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Papa Leone XIV invita a coltivare la carità

“Il brano biblico che abbiamo ascoltato è l’inizio di una bellissima lettera indirizzata da San Paolo ai cristiani di Roma, il cui messaggio ruota attorno a tre grandi temi: la grazia, la fede e la giustizia. Mentre affidiamo all’intercessione dell’Apostolo delle genti l’inizio di questo nuovo Pontificato, riflettiamo insieme sul suo messaggio”: nel pomeriggio papa Leone XIV si è recato nella basilica dedicata all’apostolo Paolo, fermandosi in preghiera al sepolcro.

Dopo i riti introduttivi della celebrazione e la proclamazione di un passaggio dalla lettera di san Paolo ai Romani, papa Leone XIV ha richiamato i temi fondamentali del messaggio paolino, incentrato su grazia, fede e giustizia con particolare sottolineatura alla grazia della chiamata: “San Paolo dice prima di tutto di aver avuto da Dio la grazia della chiamata. Riconosce, cioè, che il suo incontro con Cristo e il suo ministero sono legati all’amore con cui Dio lo ha preceduto, chiamandolo ad un’esistenza nuova mentre era ancora lontano dal Vangelo e perseguitava la Chiesa”.

Però san Paolo richiama sant’Agostino: “Sant’Agostino (anche lui un convertito) parla della stessa esperienza dicendo: ‘Cosa potremo noi scegliere, se prima non siamo stati scelti noi stessi? In effetti, se non siamo stati prima amati, non possiamo nemmeno amare’. Alla radice di ogni vocazione c’è Dio: la sua misericordia, la sua bontà, generosa come quella di una madre, che naturalmente, attraverso il suo stesso corpo, nutre il suo bambino quando è ancora incapace di alimentarsi da solo”.

In questo consiste ‘l’obbedienza della fede’: “Paolo, però, nello stesso brano, parla anche di ‘obbedienza della fede’, e pure qui condivide ciò che ha vissuto. Il Signore, infatti, apparendogli sulla via di Damasco, non lo ha privato della sua libertà, ma gli ha lasciato la possibilità di una scelta, di una obbedienza frutto di fatica, di lotte interiori ed esteriori, che lui ha accettato di affrontare. La salvezza non viene per incanto, ma per un mistero di grazia e di fede, di amore preveniente di Dio, e di adesione fiduciosa e libera da parte dell’uomo”.

Quindi la chiamata di san Paolo riguarda ogni credente, come aveva sottolineato lo scorso anno papa Francesco: “Mentre allora ringraziamo il Signore per la chiamata con cui ha trasformato la vita di Saulo, gli chiediamo di saper anche noi rispondere ai suoi inviti allo stesso modo, facendoci testimoni dell’amore ‘riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato’. Gli chiediamo di saper coltivare e diffondere la sua carità, facendoci prossimi gli uni per gli altri, nella stessa gara di affetti che, dall’incontro con Cristo, ha spinto l’antico persecutore a farsi ‘tutto a tutti’, fino al martirio. Così, per noi come per lui, nella debolezza della carne si rivelerà la potenza della fede in Dio che giustifica”.

Infine ha ricordato san Benedetto da Norcia e papa Benedetto XVI, che hanno sempre ripetuto che Dio ci ama: “Questa Basilica da secoli è affidata alla cura di una Comunità benedettina. Come non ricordare, allora, parlando dell’amore come fonte e motore dell’annuncio del Vangelo, gli insistenti appelli di san Benedetto, nella sua Regola, alla carità fraterna nel cenobio e all’ospitalità verso tutti?

Ma vorrei concludere richiamando le parole che, più di mille anni dopo, un altro Benedetto, Papa Benedetto XVI, rivolgeva ai giovani: ‘Cari amici, diceva, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto… All’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio’… E’ qui la radice, semplice e unica, di ogni missione, anche della mia, come successore di Pietro ed erede dello zelo apostolico di Paolo. Mi dia il Signore la grazia di rispondere fedelmente alla sua chiamata”.

In mattinata il papa aveva inviato un videomessaggio alla Pontifica Università Cattolica di Rio de Janeiro per ricordare il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’: “Cari fratelli e sorelle, voglio inviare questo saluto, un grande saluto, alla Rete delle Università per la Cura della Casa Comune. So che siete riuniti alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro e che avete questa bella occasione del 10° anniversario del documento del Santo Padre Francesco, l’enciclica ‘Laudato sì’.

So che state per fare un lavoro sinodale di discernimento in preparazione alla COP30. Rifletterete insieme su una possibile remissione del debito pubblico e del debito ecologico, una proposta che Papa Francesco aveva suggerito nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. E in questo anno giubilare, un anno di speranza, questo messaggio è così importante”.

E’ un incoraggiamento a costruire ponti:”Vorrei incoraggiare voi, rettori universitari, in questa missione che avete assunto: essere costruttori di ponti di integrazione tra le Americhe e la Penisola Iberica, lavorando per la giustizia ecologica, sociale e ambientale. Vi ringrazio tutti per i vostri sforzi e il vostro lavoro. Vi incoraggio a continuare a costruire ponti”.

