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Papa Leone XIV: ascoltare il grido dei poveri per la conversione ecologica
“Prima di proseguire con alcuni interventi preparati, vorrei ringraziare i due relatori che mi hanno preceduto. E vorrei aggiungere che c’è davvero un eroe d’azione con noi questo pomeriggio: siete tutti voi, che state lavorando insieme per fare la differenza”: oggi pomeriggio intervenendo al Centro Mariapoli del Movimento dei Focolarini a Castel Gandolfo, nell’ambito della conferenza ‘Raising Hope on Climate Change’, papa Leone XIV ha ricordato l’impatto dell’enciclica ‘Laudato sì’ giunta al decimo anniversario.
Nell’intervento il papa ha ricordato l’importanza dell’enciclica di papa Francesco: “Questa Enciclica ha profondamente ispirato la Chiesa cattolica e molte persone di buona volontà. Si è dimostrata fonte di dialogo. Ha dato vita a gruppi di riflessione, programmi accademici in scuole e università, nonché a partnership e progetti di vario tipo in ogni continente.
Molte diocesi e istituti religiosi si sono sentiti spinti ad agire per prendersi cura della nostra casa comune, contribuendo ancora una volta a dare priorità ai poveri e agli emarginati. Il suo impatto si è esteso anche a vertici internazionali, al dialogo ecumenico e interreligioso, agli ambienti economici e imprenditoriali, nonché agli studi teologici e bioetici. L’espressione ‘cura della nostra casa comune’ è stata inclusa anche in discorsi e interventi accademici, scientifici e politici”.
L’enciclica è stata apprezzata per le raccomandazioni formulate: “Le preoccupazioni e le raccomandazioni di Papa Francesco sono state apprezzate e accolte non solo dai cattolici, ma anche da molte persone esterne alla Chiesa che si sentono comprese, rappresentate e sostenute in questo specifico momento della nostra storia. La sua analisi della situazione, la proposta del paradigma dell’ecologia integrale, l’insistente invito al dialogo e l’appello ad affrontare le cause profonde dei problemi ed a ‘unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale’ hanno suscitato un vasto interesse”.
Per questo dono ha ringraziato Dio: “Rendiamo grazie al Padre celeste per questo dono che abbiamo ereditato da Papa Francesco! Le sfide individuate nella ‘Laudato Sì’ sono infatti ancora più attuali oggi di quanto non lo fossero dieci anni fa. Queste sfide sono di natura sociale e politica, ma prima di tutto di natura spirituale: richiedono conversione”.
Ma celebrare un anniversario significa non solo ricordare, ma anche ascoltare senza la derisione: “Come in ogni anniversario di questo tipo, ricordiamo il passato con gratitudine, ma ci chiediamo anche cosa ci sia ancora da fare. Nel corso degli anni, siamo passati dalla comprensione e dallo studio dell’Enciclica alla sua messa in pratica. Cosa bisogna fare ora per garantire che la cura della nostra casa comune e l’ascolto del grido della terra e dei poveri non appaiano come semplici tendenze passeggere o, peggio ancora, che siano percepiti e percepiti come questioni divisive?
In linea con la ‘Laudato Sì’, l’Esortazione Apostolica ‘Laudate Deum’, pubblicata due anni fa, osservava che ‘alcuni hanno scelto di deridere’ i segni sempre più evidenti del cambiamento climatico, di ‘ridicolizzare coloro che parlano di riscaldamento globale’ e persino di incolpare i poveri proprio per ciò che li colpisce di più”.
Quindi le encicliche di papa Francesco non ‘tradiscono’ la Sacra Scrittura, cuore del pensiero del papa: “Nella Scrittura, il cuore non è solo il centro dei sentimenti e delle emozioni, ma il luogo della libertà. Sebbene il cuore includa la ragione, la trascende e la trasforma, influenzando e integrando tutti gli aspetti della persona e delle sue relazioni fondamentali. Il cuore è il luogo in cui la realtà esterna ha il maggiore impatto, dove avviene la ricerca più profonda, dove si scoprono i desideri più autentici, dove si trova la propria identità ultima e dove si formano le decisioni”.
Il discorso di papa Leone XIV è un invito as una conversione ecologica: “E’ solo tornando al cuore che può avvenire una vera conversione ecologica. Dobbiamo passare dalla raccolta di dati alla cura; e dal discorso ambientale a una conversione ecologica che trasformi gli stili di vita personali e comunitari. Per i credenti, questa conversione non è infatti diversa da quella che ci orienta verso il Dio vivente. Non possiamo amare Dio, che non possiamo vedere, mentre disprezziamo le sue creature. Né possiamo dirci discepoli di Gesù Cristo senza partecipare al suo sguardo sul creato e alla sua cura per tutto ciò che è fragile e ferito”.
E’ stato un invito ad essere ‘portatori’ di speranza come san Francesco: “Cari amici, lasciate che la vostra fede vi ispiri a essere portatori della speranza che nasce dal riconoscere la presenza di Dio già all’opera nella storia. Ricordiamo come papa Francesco ha descritto san Francesco d’Assisi… Che ciascuno di noi cresca in queste quattro relazioni – con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso – attraverso un costante atteggiamento di conversione. L’ecologia integrale prospera su tutte queste relazioni. Attraverso il nostro impegno in esse, possiamo crescere nella speranza vivendo l’approccio interdisciplinare della Laudato si’ e la chiamata all’unità ed alla collaborazione che ne deriva”.
E’ un invito a prendersi cura del creato, in quanto unica famiglia: “Siamo un’unica famiglia, con un solo Padre, che fa sorgere il sole e manda la pioggia su tutti. Abitiamo sullo stesso pianeta e dobbiamo prendercene cura insieme. Rinnovo pertanto il mio forte appello all’unità attorno all’ecologia integrale e alla pace! E’ incoraggiante vedere la varietà di organizzazioni rappresentate a questa conferenza, così come l’ampia gamma di organizzazioni che hanno aderito al Movimento ‘Laudato Sì’ e alla Piattaforma d’azione”.
Riprendendo il pensiero di papa Francesco il papa ha invitato ad esercitare ‘pressione’ sui governi: “Tutti nella società, attraverso organizzazioni non governative e gruppi di pressione, devono fare pressione sui governi affinché sviluppino e attuino normative, procedure e controlli più rigorosi. I cittadini devono assumere un ruolo attivo nel processo decisionale politico a livello nazionale, regionale e locale. Solo allora sarà possibile mitigare i danni arrecati all’ambiente. Anche la legislazione locale sarà più efficace se le comunità vicine sosterranno le stesse politiche ambientali”.
Ed il pensiero va alla prossima Cop30: “Auspico che i prossimi vertici internazionali delle Nazioni Unite (la Conferenza sui cambiamenti climatici del 2025, la 53ª Sessione plenaria del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale e la Conferenza sull’acqua del 2026) ascoltino il grido della Terra e il grido dei poveri, delle famiglie, dei popoli indigeni, dei migranti involontari e dei credenti in tutto il mondo. Allo stesso tempo, incoraggio tutti, in particolare i giovani, i genitori e quanti lavorano nelle amministrazioni e nelle istituzioni locali e nazionali, a fare la loro parte per trovare soluzioni alle ‘sfide culturali, spirituali ed educative’, impegnandosi sempre con tenacia per il bene comune. Non c’è spazio per l’indifferenza o la rassegnazione”.
