, dunque, questo tempo, che sembra sottrarre spazio alla fede: forse è il contrario. E’ questo il momento in cui l’annuncio del Vangelo deve essere più luminoso, come la lampada che arde nella notte. Il credente di oggi non è più il custode di un mondo cristiano, ma il pellegrino di una speranza che continua a farsi strada nei cuori. In questo orizzonte, la fine della cristianità non è una sconfitta, ma un kairos: l’occasione di tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi, a quel ‘sì’ pronunciato per amore, senza paura e senza garanzie”.
Il Vangelo non va protetto: “Il Vangelo non ha bisogno di un mondo che lo protegga, ma di cuori che lo incarnino. E’ in questa situazione di ‘vulnerabilità’ che la Chiesa riscopre la sua forza: non quella del potere, peraltro spesso presunto come le ricostruzioni sulla rilevanza della Chiesa, ma quella dell’amore che si dona senza paura”.
Il Vangelo va annunciato: “La priorità è certamente trasmettere la fede, renderla viva, attraente, farla scoprire nascosta nelle attese e nei desideri del cuore, aiutando a ritrovarne le parole e la prassi. Ecco il nostro orizzonte e la nostra passione. Guardando tanti ‘senza tetto spirituali’ sentiamo la loro condizione, spesso piena di sofferenza, una domanda per costruire case di preghiera, di fraternità con Dio e con il prossimo, dove sperimentare la maternità della Chiesa e vivere l’ascolto della parola che diventa vita”.
Ed ha fatto il punto sul Sinodo, ringraziando chi ha collaborato: “Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente. Ora si apre una fase nuova che interpella in particolare noi Pastori nell’esercizio della collegialità e in quel presiedere la comunione così decisivo perché la sinodalità diventi forma, stile, prassi per una missione più efficace nel mondo”.
Quindi ha ricordato che il ministero è sinodale: “La collegialità che esprimiamo nella forma della nostra Conferenza Episcopale ci chiede anzitutto di esercitare il nostro prezioso ministero in una Chiesa che è sinodale, costituita da un popolo nel quale si cammina insieme, tutti insieme. Del resto, immaginare il nostro ministero episcopale in senso collegiale come altra cosa o separato dalla sinodalità di tutta la Chiesa equivarrebbe a privare la comunione nelle nostre Chiese e tra le nostre Chiese di quella garanzia rappresentata dalla comunione episcopale”.
E’ un invito a non dimenticare il Concilio Vaticano II: “La lezione del Vaticano II, anche da questa prospettiva, resta per noi una strada sicura da non smarrire. Siamo chiamati ad assumere tutto il cammino che in questi anni le Chiese in Italia hanno compiuto per orientarne i passi futuri attraverso il nostro discernimento e le risoluzioni che riconosceremo come necessarie. E’ un compito impegnativo quello che ci è chiesto: dobbiamo onorarlo nel migliore dei modi possibili perché nelle nostre Chiese prenda forma la profezia di una Chiesa che continua a lasciarsi plasmare dal soffio dello Spirito”.
Da qui l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, iniziando dalla parrocchia: “Siamo chiamati a impegnarci a costruire la comunità cristiana laddove siamo. Solo questa darà la carne alla nostra fede e un tetto ai nostri fratelli. La Chiesa è sempre Familia Dei. Certo, non è questo il momento storico del ‘noi’, della vita assieme, come si vede anche dalla fragilità della famiglia e di tante realtà associate!.. Pensiamo alle nostre parrocchie, anche se esse devono sempre restare aperte a qualunque tipo di fedeli e a qualunque ricerca di Dio: sono come la piazza della Chiesa, dove non ci devono essere accessi limitati o condizionati, perché spesso qui approdano tante persone da storie diverse particolari. E alla fontana vanno gli assetati, anche se non li conosciamo! Tutte le forme comunitarie, come quelle dei movimenti, vanno incoraggiate nel dinamismo della comunione e della paternità, come le associazioni di ogni tipo che il genio della fede e dell’amicizia cristiana semina nel nostro tessuto ecclesiale”.
