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Per la giornata di Dialogo tra cattolici ed ebrei Rav Abib sottolinea l’importanza del dialogo
Ha per titolo ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Sessant’anni di Nostra Aetate’ il sussidio predisposto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi con l’obiettivo di offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Per questa giornata anche il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib, ha sottolineato il valore del passo biblico scelto: “Il passo biblico scelto quest’anno come tema di riflessione per la Giornata del dialogo ebraico cristiano è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini”.
Tale passo biblico è un’occasione per una ripresa del dialogo dopo momenti di incomprensioni: “Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Il messaggio biblico di questa Giornata non è isolato nel dialogo con la ‘stirpe di Abramo’: “Questo annuncio viene infatti nuovamente espresso dal Signore allo stesso patriarca Abramo in altre due circostanze: lo ritroviamo allorquando gli manifesta l’intenzione di punire le città malvagie, Sodoma e Gomorra, un passo in cui Abramo è chiamato dall’Eterno a rappresentare la massima sensibilità morale che deve animare la sua discendenza”.
Queste parole sono rivolto anche ad Isacco: “Il richiamo universale viene poi rivolto al secondo patriarca, Isacco, quando il Signore gli conferma la promessa di benedizioni già espressa ad Abramo, qui si evidenzia il fatto che nella stessa benefica ricaduta per tutti i popoli sarà compresa anche la promessa della terra”.
Ugualmente a Giacobbe: “Infine la stessa visione universale viene annunciata anche al terzo patriarca, Giacobbe, quando sta per iniziare il suo percorso lontano dalla casa paterna, un percorso che forse anticipa l’esperienza di dispersione del popolo ebraico… La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele”.
Quindi la benedizione è un bene: “Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti. Un compito così impegnativo per il quale il popolo ebraico è posto costantemente sotto il monito e il giudizio dell’Eterno, come testimoniano tante pagine della Torà e le parole dei Profeti biblici; le une e le altre hanno sviluppato nel popolo ebraico una sincera capacità di autocritica che opera in maniera profonda e incisiva anche a prescindere dalle critiche che pervengono dall’esterno”.
Quindi una miglior conoscenza della propria identità aiuta a riprendere il dialogo: “La migliore conoscenza delle nostre identità, in cui ci è utile, per alcuni aspetti importanti, il passo biblico proposto alla riflessione, può aiutarci a riprendere il dialogo con maggiore chiarezza e con più ampia fiducia, affrontando nelle forme e nelle sedi opportune i temi su cui si sono registrate le sensibilità più discrepanti, particolarmente legate al tragico conflitto in Israele e a Gaza. In termini generali consideriamo importante prendere atto che si condividono alcuni problemi di grave e urgente attualità”.
E’ un invito a contrastare l’antisemitismo: “Riteniamo che l’impegno contro l’antisemitismo, in crescita esponenziale per numero e gravità degli eventi, non sia solo interesse delle comunità ebraiche, si tratta di contrastare elementi distruttivi che corrodono le basi etiche della società e inoculano pensieri distorti che confondono le coscienze. Anche la delegittimazione dello Stato d’Israele, cui sempre più spesso assistiamo, dovrebbe costituire una comune preoccupazione, si accompagna infatti a giudizi superficiali degli eventi in corso e soprattutto a una lettura parziale e distorta di fatti essenziali della storia, tutti elementi negativi che allontanano dalla ricerca obiettiva delle cause del conflitto e da possibili contributi alla ricerca della pace”.
Nella lettera Rav Alfonso Arbib ha evidenziato che compito delle fedi devono contribuire alla pace attraverso il dialogo: “Infine è opportuno ricordare che esistono molti temi che angosciano l’umanità su cui le religioni possono e in alcuni casi devono far sentire la propria voce; ci sono situazioni intollerabili di fame, miseria, malattie diffuse e mortalità infantile, ci sono interrogativi sullo sviluppo della civiltà compatibile con i limiti e le condizioni che la scienza ritiene indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta, ci sono dubbi e incertezze sull’utilizzo delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli”.
Alla Pontificia Università Auxilium incontro sui ‘mondi adolescenti’
Da sempre l’adolescenza è un tempo sospeso alla ricerca di identità e di senso, che oggi chiede urgenti risposte dagli adulti, in una società frammentata attraversata da una rivoluzione digitale in essere, dove i giovani sono una minoranza che rischia l’emarginazione. Il Convegno, organizzato stamane alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium», sul tema “Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso”, promosso nell’ambito di un progetto interdisciplinare cerca di ascoltare il disagio e le potenzialità degli adolescenti. «Nel lasciarci interpellare – ha affermato la preside, prof.ssa Piera Ruffinatto, introducendo i lavori – riflettiamo su come saper ascoltare per cogliere segnali, accogliere domande implicite e tracce di desiderio, talenti e risorse».
“Vite funamboliche” quelle dei giovani oggi, è l’immagine suggestiva scelta dalla dott.ssa Valentina Culotta, pedagogista e formatrice, per la sua relazione di apertura. «In un tempo di solitudini, precarietà e mancanza di futuro, – ha osservato Culotta – gli adolescenti non si arrendono: resistono, cercano appigli per aggrapparsi al mondo alla ricerca di barlumi di senso. Lo fanno spesso attraverso linguaggi e pratiche che sfuggono agli occhi adulti, dentro fenomeni culturali che siamo tentati di liquidare come superficiali, incomprensibili o persino pericolosi».
