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Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda

Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.

Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.

Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore  per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.

Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti.  La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.

L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato!  I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.

Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.

Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.

Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.

Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.

Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare  la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.       

Scuola: l’associazione ‘Non si tocca la famiglia’ plaude alle misure della legge di bilancio

L’associazione ‘Non Si Tocca la Famiglia’, con la presidente Giusy D’Amico, esprime profonda gratitudine per le misure contenute nella Legge di Bilancio in via di approvazione, che sostengono in modo chiaro la libertà di educazione e la centralità della famiglia nel progetto educativo dei figli. In particolare, viene salutata come un atto di giustizia la scelta di non gravare di imposte gli immobili che ospitano scuole paritarie appartenenti al sistema pubblico di istruzione, realtà che da anni portano avanti, spesso tra sacrifici e incomprensioni, una missione educativa al servizio del bene comune.

L’introduzione del buono scuola rappresenta un gesto di grande portata sociale, perché consente finalmente anche alle famiglie meno abbienti di orientarsi verso scuole di libera scelta, senza sentirsi escluse da percorsi educativi ritenuti più vicini ai propri valori. Questo sostegno economico, destinato in via prioritaria ai nuclei con redditi più bassi, spezza la narrazione secondo cui la scuola paritaria sarebbe ‘solo per i ricchi’ e restituisce dignità a ogni famiglia che desidera partecipare in prima persona alle scelte educative dei figli.

 Le scuole paritarie che fanno parte del sistema nazionale di istruzione sono, a tutti gli effetti, un pezzo vivo della scuola pubblica, dove ogni giorno docenti e operatori si spendono per educare il cuore, la mente e la libertà dei ragazzi. Alleggerire il peso fiscale su queste realtà non significa fare un favore a pochi, ma riconoscere il loro servizio alla comunità e permettere che nessuna scuola che educa davvero venga soffocata dai costi o costretta a chiudere le porte a chi ha più bisogno

“Queste decisioni, afferma la presidente Giusy D’Amico, sono un segnale di speranza per migliaia di famiglie che, spesso in silenzio, hanno continuato a credere in un’educazione che sia davvero ‘cosa di cuore’, capace di mettere al centro la persona e non l’ideologia. Quando lo Stato sostiene la libertà di scelta educativa, non fa un regalo di parte, ma riconosce che il primo luogo in cui nasce l’educazione è la famiglia, e che i genitori non possono essere spettatori ma protagonisti del cammino dei propri figli”

L’associazione Non Si Tocca la Famiglia guarda a queste misure come a un inizio, non a un punto di arrivo, e rinnova il proprio impegno perché il sistema integrato di istruzione sia sempre più giusto, inclusivo e rispettoso della responsabilità educativa dei genitori. L’auspicio è che la politica, oltre le contrapposizioni ideologiche, continui a scegliere di stare accanto alle famiglie, riconoscendo che investire sulla libertà educativa oggi significa costruire una società più umana, responsabile e solidale domani.

XXX Domenica Tempo Ordinario: il fariseo e il pubblicano al tempio!

Protagonisti della parabola sono un fariseo e un pubblicano in preghiera al tempio: due categorie di persone assai in voga ai tempi di Gesù. Fariseo era uno che si riteneva giusto, persona per bene perché osservava la legge di Mosè, pagava le tasse, digiunava: anche se poi  disprezzava gli altri che riteneva  diversi da lui. Si riteneva giusto e gradito a Dio; era invece un uomo che mancava di umiltà e carità.

Oggi possiamo paragonarlo a colui che ama proclamarsi un ‘laico’ che si crede onesto, ricco di valori; va in Chiesa solo in occasioni straordinarie ma manca di umiltà e carità. Il Pubblicano era uno additato come pubblico peccatore perché impiegato negli Uffici dello Stato, mercenario; ladro perchè come impiegato riscuoteva le tasse del popolo in favore di una nazione straniera; era considerato nemico del popolo  e viveva senza particolari scrupoli una religiosità di comodo. L’insegnamento di Cristo Gesù segue una logica diversa: non sono le opere che aprono la via della salvezza ma l’adesione a Cristo, vero Dio e vero uomo; da qui la fede e l’amore vero verso Dio,  creatore e Padre, e verso i fratelli, conforme all’insegnamento della Bibbia.

