Tag Archives: Mentalità
Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità
“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.
Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:
le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.
Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.
Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.
E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.
Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.
E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.
E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.
Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.
(Foto: Santa Sede)
Simone Stifani: la disabilità non è una vocazione
“Ricevere la cura può sembrare un’azione passiva (e per certi versi lo è), ma essa in quanto tale nasconde un possibile pericolo: quello della possibile perdita della propria identità. Si può ricevere la cura quasi come se fossimo unicamente fissati in una postura passiva di ricezione. In realtà, però, se non facciamo scendere nel profondo di noi stessi tale realtà, allora la cura rimarrà a un livello troppo superficiale…
Accogliere la cura in un modo fecondo e consapevole significa riappropriarsi della consapevolezza della propria fragilità e del proprio limite, di cui appunto occorre aver cura. Ad un livello più profondo, però: quello della vita interiore, oggi davvero trascurata”: così scrive il giornalista di ‘Radio Orantes’ del monastero benedettino San Giovanni Evangelista di Lecce e collaboratore della rivista ‘Benedictina’ del Centro storico benedettino italiano, laureato in Scienze religiose, Simone Stifani, nel libro ‘La disabilità non è una vocazione’, scritto insieme a fratel Luciano Manicardi, già priore della comunità monastica di Bose.
Quindi la cura è una responsabilità: “Aver cura è una responsabilità che ci fa evitare di dare quelle risposte che sono scappatoie al non senso della vita, al non senso del limite della disabilità. Come diceva Dietrich Bohnoeffer, Dio non è la risposta tappabuchi posta innanzi all’incapacità della nostra società di includere e riconoscere la vita nella propria vita.
Aver cura di noi stessi significa allora far rinascere dentro di noi quella vita che non si lascia definire dal limite, ma che partendo dalla consapevolezza della sua presenza riesce a far fiorire una vita nuova e generare nuova fecondità, una fecondità pasquale che possa anche aiutare il mondo, la società, a divenire realmente ciò che è chiamata ad essere: famiglia umana che ‘muta il proprio lamento in danza’, come dice il salmista”.
Quindi chiediamo a lui, che è conoscitore delle sfide legate alla condizione di disabilità, in quanto le vive direttamente, di spiegarci il motivo per cui la disabilità non è una vocazione: “La disabilità non è una vocazione in quanto essa non può definire la persona umana. Spesso, infatti, si riduce la persona al limite che vive legando la propria esperienza umana alla condizione di disabilità vissuta.
In realtà, la disabilità è soltanto una possibilità dell’umano che si esprime nonostante il proprio limite. Proprio per questo, allora, occorre fuggire da ogni logica settaria ed escludente: ogni persona con disabilità, proprio perché persona umana, ha infinite possibilità di espressione e realizzazione di sé che non coincidono col limite ma lo trascendono.
Si tratta di operare, come per tutti, un discernimento su quale talento Dio ha dato a ciascuno di noi e guardarsi come Lui ci guarda: come ad un dono prezioso e unico per il mondo che chiede di essere condiviso, andando oltre quella che potrebbe essere considerata l’unica vocazione della persona con disabilità: l’offerta della propria sofferenza come redenzione per l’umanità”.
Però si pensa ancora che la disabilità sia una ‘punizione’: perché molti la considerano un ‘castigo’ di Dio?
“Questa riflessione si perde nella notte dei tempi. Per molti la disabilità, la sofferenza era considerata la conseguenza del peccato. Altrove, la disabilità è intesa come opportunità preziosa concessa da Dio ad anime elette per espiare il male nel mondo che altrimenti richiederebbe il castigo, la vendetta di Dio.
In questo caso la persona con disabilità funzionerebbe un po’ come un parafulmine a favore di tutti. Gesù stesso, invece, nei Vangeli condanna tale logica dicendo che è la vita umana, sconfinata e liberante, ad essere mezzo per glorificare Dio e che la sua Pasqua ha già salvato e liberato ciascuno di noi”.