Una comunità è composta da tante diversità: “Va riaccesa e accompagnata questa passione comunitaria che è evangelica e scritta nel profondo dell’animo umano. In una società che si atomizza la Chiesa non cessi mai di essere popolo! Anche in una piccola comunità – lo sappiamo dal Vangelo – c’è una grande forza: attrattiva e missionaria, consolatrice, liberatrice del male… Penso al significato di queste parole nella vita delle città, nelle periferie, nei paesi, nelle cosiddette aree interne: la vita si ravviva con la fede e la fraternità, il male arretra e viene sfidato dal bene. Possa la Chiesa aiutare gli italiani a sentirsi meno polarizzati (il rischio della polarizzazione in tanti campi è stato più volte additato da papa Leone), meno isolati e soli, insomma più popolo!”
(Foto: CEI)
Il bene che ho: per un amore più grande
Dopo le riflessioni pasquali e mariane, Mela Indie e Gipo Montesanto tornano con una nuova opera musicale da ascoltare su Spotify e YouTubee le piattaforme musicali, intitolato ‘Il bene che ho’. Di cosa parlerà il testo dell’opera (non opera lirica ma Christian Music) musicale?
“Ci sono delle persone che amiamo immensamente… persone per cui siamo disposti a dare la vita, che rappresentano tutto il bene che abbiamo. Il nuovo singolo parlerà di questo amore grande”.
Da dove hai preso l’ispirazione?
“Il testo è tratto da una poesia di Mela Indie che avete già conosciuto come autore e interprete dell’album uscito a settembre”, dice Gipo Montesanto (@gipomusica). “ Ci sono altri particolari da raccontarvi e non vedo l’ora di parlarne insieme”.
Per quale motivo il singolo martedì 21 ottobre?
“ Il 21 ottobre è una data per me importante. Chi mi conosce più da vicino sa il perche”.
Quali altre informazioni puoi darci?
“In un certo senso è un inno all’essenza. Rendersi conto che le persone che ci sono state donate sono il bene più prezioso. Un amore più grande del resto. Un amore che qualcuno ha trovato nel rapporto stesso con Dio.
Realizzando quell’amore con lo ‘stare’ è il modo che abbiamo per scoprire anche noi stessi. L’alternativa è sempre il fuggire o restare anestetizzati dall’indifferenza. Il verso finale infatti dice: ‘Sei tu la persona per cui oggi sono io’. Si capisce di essere qualcuno, rispetto alla relazione che abbiamo con qualcun altro”.
Lo stare accanto, dedicando il nostro tempo, illumina già il nostro stesso essere. Ho letto una frase interssante in un posto che parlava della prossima uscita, questo singolo, è una cosa che tocca da vicino anche me con le mie opere. Puoi riportare il pensiero? E’ molto importante perché dà l’idea che nonostante tutto è sempre bene provare.
“Riusciamo a cambiare il mondo? Non so… ma siamo certi che provarci è un qualcosa che cambierà sicuramente noi”.
(Foto: Spotify)
Maurizio Misitano racconta la situazione nella Repubblica Democratica del Congo
Lo scorso 31 luglio, a Washington i rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda, in collaborazione con gli osservatori degli Stati Uniti, del Qatar, della Commissione dell’Unione Africana e del Togo (facilitatore da parte dell’Unione Africana), hanno tenuto la prima riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio dell’attuazione dell’accordo di pace firmato il 27 giugno dai due Stati. Questo comitato ha il compito di accompagnare l’attuazione dell’accordo di pace, attraverso il monitoraggio delle violazioni dell’accordo, dell’adozione di misure appropriate per rimediare a tali violazioni e della ricerca di soluzione di eventuali litigi per via amichevole.
Mentre il giorno successivo, a Washington, i rappresentanti di questi due Stati, con la collaborazione degli Stati Uniti, hanno firmato un testo relativo ai ‘Principi del Quadro di Integrazione Economica Regionale’, previsto dall’accordo di pace firmato il 27 giugno, secondo cui i due Stati intendono favorire il progresso economico e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nella regione dei Grandi Laghi Africani. Però la situazione resta ad ‘alta tensione’.