Mentre questa è stata la conclusione: “Vorrei concludere con una domanda che riguarda ciascuno di noi. Dio ci chiederà se abbiamo coltivato e curato il mondo che ha creato, a beneficio di tutti e delle generazioni future, e se ci siamo presi cura dei nostri fratelli e sorelle. Quale sarà la nostra risposta?”
(Foto: Santa Sede)
Il card. Zuppi invita ad un nuovo sguardo che educhi alla pace
“Carissimi Confratelli, è provvidenziale svolgere qui a Gorizia questa seduta del Consiglio Episcopale Permanente della CEI. Ci consente di riflettere insieme sui drammatici segni dei tempi che tanto ci inquietano, facendo memoria del nostro passato perché, purificata e illuminata dalla Parola di Dio, sappiamo trarne sapienza e visione… San Giovanni Paolo II, nella sua visita pastorale nel 1992, ricordò che, ‘posta all’incrocio di molteplici popoli e tradizioni, Gorizia ha la singolare vocazione di essere segno visibile di unità e di dialogo’. Una missione che resta attuale anche oggi e ha molto da suggerirci”: citando l’omelia pronunciata da papa san Giovanni Paolo II nel maggio 1992 proprio a Gorizia, il presidente dei vescovi italiani, card. Matteo Zuppo, ha aperto ieri la sessione autunnale del Consiglio permanente della CEI.
Nella prolusione introduttiva l’arcivescovo di Bologna ha ripercorso un excursus storico dell’Europa, soprattutto in questa città ospitante: “Gorizia e Nova Gorica sono unite come Capitale Europea della Cultura 2025, prima capitale transfrontaliera. E’ una scelta che si colloca in un cammino di riconciliazione e di comune impegno a servizio della pace che le Chiese di Gorizia e Koper, ormai da tanti decenni, stanno vivendo insieme e che ci verrà testimoniato nella Veglia di preghiera per la pace che vivremo domani sera”.
Una storia comune di città al confine: “Non era solo il confine ben marcato tra Stati, ma tra due blocchi (anche se la Jugoslavia affermò la sua autonomia da quello sovietico), due sistemi politico-economici ben diversi. Nova Gorica e Gorizia furono chiamate la ‘piccola Berlino’, una città divisa in due. Ricaviamo una prima duplice lezione: niente del passato va perduto e nessun confine è invalicabile”.
Da queste ‘pennellate’ storiche uno sguardo sul presente: “Papa Francesco, nell’enciclica ‘Fratelli tutti’, che è di cinque anni fa, presentiva il grave scenario degli anni a venire: ‘La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante’… Cinque anni dopo, tali presentimenti si sono purtroppo avverati in pieno. La guerra ha già reso peggiore la vita di tanti Paesi e di milioni persone. Come non pensare a Gaza dove, mentre ancora gli ostaggi israeliani sono prigionieri in condizioni inumane, un’intera popolazione, affamata, bombardata, è costretta a un esodo continuo e con sofferenze drammatiche come ogni esodo”.
Ed ecco una Chiesa che si appella alla pace, insieme alle altre religioni: “La Chiesa italiana si unisce al suo forte e accorato appello per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Ci domandiamo con inquietudine: cosa possiamo fare di più per la pace? Chiediamo: cessi il rumore delle armi in nome del rispetto per l’inviolabile dignità della persona umana, di ogni persona; siano protetti i civili da ogni forma di violenza fisica, morale e piscologica; sia garantita a ciascuno la libertà di decidere dove e come vivere nel rispetto dell’altro e in fraternità, perseguendo il principio dei due Stati, unica via per dare un futuro al popolo palestinese preso in ostaggio da Hamas e dall’offensiva militare tuttora in corso”.
Quindi il presidente dei vescovi italiani ha ribadito la necessità di uscire dalla logica della contrapposizione: “La polarizzazione si manifesta quando opinioni, identità e appartenenze diventano muri invalicabili: ‘noi’ contro ‘loro’, amici contro nemici, verità contro menzogna. Il rischio mortale è che ogni interlocutore venga spogliato della sua umanità. Qui inizia l’odio, che poi rende vittime e artefici, allo stesso tempo, se non si combatte per tutti e in ogni situazione”.
Una contrapposizione che conduce allo scontro: “Assistiamo spesso ad un pericoloso scontro continuo e intransigente, dove diventa impossibile immaginare vie alternative: ogni soluzione si irrigidisce, ogni compromesso diventa tradimento. Rimanere intrappolati in questa logica vuol dire rinunciare alla possibilità di una pace creativa, di innovazione morale, di riconoscimento dell’umanità che pulsa nell’altro. Eppure è proprio fuori da quella logica che può nascere qualcosa di nuovo. Quando altre categorie (la compassione, la cura, la vicinanza) vengono rimesse al centro, cessa la fatalità della divisione. Un semplice gesto umano può spezzare la spirale: il perdono, l’abbraccio, il riconoscimento del dolore altrui”.
Da qui la necessità di educare alla pace: “Per evitare questi rischi serve un’educazione che valorizzi la pluralità, il riconoscimento dell’altro, il dialogo e la buona fede, anche quando ciò può apparire ingenuo. Ogni parrocchia e comunità sia una casa di pace e di non violenza che promuova e raccolga le tante e importanti istanze che salgono dalla società civile.
Per i cristiani, l’impegno alla pace non è un’opzione morale fra tante, ma una dimensione costitutiva del Vangelo. Gesù ci ricorda che basta dire pazzo a nostro fratello per essere omicidi! Egli invita ad amare i nemici. Questo impegno si traduce nel promuovere riconciliazione, giustizia, cura dei più vulnerabili, rifiuto di ogni forma di violenza”.
Questo è il compito dei cristiani: “Essere cristiani significa anche denunciare le guerre e le ingiustizie, sostenere la diplomazia, offrire accoglienza a chi fugge da conflitti. E significa pure lavorare perché in tutto il nostro Paese e in tutte le comunità locali si costruisca un dialogo autentico, una reciprocità che superi le paure radicate. Significa testimoniare che la pace non è assenza di conflitto, ma presenza viva di legami di solidarietà, di cura, di ascolto profondo. Educare alla pace oggi significa formare persone che sappiano uscire dai muri della polarizzazione, che comprendano che il cristianesimo chiede fedeltà al comandamento dell’amore”.
Educare alla pace è resistenza: “Persone che riconoscano la pace non come diritto garantito ma come opera quotidiana, fragile, spesso silenziosa, eppure autentica. Se oggi il nostro mondo sembra preferire l’eco dei tamburi di guerra al sussurro della riconciliazione, educare alla pace è un atto di resistenza rivoluzionaria. E’ piantare semi di umanità in terre apparentemente sterili. E’ scommettere che un abbraccio possa valere più di mille discorsi, che una mano tesa possa aprire più porte di ogni negoziato. E’ credere (contro ogni evidenza) che in ogni cuore umano, anche il più indurito, possa ancora risuonare l’eco di quella pace che il mondo non può dare, ma che proprio per questo il mondo non potrà mai togliere. Solo così, forse, in una società lacerata, può rinascere una speranza che non sia più palliativo, ma trasformazione”.
