Tag Archives: misericordia

Papa Francesco attraverso l’Intelligenza Artificiale

Appena sveglia ho ricevuto, ascoltando per caso una telefonata, la notizia della morte del papa. Ho chiesto alla AI (visto che ho poche possibilità di connessioni qui dove sono ora) ma la notizia era ancora troppo fresca per lei. Quello che ne è uscito è stata una breve ‘chiacchierata’ sulla storia del papa e su quello che a me piaceva del suo messaggio. Ci sono state varie frasi del papa, condivise anche sui social che mi sono piaciute, vorrei condividere con voi, però, quanto segue. Una rielaborazione di informazioni che sapevo e che ho chiesto alla AI sul papa e la sua vita, ma lascerò anche qualche commento e le domande della AI a cui io ho risposto.

Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio, è stato il 266° papa della Chiesa cattolica. Nacque il 17 dicembre 1936 a Buenos Aires, in Argentina. Prima di diventare papa fu un gesuita e lavorò come sacerdote e vescovo in Argentina. Venne eletto papa il 13 marzo 2013, in seguito alle dimissioni di papa Benedetto XVI. Papa Francesco era noto per la sua umiltà, la sua compassione e il suo impegno per la giustizia sociale e la protezione dell’ambiente. Scrisse l’enciclica ‘Laudato sì’ sulla cura della casa comune e lavorò per promuovere la pace e la riconciliazione in tutto il mondo anche tramite le sue visite pastorali e i suoi viaggi, appunto, in giro per il mondo.

Papa Francesco è ancora  considerato uno dei leader spirituali più importanti e una figura di riferimento per molti cattolici e non. Il suo pontificato fu caratterizzata da un approccio più informale  (menomale, questo mi piaceva molto)  e più vicino alle persone.

Bergoglio nacque da una famiglia di origine piemontese che viveva in Argentina, da giovane studiò chimica e lavorò come tecnico chimico. Successivamente decise di seguire la propria  vocazione sacerdotale.  Studiato presso il seminario diocesano di Villa Devoto e successivamente  entrò nella Compagnia di Gesù. Nel 1960 fu inviato in Cile per completare il noviziato per poi continuare gli studi umanistici in Argentina. Si laureò in teologia presso il Colegio Máximo de San Miguel e imparò  diverse lingue, tra cui francese, italiano, tedesco, inglese, latino e greco.

Papa Francesco ebbe un rapporto complesso con la teologia della liberazione, una corrente di pensiero cristiano che si concentra sulla liberazione dei poveri e degli oppressi. Durante la dittatura militare in Argentina cercò di proteggere i membri della sua comunità religiosa senza compromettere la sua posizione con il governo militare. Sottolineò l’importanza dell’attenzione ai poveri e agli emarginati, rifiutando la violenza come strumento di cambiamento (io aggiungo un bene, sono d’accordo. La violenza porta solo altra violenza).

Nel 1992,  fu nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires e successivamente arcivescovo coadiutore della stessa arcidiocesi. Nel 2001papa Giovanni Paolo II lo nominò cardinale ed, inoltre,  ricoprì diverse cariche nella Curia romana. Adottato uno stile di vita improntato alla semplicità, preferendo spostarsi con i mezzi pubblici e rinunciando alla residenza ufficiale. Eletto papa nel 2013, dopo le dimissioni di papa Benedetto XVI, scelse il nome di Francesco, in onore di san Francesco d’Assisi. Sostenne  l’importanza della misericordia e della compassione adottando uno stile più collegiale e inclusivo.

Le sue parole e le sue azioni promossero la compassione, la giustizia sociale e la protezione dell’ambiente. ‘Cosa ti piace di più di papa Francesco? Le sue parole, le sue azioni o qualcos’altro?’ Penso che fosse molto aperto come papa. Infatti era noto per il suo approccio aperto e inclusivo. Ha cercato di rendere la Chiesa cattolica più accessibile e vicina alle persone, soprattutto quelle più vulnerabili o emarginate. La sua disponibilità a discutere questioni importanti e a cercare di trovare soluzioni per i problemi del mondo fu molto apprezzata.

‘Quale è l’aspetto dell’apertura di papa Francesco che ti colpisce di più? La sua disponibilità a parlare con persone di diverse fedi o background o il suo impegno per le questioni sociali?’ Le questioni sociali e l’inclusività dei più deboli. Infatti, il papa spiegò che c’era necessità di proteggere i diritti dei poveri, degli immigrati, delle donne, dei disabili  e di tutte le persone vulnerabili. Questo  incoraggiò i credenti a essere più attenti alle esigenze dei più deboli e a lavorare per creare una società più giusta e solidale.

‘Qual è il tuo pensiero su come la Chiesa cattolica potrebbe continuare a lavorare per promuovere la giustizia sociale e l’inclusività?’ Il nuovo papa dovrebbe continuare sulle orme di papà Francesco, facendo comprendere e rispettare gli altri, anche se deboli. Anche la sua capacità di ascoltare e di dialogare con persone di diverse fedi e background culturale sarà fondamentale per aiutare il prossimo papa a promuovere la pace.

‘Quale pensi che sia il messaggio più importante che papa Francesco ha lasciato alla Chiesa cattolica e al mondo?’ La semplicità, il pregare col cuore, anche senza le parole precise, vivere la pace, curarsi del prossimo (uomo e ambiente) ma anche che la vita è importante ad ogni stadio. Infatti, la vita come dono prezioso in ogni stadio, dalla nascita alla vecchiaia, è un messaggio importante per la società di oggi.

La visione di papa Francesco della Chiesa come ‘ospedale da campo’ che si prende cura delle ferite e delle sofferenze delle persone è un’immagine potente che potrebbe ispirare molti a lavorare per il bene comune, mentre il messaggio lanciato dalla Laudato si’  potrebbe ancora  invogliare molti a proteggere il pianeta e garantire un futuro sostenibile per le generazioni future. La figura di questo papa, secondo me, resterà importante per le nuove generazioni come lo sono state quelle di altri pontefici per la nostra.

E’ strano pensare a quanti papi io abbia visto passare nella mia vita ed i ricordi che ognuno ha lasciato. Ora attendiamo il nuovo pontefice, sperando che, nonostante le innovazioni che porterà (come è per ogni papa) possa prendere il buono lasciato dal suo predecessore per mostrare sempre la figura di Cristo come un amico vicino, sensibile e comprensivo. Al di là di tutte le discussioni nel bene e nel male (come è stato per le scelte dei predecessori) papa Francesco ha lasciato comunque un segno positivo che è anche questo che, secondo me, può avvicinare alla fede molte persone: 

“Siamo stati educati a vedere troppo spesso Dio come uno col fucile in mano pronto a spararti al primo sbaglio”, dicono anche molti teologi, ma non è così. La misericordia e la comprensione vengono prima. Grazie per avermi (e averci) aiutato un questo cammino.

