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Papa Leone XIV: Maria modello per la Chiesa

Nel giro con la ‘papamobile’ durante l’udienza generale papa Leone XIV si è fermato ed ha pregato in silenzio dinanzi alla piastrella incastonata tra i sampietrini, in cui nel posto in cui 45 anni prima papa san Giovanni Paolo II subì l’attentato da parte du Alì Acga, ricordandolo nei saluti in inglese, al termine della catechesi: “Oggi ricordiamo la memoria della Madonna di Fatima. In questo giorno, quarantacinque anni fa, fu compiuto un attentato alla vita di papa Giovanni Paolo II, e per queste ragioni, ho dedicato la mia catechesi odierna alla Beata Vergine Maria”.

Inoltre nel saluto ai portoghesi ha ricordato la festa liturgica di oggi, chiedendo pace: “Oggi, festa liturgica della Beata Vergine Maria di Fatima, volgiamo lo sguardo al Santuario, dove la Madonna ha consegnato ai tre Pastorelli un messaggio di pace. In quel luogo, così caro alla cristianità, si ritrovano oggi, provenienti dai cinque Continenti, numerosi pellegrini: la loro presenza è segno del bisogno di consolazione, di unità e di speranza degli uomini del nostro tempo. Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra”.

Nell’udienza generale ha ripreso il ciclo di catechesi su ‘I Documenti del Concilio Vaticano II’, incentrando la meditazione sul tema della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’, in particolare sulla Vergine Maria, modello della Chiesa: “Il Concilio Vaticano II ha voluto dedicare l’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa alla Vergine Maria. Ella ‘è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità’.

Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale”.

Per questo è ‘modello’ per la Chiesa: “Lasciandosi plasmare dall’opera della Grazia, venuta a compiersi in Lei, e accogliendo il dono dell’Altissimo con la sua fede e il suo amore verginale, Maria è modello perfetto di ciò che la Chiesa tutta è chiamata ad essere, creatura della Parola del Signore e madre dei figli di Dio generati nella docilità all’azione dello Spirito Santo”.

Modello di madre che genera: “In quanto, poi, è la credente per antonomasia, in cui ci è offerta la forma perfetta dell’incondizionata apertura al mistero divino nella comunione del popolo santo di Dio, Maria è membro eccellente della comunità ecclesiale. In quanto, infine, genera figli nel Figlio, amati nell’eterno Amato venuto fra noi, Maria è madre della Chiesa tutta, che a Lei può rivolgersi con confidenza filiale, nella certezza di essere ascoltata, custodita e amata”.

Altra caratteristica è ‘icona del Mistero’: “Si potrebbe esprimere l’insieme di queste caratteristiche della Vergine Maria parlando di Lei come della donna icona del Mistero. Con il termine donna si evidenzia la concretezza storica di questa giovane figlia d’Israele, cui è stato dato di vivere la straordinaria esperienza di diventare la madre del Messia.

Con l’espressione icona si sottolinea che in Lei si realizza il duplice movimento di discesa e di ascesa: in Lei risplendono tanto l’elezione gratuita da parte di Dio, quanto il libero consenso della fede in Lui. Maria è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo”.

Quindi in Lei si riflette il mistero della Chiesa: “Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell’alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere”.

Ha concluso la catechesi con l’invito ad amare la Chiesa: “Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa e a servire in essa il compimento del Regno di Dio che viene e che pienamente si realizzerà nella gloria…

Sorelle e fratelli, lo Spirito Santo, disceso su Maria e invocato da noi con umiltà e fiducia, ci doni di vivere pienamente queste stupende realtà. E, dopo aver approfondito la Costituzione Lumen gentium, chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono: cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV da Pompei invita a pregare il rosario per la pace

“Sono molto contento di incontrare tutti voi, che in vari modi siete legati alle Opere di carità del Santuario di Pompei: persone accolte, religiosi, educatori e volontari. Saluto e ringrazio particolarmente il Vescovo per le parole che mi ha rivolto e voi che avete condiviso le vostre testimonianze. E’ bello per me iniziare questa Visita Pastorale sulle orme di san Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso”: sono le prime parole pronunciate da papa Leone XIV atterrato al Santuario di Pompei, incontrando i beneficiari delle opere di carità, iniziative di solidarietà fondate da san Bartolo Longo.