Quindi ripercorrendo alcune fasi di questo anno giubilare il card. Zuppi si è soffermato sull’esperienza sinodale: “Un’ulteriore declinazione di questa ‘amicizia ecclesiale’, di cui abbiamo goduto in questi anni e che tanto è cresciuta, mi pare di poterla cogliere negli ultimi passi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Dalla fase dell’ascolto nel 2021 ad oggi abbiamo tessuto trame di amicizia, fatta di confronto leale anche tra opinioni diverse. Come è noto, la seconda Assemblea sinodale (Roma, 31 marzo – 3 aprile 2025) si è chiusa con una mozione unanime, che chiedeva la riscrittura del testo da votare. Da allora tutte le persone coinvolte (delegati e Comitato) hanno lavorato alacremente e con dedizione per riformulare il testo che abbiamo adesso tra le mani. Il prossimo 25 ottobre, questo testo sarà votato dalla terza Assemblea sinodale, per essere poi presentato a noi Vescovi riuniti nell’Assemblea generale di novembre (Assisi, 17 – 20 novembre 2025)”.
Il cammino sinodale richiede uno stile: “Di fronte alle fatiche incontrate nella seconda Assemblea, abbiamo voluto dare e prenderci tempo per far maturare in modo opportuno un testo che fosse davvero espressione fedele del percorso compiuto. D’altra parte, se il Cammino Sinodale finirà verosimilmente tra un mese, come vescovi ci attende un impegno delicato che va ben oltre, e riguarda i prossimi anni delle nostre Chiese: accogliere, discernere e concretizzare quanto ci verrà consegnato dall’Assemblea sinodale. Avremo davanti a noi la sfida di individuare le priorità e conseguentemente gli strumenti adatti per tradurre queste priorità, affinché le nostre Chiese diventino sempre più missionarie e comunionali. La sinodalità infatti non finisce, ma deve diventare uno stile e una serie di scelte operative, coinvolgenti, fraterne e profetiche. La sinodalità ha bisogno di tutti, di una collegialità partecipe e lungimirante e di ascoltare sempre il primato di colui che presiede nella comunione”.
Infine citando Abish Masih il card. Zuppi ha invitato a non perdere la speranza: “Anche in mezzo alle tempeste, di fronte a situazioni apparentemente insolubili, noi crediamo come quel bambino pakistano che si può rendere il mondo migliore con fede e con amore. Non restano, con la loro ingenuità, solo i bambini a sognare e a scrivere sul loro quaderno, ma noi tutti, con fede, non rinunciamo a questo sogno. Vogliamo scriverlo sul quaderno della vita! Il mondo può cambiare in profondità e divenire migliore”.
E’ stato un invito a guardare il mondo con occhi nuovi: “Anche per noi è tempo di alzare lo sguardo con speranza. C’è una gioia che accomuna chi semina e chi miete. Forse a noi spetta il compito di seminare e ad altri di mietere. Quello che è essenziale adesso è non ripiegarsi su sé stessi, ma piuttosto cogliere e valorizzare i piccoli segni che preludono a qualcosa di grande, essere portatori di speranza come i giovani che sanno costruire il loro futuro, diventare costruttori umili e tenaci di una pace giusta e di tanta fraternità tra le persone”.
(Foto: Cei)
Convegno dell’Azione Cattolica Italiana: Frassati, un santo capace di una ‘scelta religiosa’
L’Azione Cattolica Italiana, per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, prevede un afflusso di 20.000 aderenti all’associazione, come è stato sottolineato durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative in vista di domenica prossima, quando Papa Leone XIV canonizzerà Pier Giorgio Frassati insieme a Carlo Acutis. In piazza san Pietro sarà esposto il reliquiario di Pier Giorgio Frassati: si tratta di uno scrigno che contiene un frammento di indumento da lui usato.
‘Verso l’alto’ è la sintesi della sua vita e filo conduttore dell’iconografia del reliquario, mentre la corona del rosario segna il cammino in cordata verso il Cristo eucaristia sulla sommità della montagna dove Frassati precede e conduce i suoi amici e i suoi poveri. La costante presenza di Maria nella sua vita è raffigurata con l’immagine della Madonna di Oropa, santuario frequentemente visitato per lunghe soste di preghiera.
Inoltre sono presenti le lettere di san Paolo che egli portava con sé come suo prezioso vademecum per ricavarne luce e forza. Otto pietre di lapislazzulo lo ricordano come ‘l’uomo delle 8 beatitudini’, secondo la definizione data dal card. Karol Wojtyla nel 1977. L’alabastro della base e della teca intarsiata a stelle alpine, contenente la reliquia, ricorda le cime innevate e il suo amore per la bellezza della montagna; l’opera è stata eseguita da suor Maria Agar Loche, appartenente alla congregazione delle Pie Discepole del Divin Maestro.
Mentre sabato 6 settembre alle ore 17.00 nell’Aula magna della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) si svolgerà il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia. La santità di Pier Giorgio Frassati’ con la partecipazione del card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei santi; del vicepostulatore Roberto Falciola, del giornalista Luca Liverani, della presidente del Sermig Rosanna Tabasso, di Tatiana Giannone, componente dell’ufficio di presidenza di Libera, moderati dal giornalista Gennaro Ferrara, dopo l’introduzione del presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano. La giornata si concluderà con la Veglia di preghiera in preparazione alla canonizzazione, presieduta alle 20.30 dal vescovo Giuliodori nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
Introducendo la conferenza di presentazione della giornata di studio il presidente Notarstefano ha sottolineato la bellezza della sua vita: “C’è una straordinaria attualità nella bellezza di Frassati che, possiamo dire, ha vissuto una vita santa ‘a tutto tondo’. Il giovane torinese ha dimostrato che ci si può prendere cura delle amicizie, fare sport e divertirsi insieme, ma allo stesso tempo immergersi nella preghiera in profondità e dedicarsi ai più poveri, facendolo in maniera nascosta, con dedizione ecclesiale…
Frassati è entrato in profondità nella sua vita di cristiano, sapendo che da lì si anima ogni altra parte dell’esistenza, dall’impegno sociale alla professione, alle relazioni e questo per noi è il senso della ‘scelta religiosa’. La Chiesa con la sua canonizzazione ci dice che questa è la santità di cui il mondo ha bisogno oggi”.
Mentre il card. Marcello Semeraro ha definito Piergiorgio Frassati ‘un alpinista dello spirito’, che ha ispirato anche Giovan Battista Montini, “il quale pur non avendolo conosciuto direttamente lo aveva studiato e poi definito così: ‘E’ un forte’, rimandando alla radice del termine latino ‘vir’, che indica l’uomo…
E poi Pier Giorgio è un santo laico, che ci fa vedere come nell’ordinarietà della vita è possibile essere cristiani, senza ulteriori aggettivi. Fu un vero profeta del Concilio Vaticano II e papa Francesco era entusiasta di Frassati, perché suo padre, quando abitava a Torino, lo aveva conosciuto, anche se erano in due parrocchie diverse. Prima di emigrare in Argentina, volle andare a pregare sulla sua tomba. Otto giorni prima che morisse con papa Francesco abbiamo ancora parlato di Frassati”.
Mentre mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica, ha ribadito la sua capacità di ‘leggere’ il proprio tempo: “Pier Giorgio ha saputo leggere in profondità i suoi tempi, diventando un’icona significativa per ogni tempo”, sottolineando come Frassati eserciti ancora un grande fascino sui giovani, come si è potuto constatare anche durante il recente Giubileo dei giovani, quando il corpo di Frassati è stato esposto nella basilica di Santa Maria sopra Minerva.
La causa di canonizzazione è durata decenni, ma tre anni fa è arrivata la notizia del miracolo che ha accelerato il processo, come ha spiegato la dott.ssa Silvia Correale, postulatrice della causa: “Si tratta di una grazia avvenuta negli Stati Uniti ad un seminarista che si era rotto il tendine. Ha pregato il Signore per intercessione di Frassati ed, a metà della novena, ha sentito calore attorno alla gamba. Poi ha iniziato a camminare senza sentire più dolore. A novembre 2024 poi, con nostra grande gioia, papa Francesco ha autorizzato la canonizzazione che all’inizio doveva essere durante il Giubileo dei giovani”.