Come superare questa ‘mentalità’?
“Va superata con una seria e serena riflessione teologica ed esistenziale che prenda in considerazione la vita umana con le sue contraddizioni, i suoi limiti riscoprendo quale sia il vero volto di Dio. Annunciare quel Dio di Gesù che non castiga, non dona la sofferenza facendo sentire privilegiato chi la riceve ma a tutti chiede, all’interno di quella sofferenza, di diventare dono per gli altri nonostante tutto. Come fare concretamente?
Il sinodo voluto da papa Francesco ci sta indicando la strada. A mio avviso occorre tornare a dare spessore alla vita interiore delle nostre comunità cristiane. Soltanto così, allora, si innescheranno in esse dei processi operativi molto concreti volti a compiere quel passaggio tanto desiderato da papa Francesco: passare dalla logica dell’io a quella del noi”.
Allora in quale modo è possibile vivere il ‘limite’ della disabilità?
“Occorre innanzitutto evitare di far finta che il limite non esista. Occorre accoglierlo, farci i conti, lasciarsi ferire da esso. Soltanto in questo modo si potrà poi lottare affinché non sia esso a decidere la nostra felicità, guardando così alla bellezza insita nella propria vita, una bellezza ferita e proprio per questo realmente autentica”.
In cosa consiste la grazia della debolezza?
“Dostoevskij nel suo Epistolario ha scritto che ‘nel dolore la verità si fa più chiara’. È proprio ciò che vivo anch’io. Da questa posizione in cui io mi trovo si vede il mondo, si legge la realtà, si vivono le relazioni, si ascoltano parole in modo totalmente altro.
La debolezza diventa opportunità per sviluppare uno sguardo diverso anche su noi stessi. Essa costringe a fare i conti con quei desideri buoni che non possono essere realizzati. Occorre allora fare discernimento su quanto il cuore desidera e ciò che esso può realmente vivere. Questa è una vera ascesi difficile ma necessaria perché soltanto così la vita può finalmente fiorire nella sua verità”.
Nella Chiesa quale ‘posto’ ha la persona con disabilità?
“Occorre riconoscere che la Chiesa, soprattutto quella italiana di cui evidentemente ho maggiore esperienza, ha fatto molti passi da gigante, forse un po’ con il freno a mano. L’imprescindibile presenza del Servizio Nazionale della Pastorale per le persone con disabilità della CEI ha rotto gli argini, ha costruito ponti ed ha soprattutto allargato i confini più ristretti della nostra pastorale ordinaria. Molto ancora deve essere fatto affinché si passi da una pastorale parrocchiale e diocesana in cui la persona con disabilità non sia un mero oggetto di poche attenzioni ma diventi protagonista, soggetto attivo della pastorale in ambito liturgico, catechetico, comunicativo…
Penso sia necessario, come ha chiesto il recente documento finale approvato dall’Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia, che ciascuna diocesi o metropolia si doti di un Servizio per la pastorale delle persone con disabilità o che includa all’interno del Consiglio Pastorale diocesano almeno una persona con disabilità in modo tale che ogni Chiesa locale guardi a se stessa e viva se stessa attraverso coloro che vivono il limite in prima persona, non più delegando il proprio sentire ad altri”.
Si può proporre ora Ermanno lo storpio come ‘profeta’ per i nostri tempi?
