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Papa Leone XIV al Meeting. Cronaca di una giornata memorabile
“Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli. Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte”.
Dopo essere stato accolto da circa 60.000 persone alla Fiera di Rimini per gioire del ritorno dopo 44 anni di un papa al Meeting dell’Amicizia tra i popoli, papa Leone XIV si è recato nella Cattedrale, dove era atteso da circa 500 ammalati, disabili, carcerati, donne liberate dalla tratta, giovani in recupero da dipendenze patologiche e poveri assistiti dalla Caritas diocesana e da altre realtà di accoglienza della città per fare festa insieme.
Contattato, Luca Luccitelli, addetto stampa della Comunità ‘Papa Giovanni XXIII’, così ci ha raccontato questa ora di ‘festa’ pomeridiana con il papa: “Nei giorni precedenti l’incontro, i ragazzi con disturbi dello spettro autistico che hanno partecipato all’appuntamento sono stati accompagnati in visita al Duomo, per familiarizzare in anticipo con l’ambiente in cui si è svolta la cerimonia. Tra i presenti, cinque storie raccontano il lavoro quotidiano delle realtà di accoglienza del territorio
riminese. Luca è stato seguito nella comunità terapeutica di Sant’Aquilina della Comunità ‘Papa Giovanni XXIII’, sotto la guida di don Nevio Faitanini, storico collaboratore di don Oreste Benzi. Dopo un percorso segnato da dipendenze legate all’uso di sostanze allucinogene, ha concluso il cammino terapeutico e si è laureato. Ha scelto di restare in comunità, dove oggi lavora come operatore”.
Mentre Cristina è ospite della Comunità di San Patrignano dal 1990: “Originaria della Bergamasca, ha iniziato a fare uso di eroina a 15 anni; dopo un periodo di sosta ai cancelli della comunità insieme al marito, è stata accolta da Vincenzo Muccioli il 23 aprile 1990. Oggi ha 61 anni, è nonna ed è volontaria nella casa alloggio della comunità, dove si occupa dell’organizzazione di attività e momenti ricreativi per gli ospiti”.
Karim, nome di fantasia scelto per tutelarne la privacy, è arrivato in Italia dal Marocco nel 2000, dopo un passaggio dalla Francia: “Dopo anni di lavoro come cameriere ed in una lavanderia industriale nel riminese, ha iniziato a frequentare la Caritas di Rimini prima come ospite, poi come volontario, fino a diventare operatore stabile dal 2017. Nel corso di questo percorso ha maturato la scelta di ricevere il Battesimo, al termine di un cammino di approfondimento durato circa tre anni”.
A queste testimonianze si aggiunge quella di Valerio, volontario del progetto ‘Girononni’ della Caritas di Rimini: “Il servizio, attivo tutti i giorni dell’anno, raggiunge quotidianamente una ottantina di persone anziane e sole in cinque zone della città, attraverso la consegna a domicilio di pasti caldi ed, insieme ad essi, di compagnia e ascolto per chi vive situazioni di solitudine”.
Questa festa si collega a quella dell’accoglienza riservata al papa dai giovani nei padiglioni della Fiera riminese, accolto dal tifo da stadio lungo il percorso con striscioni e bans, anche se a dire la verità l’accoglienza più bella è stata offerta dai bambini (molte volte il papa si è fermato lungo il percorso per baciarli, abbracciarli, benedirli), al Villaggio dei bambini, che gli hanno cantato ‘Ho un amico grande grande’ di Claudio Chieffo, con qualche adattamento ‘strofico’ dedicato al papa, che ha apprezzato con un saluto.
Ed il sapore della festa è stato percepito fin dal mattino, con giovani e famiglie, composti da nonni/e, che avevano accolto alla ‘vecchia’ Fiera di Rimini papa san Giovanni Paolo II, con figli/e, nipoti in fila per entrare, come ci racconta Elisabetta, studentessa a Milano: “E’ un giorno fantastico e sono contenta di esserci con i miei amici. Il papa ci vuole bene. Ci sprona a testimoniare Gesù attraverso la nostra vita, in modo che chi ci guarda possa capire il grande dono di Gesù, che ci dona la comunione”.
Alcuni, qualche minuto prima dell’atterraggio dell’elicottero papale, hanno pensato bene all’improvviso di allestire una diretta del suo arrivo alla fiera e così in ‘fretta e furia’ sono corsi a recuperare tutti i mezzi tecnologici lasciati in disparte ed alcuni sono corsi fuori dai padiglioni per immortale la discesa dall’elicottero, mentre all’interno della fiera, attraverso i telefonini, altri davano le coordinate per la trasmissione.
Mentre il giorno dopo, di buon mattino, i volontari sono di nuovo ai propri posti di ‘lavoro’, sorridenti nonostante la fatica per tenere a bada chi voleva stringere la mano al papa, che ancora un po’ pesa, come ci dice Giovanni: “In effetti un po’ di stanchezza si sente, ma sono contento che il papa sia venuto a trovarci. E’ stato un incontro bellissimo. Ci ha dato una scossa per impegnarci nella vita quotidiana della città”. E dalla Spagna Marìa, sorridendo, è molto contenta: “Sono contenta di aver visto il papa. Ha detto parole molto belle, come quando è venuto da noi. Parole che non dimenticherò e che conserverò”.