La giustificazione e la relativa salvezza provengono dalla Fede in Cristo e dall’amore verso Dio e verso i fratelli. Non esistono due categorie di persone: i giusti  ( o farisei) e i peccatori (o pubblicani), ma esiste l’uomo che si salva  se crede ed ama: amare Dio, creatore e padre, e amare  tutti gli uomini, fratelli in Cristo Gesù. Nella parabola i due si trovano nel tempio a pregare: una preghiera profondamente diversa; il Fariseo prega esaltando se stesso e le sue capacità perchè osserva la legge, digiuna, paga le tasse per il culto e può camminare a viso alto perché si reputa amico di Dio; nello stesso tempo prende le distanze dal pubblicano che reputa oggettivamente cattivo.

Il Pubblicano ammette in coscienza che tante volte sbaglia davanti a Dio ed invoca perdono  e si affida alla misericordia divina; si reputa peccatore e indegno di stare alla presenza di Dio. E’ la preghiera dell’umile che invoca ‘o Dio, abbi pietà di me, peccatore’. Gesù conclude nella parabola: ‘Il Pubblicano tornò a casa sua giustificato perché chiunque  si esalta sarà umiliato; chiunque invece si umilia sarà esaltato!’ Lo stesso concetto evidenzia anche l’apostolo Paolo, già fariseo e figlio di farisei, convertitosi nella via di Damasco che ora invoca Dio ‘il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno’.

Ciò che salva, dirà l’apostolo, è la nostra fede in Cristo e l’amore. Solo la preghiera dell’umile arriva al cuore di Dio. Abramo credette e gli fu ascritto come giustizia; l’apostolo Paolo convertitosi predica la fede e la carità. nel cristianesimo la logica dell’amore ha sempre il sopravvento sulla logica della legge. La logica farisaica era quello del ‘do ut des’, mi comporto bene così Dio mi ama e mi salva. La logica dell’amore: Dio mi ama e la mia risposta non può essere se non ‘amore’. 

La radice di ogni peccato è non amare. Da quì le parole di Gesù: in verità il Pubblicano ritornò a casa giustificato a differenza del Fariseo perché: ‘chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato’. La comunità cristiana in san Paolo ha trovato il suo modello: l’impegno apostolico di Paolo deve impegnare ciascuno di noi ad essere forti nelle sconfitte, gagliardi con l’aiuto di Dio nel vivere la nostra adesione a Cristo; avere il coraggio di lottare con l’aiuto di Dio, sicuri nella vittoria finale. La Santissima Vergine Maria, madre nostra e regina degli Apostoli, ci sostenga a vivere il nostro battesimo e ad essere ‘Chiesa in uscita’ per bene invocare Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’.

A Roma un incontro delle imprese funebri del Lazio per una legge regionale

La Regione Lazio deve dotarsi di una legge sui servizi funerari e cimiteriali. E’ quanto torna a chiedere Federcofit, la federazione del comparto funerario italiano, che oggi ha convocato un incontro tra le imprese funebri di Roma e Lazio, che si svolgerà presso il Centro Congressi Cavour a Roma (via Cavour 50/A, ore 15:30).

Questo incontro, sul tema ‘Attività funebre: quale legge per il Lazio?’, vedrà la partecipazione dei responsabili nazionali e regionali di Federcofit e di alcuni esperti in materia: “Il Lazio è praticamente l’ultima regione in Italia a non aver ancora adottato una legge regionale sulle attività funerarie e cimiteriali, lasciando questo settore, che è sempre più complesso e concorrenziale, privo della necessaria regolamentazione”, dichiara Davide Veronese, presidente nazionale di Federcofit. “E’ invece sempre più urgente disciplinare queste attività, per evitare abusi e offrire il servizio migliore alla collettività e soprattutto alle famiglie dolenti”.

Attualmente, nella sola Roma si stima una presenza di circa 500 imprese, con numerose nuove aziende che nascono ogni anno, per un totale di svariate migliaia di posti di lavoro in tutto il Lazio: “Proprio le dimensioni importanti del comparto funerario nel Lazio impone di provvedere quanto prima alla definizione di un’apposita legge regionale”, sottolinea Cristina Zega, presidente Federcofit per il Lazio.