(Foto: Santa Sede)

Il convegno mariano all’Istituto di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”

«Nell’ambito dei festeggiamenti per i 175 anni dal prodigio del quadro della Madonna della Misericordia – afferma don Giuseppe Pandolfo, rettore del Santuario della Madonna della Misericordia – noi Missionari del Preziosissimo Sangue, unitamente alla Congregazione delle Sorelle dell’Immacolata, istituzione riminese che celebra i 100 anni dalla sua fondazione, e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli, proponiamo un convegno mariano dal titolo Maria e Rimini: un legame indissolubile. Questo ciclo di incontri ci permetterà di riflettere non solo su Maria, nel mese a Lei dedicato, ma anche di approfondire come la figura della Vergine si intreccia con la storia della città riminese».

Sono previsti tre incontri di approfondimento dal 20 al 22 maggio alle ore 20:45. Martedì 20 maggio, presso la Sala Manzoni della diocesi di Rimini, la prof.ssa Rosanna Virgili parlerà della maternità di Maria come luogo evolutivo dell’umano. Mercoledì 21 maggio, presso il Santuario della Madonna della Misericordia, sarà la volta di don Gabriele Gozzi, vicedirettore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli. Infine, sempre nello stesso Santuario, giovedì 22 maggio si terrà lo spettacolo musicale con i Divivaluce, band specializzata in spettacoli musicali a tema sacro.

«Il Magnificat è l’inno che dà voce all’umanità: l’intervento misericordioso di Dio riplasma il tempo rigenerando la storia – spiega don Marco Casadei, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli. Attraverso Maria siamo ricondotti dalla morte alla vita. La nostra città ha legato luoghi e tempi alla devozione mariana intrecciandola alla sua storia nello scrigno dell’arte sacra del nostro territorio.  Questo convegno offre l’occasione per irrorare questa trama preziosa di fede e sapienza».

«Un ringraziamento va alla Commissione giubilare, perché questo evento è stato inserito all’interno degli appuntamenti del Giubileo vissuto nella nostra diocesi – concludono don Giuseppe Pandolfo e don Marco Casadei. Un grazie speciale va al vescovo di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, al Vicario generale e a tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto. Ci auguriamo che questo appuntamento possa portare frutto nella vita della diocesi e della città».

Padre Pietro Messa racconta le ‘profezie’ di san Francesco d’Assisi

Nell’attesa dell’elezione del nuovo pontefice è stato fisiologico il riapparire e circolare di una serie di predizioni e ipotetiche. Così quando papa Benedetto XVI terminò il suo pontificato venerdì 28 febbraio 2013 e vi era la sede vacante fino all’elezione di papa Francesco il 13 marzo successivo fu scontato il richiamo a Celestino V (1215-1296) che pochi mesi dopo essere stato eletto diede le dimissioni; meno immediato il rimando al beato Raimondo Lullo (1232-1316) che narra di un pontefice che si ritira a vita eremitica nel Romanzo di ‘Evast e Blaqueran’ (in traduzione italiana a cura di Simone Sari).

Meno conosciute sono alcune profezie attribuite a san Francesco d’Assisi inerenti i successori di san Pietro apostolo: vaticini diffusi soprattutto nel periodo dello scisma d’Occidente (1378-1417), ossia quando il papa fece ritorno a Roma e alcuni cardinali ad Avignone elessero un altro pontefice: “Fu un periodo molto tribolato nella storia della Chiesa tanto che l’esigenza di una riforma ecclesiale era desiderata e proclamata da tutti.

In questi anni turbolenti le profezie attribuite al Santo d’Assisi furono l’annuncio di una speranza, ossia che quel tempo di confusione e corruzione non sarebbe durato per sempre ma avrebbe avuto un termine”, ha sottolineato padre Pietro Messa, docente di Storia del francescanesimo presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, nell’introduzione al libro ‘Francesco profeta. La costruzione di un carisma’ del prof. André Vauchez.

San Francesco ha mai parlato o si è mai rivolto espressamente, in scritti che lo riguardano, ai Papi?

“Nel Testamento composto nel 1226 pochi mesi prima di morire Francesco afferma che dopo la rivelazione avuta di vivere al modo del Vangelo fece scrivere tale forma di vita ‘con poche parole e con semplicità’ e il papa gliela confermò. Nella Regola poi dice che ‘promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti ed alla Chiesa romana’. Tra i suoi scritti vi è uno ai reggitori dei popoli ma nessuno rivolto ai papi e questo perché volle sempre avere l’atteggiamento evangelico di minorità ed ecclesiale di obbedienza non solo verso il papa o i vescovi ma anche nei confronti dei semplici sacerdoti”.

In cosa consistono ‘Le profezie papali di san Francesco d’Assisi’?

“La vita santa di Francesco d’Assisi è stata scritta da vari biografi o più precisamente agiografi i quali hanno evidenziato anche il carisma profetico dell’Assisiate. Con il passare degli anni e dei secoli gli furono attribuite varie profezie nel significato di previsioni tra cui alcune inerenti anche elezioni di pontefici. Tutto ciò che ai nostri occhi appare strano ed esoterico in realtà era un modo per affermare che nonostante le grandi problematiche ecclesiali (soprattutto durante lo Scisma d’Occidente in cui vi era un papa a Roma e uno in Francia a Avignone) la storia non era in balia del caso ma vi fosse la presenza provvidente del Signore che alla fine avrà la meglio. Era un modo per affermare la speranza”.

Cosa significava per san Francesco il termine ‘profezia’?