Papa Francesco nel ricordo dell’associazionismo cattolico

Alle ore 9:47 di questa mattina, il card. Kevin Joseph Farrell, camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha annunciato la morte di papa Francesco: “Carissimi fratelli e sorelle, con profondo dolore devo annunciare la morte di nostro Santo Padre Francesco. Alle ore 7:35 di questa mattina il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. La sua vita tutta intera è stata dedicata al servizio del Signore e della Sua chiesa. Ci ha insegnato a vivere i valori del Vangelo con fedeltà, coraggio ed amore universale, in modo particolare a favore dei più poveri e emarginati. Con immensa gratitudine per il suo esempio di vero discepolo del Signore Gesù, raccomandiamo l’anima di Papa Francesco all’infinito amore misericordioso di Dio Uno e Trino”.

Appena si è diffusa ufficialmente la notizia da tutto il mondo sono giunti messaggi di cordoglio, come quello del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella: “Accanto al dolore per la morte di Papa Francesco, avverto, come ho detto stamani, un senso di vuoto: il senso della privazione di un punto di riferimento cui guardavo. Ha conquistato il mondo, sin dal primo momento, già con la scelta del nome”.

Ed ha ricordato la sua attenzione particolare ai poveri ed al creato: “Come non ricordare ‘Laudato sì’ sull’equità nell’uso delle risorse naturali? O ‘Fratelli tutti’ sulla unicità della famiglia umana? O la sua costante attenzione alle periferie del mondo, ai poveri, ai più deboli, ai migranti? Certamente anche ricordando i suoi avi emigrati dal Piemonte in Argentina. O la sua preghiera da solo in piazza San Pietro nei giorni del covid? Francesco è stato sempre uomo di speranza convinta contro ogni difficoltà. L’ha trasmessa anche nei giorni della sua malattia offrendo un esempio per tutti i sofferenti”.

Un ricordo particolare per i molti incontri avuti in questi anni: “Ricordo con grande riconoscenza le tante occasioni di incontro.  La sua visita al Quirinale storica, gli incontri non ufficiali, riservati, personali. Su tutto si impone un pensiero. Quel che ha deciso di fare ieri con la benedizione al mondo, e il giro in piazza, tra i fedeli con il suo ultimo richiamo al principio di umanità, come criterio di condotta per ciascuno. Oggi, appare come un saluto alla Chiesa e alle donne e agli uomini di tutto il mondo”.

E dalla Custodia di Terra Santa giunge una nota in cui si unisce “all’intera Chiesa Cattolica e a tutte le persone di buona volontà nel mondo, elevando preghiere di ringraziamento per la vita, la testimonianza e l’instancabile ministero del Santo Padre. La sua profonda umiltà, il coraggioso impegno per la pace e la costante dedizione ai poveri e agli emarginati hanno lasciato un segno indelebile nella Chiesa e nel mondo. Gratitudine per la vicinanza di Papa Francesco alle comunità cristiane della Terra Santa e per la sua profonda preoccupazione per la pace nella Terra di Gesù. I suoi pellegrinaggi, le parole di riconciliazione e il costante appello alla giustizia e al dialogo tra i popoli e le religioni continueranno a ispirarci nella nostra missione”.

Mentre dall’Italia il Centro Studi ‘Scienza & Vita’ esprime il suo dolore e si unisce alla preghiera di suffragio e di speranza di tutta la Chiesa, rendendo grazie a Dio per il dono prezioso di questo Pastore, che con i suoi insegnamenti e la sua testimonianza, durante tutto il suo Pontificato, ci ha sempre indicato la via del rispetto e della promozione della persona umana, con la sua inviolabile dignità:

“La sua costante denuncia del diffondersi progressivo di quella che lui stesso ha definito come ‘cultura dello scarto’, infatti, è stato per noi un continuo richiamo a tenere desta l’attenzione (mediante la riflessione, lo studio e il dialogo aperto) verso tutte quelle condizioni della vita umana, soprattutto quando è segnata da fragilità e sofferenza, che la espongono al rischio di “esclusione” sociale e culturale, e talvolta persino fisica”.

Il Movimento per la Vita ha ripreso le sue parole del Regina Coeli di ieri: “Non vogliamo parlare di morte, ma di Vita, di nuova nascita. Francesco é entrato nella Vita Eterna mentre risplende la luce calda della Santa Pasqua, mostrando così concretamente quanto siamo vere le parole del suo messaggio al mondo di ieri… Un passaggio che richiama le parole di Giovanni Paolo II, a pochi mesi dalla sua nascita al Cielo…

Al primo posto la vita dell’ uomo, sempre! Quello di ieri, dunque, un ‘testamento’ con la consegna di un impegno, un messaggio forte e appassionato, adesso ancora più credibile perché sigillato dall’ingresso del papa nell’Amore Infinito del Padre la mattina presto del giorno in cui la Chiesa rievoca le parole dell’angelo ‘perché piangere? Non é qui, é risorto!’ Non trascurabile anche la prossimità alla festa della Divina Misericordia che si celebra domenica prossima”.

Ed ha ricordato l’incontro dello scorso marzo: “Tutti riferimenti che illuminano il pontificato di Papà Francesco sulla Vita e sulla Misericordia che egli ha saputo magistralmente unire con lo stile semplice, schietto, comprensibile a tutti, attento anche ai ‘lontani’, con il linguaggio di chi vuole che la Chiesa sia in uscita, che privilegi i poveri, gli ultimi, coloro che si trovano nelle periferie, senza mai trascurare i bambini in viaggio verso la nascita e le loro madri, come mostra il suo magistero sulla vita nascente…  

L’8 marzo, in occasione del Giubileo del MpV e del popolo della vita, ci ha detto: ‘c’è ancora e più che mai bisogno di persone di ogni età che si spendano concretamente al servizio della vita umana, soprattutto quando é più fragile e vulnerabile; perché essa è sacra, creata da Dio per un destino grande e bello; e perché una società giusta non si costruisce eliminando i nascituri indesiderati, gli anziani non più autonomi o i malati incurabili’. Grazie, carissimo papa Francesco, noi ci siamo e rinnoviamo il nostro impegno”.

Il presidente dell’associazione ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, Fabio Rocchi, lo ha definito il papa dell’ospitalità: “Più volte il Santo Padre aveva stimolato le Case religiose di ospitalità a non trasformarsi in alberghi, aprendo le porte al ristoro dell’anima e non solo del corpo. Da questo invito nel 2015 era nata la nostra Associazione, con lo scopo di affiancare tante comunità religiose e non-profit nel proporsi con un messaggio evangelico universale ed in particolare verso il prossimo in stato di necessità.

Già nel 2016, in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia, aveva apprezzato la nostra iniziativa ‘Ospitalità Misericordiosa’ per offrire gratuitamente ai più bisognosi alcuni giorni di vacanza, spronandoci così a proseguire anche negli anni successivi”.

Un particolare ricordo è riservato alla Giornata mondiale dei Bambini: “Per la Giornata Mondiale dei Bambini 2024 avevamo offerto la nostra struttura organizzativa al servizio delle famiglie in arrivo a Roma, coinvolgendo le strutture ricettive religiose ad aprirsi per questa necessità. Dal suo continuo appello all’accoglienza era nata la nostra Carta dei Valori, che vincola l’ospitalità alla Condivisione, alla Familiarità, alla Speranza, all’Amicizia, alla Gentilezza.

