Tag Archives: Identità
Papa Leone XIV invita a prendere esempio da Robert Schuman
Ultimo giorno della visita papale in Francia a Metz, dove è nato uno dei fondatori dell’Europa, Robert Schuman, con un incontro per ritrovare le radici dell’Europa: “Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. E’ da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita”.
E’ stato un invito a riscoprire le sue ‘radici’ culturali e storiche: “L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del ‘Vecchio Continente’ nel ‘Nuovo Mondo’, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano”.
Da qui l’invito a riscoprire san Benedetto di Norcia: “Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo ‘messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà’. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci!
Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. E’ da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente”.
E richiamando Alcide De Gasperi il papa ha precisato che il cristianesimo ha sottolineato che il ‘trascendente’ è costitutivo dell’umano: “Anziché essere un criterio confessionale esclusivo, il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia ‘un dialogo aperto, trasparente e regolare’ con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare ‘lo status del quale godono’ negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto”.
Ed ecco il richiamo all’integrazione ed all’accoglienza: “L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria…
Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro”.
Questo principio aveva ispirato Scuman: “L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
E’ proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere”.
Ecco l’invito del papa per adoperarsi per la pace: “Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo… Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo ‘sforzi creativi’ per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di ‘arginare l’emorragia della guerra’ e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi…
L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore”.
Quindi ha concluso il discorso con un invito ai giovani: “Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di ‘avere tutto, subito’ non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. E’ con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato…
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa. Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro. Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico. Siate costruttori di comunità! E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero. Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!”
Ma prima il papa aveva incontrato i leader religiosi proponendo l’invito a seguire l’esempio di Robert Schuman, co-fondatore dell’Unione europea, promuovendo unità e pace. “E’ con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace”.
Infatti il dialogo interreligioso non mina la propria identità, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II e di papa Francesco: “Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro… Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.
Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni”.
Per questo la ‘fecondità’ della fede si vede dalla difesa della vita: “La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: san Newman esempio di studioso
“Nel vostro pellegrinaggio a Roma, sulle orme di san Giovanni Enrico Newman, per commemorare il 700° anniversario della concessione della carta reale dell’Oriel College, sono lieto di dare il benvenuto in Vaticano il Prevosto, insieme a Fellows e altri membri del Collegio. Oriel ha sicuramente una lunga e illustre storia, che naturalmente, per un periodo di tempo così esteso, ha assistito e sperimentato molti cambiamenti, eventi e persino sconvolgimenti. Eppure il Collegio è rimasto fermo nella sua identità cristiana”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto una delegazione dell’Oriel College dell’Università di Oxford fondata 700 anni fa e di cui è stato studente e docente John Henry Newman, sottolineando l’esempio del santo londinese.
Ed ha esortato a non perdere questa identità: “Il vostro anniversario è quindi un’occasione per celebrare le sue origini cattoliche come ‘Il Consiglio della Beata Vergine Maria’. In effetti, questa identità è la chiave di ciò che ha fatto e può continuare a rendere Oriel non solo un’istituzione accademica, ma una vera comunità di fede e di studio nel suo significato più profondo. Il Collegio può così guardare con fiducia ai suoi contributi passati come una base sicura e guidare per i suoi sforzi futuri”.
Per questo ha indicato il santo londinese come modello di studio, che non deve essere scollegato dalla preghiera: “A questo proposito, San Giovanni Enrico Newman si pone come un brillante esempio di studioso che non solo ha mostrato l’inseparabilità della fede e della ragione nelle sue opere, ma ancora più mirabilmente nella sua vita. C’era una grande concretezza per le sue idee, dal momento che le sue convinzioni religiose erano radicate nel suo rapporto personale con Dio, mentre la sua borsa di studio era sia sublime che eminentemente pratica.
Le profondità profonde di entrambe le dimensioni della sua vita sono state riconosciute nella sua Dichiarazione come Dottore della Chiesa universale e co-patrono della missione di educazione della Chiesa. E’ sicuramente provvidenziale che il vostro pellegrinaggio di anniversario avvenga in prossimità di un evento di tale significato sia per voi che per l’intera Chiesa cattolica”.
Infine ha evidenziato la sua attualità: “Inoltre, nel contesto delle sfide odierne, il pensiero di Newman sull’educazione è particolarmente rilevante, poiché propone una formazione cristiana che abbraccia l’intera persona e misura il valore dell’educazione secondo la dignità umana, la giustizia e la capacità di servire il bene comune. Nei vostri sforzi accademici personali, vi incoraggio allo stesso modo a cercare la verità con coraggio e a promuovere questa visione antropologica integrale”.
Ecco la necessità di un incontro ‘cuore a cuore’: “Di conseguenza, il vostro lavoro può veramente facilitare un incontro ‘cuore a cuore’ con i vostri fratelli, e specialmente con il Signore nostro Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.
Infine, nel suo famoso inno ‘Lead, Kindly Light’, Newman ha mostrato la sua grande fiducia che Dio lo avrebbe guidato nonostante le incertezze della vita. Vi esorto, dunque, ad affidare voi stessi e il futuro del Collegio alla Luce inesaurita del mondo, affinché anche voi, come la Madonna, possiate riflettere la sua gloria al mondo”.