Inoltre da un’idea del CAI (Club Alpino Italiano) sono stati dedicati alla sua memoria i ‘Sentieri Frassati’, che sono 22 itinerari alpini di particolare interesse naturalistico, storico e religioso in ogni regione e provincia autonoma italiana, inaugurati a partire dalla beatificazione, che risale al 1990. Ora, per iniziativa dell’Azione cattolica ambrosiana, nasce anche un ‘Sentiero Frassati’ virtuale per far conoscere la sua vicenda personale, umana e cristiana. Aprendo la pagina web (https://sentierofrassati.coopindialogo.it/), sul sito dell’associazione ‘In dialogo’ si possono attivare gli audio per seguire “una sorta di dialogo fra Pier Giorgio e le altre persone del suo tempo o del nostro, che trasmettono il suo stile e le sue attività, il suo pensiero e le sue scelte, la sua umanità e la sua santità.
Un’opportunità nuova per conoscere Pier Giorgio a partire dalle fonti scritte e rivisitate nella forma di un racconto, corredato anche da alcune foto”. Con questo lavoro, l’Azione cattolica ambrosiana contribuisce allo sforzo “non solo interno alla propria associazione e alla chiesa, di diffusione del profilo del giovane Pier Giorgio Frassati, anche a nome delle altre associazioni di cui è stato parte attiva: società di San Vincenzo, Club alpino italiano e Federazione universitaria cattolica italiana”.
Infine proprio per dare un segno concreto dell’impegno di Frassati nella carità, come detto da mons. Giuliodori oggi saranno consegnate al card. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, 500 kit per l’igiene personale, per altrettanti uomini e donne in condizioni di fragilità. Sul letto di morte, Pier Giorgio scriveva su un biglietto il suo ‘testamento’: “Ecco le iniezioni di Converso, la polizza è di Sappa. L’ho dimenticata, rinnovala a mio conto”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
Il Venerabile Luigi Rocchi, quando la sofferenza ‘si tramuta in danza’
“Ho conosciuto Luigi Rocchi nel 1972 e gli sono stato vicino fino al momento della morte, avvenuta il 26 marzo 1979. Sono andato a casa sua a Tolentino, insieme ad un frate cappuccino, fra Francesco, almeno un centinaio di volte. Luigi è stata una personalità di grande livello. E’ stato in amicizia con l’allora vescovo della diocesi di Macerata, mons. Ersilio Tonini, e con il prelato di Loreto, mons. Loris Capovilla, già segretario di papa san Giovanni XXIII”.
Così è iniziata la testimonianza di Silvestro (Silvio) Profico all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, nel cammino giubilare proposto da don Rino Ramaccioni, con la collaborazione dell’Azione Cattolica diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, sul venerabile Luigi Rocchi ‘uomo di speranza’.
Il Venerabile Luigi Rocchi è nato a Roma il 19 febbraio 1932. Poco dopo la famiglia si trasferì a Tolentino, loro città di origine. Dall’età di quattro anni, iniziò a manifestare una serie crescente di patologie: cadeva continuamente; a scuola non era in grado di muoversi e di correre come gli altri bambini, finendo per essere emarginato; per ricevere la Prima Comunione, dovette avanzare verso la balaustra sorretto dalla mamma.
Gli fu diagnosticata la distrofia muscolare progressiva o morbo di Duchenne. Cominciò ad aver bisogno di un bastone per camminare, poi di due, alla fine anche una pietruzza diventava per lui un ostacolo insormontabile e per salire al piano superiore di casa i familiari dovevano caricarselo in spalla. Inoltre, a nove anni fu coinvolto in un incendio per un bombardamento aereo, che gli lasciò in eredità una completa calvizie.
Di fronte a questa situazione, ebbe inizialmente un comprensibile atteggiamento di ribellione, che produsse in lui tristezza, crisi esistenziale, abbandono della fede e completa disperazione. La sua mamma, una donna dalla fede semplice e convinta, giunse ad accettare la malattia del figlio e a tenerselo in casa, contrariamente all’abitudine dell’epoca di ricoverarlo in qualche istituto, ripetendo spesso una frase: ‘Luigino, Gesù ti ama’, che sarà l’inizio della sua conversione.
Nel frattempo, giunto in età giovanile, Luigi dovette ritirarsi da scuola, rinunciare a formarsi una famiglia, perdere il lavoro da sarto, perché non più in grado di tenere l’ago tra le dita, rinunciare alle compagnie di cui era l’anima e vivere in una cupa solitudine. Si mise a letto a diciannove anni, imprecando contro il suo destino. Ma, attingendo ai valori appresi in famiglia, in parrocchia e nell’Azione Cattolica, frequentata durante l’adolescenza, egli ebbe un moto di reazione e, con la forza disperata di un naufrago, rivolse la sua invocazione a Gesù crocifisso. La preghiera a poco a poco divenne il respiro della sua giornata.
In quel periodo iniziò a partecipare ad alcuni pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto e alle diverse iniziative dell’UNITALSI e dei ‘Volontari della sofferenza’ e strinse amicizia con altri infermi, che lo aiutarono ad accogliere la sua situazione come una speciale partecipazione all’amore di Dio e alla sofferenza di Gesù. Immerso sempre più nel mistero della croce e continuando a ‘sentirsi un niente, ma un niente visitato da Dio’, morì a Macerata il 26 marzo 1979.
Chi era Luigi Rocchi?
“A lui piaceva la frase: ‘Quando si una candela si può scegliere solo di ardere in una cantina o su un altare’; lui aveva scelto l’altare. Vedeva il mondo in una finestra, ma aveva imparato a proiettare il suo sguardo verso orizzonti infiniti: la condizione sofferente di ogni uomo o donna era per lui un orizzonte conosciuto, nel quale la sua delicatezza dell’animo si muoveva agilmente, come i piedi e le mani non potevano, in cui egli non era spettatore, ma protagonista; non un ‘povero’ da consolare, ma un consolatore. Per me è stato, ed è ancora ogni volta che rileggo le sue lettere conservate gelosamente, uno ‘scomodo’ consigliere spirituale. Dal suo letto, immobile, era coinvolto, meglio di me, nel vivo dei problemi del mondo. Era un ‘gigante’ di fede e di impegno sociale”.
Come ha conosciuto il venerabile Luigino Rocchi?
“Io facevo parte di un’associazione di solidarietà internazionale, ‘Rete Radiè Resch’, che aiutava i cristiani in Terra Santa e mons. Oscar Romero, ed un’amica di questa associazione, Gabriella Bentivoglio, conosceva Luigi e lo ha avvicinato all’associazione e da quel momento ha fatto parte dell’associazione,diventando la nostra ‘anima’ vivente, il consigliere spirituale, perché si immedesimava in tutti i problemi del mondo, pur stando inchiodato ad un letto pieno di sofferenze; però amava tutti ed aveva un legame forte in Dio e nell’umanità. Si coinvolgeva in ogni realtà. Noi sostenevamo le popolazioni della Terra Santa, del Centro America con mons. Romero, e dell’Argentina con le ‘Madri di Plaza de Mayo’. Lui, sofferente, camminava con noi, facendo sue le nostre proposte attraverso la preghiera e con i contributi scritti: è stato un gigante della fede”.
