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Papa Leone XIV ad Albano: l’odio porta alla morte

Ieri pomeriggio ad Albano, a conclusione della celebrazione eucaristica, papa Leone XIV ha presieduto la processione dell’immagine della Madonna del Lago, iniziata con una preghiera: “Ci facciamo pellegrini con Maria per portare con sollecitudine a tutti Cristo nostra unica speranza di salvezza. Come gli apostoli che hanno attraversato il lago insieme a Gesù, così attraversiamo il mare della nostra vita, con la certezza che il Signore sarà sempre con noi”.

Dopo aver percorso poche centinaia di metri il papa ha raggiunto la riva del lago di Albano e si è imbarcato dopo l’immagine della Vergine ed ha pregato la Madonna per la pace: “Alla tua materna intercessione affidiamo la Chiesa perché sia sempre fedele al Vangelo, coraggiosa nell’annuncio come nel servizio e perseverante nella carità.

Alla tua amorevole protezione affidiamo tutti i popoli della terra e incoraggia in tutti il desiderio della pace. Dove cresce l’odio insegnaci il perdono, dove prevale la paura ridona la speranza. Sostieni coloro che hanno responsabilità nella vita pubblica perché promuovono sempre la giustizia, la libertà, la dignità di ogni persona e il bene comune”.

Precedentemente nella celebrazione eucaristica ha sottolineato che le letture liturgiche ben si ‘armonizzano’ con questa festa: “Dio gli ha rivelato di averlo conosciuto e scelto fin dal seno materno, e di amare il suo popolo di amore eterno; gli ha parlato del suo piano di salvezza, e lui non può più tacere. Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio… Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine”.

Ciò è narrato anche nel Vangelo: “E’ ciò che ci insegna anche Gesù nel Vangelo. Da poco ha sfamato cinquemila uomini con cinque pani e due pesci, e poi altri quattromila, con sette pani e pochi pesciolini. Ora, al di là del successo riscosso con quei gesti, spiega ai discepoli il senso messianico di ciò che ha compiuto… Gesù spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita ed offrendo sé stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione”.

In questo modo “Gesù rivela, così, che solo l’amore salva. L’amore che Dio ci ha mostrato facendosi uomo, morendo e risorgendo per noi e, in risposta, quello con cui anche noi ci offriamo umilmente a Lui e ai fratelli: nella costanza fedele della carità di ogni giorno come nei gesti più straordinari, fino al martirio, a volte, come accade purtroppo anche oggi a molti cristiani, in varie parti del mondo”.

Purtroppo non tutti riescono a comprendere questa rivelazione: “Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia, dicono, è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare. Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita”.

Ecco il motivo per cui il papa insiste sulla necessità di annullare la violenza: “Non illudiamoci. L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo”.

E chiede un cambiamento di mentalità: “Cari fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni. Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore! Non conformiamoci alla mentalità del mondo. Continuiamo ad amare, a donare, a perdonare, offrendoci ‘come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio’, per preservare e far crescere, in noi e negli altri, la dignità infinita dell’immagine divina che portiamo nell’anima. E non scoraggiamoci se è difficile: la nostra forza è nel Signore, e con il suo aiuto tutto è possibile”.

E’ un invito a lasciarsi ‘trasformare’ da Dio: “Con questa fede, stasera, partecipiamo all’Eucaristia. Sull’Altare doniamo noi stessi, assieme al pane e al vino. E il Signore unisce le nostre offerte alla sua, le consacra e ce le ridona, trasformate nel suo Corpo e nel suo Sangue, perché le condividiamo, come nutrimento per il cammino…

Sono gesti semplici, con cui rinnoviamo la nostra fiducia in Dio e la nostra devozione filiale alla sua Santissima Madre. E sono tanto più evocativi in quanto resi possibili dalla premura con cui la piccola comunità che vive qui, custodisce per tutto l’anno questo luogo di pace, perché nei momenti solenni vi si possa riunire tutto il popolo di Dio, proprio come Maria, che ha accolto nel suo grembo e nella casa di Nazareth il Figlio di Dio fatto uomo, perché a tutti potesse giungere la sua salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai sindaci: cambiare mentalità

“Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte. Chi ha il dono della fede comprenderà che tale sussulto viene da Dio creatore, che in ogni uomo e in ogni donna cerca cooperatori ai suoi progetti di vita”: dopo l’incontro con i familiari delle vittime della ‘Terra dei fuochi’ papa Leone XIV ha incontrato i sindaci, chiedendo la cura dell’ambiente.