Da Maurizio Misitano, direttore esecutivo della Fondazione ‘Agostiniani nel mondo’, ong che opera in molti Paesi del mondo, ci facciamo raccontare la situazione nella Repubblica Democratica del Congo: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo non è facile: adesso è esplosa, ma quella zona con quelle limitrofe è in grande difficoltà. Il reclutamento forzato di popolazione molto giovane è sempre attivo e colpisce moltissimo anche le nostre missioni nel nord della Repubblica Democratica. Abbiamo progetti con l’obiettivo comune di assistere i poveri”.
Quali sono i progetti che la Fondazione sta realizzando?
“A Kinshasa abbiamo una scuola, dalla materna alla secondaria, con 2500 studenti e studentesse (51%). Abbiamo un programma al contrasto del lavoro minorile, fenomeno terribile nel Paese, che ufficialmente ‘coinvolge’ circa 8.000.000 bambini e bambine, ma secondo noi sono molti di più. Con il progetto contro lo sfruttamento al lavoro minorile, cerchiamo di stabilizzare la situazione economica dei genitori, i quali mandano i figli a lavorare per una questione di povertà.
Quindi li aiutiamo a stabilizzarsi, coinvolgendo gli imprenditori locali attraverso la formazione del personale, oppure sostenendo l’apertura di piccole attività produttive o cooperative. A Dungu abbiamo costruito il Centro Juvenat che si occupa di reinserimento nella società degli ex-bambini soldato e l’ampliamento dello stesso con una scuola che li possa accogliere”.
In quale modo la Fondazione aiuta i bambini-soldato?
“Nel nord della Repubblica Democratica del Congo abbiamo aperto un centro per il recupero ed il reinserimento di ex ragazzi e ragazze soldato. Abbiamo terminato di costruire il centro nel 2020 ed oggi ospita, con un programma di boarding, un centinaio di ex ragazzi soldato; però, al contempo fornisce formazione al lavoro con un programma di reinserimento per circa 800 ragazzi e ragazze vulnerabili. Il ‘piano’ consiste in un primo percorso psicologico e psicofisico, per chi ne ha bisogno; dopodiché li formiamo al lavoro con alcuni laboratori.
Abbiamo una falegnameria, dove imparano a fare i falegnami, e corsi di sartoria e di programmazione dei computer; abbiamo anche un’azienda agricola dove imparano tecniche di agro economia, con la produzione di miele e la produzione di mattonelle di carbone da scarti vegetali. Abbiamo aperto anche corsi di video maker e di teatro. Infine abbiamo aperto anche un cinema.
L’anno scorso abbiamo costruito una scuola, perché abbiamo visto che il loro reinserimento è complicato, perché le altre scuole hanno paura di questi bambini, ristrutturando una ‘vecchia’ scuola degli Agostiniani, aperta nel 2016, e l’abbiamo ampliata. La costruzione di questa scuola terminerà a fine anno e permetterà di assistere a circa 1000 studenti e studentesse con un ciclo di studi completo”.
Quale è l’impegno della fondazione alle Nazioni Unite?
“Tale impegno è in via di definizione, in quanto siamo in stretto contatto con la rappresentanza degli Agostiniani all’ONU per condividere alcune tematiche come i diritti umani in Papua occidentale o sui problemi degli ex bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo e per denunciare. Però direttamente la Fondazione non è coinvolta direttamente; supportiamo solo il lavoro degli Agostiniani all’ONU”.
Cosa significa educare allo sviluppo?
“Educare allo sviluppo vuol dire far capire alle persone il significato dell’aiuto ai Paesi emergenti. In un certo senso significa responsabilizzare il donatore. In Italia abbiamo tanta solidarietà, ma purtroppo rimane in superficie. Invece il donatore deve chiedere sempre più a noi, che operiamo, un rendiconto dei progetti in via di realizzazione per comprendere in quale modo si utilizza il denaro. Poi educare allo sviluppo significa stimolare le persone a fare qualcosa come un po’ di volontariato o semplicemente avere un atteggiamento più aperto nei confronti degli altri. Tutti dobbiamo essere costruttori di ponti, come ha sempre sottolineato papa Leone XIV”.