Tutto ciò accade mentre «viviamo immersi in una retorica della positività che non lascia spazio al dolore: non è quasi permesso dire che si sta male, pena essere travolti da discorsi motivazionali sul ‘dare il massimo’ e ‘superare i propri limiti’». Per cui «gli adolescenti di oggi costruiscono sé stessi in un orizzonte in cui si sentono costantemente “non abbastanza”, immersi in una tempesta di stimoli, informazioni e aspettative… Sono figli di adulti disorientati, che hanno rifiutato modelli educativi autoritari senza aver ancora trovato alternative solide. Adulti che crescono figli in un mondo precario, spesso costruendo bolle protettive che generano ansia invece che sicurezza».
Per questo, forse, – ha concluso Culotta «il gesto più radicale oggi è perdere tempo: esplorare senza l’ansia di capitalizzare le energie, vivere il presente per riaprire la strada all’immaginazione del futuro. Perché solo imparando a stare nel presente, a sentirsi vivi, è possibile tornare a desiderare».
A prendere la parola è stato poi il prof. Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta della Pontificia Università Salesiana. «Affinché il futuro torni ad essere “possibile” e “abitabile” – ha premesso – cioè meno minaccioso e inospitale, occorre aiutare i giovani sempre più soli e senza riferimenti valoriali… a reimparare ad immaginarlo, anticiparlo, progettarlo, giorno per giorno, esercitando la propria capacità di scelta».
«Complessivamente – ha aggiunto Ricci – si può dire che sia in crisi la naturale vocazione educativa degli adulti, che hanno smarrito il senso dell’educare ancor prima che la pratica dell’educazione, che diviene un impegno che schiaccia e di cui non si coglie il profondo valore umano; in effetti oggi si parla di educazione citando la fatica che essa comporta, quasi mai ricordando anche la bellezza e la ricchezza umana che tale esperienza offre».
«L’imprescindibile esigenza dell’educare si trasforma – ha concluso Ricci – non in una sfida impossibile o in un’emergenza insormontabile, ma nell’imprescindibile bellezza di comunicarci a vicenda, da adulti quali siamo, un pezzo di quel sapere autentico ed esperienziale che si chiama educazione e la cui rotta è, da sempre, ordinata a dar sapore alle nostre umane esistenze, ovvero a condurle a raggiungere la loro piena statura di umanità».
A moderare il dibattito, Pierluigi Ceccalupo, psicologo e pscoterapeuta, della Facoltà Auxilium. «Accompagnare gli adolescenti oggi significa riconoscere – ha ricordato – che i processi identitari non si sviluppano nel vuoto, ma si radicano nella relazione e non solo nella relazione simbolica o affettiva, ma anche e soprattutto nella relazione fisica, incarnata, concreta. Il corpo, lo sguardo, la presenza dell’altro sono elementi insostituibili nella costruzione di sé». «Gli adolescenti hanno diritto a connettersi, certo, ma hanno anche bisogno di adulti presenti, non solo funzionali. Troppo spesso ci lasciamo sostituire da schermi e dispositivi, delegando la nostra presenza a una notifica o a un messaggio vocale».
Papa Leone XIV: Dorothy Day ha preso posizione per i poveri
“Per molti di voi essere oggi a Roma è la realizzazione di un grande desiderio. Per chi vive un pellegrinaggio e arriva alla meta è importante ricordare il momento della decisione. Qualcosa, all’inizio, si è mosso dentro di voi, magari grazie alla parola o all’invito di qualcun altro. Così, il Signore stesso vi ha presi per mano: un desiderio e poi una decisione. Senza questo, non sareste qui. E’ importante ricordarlo”: citando Dorothy Day, attivista statunitense che cambiò la sua vita dopo l’incontro con il cattolicesimo, dedicandosi completamente agli scartati del primo Novecento e diventando una promotrice di riconciliazione, nell’udienza giubilare di oggi papa Leone XIV ha sottolineato che la pace è prendere posizione dove la dignità umana è calpestata.
Nell’udienza il papa ha sottolineato che Gesù è venuto a ‘portare il fuoco’: “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace”.
La pace di Gesù è il ‘fuoco’ del Vangelo: “A volte vorremmo essere lasciati in pace’: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo”.
Ed ecco l’esempio di Dorothy Day: “Vorrei ricordare una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide”.
L’esempio della scrittrice americana è importante in quanto ha preso posizione a favore dei poveri: “Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione. Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione”.
Il suo ‘fuoco’ ha accesso in molti la carità: “Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco. Che il Giubileo lo ravvivi in noi e in tutta la Chiesa!”
E nel videomessaggio inviato ai partecipanti al convegno ‘Sin identidad no hay educación’, a Madrid il papa ha sottolineato il valore dell’identità educativa cristiana: “L’identità cristiana non è un sigillo decorativo o un ornamento, ma il nucleo stesso che dà significato, metodo e scopo al processo educativo”.