Una festa insieme che ha permesso un ringraziamento al papa da parte del presidente della Fondazione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, Bernhard Scholz: “Siamo più che grati della visita del Santo Padre che è stata un grande festa piena di entusiasmo, vissuta e partecipata da tutti, dai bambini fino agli anziani con grande gioia. Il messaggio che il Santo Padre ci ha consegnato segnerà la nostra strada. Ma già l’incontro stesso ha aperto immediatamente un orizzonte ampio e affascinante al nostro impegno”.
Infine anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, nell’omelia della concelebrazione eucaristica alla fiera di Rimini, ha ripreso alcune parole del papa: “Ringraziamo il Signore per questa domenica, per questi giorni, per l’incontro di ieri dove abbiamo accolto il Successore di Pietro che ci ha slegato da ciò che divide per legarci al Signore, alla grande messe di questo mondo e, quindi, tra noi. Questo legame si chiama comunione che è sempre dinamica e inclusiva… Nel mondo è così facile pensare di essere sicuri e di star bene chiudendosi in enclave! Anzi, il papa ci ha invitato tutti a usare la comunità come ‘un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà’, non per perdercisi ma per combattere l’inimicizia con l’amicizia”.
Per questo ha ricordato la richiesta che papa Francesco ha fatto al movimento di Comunione e Liberazione: “Papa Francesco vi chiese di aiutarlo nella conquista della pace in un mondo sempre più violento, e questo chiede speranza. Chi entra al Meeting esce per amare tutti, a cominciare dai poveri, che richiedono la gratuità dell’amore…
Quante esperienze, quanti fatti rivelano nell’ordinario il mistero che pure è sempre nascosto e ci aiutano a riconoscere nella vita di tutti i giorni questa forza che ‘move’ e sazia la domanda di eterno e di infinito che tutti portiamo scritta nella nostra debolezza e caducità! Quanta gioia nello sperimentare che siamo affidati a questa Chiesa che è Madre, che raduna una famiglia, universale, tanto più preziosa in una stagione dove prevale l’insolente e pericolosa ‘cultura della potenza’, la Babele di ‘io’ arroganti e imprevedibili ma anche di ‘noi’ chiusi e contrapposti ad altri noi! Lì trova tanto spazio il divisore e quindi la violenza”.
E’ stato un invito a vivere nella comunione ecclesiale, come aveva sollecitato sabato scorso papa Leone XIV: “La comunione è liberazione dalla tirannia dell’io, che ha secolarizzato e ridotto la persona a individuo, facendogli credere di star bene affermando se stesso, possedendo, consumando, esaltandosi e finendo per distruggersi”.
E con una citazione di Dante Alighieri ha invitato a guardare il cielo: “Ringraziamo per questa compagnia affidabile, questa carovana che ci fa camminare perché diretta verso la casa del Padre. Possiamo essere tante stelle in un cielo reso troppo buio dal drago, che le stelle le fa cadere e rende deserta di umanità la terra con la cultura della potenza che lega solo alla aiuola che ci fa tanto feroci’ se non guardiamo al cielo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Lorefice: santa Rosalia invita all’impegno
“Cominciamo da Palermo, perché, care concittadine e cari concittadini, la peste è tornata a Palermo! Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra Città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso. Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità (io per primo) non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta. Sono ferite mortali per il corpo sociale della città. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone.
Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei Carabinieri e delle forze di Polizia. A loro un sentito grazie!”: nel discorso alla città di Palermo per il festino della patrona santa Rosalia l’arcivescovo mons. Corrado Lorefice ha invitato all’impegno.
Un impegno, innanzitutto, contro la mafia, che non si sconfigge solo con la repressione: “Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto (e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello) che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade (diciamocelo con franchezza) perché il lavoro manca drammaticamente.
Perché i licenziamenti (pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego) vanno avanti ad una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge”.
Un attacco frontale alla mafia: “Tutto questo accade perché le dipendenze servono ad apparecchiare il lauto banchetto della mafia, che sfrutta il disorientamento, la frustrazione, la disperazione dei giovani per mangiarci su, con sprezzo totale dell’umanità e senza rispetto per la vita. Una mafia fanfarona e bambinesca volta ad attirare consenso e per questo disposta alla violenza predatoria e da assalto pur di impadronirsi dei territori, pronta a intimidire, a minacciare, a incentivare lo sporco sommerso della criminalità e della manovalanza”.
Ma al contempo è un richiamo a non dimenticare quelle persone che hanno lottato e lottano contro la mafia: “Ma sbaglieremmo (lo ripeto con forza) se addossassimo ad altri le principali responsabilità. Esse, nella nostra Isola e nelle nostre realtà locali, ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose.
Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza. Ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la Buona Notizia del Vangelo, sull’esempio dei nostri santi, da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga. Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita!”