Un incontro per ribadire la preziosità della vita: “In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano”.

Però per la cultura della vita c’è bisogno di uno sguardo nuovo: “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa. E’ il momento di uno sguardo contemplativo, quello cui l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato tutti gli esseri umani, ciascuno a partire dalle sue responsabilità”.

Quindi la ‘cultura ecologica’, richiamata dall’enciclica di papa Francesco, non è emergenza: Sorelle, fratelli, quel paradigma si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo”.

Da qui l’invito ad educare: “Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora.

Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli”.

Per questo ha chiesto un cambiamento di mentalità: “Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta. Tra le persone, le istituzioni, le organizzazioni pubbliche e private occorre consolidare e allargare il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori”.

E’ stato un ringraziamento a chi si è impegnato: “Qui vorrei ringraziare quei ‘pionieri’ che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste. Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza”.

Ma anche un invito a cambiare l’economia: “Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi”.

Una conversione per la costruzione delle ‘buone pratiche’: “E’ a partire da questa conversione che si possono ⁠costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni. Ma la via da percorrere è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo”.

La strada è in salita, ma è possibile per una diversa visione di convivenza: “Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. E’ talvolta un sentiero in salita e poco tracciato. Un esempio concreto: il nome ‘terra dei fuochi’ rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello. Voi lo sapete bene!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità

“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.

Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:

le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.

Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.

Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.

Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.

E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.

E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.

Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.

(Foto: Santa Sede)

Simone Stifani: la disabilità non è una vocazione

“Ricevere la cura può sembrare un’azione passiva (e per certi versi lo è), ma essa in quanto tale nasconde un possibile pericolo: quello della possibile perdita della propria identità. Si può ricevere la cura quasi come se fossimo unicamente fissati in una postura passiva di ricezione. In realtà, però, se non facciamo scendere nel profondo di noi stessi tale realtà, allora la cura rimarrà a un livello troppo superficiale…

Accogliere la cura in un modo fecondo e consapevole significa riappropriarsi della consapevolezza della propria fragilità e del proprio limite, di cui appunto occorre aver cura. Ad un livello più profondo, però: quello della vita interiore, oggi davvero trascurata”: così scrive il giornalista di ‘Radio Orantes’ del monastero benedettino San Giovanni Evangelista di Lecce e collaboratore della rivista ‘Benedictina’ del Centro storico benedettino italiano, laureato in Scienze religiose, Simone Stifani, nel libro ‘La disabilità non è una vocazione’, scritto insieme a fratel Luciano Manicardi, già priore della comunità monastica di Bose.  

Quindi la cura è una responsabilità: “Aver cura è una responsabilità che ci fa evitare di dare quelle risposte che sono scappatoie al non senso della vita, al non senso del limite della disabilità. Come diceva Dietrich Bohnoeffer, Dio non è la risposta tappabuchi posta innanzi all’incapacità della nostra società di includere e riconoscere la vita nella propria vita.

Aver cura di noi stessi significa allora far rinascere dentro di noi quella vita che non si lascia definire dal limite, ma che partendo dalla consapevolezza della sua presenza riesce a far fiorire una vita nuova e generare nuova fecondità, una fecondità pasquale che possa anche aiutare il mondo, la società, a divenire realmente ciò che è chiamata ad essere: famiglia umana che ‘muta il proprio lamento in danza’, come dice il salmista”.

Quindi chiediamo a lui, che è conoscitore delle sfide legate alla condizione di disabilità, in quanto le vive direttamente, di spiegarci il motivo per cui la disabilità non è una vocazione: “La disabilità non è una vocazione in quanto essa non può definire la persona umana. Spesso, infatti, si riduce la persona al limite che vive legando la propria esperienza umana alla condizione di disabilità vissuta.

In realtà, la disabilità è soltanto una possibilità dell’umano che si esprime nonostante il proprio limite. Proprio per questo, allora, occorre fuggire da ogni logica settaria ed escludente: ogni persona con disabilità, proprio perché persona umana, ha infinite possibilità di espressione e realizzazione di sé che non coincidono col limite ma lo trascendono.

Si tratta di operare, come per tutti, un discernimento su quale talento Dio ha dato a ciascuno di noi e guardarsi come Lui ci guarda: come ad un dono prezioso e unico per il mondo che chiede di essere condiviso, andando oltre quella che potrebbe essere considerata l’unica vocazione della persona con disabilità: l’offerta della propria sofferenza come redenzione per l’umanità”. 