Nel 2019 papa Francesco aveva invitato a tenere viva la ‘fiamma della carità fraterna’: in quale modo?
“Innanzitutto vogliamo evidenziare che, all’interno del nostro logo, c’è proprio la fiamma sul cuore degli agostiniani. Poi nel nostro lavoro (la fondazione è laica), però portiamo avanti uno spirito missionario ed una ricerca di carità cattolica e cristiana verso i poveri. Tutto ciò sempre in comunione con gli altri attraverso la condivisione con i confratelli ed il territorio i nostri progetti”.
Quali sono le parole emergenti in questi mesi di pontificato di papa Leone XIV?
“Sicuramente la prima parola è quella della pace, in quanto nel discorso iniziale ha usato questa parola dieci volte. Una pace disarmata, perché se si tolgono le armi si trova il modo di dialogare in maniera diversa; e disarmante. Dobbiamo essere costruttori di ponti; non dobbiamo creare ostacoli al dialogo, ma stimolo al dialogo. Sant’Agostino è ricordato per essere un ‘ponte’ tra culture. Altra parola riguarda i diritti dei deboli: in tutti i Paesi, in cui lavoriamo, l’aspetto prioritario riguarda la garanzia dei diritti ai più deboli ed agli emarginati. Il primo diritto è quello di vivere una vita degna. Infine, ogni volta che ascoltiamo un’omelia di papa Leone XIV troviamo uno spunto interessante e questo ci stimola a lavorare sempre con più impegno, come stiamo facendo da più di 10 anni, ciascuno con la propria responsabilità, perché noi possiamo fare tanto se le persone ci aiutano anche economicamente”.
Cosa rappresenta per voi questo pontificato di papa Leone XIV?
“Papa Prevost, come agostiniano, ha dimostrato la sua forte appartenenza religiosa e il suo legame con i confratelli, con un’aderenza piena al percorso formativo e pastorale che ha compiuto. Un percorso che, di fatto, costituisce la sua ‘carta d’identità’: lo studio, il servizio parrocchiale, la missione e le spiccate capacità per gestire un Ordine. In 10 anni è diventato vescovo (in una diocesi particolarmente complicata), poi cardinale ed infine papa. Come famiglia agostiniana lo abbiamo sempre apprezzato come persona molto umile e disponibile con chiunque. Quando è venuto qui dopo l’elezione ed ha salutato tutti i laici che lavorano per la Curia generalizia, non è passata inosservata la semplicità che non ha smarrito nonostante la veste papale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai catechisti: con Cristo risorto la vita cambia
“Ho la gioia di annunciare che il prossimo 1° novembre, nel contesto del Giubileo del Mondo Educativo, conferirò il titolo di Dottore della Chiesa a san John Henry Newman, il quale contribuì in maniera decisiva al rinnovamento della teologia e alla comprensione della dottrina cristiana nel suo sviluppo”: così al termine della celebrazione eucaristica dedicata al Giubileo dei catechisti papa Leone XIV ha annunciato di conferire a san John Henry Newman il titolo di dottore della Chiesa a San John Henry Newman, in occasione del giubileo del mondo educativo.
E nella celebrazione eucaristica del giubileo dei catechisti papa Leone XIV ha incentrato l’omelia sulla visione di Dio per il mondo: “Le parole di Gesù ci comunicano come Dio guarda il mondo, in ogni tempo e in ogni luogo. Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, i suoi occhi osservano un povero e un ricco, chi muore di fame e chi si ingozza davanti a lui; vedono le vesti eleganti dell’uno e le piaghe dell’altro leccate dai cani”.