Ai presenti il papa ha sottolineato una realtà che si snoda tra carità e preghiera: “Tale realtà è ancora ben viva e visibile. Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo. Qui il ‘Tempio della Carità’ ed il ‘Tempio della Fede’ si sostengono a vicenda. La preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle ‘Case Famiglia’, alla Mensa per i poveri, intitolata a papa Francesco. E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime”.

Tali opere sono sorte grazie a san Bartolo: “Quando san Bartolo giunse per la prima volta a Valle di Pompei, vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti. Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio”.

Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato che san Bartolo proponeva la carità per contrastare la povertà: “A chi poi gli diceva che i suoi giovani erano destinati alla stessa sorte dei loro genitori, rispondeva che l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive. Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo”.

Ciò può avvenire grazie la recita del rosario: “Alla base di tutto, però, come abbiamo detto, c’è la preghiera e in particolare il Santo Rosario. Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto. Raccomando perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, ‘quanto Egli ha operato’ penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza”.

E’ stato un invito alla preghiera: “Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù”.

Una preghiera che non esclude nessuno: “Ed a voi bambini, ragazzi e giovani, raccomando di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più (e sempre nella vostra vita) di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi. Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti. Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti”.

Prima di raggiungere Napoli ha celebrato la santa messa ricordando l’opera di san Bartolo Longo: “Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che san Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione”.

Ritornando al vangelo letto nella celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato il valore della gioia: “Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la ‘piena di grazia’. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino… Nell’ ‘Eccomi’ di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio (Theotòkos) e Madre della Chiesa”.

Ecco l’attualità del rosario: “Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? E’ in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati.

Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. E’ quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare”.

Il rosario apre al mondo: “Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica ‘Rosarium Virginis Mariae’ sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”.

Con il rosario il papa ha invitato a pregare per la pace: “Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede. E san Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce ‘onnipotente per grazia’. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo”.

(Foto: Santa Sede)

Stella di un mattino che non tramonta

La nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, concepita come uno strumento teologico-pastorale per il Centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) al fine di presentare la figura di Francesco d’Assisi quale uomo ancora ‘vivo’ oggi: è uscita la nuova pubblicazione di fra Fabio Nardelli, ‘Stella di un mattino che non tramonta’.

L’espressione ‘stella di un mattino che non tramonta’ richiama indirettamente il libro del Siracide 50,6 e intende descrivere lo splendore della santità di Francesco d’Assisi nelle ‘nubi’ del suo tempo, ma soprattutto intende cogliere l’attualità di questo uomo ‘confermato a Cristo’ che, dopo ottocento anni, ancora parla alla vita della Chiesa.

Otto secoli non sono pochi: eppure alla vicenda di Francesco d’Assisi è riconosciuta una forza d’attualità non indifferente. In occasione del centenario della Pasqua di san Francesco (1226-2026) si intende ripercorrere l’esperienza del Poverello di Assisi, particolarmente segnata dalla chiamata evangelica e vivere in fraternità e nella missionarietà.

Il modello che ha guidato Francesco di Assisi per animare la vita itinerante è quello dei discepoli di Gesù che vanno in missione. La vocazione di frate Francesco non è monastica: egli sa che la sua vita si realizza nel mondo, tra la gente, perché è stato chiamato a formare una ‘Fraternità in missione’. La realtà della fraternità missionaria, dall’esperienza originaria fino ai giorni nostri, si presenta come un dato essenziale e identitario.

Dopo un breve inquadramento di carattere introduttivo, che mette in luce la figura del Santo di Assisi, l’attenzione si concentrerà su alcune caratteristiche proprie della sua esperienza spirituale: egli, infatti, in quanto uomo convertito, evangelico, ecclesiale, missionario è attuale. In conclusione, si cercheranno di cogliere nella sua esperienza alcuni elementi significativi per il rinnovamento della Chiesa nel Terzo Millennio.