Però si pensa ancora che la disabilità sia una ‘punizione’: perché molti la considerano un ‘castigo’ di Dio?

“Questa riflessione si perde nella notte dei tempi. Per molti la disabilità, la sofferenza era considerata la conseguenza del peccato. Altrove, la disabilità è intesa come opportunità preziosa concessa da Dio ad anime elette per espiare il male nel mondo che altrimenti richiederebbe il castigo, la vendetta di Dio.

In questo caso la persona con disabilità funzionerebbe un po’ come un parafulmine a favore di tutti. Gesù stesso, invece, nei Vangeli condanna tale logica dicendo che è la vita umana, sconfinata e liberante, ad essere mezzo per glorificare Dio e che la sua Pasqua ha già salvato e liberato ciascuno di noi”.

Come superare questa ‘mentalità’?

“Va superata con una seria e serena riflessione teologica ed esistenziale che prenda in considerazione la vita umana con le sue contraddizioni, i suoi limiti riscoprendo quale sia il vero volto di Dio. Annunciare quel Dio di Gesù che non castiga, non dona la sofferenza facendo sentire privilegiato chi la riceve ma a tutti chiede, all’interno di quella sofferenza, di diventare dono per gli altri nonostante tutto. Come fare concretamente?

Il sinodo voluto da papa Francesco ci sta indicando la strada. A mio avviso occorre tornare a dare spessore alla vita interiore delle nostre comunità cristiane. Soltanto così, allora, si innescheranno in esse dei processi operativi molto concreti volti a compiere quel passaggio tanto desiderato da papa Francesco: passare dalla logica dell’io a quella del noi”.

Allora in quale modo è possibile vivere il ‘limite’ della disabilità?

“Occorre innanzitutto evitare di far finta che il limite non esista. Occorre accoglierlo, farci i conti, lasciarsi ferire da esso. Soltanto in questo modo si potrà poi lottare affinché non sia esso a decidere la nostra felicità, guardando così alla bellezza insita nella propria vita, una bellezza ferita e proprio per questo realmente autentica”.

In cosa consiste la grazia della debolezza?

“Dostoevskij nel suo Epistolario ha scritto che ‘nel dolore la verità si fa più chiara’. È proprio ciò che vivo anch’io. Da questa posizione in cui io mi trovo si vede il mondo, si legge la realtà, si vivono le relazioni, si ascoltano parole in modo totalmente altro.

La debolezza diventa opportunità per sviluppare uno sguardo diverso anche su noi stessi. Essa costringe a fare i conti con quei desideri buoni che non possono essere realizzati. Occorre allora fare discernimento su quanto il cuore desidera e ciò che esso può realmente vivere. Questa è una vera ascesi difficile ma necessaria perché soltanto così la vita può finalmente fiorire nella sua verità”.

Nella Chiesa quale ‘posto’ ha la persona con disabilità?

“Occorre riconoscere che la Chiesa, soprattutto quella italiana di cui evidentemente ho maggiore esperienza, ha fatto molti passi da gigante, forse un po’ con il freno a mano. L’imprescindibile presenza del Servizio Nazionale della Pastorale per le persone con disabilità della CEI ha rotto gli argini, ha costruito ponti ed ha soprattutto allargato i confini più ristretti della nostra pastorale ordinaria. Molto ancora deve essere fatto affinché si passi da una pastorale parrocchiale e diocesana in cui la persona con disabilità non sia un mero oggetto di poche attenzioni ma diventi protagonista, soggetto attivo della pastorale in ambito liturgico, catechetico, comunicativo…

Penso sia necessario, come ha chiesto il recente documento finale approvato dall’Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia, che ciascuna diocesi o metropolia si doti di un Servizio per la pastorale delle persone con disabilità o che includa all’interno del Consiglio Pastorale diocesano almeno una persona con disabilità in modo tale che ogni Chiesa locale guardi a se stessa e viva se stessa attraverso coloro che vivono il limite in prima persona, non più delegando il proprio sentire ad altri”.

Si può proporre ora Ermanno lo storpio come ‘profeta’ per i nostri tempi?

“Ermanno detto ‘lo storpio’ o ‘il contratto’ a causa della sua grave disabilità è un monaco benedettino tedesco vissuto nell’anno 1000, che a dispetto della sua disabilità e della concezione del suo tempo, si distinse per i suoi molti talenti: esperto di astronomia, storia, liturgia è divenuto l’emblema che la disabilità non è una vocazione e che la vita è molto più sconfinata di quello che potremmo pensare. E’ un profeta in quanto, già nel suo tempo, non si è crogiolato nel proprio dolore ma ha dimostrato che Dio aveva arricchito di molti doni naturali la sua umanità. Occorre riproporlo con forza ancora una volta oggi, soprattutto per i nostri tempi, per la nostra società civile malata di efficientismo, per la quale si esiste solo se si risponde a determinati cliché”.