Quindi l’educazione è la stella polare: “Come accade ai marinai, se la stella polare è persa di vista, non è raro che la nave vada alla deriva. Per l’educazione cristiana la bussola è Cristo. Senza la sua luce, la propria missione educativa si svuota del senso e diventa un automatismo senza quella capacità trasformativa offerta dal Vangelo. Pertanto, si tratta di rispondere pienamente a una vocazione e a un progetto totalmente originale, che si incarna nelle pratiche, nel curriculum e nella comunità educativa stessa”.
E l’identità è fondamentale per l’educazione: “Né l’identità è né un accessorio né un trucco che è reso visibile con rituali isolati e nemmeno con meccanismi ripetitivi, privi di vitalità. L’identità è il fondamento che articola la missione educativa, definisce il suo orizzonte di significato e guida le sue pratiche quotidiane, sia nel modo di insegnare che nel modo di valutare e agire. Quando l’identità non informa le decisioni pedagogiche, rischia di diventare un ornamento superficiale che non riesce a sostenere il lavoro educativo di fronte alle tante tensioni culturali, etiche e sociali che caratterizzano i nostri tempi di polarizzazione e violenza”.
Per questo l’educazione è il nesso che collega fede e ragione: “Un’educazione genuina, quindi, promuove l’integrazione tra fede e ragione. Non sono poli opposti, ma percorsi complementari per comprendere la realtà, formare carattere e coltivare l’intelligenza. Di conseguenza, è essenziale che nell’esperienza educativa vengano promossi metodi che coinvolgono la scienza e la storia, così come l’etica e la spiritualità. Questo è pienamente dato in una comunità educativa che è come una casa. Una vera collaborazione tra la famiglia, la parrocchia, la scuola e le realtà territoriali accompagna specificamente ogni studente nel loro cammino di fede e di apprendimento”.
Nel ricordare il documento conciliare ‘Gravissimum Educationis’ il papa ha concluso il messaggio affermando che l’educazione è fondamentale per la Chiesa: “Alla conclusione di questo messaggio, è evidente che l’azione educativa della Chiesa (effettuata attraverso le scuole e le attività formative) non è semplicemente un lavoro filantropico lodevole per soddisfare o sostenere un bisogno sociale, ma è una parte essenziale della sua identità e missione. Pertanto, vi incoraggio a impegnarvi coraggiosamente e a guardare avanti con quella speranza vivente che si rinnova ogni giorno nella vostra passione educativa”.
(Foto: Santa Sede)
All’Auxilium un incontro per riflettere sui Mondi adolescenti
I mondi degli adolescenti sono tanti in una società contemporanea contrassegnata da realtà profondamente diverse, dove i giovani sono una componente minoritaria (sotto il 10% in Italia) rispetto agli adulti e agli anziani, mai cosi numerosi nella storia dell’umanità. A questa realtà in essere è dedicato il percorso interdisciplinare offerto, in questo anno accademico 2025/26, dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium.
‘Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso’ è il tema del secondo incontro pubblico, che avrà luogo sabato 22 novembre, nella sede dell’Ateneo, dalle ore 9.00 alle ore 12.30, e che sarà possibile seguire anche in diretta streaming sul Canale YouTube della stessa Facoltà.
Partendo dall’interrogativo: ‘Come si costruisce l’identità di un adolescente?’, a confrontarsi saranno Valentina Culotta, pedagogista dell’Università degli Studi di Milano Bicocca ed Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta della Pontificia Università Salesiana. A moderare il dibattito sarà Pierluigi Ceccalupo, psicologo e psicoterapeuta, della Facoltà Auxilium.
I relatori saranno impegnati a riconoscere le sfide che interpellano gli adulti per sostenere la crescita dei giovani, specie nell’età dai 14 ai 19 anni, che dovrà gestire il futuro prossimo del Paese. La prof.ssa Culotta ha scelto questo titolo per il suo intervento: ‘Vite funamboliche. Educare al senso nell’epoca della precarietà’. Il prof. Ricci si soffermerà su ‘Ripartire dai bisogni degli adolescenti. Dal vuoto esistenziale alla ricerca di senso’.
Il prof. Ceccalupo orienterà la discussione ponendo in evidenza alcune caratteristiche dei nostri tempi che influenzano grandemente i giovani: la frammentazione e la ricerca di coerenza, l’iperconnessione e il bisogno di intimità, la solitudine e il desiderio di essere visti: “Non si cercano risposte definitive – spiega Ceccalupo – ma domande generative perché ogni adolescente è un mondo da incontrare, non da spiegare e ogni incontro autentico è già in sé un atto educativo”.
In un contesto generale dove gli adolescenti sono ritenuti per lo più un ‘problema’ da risolvere e soprattutto da gestire con grandi difficoltà, la Facoltà Auxilium invita i sistemi scolastici e i circuiti educativi ad aggiornare i tradizionali approcci di relazione, perché le ragazze e i ragazzi non sono “altro” ma parte dello stesso contesto sociale popolato da una umanità disorientata.