Per quale motivo era un ‘crocifisso’ vivo?
“Luigi ha ben coniugato l’amore per Dio con l’amore per il prossimo, seguendo tutti i problemi vicini e lontani: era diventato una ‘cattedra’ di alta umanità in cui Dio e l’uomo sono strettamente legati: il mare ed il vento sono di Dio, la barca ed i remi sono degli uomini, soleva ripetere. L’uomo è compartecipe della creazione di Dio e deve impegnarsi nel disegno di Dio: la Provvidenza fa la sua parte, ma ci chiede di cooperare. Ha ‘teorizzato’ il ruolo dei laici nella Chiesa: essere attivi per non dimenticare i ‘crocifissi’ vivi, perché i poveri hanno bisogno di amore e dignità, prima del pane, di giustizia e non di elemosina, in quanto affermava che era impossibile salvarsi da soli: ‘siamo in una nave e se la nave affonda tutti affogano’. Lui si è definito ‘partigiano’ della speranza, in quanto non pensava solo alla propria malattia”.
E cosa significava, per lui essere ‘partigiano’ della speranza?
“Sul suo letto c’erano i problemi di tutti. Era un maestro del ‘noi’, perché era la comunità che andava coniugata: ‘ La mia sofferenza è quella degli altri; la mia croce è l’impotenza ad aiutare gli altri’. Quindi vedeva tante necessità e non poteva fare niente, ma nutriva speranza in Dio. Il suo ‘compito’ era portare speranza e non il compatimento della sofferenza per la sua malattia. Aiutava chi era nella disperazione, come ha raccontato il card. Capovilla ad un convegno dei medici cattolici: neanche Gesù amò la croce, ma volle amare l’uomo a costo della croce. Quella di Luigi Rocchi è una testimonianza rara di speranza per un ammalato così grave”.
In quale modo il venerabile Rocchi, pur ‘inchiodato’ in un letto, si interessava del mondo?
“Noi andavamo molto spesso a trovarlo e gli abbiamo regalato anche un televisore, che non possedeva per mancanza di soldi, e da quel momento (con l’aiuto del nipote ad accenderlo) si sentiva coinvolto nelle sofferenze del mondo: si sentiva parte della comunità e cittadino del mondo. Infatti diceva che non ci si salva da soli, invitandoci ad essere solidali ed ad essere parte attiva della comunità in cui si vive. La televisione è stata una porta di accesso al mondo, scoprendo le sofferenze dell’umanità”.
(Tratto da Aci Stampa)
Accendiamo la solidarietà: donati € 18.750 alla San Vincenzo De Paoli per sostenere famiglie in difficoltà
Si è svolto presso lo Sporting Club di Monza l’evento “Accendiamo la solidarietà”, nato dalla collaborazione tra il Lions Club Monza Parco e Neoen Philanthropy, azienda francese leader mondiale nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. L’iniziativa ha permesso di raccogliere e donare18.750 euro alla Società di San Vincenzo De Paoli che individuerà e destinerà l’intera somma ai nuclei familiari di Monza e Brianza impossibilitate a pagare le bollette elettriche a causa delle difficoltà economiche.
In un momento storico in cui le famiglie hanno difficoltà ad affrontare le spese domestiche, e in particolare quelle legate alle utenze, questa donazione assume un valore simbolico e concreto di vicinanza e speranza, come evidenziato dalla Società di San Vincenzo De Paoli da sempre impegnata sul territorio e vicina ai bisogni della comunità.
“Al Nord le famiglie indigenti si sono raddoppiate e solo nel 2024 – spiega il Presidente della Società di San Vincenzo De Paoli di Monza, Stefano Bellini – il nostro impegno unito al sostegno di tanti benefattori ha permesso a 194 famiglie di uscire dalla condizione di povertà in cui erano sprofondate”. Una sinergia di intenti volta al bene comune ha consentito di avviare un’azione che contribuirà a sconfiggere la povertà e il disagio.
Il presidente del Lions Club Monza Parco, Pasquale Cammino, ha evidenziato il ruolo centrale dei Lions nelle opere umanitarie e di servizio alla comunità. I Lions Club operano da 107 anni e sono un esempio di perseveranza e impegno nella società con 1,4 milioni di soci e quasi 50.000 club presenti in 200 paesi al servizio dei bisognosi.
Nel segno della solidarietà, del servizio e della speranza la Società di San Vincenzo De Paoli e i Lions Club operano rispettivamente da 191 e 107 anni per il bene comune. Le realtà coinvolte hanno potuto unire le forze per realizzare progetti concreti a favore delle persone più fragili e propagare il bene senza spegnere la vocazione che da sempre accompagna la Società di San Vincenzo De Paoli e i Lions Club e i suoi membri: il contrasto alla povertà e all’emarginazione.
Carlo Vergani e Andrea Bartolini, promotori dell’iniziativa, hanno sottolineato come la collaborazione tra Lions e Neoen rappresenti un esempio virtuoso di impegno sociale: da una parte l’azione filantropica dei Lions, sempre attenti a servire la comunità attraverso progetti solidali, dall’altra la responsabilità sociale di Neoen, che unisce competenze tecnologiche avanzate a un impegno concreto nel sostegno delle comunità locali.
La serata ha visto la partecipazione di numerose autorità lionistiche, civili e religiose, tra cui il sindaco Paolo Pilotto, il cerimoniere del club Filippo Lavaggi. L’arciprete di Monza, monsignor Marino Mosconi, ha espresso pieno apprezzamento per l’iniziativa sottolineando quanto sia importante porre lo sguardo sulle persone bisognose. Richiamando l’impegno sociale del nuovo Pontefice Leone XIV, in continuità con gli insegnamenti della “Rerum Novarum”, il presule ha poi concluso il suo discorso con le parole di Madre Teresa di Calcutta: “Tante gocce formano il mare”.
Un momento particolarmente significativo è stato il conferimento della ‘Melvin Jones Fellows Progressiva’ a Carlo Vergani, massima onorificenza lionistica che riconosce l’impegno umanitario e la dedizione nel servizio per l’organizzazione dell’evento.
L’evento si è concluso con un momento musicale di alto livello, con l’esibizione dell’ensemble ‘Wind Rose Quartet’, specializzato in repertori per quartetti di flauti, e del giovane talento Mattia Augeri, undicenne allievo della scuola musicale dello Sporting Club, che ha eseguito con maestria brani di Beethoven e Debussy.
Dal Giffoni Film Festival un messaggio: la pace non è utopia, ma un impegno quotidiano
Premio Ercole per Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ospite della sezione ‘Impact!’ al Giffoni Film Festival, per ‘il suo instancabile impegno umanitario, testimone di un’Italia che protegge, accoglie e non si arrende’ che nell’incontro con i giffoner ha toccato molti temi (dalla situazione umanitaria a Gaza al cambiamento climatico, passando per l’emigrazione):
“Sono contento di essere qui, davanti a una platea di giovani. I giovani si dice che sono il futuro. Per me è inaccettabile. Perché sì, sono anche il futuro, ma i giovani sono soprattutto il presente. L’errore più grande che noi adulti facciamo è parlare di giovani e non parlare con i giovani… Questo incontro mi ricorda l’assemblea di istituto di oltre 30 anni fa quando nel mio liceo venne la Croce Rossa e io decisi di diventare volontario”.