(Tratto da Aci Stampa)

Volevo essere o… Sono un duro

Quest’anno, le canzoni di Sanremo sono importanti per il valore dei testi. Possono non piacere, ma ci sono alcuni pezzi che, se presi solo per le parole, fanno immedesimare e riflettere. Da millennials a millennials, Lucio Corsi, che non conoscevo nemmeno, ha saputo dare importanza ad alcuni pensieri: ‘Volevo essere un duro è una ballata, la forma di canzone a cui sono più legato: mi consente di utilizzare parole in comodità, considerando la ricchezza della nostra bella lingua italiana’, dice Lucio in un’intervista.

Il testo della canzone racconta il desiderio del protagonista di essere un ‘duro’, una persona forte e senza paure. Quando si rende conto di non esserlo, cerca in tutti i modi di essere come  figure  ricche di forza e coraggio, come un lottatore o uno ‘spaccino’, alla fine si accetta per quello che è: vulnerabile, con paure e debolezze. Il testo porta a riflettere sulla difficoltà della vita, sul confronto con le proprie fragilità e sull’importanza di accettarsi per ciò che si è.

Si potrebbe dire, vedendolo in maniera duplice (positiva e negativa), che il significato sia solo  una resa a sé stesso: ‘Non sono altro che Lucio’. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Chi è Lucio e ognuno di noi che si rivede in questa canzone? Un perdente che non realizzato i suoi sogni, o il vero duro che è riuscito quindi a ottenere ciò che voleva? Tutto sta a cosa si intende per duro.

In questa società che tende all’omologazione del pensiero e delle emozioni grazie alle modifiche  del comportamento,alla moda ecc., tanto da portare all’intorpidimento della coscienza, essere se stessi richiede coraggio e perseveranza, quindi essere… ma guarda un pò, un duro! Avere un pensiero critico, proprio e autonomo, aderire alla fede, mostrarsi per quel che si è con dubbi e paure, con la consapevolezza di poter sbagliare significa andare controcorrente.

San Paolo ci ha detto: ‘Non conformatevi alla mentalità di questo mondo…’ (Romani 12,2), ma non è  facile se, fin dall’infanzia, ti inculcano che il duro è chi sgomita e vince, chi riesce ad arrivare senza paure perché, gratta gratta, ha le spalle coperte. Se la tua semplicità non viene accettata e chiamata fragilità . Si tratta invece di umanità. Sono rimasta attaccata alla frase: ‘Nessun profeta è ben accetto in patria’ (Luca 4,24). Spesso, per farti capire e accettare devi andare lontano dai posti e dalle persone che conosci, intraprendere un’altra strada. Non è facile essere accettati nemmeno quando si fa davvero il bene degli altri, senza voler riconoscimenti o pubblicità in cambio.

Se si vuole vivere, ma in realtà si tratta di sopravvivere, bisogna adeguarsi al mondo. Viviamo nel mondo e dobbiamo adeguarci a regole e sistemi per arrivare ad avere un minimo di affetti e di attenzione. Alla fine, soli e distratti dalle false luci proposte dai social ci sentiamo semplicemente ciò che siamo. È questo il momento di agire. Siamo fragili e ci sentiamo solo noi stessi. Magari detestiamo dircelo e odiamo pure il nostro nome, vorremmo essere un altro, ma è questo il bello: essere ancora se stessi.

La nostra anima è ancora viva, attenta e non ha paura proprio perché ne ha. Non è un controsenso. Chi non teme nulla, o ha le spalle coperte od è ‘anestetizzato’ da tutti i bombardamenti di informazioni, parole, social… Se la paura è uno stimolo per capire noi stessi e trovare  la strada, il futuro, il nostro posto e le persone da tenere accanto, non è negativa. Se siamo ancora noi stessi, anche soli, sappiamo perché abbiamo fatto una scelta e possiamo davvero valutarne gli errori.