Che cosa di loro ci riguarda? Cosa dice a noi, di noi, il loro disagio? Come essere al loro fianco per prevenire sofferenza e promuovere bene-essere e bene-stare? Come accompagnarli nell’adolescenza, da sempre dominata da forti emozioni e desiderio di sperimentare, che oggi ‘rimpalla’ tra fisico e digitale?
Cristianesimo nella storia: quale potere?
La rivista ‘Studia patavina’ dedica un focus a un tema vivo e attuale: il nesso fra cristianesimo e potere. Un rapporto sempre nell’atto di costruirsi, in un processo non sempre del tutto lineare; condizione per una chiesa nel mondo fedele alla sua vocazione e per una realtà politica e sociale rispettosa della dignità di ogni vita.
È in uscitaun nuovo numero di Studia patavina (1/2025), la rivista della Facoltà teologica del Triveneto, che presenta un focus dal titolo Cristianesimo nella storia: quale potere? «Si tratta di un approfondimento interdisciplinare che indaga sulle forme del potere in esercizio nel, dal e sul cristianesimo» spiega Roberto Tommasi, ordinario di Filosofia alla Facoltà, che con Enrico Riparelli, docente di Teologia all’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova, ha coordinato il lavoro. «Una questione complessa e ineludibile – prosegue – sulla quale il focus intende offrire differenti sguardi prospettici che mostrano come il cristianesimo, in quanto nel mondo, è esercizio di potere e si intreccia con i poteri operanti nel mondo, mentre in esso opera una forma singolare di potere radicata nell’incarnazione del Verbo di Dio. La storia di Gesù di Nazareth, infatti, con il concetto dell’amore (agape) destinato a tutti come dono e come vocazione, testimonia all’umanità la possibilità di un senso nuovo e una nuova linfa della potenza, della forza e del potere».
Apre il focus Enzo Pace (Università di Padova) riflettendo su come, dagli anni Ottanta del secolo scorso ad oggi, il fattore ‘religione’ costituisca il valore aggiunto per comprendere le relazioni internazionali contemporanee, dove le religioni rientrano in gioco perché le politiche d’identità nazionale hanno bisogno di una legittimazione simbolica (Il fattore religione nella geopolitica contemporanea). Si cala in un periodo storico diverso Paolo Bettiolo (Università di Padova), che studia i rapporti del cristianesimo (minoritario) con i poteri secolari nell’impero persiano tra IV e VII secolo, dove emerge la dinamica del compromesso con il potere e la cultura dominante (Tra Dio e Cesare. Il caso della chiesa siro-orientale).
La forza tipica del soft power della chiesa e, più ampiamente, del cristianesimo è messa in luce da Felix Körner (Humboldt-Universität, Berlino), per cui la teologia cristiana deve saper guardare all’insieme politico dello Stato – ai politici, al governo, ai partiti e ai loro programmi – alla luce del già e non ancora Regno di Dio (Religione come relativizzazione del potere umano. Ripensando la teologia politica in chiave critica).
Il nodo del rapporto che il cristianesimo stabilisce con il potere è al centro del contributo di Silvano Petrosino (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), che si sofferma sulle distinzioni potenza-potere e religiosità-religione per esaminare poi il ruolo che il potere svolge all’interno del cristianesimo a partire dalla consapevolezza che quest’ultimo è, al tempo stesso, una religione e un al di là di ogni religione (Il potere nel cristianesimo: tra ambivalenze e contaminazioni).
Con l’attenzione al fenomeno sempre più pervasivo dell’incontro interculturale e interreligioso, e all’affermarsi nella nostra epoca di una vera e propria civiltà delle immagini, Enrico Riparelli affronta il rapporto fra religione e potere attraverso il prisma della correlazione fra religione e arte (Religione e arte: un potere per chi non ha potere).
L’approfondimento del nesso tra cristianesimo e potere prosegue nell’Agorà, con due riflessioni dal punto di vista delle donne. Chiara Tintori, politologa e saggista, intervistata da Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto) affronta la relazione tra donne e potere in ambito sociale ed ecclesiale (Quale genere di potere? Donne e leadership nella società e nella Chiesa). Stefanie Knauss, docente di Teologia alla Villanova University (USA),intervistata da Stefano Didonè (Facoltà teologica del Triveneto) approfondisce i possibili intrecci fra teologia e potere sotto la prospettiva di genere (Cristianesimo e potere: una storia solo al maschile?).
Oltre al Focus, la rivista propone i seguenti articoli: Essere preti per evangelizzare: sfide e opportunità per il presente, di Rolando Covi (Facoltà teologica del Triveneto); Kierkegaard e l’arte di diventare se stessi, di Igor Tavilla (Central European Institute Søren Kierkegaard, Ljubljana); «L’immensa maggioranza del popolo di Dio» (EG 102). Solo una formula a effetto?, di Ugo Sartorio (Facoltà teologica del Triveneto); infine, «Il matrimonio come segno implica un processo dinamico»: provocazioni per la sacramentalità del matrimonio, tra racconti biblici e vita coniugale, ultimo lavoro di Andrea Albertin – scritto a quattro mani con Francesco Pesce – completato prima della sua improvvisa e prematura scomparsa nel luglio scorso.