Una visione che non rispecchia quella delle società: “Ma non solo: il Signore guarda il cuore degli uomini e, attraverso i suoi occhi, noi riconosciamo un indigente e un indifferente. Lazzaro viene dimenticato da chi gli sta di fronte, appena oltre la porta di casa, eppure Dio gli è vicino e ricorda il suo nome. L’uomo che vive nell’abbondanza, invece, è senza nome, perché perde sé stesso, dimenticandosi del prossimo. E’ disperso nei pensieri del suo cuore, pieno di cose e vuoto d’amore. I suoi beni non lo rendono buono”.
E questo racconto è molto attuale con la promessa di una giustizia: “Alle porte dell’opulenza sta oggi la miseria di interi popoli, piagati dalla guerra e dallo sfruttamento. Attraverso i secoli, nulla sembra essere cambiato: quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri! Eppure il Vangelo assicura che le sofferenze di Lazzaro hanno un termine. Finiscono i suoi dolori come finiscono i bagordi del ricco, e Dio fa giustizia verso entrambi… Senza stancarsi, la Chiesa annuncia questa parola del Signore, affinché converta i nostri cuori”.
Rivolgendosi ai catechisti il papa ha esortato all’ascolto della Parola di Dio: “Ebbene, uno è risorto dai morti: Gesù Cristo. Le parole della Scrittura, allora, non ci vogliono deludere o scoraggiare, ma destano la nostra coscienza. Ascoltare Mosè e i Profeti significa fare memoria dei comandamenti e delle promesse di Dio, la cui provvidenza non abbandona mai nessuno. Il Vangelo ci annuncia che la vita di tutti può cambiare, perché Cristo è risorto dai morti. Questo evento è la verità che ci salva: perciò va conosciuta e annunciata, ma non basta. Va amata: è quest’amore che ci porta a comprendere il Vangelo, perché ci trasforma aprendo il cuore alla parola di Dio e al volto del prossimo”.
Quindi ascoltare la Parola di Dio vuol dire diventare testimoni: “A questo proposito, voi catechisti siete quei discepoli di Gesù, che ne diventano testimoni: il nome del ministero che svolgete viene dal verbo greco katēchein, che significa istruire a viva voce, far risuonare. Ciò vuol dire che il catechista è persona di parola, una parola che pronuncia con la propria vita. Perciò i primi catechisti sono i nostri genitori, coloro che ci hanno parlato per primi e ci hanno insegnato a parlare. Come abbiamo imparato la nostra lingua madre, così l’annuncio della fede non può essere delegato ad altri, ma accade lì dove viviamo. Anzitutto nelle nostre case, attorno alla tavola: quando c’è una voce, un gesto, un volto che porta a Cristo, la famiglia sperimenta la bellezza del Vangelo”.
In questo modo si tramanda la fede: “Tutti siamo stati educati a credere mediante la testimonianza di chi ha creduto prima di noi. Da bambini e da ragazzi, da giovani, poi da adulti e anche da anziani, i catechisti ci accompagnano nella fede condividendo un cammino costante, come avete fatto voi in questi giorni, nel pellegrinaggio giubilare… In tale comunione, il Catechismo è lo “strumento di viaggio” che ci ripara dall’individualismo e dalle discordie, perché attesta la fede di tutta la Chiesa cattolica. Ogni fedele collabora alla sua opera pastorale ascoltando le domande, condividendo le prove, servendo il desiderio di giustizia e di verità che abita la coscienza umana”.
Infatti il catechista è chiamato a lasciare un segno: “E’ così che i catechisti in-segnano, cioè lasciano un segno interiore: quando educhiamo alla fede, non diamo un ammaestramento, ma poniamo nel cuore la parola di vita, affinché porti frutti di vita buona”.
Ed ha invitato i catechisti ad accogliere l’invito che quotidianamente Dio rivolge a ciascuno: “Cari fratelli e sorelle, facciamo nostro questo invito! Ricordiamoci che nessuno dà quello che non ha. Se il ricco del Vangelo avesse avuto carità per Lazzaro, avrebbe fatto del bene, oltre che al povero, anche a sé stesso. Se quell’uomo senza nome avesse avuto fede, Dio lo avrebbe salvato da ogni tormento: è stato l’attaccamento alle ricchezze mondane a togliergli la speranza del bene vero ed eterno.