Se agiamo per il contentino del mondo, saremo sempre affannati per seguire le nuove tendenze, i cambiamenti di un’ideologia… Non avremo un nostro pensiero e anche spiritualmente seguiremo ciò che ci viene più comodo. Perché la crisi dei valori? Proprio per questo. La moda del mondo ci fa credere che sia giusto essere duri schiacciando l’altro, essendo importanti e famosi, non perché abbiamo edificato una casa sulla roccia, aiutiamo il prossimo e non pensiamo solo ad arricchirci. Il vero duro è quello che resiste alle avversità.

Quello che alcuni chiamano eroe non è altro che un duro che ha vissuto paure, gioie, dubbi… Ma che è rimasto se stesso. Perciò, l’essere se stessi, il “nient’altro che Lucio” è ciò che dobbiamo auguraci, sostituendo a ‘Lucio’ il nostro nome. Solo così, guardando il nostro passato, potremo sorridere e dire: “Ricomincio da me. Perché io sono un duro che, anche se ha paura del futuro, lo affronta con crisi, alti e bassi, ma sempre restando me stesso  e senza piegarmi all’omologazione.

Siamo tutti uguali perché esseri umani, fatti a immagine e somiglianza di Qualcuno e torneremo là da dove veniamo. Per questo abbiamo pari diritti e dignità, ma non siamo fatti con lo stampino. Questo  proprio perché nella logica della fede tutti sono utili e indispensabili, a differenza del detto dove tutti sono utili ma nessuno è indispensabile”. Si può solo augurare ad ognuno di scoprire se stesso perché ogni ‘Lucio’ è utile al cielo e anche ai fratelli in terra.

(Foto: Vanity Fair)

Da Ascoli Piceno per la festa di Sant’Emidio un invito a scoprire il Vangelo

Emidio nacque a Treviri, in Germania, nel 273 da una nobile famiglia pagana. La sua conversione al Cristianesimo avvenne grazie alla predicazione dei santi Nazario e Celso: diventò catecumeno, fu battezzato e si dedicò allo studio delle Sacre Scritture. Entrato in conflitto con la famiglia che tentò in tutti i modi di ricondurlo al paganesimo, partì per l’Italia insieme ai tre amici Euplo, Germano e Valentino. Giunto a Milano fu consacrato sacerdote.

In seguito alla persecuzione di Diocleziano fuggì a Roma dove trovò rifugio da un certo Graziano. Qui gli vennero attribuite molte guarigioni miracolose. La fama del sacerdote ben presto destò l’interesse di papa Marcellino che ordinò Emidio vescovo di Ascoli ed Euplo diacono, e affidò loro la difficile missione di diffondere il cristianesimo nell’importante centro Piceno (ancora quasi completamente pagano). Ad Ascoli era prefetto Polimio, autore di dure repressioni contro i cristiani, che ordinò subito a Emidio di non predicare la buona novella, ordine che fu completamente ignorato.

Anche ad Ascoli Emidio si prodigò nella guarigione dei malati, cosa che gli consentì di convertire un gran numero di ascolani. Polimio lo credette la reincarnazione del dio Esculapio, e gli chiese di offrire sacrifici agli dei, promettendogli in matrimonio Polisia, sua figlia. Il Santo non solo rifiutò, ma addirittura convertì Polisia alla fede cristiana e la battezzò nelle acque del fiume Tronto.

Polimio avvertito di questo, ordinò l’arresto di Emidio e lo condannò alla pena capitale. Il vescovo non si nascose e fu decapitato mentre Polisia, fatta ricercare dal padre, fuggì sul monte Ascensione e scomparve in un crepaccio. La festa di Sant’Emidio, patrono di Ascoli Piceno, si festeggia oggi.

In tale occasione il vescovo della diocesi di Ascoli Piceno, mons. Gianpiero Palmieri, ha scritto una lettera alla città in cui ricorda la trasmissione della fede da parte del Santo: “La festa di S. Emidio ci aiuta ogni anno a ricordare il grande dono che abbiamo ricevuto da lui e dai suoi compagni martiri: il dono del Vangelo. Le raffigurazioni più antiche (come l’affresco sepolcrale emerso dal recente restauro della cripta) lo presentano vestito con i paramenti da vescovo, il pastorale in una mano e il Vangelo nell’altra.

Le narrazioni medioevali ci raccontano che i Piceni accolsero con favore questo gruppo di persone venuto da Roma (Emidio era per di più originario di Treviri), colpiti da loro stile di vita pacifico e generoso e dalla loro fede nel Dio di Gesù, amico degli uomini”.