Inoltre il papa ha ricevuto il Presidente della Repubblica di Lettonia, Edgars Rinkēvičs, ‘il quale si è successivamente incontrato con S.Em.za il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, accompagnato da SE Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali’, così ha sottolineato il comunicato della Sala Stampa vaticana, che ha parlato di colloqui cordiali:
“Nel prosieguo dei colloqui, ci si è soffermati su questioni di comune interesse, in ambito sia internazionale che regionale, con particolare riferimento al conflitto in corso in Ucraina, ribadendo la necessità di un maggiore impegno della Comunità internazionale nel realizzare soluzioni pacifiche”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV esorta all’amore ai poveri senza perdere l’identità
“E’ una gioia darvi il benvenuto in Vaticano questa mattina. La vostra organizzazione è uno strumento di filantropia ebraica globale, che fornisce aiuti umanitari e servizi sociali essenziali alle popolazioni vulnerabili (ad esempio, coloro che vivono in povertà, i rifugiati, gli anziani e le persone con disabilità) a New York, nello Stato di Israele e in oltre settanta altri Paesi. Questi sforzi riflettono un chiaro riconoscimento della dignità umana e della fraternità, in sintonia con l’impegno della Chiesa per lo sviluppo umano integrale e la chiamata ad amare il prossimo”: dopo il viaggio apostolico in Spagna papa Leone XIV ha ricevuto in udienza la delegazione di New York dell’United Jewish Appeal, ricordando l’aiuto umanitario fornito.
Per questo ha ricordato l’incontro di questa associazione con papa san Giovanni XXIII: “Questo impegno condiviso assume un significato speciale alla luce della nostra storia comune. Sessantasei anni fa, una delegazione della vostra organizzazione fu ricevuta da papa Giovanni XXIII. Con le semplici ma profonde parole ‘Io sono Giuseppe, vostro fratello’, citando il Libro della Genesi, egli affermò la nostra comune umanità e la nostra comune discendenza spirituale in Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe.
In seguito, fu redatto un trattato che descriveva una nuova relazione tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Questo trattato ha costituito il fondamento di quello che è diventato ‘il cuore e il nucleo generativo’ di ‘Nostra Aetate’, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”.
Infatti tale Dichiarazione è un documento fondamentale per i rapporti tra le due fedi: “Ha affermato, tra le altre cose, la verità che apparteniamo ad un’unica famiglia umana. In questo modo, ha piantato un seme di speranza che ‘è cresciuto fino a diventare un albero possente… che offre riparo e porta i ricchi frutti della comprensione, dell’amicizia, della cooperazione e della pace’.
Riconoscendo l’intrinseca dignità di ogni uomo e di ogni donna, la ‘Nostra Aetate’ ha preso una posizione ferma contro l’antisemitismo e ha dichiarato che la Chiesa respinge ogni forma di discriminazione o vessazione per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. In un mondo ancora ferito da divisioni e conflitti, ci ha chiamati a superare le incomprensioni del passato per collaborare per il bene comune”.
Questa strada comune apre alla solidarietà, come è stato ribadito nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’: “Questo stesso spirito di solidarietà trova espressione concreta nella nostra comune sollecitudine per i bisognosi. Nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi Te’, ho osservato che ‘l’amore è soprattutto un modo di guardare alla vita e un modo di viverla’.
Il servizio ai poveri, agli emarginati e agli indifesi è un mezzo per incontrare il sacro; attraverso di loro la voce divina continua a parlarci. Come ci ricorda il profeta Isaia, quando condividiamo il nostro pane con gli affamati e ci prendiamo cura dei bisognosi, la luce del Signore ‘sorgerà come l’aurora’. Quella luce ci invita a vedere il servizio ai più vulnerabili come un cammino che apre i cuori e rinnova la società”.
Ed ha concluso l’incontro con l’invito a contribuire alla pace: “Cari amici, vi ammiro per la dedizione con cui assistete i poveri e i bisognosi, contrastate l’odio e l’intolleranza e lavorate per costruire un mondo migliore per tutti. Possa la vostra missione rafforzare il dialogo, approfondire la comprensione reciproca e contribuire alla pace di cui il nostro mondo ha tanto bisogno”.
Poi ha ricevuto anche i partecipanti al Convegno dei fedeli della Chiesa Siro-Malankarese residenti in Europa nel ricordo del venerabile Mar Ivanios: “Anche noi rendiamo a Dio ‘i più umili e ferventi ringraziamenti’ per il venerabile Mar Ivanios che, insieme a Mar Theophilos, ha guidato diversi sacerdoti e un buon numero di fedeli, tra cui religiosi e religiose delle Congregazioni di Betania, a riscoprire la comunione ecclesiale con il Successore dell’Apostolo Pietro come elemento fondamentale per vivere la fede cristiana. Il primo Arcivescovo Metropolita di Trivandrum dei Siro-Malankaresi fu di fatto un vero Pastore secondo il Cuore di Gesù, attraverso il quale lo Spiritò Santo ha guidato il gregge di Dio”.