Diversi i temi oggetto delle domande. Ad iniziare dalla crisi climatica e dal ruolo della Croce Rossa: “Siamo in una fase in cui non ci possiamo preoccupare più solo della prevenzione ma ci dobbiamo occupare della mitigazione, cioè di mitigare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno su di noi. Tutto questo anche per via del fatto che troppo spesso qualcuno ha messo in dubbio il cambiamento climatico”.
Al centro del dibattito, anche la criminalizzare delle organizzazioni non governative: “Negli ultimi dieci anni c’è stata una sorta di involuzione nei confronti di chi aiuta gli altri. Aiutare gli altri prima era considerato un atto da lodare, oggi quasi un atto da fessi; chiunque portava aiuto ha iniziato a essere guardato male. Eppure, noi abbiamo cercato di sottolineare davanti ai governi, inutilmente, che il portare aiuto risponde non solo al principio di portare amore alle proprie comunità, ma anche al rispetto delle convinzioni di Ginevra”.
Il riferimento è anche al portare aiuto a chi arriva dal mare, sempre “in base a convenzioni che gli Stati hanno firmato. Parliamo, cioè, di impegni che lo Stato ha preso. Invece, quanto ai migranti, è passata l’idea che chi viene è un fannullone e chi aiuta sta aiutando fannulloni. Niente di più falso”. Valastro ha ricordato che la Croce Rossa Italiana è presente nei porti di diverse città, “a Lampedusa e non solo. Quando arrivano quelle persone, le situazioni di violenza a sconforto che ascoltano volontari e operatori sono tante. Prendersela con chi aiuta è incomprensibile non solo sotto un profilo umano, ma ancora prima sotto un profilo logico”.
Il discorso è arrivato inevitabilmente alla situazione in corso nella Striscia di Gaza: “Non è mai troppo tardi perché qualcuno possiamo salvarlo ma quello che sta succedendo quasi nel silenzio istituzionale è irrazionale… Nella Striscia di Gaza è iniziato qualcosa che va fuori dalle regole. Ovviamente va fuori dalle regole l’attacco di Hamas e il fatto che Hamas abbia torturato e tenga ancora in ostaggio le persone. Ma è fuori dalle regole attaccare la popolazione civile addirittura mentre sta andando a prendere gli aiuti umanitari. E’ fuori dalle regole non consentire alla Croce Rossa di portare aiuti. E’ fuori dalle regole bombardare ospedali: attaccare un ospedale ha come scopo solo creare sofferenza ulteriore”.
Infine ha invitato a non assuefarsi al male: “Non credo che ci possiamo assuefare a una cosa del genere, non credi sia possibile. E se lo credessi dovrei togliermi l’emblema che porto e fare un’altra cosa… Stiamo cercando di spingere il governo israeliano a farci rientrare. Lo stiamo facendo in silenzio”.
Inoltre il tema di #Giffoni55 si è amplificato per una missione capace di costruire un futuro, come sottolineano il presidente onorario Generoso Andria e la direttrice Alfonsina Novellino: “In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio del cuore è un atto rivoluzionario. La fede è luce nei momenti bui, la pace è il dono più grande che possiamo coltivare e trasmettere. Con piccoli gesti, con parole sincere, con la forza dell’ascolto e della speranza, possiamo essere strumenti d’amore.
Che ogni giorno sia occasione per tendere la mano, per scegliere la gentilezza come forma di coraggio. Fondazione Aura crede in un mondo dove la pace non è utopia, ma impegno quotidiano. Un mondo dove la fede diventa azione, e l’amore per l’altro diventa strada da percorrere insieme”.
Infatti nell’ambito di questa finalità sociale, si inserisce il Premio AURA, rappresentate la Nike di Samotracia. Maestosa, protesa in avanti, avvolta dal vento della storia e del destino, la Nike di Samotracia è da secoli simbolo universale di vittoria. Non una vittoria qualunque, ma quella che nasce dal movimento, dalla resistenza, dalla bellezza dell’agire umano in armonia con lo spirito e il tempo. Da questa potente immagine prende forma il Premio AURA, concepito come un riconoscimento autentico e profondo a chi incarna i valori della forza, della costanza, della condivisione e dell’unione.
Ad introdurre l’incontro è stato il fondatore e direttore di Giffoni, Claudio Gubitosi, che ha ricordato il lungo percorso di collaborazione con Fondazione Con il Sud e con l’impresa sociale Con i Bambini, nato con il progetto ‘Sedici modi di dire ciao’: “Abbiamo scelto di lavorare nelle regioni che amiamo di più, quelle che hanno più bisogno di noi. Luoghi che ci riportano alle nostre origini, a una povertà che era dignitosa. Abbiamo fatto tanto e bene. Ringrazio il Dipartimento Progetti Speciali, guidato da Marco Cesaro, per il lavoro svolto in questi anni”.
Ad illustrare il senso e lo spirito della campagna Ortensia Ferrara, responsabile dei Progetti Editoriali e Comunicazione di Con i Bambini: “Non sono emergenza nasce dall’idea che i ragazzi non sono un problema da gestire, ma protagonisti da ascoltare. Abbiamo usato strumenti diversi: una panchina per raccogliere storie, cartoline, pubblicazioni come quello di Carlo Beorchia. Immagini e video per raccontare la loro ricerca di benessere psicologico, è stata la linea dominante della campagna”.
Visibilmente emozionata la regista Arianna Massimi, ha condiviso la genesi del documentario: “E’ un progetto che nasce da me adolescente. Ho voluto raccontare un mondo interiore fatto di difficoltà che ho vissuto in prima persona. La salute mentale è un tema da affrontare anche in termini collettivi, quasi epidemici. Con questo lavoro ho voluto dare forma alla dimensione condivisa del dolore e della fragilità. Era giusto e necessario che ‘Non sono emergenza’ fosse una campagna online perché doveva utilizzare proprio quegli strumenti che spesso amplificano condizione di disagio”.
A chiudere l’incontro, le parole del fotografo Riccardo Venturi, che ha ideato e partecipato alla campagna con i suoi scatti: “Questi ragazzi sono, oserei dire, la parte sana di una società malata. Hanno il coraggio di metterci la faccia anche per noi. Con le loro testimonianze non hanno solo voluto lanciare un grido di dolore, ma dare uno squillo di tromba, suonare la sveglia ai loro coetanei, a chi vive la loro stessa condizione, il loro stesso disagio ma non lo esprime”.
(Foto: Giffoni Film Festival)
Attilio Momi è il nuovo Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto – Società di San Vincenzo De Paoli ODV
Cambio al vertice per il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Attilio Momi è stato ufficialmente nominato nuovo Presidente, assumendo un incarico di grande responsabilità all’interno di un’organizzazione che, da anni, opera silenziosamente a fianco delle persone più fragili del territorio.
Nel suo primo intervento da neo eletto, il Presidente Momi ha voluto esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e sostegno: “Sono ottimista e carico per il lavoro che ci apprestiamo a fare insieme ai membri dell’Ufficio di Presidenza e alle Conferenze della nostra Diocesi. Si tratta di un impegno prezioso, rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà, con una visione che considera l’aiuto non come semplice assistenza, ma come accompagnamento in un percorso di miglioramento e crescita”.
Parole che delineano chiaramente l’approccio che il nuovo Presidente intende promuovere in linea con il carisma della Società di San Vincenzo De Paoli: non solo fornire aiuti materiali, ma costruire relazioni di vicinanza e percorsi di rinascita per chi si trova in situazioni di disagio. Durante la cerimonia di nomina, Attilio Momi ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare anche alla Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, e al Consigliere Spirituale, Don Andrea Forest, entrambi presenti.