Di conseguenza ha plasmato anche la cultura: “Questo ha permesso al cristianesimo di plasmare e fecondare profondamente la cultura del nostro territorio e di arricchirlo di valori universali, come è avvenuto in tutto il mondo. Se i Piceni fossero stati chiusi e rigidi, ostili ad ogni novità, se non avessero avuto sete di verità e di allargare l’orizzonte della loro ricerca spirituale, non avrebbero accolto questi ‘stranieri’ e il Vangelo di cui erano portatori”.

Ed ha formato una nuova mentalità: “Da allora in poi il Vangelo, penetrando gradualmente e formando la mentalità e le scelte collettive, ci ha donato davvero dei frutti straordinari. Sono quei beni universali che rendono possibile il vivere in comune degli uomini e che scaturiscono dal messaggio di Gesù: la dignità di ogni essere umano perché figlio di Dio e di conseguenza il riconoscimento dei diritti di ciascuno; la necessità di vivere in uno stile di fraternità universale e di rispetto per la vita e il creato; il ripudio della violenza e della guerra come soluzione dei conflitti e il primato della pace; la solidarietà che si prende cura dei più fragili, anziani, disabili e persone che fuggono dalla guerra e dalla fame; la libertà garantita alla coscienza di ogni persona (Gesù nei Vangeli dice ventisei volte al suo interlocutore: ‘se vuoi…’), accompagnandola perché faccia sue le esigenze del bene comune”.

Il vescovo ha, quindi, ricordato che il Vangelo ha permeato anche le Istituzioni: “Come sappiamo, alcune di queste istanze sono state ben fissate nella nostra Costituzione. Quest’ultima è scaturita nel dopoguerra dall’alleanza tra le varie anime del nostro paese: quella cattolica, socialista e liberale, un punto di partenza comune che è diventato fondamento insostituibile della nostra convivenza democratica.

La forza spirituale del Vangelo si è rivelata vincente anche quando le istituzioni, comprese quelle ecclesiastiche, lo hanno combattuto in nome degli interessi di parte. Li dove la Chiesa, per sua colpa, aveva perduto ogni credibilità, il Vangelo continuava la sua corsa, magari dentro a movimenti laici e secolari che facevano dell’opposizione alla Chiesa cattolica la loro bandiera”.

La lettera si conclude con l’invito a festeggiare il patrono della città: “Talvolta abbiamo l’impressione che ad essere messi in discussione siano proprio questi elementi fondamentali appena ricordati del vivere insieme, per cui molti provano un grande disorientamento, ma anche preoccupazione ed angoscia per il futuro.

In questa situazione, credo che ci faccia molto bene festeggiare S. Emidio. Egli ci ripresenta il Vangelo, da ascoltare con fede ancora oggi, da approfondire con amore cogliendone tutte le implicazioni, da vivere con coraggio nelle scelte quotidiane.

Abbiamo bisogno di stringerci gli uni agli altri, di accoglierci, di sentirci più uniti mentre facciamo festa insieme. In fondo a questo serve la festa! Quella in onore del nostro Patrono serve per guardare in alto, verso il Signore, e per rinsaldare quei valori che ci uniscono. Uno straniero come Emidio poteva essere respinto e rimandato al mittente; invece si è rivelato una benedizione per tutti noi”.

(Foto: diocesi di Ascoli Piceno)

Il presidente della Repubblica: costruire una mentalità di pace

“Care concittadine e cari concittadini, questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti. Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo. Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità”.

Nell’arcidiocesi di Agrigento si invoca san Gerlando per rigenerare la comunità

E’ stato celebrato sabato 25 febbraio nella cattedrale della città il pontificale in onore di san Gerlando, vissuto nel XII secolo e patrono dell’arcidiocesi e della città di Agrigento, presieduto da mons. Francesco Lomanto, arcivescovo di Siracusa, e concelebrato da mons. Salvatore Muratore, vescovo emerito di Nicosia, e dall’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, che all’inizio della celebrazione eucaristica ha letto alla città, ricordando  i ‘legami di figliolanza’, un messaggio incentrato su tre parole di cui la prima è migrazione:

Papa Francesco: il criterio di san Francesco di Sales è l’amore

Nel giorno della ricorrenza del quarto centenario della morte papa Francesco dedica una lettera a san Francesco di Sales, prendendo spunto dalle sue lettere, ‘Totum Amoris est’ (Tutto appartiene all’amore), per ricordare il santo di Annecy, vescovo di Ginevra in esilio per 20 anni, ma soprattutto ispiratore di un metodo che lui stesso definiva tutto nuovo, e che portò san Giovanni Paolo II a definirlo un ‘dottore dell’amore di Dio’:

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