“In quel tempo la profezia era innanzitutto la capacità di vedere in profondità la storia ma anche la creazione e soprattutto la Bibbia. In quest’ultimo caso profeta è nientemeno l’esegeta che studia i diversi significati della Scrittura e poi li annuncia mediante la predicazione; si tratta di colui che come Balaam, figlio di Beor è un ‘uomo dall’occhio penetrante’ (Numeri 24,15)”.

Come reagì l’Ordine francescano davanti a tali presunte profezie?

“Quando tali enunciati potevano essere collocati in una teologia della storia confacente all’Ordine minoritico erano accolti e persino ostentati mentre nel caso risultassero dirompenti oppure persino pericolosi venivano banditi”.

Nel libro c’è anche un capitolo dedicato a Cristoforo Colombo: quale è stato il rapporto tra Cristoforo Colombo e il santo di Assisi?

“Francesco d’Assisi dopo aver cambiato vita facendo misericordia con i lebbrosi si incamminò assieme ai primi fratelli esortando ad abbandonare i vizi e  vivere secondo le virtù del Vangelo. Tale predicazione si estese anche tra i non cristiani e così i francescani dopo alcuni decenni si trovarono nel cammino verso la terra di Cina. Quella parte del mondo frequentata da mercanti era vista anche come un luogo teologicamente importante per la predicazione del Vangelo e nel tentativo di raggiungerla navigando verso Ovest ecco Cristoforo Colombo si ritrovò in quella terra che sarà denominata America”.

Inoltre non è stato tralasciato l’esame del pensiero di Gioacchino da Fiore: quanto influì tale pensiero nell’ordine francescano?

“Soprattutto a motivo delle stimmate Francesco d’Assisi era presentato come un santo nuovo che diede inizio a un ordine nuovo. Con tale consapevolezza quando a metà del secolo XIII entrarono in contatto con gli scritti di Gioacchino da Fiore i frati Minori accentuarono una lettura escatologica della loro storia”.

Quindi i frati Minori furono gli osservanti della profezie di san Francesco?

“Certamente erano attenti a tali profezie e da esse traevano incentivo per le loro scelte essendo una carica carismatica considerevole. L’utilizzo che ne fecero non fu univoco: infatti alcuni le utilizzò per evidenziare il proprio ruolo anche ecclesiale sfociando a volte nella prepotenza. Altri invece per radicarsi ancora di più in uno stile evangelico in cui l’uso povero dei beni era considerato un aspetto importante. Questo mostra tutta l’ambivalenza delle profezie che facendo spesso uso del linguaggio simbolico si prestano non a un’interpretazione univoca ma equivoca ossia a più significati a volte persino contraddittori”.

Il Cantico delle creature può essere visto come una ‘profezia’?

“La profezia nella Bibbia è la parola detta da un uomo che parla a nome del Signore. In tal senso si può affermare che il Cantico composto ottocento anni fa da frate Francesco è veramente una visione penetrante della realtà. Infatti l’Assisiate lo compose dopo che l’Altissimo gli dette di riconoscere che l’ultima parola non erano le grandi tribolazioni e sofferenze che stava vivendo ma il paradiso il quale è nient’altro che essere con il Signore. Proprio come Gesù disse a colui che gli era accanto nelle crocifissione: Oggi sarai con me, in Paradiso”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il cardinal Makrickas a Tolentino: il pane è necessario per camminare verso il Regno di Dio

I ‘panini benedetti’ sono un segno particolare della devozione a san Nicola da Tolentino, legati ad un episodio della sua vita, in quanto, gravemente malato, ottenne la grazia della guarigione per intervento della Vergine Maria, che, apparsa in visione, gli aveva assicurato: ‘Chiedi in carità, in nome di mio Figlio, un pane. Quando lo avrai ricevuto, tu lo mangerai dopo averlo intinto nell’acqua, e grazie alla mia intercessione riacquisterai la salute’. Il santo non esitò a mangiare il pane ricevuto in carità da una donna di Tolentino, riacquistando così la salute. Da quel giorno san Nicola prese a distribuire il pane benedetto ai malati che visitava, esortandoli a confidare nella protezione della Vergine Maria per ottenere la guarigione dalla malattia e la liberazione dal peccato.

La Chiesa ha approvato l’istituzione e l’uso dei Panini nella quarta domenica di quaresima, prescrivendo un rito speciale per la loro benedizione, analogo a quello della benedizione delle palme, ma riservato all’Ordine Agostiniano. Mentre se ne fa la distribuzione ai fedeli, è cantato un inno che esalta i prodigi compiuti dai ‘panini benedetti’ Il rito si chiude con una preghiera al santo tolentinate nella quale si invoca il suo patrocinio su la Chiesa e su quanti lo pregano.