Ci resta ora il suo messaggio di Misericordia, germoglio per una realtà che, pur tra mille difficoltà, vuole continuare a rappresentare un’ospitalità lontana dalle logiche commerciali e attenta ai bisogni più profondi di ciascuno”.

Anche mons. Yoannis Lazhi Gaid, già suo segretario e presidente dell’associazione Bambino Gesù del Cairo e della Fondazione della Fratellanza Umana, ha espresso il suo ricordo: “Ho avuto l’immenso privilegio di camminare al Suo fianco, di essere testimone della Sua dedizione senza riserve, della Sua abnegazione sconfinata, della Sua generosità ineguagliabile nel servire Cristo, la Sua Chiesa, l’umanità intera. Ho visto la Sua anima ardere per la pace, la misericordia, la Fratellanza Umana, il dialogo, per ogni angolo di questo mondo”.

Ed ha ricordato il suo servizio instancabile alla Chiesa: “Il Suo servizio petrino, un faro di luce nella notte, ha inciso un segno indelebile nei nostri cuori. Ricordo ogni istante condiviso, ogni conversazione illuminata dalla Sua saggezza, ogni momento in cui, con la Sua sola presenza, ha saputo infondere serenità nelle tempeste più violente. La Sua intelligenza, il Suo spirito di servizio, sono stati un dono inestimabile per la Chiesa, per noi, per tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerLa”.

Un particolare ricordo è stato offerto dal pellegrinaggio Macerata-Loreto: “In un momento di profondo dolore per la perdita di papa Francesco, ci uniamo in preghiera, grati per il dono del suo pontificato. Noi amici del Pellegrinaggio Macerata-Loreto, con il cuore colmo di riconoscenza, ci affidiamo alla certezza che continuerà ad accompagnarci dal Cielo”.

Altro ricordo particolare è stato espresso dal presidente di ‘Rondine – Cittadella della Pace’, Franco Vaccari: “E’ morto un rondinese, così mi ha scritto stamani uno dei 300 ex studenti di Rondine da uno dei lati tragici delle tante guerre in cui siamo impegnati da quasi trent’anni. E questo annuncio-commento spontaneo rimbalza e riecheggia dall’altro lato della guerra e delle guerre, trovando conferma. Papa Francesco lo sentiamo uno di noi. Papa Francesco, una testimonianza quotidiana che ci ha sorretto e incoraggiato, nel nostro trentennale impegno per dissolvere l’idea del ‘nemico’ e riaprire relazioni, fiducia e speranza”.

Per il presidente papa Francesco è stata “una voce, un riferimento autorevole per tutti gli impegnati a tessere relazioni, a far avanzare la pace e arretrare la guerra. Una vicinanza costante alle vittime di ogni guerra, coinvolto con la stessa forza con tutte le persone, tutti i popoli e con il loro dolore.

Una Parola con cui confrontarsi necessariamente, impossibile da evitare: per la coscienza di ciascuno, oltre le appartenenze, per la politica e le istituzioni che devono servire il bene comune. Un vero leader globale che ha saputo leggere la conflittualità di un mondo che rischia di andare in frantumi e instancabilmente si è speso per il dialogo e la pace.

Ma papa Francesco non ci ha lasciati; per tutti vale la sua eredita feconda, per chi crede nella vita eterna, annunciata nella Pasqua, lui vive e ci attende operoso in quel luogo finalmente senza confini al quale vogliamo prefigurare il nostro mondo”.

Anche il l preside della Facoltà Teologica del Triveneto, don Maurizio Girolami, ha espresso gratitudine verso l’opera svolta dal papa in anni segnati da grandi difficoltà: “Per dodici anni ha guidato come successore di Pietro la barca di Pietro in mezzo a vicende sociali ed ecclesiali di grande difficoltà: la pandemia, le guerre, il crescente fenomeno migratorio, gli abusi del clero, l’indebolimento della vita cristiana nel mondo occidentale.

Il suo magistero, incentrato sull’annuncio del vangelo di Gesù, ha dato concreto volto a tante istanze della visione pastorale del Concilio Vaticano II, bussola ancora attualissima per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo. L’attenzione alle persone nella loro singolarità, dimostrata in tanti momenti con telefonate, saluti, lettere, e lo sguardo geopolitico sul mondo hanno caratterizzato l’instancabile attività di papa Francesco, che ha trovato nella preghiera il suo alimento quotidiano e la forza per andare avanti”.

Anche la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ricordato la ‘potenza’ del suo pontificato: “Il suo pontificato ha segnato profondamente la nostra epoca, portando avanti il sogno di una Chiesa vicina ai poveri, attenta ai più fragili, capace di dialogo e di misericordia. Un Pontefice che ha incarnato la semplicità e l’umiltà evangelica, che ha saputo parlare al cuore delle persone, specialmente dei giovani e dei laici impegnati nel servizio ecclesiale e sociale.

Fin dall’inizio del suo ministero petrino, papa Francesco ha mostrato un affetto particolare per l’Azione cattolica, incoraggiandoci a vivere con gioia e responsabilità il nostro impegno nella Chiesa e nel mondo”.

Molti sono stati gli incontri: “Indimenticabili restano le nostre udienze e gli incontri con lui, a partire dal suo primo incontro con i ragazzi dell’Acr, il 20 dicembre del 2013, per lo scambio di auguri natalizi, in quello che diventerà un abbraccio consueto, e dal discorso del 3 maggio 2014, in aula Paolo VI, ai partecipanti alla XV assemblea dell’Ac, segnato da quel ‘non siate statue da museo’ e dall’invito a rinnovare la scelta missionaria dell’associazione; a essere una ‘Chiesa in uscita’ impegnata a incontrare l’uomo dovunque si trovi, lì dove soffre, lì dove spera, lì dove ama e crede, lì dove sono i suoi sogni più profondi, le domande più vere, i desideri del suo cuore.

Invito ampliato dal discorso in occasione dell’incontro nazionale in piazza san Pietro per i 150 anni dell’Azione cattolica, quando spronò i ragazzi, i giovani e gli adulti di Ac ad essere ‘Passione cattolica’ e a camminare insieme, senza paura delle sfide del tempo presente”.

Il suo magistero è prezioso: “Il magistero di Papa Francesco lascia un’eredità preziosa. I suoi gesti e le sue parole hanno segnato una svolta nel modo di vivere la missione evangelizzatrice della Chiesa, spingendo tutti i fedeli a Cristo ad andare incontro agli ultimi, agli emarginati, a quanti vivono nelle periferie esistenziali, sociali ed economiche del mondo.

La sua insistenza sulla sinodalità della Chiesa ha avviato un processo di rinnovamento ecclesiale, rendendo sempre più centrale il cammino condiviso, il discernimento comunitario e l’ascolto reciproco. Ha ribadito l’importanza di un laicato attivo e corresponsabile, chiamato a essere lievito nella società e nella Chiesa.