Nel ricordo degli inizi di questa Chiesa il papa li ha esortati a proseguire: “Incoraggio il Sinodo dei Vescovi e gli Istituti Religiosi della vostra Chiesa a dimostrare un impegno simile verso le circoscrizioni di creazione più recente in India, specialmente nelle vaste Eparchie di Saint Ephrem of Khadki e di Saint John Chrysostom of Gurgaon. Abbiamo un futuro candidato qui presente.
Al tempo stesso, occorre un analogo impegno urgente per preservare e promuovere i tesori inestimabili incarnati da tutte le Chiese Orientali, specialmente nella crescente diaspora, come ho avuto occasione di dire durante il vostro Giubileo, celebrato appena pochi giorni dopo la mia elezione a papa. In tale ottica, riconoscendo la presenza di numerosi fedeli siro-malankaresi in Nord America, papa Benedetto XVI ha eretto un Esarcato Apostolico per i fedeli siro-malankaresi negli Stati Uniti. Dieci anni fa, elevando l’Esarcato al rango di Eparchia, il mio venerabile predecessore papa Francesco ha esteso la cura del Vescovo eparchiale anche a tutti i fedeli siro-malankaresi in Canada”.
Infine ha esortato a non perdere l’identità: “Cari fratelli e sorelle, chiedo a tutti voi di promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alla preziosa identità della Chiesa siro-malankarese e la vostra identificazione con essa, partecipando alla sua vita ecclesiale e vivendo la vostra eredità unica, consapevoli della vostra grande dignità, restando al contempo uniti all’Arcivescovo Maggiore e al Sinodo dei Vescovi.
Sapendo che i cristiani di san Tommaso dell’India hanno la ben meritata fama di avere famiglie devote dalle quali nascono molte vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, prego perché nelle vostre case e nei vostri cuori, specialmente in quelli dei giovani, continui a prosperare una fede forte”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli studenti cattolici: lo studio è una missione
“Cari amici, sono lieto di salutare tutti voi, membri delle Associazioni studentesche cattoliche tedesche, che vi riunite per un convegno comune, la Cartellversammlung, per la prima volta fuori dalla Germania. La vostra decisione di venire qui a Roma, ad Petri Sedem, è motivata dalla fede cattolica che vi definisce, dalla comunione che ci lega come discepoli di Gesù e dalle attività culturali che svolgete. Vorrei riflettere brevemente su questi tre aspetti per rafforzare il vincolo di fratellanza che vi unisce e la vostra comune dedizione alla Chiesa”: incontrando le associazioni studentesche cattoliche tedesche, riunite nel Cartellversammlung, papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza della fratellanza.
Il primo punto sottolineato dal papa ha riguardato l’identità, che emerge dallo stile di vita: “Per quanto riguarda la vostra identità cattolica, il vostro saldo impegno verso la fede è rispecchiato dai quattro principi che guidano la vostra associazione: religio, scientia, amicitia e patria. Dinanzi al despotismo e alle ideologie del passato, la fede cattolica non è mai stata solo una facciata o un’etichetta, ma piuttosto uno stile di vita da condividere negli ambienti universitari e lavorativi”.
E’ un’identità che porta benefici: “Come il lievito del Vangelo, la vostra fratellanza continua a crescere sia in ambito scientifico e politico, sia all’interno di diversi circoli accademici, professionali e sociali. Questa dimensione comune delle vostre attività non reca beneficio solo al vostro Paese, ma anche a tutta l’Europa, al centro della quale si trova la Germania”.
E’ stata una richiesta di non perdere l’identità davanti alla sfida tecnologica: “A questa centralità geografica giustamente aggiungete la centralità culturale della persona umana, creatura di Dio e artefice della propria vita. Dinanzi alle sfide della rivoluzione tecnologica, dovete dedicare una particolare attenzione allo studio e alla promozione della nostra comune umanità.
Nella sua irriducibile espressione di maschio o femmina, la persona umana di fatto è sempre relazionale e limitata, e per questo chiamata a diventare un impegno per sé e un dono per l’altro. Proprio come l’esercizio della ragione, anche la luce della fede illumina le promesse e le illusioni del tempo presente, invitando ogni persona a fare del proprio meglio per contribuire a costruire una società giusta e pacifica”.
Dall’identità deriva la comunione: “Per quanto riguarda lo spirito di comunione che anima questa iniziativa, sono lieto di ricordare il vostro motto: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Queste parole testimoniano i veri fondamenti, il dialogo critico e la costante dedizione che caratterizzano la vostra associazione. Il rapporto tra membri di molte associazioni non si limita alla condivisione della conoscenza, ma diventa stima reciproca. Non è limitato alle idee, ma diventa una pratica collaborativa”.