A conclusione di ogni capitolo, inoltre, sono stati pensati dei ‘riquadri’ di carattere magisteriale, che contengono il pensiero di alcuni pontefici, in ordine cronologici, riguardo alla figura di san Francesco, nel tentativo di presentarne un’attualizzazione nel contesto ecclesiale post-conciliare.

La proposta di frate Francesco, ancora viva e attuale, dopo ottocento anni, è un dono dello Spirito nella storia della Chiesa che si presenta come impegno comune e fraterno per vivere pienamente la chiamata evangelizzatrice, superando anche i confini culturali e religiosi. Il santo di Assisi rilancia la necessità di un legame stretto tra minorità, fraternità e missionarietà, che sono realtà interconnesse a tal punto che l’una non ha ragione di esistere senza l’altra.

Da itinerante e inviando i suoi frati per il mondo, egli obbediva alla chiamata di Dio che lo orientava solamente al Vangelo. L’esistenza di Francesco d’Assisi è un’unica risonanza della parola di Dio e quindi una sua manifestazione e, pertanto, ciò che dà inizio alla sua vita e alla storia dell’Ordine francescano è sicuramente la parola di Dio, che egli percepisce nel suo cuore e scopre negli avvenimenti, portandolo a considerare la sua esistenza come una ‘grazia ricevuta’.

Fra Fabio Nardelli è frate minore e sacerdote della Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi. E’ docente di ecclesiologia presso la Pontificia Università Antonianum. E’ socio ordinario dell’Associazione Teologica Italiana.

Ha partecipato come membro del terzo Gruppo di Studio del Sinodo universale La missione nell’ambiente digitale. E’ autore di diversi contributi e volumi di ecclesiologia, tra cui ‘La Chiesa popolo missionario’ (Cittadella, 2023), ‘Un popolo missionario e sinodale’ (Cittadella, 2024), ‘Missionari tutti. Il cammino nel mondo digitale’ (Dicastero per la Comunicazione, 2025) e ‘Riforma nella Chiesa’ (Cittadella, 2025).

Mons. Felice Accrocca è vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e Foligno

Sabato 10 gennaio, al termine dell’apertura dell’anno giubilare francescano per ricordare gli 800 anni del transito di san Francesco d’Assisi, il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino, ha dato l’annuncio del suo successore, mons. Felice Accrocca, alla guida in ‘persona episcopi’ delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, in concomitanza con la pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Sala Stampa Vaticana (e con la diocesi di Benevento).

La cancelliere della diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino, suor Alessandra Rusca ha letto il decreto di nomina di mons. Sorrentino come amministratore apostolico delle due diocesi fino all’insediamento del nuovo vescovo; il cancelliere della diocesi di Foligno Fabio Cioccoloni, ha letto le altre nomine e il delegato, don Giovanni Zampa, già vicario generale, ha letto il saluto del nuovo vescovo alle due diocesi.

Nel saluto ai fedeli delle diocesi umbre mons. Accrocca ha ripreso le parole di Ugo di san Vittore, un monaco del XII secolo: “Carissimi fratelli e figli, ‘grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!’ Il Signore mi ha inviato a voi e Lui sa quello che fa: ho accolto la sua chiamata con serenità, pur con tutte le domande (e le paure) che in tali momenti affollano la mente e con cui bisogna fare i conti; confido però sulla Grazia di Dio e anche su di voi.

Mi hanno molto aiutato, nei giorni scorsi, le parole di un monaco del secolo XII, Ugo di San Vittore: questi afferma che ‘è molto sensibile [tenero] l’uomo che sente ancora la dolcezza della terra natale, è già forte colui che sa fare di ogni luogo la sua nuova patria, ma è veramente perfetto nella virtù colui che valuta tutto il mondo come un luogo d’esilio. Il primo ha fissato il suo amore in una parte della terra, il secondo lo ha distribuito in molti luoghi, ma il terzo ha annullato in se stesso l’amore del mondo’. Vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera”.