“Di fronte ai grandi cambiamenti che intercorrono nella società, la funeraria laziale ha bisogno di operare secondo regole chiare, trasparenti e sicure per garantire alle famiglie la miglior gestione possibile dei loro defunti”.

In particolare, Federcofit chiede che la futura legge regionale disciplini i requisiti delle imprese, le modalità per il trasferimento delle salme, i compiti delle istituzioni e i rapporti con la società AMA. All’incontro a Roma, sono stati anche invitati rappresentanti della Regione Lazio, del Comune di Roma e di AMA.

Papa Leone XIV ha ricordato ai carabinieri la fedeltà

“Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna l’autentico significato cristiano di queste due parole. Fratello e sorella sono nomi di relazione, che ripetiamo spesso nella liturgia come saluto, come segni di prossimità e di affetto. Gesù, il Figlio unigenito di Dio, ne spiega il senso in relazione a sé e al Padre suo, rivelando un legame più forte del sangue perché ci coinvolge tutti, accomunando ogni uomo e ogni donna. Tutti, infatti, siamo davvero fratelli e sorelle di Gesù quando facciamo la volontà di Dio, cioè quando viviamo amandoci gli uni gli altri, come Dio ha amato noi”: questa mattina papa Leone XIV, visitando il Comando dell’Arma di Castel Gandolfo, ha presieduto una celebrazione eucaristica alla presenza del ministro della Difesa italiano Crosetto e del comandante generale dei Carabinieri Luongo, con un invito a rispondere alla violenza con la legge.

Per questo ha ricordato che ogni relazione di Dio è un dono: “Ogni relazione che Dio vive, in sé e per noi, diventa così un dono: quando il suo unico Figlio diventa nostro fratello, il Padre suo diventa Padre nostro e lo Spirito Santo, che unisce il Padre e il Figlio, viene ad abitare nei nostri cuori. L’amore di Dio è tanto grande che Gesù non tiene per sé neanche sua madre, consegnando Maria come madre nostra, nell’ora della croce”.

Riprendendo le parole di sant’Agostino il papa ha sottolineato la necessità di essere discepoli di Gesù: “Solo chi vive di una dedizione così piena può affermare: ‘chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre’. In particolare, queste parole ci fanno capire che Maria diventa madre di Gesù perché ascolta la parola di Dio con amore, la accoglie nel proprio cuore e la vive con fedeltà.

Commentando il brano del Vangelo ora ricordato, sant’Agostino ha perciò scritto che ‘vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo’. Difatti, ‘Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica’. Il senso della vita di Maria è custodito nella fedeltà alla Parola ricevuta da Dio: il Verbo della vita da lei accolto, portato in grembo e donato al mondo”.

Ricordando il 75^ anniversario della proclamazione della Vergine fedele a patrona dell’Arma dei Carabinieri, papa Leone XIV ha sottolineato che nel 1949, la fedeltà di Maria verso Dio diventava modello per ogni carabiniere: “Proprio da Castel Gandolfo, nel 1949 il mio venerato predecessore papa Pio XII accolse questa bella proposta del Comando generale dell’Arma. Dopo la tragedia della guerra, in un periodo di ricostruzione morale e materiale, la fedeltà di Maria verso Dio diventava così modello della fedeltà di ogni Carabiniere verso la Patria e il popolo italiano”.

Ecco, quindi, l’impegno del carabiniere per la tutela della sicurezza del cittadino: “Questa virtù esprime la dedizione, la purezza, la costanza dell’impegno per il bene comune, che i Carabinieri tutelano garantendo la pubblica sicurezza e difendendo i diritti di tutti, specie di coloro che si trovano in condizioni di pericolo. Esprimo perciò profonda gratitudine per il nobile e impegnativo servizio che l’Arma rende all’Italia e ai suoi cittadini, oltre che a favore della Santa Sede e dei fedeli che visitano Roma: penso specialmente ai molti pellegrini di quest’anno giubilare”.

Per il papa la devozione alla Madre di Dio dà risalto al motto dei carabinieri: “La devozione alla Vergine fedele rispecchia inoltre il motto dei Carabinieri, ‘Nei secoli fedele’, esprimendo il senso del dovere e l’abnegazione di ogni membro dell’Arma, fino al sacrificio di sé. Ringrazio dunque le Autorità presenti, civili e militari, per quello che fate nell’adempimento dei vostri compiti: davanti alle ingiustizie, che feriscono l’ordine sociale, non cedete alla tentazione di pensare che il male possa averla vinta. Specialmente in questo tempo di guerre e di violenza, restate fedeli al vostro giuramento: come servitori dello Stato, rispondete al crimine con la forza della legge e dell’onestà. E’ così che l’Arma dei Carabinieri, la Benemerita, meriterà sempre la stima del popolo italiano”.