Di conseguenza si attiva il bene comune e non l’individualismo: “Mentre tutti voi seguite Cristo, unico Signore e Maestro di vita, rappresentate i valori cattolici nella società non come portabandiera di parte, bensì come rappresentanti del bene comune dell’umanità. In Germania, in Italia e nel mondo intero, la stessa fede cattolica rafforza la nostra cooperazione senza scendere a compromessi con le mode del momento, senza anteporre le preferenze individualistiche alla Tradizione comune della Chiesa. Nella gioia della fratellanza, vi incoraggio pertanto a promuovere l’evangelizzazione della cultura: le vostre organizzazioni universitarie attraggono continuamente nuovi giovani perché danno testimonianza di passione, competenza e amicizia cristiana autentica”.
Quindi la cultura diventa ‘vocazione’: “Per quanto riguarda le varie attività culturali che svolgete nei diversi campi dello studio e del lavoro, vi siete resi conto che non si tratta semplicemente di dedicarsi a una professione (Beruf), ma di seguire una vocazione (Berufung). In effetti, la ricerca della verità è un bene che vale la pena desiderare e trasmettere. Quando la perseguiamo con metodo, ci rendiamo conto che nessun campo di studio può essere ridotto a mera speculazione”.
E lo studio è un ‘impegno’: “Proprio perché coinvolge l’esercizio sia dell’intelletto sia della volontà, lo studio è piuttosto un impegno che richiede autodisciplina e conversione: una trasformazione della mente, che coltiviamo come un terreno fertile perfezionando i nostri strumenti di lavoro. Facendo del nostro meglio, diventiamo custodi responsabili nella società senza essere sedotti da carriere incentrate sul denaro”.
Da qui deriva la cultura come bene per un nuovo umanesimo, riprendendo il discorso di papa Benedetto XVI: “Piuttosto, riconosciamo che la cultura è il bene dell’umanità: la verità ci rende liberi, mentre la falsità distorce nomi e cose. Dinanzi a ciò che deumanizza le persone (specialmente i più piccoli tra noi, i poveri e i malati) vi chiedo di essere testimoni dell’umanesimo cristiano”.
In ciò consiste l’ecologia integrale: “L’ecologia integrale, tanto cara a papa Francesco mette in luce il fatto che il mondo è pieno di significato e non un’entità inerte da plasmare a proprio piacimento o per sete di potere. Noi, infatti, non siamo un insieme casuale di particelle, ma corpi aperti alla trascendenza: orientando la nostra sete di vita e di giustizia, di saggezza e di amore, scopriamo insieme la verità nel conoscere, nel fare e nel credere”.
In questo consiste la missione culturale: “Dopotutto, gli esseri umani sono sempre alla ricerca di Dio, ed egli si è rivelato a noi come nostro Salvatore. Dunque, non è malgrado le nostre attività, ma proprio attraverso ciò che facciamo che instauriamo una relazione con Dio, che diventa un cammino verso la santità. Sì, la missione culturale dei cristiani consiste nell’orientare la società e la storia verso questa vetta di una vita incentrata su Dio. Per l’intercessione di san Bonifacio, evangelizzatore della Germania, possiate essere testimoni di questa saggezza del Vangelo nella società tedesca ed europea”.
(Foto: Santa Sede)
Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
“Abbiamo vissuto queste due giornate molto belle e intense di questo nostro convegno così denso di riflessioni e di esperienze che ci hanno aiutato ad iniziare nel modo migliore questo centenario (verso la XIX Assemblea nazionale e il 160° dell’AC). Abbiamo voluto immaginare questa occasione come un itinerario della memoria, nella tradizione di questi nostri appuntamenti pensati dall’Istituto a cui l’associazione ha specificamente affidato questo compito della memoria, proponendo di anno in anno occasioni di riflessione e di discussione su temi che hanno sempre intrecciato sapientemente temi che ci permettono di approfondire l’eredità di Vittorio Bachelet nei suoi diversi ambiti di impegno e servizio con le questioni emergenti dall’attualità secondo quello stile di approfondimento e valutazione critica cui lo stesso Bachelet, cresciuto alla scuola del Concilio ci ha educato, mostrandoci in diversi modi quell’esigente esercizio di lettura dei segni dei tempi”: con i ringraziamenti del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano si è concluso alla ‘Domus Mariae’ di Roma il XLVI Convegno Bachelet, ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università La Sapienza di Roma.
Nella giornata conclusiva la prof.ssa Maria Grazia Vergari, docente invitata alla Pontificia Università di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma e già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il settore Adulti, ha ricordato ‘lo sguardo attuale, lucido, libero ed ecclesiale di Bachelet’ nell’attuare il Concilio Vaticano II all’interno dell’Azione cattolica, perché invitava a “stare dentro la storia e dentro le sfide antropologiche dell’uomo e a ritrovare il coraggio dell’identità, riconoscendo i tempi di crisi, ma sapendo stare in mezzo alla gente e interpretare le domande del presente…
Oggi la sfida è già associarsi, costruire ponti e occasioni di dialogo, recuperare la cura dei legami intergenerazionali. Bachelet comprese che l’Ac dovesse rinnovarsi, recuperando un radicamento spirituale”. Figura che ha saputo edificare processi senza eluderne le fatiche, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione, Bachelet ha esortato a “mettere al centro al formazione, per rendere i laici testimoni credibili nella società contemporanea, e a custodire l’unità nella pluralità, cercando l’ascolto, il dialogo e la rete”.