Quindi l’arcivescovo ha chiesto agli abitanti della città uno ‘scatto’: “Ed ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Lo faccia tutta Palermo, facciamolo tutti, dalle donne e dagli uomini delle Istituzioni a tutte le Palermitane e i Palermitani. Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo? Palermo ci sta a cuore come sta a cuore a Rosalia? Se guardiamo a lei non possiamo avere dubbi. Care Concittadine, Cari Concittadini, vi supplico, dal profondo del cuore: dimostriamo il nostro amore per Palermo! Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi!”
E’ stato un richiamo a ritornare alle fondamenta del Vangelo, ricordando il viaggio a Lampedusa di papa Leone XIV: “Non si tratta (come alcuni hanno voluto rilevare – di un’ingerenza politica del Santo Padre, di uno sconfinamento. Né tanto meno di buonismo. No, mie care e miei cari, si tratta del Vangelo. E’ il Vangelo l’annuncio potente della liberazione dei prigionieri, del Regno di Dio per i poveri, della parola che dice: ‘Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra perché uno solo è il Padre vostro che è nei cieli, e voi siete tutti fratelli’. Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore”.
Il Vangelo è un invito a riconoscere l’altro: “Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica ed umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica”.
Eppoi la guerra con i ‘danni collaterali’: “Stiamo ricominciando a considerare la guerra come una continuazione della politica. Stiamo tornando a sancire un diritto alla guerra, ovvero un diritto del più forte sul più debole. Le guerre di questi ultimi anni, il linguaggio dei potenti del nostro tempo, il dibattito politico odierno fanno sempre più riferimento alle armi e alla guerra come un dato ineliminabile, necessario. La divisione del pianeta in miliardi di poveri e in pochi milioni (o forse poche migliaia) di privilegiati pare non essere un problema, quasi che l’ingiustizia sia un destino scritto nelle stelle. Distruggere la vita altrui è ritenuto nuovamente possibile alla luce del sole, se tale atto è giustificato dall’annientamento del nemico: i bambini, le donne, gli innocenti sono, da questo punto di vista, puri ‘danni collaterali’. Siamo di fronte a una sistematica cancellazione del volto dell’altro”.
Da qui il richiamo a santa Rosalia, che ha scelto una ‘rottura’ con chi propugnava il male: “Oggi, guardando alle pesti contemporanee, il richiamo alla figura di Rosalia assume un significato nuovo, civile e spirituale insieme. La peste del 1624 era infatti un male fisico, visibile, misurabile. Le pesti odierne sono più subdole: sono pesti dell’anima, dello spirito umano. Rosalia ci aiuta a curarle. Pensiamo alla guerra, a questa forma estrema di negazione dell’altro. Invocare Rosalia significa oggi chiedere il coraggio di chi, come lei, ha rinunciato ai privilegi nobiliari e all’affermazione di sé per un’esistenza di verità. La pace non è assenza di conflitto, ma la presenza di una giustizia che la Santuzza ci insegna a cercare nel silenzio dell’ascolto. Pensiamo alla prepotenza dei grandi della terra: Rosalia ha abbandonato la corte normanna per cercare il suo sposo, Cristo, nella nudità della grotta. E’ l’eterna protesta dell’umile e del povero”.
Questo è il significato del Festino: “Insomma, amici miei, l’abbiamo capito: il Festino non deve essere una ricorrenza folkloristica. E’, nell’essenza, un esame di coscienza della nostra Città. Le reliquie della Santa che sfilano per le strade di Palermo ci ricordano che la salvezza passa attraverso la comunione, attraverso la condivisione. Chiedere a Santa Rosalia di liberarci dalle pesti attuali significa, concretamente, vigilare. Vigilare per non lasciare che il rumore delle armi copra il grido di chi soffre. Significa accogliere: riconoscere nell’altro (nel migrante, nel diverso, nello scartato) la stessa scintilla divina che la Santa ha coltivato nel suo eremitaggio. Significa resistere: opporsi alla prepotenza con la forza dolce ma inflessibile dei princìpi, proprio come fece Rosalia quando scelse il rigore della penitenza invece della sottomissione alle logiche di palazzo”.
Santa Rosalia insegna, quindi, che il cambiamento si realizza dal ‘basso’; “Con il suo esempio la Santuzza ci insegna che il cambiamento non parte mai dall’alto, ma bensì dalla terra, dalla grotta, dal basso. La peste del ’600 fu vinta quando il popolo smise di guardare solo alla propria sopravvivenza e iniziò a guardare alle proprie radici spirituali. Liberarsi dalla peste dell’ingiustizia richiede lo stesso sguardo: tornare all’umano. La preghiera a Rosalia, oggi, diventa un impegno a non essere mai spettatori della sofferenza altrui, ma a diventare, nel nostro piccolo, animatori di una processione che trasporta la speranza nelle piazze del mondo, specialmente là dove il buio della guerra e dell’odio sembrano aver preso il sopravvento”.