Completa il fascicolo una ricca sezione di recensioni e segnalazioni bibliografiche.
Ilfascicolo 1/2025 può essere richiesto (al costo di € 17,00) a studiapatavina.abbonamenti@fttr.ited è in vendita su Libreriadelsanto.it
Ecco l’ultimo numero di “Cultura & Identità. Rivista di studi conservatori”
Diretta dal ricercatore Oscar Sanguinetti, direttore dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale (ISIIN), questa rivista è nata nel 2009 da un gruppo di studiosi, letterati, professionisti dell’informazione convinti, come riportato nel “Chi siamo” del sito www.culturaeidentita.org, «che il futuro della nostra nazione, cioè del corpo storico dei popoli della Penisola, riposi su un saldo legame di continuità con un passato per molti versi pregevole, se non unico, che residua ancora nella memoria e nei desideri di molti italiani».
L’ultimo fascicolo (n. 48, anno XVII – nuova serie, Milano giugno 2025, pp. 37), appena inviato in formato digitale (pdf) agli abbonati, è aperto con l’editoriale del direttore, intitolato “Qualcosa cambia?” (pp. 1-2), nel quale ci si interroga sull’attuale «multiforme e turbolento» scenario geopolitico globale.
Fra le “Riflessioni”, il saggio del sociologo Pietro De Marco dal titolo “Gaza, il terrorismo e l’Occidente” (pp. 3-10) che fa il punto, in una prospettiva decisamente controcorrente, sulla guerra israeliana a Gaza e commenta, più in generale, la situazione dei conflitti odierni nell’area medio-orientale.
Segue l’articolo “Considerazioni sull’Umanesimo” (pp. 12-15) dello psicologo Ermanno Pavesi, che offre una lettura meno antagonistica del rapporto fra cultura degli umanisti e cattolicesimo.
È quindi riportato un importante messaggio, inviato lo scorso anno da Papa Francesco (2013-2025) ai partecipanti al Laboratorio patrocinato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali sul tema “L’ontologia sociale e il diritto naturale dell’Aquinate in prospettiva”, in occasione del 750° anniversario della morte del Doctor Angelicus. Nel testo, dal titolo “Nella legge naturale la via dell’autentico sviluppo umano” (pp. 17-19), Bergoglio si soffermava sulla nozione di legge naturale in san Tommaso d’Aquino, un concetto-chiave anche nella prospettiva conservatrice, che il nuovo Pontefice Leone XIV ha sottolineato nel suo recente discorso ai Parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti del 21 giugno 2025.
La rivista prosegue con la rubrica, a cura di Autori vari, “Portolano italiano. Appunti di un conservatore italiano sulla rotta verso il futuro” (pp. 20-24) e con due accurate recensioni di volumi appena usciti, “Ascesa e declino delle costituzioni” (Liberilibri) di Eugenio Capozzi, professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e “Un mosaico di silenzi. Pio XII e la questione ebraica” (Mondadori) di Giovanni Coco, accreditato archivista all’Archivio Apostolico Vaticano.
Concludono il numero le consuete e sintetiche Schede bibliografiche dedicate ai più recenti libri italiani di saggistica storica e filosofica (pp. 32-35). Per ricevere il numero in distribuzione della rivista si può telefonare al numero 353.48.29.793 oppure scrivere una email a culturaeidentitanazionale@gmail.com.
A Roma i Caffè Filosofici: identità individuale e identità collettiva
Giovedì 5 giugno, alle ore 17.30, si terrà un nuovo incontro del ciclo ‘Caffè Filosofici in Biblioteca. Tra un bicchiere di vino e un calice di idee’, all’Università Europea di Roma, via degli Aldobrandeschi 190. Il tema sarà ‘Identità individuale e identità collettiva’. Interverranno la Prof.ssa Francesca Romana Lenzi, Associato di Sociologia nell’Università degli Studi Foro Italico e il Prof. Guido Traversa, Associato di Filosofia Morale nell’Università Europea di Roma.
L’identità individuale, spesso pensata come un centro stabile e definito, è in realtà uno spazio eterotropo: complesso, attraversato da elementi diversi, talvolta contraddittori. Tra questi elementi, uno dei più incisivi è l’identità collettiva — quella che si costruisce attraverso la cultura, la storia, le relazioni sociali. In questo caffè filosofico si parlerà del confine sottile tra individuo e società. Quanto ci definisce ciò che sentiamo come ‘nostro’, e quanto invece deriva da ciò che ci circonda?
Se l’identità collettiva è una forza che connette, può anche essere una barriera che separa? Ed in tutto questo, ha davvero senso parlare di un progresso del genere umano? Ci stiamo evolvendo verso il meglio? O stiamo semplicemente cambiando forma, senza cambiare natura? L’incontro è patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma e dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
I Caffè Filosofici dell’Università Europea di Roma nascono da un’intuizione del Prof. Guido Traversa. Sono realizzati con il supporto degli Uffici per la Terza Missione e le Attività Istituzionali e con la collaborazione del Centro di Formazione Integrale della stessa università e dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Gli incontri in biblioteca hanno l’obiettivo di attivare un processo di interazione con la comunità cittadina, allo scopo di sviluppare la ricerca e promuovere la crescita sociale, culturale e scientifica del territorio.