Ugualmente Ilaria Vellani, docente di filosofia morale e politica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia Romagna e già direttore dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Vittorio Bachelet, ha illustrato il senso della scelta religiosa dell’Azione cattolica: “E’ un elemento di identità dell’associazione, una delle radici del nostro modo di pensare da sessant’anni a oggi. La scelta religiosa ha implicato la fine del collateralismo tra l’associazione e la politica, ma mai si è abdicato alle responsabilità personali.
Ha permesso di rendere leggera la Chiesa dal potere, cercando di ricondurre alla vita associativa ciò che c’è di essenziale. Bachelet sottolineava con coraggio che la scelta religiosa è nata come il Concilio, dai cambiamenti profonde della società italiana, ed essa ha dato all’associazione una spiritualità che ha trasformato la nostra postura nella Chiesa e nel mondo”.
Tre le sollecitazioni che la scelta religiosa offre a ciascuno e all’Azione cattolica individuate infine dalla docente: “Ci interroga sulla leggerezza di cui la Chiesa ha bisogno e sui pesi che oggi ci impediscono di sentire il cuore pulsante del Vangelo; ci suggerisce di lavorare sul valore della prassi democratica come elemento di formazione, e sulla dimensione di popolarità dell’associazione”.
Infine il prof. Renato Balduzzi, docente ordinario di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha delineato l’impegno civile e istituzionale di Vittorio Bachelet, prendendo a prestito le parole del giurista Leopoldo Elia, (‘Vittorio stette nelle istituzioni servendo lo Stato, attuando la Costituzione’), approfondendo il senso dell’impegno di Bachelet nelle istituzioni, caratterizzato da ‘dialogo e lealtà nel rapporti interpersonali’.
Nella sua attività di attuazione costituzionale, Bachelet “aveva colto la novità delle Costituzioni del secondo Novecento, nelle quali entra per la prima volta anche la società. Il cammino di Bachelet nelle istituzioni è precoce, e dai suoi scritti di giovane studente universitario emergono già i tratti di lucidità di giudizio storico. Poi è stato capace di cogliere i germi del futuro agli esordi dell’integrazione europea. Prestava attenzione alla particolare condizione degli uomini politiche che hanno responsabilità speciali, e per i quali egli invitava con forza a pregare”.
Bachelet è stato un uomo mite: “Dagli scritti e dagli interventi pubblici individuiamo la chiara percezione che aveva del suo compito, e dunque della competenza, e il suo vivere il potere come servizio, nel senso di disinteresse personale. Bachelet ci insegna a operare con mitezza, che non è mai all’arrendevolezza, insieme alla coscienza retta. Ci ricorda di rinnovare l’apertura internazionalistica, tanto più oggi, alla luce della situazione mondiale attuale”.
Al termine degli interventi, l’Istituto Bachelet ha presentato le iniziative di divulgazione sulla figura e la dimensione civile di Vittorio Bachelet, grazie ad un podcast in quattro puntate, scritte dal presidente Matteo Truffelli, da aprile anche su ‘il Chiostro’, il nuovo portale di comunicazione dell’ACI.
Mentre nella prima giornata il vicepresidente del CSM, dott. Fabio Pinelli, ha sottolineato che era l’uomo delle Istituzione ed il figlio Giovanni lo ha ricordato come ‘uomo di grande tenerezza, capace di insegnare con una risata, in un’epoca in cui veniva messo in discussione l’istituto familiare’; ma è stato anche l’uomo della scelta religiosa, come ha ricordato la sua allieva, Rosy Bindi, che prendendo a prestito le parole del card. Martini, lo ha definito ‘martire laico’, perché ‘è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo’, ma dal Vangelo trasse le sue ragioni: “Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito”.
Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi, anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore, anche lui docente all’Università del La Sapienza e morto ucciso dalle Brigate Rosse, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona, secondo il costituzionalista, prof. Stefano Ceccanti: “Quando passiamo per il corridoio si Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento”.
La giornata era stata chiusa dall’emissione da parte del ministero delle Imprese di un francobollo appartenente alla serie tematica ‘i valori sociali’, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in rotocalcografia, parte da un bozzetto a cura dell’artista Tiziana Trinca: “Il francobollo riproduce un ritratto di Vittorio Bachelet mentre tiene in mano un volume; sullo sfondo è raffigurata una libreria, a simboleggiare la profonda cultura e il suo stretto legame con il sapere”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Per la giornata di Dialogo tra cattolici ed ebrei Rav Abib sottolinea l’importanza del dialogo
Ha per titolo ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Sessant’anni di Nostra Aetate’ il sussidio predisposto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi con l’obiettivo di offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Per questa giornata anche il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib, ha sottolineato il valore del passo biblico scelto: “Il passo biblico scelto quest’anno come tema di riflessione per la Giornata del dialogo ebraico cristiano è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini”.