(Foto: Arcidiocesi di Palermo)
Dialoghi approfondisce il tema delle fedi nel cambiamento
Questo numero di ‘Dialoghi’, rivista trimestrale dell’Azione Cattolica Italiana, affronta una delle grandi domande del nostro tempo: come le fedi abitano il cambiamento e come, a loro volta, contribuiscono a generarlo. Il dossier ‘Fedi e cambiamento’, curato da Pina De Simone e Sihem Djebbi, esplora il rapporto tra tradizioni religiose, trasformazioni storiche e crisi contemporanee: dal senso cristiano della tradizione alle nuove prospettive delle eco-teologie, dalle teologie decoloniali ai messianismi che tornano a interrogare il presente. Un percorso che mostra come credere significhi anche dare forma al tempo, orientandolo verso un futuro possibile.
Il primo piano del numero propone una intensa intervista di Vittoria Prisciandaro a Cettina Militello, decana delle teologhe italiane, a ottant’anni dal voto alle donne e dalla nascita della Repubblica. Una riflessione che intreccia memoria, teologia e impegno civile, interrogando il ruolo delle donne nella Chiesa e nella democrazia, il permanere di stereotipi culturali e la necessità di rinnovare linguaggi e pratiche ecclesiali.
Tra gli altri contributi, la sezione ‘Secondo noi…’ riflette sul possibile protagonismo delle donne nel cambiamento; gli ‘Sguardi’ propongono un’analisi del rinnovato interesse religioso in alcune aree d’Europa; ‘Estremi confini’ racconta l’esperienza del Neema Hospital a Nairobi, esempio di sanità al servizio dei più fragili. Completano il numero gli approfondimenti culturali e le recensioni, insieme al ricordo di Paolo Trionfini, storico del cattolicesimo italiano e studioso dell’Azione cattolica.
Nell’introduzione a questo numero Claudia Nicole Cappiello, incaricata regionale per il Settore giovani di Azione Cattolica della Basilicata e membro di redazione di ‘Dialoghi’ pone l’interrogativo sul ruolo delle donne: “I dati statistici ci parlano di una società disfunzionale, con un alto numero di femminicidi, di violenza di genere e di differenze salariali tra uomo e donna. Allora è lecito, a ottant’anni dal primo voto delle donne in occasione del Referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946, interrogarsi su quale sia il vero ruolo della donna oggi nella società e nella Chiesa. Cettina Militello ci racconta la sua testimonianza di vita e di fede nell’intervista posta in primo piano, in cui emerge tutta la difficoltà provata per imporre la sua voce in un ambiente prettamente maschile e sicuramente non pronto ad ascoltarla”.
La domanda fondamentale è quello dell’attualità: “Ogni storia non può non essere considerata a partire dal contesto storico in cui si è sviluppata e sicuramente negli ultimi anni la situazione è in cambiamento. Guardare al rapporto tra donne, Chiesa e società non significa quindi nascondere le difficoltà di chi ha dovuto lottare per affermarsi e trovare il proprio posto del mondo o per potersi esprimere con libertà, facendo risuonare una voce che spesso è sentita più che ascoltata. Ma è giusto anche riconoscere i passi in avanti che sono stati compiuti, i processi avviati e i cambiamenti in atto”.
Claudia Nicole Cappiello pone la domanda da dove può iniziare il cambiamento: “Riandando alla nostra storia associativa, come non ricordare che tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, ben cinque provenivano dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica. In ambito ecclesiale fu poi il Concilio Vaticano II a rappresentare uno spartiacque per l’affermazione del ruolo delle donne, facendo partecipare alle varie assise ventitré rappresentanti femminili, di cui tredici laiche. Sebbene col ruolo di uditrici, riuscirono a far valere il proprio punto di vista, imponendosi come voci autorevoli in un contesto già in movimento e spingendosi verso un traguardo, quello della pari dignità di genere, che molti consideravano ancora un’utopia”.
Ed in questo cambiamento è inclusa anche la Chiesa: “Il cammino continua oggi col processo sinodale, dove la voce delle donne è più che fondamentale. La storia ci insegna, quindi, quanto le donne possano essere protagoniste dei cambiamenti che viviamo, se davvero si dà spazio a esse e se si accoglie la ricchezza che viene proprio dalla diversità uomo-donna. Allo stesso tempo, riconosciamo che (proprio come la Militello afferma nell’intervista) sono ancora molti i passi da compiere per un pieno riconoscimento del ruolo femminile nella società e nella Chiesa.
Tra ministerialità e sacramentalità, sono molte le questioni che tutto ciò apre e che potremmo rileggere secondo una prospettiva che appare fondamentale, quella del rispetto e della dipendenza reciproca di ogni individuo, al fine di edificare il regno di Dio come l’unico corpo di Cristo, seppur nel riconoscimento della diversità e alterità di ognuno. Di fronte a tutto ciò, un elemento appare fondamentale: perché la Chiesa e la società possano cambiare è necessario comprendere quanto questo cambiamento parli alla vita e alla fede delle persone”.
Per non dimenticare i morti di Amendolara
Nei giorni scorsi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme, avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.
Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano (per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata) hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.
Nell’intervento su Vita Giuseppe Cascardi ed Angelo Palmieri hanno evidenziato i dati dello sfruttamento, definendolo ‘sistemico’: “Il problema non è soltanto criminale. E’ sistemico. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato ricorda che, nel 2023, il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.