“La loro presenza è stata per tutti noi un forte segno di comunione e sostegno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza della collaborazione tra i vari livelli dell’organizzazione e del sostegno spirituale che accompagna il servizio quotidiano dei volontari vincenziani. Con la nomina di Attilio Momi, il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto si appresta dunque a intraprendere un nuovo inizio, nel solco dei valori dell’Associazione e con lo sguardo rivolto al futuro per continuare a essere un punto di riferimento concreto e umano per chi vive situazioni di solitudine, povertà o emarginazione e non solo.
Si intende contribuire alla costruzione di un tessuto sociale più giusto e inclusivo con progetti mirati che agiscono su diversi fronti. Spiccano due iniziative di particolare rilievo: il progetto sulla legalità nelle scuole ‘ScegliAmo Bene –Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ ed il corso di italiano per mamme straniere, ‘Italiano in Movimento’.
“Intendiamo abbracciare il progetto ‘ScegliAmo Bene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Settore Carcere e Devianze”, confida Attilio Momi. L’iniziativa è rivolta alle scuole italiane e attraverso incontri, dibattiti elaboratori, accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’importanza delle scelte consapevoli, del rispetto delle regole e del bene comune.
“In un contesto sociale segnato da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questa azione educativa rappresenta un seme di speranza per costruire una comunità più responsabile e coesa” ha specificato il Presidente Momi. Il progetto ‘Italiano in Movimento’ è stato avviato dalla Conferenza di Oderzo. Si tratta di un corso di lingua italiana rivolto a mamme straniere e rappresenta un importante strumento di integrazione, di sostegno concreto e personalizzato alle donne assistite. Il corso favorisce l’incontro tra culture diverse e sostiene le partecipanti nell’acquisizione di competenze linguistiche fondamentali per la vita quotidiana e l’inserimento sociale.
“Accanto ai progetti culturali ed educativi – dichiara Attilio Momi – il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto intende proseguire nella valorizzazione del patrimonio costruito nel tempo insieme alle singole Conferenze. L’attenzione alla persona, nelle sue molteplici dimensioni e necessità, continuerà a rappresentare la nostra priorità. A tal fine verrà mantenuta una stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, i benefattori locali e le realtà del volontariato.
Saranno inoltre promosse nuove iniziative rivolte in particolare alle giovani generazioni, come borse di studio e contributi per il trasporto scolastico, con l’obiettivo di sostenere concretamente il diritto allo studio e accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e formativa”, conclude.
Un insieme di azioni e progetti che mettono in luce la varietà e la profondità dell’impegno quotidiano del Consiglio Centrale che opera nel segno di una solidarietà concreta. L’Ufficio di Presidenza e tutte le Conferenze della Diocesi guardano con fiducia al nuovo corso, certi che sotto la guida del neo Presidente si proseguirà nel cammino di servizio e dedizione che da sempre caratterizza questa storica realtà.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Pier Giorgio Frassati, santo con Acutis il 7 settembre
Il 7 settembre, insieme a Carlo Acutis – di cui molto si è parlato in questi anni – un altro giovane, seppure di un’epoca diversa, sarà dichiarato santo. Ci riferiamo a Pier Giorgio Frassati, torinese e di famiglia benestante, che ha speso la sua vita per i poveri e si è battuto per la giustizia sociale.
A questa figura, di cui ricorre il centenario della morte proprio in questo anno giubilare, Editrice Punto Famiglia ha dedicato un libro appena uscito: Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette (scritto da Giovanna Abbagnara, Paola Ciniglio, Cecilia Galatolo).
È stato un laico, studente di ingegneria, che aveva il desiderio di entrare nel mondo del lavoro per cambiarlo dall’interno, per difendere i diritti dei lavoratori più sfruttati. Molti gli dicevano che avrebbe potuto anche non studiare e non lavorare, vivendo di rendita, dato che la sua famiglia era ricchissima, ma per lui il lavoro non era un mezzo per accumulare e nemmeno aveva solo il fine del sostentamento: lo vedeva come una missione, voleva fare la sua parte per migliorare la realtà, per santificare le attività quotidiane.
Frassati vide nascere la dittatura di Mussolini e ben presto ne ebbe un’opinione molto negativa: invitava tutti a non scendere a compromessi con il regime. Era un ragazzo profondo, sensibile, che amava leggere ed era assetato di verità: voleva capire sempre di più il mistero dell’essere umano.
Si interessava particolarmente di questioni sociali. Al termine della prima grande guerra (1918), i problemi erano molteplici e si respiravano ancora fortissime tensioni politiche. Pier Giorgio, che desiderava contribuire ad un futuro di pace e di fratellanza, credeva nei valori dell’uguaglianza e della libertà. Per lui, non dovevano esistere divari ingiusti tra persone estremamente ricche e altre che vivevano nella miseria. Sosteneva che i beni dovevano essere distribuiti equamente.
Non bastava neppure che i più benestanti fossero caritatevoli: i problemi legati alla disparita sociale andavano risolti sul piano dell’ordinamento sociale. Si aggregò al Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. Dopo un periodo di ‘quarantena’, dovuta al fatto che era imparentato con il Frassati notissimo liberale, fu accolto nel partito.
Non occupò mai posti di prima linea, dava, piuttosto, la sua disponibilità nei servizi più umili, come andare con le “squadre volanti” ad appendere manifesti di notte. Promuoveva il partito negli oratori ed era pronto a portare calma se si accendevano delle discussioni con attivisti di altri partiti.
Frassati è un grande esempio di umiltà anche per noi oggi, che spesso siamo alla ricerca di successo, di visibilità, di approvazione. Forse disprezziamo le mansioni più umili, sentendoci feriti nell’orgoglio quando ci vengono affidati compiti di “poco conto”.
Per Frassati, che mai ostentò le sue origini, molto invidiate, ogni atto di servizio fatto con amore era importante. Lui che viveva in una società che divideva le persone in strati, che aveva respirato in casa e con gli amici di famiglia la presunta superiorità del suo ceto sociale era in grado di non fare distinzioni, di andare all’essenziale. Diceva “sì” a quei compiti più snobbati, perché sapeva che la grandezza della vita non si misura col metro di misura del prestigio, ma dalla capacità di amare.
Morì per una poliomielite, probabilmente presa per aiutare i poveri del suo quartiere. Una folla grandissima prese parte ai funerali di Pier Giorgio: c’erano gli amici, i poveri che aveva assistito e amato, ma anche dei personaggi di rilievo, dato che apparteneva a una famiglia particolarmente in vista. Ci fu qualcuno che, per lo stuolo di persone che si erano presentate, paragonò i funerali del Frassati a quelli di San Giovanni Bosco, un santo molto amato, soprattutto a Torino.
Fu dichiarato beato da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990 e si appresta ad essere canonizzato da Papa Leone XIV. Di fronte alla fama di santità, che crebbe subito dopo la morte, fu il padre il primo a convertirsi: vedendo quanto amato fosse suo figlio disse che, fino a quel momento, non aveva mai conosciuto davvero suo figlio…
Papa Leone XIV all’Ordine di Malta invita ad essere testimoni di Gesù
“Sono particolarmente lieto d’indirizzarvi questo mio messaggio in occasione della celebrazione della solennità di San Giovanni Battista, protettore del vostro Ordine religioso, che ne porta il nome. La Chiesa vi ringrazia per tutto il bene che fate lì dove c’è bisogno di amore, in situazioni talvolta molto difficili”: ieri, festa di san Giovanni Battista papa Leone XIV ha indirizzato una lettera ai membri del Sovrano Militare Ordine di Malta, in cui ha ricordato l’importanza di discernere i segni dello Spirito per non cadere nella mondanità.