Tale passo biblico è un’occasione per una ripresa del dialogo dopo momenti di incomprensioni: “Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Il messaggio biblico di questa Giornata non è isolato nel dialogo con la ‘stirpe di Abramo’: “Questo annuncio viene infatti nuovamente espresso dal Signore allo stesso patriarca Abramo in altre due circostanze: lo ritroviamo allorquando gli manifesta l’intenzione di punire le città malvagie, Sodoma e Gomorra, un passo in cui Abramo è chiamato dall’Eterno a rappresentare la massima sensibilità morale che deve animare la sua discendenza”.
Queste parole sono rivolto anche ad Isacco: “Il richiamo universale viene poi rivolto al secondo patriarca, Isacco, quando il Signore gli conferma la promessa di benedizioni già espressa ad Abramo, qui si evidenzia il fatto che nella stessa benefica ricaduta per tutti i popoli sarà compresa anche la promessa della terra”.
Ugualmente a Giacobbe: “Infine la stessa visione universale viene annunciata anche al terzo patriarca, Giacobbe, quando sta per iniziare il suo percorso lontano dalla casa paterna, un percorso che forse anticipa l’esperienza di dispersione del popolo ebraico… La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele”.
Quindi la benedizione è un bene: “Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti. Un compito così impegnativo per il quale il popolo ebraico è posto costantemente sotto il monito e il giudizio dell’Eterno, come testimoniano tante pagine della Torà e le parole dei Profeti biblici; le une e le altre hanno sviluppato nel popolo ebraico una sincera capacità di autocritica che opera in maniera profonda e incisiva anche a prescindere dalle critiche che pervengono dall’esterno”.
Quindi una miglior conoscenza della propria identità aiuta a riprendere il dialogo: “La migliore conoscenza delle nostre identità, in cui ci è utile, per alcuni aspetti importanti, il passo biblico proposto alla riflessione, può aiutarci a riprendere il dialogo con maggiore chiarezza e con più ampia fiducia, affrontando nelle forme e nelle sedi opportune i temi su cui si sono registrate le sensibilità più discrepanti, particolarmente legate al tragico conflitto in Israele e a Gaza. In termini generali consideriamo importante prendere atto che si condividono alcuni problemi di grave e urgente attualità”.
E’ un invito a contrastare l’antisemitismo: “Riteniamo che l’impegno contro l’antisemitismo, in crescita esponenziale per numero e gravità degli eventi, non sia solo interesse delle comunità ebraiche, si tratta di contrastare elementi distruttivi che corrodono le basi etiche della società e inoculano pensieri distorti che confondono le coscienze. Anche la delegittimazione dello Stato d’Israele, cui sempre più spesso assistiamo, dovrebbe costituire una comune preoccupazione, si accompagna infatti a giudizi superficiali degli eventi in corso e soprattutto a una lettura parziale e distorta di fatti essenziali della storia, tutti elementi negativi che allontanano dalla ricerca obiettiva delle cause del conflitto e da possibili contributi alla ricerca della pace”.
Nella lettera Rav Alfonso Arbib ha evidenziato che compito delle fedi devono contribuire alla pace attraverso il dialogo: “Infine è opportuno ricordare che esistono molti temi che angosciano l’umanità su cui le religioni possono e in alcuni casi devono far sentire la propria voce; ci sono situazioni intollerabili di fame, miseria, malattie diffuse e mortalità infantile, ci sono interrogativi sullo sviluppo della civiltà compatibile con i limiti e le condizioni che la scienza ritiene indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta, ci sono dubbi e incertezze sull’utilizzo delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli”.
Alla Pontificia Università Auxilium incontro sui ‘mondi adolescenti’
Da sempre l’adolescenza è un tempo sospeso alla ricerca di identità e di senso, che oggi chiede urgenti risposte dagli adulti, in una società frammentata attraversata da una rivoluzione digitale in essere, dove i giovani sono una minoranza che rischia l’emarginazione. Il Convegno, organizzato stamane alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium», sul tema “Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso”, promosso nell’ambito di un progetto interdisciplinare cerca di ascoltare il disagio e le potenzialità degli adolescenti. «Nel lasciarci interpellare – ha affermato la preside, prof.ssa Piera Ruffinatto, introducendo i lavori – riflettiamo su come saper ascoltare per cogliere segnali, accogliere domande implicite e tracce di desiderio, talenti e risorse».
“Vite funamboliche” quelle dei giovani oggi, è l’immagine suggestiva scelta dalla dott.ssa Valentina Culotta, pedagogista e formatrice, per la sua relazione di apertura. «In un tempo di solitudini, precarietà e mancanza di futuro, – ha osservato Culotta – gli adolescenti non si arrendono: resistono, cercano appigli per aggrapparsi al mondo alla ricerca di barlumi di senso. Lo fanno spesso attraverso linguaggi e pratiche che sfuggono agli occhi adulti, dentro fenomeni culturali che siamo tentati di liquidare come superficiali, incomprensibili o persino pericolosi».