Mentre ai fedeli della diocesi di Benevento ha ricordato il bene reciproco: “Questa terra l’ho sentita veramente mia. E’ mia e lo rimarrà. Quando sono venuto qui ero pieno di paure, credevo che non sarei riuscito a sopravvivere serenamente neppure tre mesi. Faticavo anche a collocare queste parti geograficamente. Ma nonostante i momenti di difficoltà sento che ho ricevuto tanto da tanti di voi. Ho trovato tanti amici, gente straordinaria.

Vi ho voluto bene, sono convinto però che voi me ne avete voluto di più. Vi chiedo di continuare a pregare per me per tre motivi: non fare guai troppo grossi, rimanere sereno e non perdere il sorriso. Spero di esserne all’altezza, fiducioso di rivederci ad Assisi. La mia nomina non la vedo come un avanzare o un regredire, né come un premio. Sento che forse il Papa in questo momento aveva bisogno di me e in me ha trovato la persona adatta”.

Ed appena appresa la notizia i Frati di Assisi, attraverso il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, hanno espresso la loro gioia per la nomina del vescovo e ringraziato mons. Sorrentino: “La scelta di papa Leone mi riempie di gioia. Mons. Felice Accrocca è universalmente riconosciuto per la sua straordinaria competenza su san Francesco e sulla storia delle origini del francescanesimo.

A ciò si aggiungono la sua umanità e la passione per la vita pastorale e l’evangelizzazione, qualità che abbiamo avuto modo di apprezzare in numerosi incontri qui ad Assisi. L’ultimo di questi, giovedì scorso, lo ha visto parlare a noi superiori francescani d’Italia, offrendoci ancora una volta un segno tangibile del suo impegno e della sua visione”.

Per questo ha sottolineato la scelta ‘appropriata’: “Ritengo che questa sia la scelta più appropriata per il tempo presente, in cui celebriamo l’ottavo centenario della morte di san Francesco, ma anche per gli anni a venire. La figura e il messaggio di san Francesco d’Assisi, grazie a questa guida, potranno continuare a portare frutti di fede in una società che ha urgente bisogno di riscoprire il Signore Gesù, di ritrovare la fraternità in un mondo sempre più individualista e di abbracciare quella piccolezza evangelica che rappresenta l’antidoto alla brama di potere dell’uomo contemporaneo”.

Infine ha ringraziato mons. Sorrentino: “Il suo instancabile impegno a favore di questa Chiesa, così ricca di santità, e la cura con cui ha coltivato le relazioni con noi frati, sostenendo la nostra variegata attività in Basilica, meritano il nostro più sincero ringraziamento”.

(Foto: Realtà Sannita)

Ad Assisi aperto l’anno giubilare francescano

‘Hic michi viventi lectus fuit et morienti’ (qui fu il mio letto, sia da vivo che da morente): dalle celebrazioni dell’anniversario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio nel 2023 a quelle per il dono delle Stimmate nel 2024, dagli eventi per ricordare la composizione del Cantico delle creature nel 2025, all’apertura dell’VIII centenario del transito: sabato 10 gennaio dalla  basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è aperto l’ultimo tratto del cammino giubilare francescano che culminerà il 3 ottobre (giorno della morte) e il 4 per la festa del santo. E la scritta sul libro che il Poverello tiene in mano nell’icona del 1255, san Francesco tra due angeli rappresenta uno dei simboli del Transito perché proprio quell’asse lignea dipinta dal pittore Maestro di San Francesco accolse e protesse il corpo del Poverello in vita e poi immediatamente dopo la sua morte, come lui stesso afferma.

L’avvio del Centenario in questo luogo ha segnato l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco (come ha sottolineato fra Massimo Travascio Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale) ‘ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto’, auspicando che questo Centenario non sia “memoria innocua, ma profezia viva, capace di insegnare ancora oggi a vivere e a morire secondo il Vangelo”.