Sulla vicenda è stato intervistato da ‘Radio Onda d’Urto’ il dott. Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro ‘Il caporalato. Una storia’: “Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche.
Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del ‘caporale’, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme.
Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette ‘normali’, si ricorre addirittura alla violenza”.
Il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei, ha inviato una lettera ai fedeli ha chiesto allo Stato la presenza: “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”.
Mentre alla Chiesa locale ha posto domande di presa di coscienza: “Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.
‘Ero forestiero e mi avete accolto’: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. E’ una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?”
Per l’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Cosenza la vita umana ‘non ha prezzo’: “La tragedia dei quattro migranti vittime del caporalato ad Amendolara non può lasciarci indifferenti. Sono tragedie che si consumano nelle nostre campagne, a pochi passi da casa nostra, sulla pelle di persone ridotte a frumenti di lavoro.
Non possiamo abituarci a queste ingiustizie e limitarci alla rabbia. Custodire la memoria di queste persone significa tradurre il dolore in impegno e la fede in scelte quotidiane. Ogni vita vale più di qualsiasi silenzio complice”.
E’ un invito alla responsabilità: “Come Azione Cattolica sentiamo la responsabilità di parlare al cuore delle coscienze. La nostra missione non è solo denunciare il male, ma educare a riconoscere il valore inviolabile di ogni persona… Chiediamo a tutti i soci, alla comunità ecclesiale e civile, di informarsi con attenzione e consapevolezza. Solo la conoscenza attenta e la riflessione responsabile possono tradursi in scelte politiche, sociali ed economiche che rispettino la dignità di chi lavora e soffre”.
Per questi è necessario l’impegno: “E’ necessario trasformare l’indignazione in impegno concreto: nella tutela dei diritti, nella solidarietà verso chi è più vulnerabile, nella costruzione diuna società che sappia vedere, riconoscere e proteggere. Non possiamo limitarci alla rabbia o allo sgomento. La preghiera è sincera quando genera azione di conversione”.
Ecco l’invito a non dimenticare: “Custodire la memoria di questi fratelli significa tradurre il dolore in impegno, la coscienza in responsabilità, la fede in scelte quotidiane che affermino la giustizia e la fraternità. Il loro volto ci interroga, la loro storia ci riguarda, la loro dignità è la nostra. Solo con coscienze educate, con comunità vigili e con cittadini responsabili, possiamo impedire che tragedie simili diventino routine e che l’indifferenza continui a prosperare”.
Per le Acli l’uccisione ad Amendolara è una ferita per la democrazia, secondo il presidente nazionale Emiliano Manfredonia: “Queste morti interrogano profondamente il Paese e chiamano in causa la responsabilità collettiva di contrastare ogni forma di sfruttamento, marginalizzazione e disumanizzazione. Quando una persona viene privata della propria dignità, quando il lavoro perde il suo valore umano e diventa terreno di abuso e sopraffazione, è l’intera comunità democratica a essere ferita. Il lavoro emancipa, vivifica ma non uccide”.
Per questo le Acli hanno ribadito l’impegno per una società fondata sull’accoglienza, sulla giustizia sociale e sulla piena tutela dei diritti umani, nella convinzione che la sicurezza, la legalità e la coesione sociale si costruiscano attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e la promozione di un lavoro libero, regolare e sicuro: “Di fronte a quanto accaduto ad Amendolara, il silenzio non è possibile. E’ il momento della responsabilità, della vicinanza alle famiglie delle vittime e di una rinnovata assunzione di impegno da parte delle istituzioni, del mondo del lavoro, del terzo settore e dell’intera società civile”.
Infine le ACLI chiedono che le autorità competenti accertino rapidamente i fatti e individuino tutti i responsabili. Al tempo stesso, ritengono necessario rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo, al caporalato e alle reti criminali che prosperano sulla vulnerabilità di tanti lavoratori migranti.
L’Azione Cattolica Italiana presenta il Bilancio di sostenibilità 2026
L’Azione Cattolica Italiana presenta l’ottava edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, riferito ai dati del 2025. Una scelta di trasparenza e di responsabilità che si rinnova e si consolida anno dopo anno. Appuntamento a Modena, capitale italiana del volontariato, sabato 16 maggio, ore 17.30, presso il salone del Palazzo Arcivescovile. E’ l’occasione per rendere conto dell’utilizzo delle risorse affidate all’associazione, grazie soprattutto al contributo dei soci e alla generosità di molte persone, ma anche per riflettere sull’impatto pastorale e sociale, economico e ambientale della vita associativa, verificare gli impegni assunti e orientare le scelte future.
Ad aprire l’incontro saranno i saluti istituzionali di Massimo Mezzetti, sindaco di Modena, Manuela Rontini, sottosegretaria alla Presidenza della Regione Emilia Romagna, mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, Alberto Caldana, presidente del Centro Servizi per il Volontariato Terre Estensi, Piero Fusco, responsabile Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Generali Italia, e Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.