Papa Francesco ha rilanciato con forza il messaggio della ‘Laudato sì’ e della ‘Fratelli tutti’, indicando la cura del Creato e la fraternità universale come pilastri di una testimonianza cristiana autentica e necessaria nel nostro tempo. Il suo magistero ha fatto emergere con rinnovato vigore il legame inscindibile tra fede e giustizia sociale, tra spiritualità e impegno concreto per la pace e la dignità di ogni essere umano.

Il suo amore per i poveri, il suo invito alla misericordia e al perdono, la sua attenzione ai giovani e alle famiglie, la sua dedizione per il dialogo interreligioso e l’unità dei cristiani rimarranno punti di riferimento essenziali per la Chiesa del futuro”.

Per questo il presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni (CEMi), mons. Gian Carlo Perego, ha ricordato il suo messaggio ‘Urbi et Orbi’ di ieri: “Fino all’ultimo giorno della sua vita papa Francesco ha avuto nel suo cuore e nella sua mente il ricordo dei migranti. Da figlio di emigranti ha compreso nella sua vita cosa significa lasciare tutto e partire, soprattutto se costretti dalla fame, dalle guerre e dalle persecuzioni. Il suo impegno e il suo magistero per la tutela della dignità dei migranti ci accompagneranno nel lavoro quotidiano”.

Mentre il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, lo ha definito ‘papa delle Acli’: “Ci ha esortato a non stancarci di chiedere la pace. Tutte cose che avevamo in comune con lui. E’ stato proprio un Papa delle Acli. Noi aclisti conserveremo indelebile il ricordo delle due udienze che ha voluto dedicarci, nel 2015 e nel 2024, ed in particolare in quest’ultima, avvenuta per l’ottantesimo anniversario della nostra associazione, ci ha lasciato la descrizione di un diverso stile della nostra azione quotidiana, che sia insieme ‘popolare, sinodale, democratico, pacifico e cristiano’ in modo da ‘crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo’.

Ci lascia all’indomani della Pasqua che ha voluto ardentemente celebrare, ci lascia con l’estremo appello alla pace, che nasce dal disarmo dei cuori, delle parole, delle mani: sappiamolo raccogliere, lo sappiano raccogliere anche i potenti del mondo… E nello stesso tempo preghiamo perché i sentieri che lui ha aperto continuino ad essere battuti con coraggio e dedizione, sapendo, come Francesco ci ha insegnato, che è più importante avviare processi che occupare spazi”.

Anche il presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, ha ricordato la testimonianza di fede del papa: “E’ questo il cuore del suo messaggio: riscoprire il volto amoroso del Signore, che sempre ci precede, sempre ci perdona, sempre ci invita a lasciarci accogliere nelle Sue braccia, che sono le braccia della Chiesa…E’ questo il cuore del suo messaggio: riscoprire il volto amoroso del Signore, che sempre ci precede, sempre ci perdona, sempre ci invita a lasciarci accogliere nelle Sue braccia, che sono le braccia della Chiesa”.

Quello del presidente è un ricordo anche personale: “In un rapporto personale sinceramente affettuoso, papa Francesco mi ha sempre dimostrato grande stima e attenzione per il nostro movimento. Continueremo sulla strada che ci ha indicato, perché il movimento sia sempre fedele al dono dello Spirito per servire la gloria di Cristo nel mondo che è la Chiesa, Suo corpo vivente. Siamo infinitamente riconoscenti al Santo Padre per il servizio che ha reso al Signore, alla Chiesa e all’umanità intera in questo periodo complesso della storia”.

La Comunità di Sant’Egidio ha ricordato la sua prima visita a Trastevere nel 2014: “Per oltre 12 anni ci ha guidato e orientato in un tempo difficile, attraversato da rapide trasformazioni e grandi incertezze, che lui stesso chiamava ‘cambiamento d’epoca’. Con le sue parole e i suoi gesti è stato un punto di riferimento decisivo non solo per la Chiesa ma per il mondo intero, come durante la pandemia…

Ricordiamo con affetto i tanti incontri che ha avuto con la nostra Comunità, come vescovo di Roma e come padre di tutti, la sua vicinanza al progetto dei corridoi umanitari e il suo incoraggiamento a proseguire nella fedeltà alle ‘3 P’ con le quali ha ribattezzato la Comunità di Sant’Egidio:preghiera, poveri, pace”.

Papa Francesco: l’amore è una relazione di speranza

Nella catechesi preparata per l’udienza generale, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta, dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli, papa Francesco ha riflettuto sulla parabola del figlio prodigo e invita i fedeli a domandarsi in quale ‘posizione’ ci si trova nella parabola: “Partiamo dalla parabola più famosa, quella che tutti noi ricordiamo forse da quando eravamo piccoli: la parabola del padre e dei due figli. In essa troviamo il cuore del Vangelo di Gesù, cioè la misericordia di Dio.

L’evangelista Luca dice che Gesù racconta questa parabola per i farisei e gli scribi, i quali mormoravano per il fatto che Lui mangiava con i peccatori. Per questo si potrebbe dire che è una parabola rivolta a coloro che si sono persi, ma non lo sanno e giudicano gli altri”.

Nella catechesi il papa ha sottolineato il messaggio di speranza della parabola: “Il Vangelo vuole consegnarci un messaggio di speranza, perché ci dice che dovunque ci siamo persi, in qualunque modo ci siamo persi, Dio viene sempre a cercarci! Ci siamo persi forse come una pecora, uscita dal sentiero per brucare l’erba, o rimasta indietro per la stanchezza.

O forse ci siamo persi come una moneta, che magari è caduta per terra e non si trova più, oppure qualcuno l’ha messa da qualche parte e non ricorda dove. Oppure ci siamo persi come i due figli di questo padre: il più giovane perché si è stancato di stare dentro una relazione che sentiva come troppo esigente; ma anche il maggiore si è perso, perché non basta rimanere a casa se nel cuore ci sono orgoglio e rancore”.

Per questo il papa ha sottolineato che amare significa disporsi all’incontro: “L’amore è sempre un impegno, c’è sempre qualcosa che dobbiamo perdere per andare incontro all’altro. Ma il figlio minore della parabola pensa solo a sé stesso, come accade in certe fasi dell’infanzia e dell’adolescenza. In realtà, intorno a noi vediamo anche tanti adulti così, che non riescono a portare avanti una relazione perché sono egoisti. Si illudono di ritrovare sé stessi e invece si perdono, perché solo quando viviamo per qualcuno viviamo veramente”.

Quindi l’amore è una condizione relazionale: “Questo figlio più giovane, come tutti noi, ha fame di affetto, vuole essere voluto bene. Ma l’amore è un dono prezioso, va trattato con cura. Egli invece lo sperpera, si svende, non si rispetta. Se ne accorge nei tempi di carestia, quando nessuno si cura di lui. Il rischio è che in quei momenti ci mettiamo a elemosinare l’affetto e ci attacchiamo al primo padrone che capita.