Giochi di Ruolo: ti basta ciò che fai?
Giovedì 8 maggio 2025, alle 17.30, si terrà un nuovo incontro del ciclo “Caffè Filosofici in Biblioteca. Tra un bicchiere di vino e un calice di idee”, all’Università Europea di Roma, via degli Aldobrandeschi 190. Il tema sarà ‘Giochi di Ruolo: ti basta ciò che fai?’
Interverranno la prof.ssa Isabella Becherucci, docente di Letteratura Italiana dell’Università Europea di Roma ed il prof. Giovanni Polizzi, docente a contratto di Teoria, Metodologia e Tecnica del Negoziato dell’Università Europea di Roma. Modererà l’incontro il prof. Guido Traversa, docente associato di Filosofia Morale dell’Università Europea di Roma.
Nella società contemporanea siamo spesso definiti da ciò che facciamo. Il nostro ruolo lavorativo, il nostro posto nella famiglia, il modo in cui ci presentiamo agli altri diventano le lenti principali attraverso cui veniamo percepiti — e, spesso, attraverso cui finiamo per percepire noi stessi. Ma questa identificazione con il ‘fare’ è sufficiente a definire la nostra identità?
L’immagine dei ‘giochi di ruolo’ diventa una metafora efficace, e al tempo stesso inquietante, di questa dinamica. Se tutto ciò che siamo coincide con il personaggio che interpretiamo, che cosa resta quando smettiamo di recitare?
Il dialogo prenderà spunto dal racconto ‘La carriola’ di Luigi Pirandello, per esplorare la possibilità che questa identificazione totale con il ruolo possa condurre a una forma di smarrimento dell’io. Il protagonista del racconto, apparentemente un uomo rispettabile e perfettamente integrato, si scopre fragile e disorientato nel momento in cui si ferma a riflettere su se stesso, al di fuori del ruolo che interpreta ogni giorno.
Questo Caffè Filosofico sarà un’opportunità per interrogarsi su quanto la nostra identità possa (o debba) coincidere con ciò che facciamo. E’ possibile coltivare un senso di sé che vada oltre la funzione, il dovere, la maschera? Un’occasione per riflettere, insieme, su come riconoscere (e forse recuperare) ciò che siamo, al di là dei ruoli che la vita ci assegna. L’incontro è patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma e dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
I Caffè Filosofici dell’Università Europea di Roma nascono da un’intuizione del Prof. Guido Traversa. Sono realizzati con il supporto degli Uffici per la Terza Missione e le Attività Istituzionali e con la collaborazione del Centro di Formazione Integrale della stessa università e dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Gli incontri in biblioteca hanno l’obiettivo di attivare un processo di interazione con la comunità cittadina, allo scopo di sviluppare la ricerca e promuovere la crescita sociale, culturale e scientifica del territorio.
Prima domenica di Quaresima: Gesù è tentato nel deserto
La Quaresima è l’operosa preparazione alla pasqua di risurrezione. Gesù, vero uomo e vero Dio, evidenzia al cristiano la via regia da seguire per una vera rinascita nello spirito. Le tentazioni, a cui volle sottoporsi Gesù, sono un insegnamento per noi e vertono su ciò che è essenziale per l’uomo: per i nostri progenitori, che obbedivano solo a Dio, satana li spinge a fare a meno di Dio: ”Se mangiate il frutto proibito, diventate come Dio: conoscitori del bene e del male!” ( un peccato di orgoglio e di superbia; e l’uomo scoprì infine solo di essere nudo, di avere perduto tutto).
Nei riguardi di Gesù le tentazioni vertono sulla sua vera identità: “Se sei figlio di Dio … se sei il Messia…: tre tentazioni che toccano il campo economico, politico e religioso: le tre strade che il mondo propone come essenziali all’uomo impreparato. La qualità di una persona si misura dalle tentazioni da cui è provato. Le tentazioni rivelano la misura della nostra fedeltà alla Parola di Dio; la vittoria sul male è garantita, come insegna Gesù, dal ricorso alla Parola di Dio.
La prima tentazione: Gesù è nel deserto, ha fame? ‘Se sei figlio di Dio, fa che queste pietre diventino pane’. Gesù non discute con il diavolo ma contrappone la parola di Dio: ‘Sta scritto: non di solo pane vive l’uomo!’ Sappiamo bene infatti che è proprio vero: senza pane non si vive; ma senza religione ci si ammazza! ‘homo homini lupus’. La seconda tentazione: Satana escogita la tentazione politica, la gloria umana: tutto è in mio potere; io te lo darò se ti prostri dinanzi a me e mi adori! Gesù risponde con la Parola di Dio: ‘Sta scritto: ti prostrerai solo davanti al Signore Dio tuo; lui solo servirai’. La terza tentazione: il tentatore conduce Gesù sul pinnacolo del Tempio e lo invita a qualcosa di spettacolare: gettati giù perchè sta scritto che Dio manderà i suoi angeli e ti sosterranno perchè il tuo piede non inciampi! Gesù risponde: ‘Sta scritto: non metterai alla prova il Signore Dio tuo’.