“Ermanno detto ‘lo storpio’ o ‘il contratto’ a causa della sua grave disabilità è un monaco benedettino tedesco vissuto nell’anno 1000, che a dispetto della sua disabilità e della concezione del suo tempo, si distinse per i suoi molti talenti: esperto di astronomia, storia, liturgia è divenuto l’emblema che la disabilità non è una vocazione e che la vita è molto più sconfinata di quello che potremmo pensare. E’ un profeta in quanto, già nel suo tempo, non si è crogiolato nel proprio dolore ma ha dimostrato che Dio aveva arricchito di molti doni naturali la sua umanità. Occorre riproporlo con forza ancora una volta oggi, soprattutto per i nostri tempi, per la nostra società civile malata di efficientismo, per la quale si esiste solo se si risponde a determinati cliché”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Roma un invito ad osare la pace
“Siamo in un momento inquieto, tra gravi preoccupazioni e speranze per la soluzione di uno dei più drammatici conflitti del nostro tempo. Sarebbe un grande segno in un’età caratterizzata dalla forza, che ha riabilitato la guerra come strumento principe per perseguire i propri interessi e disegni. Alcune luci di speranza si sono accese (e ne siamo felici), luci in fondo a un tunnel. Tuttavia non è pessimismo registrare come la guerra occupi tanto spazio all’orizzonte. Siamo nell’età della forza, che ha umiliato le istituzioni nate per realizzare pace”: con queste parole il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ieri ha aperto a Roma l’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace ‘Osare la Pace’.
Nella prolusione ha ricordato la fondazione dell’ONU: “Il 24 ottobre si è celebrato l’ottantesimo anniversario nelle Nazioni Unite, il cui Statuto inizia così: ‘Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…’. Parole sgorgate da popoli che avevano vissuto la guerra e i suoi dolori e la sentivano un flagello. Flagello era presso i romani un tremendo strumento di supplizio.
L’età della forza sta rivoluzionando in modo negativo linguaggi e relazioni tra i popoli, avvilendo la cultura del dialogo e la diplomazia. Ha calpestato il diritto internazionale, trattato da legalismo burocratico mentre è frutto di civiltà. Ha riversato, nell’animo della gente, una carica di aggressività con effetti tutt’ora da capire. Ha negato, nei fatti, che i popoli abbiano un comune destino. L’ha fatto con un’ideologia costruita dal recupero di miti sepolti, nazionalismi, paure antiche e nuove”.
La globalizzazione ha provocato la crisi del pensiero umanistico: “La globalizzazione ha lasciato cadere tanto del pensiero umanistico: lo vediamo nel vuoto attuale di maestri nella vecchia Europa. Ha lasciato cadere la globalizzazione dello spirito, l’incontro tra le religioni, che è fonte di umanesimo e di umanizzazione, che mette al centro la donna e l’uomo. Perché al fondo di ogni religione c’è il valore della persona. Non solo nella Mishnà, ma anche nel Corano, si ritrova la fiducia che chi salva un uomo, salva il mondo intero”.
La globalizzazione ha cambiato anche le religioni: “L’età della forza non è antireligiosa, come lo furono precedenti stagioni bellicose ma ha imparato a servirsi delle religioni per consacrare conflitti e interessi. Crescono nuove religioni della prosperità per benedire la corsa all’auto-affermazione: successo e denaro sono al cuore di esse. E purtroppo il mondo delle religioni è toccato dal processo di frantumazione, con la riduzione di ecumenismo e dialogo”.
Richiamando la costituzione conciliare ‘Nostra Aetate’ il prof. Riccardi ha ricordato l’apertura di un nuovo dialogo tra le religioni, che nel 1986 portò all’incontro di Assisi: “Si aprì una stagione di dialogo, incontro, fraternità, non facili in mentalità in cui l’estraniazione era radicata. La radice del dialogo, dice la ‘Nostra Aetate’ è questa: ‘I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine’. Le religioni, nelle loro irriducibili differenze, ne sono consapevoli.
Il dialogo, poco a poco, fa scoprire che i popoli sono una sola comunità… Il timido dialogo dei primi anni è scoppiato nel grande incontro convocato da Giovanni Paolo II, quasi quarant’anni fa, il 27 ottobre 1986 ad Assisi, nel cui spirito e solco la Comunità di Sant’Egidio si muove, raccogliendo le parole conclusive del papa: ‘La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale’.