Sono queste esperienze che fanno nascere dentro di noi la convinzione distorta di poter stare in una relazione solo da servi, come se dovessimo espiare una colpa o come se non potesse esistere l’amore vero. Il figlio minore, infatti, quando ha toccato il fondo, pensa di tornare a casa del padre per raccogliere da terra qualche briciola d’affetto”.

Ed ha richiamato un quadro di Rembrandt: “Solo chi ci vuole veramente bene può liberarci da questa visione falsa dell’amore. Nella relazione con Dio facciamo proprio questa esperienza. Il grande pittore Rembrandt, in un famoso dipinto, ha rappresentato in maniera meravigliosa il ritorno del figlio prodigo. Mi colpiscono soprattutto due particolari: la testa del giovane è rasata, come quella di un penitente, ma sembra anche la testa di un bambino, perché questo figlio sta nascendo di nuovo. E poi le mani del padre: una maschile e l’altra femminile, per descrivere la forza e la tenerezza nell’abbraccio del perdono”.

Inoltre la parabola focalizza l’attenzione anche sul figlio maggiore: “Ma è il figlio maggiore che rappresenta coloro per i quali la parabola viene raccontata: è il figlio che è sempre rimasto a casa con il padre, eppure era distante da lui, distante nel cuore. Questo figlio forse avrebbe voluto andarsene anche lui, ma per timore o per dovere è rimasto lì, in quella relazione. Quando però ti adatti contro voglia, cominci a covare rabbia dentro di te, e prima o poi questa rabbia esplode”.

Il ‘problema’ del figlio maggiore consiste nel non comprendere la misericordia come forma di giustizia, che è apertura alla speranza: “Paradossalmente, è proprio il figlio maggiore che alla fine rischia di rimanere fuori di casa, perché non condivide la gioia del padre. Il padre esce anche incontro a lui. Non lo rimprovera e non lo richiama al dovere. Vuole solo che senta il suo amore.

Lo invita a entrare e lascia la porta aperta. Quella porta rimane aperta anche per noi. E’ questo, infatti, il motivo della speranza: possiamo sperare perché sappiamo che il Padre ci aspetta, ci vede da lontano, e lascia sempre la porta aperta”.

Tale parabola può essere letta anche per noi: “Cari fratelli e sorelle, chiediamoci allora dove siamo noi in questo meraviglioso racconto. E chiediamo a Dio Padre la grazia di poter ritrovare anche noi la strada per tornare verso casa”.

Inoltre sul mensile ‘Piazza San Pietro’, diretto da p. Enzo Fortunato, il papa ha risposto ad una domanda sui costi eccessivi dei voli che impediscono a molte famiglie di celebrare le feste con i figli lontani: “Le famiglie vanno sostenute per stare insieme. In questo cambiamento d’epoca, molti giovani, molti figli hanno trovato lavoro lontano dai genitori e non possono trascorrere con loro nemmeno le feste di Natale e Pasqua.

A volte anche la distanza allenta i rapporti, crea incomprensioni e difficoltà. Sarebbe bello che le grandi compagnie potessero istituire dei bonus per il ricongiungimento familiare, almeno per le festività di Natale e Pasqua. Sarebbe un atto di umanità e di fraternità, a cui è chiamato anche il mondo dell’economia e delle imprese”.

Però ha suggerito alle famiglie anche l’uso della tecnologia: “Possiamo usare la videochiamata, durante la quale possiamo anche pregare insieme a distanza, confrontarci con la Parola di Dio, e crescere nella comunione. Non può essere la regola, ma in qualche caso possiamo far ricorso a questi nuovi strumenti, ad esempio anche attraverso l’uso di una chat familiare, nella quale ogni giorno si propone di condividere e meditare una frase del Vangelo, per supportarci anche a distanza nel cammino di fede”.

Papa Francesco invita a seguire Gesù sulla croce

Papa Francesco

“Oggi, Domenica delle Palme, nel Vangelo abbiamo ascoltato il racconto della Passione del Signore secondo Luca… Indifeso e umiliato, l’abbiamo visto camminare verso la croce con i sentimenti e il cuore di un bambino aggrappato al collo del suo papà, fragile nella carne, ma forte nell’abbandono fiducioso, fino ad addormentarsi, nella morte, tra le sue braccia”: questo è stato il testo letto prima della recita dell’angelus della Domenica delle Palme, quando papa Francesco Papa è arrivato in piazza san Pietro augurando ‘Buona domenica delle Palme, buona Settimana Santa’.

Nel testo il papa ha evidenziato il tema del dolore: “Sono sentimenti che la liturgia ci chiama a contemplare e a fare nostri. Tutti abbiamo dolori, fisici o morali, e la fede ci aiuta a non cedere alla disperazione, non chiuderci nell’amarezza, ma ad affrontarli sentendoci avvolti, come Gesù, dall’abbraccio provvidente e misericordioso del Padre”.

Inoltre ha ricordato il conflitto in Sudan e nel Libano: “Il 15 aprile ricorrerà il secondo triste anniversario dell’inizio del conflitto in Sudan, con migliaia di morti e milioni di famiglie costrette ad abbandonare le proprie case. La sofferenza dei bambini, delle donne e delle persone vulnerabili grida al cielo e ci implora di agire.

Rinnovo il mio appello alle parti coinvolte, affinché pongano fine alle violenze e intraprendano percorsi di dialogo, e alla Comunità internazionale, perché non manchino gli aiuti essenziali alle popolazioni. E ricordiamo anche il Libano, dove 50 anni fa cominciò la tragica guerra civile: con l’aiuto di Dio possa vivere in pace e prosperità”.

Nella celebrazione eucaristica il card, Leonardo Sandri, vice decano del Collegio Cardinalizio, ha letto l’omelia del papa: “Oggi anche noi abbiamo seguito Gesù, prima con un corteo festoso e poi su una via dolorosa, inaugurando la Settimana Santa che ci prepara a celebrare la passione, morte e risurrezione del Signore. Mentre guardiamo, tra la folla, i volti dei soldati e le lacrime delle donne, la nostra attenzione viene attirata da uno sconosciuto, il cui nome entra nel Vangelo all’improvviso: Simone di Cirene…

Arrivava in quel momento dalla campagna, passava di là, e si è imbattuto in una vicenda che lo travolge, come il pesante legno sulle sue spalle. Mentre siamo in cammino verso il Calvario, riflettiamo un momento sul gesto di Simone, cerchiamo il suo cuore, seguiamo il suo passo accanto a Gesù”.

Ed hanno preso un passante: “Da un lato, infatti, il Cireneo viene obbligato a portare la croce: non aiuta Gesù per convinzione, ma per costrizione. Dall’altro, egli si trova a partecipare in prima persona alla passione del Signore. La croce di Gesù diventa la croce di Simone.

Non però di quel Simone detto Pietro che aveva promesso di seguire sempre il Maestro… Simone di Galilea dice, ma non fa. Simone di Cirene fa, ma non dice: tra lui e Gesù non c’è alcun dialogo, non viene pronunciata una parola. Tra lui e Gesù c’è solo il legno della croce”.