Infine ha ricordato i carabinieri che hanno sacrificato la vita per compiere il loro dovere: “In questa Eucaristia, mentre celebriamo la passione, morte e resurrezione del Signore, è giusto e doveroso far memoria dei Carabinieri che hanno dato la vita compiendo il proprio dovere: vi affido come esempio il venerabile Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valore militare, del quale è in corso la causa di beatificazione. In ogni missione, la Virgo fidelis vi accompagni, vegliando amorevole su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie e sul vostro lavoro”.

Infatti anche domenica scorsa al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva salutato gli allievi del Corso Carabinieri della Scuola di Velletri, intitolata al venerabile Salvo D’Acquisto: “Vi incoraggio a proseguire il vostro percorso al servizio della patria e della società civile”.

(Foto: Santa Sede)

Quinta domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono

Il Vangelo oggi ci presenta un fatto concreto di misericordia e perdono: scribi e farisei presentano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e chiedono: “Signore, Mosè nella legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici ?”. Gesù aveva sempre parlato di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figlio prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù oggi è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’, è un tranello preparato contro Gesù perché se, conforme alla legge di Mosè, avesse detto ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato alle autorità romane come sobillatore ( in Palestina solo Roma poteva autorizzare una pena di morte).

Se Gesù avesse detto: ‘No, perdonatela!’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva risponderne davanti al Sinedrio. Scribi e Farisei attendono una risposta da Gesù mentre questi scrive a terra con il dito e la donna sta là, a tremare. Gesù infine dà una risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!’ Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo scagli la pietra.

Quelli (scribi e farisei) buttano la pietra, ed uno ad uno vanno tutti via. Rimane solo Gesù e la donna sempre tremante in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva. Gesù non è venuto per condannare ma per riconciliare l’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. Per questo agli infelici deportati a Babilonia il profeta Isaia aveva annunciato che Dio non li avrebbe abbandonati; aveva inoltre liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto trasferendolo nel deserto e nutrendolo per quaranta anni con la manna sino al trasferimento nella terra promessa: la Palestina.

Al suo popolo Dio aveva dato la legge: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, il prossimo come te stesso’. Amare è il perdono; il dono più bello è dimenticare tutto, se sei pentito.  Gesù mostra il suo amore con la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù è venuto ad instaurare la Nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono; a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo; in croce al buon ladrone dirà: oggi sarai con me in paradiso; nell’episodio evangelico gli scribi e i farisei  buttano via la pietra e vanno via;  Gesù vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono?, nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’: cosi trionfa la misericordia e il perdono.

L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione, è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. E’ necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci apre la via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. Il Vangelo colpisce sempre le nostre abitudini: siamo sempre facili a vedere il male degli altri, riflettiamo poco sulla nostra vita quotidiana.

Tutti parliamo sempre di giustizia, ma la giustizia per la giustizia non ha senso; è necessario punire chi sbaglia ma la nostra condizione di uomini esige una condotta amorevole  anche verso chi sbaglia; l’episodio del Vangelo è assai eloquente; la giustizia deve avere sempre un valore terapeutico: deve guarire e salvare dove e quando si può salvare.

L’amore, il perdono, la misericordia devono sempre trionfare. Il profeta Isaia evidenzia che Dio vuole sempre aprire nel deserto una via: la via del perdono e della misericordia e il Signore immette in questa via quanti si avvicinano a Lui. Imploriamo dalla SS. Vergine, madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.   

La legge che ci salva dai nostri egoismi: quella dell’amore

A volte si invoca l’esistenza di una legge come garanzia di un bene pressoché assoluto. ‘C’è una legge che tutela questa azione, quindi è giusta’: a molti basta per acquietare la coscienza su tematiche che restano controverse. Eppure, se non abbiamo una ‘stella polare’, ovvero la ‘legge dell’amore’, che indichi il bene e ci metta in guardia dal male, senza compromessi, le legislazioni umane possono, talvolta, essere realizzate ad immagine e somiglianza della nostra ‘durezza di cuore’.