Lo spirito di Assisi soffia ancora, nonostante i venti di guerra. Le religioni hanno una forza di dialogo, disarmata ma convincente, da mettere in campo, con tutti, per realizzare la transizione, così necessaria, dall’età della forza all’età del dialogo e del negoziato”.
Citando Paul Ricoeur il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha invitato ad osare la pace attraverso il dialogo: “Questo è osare la pace: liberare il fondo di bontà, che è volontà di pace e di vivere insieme. Questa è la nostra forza che ci fa passare dall’età della guerra all’età del dialogo e del negoziato. Fare la pace non è la magia di un giorno, ma, quando comincia il dialogo, già si gusta il sapore della pace. Perché dialogare è scoprire l’altro come sé stesso”.
Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha esortato a tenere vivo lo ‘spirito di Assisi’: “Protagoniste sempre più significative, nel tempo, le opinioni pubbliche, i movimenti popolari per la pace, le comunità, come quella di Sant’Egidio che hanno sviluppato percorsi in direzione della pace. Un impegno prezioso che, nell’attuale scenario geopolitico, appare più che mai indispensabile”.
Quindi occorre coltivare la pace quotidianamente: “Lo ‘Spirito di Assisi’, che viene riproposto in questi incontri rammenta a tutti noi che la pace non è un risultato destinato ad affermarsi senza dedicarvisi con costanza. La pace va cercata, coltivata e ‘osata’, per citare l’evocativo titolo scelto quest’anno”.
E le religioni ricordano che è necessario ‘osare la pace’: “Di fronte alle guerre e per la pace parlano le religioni, con la forza della loro autorevolezza, con la definizione della pace come “santa”, nell’infaticabile ricerca di quel che unisce gli esseri umani, nella promozione della solidarietà globale. Tutti noi siamo oggi chiamati a rinnovare la nostra fiducia nella causa della pace.
Rendiamo comune e condiviso l’appello di questo incontro: continuiamo a osare la pace. Continuiamo a investire in percorsi di dialogo e di mediazione, a sostenere chi soffre, a costruire ponti tra i popoli, per contribuire a un mondo in cui la pace non sia un sogno per illusi, ma una realtà condivisa”.
Mentre Kondo Koko, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima, ha raccontato la sua infanzia: “Eravamo rimaste in casa, io e mia madre quando la casa è crollata all’improvviso. Mia madre perse conoscenza e il suo peso mi schiacciò; non riuscivo a respirare… Dieci anni dopo, mio padre partecipò a un programma televisivo negli Stati Uniti, dove fu intervistato insieme al capitano Robert Lewis, copilota dell’Enola Gay.
Quando lui, con le lacrime agli occhi, disse ‘Mio Dio cosa abbiamo fatto?’, da queste parole e dalle sue lacrime capii che non era un mostro. In quel gesto trovai la forza per smettere di odiare: se devo odiare, è la guerra che devo odiare. Pensiamo ai bambini ed al loro futuro”.
Ciò non significa dimenticare ma cambiare mentalità: “Questo non significa dimenticare ciò che è successo, ma rifiutarsi di trasmettere il dolore alla generazione successiva. Perché in ogni guerra sono i bambini a soffrire di più. Sono loro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro. Nessun bambino, in nessun luogo, che sia Hiroshima, l’Ucraina, Gaza o qualsiasi altro posto, dovrebbe mai più vivere un dolore simile. Ecco perché oggi parlo, non come vittima, ma come testimone. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo ricordiamo. Possiamo ricordarlo con compassione, non con odio. E possiamo scegliere un futuro senza armi nucleari. Facciamo in modo che ciò che è accaduto a Hiroshima non si ripeta mai più, in nessun luogo e per nessuno”.