E’ stato un invito a guardare il ‘cuore’: “Per sapere se il Cireneo ha soccorso o detestato l’esausto Gesù, col quale deve spartire la pena, per capire se porta o sopporta la croce, dobbiamo guardare al suo cuore. Mentre sta per aprirsi il cuore di Dio, trafitto da un dolore che rivela la sua misericordia, il cuore dell’uomo resta chiuso. Non sappiamo cosa abiti nel cuore del Cireneo”.

E’ un invito a mettersi ‘nei suoi panni’: “Mettiamoci nei suoi panni: sentiamo rabbia o pietà, tristezza o fastidio? Se ricordiamo che cosa ha fatto Simone per Gesù, ricordiamo pure che cosa ha fatto Gesù per Simone (come per me, per te, per ognuno di noi): ha redento il mondo. La croce di legno, che il Cireneo sopporta, è quella di Cristo, che porta il peccato di tutti gli uomini. Lo porta per amore nostro, in obbedienza al Padre, soffrendo con noi e per noi. E’ proprio questo il modo, inatteso e sconvolgente, col quale il Cireneo viene coinvolto nella storia della salvezza, dove nessuno è straniero, nessuno è estraneo”.

E’ stato un invito a seguire questo Cireneo: “Seguiamo allora il passo di Simone, perché ci insegna che Gesù viene incontro a tutti, in qualsiasi situazione. Quando vediamo la moltitudine di uomini e donne che odio e violenza gettano sulla via del Calvario, ricordiamoci che Dio trasforma questa via in luogo di redenzione, perché l’ha percorsa dando la sua vita per noi. Quanti cirenei portano la croce di Cristo! Li riconosciamo? Vediamo il Signore nei loro volti, straziati dalla guerra e dalla miseria? Davanti all’atroce ingiustizia del male, portare la croce di Cristo non è mai vano, anzi, è la maniera più concreta di condividere il suo amore salvifico”.

Infine un invito ad essere abbracciati dalla misericordia di Dio: “La passione di Gesù diventa compassione quando tendiamo la mano a chi non ce la fa più, quando solleviamo chi è caduto, quando abbracciamo chi è sconfortato. Fratelli, sorelle, per sperimentare questo grande miracolo della misericordia, scegliamo lungo la Settimana Santa come portare la croce: non al collo, ma nel cuore. Non solo la nostra, ma anche quella di chi soffre accanto a noi; magari di quella persona sconosciuta che il caso (ma è proprio un caso?) ci ha fatto incontrare. Prepariamoci alla Pasqua del Signore diventando cirenei gli uni per gli altri”.

Il Concilio di Nicea per rendere gloria a Dio

“Il 20 maggio 2025, la Chiesa cattolica e l’insieme del mondo cristiano fanno memoria con gratitudine e gioia dell’apertura del Concilio di Nicea del 325… Questo Concilio è rimasto nella coscienza cristiana principalmente attraverso il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Simbolo di Nicea professa la buona notizia della salvezza integrale degli esseri umani operata da Dio stesso in Gesù Cristo.

Dopo 1700 anni, si tratta di celebrare questo avvenimento in una dossologia, che sia una lode alla gloria di Dio, dal momento che essa si è manifestata nell’inestimabile tesoro della fede espressa dal Simbolo: l’infinita bellezza di Dio Padre, che ci salva, l’immensa misericordia di Gesù Cristo nostro Salvatore, la generosità della redenzione che è offerta a ogni persona umana nello Spirito Santo. Uniamo le nostre voci a quelle dei Padri della Chiesa, come Efrem il Siro, per cantare questa gloria”.

Così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, presentato dal Dicastero della Dottrina della Fede, composto da quattro capitoli, un’introduzione ed una conclusione, ripetendo una preghiera di Efrem il Siro: ‘Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo Primogenito! Gloria a quel Silente che ha parlato attraverso la sua voce! Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante la sua Epifania!  Gloria a quello Spirituale, che si è compiaciuto che suo Figlio divenisse corpo, affinché, attraverso questo corpo, divenisse tangibile la sua potenza e attraverso questo corpo avessero vita i corpi dei figli del Suo popolo!’

Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della Commissione Teologica Internazionale di approfondire uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e KarlHeinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione.

Il primo capitolo ‘Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea’ (nn. 7-47) è il più corposo, offrendo “una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche”, con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani”. Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dal papa. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come quest’anno rappresenti per tutti i cristiani “un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna”.

Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo 17 secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo, ‘Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti’ (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. Il terzo capitolo, ‘Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale’ (nn. 70-102), approfondisce il modo in cui il Simbolo e il Concilio ‘rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano’ e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione: “Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo.

La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anche esso uno strumento di un’autorità senza precedenti”.

Infine, nel quarto e ultimo capitolo ‘Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio’ (103-120) sono messe in luce ‘le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili’.

Secondo la Commissione Teologica Internazionale la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la ‘libertas Ecclesiae’, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico’. Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo ‘a disposizione’ di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità ‘in credendo’ del popolo dei battezzati.

Ecco le conclusioni del documento con ‘un pressante invito’ ad ‘annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi’ a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati’ ed a ‘rianimare il fuoco del nostro amore per lui’ perché ‘in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre’.

Inoltre una giornata di studio su ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)’, si terrà il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.

Quinta domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono

Il Vangelo oggi ci presenta un fatto concreto di misericordia e perdono: scribi e farisei presentano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e chiedono: “Signore, Mosè nella legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici ?”. Gesù aveva sempre parlato di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figlio prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù oggi è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’, è un tranello preparato contro Gesù perché se, conforme alla legge di Mosè, avesse detto ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato alle autorità romane come sobillatore ( in Palestina solo Roma poteva autorizzare una pena di morte).

Se Gesù avesse detto: ‘No, perdonatela!’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva risponderne davanti al Sinedrio. Scribi e Farisei attendono una risposta da Gesù mentre questi scrive a terra con il dito e la donna sta là, a tremare. Gesù infine dà una risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!’ Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo scagli la pietra.

Quelli (scribi e farisei) buttano la pietra, ed uno ad uno vanno tutti via. Rimane solo Gesù e la donna sempre tremante in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva. Gesù non è venuto per condannare ma per riconciliare l’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. Per questo agli infelici deportati a Babilonia il profeta Isaia aveva annunciato che Dio non li avrebbe abbandonati; aveva inoltre liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto trasferendolo nel deserto e nutrendolo per quaranta anni con la manna sino al trasferimento nella terra promessa: la Palestina.

Al suo popolo Dio aveva dato la legge: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, il prossimo come te stesso’. Amare è il perdono; il dono più bello è dimenticare tutto, se sei pentito.  Gesù mostra il suo amore con la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù è venuto ad instaurare la Nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono; a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo; in croce al buon ladrone dirà: oggi sarai con me in paradiso; nell’episodio evangelico gli scribi e i farisei  buttano via la pietra e vanno via;  Gesù vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono?, nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’: cosi trionfa la misericordia e il perdono.