Seguiranno gli interventi del card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna, e del prof. Giulio Guarini, ordinario di Economia Politica presso l’Università della Tuscia. Il Bilancio verrà presentato dai consulenti di Mediamo Area Sostenibilità e di Mediamo, che ne hanno curato la stesura. L’appuntamento modenese gode del sostegno di Generali e Cattolica Assicurazioni.
L’edizione 2026 del Bilancio di sostenibilità restituisce il volto di un’Azione Cattolica viva, radicata nei territori e capace di generare partecipazione, formazione e impegno sociale. I dati raccontano, infatti, il quarto anno consecutivo di crescita: le aderenti e gli aderenti dell’associazione hanno superato quota 230.000, raggiungendo il numero di 230.438 soci tra ragazzi, giovani e adulti. A questi si aggiungono circa 500.000 simpatizzanti, persone che partecipano a vario titolo alla vita associativa, pur non aderendo formalmente all’associazione.
Sono oltre 17.000.000 le ore donate annualmente all’associazione e alla Chiesa per attività di formazione e progetti solidali. In tutta Italia sono attivi circa 14.000 gruppi, animati da 42.000 educatori e animatori impegnati quotidianamente nell’accompagnamento delle persone e nella costruzione di comunità accoglienti e partecipative. Sono inoltre 26.000 le socie e i soci impegnati sul territorio in attività sociali, tra cui più di 1.500 persone che prestano servizio nelle amministrazioni locali, segno di una presenza che continua a generare cittadinanza attiva e responsabilità civile.
Particolarmente significativa anche la dimensione educativa: nel corso del 2025 sono stati circa 100mila i partecipanti ai 2.200 campi scuola promossi dall’associazione in tutta Italia, esperienze che continuano a rappresentare uno spazio privilegiato di crescita umana, spirituale e relazionale per ragazzi, giovani e adulti.
Questa edizione del Bilancio di sostenibilità racconta, in particolare, un anno di vita associativa anche attraverso la lente della pace. La pace diventa infatti un criterio con cui leggere e valutare ogni scelta compiuta: il modo in cui vengono gestite le risorse, la formazione delle persone, la costruzione delle relazioni, la capacità di rispondere alle ferite dei territori, come ha sottolineato il presidente nazionale dell’Ac, Giuseppe Notarstefano: “L’Azione Cattolica vuole essere una ‘casa della e per la pace’, un luogo in cui accogliere e custodire la pace, impegnandosi a costruire legami fraterni e promuovendo esperienze di dialogo, di partecipazione e di servizio. Dove si impara a disinnescare l’ostilità, a fare della diversità una ricchezza, a trasformare i conflitti in occasioni di crescita. Dove, come ci ha insegnato san Francesco d’Assisi, si testimonia la pace sinceramente a chi incontriamo, prima ancora di aprire bocca”.
Il Bilancio di sostenibilità 2026 è così non soltanto uno strumento di rendicontazione, ma un racconto corale della capacità dell’Azione Cattolica Italiana di generare relazioni, promuovere partecipazione, educare alla corresponsabilità e costruire percorsi concreti di pace e di coesione sociale.
Papa Leone XIV ai giovani: guardare alla Madre di Dio
“Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana. Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti”: al Santuario di Mamã Muxima, luogo di culto le cui origini risalgono al XVII secolo che sorge lì dove i colonizzatori portoghesi smistavano merci e persone schiavizzate per deportarle in Brasile, oggi pomeriggio papa Leone XIV ha guidato la preghiera del Rosario, chiedendo di impegnarsi per ‘amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso’.
Ricordando le parole di papa san Giovanni Paolo II il papa ha ricordato la fede del popolo angolano: “Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito”.
Infatti il Santuario è luogo accogliente: “Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese. Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti… Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti”.
Ecco il motivo per cui occorre guardare alla Madonna: “Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione. Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre. E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione.
Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna ‘decina’, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età”.
Il titolo ‘Madre del cuore’ dato al Santuario racchiude ciò che è la Madre di Dio: “E’ un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio. Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù. Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo”.
Quindi il Rosario è un impegno ad amare: “Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri. Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore”.
Tale impegno spetta anche a noi: “Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità. A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine”.
Questo è l’impegno dato ai giovani: “Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace. Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio. Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno”.
E’ stato un invito alla costruzione di un ‘mondo’ più accogliente: “Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti. E’ l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come ‘angeli-messaggeri’ di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Oltre l’aula, al servizio del prossimo: la Pasqua ‘sul campo’ degli studenti UER con impegno civile
Dal mercoledì Santo alla domenica di Pasqua, un gruppo di studenti dell’Università Europea di Roma (UER) parteciperà alla Missione di Settimana Santa promossa da ‘Gioventù Missionaria’, apostolato giovanile del movimento Regnum Christi.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività di Responsabilità Sociale, coordinate dal Centro di Formazione Integrale dello stesso Ateneo, con l’obiettivo di offrire agli studenti un’occasione concreta di crescita umana attraverso il servizio e l’ascolto.