Quando anche noi siamo tentati dall’ingordigia e dall’indifferenza, i molti Lazzaro di oggi ci ricordano la parola di Gesù, diventando per noi una catechesi ancora più efficace in questo Giubileo, che è per tutti tempo di conversione e di perdono, di impegno per la giustizia e di ricerca sincera della pace”.
(Foto: Santa Sede)
Giuseppe Lubrino invita a scoprire le virtù cristiane per stare nel mondo
“Proporre oggi le virtù cristiane non è una scelta nostalgica, ma un gesto profetico. In un’epoca segnata da smarrimento e frammentazione, le virtù rappresentano la risposta più umana e più vera al bisogno di pienezza che ciascuno porta nel cuore. Esse sono forma della libertà, incarnazione del desiderio di bene, struttura interiore della santità possibile e concreta. Questo testo non intende essere un trattato astratto, ma una proposta educativa e culturale: educare alla virtù significa educare alla realtà, alla verità, alla bellezza, alla speranza. E’ insegnare a vivere in rapporto con tutto ciò che c’è, alla luce di un’appartenenza che rende l’uomo intero”.
Così scrive il prof. Giancarlo Restivo, direttore della Schola ‘Carlo Magno’, nella prefazione al libro del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, ‘Alla scoperta delle virtù cristiane: dalle radici greco-romane a Benedetto XVI’, che racconta il motivo per cui ha scritto un libro sulle virtù cristiane:
“Dopo un’attenta analisi, condotta insieme al direttore della ‘Schola Carlo Magno’, Giancarlo Restivo, delle derive antropologiche e culturali che caratterizzano lo scenario educativo contemporaneo, abbiamo ritenuto necessario esplorare e approfondire il valore educativo e l’attualità delle virtù cristiane. Le virtù rappresentano uno strumento fondamentale attraverso cui i giovani possono imparare a leggere e decifrare la realtà, crescere e maturare in umanità”.
Quanto sono importanti oggi le virtù cristiane per ‘abitare il mondo’?
“Assistiamo a una diffusa perdita di senso tra i giovani: fragilità emotive e caratteriali, isolamento sociale, disturbi alimentari, fenomeni di autolesionismo. Molti sembrano incapaci di immaginare un futuro possibile. Le virtù, per loro natura intrinseca, costituiscono da sempre un supporto per affrontare la complessità del reale. Riscoprirne il valore è oggi fondamentale per sviluppare capacità decisionali e resilienza, partendo da un’identità personale solida”.
Esiste una differenza tra le virtù del mondo ellenistico e quelle del mondo cristiano?
“La peculiarità del Cristianesimo rispetto alla tradizione greco-romana risiede nell’introduzione delle virtù teologali, in particolare della carità. Per greci e romani, il fondamento delle virtù era la ragione. Il Cristianesimo ha invece introdotto la dimensione della trascendenza, il bisogno di perdono e redenzione, l’umiltà. Le virtù teologali sono indispensabili per crescere ed evolversi, penetrando il mistero della vita”.
In che modo la virtù cristiana può condurre alla santità?
“La santità è spesso percepita come una meta straordinaria, irraggiungibile, utopica. E’ invece necessario recuperare la dimensione ordinaria della santità, facendo comprendere che essa si costruisce giorno per giorno, vivendo con onestà, verità, giustizia e solidarietà. La virtù cristiana è il cammino quotidiano verso la santità”.
Perché, secondo sant’Agostino, le virtù cristiane sono il frutto di una conversione?
“Per sant’Agostino, la conversione è una condizione costante della vita umana. L’essere umano ha sempre bisogno di riprendere il cammino, le inclinazioni al male, il desiderio di possesso, l’egoismo sono, talvolta, uno ostacolo alla crescita e allo sviluppo e alla realizzazione dell’esistenza umana. L’essere umano è chiamato ogni giorno a scegliere il bene, rinunciando al male. Le virtù diventano strumenti essenziali per un sano discernimento. Nella misura in cui l’uomo si apre all’azione della grazia, viene modellato e conformato a Cristo”.