I ‘panini benedetti’ di san Nicola sono confezionati presso il Santuario con farina di grano ed acqua, senza lievito, cotti al forno. Sono un segno sacramentale della Chiesa, come lo è per esempio l’acqua santa, ed operano grazie nella vita in misura della fede nel Signore. Per tale occasione, invitato dagli agostiniani e dall’Unione Montana dei Monti Azzurri, il card. Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della basilica di Santa Maria Maggiore, ha concelebrato la santa Messa, al termine della quale abbiamo chiesto di spiegarci quanto sono importanti i ‘panini’ di san Nicola per la Chiesa:

“Sono venuto a conoscenza di questa storia dei panini di san Nicola, quando ho ricevuto dai padri agostiniani l’invito a venire a Tolentino per celebrare la quarta domenica di quaresima. La simbologia del pane è sempre molto suggestiva, in quanto esso è il nostro cibo quotidiano, ma anche un segno per pensare al cibo per la nostra anima. Il miracolo di san Nicola da Tolentino invita a pensare a questo significato di cercare, noi cristiani, a cercare il pane che sazia non solo il nostro corpo, ma soprattutto il pane ‘celeste’, che nutre la nostra anima per essere più vicini a Dio”.

Nella stessa domenica si è svolto anche il Giubileo dei Missionari della Misericordia: quanto è importante la misericordia di Dio?

“Nella Chiesa ci sono due pilastri principali: il sacramento della riconciliazione ed il sacramento dell’eucarestia. Per questo è importante ricordare la misericordia di Dio, che purifica la nostra anima per vivere meglio la vita cristiana. E’ molto importante ricordare queste persone, che a nome di Gesù, portano il perdono ai fedeli. I sacerdoti che si dedicano al sacramento della confessione sono i missionari della misericordia; per questo celebrare questa domenica e ricordare non soltanto il sacramento, ma anche le persone che celebrano questo sacramento avvicinandoci a Cristo attraverso il sacramento”.

Come vivere questo periodo verso la Pasqua nella misericordia?

“Questo periodo quaresimale ci ricorda che siamo in cammino continuo di conversione. Siamo chiamati durante la Quaresima a camminare attraverso un pellegrinaggio di conversione, sperimentando la misericordia di Dio e vivendola in modo pieno con la consapevolezza che c’è un Padre misericordioso che accoglie tutti”.

Per quale motivo anche in Lituania è venerato san Nicola da Tolentino?

“Da noi san Nicola da Tolentino è venerato soprattutto per la sua profonda spiritualità di pregare per le anime dei defunti, perché la vita umana continua nell’eternità. Da noi è molto sentita la preghiera a favore dei defunti, affinchè possano vedere il volto di Dio. Questa spiritualità di san Nicola da Tolentino era spesso ricordata nella mia famiglia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: la centralità è Gesù Cristo

“So di poter contare su ognuno di voi per camminare con me mentre continuiamo come Chiesa, come comunità di amici di Gesù, come credenti ad annunciare la buona notizia, ad annunciare il Vangelo”: sono le prime parole in inglese pronunciate nell’omelia della Messa pro Ecclesia con i cardinali nella Cappella Sistina da papa Leone XIV con l’invito a testimoniare la fede negli ambienti in cui ‘è considerata una cosa assurda’, perché ‘si preferiscono tecnologia, denaro, successo, potere, piacere’.

Continuando l’omelia in italiano il papa si è soffermato sulla professione di fede dell’apostolo Pietro: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo, fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.

E nella risposta l’apostolo sottolinea le cose necessarie per la salvezza: “Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno, rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura”.

Per questo Gesù vuole sapere dagli apostoli cosa pensa la gente: “Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni… Pensando alla scena su cui stiamo riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti atteggiamenti”.

Infatti a Gesù interessa anche il pensiero del ‘mondo’: “C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”.

Per questo Gesù insiste con gli apostoli: “C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anche essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.

In questo consiste la vitalità evangelica: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente (magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza) sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”.

Per questo papa Francesco aveva sempre invitato ad annunciare il Vangelo anche in luoghi dove è la mancanza di fede attraverso la ‘gioia’: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.

Quindi è necessario annunciare Gesù Figlio di Dio: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.

Per compiere tale annunzio è necessario avere un rapporto ‘personale’ con Gesù: “E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia”.

Ha concluso l’omelia con un richiamo di sant’Ignazio di Antiochia per ribadire la centralità di Gesù nel mondo e non di chi annuncia il Vangelo: “Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio questa mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia. Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: ‘Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo’.

Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo (e così avvenne), ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.

(Foto: Santa Sede)

Rimini festeggia il 175° anniversario del prodigio della sua Patrona

«Nel Vangelo di Giovanni – afferma mons. Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini – Gesù, dalla croce, affida il discepolo amato a Maria: ‘Ecco tua madre’. È un gesto che ci ricorda come l’amore di Dio si compia anche attraverso la tenerezza e la misericordia di Maria, madre della Chiesa e madre di ciascuno di noi. Nel cuore di questo Anno Giubilare, il tema della misericordia assume un significato ancora più profondo: Dio non guarda i nostri peccati, ma ci offre sempre la possibilità di ricominciare. Il suo perdono è la prima, fondamentale forma di misericordia: un invito continuo alla conversione, alla fiducia, alla speranza.

La festa della Madonna della Misericordia di Rimini quest’anno assume un carattere speciale. Ricorrono infatti i 175 anni dal miracolo degli occhi, un evento che continua a parlare al cuore dei fedeli, richiamandoci alla presenza viva di Maria nella nostra storia e nel nostro cammino di fede. Non a caso, il Santuario è stato scelto tra i diciotto luoghi giubilari della nostra Diocesi, segno di una grazia che continua a fluire. La solennità sarà arricchita anche dalla partecipazione della parrocchia di Fiumicino di Savignano sul Rubicone, che animerà la processione con suggestivi quadri viventi realizzati da bambini, ragazzi e adulti: un gesto bello e coinvolgente, che unisce generazioni diverse nella devozione e nella bellezza.