Infine il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, Il cardinale Matteo Zuppi ha invitato a non rassegnarsi alla logica della violenza: “Il primo modo per osare la pace è non smettere di cercarla. Alla globalizzazione dell’indifferenza si oppone la cultura dell’incontro, alla globalizzazione dell’impotenza si oppone la cultura della riconciliazione. Oggi è una bellissima e grande opposizione! La pace non si costruisce con i grandi, ma con gli umili. Osiamo la pace perché ascoltiamo il grido di Abele, il soffio di chi muore e implora vita”.
Per questo ha ricordato l’incontro di san Francesco con il lupo: “Credeva che ogni uomo era suo fratello, anche se questi lo vedeva come un nemico. Lui no. Per questo osò andare dal lupo: lo vedeva suo fratello, capiva perché si era ridotto a rubare e uccidere. Avrà avuto paura, ma la forza dell’amore era più forte. Il lupo era in guerra e Gubbio era in guerra contro di lui.
San Francesco osò la pace andando da lui, chiamandolo ‘frate lupo’, riportando il lupo a Gubbio, non in un’altra città, ma proprio dove aveva seminato violenza e morte, per riconciliare e sconfiggere le radici della violenza. In un lupo che si addomestica, cioè che ritrova la casa, inizia la pace per tutti. E insegnò a osare la pace ai suoi abitanti che gli dettero da mangiare, perché era violento per la fame. E il primo abitante di Gubbio che gli portò il cibo anche lui osò la pace. Fratelli tutti”.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)
Volevo essere o… Sono un duro
Quest’anno, le canzoni di Sanremo sono importanti per il valore dei testi. Possono non piacere, ma ci sono alcuni pezzi che, se presi solo per le parole, fanno immedesimare e riflettere. Da millennials a millennials, Lucio Corsi, che non conoscevo nemmeno, ha saputo dare importanza ad alcuni pensieri: ‘Volevo essere un duro è una ballata, la forma di canzone a cui sono più legato: mi consente di utilizzare parole in comodità, considerando la ricchezza della nostra bella lingua italiana’, dice Lucio in un’intervista.
Il testo della canzone racconta il desiderio del protagonista di essere un ‘duro’, una persona forte e senza paure. Quando si rende conto di non esserlo, cerca in tutti i modi di essere come figure ricche di forza e coraggio, come un lottatore o uno ‘spaccino’, alla fine si accetta per quello che è: vulnerabile, con paure e debolezze. Il testo porta a riflettere sulla difficoltà della vita, sul confronto con le proprie fragilità e sull’importanza di accettarsi per ciò che si è.
Si potrebbe dire, vedendolo in maniera duplice (positiva e negativa), che il significato sia solo una resa a sé stesso: ‘Non sono altro che Lucio’. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Chi è Lucio e ognuno di noi che si rivede in questa canzone? Un perdente che non realizzato i suoi sogni, o il vero duro che è riuscito quindi a ottenere ciò che voleva? Tutto sta a cosa si intende per duro.
In questa società che tende all’omologazione del pensiero e delle emozioni grazie alle modifiche del comportamento,alla moda ecc., tanto da portare all’intorpidimento della coscienza, essere se stessi richiede coraggio e perseveranza, quindi essere… ma guarda un pò, un duro! Avere un pensiero critico, proprio e autonomo, aderire alla fede, mostrarsi per quel che si è con dubbi e paure, con la consapevolezza di poter sbagliare significa andare controcorrente.
San Paolo ci ha detto: ‘Non conformatevi alla mentalità di questo mondo…’ (Romani 12,2), ma non è facile se, fin dall’infanzia, ti inculcano che il duro è chi sgomita e vince, chi riesce ad arrivare senza paure perché, gratta gratta, ha le spalle coperte. Se la tua semplicità non viene accettata e chiamata fragilità . Si tratta invece di umanità. Sono rimasta attaccata alla frase: ‘Nessun profeta è ben accetto in patria’ (Luca 4,24). Spesso, per farti capire e accettare devi andare lontano dai posti e dalle persone che conosci, intraprendere un’altra strada. Non è facile essere accettati nemmeno quando si fa davvero il bene degli altri, senza voler riconoscimenti o pubblicità in cambio.