Qual è il rapporto tra virtù cardinali e virtù teologali?
“Si tratta di un legame inscindibile. Le virtù cardinali orientano e favoriscono le azioni umane; le virtù teologali ne rivelano il senso profondo e costituiscono il compimento del cammino educativo dell’uomo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai gesuiti: essere annunciatori di speranza
“A pochi mesi dall’inizio del Pontificato, sono contento di accogliere voi, membri del Collegio degli scrittori e collaboratori della rivista ‘La Civiltà Cattolica’. Saluto il Preposito Generale, che gentilmente ci accompagna in questa udienza”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il collegio degli scrittori della ‘La Civiltà Cattolica’, la rivista dei Gesuiti, ringraziandoli per il servizio alla Sede apostolica, in occasione del 175^ anniversario di fondazione.
Durante l’udienza il papa ha evidenziato il loro contributo: “Il vostro lavoro ha contribuito, e continua a farlo, a rendere la Chiesa presente nel mondo della cultura, in sintonia con gli insegnamenti del Papa e con gli orientamenti della Santa Sede”.
Ed ha apprezzato lo stile: “Qualcuno ha definito la vostra rivista ‘una finestra sul mondo’, apprezzandone l’apertura, e davvero una sua caratteristica è quella di sapersi accostare all’attualità senza temere di affrontarne le sfide e le contraddizioni.
Potremmo individuare tre aree significative del vostro operato su cui soffermarci: educare le persone a un impegno intelligente e fattivo nel mondo, farsi voce degli ultimi, essere annunciatori di speranza”.
Riprendendo le parole di san Giovanni Paolo II il papa ha sottolineato lo sguardo sulla realtà: “E ciò li metterà in grado di dare apporti validi, anche a livello politico, su temi fondamentali come l’equità sociale, la famiglia, l’istruzione, le nuove sfide tecnologiche, la pace. Con i vostri articoli, voi potete offrire a chi legge strumenti ermeneutici e criteri d’azione utili, perché ognuno possa contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno, nella verità e nella libertà”.
Inoltre la rivista si fa voce dei poveri: “Farsi voce dei piccoli è dunque un aspetto fondamentale della vita e della missione di ogni cristiano. Esso richiede prima di tutto una grande e umile capacità di ascoltare, di stare vicino a chi soffre, per riconoscere nel suo grido silenzioso quello del Crocifisso che dice: ‘Ho sete’. Solo così è possibile farsi eco fedele e profetica della voce di chi è nel bisogno, spezzando ogni cerchio di isolamento, di solitudine e di sordità”.
Infine sono ‘messaggeri di speranza’, con particolare riferimento a papa Benedetto XVI: “Si tratta di opporsi all’indifferentismo di chi rimane insensibile agli altri e al loro legittimo bisogno di futuro, come pure di vincere la delusione di chi non crede più nella possibilità di intraprendere nuove vie, ma soprattutto di ricordare e annunciare che per noi la speranza ultima è Cristo, nostra via. In Lui e con Lui, sul nostro cammino non ci sono più vicoli ciechi, né realtà che, per quanto dure e complicate, possano fermarci e impedirci di amare con fiducia Dio e i fratelli… E’ un messaggio importante questo, specialmente in un mondo sempre più ripiegato su sé stesso”.
Infine li ha congedati con due frasi di papa Francesco: “E in un’altra occasione disse, riferendosi al nome del vostro periodico: ‘Una rivista è davvero ‘cattolica’ solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia’. Ecco la vostra missione: cogliere lo sguardo di Cristo sul mondo, coltivarlo, comunicarlo, testimoniarlo”.
E domani inizia il Giubileo dei catechisti che si apre con un convegno sulla trasmissione della fede, che si svolgerà sabato 27 settembre all’Aula Magna dell’Università Santa Croce a Roma con il titolo ‘Proclamare la propria fede, 1700 anni dopo Nicea’.
(Foto: Santa Sede)
Memorie dalla Thailandia: un’estate da visiting professor alla scoperta di una Chiesa giovane, aperta e sorprendente
Don Lorenzo Voltolin, docente della Facoltà teologica del Triveneto, è stato per due mesi visiting professor al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo tra la Facoltà del Triveneto e la realtà accademica thailandese. Il racconto della sua esperienza.