Desidero inoltre sottolineare un gesto particolarmente significativo: il quadro della Madonna della Misericordia sarà portato anche in carcere, a testimonianza che nessun luogo è escluso dalla carezza di Dio. Anche dietro le sbarre, Maria guarda i suoi figli con occhi pieni di amore. Affidiamoci dunque a Lei, Madre della Misericordia, perché ci accompagni con dolcezza verso una fede sempre più viva e un cuore sempre più aperto agli altri».

Il Santuario della Madonna della Misericordia, affidato alla cura pastorale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, si prepara a vivere un’intensa settimana di celebrazioni ad iniziare dal triduo di preparazione, predicato da don Vincenzo Giannuzzi, Missionario del Preziosissimo Sangue, che accompagnerà i fedeli attraverso tre giornate, ciascuna dedicata a un’intenzione particolare.

Mercoledì 7 maggio sarà la giornata del malato, durante la quale verrà amministrato il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Giovedì 8 maggio, giornata dedicata alla vita e alle vocazioni, si terrà alle ore 21:00 la catechesi di fra’ Roberto Pasolini, Predicatore della Casa Pontificia. Venerdì 9 maggio la comunità si riunirà per una giornata di preghiera per la pace, con la veglia mariana delle ore 21:00.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 10 maggio alle ore 20:30, con la solenne concelebrazione eucaristica nella Basilica Cattedrale presieduta da mons. Nicolò Anselmi. Al termine della Messa si svolgerà la processione con il quadro prodigioso della Madonna della Misericordia. Domenica 11 maggio alle ore 21:00, si terrà un concerto in onore della Madonna curato dalla Cappella Musicale Malatestiana.

Lunedì 12 maggio, festa liturgica della Madonna della Misericordia, alle ore 11:15 si terrà la Santa Messa presieduta da don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, mentre alle 18:00 seguirà una celebrazione animata dalla Famiglia Salesiana di Rimini, presieduta dal direttore don Roberto Smeriglio. Infine, mercoledì 14 maggio alle ore 18:00, si terrà una solenne celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo emerito di Genova. Nel corso della settimana i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria degli istituti Maestre Pie e Sant’Onofrio renderanno omaggio a Maria con una simbolica offerta floreale.

«La festa della Madonna della Misericordia – evidenzia don Giuseppe Pandolfo, Missionario del Preziosissimo Sangue e rettore del Santuario – rappresenta un appuntamento di grande significato non soltanto per la comunità cristiana, ma per l’intera cittadinanza riminese e non solo. Nel corso degli anni, questo evento ha profondamente segnato la vita della città, contribuendo alla trasformazione della piccola chiesa di Santa Chiara nell’attuale Santuario della Madonna della Misericordia, oggi mèta di numerosi pellegrini, fedeli e turisti. Un sentito ringraziamento a tutti i collaboratori del Santuario che, a vario titolo, hanno contribuito alla preparazione degli eventi; alle autorità civili e militari che prenderanno parte ai festeggiamenti; al sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, e alla diocesi di Rimini, nella persona del vescovo, mons. Nicolò Anselmi».

La Terra Santa prega papa Francesco

“E per favore ricordatevi di pregare per me era questa la frase con cui papa Francesco amava concludere gli incontri con singoli e con gruppi di persone. A noi sembrava strano che il papa ci chiedesse di pregare per lui ma per lui era invece naturale chiedere il sostegno del popolo di Dio attraverso la preghiera”: con queste parole il custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ha celebrato una messa in suffragio per ricordare papa Francesco alla presenza di numerose figure istituzionali, nonché i capi delle Chiese Orientali che hanno espresso, con la loro presenza, vicinanza alla Chiesa di Roma e alla Chiesa Cattolica in Terra Santa, nonché alla presenza dei fedeli provenienti dal West Bank, che hanno voluto essere presenti, nonostante le difficoltà.

E’ stata una celebrazione eucaristica affinchè possa essere accolto nella comunione dei Santi: “Beatitudini, Eccellenze, rappresentanti delle varie Chiese, (rappresentanti dell’Ebraismo e dell’Islam), autorità civili e membri del corpo diplomatico, religiosi e religiose, fratelli e sorelle in Cristo, oggi siamo qui riuniti proprio per pregare per papa Francesco, per celebrare questa Eucaristia in suo suffragio. Siamo qui a pregare per lui perché possa essere accolto in quell’abbraccio misericordioso del Padre di cui ci ha così spesso parlato e siamo qui anche per chiedere a lui di pregare per noi nella prospettiva della comunione dei santi”.

Nonostante il lutto il patriarca ha ricordato che il papa ha sempre sollecitato a guardare Gesù: “Per tutti noi che, in questi dodici anni, abbiamo potuto apprezzare la sua vicinanza alla gente semplice e la sua umanità ma anche la sua profondità e la sua radicalità nel vivere e nel predicare il Vangelo, questo è certamente un momento di sofferenza, perché ci sentiamo improvvisamente e temporaneamente senza una guida.