Se si vuole vivere, ma in realtà si tratta di sopravvivere, bisogna adeguarsi al mondo. Viviamo nel mondo e dobbiamo adeguarci a regole e sistemi per arrivare ad avere un minimo di affetti e di attenzione. Alla fine, soli e distratti dalle false luci proposte dai social ci sentiamo semplicemente ciò che siamo. È questo il momento di agire. Siamo fragili e ci sentiamo solo noi stessi. Magari detestiamo dircelo e odiamo pure il nostro nome, vorremmo essere un altro, ma è questo il bello: essere ancora se stessi.
La nostra anima è ancora viva, attenta e non ha paura proprio perché ne ha. Non è un controsenso. Chi non teme nulla, o ha le spalle coperte od è ‘anestetizzato’ da tutti i bombardamenti di informazioni, parole, social… Se la paura è uno stimolo per capire noi stessi e trovare la strada, il futuro, il nostro posto e le persone da tenere accanto, non è negativa. Se siamo ancora noi stessi, anche soli, sappiamo perché abbiamo fatto una scelta e possiamo davvero valutarne gli errori.
Se agiamo per il contentino del mondo, saremo sempre affannati per seguire le nuove tendenze, i cambiamenti di un’ideologia… Non avremo un nostro pensiero e anche spiritualmente seguiremo ciò che ci viene più comodo. Perché la crisi dei valori? Proprio per questo. La moda del mondo ci fa credere che sia giusto essere duri schiacciando l’altro, essendo importanti e famosi, non perché abbiamo edificato una casa sulla roccia, aiutiamo il prossimo e non pensiamo solo ad arricchirci. Il vero duro è quello che resiste alle avversità.
Quello che alcuni chiamano eroe non è altro che un duro che ha vissuto paure, gioie, dubbi… Ma che è rimasto se stesso. Perciò, l’essere se stessi, il “nient’altro che Lucio” è ciò che dobbiamo auguraci, sostituendo a ‘Lucio’ il nostro nome. Solo così, guardando il nostro passato, potremo sorridere e dire: “Ricomincio da me. Perché io sono un duro che, anche se ha paura del futuro, lo affronta con crisi, alti e bassi, ma sempre restando me stesso e senza piegarmi all’omologazione.
Siamo tutti uguali perché esseri umani, fatti a immagine e somiglianza di Qualcuno e torneremo là da dove veniamo. Per questo abbiamo pari diritti e dignità, ma non siamo fatti con lo stampino. Questo proprio perché nella logica della fede tutti sono utili e indispensabili, a differenza del detto dove tutti sono utili ma nessuno è indispensabile”. Si può solo augurare ad ognuno di scoprire se stesso perché ogni ‘Lucio’ è utile al cielo e anche ai fratelli in terra.
(Foto: Vanity Fair)
Da Ascoli Piceno per la festa di Sant’Emidio un invito a scoprire il Vangelo
Emidio nacque a Treviri, in Germania, nel 273 da una nobile famiglia pagana. La sua conversione al Cristianesimo avvenne grazie alla predicazione dei santi Nazario e Celso: diventò catecumeno, fu battezzato e si dedicò allo studio delle Sacre Scritture. Entrato in conflitto con la famiglia che tentò in tutti i modi di ricondurlo al paganesimo, partì per l’Italia insieme ai tre amici Euplo, Germano e Valentino. Giunto a Milano fu consacrato sacerdote.
In seguito alla persecuzione di Diocleziano fuggì a Roma dove trovò rifugio da un certo Graziano. Qui gli vennero attribuite molte guarigioni miracolose. La fama del sacerdote ben presto destò l’interesse di papa Marcellino che ordinò Emidio vescovo di Ascoli ed Euplo diacono, e affidò loro la difficile missione di diffondere il cristianesimo nell’importante centro Piceno (ancora quasi completamente pagano). Ad Ascoli era prefetto Polimio, autore di dure repressioni contro i cristiani, che ordinò subito a Emidio di non predicare la buona novella, ordine che fu completamente ignorato.