Pensiamo alle leggi raziali. Erano, a tutti gli effetti, delle norme, che rendevano legale l’esclusione sociale e persino la persecuzione (fino all’uccisione)- di determinate categorie di persone: chissà che, al tempo, molti, non abbiano visto legittimato il proprio odio verso gli ebrei proprio in virtù di queste leggi. Pensiamo alla legge mosaica. Ha preceduto l’insegnamento di Gesù e rendeva ‘legale’ lapidare una donna se colta in adulterio; lo stesso, però, non valeva per l’uomo.

C’era una legge. Quindi era giusto? Pensiamo alla legge islamica. Oggi (per fare un esempio tristemente attuale) ha fatto sì che la nostra connazionale e giornalista, Cecilia Sala, fosse detenuta in un carcere iraniano senza che (dal suo e nostro punto di vista) avesse alcuna colpa!

Le leggi non sono buone automaticamente, ‘ipso facto’. Piuttosto, dal momento che le stabiliamo noi, altro non sono che lo specchio del nostro grado di civiltà, come popoli e come nazioni. E le leggi di noi occidentali, europei, italiani del 2025… salvaguardano e rispettano la vita di tutte e di tutti?

Non intendo qui dare una risposta, mi interessa di più lasciarvi la domanda, ricordando che per noi cristiani, la legge umana deve essere conforme alla legge dell’amore. Gesù ci insegna che una legge è eticamente buona se non cade nel tranello del compromesso utilitaristico. In Lui comprendiamo che una legge è veramente equa e sana se rispetta ogni vita, se nessuno è sacrificato sull’altare del presunto ‘male minore’, se al più forte non è permesso di schiacciare il più debole.

Eppure, non ci è chiesto di fare sommosse, Gesù non l’ha fatto. Possiamo, però, anzi dobbiamo dare testimonianza della speranza che è in noi, cercando il bene autentico nella nostra quotidianità e rinunciando ad essere automi; i quali, di solito, sono ingranaggi perfetti dei sistemi di morte.

Dichiarazione ‘Fiducia supplicans’: meditazioni giuridico-teologiche sullo stupore suscitato in tutto il mondo

Scusa Francesco  (Sorry Frank) sono tutti i santi giorni  sempre  in aula, il discorso è serio ed impegnativo eci tengo ad interloquire in merito con una persona come te. Volevo  effettuare un’analisi multidisciplinare  (come tu fai nel trattare qualsiasi tematica di cui hai cognizioni)  della ‘Dichiarazione Fiducia Supplicans’ ma adesso non ce l’ho fatta per il motivo di cui sopra. Le info che ho risalgono ad un servizio che ho ascoltato al tg di tv2000 , in cui si chiariva che con tale dichiarazione non si intendeva per nulla confondere il sacramento del matrimonio con  la benedizione proposta nelle situazioni proposte di situazioni irregolari o unioni tra persone dello stesso sesso.

 Stabilendo non un rito o un luogo che possa assimilare tale atto come riconoscere un’equipollenza al sacramento. quindi fin qua tutto come da tradizione. il problema nasce dall’ estensione del concetto di benedizione facendola uscire dall’ambito ritualistico per includerlo come pratica pastorale, ed in questo siamo nell’alveo di papa Francesco, di accogliere tutte quelle persone che in situazioni particolari si trovano fuori dai canoni semplici stabiliti. il problema mi nasce davanti a due dello stesso sesso che convintamente  vogliono unirsi e che non intendono recedere perchè quella è la loro unione “ naturale”. A questo punto la benedizione dovrebbe essere fatta con l’auspicio che lo Spirito Santo possa illuminare le coscienze di entrambi e agire consapevolmente di conseguenza. Ti faccio un paragone S. Paolo prima della folgorazione/conversione sulla via di Damasco era fermamente convinto ed in buona fede di essere nel giusto in quello che faceva anzi ne ha vantato le sue origini e il suo operato.