Tutto ciò accade mentre «viviamo immersi in una retorica della positività che non lascia spazio al dolore: non è quasi permesso dire che si sta male, pena essere travolti da discorsi motivazionali sul ‘dare il massimo’ e ‘superare i propri limiti’». Per cui «gli adolescenti di oggi costruiscono sé stessi in un orizzonte in cui si sentono costantemente “non abbastanza”, immersi in una tempesta di stimoli, informazioni e aspettative… Sono figli di adulti disorientati, che hanno rifiutato modelli educativi autoritari senza aver ancora trovato alternative solide. Adulti che crescono figli in un mondo precario, spesso costruendo bolle protettive che generano ansia invece che sicurezza».
Per questo, forse, – ha concluso Culotta «il gesto più radicale oggi è perdere tempo: esplorare senza l’ansia di capitalizzare le energie, vivere il presente per riaprire la strada all’immaginazione del futuro. Perché solo imparando a stare nel presente, a sentirsi vivi, è possibile tornare a desiderare».
A prendere la parola è stato poi il prof. Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta della Pontificia Università Salesiana. «Affinché il futuro torni ad essere “possibile” e “abitabile” – ha premesso – cioè meno minaccioso e inospitale, occorre aiutare i giovani sempre più soli e senza riferimenti valoriali… a reimparare ad immaginarlo, anticiparlo, progettarlo, giorno per giorno, esercitando la propria capacità di scelta».
«Complessivamente – ha aggiunto Ricci – si può dire che sia in crisi la naturale vocazione educativa degli adulti, che hanno smarrito il senso dell’educare ancor prima che la pratica dell’educazione, che diviene un impegno che schiaccia e di cui non si coglie il profondo valore umano; in effetti oggi si parla di educazione citando la fatica che essa comporta, quasi mai ricordando anche la bellezza e la ricchezza umana che tale esperienza offre».
«L’imprescindibile esigenza dell’educare si trasforma – ha concluso Ricci – non in una sfida impossibile o in un’emergenza insormontabile, ma nell’imprescindibile bellezza di comunicarci a vicenda, da adulti quali siamo, un pezzo di quel sapere autentico ed esperienziale che si chiama educazione e la cui rotta è, da sempre, ordinata a dar sapore alle nostre umane esistenze, ovvero a condurle a raggiungere la loro piena statura di umanità».
A moderare il dibattito, Pierluigi Ceccalupo, psicologo e pscoterapeuta, della Facoltà Auxilium. «Accompagnare gli adolescenti oggi significa riconoscere – ha ricordato – che i processi identitari non si sviluppano nel vuoto, ma si radicano nella relazione e non solo nella relazione simbolica o affettiva, ma anche e soprattutto nella relazione fisica, incarnata, concreta. Il corpo, lo sguardo, la presenza dell’altro sono elementi insostituibili nella costruzione di sé». «Gli adolescenti hanno diritto a connettersi, certo, ma hanno anche bisogno di adulti presenti, non solo funzionali. Troppo spesso ci lasciamo sostituire da schermi e dispositivi, delegando la nostra presenza a una notifica o a un messaggio vocale».
Papa Leone XIV: Dorothy Day ha preso posizione per i poveri
“Per molti di voi essere oggi a Roma è la realizzazione di un grande desiderio. Per chi vive un pellegrinaggio e arriva alla meta è importante ricordare il momento della decisione. Qualcosa, all’inizio, si è mosso dentro di voi, magari grazie alla parola o all’invito di qualcun altro. Così, il Signore stesso vi ha presi per mano: un desiderio e poi una decisione. Senza questo, non sareste qui. E’ importante ricordarlo”: citando Dorothy Day, attivista statunitense che cambiò la sua vita dopo l’incontro con il cattolicesimo, dedicandosi completamente agli scartati del primo Novecento e diventando una promotrice di riconciliazione, nell’udienza giubilare di oggi papa Leone XIV ha sottolineato che la pace è prendere posizione dove la dignità umana è calpestata.
Nell’udienza il papa ha sottolineato che Gesù è venuto a ‘portare il fuoco’: “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace”.
La pace di Gesù è il ‘fuoco’ del Vangelo: “A volte vorremmo essere lasciati in pace’: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo”.
Ed ecco l’esempio di Dorothy Day: “Vorrei ricordare una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide”.
L’esempio della scrittrice americana è importante in quanto ha preso posizione a favore dei poveri: “Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione. Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione”.
Il suo ‘fuoco’ ha accesso in molti la carità: “Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco. Che il Giubileo lo ravvivi in noi e in tutta la Chiesa!”
E nel videomessaggio inviato ai partecipanti al convegno ‘Sin identidad no hay educación’, a Madrid il papa ha sottolineato il valore dell’identità educativa cristiana: “L’identità cristiana non è un sigillo decorativo o un ornamento, ma il nucleo stesso che dà significato, metodo e scopo al processo educativo”.
Quindi l’educazione è la stella polare: “Come accade ai marinai, se la stella polare è persa di vista, non è raro che la nave vada alla deriva. Per l’educazione cristiana la bussola è Cristo. Senza la sua luce, la propria missione educativa si svuota del senso e diventa un automatismo senza quella capacità trasformativa offerta dal Vangelo. Pertanto, si tratta di rispondere pienamente a una vocazione e a un progetto totalmente originale, che si incarna nelle pratiche, nel curriculum e nella comunità educativa stessa”.