Però dovrebbe tornarci alla memoria l’esortazione di papa Francesco a mettere al centro della nostra attenzione e anche della nostra devozione non tanto la sua figura, la figura del Vicario di Cristo, ma Cristo stesso. In questi dodici anni, annunciare al mondo la gioia del Vangelo, ha significato per lui annunciare che la nostra vita trova senso solo nella relazione con Gesù Cristo morto e risorto per noi, solo se il Cristo Risorto è al centro dei nostri pensieri, dei nostri affetti, delle nostre scelte e delle nostre azioni”.

Nell’omelia ha ricordato che il papa non ha mai dimenticato la Terra Santa: “Noi tutti che viviamo in Terra Santa sentiamo di avere un profondo debito di riconoscenza nei confronti di papa Francesco. Lui si è interessato di noi fino alla fine. Ci ha portato nel cuore fino all’ultimo giorno. Ha gridato invocando per noi la pace fino al suo ultimo respiro. Sono commoventi le parole che lui, nel giorno di Pasqua, ha rivolto al mondo intero pensando a noi…

Papa Francesco non ha mai dimenticato nessuno di noi che viviamo in questa Terra Santa e tormentata, soprattutto non ha mai dimenticato i più vulnerabili e i più sofferenti. Non ha mai scelto la facile via dell’equidistanza salomonica, ma quella dell’empatia e della compassione, che sente come propria la sofferenza di ogni singola persona: quella di chi ha perso un familiare come quella dell’ostaggio, quella del bambino colpito dalle bombe poco intelligenti e quella della madre che non ha più lacrime per piangere un figlio che non potrà più rivedere, o abbracciare o nutrire”.

Quindi è stato un invito a non dimenticare le parole dell’ultima benedizione pasquale ‘Urbi et Orbi’ del papa: “La Pasqua che noi celebriamo, non ha solo una dimensione religiosa, ma ha anche una dimensione politica e nessuno può dirci che queste sono semplicemente belle parole di un idealista illuso che non sa come funziona il mondo e come procede la storia. No! Queste sono le parole di un uomo che crede nella potenza trasformante della Pasqua, della risurrezione di Gesù Cristo, che sconfigge il male alla radice, che vince la morte e tutti gli strumenti di cui la morte si serve per rovinare il progetto di Dio, che è quello di un’umanità pacificata e fraterna, in cui ogni persona è riconosciuta e rispettata nella sua dignità irriducibile di figlio e figlia di Dio”.

E’ stato un invito ad imparare la misericordia, che è stato il fulcro del pontificato di papa Francesco: “Vorrei che da papa Francesco imparassimo a interiorizzare quel sentimento di misericordia che ha caratterizzato la sua predicazione e i sui gesti e che nel nostro contesto di vita vuol dire tornare ad essere umani nel provare compassione, perché altrimenti non riusciremo nemmeno a trovare pace”.

Nel frattempo la quinta congregazione generale dei cardinali ha deciso che il conclave inizierà nel pomeriggio di mercoledì 7 maggio, mentre in mattinata sarà celebrata la ‘Messa Pro eligendo Romano Pontifice’, come ha confermato Matteo Bruni, direttore della sala stampa della Santa Sede.

(Foto: Santa Sede)

Card. Parolin: la misericordia è la gioia del Vangelo

“Gesù Risorto si presenta ai suoi discepoli, mentre si trovano nel cenacolo dove si sono rinchiusi per paura, con le porte sbarrate. Il loro stato d’animo è turbato e il loro cuore è nella tristezza, perché il Maestro e Pastore che avevano seguito lasciando tutto è stato inchiodato sulla croce. Hanno vissuto cose terribili e si sentono orfani, soli, smarriti, minacciati e indifesi”: è stato il card. Pietro Parolin, già Segretario di Stato, a presiedere la celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica Vaticana nel secondo giorno dei Novendiali in suffragio di papa Francesco, nella domenica dedicata alla Divina Misericordia, a cui hanno partecipato i dipendenti ed i fedeli della Città del Vaticano, nonché gli adolescenti convenuti a Roma per il Giubileo ad essi dedicato.

Nell’omelia il card. Parolin ha sottolineato il dolore per la morte di papa Francesco: “L’immagine iniziale che il Vangelo ci offre in questa domenica può rappresentare bene anche lo stato d’animo di tutti noi, della Chiesa e del mondo intero. Il Pastore che il Signore ha donato al suo popolo, papa Francesco, ha terminato la sua vita terrena e ci ha lasciati. Il dolore per la sua dipartita, il senso di tristezza che ci assale, il turbamento che avvertiamo nel cuore, la sensazione di smarrimento: stiamo vivendo tutto questo, come gli apostoli addolorati per la morte di Gesù”.

Però, riprendendo l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, la resurrezione di Gesù ‘riempie il cuore’ di gioia con un preciso riferimento riferito ai giovani: “Eppure, il Vangelo ci dice che proprio in questi momenti di oscurità il Signore viene a noi con la luce della risurrezione, per rischiarare i nostri cuori… La gioia pasquale, che ci sostiene nell’ora della prova e della tristezza, oggi è qualcosa che si può quasi toccare in questa piazza; la si vede impressa soprattutto nei vostri volti, cari ragazzi e adolescenti che siete venuti da tutto il mondo a celebrare il Giubileo. Venite da tante parti: da tutte le Diocesi d’Italia, dall’Europa, dagli Stati Uniti all’America Latina, dall’Africa all’Asia, dagli Emirati Arabi … con voi è realmente presente il mondo intero!”