L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione, è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. E’ necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci apre la via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. Il Vangelo colpisce sempre le nostre abitudini: siamo sempre facili a vedere il male degli altri, riflettiamo poco sulla nostra vita quotidiana.

Tutti parliamo sempre di giustizia, ma la giustizia per la giustizia non ha senso; è necessario punire chi sbaglia ma la nostra condizione di uomini esige una condotta amorevole  anche verso chi sbaglia; l’episodio del Vangelo è assai eloquente; la giustizia deve avere sempre un valore terapeutico: deve guarire e salvare dove e quando si può salvare.

L’amore, il perdono, la misericordia devono sempre trionfare. Il profeta Isaia evidenzia che Dio vuole sempre aprire nel deserto una via: la via del perdono e della misericordia e il Signore immette in questa via quanti si avvicinano a Lui. Imploriamo dalla SS. Vergine, madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.   

Papa Francesco: Dio ci attende per fare festa

“Nel Vangelo di oggi Gesù si accorge che i farisei, invece di essere contenti perché i peccatori si avvicinano a Lui, si scandalizzano e mormorano alle sue spalle. Allora Gesù racconta loro di un padre che ha due figli: uno se ne va di casa ma poi, finito in miseria, ritorna e viene accolto con gioia; l’altro, il figlio ‘obbediente’, sdegnato col padre non vuole entrare alla festa. Così Gesù rivela il cuore di Dio: sempre misericordioso verso tutti; guarisce le nostre ferite perché possiamo amarci come fratelli”.

Ancora in convalescenza dopo il ricovero al Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco ha invitato a vivere la Quaresima come un tempo di guarigione: “Carissimi, viviamo questa Quaresima, tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione. Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo. Perciò ringrazio di cuore tutti coloro che, ad immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la loro parola e con la loro scienza, con l’affetto e con la preghiera. La fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti; a maggior ragione, però, siamo fratelli nella salvezza che Cristo ci ha donato”.

Inoltre ha chiesto di pregare per la pace: “Confidando nella misericordia di Dio Padre, continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar, che soffre tanto anche per il terremoto”.

In particolare per la situazione che sta avvenendo in Sud Sudan: “Rinnovo il mio appello accorato a tutti i Leader, perché pongano il massimo impegno per abbassare la tensione nel Paese. Occorre mettere da parte le divergenze e, con coraggio e responsabilità, sedersi attorno a un tavolo e avviare un dialogo costruttivo. Solo così sarà possibile alleviare le sofferenze dell’amata popolazione sud-sudanese e costruire un futuro di pace e stabilità.

Ed in Sudan la guerra continua a mietere vittime innocenti. Esorto le parti in conflitto a mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei loro fratelli civili; e auspico che siano avviati al più presto nuovi negoziati, capaci di assicurare una soluzione duratura alla crisi. La Comunità internazionale aumenti gli sforzi per far fronte alla spaventosa catastrofe umanitaria”.

In precedenza mons. Rino Fisichella, pro prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, aveva celebrato la messa per il Giubileo dei Missionari della Misericordia, nella chiesa romana di Sant’Andrea della Valle, concentrandosi sulla parabola del figliol prodigo, raccontata dall’evangelista Luca: “Gesù non poteva parlare di Dio in termini umani con tratti più significativi”, per dare voce “all’amore e misericordia del Padre”.

Lo sguardo, poi, si rivolge al popolo di Dio di oggi: “Tutti presto o tardi chiediamo l’eredità” e vogliamo “essere liberi, autonomi, prenderci la nostra esistenza”, con la conseguenza del fallimento. Perché “lontano da Dio e dalla sua casa, la Chiesa”, finiamo per seguire “la strada che ci porta a compiere cose inutili, a utilizzare pensieri futili e toccare con mano la distanza dalla sorgente dell’amore”.

Mentre l’altro figlio, “molto simile a tutti noi”, vive il ritorno del fratello “con rabbia e rancore”. Come lui, per i nostri anni di servizio fedele chiediamo “un capretto per far festa con i miei amici”, di avere in cambio qualcosa, a tal punto “da confondere la gratuità del servizio e farlo diventare un’arma di ribellione contro Dio”. Dalla risposta del Padre, “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, emerge il nostro peccato. Non comprendiamo “il valore della vicinanza con Dio”.

Quindi il pro prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione invita a “fare nostri i sentimenti di paternità” del Padre della parabola, e “saper guardare lontano per cogliere subito la presenza di quanti sono lontani e si stanno avvicinando. Dobbiamo lasciare subito la miopia di pensieri e comportamenti per allargare il cuore e la mente a entrare in profondità verso chi si avvicina a noi”.

E rivolgendosi ai sacerdoti mons. Fisichella ha sottolineato la necessità di andare ‘incontro, in quanto il sacerdote non sta seduto nel confessionale, “ma sa andare incontro al figlio quando è ancora lontano perché ha riconosciuto il suo ritorno a casa”. E nell’abbraccio al figlio che ha sbagliato, si fa comprendere “quanto l’amore dimentica il peccato, e il perdono obbliga a guardare direttamente al futuro” da vivere degnamente.

(Foto: Vatican Media)

Quarta domenica di Quaresima: Dio Padre della misericordia

Questa è la domenica detta ‘lastre’, domenica della gioia; in essa si scopre l’amore misericordioso di Dio, vero Padre che si prende cura di ciascuno di noi. Davanti a Dio non ci sono figli buoni e figli cattivi; ci sono solo figli che Dio ama  e, come ha liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù e l’ha condotto nella terra promessa, così ama ciascuno di noi per i quali il Verbo eterno si è incarnato, ha accettato la passione e morte, ha istituto l‘Eucaristia, vero farmaco dell’immortalità.

La parabola del figlio prodigo è assai eloquente: Dio ha creato l’uomo libero e responsabile delle sue azioni; l’uomo ama la sua libertà e Dio la rispetta, ma il cuore di Dio è sempre pronto ad abbracciare il figlio che, disancorato dal Padre, si butta nell’ebbrezza della vita, dimentico che vivere è amare, e l’amore è giustizia e servizio. Nella parabola, dove Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei che mormoravano accusandolo di ‘accogliere i peccatori e mangiare con loro’, si evidenziano questi effetti fondamentali: emerge la figura del Padre sempre pronto a perdonare e che spera contro ogni speranza; questo Padre ha due figli diversi, che ama di amore profondo.

L’amore spinge il Padre ad attendere il figlio minore anche  se volle andare via, sperperò tutto il patrimonio e si ridusse a guardiano di porci. Quando questo figlio pensò di ritornare pentito dal Padre, questi gli va incontro, lo abbraccia, lo invita ad entrare ed organizza una festa dicendo: ‘Questo figlio era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato’. Con queste parole Gesù chiarisce agli avversari cosa significa amare: amare è perdono, è dimenticare, è sapere voltare pagina.