E l’identità è fondamentale per l’educazione: “Né l’identità è né un accessorio né un trucco che è reso visibile con rituali isolati e nemmeno con meccanismi ripetitivi, privi di vitalità. L’identità è il fondamento che articola la missione educativa, definisce il suo orizzonte di significato e guida le sue pratiche quotidiane, sia nel modo di insegnare che nel modo di valutare e agire. Quando l’identità non informa le decisioni pedagogiche, rischia di diventare un ornamento superficiale che non riesce a sostenere il lavoro educativo di fronte alle tante tensioni culturali, etiche e sociali che caratterizzano i nostri tempi di polarizzazione e violenza”.
Per questo l’educazione è il nesso che collega fede e ragione: “Un’educazione genuina, quindi, promuove l’integrazione tra fede e ragione. Non sono poli opposti, ma percorsi complementari per comprendere la realtà, formare carattere e coltivare l’intelligenza. Di conseguenza, è essenziale che nell’esperienza educativa vengano promossi metodi che coinvolgono la scienza e la storia, così come l’etica e la spiritualità. Questo è pienamente dato in una comunità educativa che è come una casa. Una vera collaborazione tra la famiglia, la parrocchia, la scuola e le realtà territoriali accompagna specificamente ogni studente nel loro cammino di fede e di apprendimento”.
Nel ricordare il documento conciliare ‘Gravissimum Educationis’ il papa ha concluso il messaggio affermando che l’educazione è fondamentale per la Chiesa: “Alla conclusione di questo messaggio, è evidente che l’azione educativa della Chiesa (effettuata attraverso le scuole e le attività formative) non è semplicemente un lavoro filantropico lodevole per soddisfare o sostenere un bisogno sociale, ma è una parte essenziale della sua identità e missione. Pertanto, vi incoraggio a impegnarvi coraggiosamente e a guardare avanti con quella speranza vivente che si rinnova ogni giorno nella vostra passione educativa”.
(Foto: Santa Sede)
All’Auxilium un incontro per riflettere sui Mondi adolescenti
I mondi degli adolescenti sono tanti in una società contemporanea contrassegnata da realtà profondamente diverse, dove i giovani sono una componente minoritaria (sotto il 10% in Italia) rispetto agli adulti e agli anziani, mai cosi numerosi nella storia dell’umanità. A questa realtà in essere è dedicato il percorso interdisciplinare offerto, in questo anno accademico 2025/26, dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium.
‘Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso’ è il tema del secondo incontro pubblico, che avrà luogo sabato 22 novembre, nella sede dell’Ateneo, dalle ore 9.00 alle ore 12.30, e che sarà possibile seguire anche in diretta streaming sul Canale YouTube della stessa Facoltà.
Partendo dall’interrogativo: ‘Come si costruisce l’identità di un adolescente?’, a confrontarsi saranno Valentina Culotta, pedagogista dell’Università degli Studi di Milano Bicocca ed Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta della Pontificia Università Salesiana. A moderare il dibattito sarà Pierluigi Ceccalupo, psicologo e psicoterapeuta, della Facoltà Auxilium.
I relatori saranno impegnati a riconoscere le sfide che interpellano gli adulti per sostenere la crescita dei giovani, specie nell’età dai 14 ai 19 anni, che dovrà gestire il futuro prossimo del Paese. La prof.ssa Culotta ha scelto questo titolo per il suo intervento: ‘Vite funamboliche. Educare al senso nell’epoca della precarietà’. Il prof. Ricci si soffermerà su ‘Ripartire dai bisogni degli adolescenti. Dal vuoto esistenziale alla ricerca di senso’.
Il prof. Ceccalupo orienterà la discussione ponendo in evidenza alcune caratteristiche dei nostri tempi che influenzano grandemente i giovani: la frammentazione e la ricerca di coerenza, l’iperconnessione e il bisogno di intimità, la solitudine e il desiderio di essere visti: “Non si cercano risposte definitive – spiega Ceccalupo – ma domande generative perché ogni adolescente è un mondo da incontrare, non da spiegare e ogni incontro autentico è già in sé un atto educativo”.
In un contesto generale dove gli adolescenti sono ritenuti per lo più un ‘problema’ da risolvere e soprattutto da gestire con grandi difficoltà, la Facoltà Auxilium invita i sistemi scolastici e i circuiti educativi ad aggiornare i tradizionali approcci di relazione, perché le ragazze e i ragazzi non sono “altro” ma parte dello stesso contesto sociale popolato da una umanità disorientata.
Che cosa di loro ci riguarda? Cosa dice a noi, di noi, il loro disagio? Come essere al loro fianco per prevenire sofferenza e promuovere bene-essere e bene-stare? Come accompagnarli nell’adolescenza, da sempre dominata da forti emozioni e desiderio di sperimentare, che oggi ‘rimpalla’ tra fisico e digitale?





