Gli studenti si recheranno nelle Marche, accompagnati dai Cappellani dell’UER, padre Matthew Whalen e Padre Enrico Trono, insieme ad altri sacerdoti e seminaristi dei Legionari di Cristo e alle consacrate del Regnum Christi. Il contatto diretto con la realtà sociale locale si concretizzerà nella visita a famiglie, anziani e ammalati, supporto alle parrocchie, percorsi educativi/ricreativi per bambini e ragazzi.
La missione risponde alla chiamata di papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale: trasformare la ‘spiritualità di comunione’ in un gesto pratico. Per l’Università Europea di Roma, questa iniziativa rappresenta un’opportunità di formazione integrale: formare professionisti capaci di ascoltare la realtà in cui viviamo attraverso l’incontro con l’altro e di relazionarsi e guardare le sfide del mondo con empatia, responsabilità e spirito di servizio.
A Torino la Giornata della Memoria per le vittime innocenti delle mafie
In occasione della XXXI Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Torino accoglie la manifestazione organizzata da Libera-Gruppo Abele. Il 21 marzo sarà così, ancora una volta, un abbraccio sincero ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, senza dimenticare chi ha perso la vita nelle stragi, nel terrorismo e nel dovere. L’intero territorio piemontese si prepara ad accompagnare il cammino verso questo appuntamento, che coinciderà con la chiusura del trentennale di Libera.
Il programma della giornata di sabato 21 marzo, invece, prevede la partenza del corteo da Piazza Solferino alle 9 per arrivare in piazza Vittorio alle 11, dove inizierà la lettura dei 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie. Semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie. A mezzogiorno ci sarà l’intervento conclusivo di don Luigi Ciotti.
E’ stato proprio don Ciotti a lanciare un appello: “La trentunesima giornata riprende una parola di allora: fame di verità e di giustizia. La parola da sottolineare con forza è fame, questo bisogno oggi più che mai di verità e di giustizia, è il diritto alla verità, perché l’ottanta per cento dei familiari delle vittime, che cammineranno e apriranno il corteo e giungono da ogni parte d’Italia, non conosce la verità. Eppure le verità passeggiano per le vie del nostro Paese, l’omertà uccide la verità e la speranza, ma soprattutto senza verità non si può costruire giustizia”.
Erano circa 300 i nomi delle vittime innocenti letti in piazza del Campidoglio il 21 marzo 1996, durante la I Giornata della Memoria e dell’impegno. Dopo trentuno anni, l’elenco che sarà letto dal palco di Torino conta 1117 nomi. I nomi inseriti quest’anno in elenco sono 16, di cui 5 minori. Un lungo elenco, ogni anno arricchito di nuovi nomi, di nuove storie, ha aggiunto don Ciotti: “Vorrei ricordare Mauro Rostagno e voglio ripetere le sue parole quando disse, lui che è stato ucciso: ‘Spesso è accaduto che anche persone che ci vogliono bene ci hanno consigliato di parlare il meno possibile di mafia, perché dicono che in questo modo ci facciamo cattiva pubblicità e di questo non abbiamo bisogno. Il miglior modo per farci pubblicità non è quello di dire o di non dire se qua c’è la mafia o meno, ma riuscire a batterla, ad eliminarla. Questa è la migliore pubblicità che potremmo fare a noi stessi, a tutto il Paese, a tutti quelli che ci vogliono bene’. E’ questo il senso di continuare a camminare insieme anche per le vie di Torino”.
Ed ha spiegato la scenta della città: “A Torino, come in tutta Italia, le situazioni di vulnerabilità sociale aprono varchi che le mafie e le economie criminali possono sfruttare per consolidare consenso e potere. Per questo il contrasto passa anche dalla capacità di riconoscere i bisogni sociali, di costruire comunità inclusive e di fare in modo che nessuno resti escluso, perché sono i diritti il vero argine contro le mafie. In questa prospettiva, Libera accompagna percorsi di studio, monitoraggio civico, denuncia e impegno sociale, promuovendo un’alleanza tra cittadini, istituzioni e territori. La Giornata del 2026 a Torino e in Piemonte vuole essere dunque un’occasione per riportare al centro queste storie, rileggere le trasformazioni del territorio e rilanciare insieme un impegno collettivo capace di generare futuro”.
La Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce nel 1996 in Campidoglio, quando viene letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti, curato da Saveria Antiochia, madre di Roberto Antiochia. Da allora è divenuta un appuntamento annuale di partecipazione civile, memoria viva e responsabilità condivisa, che coinvolge scuole, associazioni e comunità di tutta Italia.
Negli anni, attorno a questo impegno, sono nate esperienze concrete: uso sociale dei beni confiscati, percorsi educativi e formativi, reti internazionali, progetti di giustizia rigenerativa e sostegno a chi ha scelto di rompere con i circuiti mafiosi. Nel 2023 è nato a Roma ExtraLibera, spazio multimediale dedicato alle nuove generazioni per raccontare in modo innovativo la memoria e il fenomeno mafioso.
Diritto al voto e accessibilità: FISH e FAND esprimono soddisfazione per la nuova circolare del Ministero dell’Interno
La Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità (FISH) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) accolgono con grande favore la pubblicazione della nuova circolare del Ministero dell’Interno in materia di esercizio del diritto di voto delle persone con disabilità.