Il diavolo infine si allontanò da Lui. Gesù, come vedi, non dialoga con il tentatore ma alle sfide diaboliche risponde subito con la ‘Parola di Dio’. Non tentare giammai il Signore Dio tuo stando a braccia conserte o aspettando che venga a salvarti, ma agisci come se tutto dipendesse da te e, quando hai fatto tutto il possibile, come se tutto dipendesse da Lui. Dio infatti ha creato la persona umana con l’intelligenza e la volontà. Gesù non dialoga con il tentatore ma alle sfide diaboliche risponde solo con la parola di Dio.
Nel deserto Gesù ci insegna che il digiuno è necessario, ma il vero digiuno che vuole il Signore non è tanto quello corporale, che consiste solo nello astenersi da questo o da quel cibo, ma il vero digiuno è quello radicale che porta l’uomo a rinnegare se stesso perchè trionfi l’opera di Dio: ‘chiunque vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso’. Sono necessari fede ed umiltà, mettere da parte orgoglio e superbia nella piena consapevolezza di quello che abbiamo e siamo: siamo dono di Dio e a Dio l’onore e la gloria.
Questo è vero digiuno: pulizia ed iniziare una vita nuova alla luce della parola di Dio, che è l’anima dell’ascesi cristiana. La Quaresima è iniziata con l’imposizione della cenere e le parole scandite dalla Liturgia: ‘Ricordati, uomo, che sei polvere e polvere ritornerai’. Questo non per scoraggiarci, per deprimerci ma per aprire gli occhi e il cuore alla verità della vita e alla prospettiva della Pasqua di risurrezione. La Santissima Vergine, Madre di Gesù e nostra, che conservava la parola di Dio nel suo cuore, ci aiuti a riflettere sull’insegnamento di Gesù: via, verità e vita.
‘Antiqua et Nova’: aprirsi all’Intelligenza Artificiale con l’Intelligenza Umana
Nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di san Tommaso d’Aquino (28 gennaio) il dicastero per la Dottrina della Fede ed il Dicastero per la Cultura e l’Educazione hanno pubblicato la nota ‘Antiqua et nova’ sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, ribadendo che l’intelligenza è un dono, che deve essere ‘coltivato’:
“Con antica e nuova sapienza siamo chiamati a considerare le odierne sfide e opportunità poste dal sapere scientifico e tecnologico, in particolare dal recente sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA). La tradizione cristiana ritiene il dono dell’intelligenza un aspetto essenziale della creazione degli esseri umani ‘ad immagine di Dio’. A partire da una visione integrale della persona e dalla valorizzazione della chiamata a ‘coltivare’ e ‘custodire’ la terra, la Chiesa sottolinea che tale dono dovrebbe trovare espressione attraverso un uso responsabile della razionalità e della capacità tecnica a servizio del mondo creato”.
La Chiesa, infatti, non condanna il progresso: “La Chiesa incoraggia i progressi nella scienza, nella tecnologia, nelle arti e in ogni altra impresa umana, vedendoli come parte della ‘collaborazione dell’uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile’… Le abilità e la creatività dell’essere umano provengono da Lui e, se usate rettamente, a Lui rendono gloria, in quanto riflesso della Sua saggezza e bontà. Pertanto, quando ci domandiamo cosa significa ‘essere umani’, non possiamo escludere anche la considerazione delle nostre capacità scientifiche e tecnologiche”.
Con questa nota la Chiesa vuole affrontare le ‘questioni’ antropologiche ed etiche che l’Intelligenza Artificiale pone: “Per esempio, a differenza di molte altre creazioni umane, l’IA può essere addestrata sui prodotti dell’ingegnosità umana e quindi generare nuovi ‘artefatti’ con un livello di velocità e abilità che spesso uguagliano o superano le capacità umane, come generare testi o immagini che risultano indistinguibili dalle composizioni umane, quindi suscitando preoccupazione per il suo possibile influsso sulla crescente crisi di verità nel dibattito pubblico.
Oltre a ciò, essendo una tale tecnologia progettata per imparare e adottare in autonomia alcune scelte, adeguandosi a nuove situazioni e fornendo soluzioni non previste dai suoi programmatori, ne derivano problemi sostanziali di responsabilità etica e di sicurezza, con ripercussioni più ampie su tutta la società. Questa nuova situazione induce l’umanità a interrogarsi circa la propria identità e il proprio ruolo nel mondo”.
La nota, innanzitutto, pone un chiarimento intorno all’Intelligenza Artificiale attraverso una breve digressione storica: “Il concetto di intelligenza nell’IA si è evoluto nel tempo, raccogliendo in sé una molteplicità di idee provenienti da varie discipline. Sebbene abbia radici che risalgono a secoli fa, un momento importante di questo sviluppo si è avuto nel 1956, quando l’informatico statunitense John McCarthy organizzò un convegno estivo presso l’Università di Dartmouth per affrontare il problema dell’ ‘Intelligenza Artificiale’, definito come ‘quello di rendere una macchina in grado di esibire comportamenti che sarebbero chiamati intelligenti se fosse un essere umano a produrli’. Il convegno lanciò un programma di ricerca volto a usare le macchine per riuscire ad eseguire compiti tipicamente associati all’intelletto umano e a un comportamento intelligente”.