NELLA LETTERA AI FILIPPESI PAOLO VANTA LE SUE ORIGINI: “CIRCONCISO ALL’ETÀ DI OTTO GIORNI, DELLA STIRPE D’ISRAELE, DELLA TRIBÙ DI BENIAMINO, EBREO FIGLIO DI EBREI; QUANTO ALLA LEGGE, FARISEO; QUANTO A ZELO, PERSECUTORE DELLA CHIESA; QUANTO ALLA GIUSTIZIA CHE DERIVA DALL’OSSERVANZA DELLA LEGGE, IRREPRENSIBILE” (FIL 3,5-6). IN GAL 1,13-14 EVIDENZIA LA PROPRIA INTRANSIGENZA COME PERSECUTORE: “VOI AVETE CERTAMENTE SENTITO PARLARE DELLA MIA CONDOTTA DI UN TEMPO NEL GIUDAISMO: PERSEGUITAVO FEROCEMENTE LA CHIESA DI DIO E LA DEVASTAVO; SUPERANDO NEL GIUDAISMO LA MAGGIOR PARTE DEI MIEI COETANEI E CONNAZIONALI, ACCANITO COM’ERO NEL SOSTENERE LE TRADIZIONI DEI PADRI”.

L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco costringe Paolo a ristrutturare tutto il suo mondo interiore. In quanto fariseo credeva nella risurrezione. Ora Gesù, vivo, si fa riconoscere da lui come colui che Dio Padre ha glorificato e che, nello stesso tempo, manifesta la sua vita Risorta nella Chiesa creando con essa una nuova storia. Non solo: dalla Risurrezione risulta confermato quanto Gesù diceva di sé, di essere venuto e di donare se stesso per la salvezza di tutti gli uomini. Pertanto, in Paolo l’attitudine di difensore della tradizione di Israele si rovescia nell’impegno di mettere tutti a contatto vivente, per mezzo della tradizione della comunità, con l’intenzione salvifica del Cristo Risorto.

In questo modo Paolo riconosce che la Legge non può liberare dal peccato, se il Figlio di Dio è dovuto morire per espiare i peccati; anzi, se la Legge ha fornito le ragioni ad alcuni Israeliti per condannare il Figlio di Dio, quel modo di interpretarla non ha più valore, si deve abbandonare. Da questo parallelo mi auguro che la benedizione sia un auspicio affinchè lo Spirito illumini le coscienze, la Chiesa, che è Madre, accoglie senza discriminare appunto come una madre farebbe e fa in queste situazioni nei confronti di propri figli che si trovano in queste situazioni. ti parlo per fatti di mia conoscenza vissute da miei amici e cugini di fede cattolica provata. e l’atteggiamento costante è stato l’accoglienza.

Fraternamente penso ciò, mi rendo conto che però avere un corpo e un cervello che non corrispondono a quello che è la norma che osserviamo nei grandi numeri in natura, non deve essere facile. Ecco perchè la pressione di fare apparire normali queste situazioni, e richiedere garanzie di diritti che in passato non ci sono stati…. il problema sai qualè  nella società contemporanea: che una coppia sposata regolarmente fra uomo e donna che mettono al mondo dei figli per formare una famiglia , rischia di trovarsi svantaggiata rispetto alle nuove realtà emergenziali o   di fatto che si sono create naturalmente o spinte da una pressione di lobby che alimenta una comunicazione discriminatoria al contrario.

Mio figlio ( che ha tutti gli attributi…) fa il ….. , lavora a …… nel campo della comunicazione rivolto ad imprese, ha approcciato all’inizio il settore della moda, e mi dice “papà in quel mondo se vuoi andare avanti , non conta la tua professionalità, ma devi essere di un certo tipo e disponibile alle avances da parte di persone che hanno il  potere in materia e ti vorrebbero  selezionare sulla base di  altre prestazioni…..”.

Per cui sulla base di questo stato di fatto , questo mondo non è sempre compatibile col il sistema di valori che ha fatto suo e che ha respirato in famiglia. Rispetto reciproco, non prevaricazione. Scusami se mi sono dilungato, ma so che l’argomento è divisivo. Papa Francesco stesso ci dice che la Chiesa è stata da sempre  percorsa da discussioni e Pietro garantisce l’unità , quindi preghiamo per Pietro così come egli da subito ha richiesto e non credo tanto per la sua salute , ma piuttosto per onorare al meglio il suo ministero. e preghiamo intensamente lo Spirito Santo al fine di discernere al meglio le situazioni  grigie ed ingarbugliate.  E proprio con questo spirito Papa Francesco ha indetto il sinodo da svolgersi in tre anni sul tema della sinodalità, che non significa tifoserie contrapposte , ma armonia nella diversità, speranzosi nello Spirito che possa armonizzare alla fine le varie sintesi dei diversi tavoli che hanno raccolto le varie proposte da tutte le realtà di comunità sparse nel mondo. 