Il provvedimento, circolare n. 32/2026 della Direzione Centrale per i Servizi Elettorali, non rappresenta un atto isolato, ma il risultato concreto di un articolato lavoro di analisi e proposta portato avanti dalle due Federazioni, tra le principali realtà di rappresentanza del settore. La circolare introduce, infatti, la possibilità di utilizzare la Carta Europea della Disabilità (EU Disability Card) come documento valido per l’ammissione al voto assistito, rafforzandone il ruolo nell’ambito del più ampio progetto europeo volto a semplificare l’accesso ai diritti civili e ai servizi, pubblici e privati, nei Paesi aderenti.
Nonostante la rilevanza del risultato, FISH e FAND osservano che la comunicazione diffusa dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, pur valorizzando il provvedimento, non richiama il contributo tecnico-giuridico offerto dalle due Federazioni. Un riferimento in tal senso avrebbe ulteriormente evidenziato il valore della collaborazione tra istituzioni e società civile organizzata, elemento importante per promuovere politiche sempre più efficaci e inclusive.
“Questo risultato dimostra quanto sia fondamentale il dialogo tra istituzioni e rappresentanze associative. Il progresso dei diritti civili è sempre il frutto di un lavoro condiviso: è quindi importante che ogni traguardo riconosca il contributo tecnico e l’impegno costante di chi opera quotidianamente al fianco delle persone”, sottolineano le due Federazioni.
FISH e FAND ribadiscono infine il proprio impegno a vigilare affinché quanto previsto dalla circolare trovi piena e uniforme applicazione in tutte le fasi del processo elettorale, a tutela della dignità e dei diritti di ogni cittadino e cittadina.
‘Taglio Basso’: i media italiani trascurano i poveri
La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata: ciò è emerso dal rapporto ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato nei giorni scorsi nella sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di Roma.
La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel perodo settembre 2024 – giugno 2025.
I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali.
In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione, come ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana: “La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere…
Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”.
Il campione selezionato ha permesso di incrociare dati relativi al racconto televisivo e al dibattito sui social media, coprendo tre generi informativi, quali 7 telegiornali a diffusione nazionale trasmessi in fascia prime time (OdP): Tg1 20:00, Tg2 20:30, Tg3 19:00, Tg4 18:55, Tg5 20:00, Studio Aperto 18:30 e Tg La7 20:00, che nel complesso raggiungono un pubblico di oltre 10.000.00 di spettatori. Complessivamente sono state analizzate 1.912 edizioni (755 nel 2024 e 1.157 nel 2025).
Per quanto riguarda i talk show televisivi il monitoraggio ha incluso 18 programmi, per un totale di 1.218 puntate corrispondenti a 1.822 ore e 39 minuti di programmazione trasmessi in prima e seconda serata da Rai, Mediaset, La7 e Nove. Infine per gli influencer su facebook il campione h riguardato 12 account facebook, 10 giornalisti e 2 giornaliste, con un numero di follower compreso fra gli 80.000 ed i 2.500.000 circa, che hanno complessivamente pubblicato 18.904 post.
Dal rapporto risulta che la povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat).
Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio: tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà ‘in generale’, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%); inoltre l’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%).
Nel 76% del tempo si parla di povertà materiale, ma prevale un approccio multidimensionale (59%) che integra riferimenti a salute, istruzione, relazioni e partecipazione, anche se il 41% del dibattito resta confinato a una lettura economica. Le forme più trattate sono la povertà lavorativa e quella abitativa, mentre è minoritaria l’attenzione a donne, giovani, famiglie, povertà educativa o sanitaria. Il frame dominante è quello politico-economico (52%), seguito da quello misto politico-solidaristico.
Rimane marginale l’approccio esclusivamente caritatevole. Dei 520 minuti di parola affidati agli ospiti, un terzo (32%) è stato occupato da giornaliste/i e opinioniste/i, seguiti da rappresentanti del mondo politico e delle istituzioni (24%), e gente comune (13%). Quasi del tutto assenti gli ospiti della società civile, delle associazioni, delle Chiese locali.
Anche l’attenzione verso la povertà dei 12 influencer più attivi su Facebook è estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili. Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. Prevale la povertà assoluta (57%), seguita da quella relativa; marginale la povertà estrema. Il 71% dei post si concentra sulla dimensione materiale, mentre la natura multidimensionale della povertà appare raramente.
Le categorie più frequenti sono ‘povertà in generale’ ed ‘emarginazione’, mentre tra le forme specifiche domina la povertà abitativa. Il 97% dei post manca di qualsiasi dato statistico ed un terzo dei post contiene almeno uno stereotipo, ovvero la correlazione della povertà con qualche condizione altra/diversa dalla povertà ma pregiudizievolmente associata alla povertà, in modi talvolta colpevolizzanti. L’associazione più ricorrente è quella della povertà con l’incapacità o difetto (16%), in post strumentali al dibattito social-politico.
(Foto: Caritas Italiana)





