Quindi molti ‘compiti’ sono stati affidati ad essa: “A causa di tali rapidi progressi, molti lavori un tempo gestiti esclusivamente dalle persone sono ora affidati all’IA. Tali sistemi possono affiancare o addirittura sostituire le possibilità umane in molti settori, in particolare in compiti specializzati come l’analisi dei dati, il riconoscimento delle immagini e le diagnosi mediche.
Sebbene ogni applicazione di IA ‘ristretta’ sia calibrata su un compito specifico, molti ricercatori sperano di giungere alla cosiddetta ‘intelligenza artificiale generale’ (Artificial General Intelligence, AGI), cioè ad un singolo sistema, il quale, operando in ogni ambito cognitivo, sarebbe in grado di svolgere qualsiasi lavoro alla portata della mente umana”.
E proprio intorno all’intelligenza è stato aperto un importante dibattito: “Alcuni sostengono che una tale IA potrebbe un giorno raggiungere lo stadio di ‘superintelligenza’, oltrepassando la capacità intellettuale umana, o contribuire alla ‘superlongevità’ grazie ai progressi delle biotecnologie. Altri temono che queste possibilità, per quanto ipotetiche, arrivino un giorno a mettere in ombra la stessa persona umana, mentre altri ancora accolgono con favore questa possibile trasformazione”.
La nota ribadisce che il pensiero è solo umano: “Le sue caratteristiche avanzate conferiscono all’IA sofisticate capacità di eseguire compiti, ma non quella di pensare. Una tale distinzione è di importanza decisiva, poiché il modo in cui si definisce l’ ‘intelligenza’ va inevitabilmente a delimitare la comprensione del rapporto che intercorre tra il pensiero umano e tale tecnologia. Per rendersi conto di ciò, occorre ricordare che la ricchezza della tradizione filosofica e della teologia cristiana offre una visione più profonda e comprensiva dell’intelligenza, la quale a sua volta è centrale nell’insegnamento della Chiesa sulla natura, dignità e vocazione della persona umana”.
In questo senso l’intelligenza umana è una facoltà della persona: “In questo contesto, l’intelligenza umana si mostra più chiaramente come una facoltà che è parte integrante del modo in cui tutta la persona si coinvolge nella realtà. Un autentico coinvolgimento richiede di abbracciare l’intera portata del proprio essere: spirituale, cognitivo, incarnato e relazionale”.
La nota specifica anche la visione cristiana come integrazione tra verità e vita: “Al cuore della visione cristiana dell’intelligenza vi è l’integrazione della verità nella vita morale e spirituale della persona, orientando il suo agire alla luce della bontà e della verità di Dio. Secondo il Suo disegno, l’intelligenza intesa in senso pieno include anche la possibilità di gustare ciò che è vero, buono e bello, per cui si può affermare, con le parole del poeta francese del XX secolo Paul Claudel, che ‘l’intelligenza è nulla senza il diletto’. Anche Dante Alighieri, quando raggiunge il cielo più alto nel Paradiso, può testimoniare che il culmine di questo piacere intellettuale si trova nella ‘Luce intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore’”.
E l’intelligenza umana non implica solo acquisizione di ‘dati’: “Una corretta concezione dell’intelligenza umana, quindi, non può essere ridotta alla semplice acquisizione di fatti o alla capacità di eseguire certi compiti specifici; invece, essa implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono… Per i credenti, questa capacità comporta, in modo particolare, la possibilità di crescere nella conoscenza dei misteri di Dio attraverso l’approfondimento razionale delle verità rivelate (intellectus fidei)”.
Per questo esiste una responsabilità morale: “Questo principio è valido anche per le questioni riguardanti l’IA. In tale ambito, la dimensione etica assume primaria importanza poiché sono le persone a progettare i sistemi e a determinare per quali scopi essi vengano usati. Tra una macchina e un essere umano, solo quest’ultimo è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze”.
E’ un invito ad usare l’Intelligenza Artificiale per il bene di ‘tutti’: “Nella misura in cui tali applicazioni ed il loro impatto sociale diventano più chiari, si dovrebbero cominciare a fornire adeguati riscontri a tutti i livelli della società, secondo il principio di sussidiarietà. E’ importante che i singoli utenti, le famiglie, la società civile, le imprese, le istituzioni, i governi e le organizzazioni internazionali, ciascuno al proprio livello di competenza, si impegnino affinché sia assicurato un uso dell’IA confacente al bene di tutti”.
Infine un appello particolare è rivolto ai credenti: “Nella prospettiva della sapienza, i credenti saranno in grado di operare come agenti responsabili capaci di usare questa tecnologia per promuovere una visione autentica della persona umana e della società, a partire da una comprensione del progresso tecnologico come parte del disegno di Dio per la creazione: un’attività che l’umanità è chiamata a ordinare verso il Mistero Pasquale di Gesù Cristo, nella costante ricerca del Vero e del Bene”.




