Qui vorrei ricordarmi del concetto caro a papa Francesco il tempo supera lo spazio https://it.aleteia.org/2016/05/26/ (perche-papa-francesco-dire-tempo-essere-superiore-spazio/). Questo di cui parliamo è un’applicazione pratica di come affrontare questi temi spinosi. Un abbraccio affettuoso, un augurio di buon anno, un caro saluto a te  ed auguri per il compleanno ed onomastico di  tua moglie Marcella Varia, insieme  operate  simbioticamente per glorificare la SS. Trinità e la Madre di Dio ( come mi hai già spiegato, conosce bene l’ambiente “de quo” in quanto  per decenni ha svolto una brillante attività professionale in Italia ed all’estero,  in contatto lavorativo anche con apprezzati/e, ottimi/e colleghi/e pure da te conosciuti/e, di cui si occupa per la prima volta in modo innovativo il nuovo  documento magisteriale “Fiducia Supplicans”).

Ciao caro Francescooooo.. (mon cher Francois) Auguri a te e Marcella
Io, come tu sai, docente di religione ed operatore pastorale il card. Sarah l’ho sempre stimato, come l’hanno sempre stimato tutti i pontefici da Giovanni Paolo II a Francesco. Per quel che concerne la sua lettera che ho letto sul sito dell’Espresso, chiarisce quei punti, grazie anche al magistero del nostro caro pontefice Francesco, che forse alcune interpretazioni legate ad una stampa poco oculata hanno dato. In questo periodo per alcuni documenti si va molto ad interpretazione, quella dettata dalla tradizione e dal magistero penso che sia la più corretta. Grazie.

Papa Francesco: la giustizia è una virtù cardinale importante

Al termine dell’udienza generale di oggi in piazza san Pietro papa Francesco ha rivolto di nuovo un appello per la pace in Terra Santa ed in Ucraina, ricordando la popolazione civile stremata ormai dalle tensioni ed i giovani volontari uccisi nei giorni scorsi, mentre fornivano il cibo con la richiesta di ‘cessare il fuoco’:

“Purtroppo continuano a giungere tristi notizie dal Medio Oriente. Torno a rinnovare la mia ferma richiesta di un immediato cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza. Esprimo il mio profondo rammarico per i volontari uccisi mentre erano impegnati nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza. Prego per loro e le loro famiglie.

Rinnovo l’appello a che sia permesso a quella popolazione civile, stremata e sofferente, l’accesso agli aiuti umanitari e siano subito rilasciati gli ostaggi. Si eviti ogni irresponsabile tentativo di allargare il conflitto nella regione e ci si adoperi affinché al più presto possano cessare questa e altre guerre che continuano a portare morte e sofferenza in tante parti del mondo. Preghiamo e operiamo senza stancarci perché tacciano le armi e torni a regnare la pace”.

Poi ha ricordato anche i tanti morti nella guerra in Ucraina: “E non dimentichiamo la martoriata Ucraina, tanti morti! Ho nelle mani un rosario e un libro del Nuovo Testamento lasciato da un soldato morto nella guerra. Questo ragazzo si chiamava Oleksandr, Alessandro, 23 anni. Alessandro leggeva il Nuovo Testamento e i Salmi e aveva sottolineato, nel Libro dei Salmi, il salmo 129: ‘Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce’.

Questo ragazzo di 23 anni è morto ad Avdiïvka, nella guerra. Ha lasciato davanti una vita. E questo è il suo rosario e il suo Nuovo Testamento, che lui leggeva e pregava. Io vorrei fare in questo momento un po’ di silenzio, tutti, pensando a questo ragazzo e a tanti altri come lui, morti in questa pazzia della guerra. La guerra distrugge sempre! Pensiamo a loro e preghiamo”.