Anche ad Ascoli Emidio si prodigò nella guarigione dei malati, cosa che gli consentì di convertire un gran numero di ascolani. Polimio lo credette la reincarnazione del dio Esculapio, e gli chiese di offrire sacrifici agli dei, promettendogli in matrimonio Polisia, sua figlia. Il Santo non solo rifiutò, ma addirittura convertì Polisia alla fede cristiana e la battezzò nelle acque del fiume Tronto.
Polimio avvertito di questo, ordinò l’arresto di Emidio e lo condannò alla pena capitale. Il vescovo non si nascose e fu decapitato mentre Polisia, fatta ricercare dal padre, fuggì sul monte Ascensione e scomparve in un crepaccio. La festa di Sant’Emidio, patrono di Ascoli Piceno, si festeggia oggi.
In tale occasione il vescovo della diocesi di Ascoli Piceno, mons. Gianpiero Palmieri, ha scritto una lettera alla città in cui ricorda la trasmissione della fede da parte del Santo: “La festa di S. Emidio ci aiuta ogni anno a ricordare il grande dono che abbiamo ricevuto da lui e dai suoi compagni martiri: il dono del Vangelo. Le raffigurazioni più antiche (come l’affresco sepolcrale emerso dal recente restauro della cripta) lo presentano vestito con i paramenti da vescovo, il pastorale in una mano e il Vangelo nell’altra.
Le narrazioni medioevali ci raccontano che i Piceni accolsero con favore questo gruppo di persone venuto da Roma (Emidio era per di più originario di Treviri), colpiti da loro stile di vita pacifico e generoso e dalla loro fede nel Dio di Gesù, amico degli uomini”.
Di conseguenza ha plasmato anche la cultura: “Questo ha permesso al cristianesimo di plasmare e fecondare profondamente la cultura del nostro territorio e di arricchirlo di valori universali, come è avvenuto in tutto il mondo. Se i Piceni fossero stati chiusi e rigidi, ostili ad ogni novità, se non avessero avuto sete di verità e di allargare l’orizzonte della loro ricerca spirituale, non avrebbero accolto questi ‘stranieri’ e il Vangelo di cui erano portatori”.
Ed ha formato una nuova mentalità: “Da allora in poi il Vangelo, penetrando gradualmente e formando la mentalità e le scelte collettive, ci ha donato davvero dei frutti straordinari. Sono quei beni universali che rendono possibile il vivere in comune degli uomini e che scaturiscono dal messaggio di Gesù: la dignità di ogni essere umano perché figlio di Dio e di conseguenza il riconoscimento dei diritti di ciascuno; la necessità di vivere in uno stile di fraternità universale e di rispetto per la vita e il creato; il ripudio della violenza e della guerra come soluzione dei conflitti e il primato della pace; la solidarietà che si prende cura dei più fragili, anziani, disabili e persone che fuggono dalla guerra e dalla fame; la libertà garantita alla coscienza di ogni persona (Gesù nei Vangeli dice ventisei volte al suo interlocutore: ‘se vuoi…’), accompagnandola perché faccia sue le esigenze del bene comune”.
Il vescovo ha, quindi, ricordato che il Vangelo ha permeato anche le Istituzioni: “Come sappiamo, alcune di queste istanze sono state ben fissate nella nostra Costituzione. Quest’ultima è scaturita nel dopoguerra dall’alleanza tra le varie anime del nostro paese: quella cattolica, socialista e liberale, un punto di partenza comune che è diventato fondamento insostituibile della nostra convivenza democratica.