Ed ha ricordato il desiderio di papa Francesco di incontrarli per raccontare loro la speranza di Cristo: “Di fronte alle tante sfide che siete chiamati ad affrontare (ricordo, ad esempio, quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca)  non dimenticate mai di alimentare la vostra vita con la vera speranza che ha il volto di Gesù Cristo”.

E’ stata un’esortazione a non sentirsi ‘abbandonati’: “Nulla sarà troppo grande o troppo impegnativo con Lui! Con Lui non sarete mai soli né abbandonati a voi stessi, nemmeno nei momenti più brutti!  Egli viene ad incontrarvi là dove siete, per darvi il coraggio di vivere, di condividere le vostre esperienze, i vostri pensieri, i vostri doni, i vostri sogni, di vedere nel volto di chi è vicino o lontano un fratello e una sorella da amare, ai quali avete tanto da dare e tanto da ricevere, per aiutarvi ad essere generosi, fedeli e responsabili nella vita che vi attende, per farvi comprendere ciò che più vale nella vita: l’amore che tutto comprende e tutto spera”.

Inoltre in questa seconda domenica di Pasqua, dedicata alla Divina Misericordia, ha sottolineato che essa è stata la caratterizzazione del magistero del papa: “Proprio la misericordia del Padre, più grande dei nostri limiti e dei nostri calcoli, è ciò che ha caratterizzato il magistero di papa Francesco e la sua intensa attività apostolica, insieme all’ansia di annunciarla e condividerla con tutti (l’annuncio della buona novella, l’evangelizzazione) che è stato il programma del suo pontificato. Egli ci ha ricordato che ‘misericordia’ è il nome stesso di Dio, e, pertanto, nessuno può porre un limite al suo amore misericordioso con il quale Egli vuole rialzarci e renderci persone nuove”.

E’ stato un invito ad accogliere la sua ‘eredità’ pastorale: “E’ importante accogliere come un tesoro prezioso questa indicazione su cui Papa Francesco ha tanto insistito. E, permettetemi di dire, il nostro affetto per lui, che si sta manifestando in queste ore, non deve restare una semplice emozione del momento; la Sua eredità dobbiamo accoglierla e farla diventare vita vissuta, aprendoci alla misericordia di Dio e diventando anche noi misericordiosi gli uni verso gli altri”.

Infatti la misericordia è il ‘cuore’ della fede: “Ci ricorda che non dobbiamo interpretare il nostro rapporto con Dio e il nostro essere Chiesa secondo categorie umane o mondane, perché la buona notizia del Vangelo è anzitutto la scoperta di essere amati da un Dio che ha viscere di compassione e di tenerezza per ciascuno di noi a prescindere dai nostri meriti; ci ricorda, inoltre, che la nostra vita è intessuta di misericordia: noi possiamo rialzarci dopo le nostre cadute e guardare al futuro solo se abbiamo qualcuno che ci ama senza limiti e ci perdona”.

La misericordia pone una nuova visione di vita: “E, perciò, siamo chiamati all’impegno di vivere le nostre relazioni non più secondo i criteri del calcolo o accecati dall’egoismo, ma aprendoci al dialogo con l’altro, accogliendo chi incontriamo lungo il cammino e perdonando le sue debolezze e i suoi errori. Solo la misericordia guarisce e crea un mondo nuovo, spegnendo i fuochi della diffidenza, dell’odio e della violenza: questo è il grande insegnamento di papa Francesco”.

Infine il card. Parolin ha ricordato che papa Francesco ha evidenziato che la pace può sussistere solo attraverso il perdono: “Così, il Signore Risorto stabilisce che i suoi discepoli, la sua Chiesa, siano strumenti della misericordia per l’umanità per coloro che desiderano accogliere l’amore e il perdono di Dio.

Papa Francesco è stato testimone luminoso di una Chiesa che si china con tenerezza verso chi è ferito e guarisce con il balsamo della misericordia; e ci ha ricordato che non può esserci pace senza il riconoscimento dell’altro, senza l’attenzione a chi è più debole e, soprattutto, non può esserci mai la pace se non impariamo a perdonarci reciprocamente, usando tra di noi la stessa misericordia che Dio ha verso la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: un papa che ha amato la Chiesa e le persone

“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone questa mattina in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.

E lo si è potuto constatare dall’amore del popolo accorso in questi giorni: “Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso pontificato di papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori”.

E  la sua immagine che ha voluto consegnare nella domenica di Pasqua è emblematica: “La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della basilica di san Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua. Con la nostra preghiera vogliamo ora affidare l’anima dell’amato Pontefice a Dio, perché Gli conceda l’eterna felicità nell’orizzonte luminoso e glorioso del suo immenso amore”.

Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita…

Quando il Card. Bergoglio, il 13 marzo del 2013, fu eletto dal Conclave a succedere a papa Benedetto XVI, aveva alle spalle gli anni di vita religiosa nella Compagnia di Gesù e soprattutto era arricchito dall’esperienza di 21 anni di ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Buenos Aires, prima come ausiliare, poi come coadiutore e in seguito, soprattutto, come arcivescovo”.