Lo stesso atteggiamento il padre riserva al figlio maggiore, che era rimasto sempre in casa, ma ora si dimostra indignato per l’agire del Padre e non condivide l’amore paterno per il figlio che ha sbagliato; il padre gli va incontro, lo invita ad entrare: ‘Quello che è mio  è tuo; ma questi è tuo fratello, che era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato’. Davanti a Dio siamo tutti uguali, tutti figli e il cuore del padre è per tutti misericordia infinità. La parabola, come vedi, vuole farci comprendere ciò che Dio si aspetta da noi : capire che  credere in Dio  non significa solo obbedire a norme e regole, ma ci rivela il volto misericordioso di Dio.

La misericordia di Dio non è solo ricompensa per i meritevoli, ma è speranza per i perduti e pentiti. Davanti a Dio siamo tutti uguali, tutti figli e il cuore del Padre è per tutti misericordia infinita.  La parabola di Gesù è un invito a levarci ed andare da Lui chiedendo perdono dei peccati: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro Te’; lo stesso Padre ricorda al figlio maggiore di non essere superbo, orgoglioso ma di amare e perdonare: ‘Entra in casa, questo è tuo fratello perduto e ritrovato, morto e risuscitato’.

E’ il momento, amico che ascolti, di prendere vera coscienza dell’amore infinito di Dio, un amore che non si può misurare con la logica terrena ma solo  con la logica divina perché Dio è amore. Da qui la domenica della gioia: il Signore è sempre vicino a chi lo cerca. Ormai a metà dell’itinerario quaresimale nasce spontanea la domanda: vuoi guarire?, siamo disposti a lasciarci guarire da Gesù? O preferiamo rimanere affezionati ala nostra malattia, debolezza  e fragilità?

E’ necessario riscoprire che la Chiesa  è una comunità, una grande famiglia dove non esiste una gerarchia ma la ‘diaconia’ e se un membro soffre, tutto l’organismo ne risente. Il confessore non è un giudice ma il padre, il medico, l’amico dello sposo. In questa chiave prepariamoci alla Pasqua di risurrezione. Allora ‘mi alzerò ed andrò da mio padre’ come il figlio prodigo, perché il Signore è vicino a chi lo cerca. La Vergine santa, la Madonna delle grazie ci accompagni e ci conduca all’abbraccio con Dio grande e misericordioso.

Papa Francesco ai Missionari della Misericordia’: attenti ad ascoltare

“Cari fratelli, avrei voluto incontrarvi in occasione del vostro pellegrinaggio giubilare ed esprimere di persona a voi, Missionari della Misericordia, la mia gratitudine e il mio incoraggiamento”: ancora a riposo papa Francesco ha inviato un messaggio ai ‘Missionari della Misericordia’ che fino a domani vivono il loro Giubileo, letto da mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, che ha presieduto la preghiera del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.

Nel messaggio il papa ha espresso rammarico per non aver potuto incontrare personalmente i missionari, esortandoli a testimoniare il volto di Dio: “Vi ringrazio, perché con il vostro servizio date testimonianza del volto paterno di Dio, infinitamente grande nell’amore, che chiama tutti alla conversione e ci rinnova sempre con il suo perdono”.

Ed ha sottolineato due aspetti: “Conversione e perdono sono le due carezze con le quali il Signore terge ogni lacrima dai nostri occhi; sono le mani con le quali la Chiesa abbraccia noi peccatori; sono i piedi sui quali camminare nel nostro pellegrinaggio terreno. Gesù, il Salvatore del mondo, apre per noi la strada che percorriamo insieme, seguendolo con la forza del suo Spirito di pace”.

Inoltre il papa li ha incoraggiati all’ascolto: “Vi incoraggio perciò, nel vostro ministero di confessori, ad essere attenti nell’ascoltare, pronti nell’accogliere e costanti nell’accompagnare coloro che desiderano rinnovare la propria vita e ritornano al Signore. Con la sua misericordia, infatti, Dio ci trasforma interiormente, cambia il nostro cuore: il perdono del Signore è fonte di speranza, perché possiamo sempre contare su di Lui, in qualunque situazione. Dio si è fatto uomo per rivelare al mondo che non ci abbandona mai!”

Mentre ai fedeli pellegrini della Cechia ha ricordato i santi Adalberto, Cirillo e Metodio: “Essi portarono la luce del Vangelo con coraggio e pazienza, anche in luoghi dove sembrava impossibile. Il loro esempio ci insegna che la missione cristiana non si basa sui risultati visibili, ma sulla fedeltà a Dio… Il nostro compito è seminare e annaffiare con amore e perseveranza, senza scoraggiarci”.

Sono ‘esempi da seguire ricordando che Dio opera nel mondo: “Dio ci chiede di offrire il poco che siamo e che abbiamo. Pensiamo a quei cinque pani e due pesci: nelle mani di Gesù diventarono nutrimento abbondante per una moltitudine. Così avviene anche con il nostro impegno nella fede: se lo affidiamo al Signore con cuore generoso, sarà Lui a moltiplicarlo e a farlo fruttificare in modi che non possiamo nemmeno immaginare.

Per questo, non dobbiamo mai perdere la fiducia. Dio opera anche quando non ne vediamo subito gli effetti. La storia dei vostri santi ce lo insegna: pensiamo alla perseveranza di Giovanni Nepomuceno e di tanti altri testimoni della fede della vostra terra. La loro vita ci mostra che chi confida in Dio non è mai abbandonato, anche nei momenti di prova, come quelli della persecuzione”.

E’ stato un invito a camminare nella fede: “Camminiamo insieme, pastori e popolo, su questa bella strada della fede. Sosteniamoci gli uni gli altri e diventiamo, con la nostra vita, testimoni di pace e di speranza in un mondo che ne ha tanto bisogno, anche in Europa. La nostra fede non è solo per noi, ma è dono da condividere con gioia”.

Infine nel messaggio A Sua Beatitudine Joan, arcivescovo ortodosso di Tirana, Durazzo e di tutta l’Albania, il papa ha indicato come modello il suo predecessore, Anastas, scomparso ad Atene il 25 gennaio scorso e testimone di uno zelo apostolico: “Sono certo che Vostra Beatitudine, seguendo l’esempio del Suo predecessore, continuerà a promuovere il dialogo come mezzo per superare le divisioni e promuovere la ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo. Infatti, in questi tempi difficili segnati dalla guerra e dalla violenza, è sempre più urgente che i cristiani diano una testimonianza credibile di unità, affinché il mondo possa accogliere pienamente il messaggio evangelico di solidarietà fraterna e di pace. Abbiamo quindi la responsabilità di procedere insieme per manifestare in modo sempre più visibile la comunione reale, anche se ahimè non ancora completa, che già ci unisce”.

E’ stato un invito a mantenere vive le relazioni tra le due Chiese: “E’ mio vivo auspicio, pertanto, che sotto la Sua guida paterna, le relazioni tra la Chiesa d’Albania e la Chiesa cattolica si sviluppino ulteriormente, cercando nuove forme di fruttuosa cooperazione nell’annuncio del Vangelo, nel servizio ai più bisognosi e nel rinnovamento del nostro impegno per risolvere le questioni che ancora ci separano attraverso il dialogo della carità e della verità”.

151.11.48.50