Mentre, precedentemente continuando la catechesi sulla virtù, papa Francesco ha incentrato la riflessione sulla seconda virtù cardinale, la giustizia: “E’ la virtù sociale per eccellenza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica la definisce così: ‘La virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto’. Questa è la giustizia. Spesso, quando si nomina la giustizia, si cita anche il motto che la rappresenta: ‘unicuique suum’ cioè ‘a ciascuno il suo’. E’ la virtù del diritto, che cerca di regolare con equità i rapporti tra le persone”.

Ed ha spiegato il motivo per cui è rappresentata dalla bilancia: “E’ rappresentata allegoricamente dalla bilancia, perché si propone di ‘pareggiare i conti’ tra gli uomini, soprattutto quando rischiano di essere falsati da qualche squilibrio. Il suo fine è che in una società ognuno sia trattato secondo la sua dignità. Ma già gli antichi maestri insegnavano che per questo sono necessari anche altri atteggiamenti virtuosi, come la benevolenza, il rispetto, la gratitudine, l’affabilità, l’onestà: virtù che concorrono alla buona convivenza delle persone. La giustizia è una virtù per una buona convivenza delle persone”.

Inoltre ha sottolineato che la giustizia agisce nella quotidianità, come è narrato anche nel Vangelo: “Ma giustizia è una virtù che agisce tanto nel grande, quanto nel piccolo: non riguarda solo le aule dei tribunali, ma anche l’etica che contraddistingue la nostra vita quotidiana… Le mezze verità, i discorsi sottili che vogliono raggirare il prossimo, le reticenze che occultano i reali propositi, non sono atteggiamenti consoni alla giustizia. L’uomo giusto è retto, semplice e schietto, non indossa maschere, si presenta per quello che è, ha un parlare vero”.

Quindi ha elencato alcune caratteristiche del giusto: “L’uomo giusto ha venerazione per le leggi e le rispetta, sapendo che esse costituiscono una barriera che protegge gli inermi dalla tracotanza dei potenti. L’uomo giusto non bada solo al proprio benessere individuale, ma vuole il bene dell’intera società.

Dunque non cede alla tentazione di pensare solo a sé stesso e di curare i propri affari, per quanto legittimi, come se fossero l’unica cosa che esiste al mondo. La virtù della giustizia rende evidente (e mette nel cuore l’esigenza) che non ci può essere un vero bene per me se non c’è anche il bene di tutti”.

Inoltre il giusto adempie ad alcune azioni per il bene comune: “Aborrisce le raccomandazioni e non commercia favori. Ama la responsabilità ed è esemplare nel vivere e promuovere la legalità. Essa, infatti, è la via della giustizia, l’antidoto alla corruzione: quanto è importante educare le persone, in particolare i giovani, alla cultura della legalità! E’ la via per prevenire il cancro della corruzione e per debellare la criminalità, togliendole il terreno sotto i piedi.

Ancora, il giusto rifugge comportamenti nocivi come la calunnia, la falsa testimonianza, la frode, l’usura, il dileggio, la disonestà. Il giusto mantiene la parola data, restituisce quanto ha preso in prestito, riconosce il corretto salario a tutti gli operai (un uomo che non riconosce il giusto salario agli operai, non è giusto, è ingiusto) si guarda bene dal pronunciare giudizi temerari nei confronti del prossimo, difende la fama e il buon nome altrui”.

Infine i giusti sognano: “I giusti non sono moralisti che vestono i panni del censore, ma persone rette che ‘hanno fame e sete della giustizia’, sognatori che custodiscono in cuore il desiderio di una fratellanza universale. E di questo sogno, specialmente oggi, abbiamo tutti un grande bisogno. Abbiamo bisogno di essere uomini e donne giusti, e questo ci farà felici”.

(Foto: Santa Sede)

6^  Domenica Tempo Ordinario: la compassione e tenerezza del cuore di Cristo Gesù

Oggi di scena nel brano del Vangelo la guarigione miracolosa di un lebbroso: una persona disperata, che aveva perduto tutto: lavoro, famiglia, amici, dignità, tale era considerato un ammalato di lebbra. Un uomo rifiutato da Dio e dalla società, costretto dalla legge a vivere ai margini della società con il divieto di avvicinare o di essere avvicinato d’alcuno. Nell’Antico Testamento la labbra era sinonimo di peccato; il lebbroso era considerato un vero appestato; Mosè ne aveva descritto l’impurità e, come tale, doveva essere allontanato e segregato dalla casa e dal popolo.

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