“Dall’Italia a Bangkok sono dodici ore di volo che ti introducono in un mondo nuovo, dove la fede – non solo e non tanto quella cristiana – si fa presenza pubblica, intensa e profondamente intrecciata con le sfide della vita quotidiana. Questa riflessione, che mi sono ritrovato spesso a condividere, sintetizza bene il segno che la Thailandia ha lasciato in me. Sono partito per insegnare, ma quel viaggio si è rivelato molto di più: un’occasione viva di scoperta e di incontro con una ‘chiesa giovane’, aperta e sorprendente”.
Don Lorenzo Voltolin, docente della Facoltà teologica del Triveneto, è stato per due mesi visiting professor al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo tra la Facoltà del Triveneto e la realtà accademica thailandese. Ha vissuto nel seminario ‘Lux mundi’, alle porte di Bangkok, e ha tenuto lezione di Teologia pastorale e di Missiologia nell’attigua Università:
“Ma la vera scuola era fuori dall’aula: tra un pranzo a base di zuppa di pesce e papaya dai mille sapori, una cena conviviale attorno a lunghi tavoli, e i pomeriggi tra studio, sport, lavori nell’orto e attività manuali condivise”. Il racconto della sua esperienza è pubblicato nel sito della Facoltà teologica del Triveneto (link alla pagina: https://www.fttr.it/memorie-dalla-thailandia-unestate-da-visiting-professor/).
Ne riportiamo qui alcuni stralci. “Chiesa di minoranza, ma dal volto aperto e internazionale. In Thailandia, dove la chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza (meno dell’1% della popolazione) si respira la fede nel clima di relazione autentica, nello spirito di dialogo e di accoglienza. Anche il confronto con il buddhismo, pilastro della società, non avviene mai con aggressività, bensì mediante relazioni di stima, ascolto e paziente testimonianza.
Convertirsi al cattolicesimo, per un thailandese, significa spesso recidere antiche radici; ma la presenza dei missionari originari del Triveneto, alcuni in Thailandia da decenni, è un ponte silenzioso e prezioso verso l’incontro tra mondi e tradizioni. Ho avuto la fortuna di ascoltare storie di preti che hanno attraversato le tribù montane o sperimentato la meditazione buddhista, segno di una chiesa in dialogo e in perenne ricerca”.
La formazione teologica vive in un continuo intreccio tra studio e vita vissuta: “Durante le mie lezioni, che adattavo per superare le barriere linguistiche, ho sempre portato anche esempi dalla pastorale italiana: fraternità, gruppi di ascolto, attenzione alle famiglie, evangelizzazione nei luoghi informali, scoutismo..Molte di queste esperienze sono per i cattolici thailandesi quasi un racconto di fantascienza. Loro mi raccontavano, invece, di una pastorale quotidiana fatta di visite agli ammalati e cori animati, piccoli gruppi parrocchiali e servizi caritativi. Ma la vitalità era lì, concreta: a cena, a turno, i seminaristi narravano le esperienze pastorali della settimana, intrecciando episodi e speranze. Vederli protagonisti mi ha restituito lo sguardo fresco di una chiesa in movimento”.
La formazione in seminario ed al college prepara giovani resilienti, capaci di attraversare realtà culturali e tribali tra loro diversissime. Dopo gli anni di formazione (molti più che in Italia) li aspetta il servizio in parrocchia, ma anche l’impegno nella scuola, nel sociale, nelle molteplici iniziative diocesane: “Oggi, a casa, mi porto nel cuore la gratitudine per ogni relazione nata, per l’accoglienza ricevuta, per ciò che ho imparato (e dovuto reinventare) come docente. Ho capito l’importanza di ascoltare, di sospendere il giudizio, di lasciarmi sorprendere ogni giorno dal Vangelo vissuto nella vita di tutti”.



