Per questo ha ricordato quale è stata la missione del Battista: “Possiamo dire che san Giovanni Battista fin da prima della sua nascita ha adempiuto la missione ricevuta da Dio di essere annunciatore di Gesù. Lo farà con radicale austerità durante tutta la sua vita. La sua idea di Messia all’inizio era ancora troppo legata a quella di giudice rigoroso”.
Però anche lui è stato chiamato a convertirsi per dare testimonianza: “Gesù lo aiuta a cambiare prospettiva, a convertirsi, innanzitutto quando si presenta a lui chiedendo di essere battezzato, umilmente mischiato tra tanti penitenti. Dopo questa manifestazione, Giovanni indica Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Seguendo il suo invito, due dei suoi discepoli si fanno discepoli di Gesù. Ed il Battista, dando la sua vita nell’affermazione della verità, si farà testimone di Gesù, che è la Verità”.
Per tale sua missione è patrono dell’Ordine di Malta: “San Giovanni Battista, vostro celeste Protettore, deve illuminare la vostra vita e la missione che nella Chiesa siete chiamati ad adempiere per azione dello Spirito Santo. Il vostro Ordine ha come finalità la tuitio fidei e l’obsequium pauperum”.
Quindi il papa ha sottolineato questi due particolari ‘doti’: “Due aspetti di un unico carisma: la fede che viene propagata e tutelata nella dedizione amorosa ai poveri, agli emarginati, a tutti coloro che hanno bisogno del sostegno, dell’aiuto altrui. Non limitarsi a soccorrere le necessità dei poveri, ma annunciare loro l’amore di Dio con la parola e la testimonianza. Se venisse a mancare questo, l’Ordine perderebbe il proprio carattere religioso e si ridurrebbe a essere un’organizzazione a scopo filantropico”.
L’amore può essere ricevuto solo se ci si abbassa: “L’amore che ognuno di noi deve offrire agli altri è quello che si pone al livello di chi lo riceve, così come ha fatto Gesù che si è messo al nostro livello, solidale con chi è disprezzato, con coloro ai quali è tolta la vita perché considerata di nessun valore.
Perciò Gesù può ricevere una risposta d’amore da noi, perché in questo suo abbassarsi ci comunica il suo amore, che possiamo restituire a Lui nella gratitudine. Così è con il povero. Se lo amiamo mettendoci al suo livello, l’amore che gli comunichiamo ci ritorna nella sua gratitudine, fatta non di umiliazione, ma di gioia. E’ questa la tuitio fidei, perché così facendo voi trasmettete concretamente la fede in Dio amore, offrendo l’esperienza della sua vicinanza”.
Insomma è una ‘resistenza’: “Anche Gesù è stato tentato in questo, quando il maligno ‘gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria’ e gli promise di darglieli, se lo avesse adorato. Ma allora Gesù non sarebbe più stato il Servo sofferente di Dio, che nell’umiltà si spoglia di ogni potere mondano per conquistare, con l’amore, l’amore dell’uomo. Gesù riafferma, anche in questa tentazione particolarmente subdola, la supremazia di Dio e non si vende alla potenza di questo mondo. Se avesse acconsentito alla tentazione, Gesù avrebbe adottato dei mezzi illeciti e non avrebbe conseguito il fine posto dal Padre alla sua missione”.
Tale missione è chiesta anche all’Ordine di Malta: “L’Ordine di Malta, nel corso della storia, ha assunto a seconda delle contingenze mezzi differenti, che però vanno vagliati nella loro validità attuale per raggiungere il fine di tuitio fidei e obsequium pauperum.
Lungo i secoli, l’Ordine ha assunto una sempre maggiore rilevanza nell’ambito internazionale, un tipo del tutto particolare di sovranità, con prerogative in tale ambito che devono necessariamente essere funzionali alla finalità di tuitio fidei e obsequium pauperum”.
Per tale motivo il papa ha esortato a non tralasciare tali prerogative: “Se tali prerogative venissero da voi usate lasciandovi attrarre nella mondanità, magari senza accorgervene, proprio per l’illusione che la mondanità comporta, correreste il pericolo di agire perdendo di vista il fine. E’ da fare continuamente nostro quanto insegnato da Gesù, che non ha chiesto al Padre di toglierci dal mondo, perché ci manda nel mondo, ma che non siamo del mondo come Lui non è del mondo; e ha chiesto al Padre che ci custodisca dal maligno”.
Mentre a Torino, il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, ha evidenziato il valore di una nascita: “Nel riportare la notizia della natività di Giovanni il Battista, l’evangelista Luca non spende molte parole. Gliene bastano pochissime. Liquida la questione in un solo versetto. Sembra decisamente più interessato a rilevare quali siano i sentimenti e le reazioni di chi fa i conti con l’assolutamente inedito di quella nascita: gli astanti, i parenti, i vicini. Quasi a dirci che la natività di Giovanni come quella di ogni cucciolo d’uomo avviene solo laddove si crei uno spazio di attesa, di accoglienza calda, di apertura fattiva alla novità imprevedibile che ogni nuovo nato rappresenta e porta con sé”.
Un’omelia che ha affrontato la responsabilità degli adulti: “Quasi a dire che non ci può essere sopravvivenza di nessun infante se non c’è riconoscimento, cura e presa in carico da parte del mondo degli adulti. Quasi a rimarcare ciò che non avrebbe neppure bisogno di essere rimarcato, tanto è inscritto nelle fibre del nostro essere, ma che può essere oscurato ad ogni generazione dal peccato degli uomini, quello che Bonhoeffer descrive in maniera lucida come il cor in se curvum: che, cioè, la vita umana, perché si dia e ci sia, perché cresca e perché si esprima, domanda che qualcuno vi si chini sopra benevolmente, vi si accosti con meraviglia, la accolga con senso di responsabilità, con attesa indifesa e con la decisione ferma e tenace di mettere a disposizione ad ogni passo tutto ciò che quella vita richiede per essere custodita, protetta, alimentata, fatta crescere, educata”.
Infatti ogni nascita comporta una responsabilità adulta: “Quasi a dire, in definitiva, che solo se ci sono donne e uomini adulti capaci di non avere paura e di accogliere la libertà inedita che ogni nuovo nato rappresenta, solo allora può esserci davvero e fino in fondo la nascita e la presa in carico di un nuovo essere umano.
Forse per questo Luca è così spiccio nell’annotare la natività del Battista, mentre si sofferma più a lungo a rimarcare il senso di gratitudine e di profonda gioia che essa inietta attorno a sé. Una gratitudine e una gioia tanto più intense quanto più esprimono il riconoscimento della straordinarietà di quella nascita: Giovanni è infatti il frutto dell’attenzione e della misericordia di Dio verso il suo popolo”.
Per diventare adulto è necessaria l’educazione: “Non solo. L’evangelista riassume tutta la fanciullezza del Battista con parole altamente simboliche. Il fanciullo cresce e si fortifica nello spirito, abitando regioni desertiche, luoghi cioè che per lungo tempo lo rendono invisibile agli occhi dei più. Ma questo tempo non è infinito. Arriva il giorno in cui si manifesta davanti a Israele. Il verbo, nel testo greco originale, è molto significativo: indica il momento del manifestarsi, ma anche del prendere il proprio compito, dell’assumere la propria funzione pubblica”.




