La forza spirituale del Vangelo si è rivelata vincente anche quando le istituzioni, comprese quelle ecclesiastiche, lo hanno combattuto in nome degli interessi di parte. Li dove la Chiesa, per sua colpa, aveva perduto ogni credibilità, il Vangelo continuava la sua corsa, magari dentro a movimenti laici e secolari che facevano dell’opposizione alla Chiesa cattolica la loro bandiera”.
La lettera si conclude con l’invito a festeggiare il patrono della città: “Talvolta abbiamo l’impressione che ad essere messi in discussione siano proprio questi elementi fondamentali appena ricordati del vivere insieme, per cui molti provano un grande disorientamento, ma anche preoccupazione ed angoscia per il futuro.
In questa situazione, credo che ci faccia molto bene festeggiare S. Emidio. Egli ci ripresenta il Vangelo, da ascoltare con fede ancora oggi, da approfondire con amore cogliendone tutte le implicazioni, da vivere con coraggio nelle scelte quotidiane.
Abbiamo bisogno di stringerci gli uni agli altri, di accoglierci, di sentirci più uniti mentre facciamo festa insieme. In fondo a questo serve la festa! Quella in onore del nostro Patrono serve per guardare in alto, verso il Signore, e per rinsaldare quei valori che ci uniscono. Uno straniero come Emidio poteva essere respinto e rimandato al mittente; invece si è rivelato una benedizione per tutti noi”.
(Foto: diocesi di Ascoli Piceno)
Il presidente della Repubblica: costruire una mentalità di pace
“Care concittadine e cari concittadini, questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti. Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo. Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità”.
Nell’arcidiocesi di Agrigento si invoca san Gerlando per rigenerare la comunità
E’ stato celebrato sabato 25 febbraio nella cattedrale della città il pontificale in onore di san Gerlando, vissuto nel XII secolo e patrono dell’arcidiocesi e della città di Agrigento, presieduto da mons. Francesco Lomanto, arcivescovo di Siracusa, e concelebrato da mons. Salvatore Muratore, vescovo emerito di Nicosia, e dall’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, che all’inizio della celebrazione eucaristica ha letto alla città, ricordando i ‘legami di figliolanza’, un messaggio incentrato su tre parole di cui la prima è migrazione:
Papa Francesco: il criterio di san Francesco di Sales è l’amore
Nel giorno della ricorrenza del quarto centenario della morte papa Francesco dedica una lettera a san Francesco di Sales, prendendo spunto dalle sue lettere, ‘Totum Amoris est’ (Tutto appartiene all’amore), per ricordare il santo di Annecy, vescovo di Ginevra in esilio per 20 anni, ma soprattutto ispiratore di un metodo che lui stesso definiva tutto nuovo, e che portò san Giovanni Paolo II a definirlo un ‘dottore dell’amore di Dio’:
‘Insieme lavoreremo sulla nuova riconfigurazione dell’Istituto’: suor Anne Marie è la nuova superiora generale delle comboniane
Suor Anne Marie Quigg è la nuova superiora generale dell’Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (comboniane), fondato nel 1872 da san Daniele Comboni. E’ stata eletta durante il XXI Capitolo Generale che, iniziato il primo ottobre nella casa madre di Verona, si è concluso martedì 25 ottobre: l’annuncio è stato dato il 19 ottobre scorso dalla superiora generale uscente, suor Luigia Coccia.
Papa Francesco chiede di debellare la fame
“Siamo in un momento cruciale. Siamo seriamente fuori strada per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. La povertà, la disparità di reddito e l’alto costo del cibo continuano a mantenere un’alimentazione sana fuori dalla portata di circa 3.000.000.000 di persone. Il cambiamento climatico e i conflitti sono sia conseguenze che motori di questa catastrofe. 811.000.000 di persone hanno patito la fame nel 2020, ben 161.000.000 in più rispetto al 2019, anche a causa della pandemia COVID-19.




