Inoltre ha motivato la sua decisione di prendere il nome del santo di Assisi: “La decisione di prendere il nome Francesco apparve subito come la scelta di un programma e di uno stile su cui egli voleva impostare il suo pontificato, cercando di ispirarsi allo spirito di San Francesco d’Assisi”.

E come lui è stato in mezzo ai poveri: “Conservò il suo temperamento e la sua forma di guida pastorale, e diede subito l’impronta della sua forte personalità nel governo della Chiesa, instaurando un contatto diretto con le singole persone e con le popolazioni, desideroso di essere vicino a tutti, con spiccata attenzione alle persone in difficoltà, spendendosi senza misura, in particolare per gli ultimi della terra, gli emarginati. E’ stato un papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa”.

Anche con il suo linguaggio ha dato un’immagine nuova della Chiesa: “Con il vocabolario che gli era caratteristico e col suo linguaggio ricco di immagini e di metafore, ha sempre cercato di illuminare con la sapienza del Vangelo i problemi del nostro tempo, offrendo una risposta alla luce della fede e incoraggiando a vivere da cristiani le sfide e le contraddizioni di questi nostri anni di cambiamenti, che amava qualificare ‘cambiamento di epoca’. Aveva grande spontaneità e una maniera informale di rivolgersi a tutti, anche alle persone lontane dalla Chiesa”.

Il suo messaggio attraverso un linguaggio diretto e ricco di significati ha raggiunto tutti: “Ricco di calore umano e profondamente sensibile ai drammi odierni, papa Francesco ha realmente condiviso le ansie, le sofferenze e le speranze del nostro tempo della globalizzazione, e si è donato nel confortare e incoraggiare con un messaggio capace di raggiungere il cuore delle persone in modo diretto e immediato. Il suo carisma dell’accoglienza e dell’ascolto, unito ad un modo di comportarsi proprio della sensibilità del giorno d’oggi, ha toccato i cuori, cercando di risvegliare le energie morali e spirituali”.

Ha rivelato una Chiesa della gioia: “Il primato dell’evangelizzazione è stato la guida del suo pontificato, diffondendo, con una chiara impronta missionaria, la gioia del Vangelo, che è stata il titolo della sua prima esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’. Una gioia che colma di fiducia e speranza il cuore di tutti coloro che si affidano a Dio”.

Chiesa della gioia fondata sulla missione: “Filo conduttore della sua missione è stata anche la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti; una casa dalle porte sempre aperte. Ha più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come ‘ospedale da campo’ dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite”.

Ed ha ricordato le sue azioni: “Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri. E’ significativo che il primo viaggio di papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il patriarca ecumenico e con l’arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico”.

Oppure il viaggio apostolico in Iraq per supplicarla pace od in Oceania: “Dei suoi 47 faticosi Viaggi Apostolici resterà nella storia in modo particolare quello in Iraq nel 2021, compiuto sfidando ogni rischio. Quella difficile Visita Apostolica è stata un balsamo sulle ferite aperte della popolazione irachena, che tanto aveva sofferto per l’opera disumana dell’ISIS. E’ stato questo un viaggio importante anche per il dialogo interreligioso, un’altra dimensione rilevante della sua opera pastorale. Con la visita apostolica del 2024 a quattro Nazioni dell’Asia e dell’Oceania, il papa ha raggiunto la periferia più periferica del mondo”.

Nel suo pontificato la misericordia di Dio è stata centrale: “Papa Francesco ha sempre messo al centro il Vangelo della misericordia, sottolineando ripetutamente che Dio non si stanca di perdonarci: Egli perdona sempre qualunque sia la situazione di chi chiede perdono e ritorna sulla retta via. Volle il Giubileo Straordinario della Misericordia, mettendo in luce che la misericordia è il cuore del Vangelo”.

Ha insistito per una ‘cultura dell’incontro’: “In contrasto con quella che ha definito ‘la cultura dello scarto’, ha parlato della cultura dell’incontro e della solidarietà. Il tema della fraternità ha attraversato tutto il suo pontificato con toni vibranti. Nella lettera enciclica ‘Fratelli tutti’ ha voluto far rinascere un’aspirazione mondiale alla fraternità, perché tutti figli del medesimo Padre che sta nei cieli. Con forza ha spesso ricordato che apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana”.

Cultura dell’incontro per una pace tra l’umanità e con il creato, in quanto ‘nessuno si salva da solo’: “Nel 2019, durante il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, Papa Francesco ha firmato un documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’, richiamando la comune paternità di Dio.

Rivolgendosi agli uomini e alle donne di tutto il mondo, con la Lettera Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato l’attenzione sui doveri e sulla corresponsabilità nei riguardi della casa comune. Nessuno si salva da solo”.

E non ha cessato di invocare la pace con una condanna esplicita della guerra: “Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra (diceva) è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole. La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta”.

Insomma era un ‘costruttore di  ponti’: “Costruire ponti e non muri è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come successore dell’apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni. In unione spirituale con tutta la Cristianità siamo qui numerosi a pregare per papa Francesco perché Dio lo accolga nell’immensità del suo amore”.

In chiusura il card. Re ha chiesto al defunto papa di intercedere per tutti: “Caro Papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza”.

Ed al termine della celebrazione funebre la papamobile lo ha trasportato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, luogo scelto per la sua sepoltura, salutato da circa 150.000 fedeli lungo il tragitto.

(Foto: Santa Sede)

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