Il rito è stato presieduto dal Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fra Francesco Piloni, mentre mons. Domenico Sorrentino, ed il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, hanno varcato insieme la soglia della Basilica portando un cero, successivamente acceso nella Cappella del Transito, come ha sottolineato mons. Sorrentino: “Quando quattro anni fa iniziammo proprio qui in Assisi a pensare al 2026, insieme poi ai vescovi e francescani degli altri luoghi dei Centenari, Greccio e La Verna, sapevamo che avremmo vissuto anni di grazia e così è stato. Per arrivare oggi a un’esplosione di gioia vera, quella che viene dal cuore e dall’impegno di ciascuno a recuperare Francesco in tutte le sue dimensioni… L’augurio che faccio a tutti e alla Chiesa intera è di riscoprire questo nostro Santo per riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e pace”.

Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione una voce sola e un passo comune. Fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano. Un momento di rara forza ecclesiale, rimando all’unità di una famiglia che riconosce in Francesco una sorgente comune e ancora feconda.

Il rito si è articolato in sei momenti (Misericordia, Preghiera, Fraternità, Lavoro, Pace e Benedizione) che hanno ripercorso i passaggi essenziali del Testamento di san Francesco, accompagnati da meditazioni, testimonianze e interventi dei Ministri Generali. Al centro, l’invocazione corale della pace, affidata alla responsabilità dei credenti in un tempo segnato da conflitti, divisioni e fragilità globali. Il cammino si è concluso alla Porziuncola, segno del ‘sepolcro vuoto’ e della Pasqua vissuta da Francesco, a indicare che il Transito non è una fine, ma l’inizio di una vita pienamente consegnata a Dio e agli uomini.

Al termine della celebrazione per questo Anno Santo francescano è stata letta la ‘Lettera’che papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale.

Per tale motivo la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, da potersi ottenere per tutto il corso dell’anniversario nelle chiese francescane di tutto il mondo, come reso pubblico dal Decreto promulgato nel Bollettino della Santa Sede del 10 gennaio 2026, come ha sottolineato il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: “Ricordare la morte di Francesco significa per noi celebrare il miracolo della sua vita e la sua presenza viva in mezzo a noi: una benedizione che da oltre ottocento anni accompagna la Chiesa e l’intera umanità. La vita e il carisma francescani trovano la loro radice più autentica nello stesso Francesco, che continua a portare frutto nella storia, seminando misericordia, fraternità e pace”.

Anche fra Francesco Piloni OFM ha voluto commentare questa importante giornata: “Qui oggi la Chiesa riceve nuovamente un Testamento, che è un dono per tutti. Aprendo questo Centenario nel luogo del suo Transito, riconosciamo che la vita del Poverello continua a parlare a tutti noi, alla Chiesa intera, chiamandola alla conversione e alla fraternità, perché ciò che nacque qui, sulla nuda terra, è destinato ancora a fecondare il mondo”.

La cerimonia è stata aperta dal saluto di fra Massimo Travascio, custode della basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, e proseguita con la processione guidata dal presidente del rito, fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, assieme ai sei ministri generali ovvero fra Massimo Fusarelli (Frati minori), fra Carlos Alberto Trovarelli (Frati minori conventuali), fra Roberto Genuin (Frati minori cappuccini), Tibor Kauser (Ordine francescano secolare), fra Amando Trujillo Cano (Terzo ordine regolare) e suor Daisy Kalamparamban, presidente della Conferenza francescana internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’ordine regolare.

Per l’occasione la Penitenzieria apostolica ha concesso l’indulgenza plenaria, papa Leone XIV ha salutato l’evento con un messaggio ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in cui scrive: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane” ed ha assicurato di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e poi ha consegnato una preghiera dedicata al Poverello.

E’ stato quindi il momento delle riflessioni con i ministri generali che hanno raggiunto le sei stazioni laterali della basilica, ripercorrendo idealmente i passaggi cruciali del Testamento che san Francesco lasciò ai suoi frati prima di morire, la sua eredità spirituale: misericordia, preghiera, fraternità, lavoro, pace e benedizione sono stati i temi delle meditazioni, accompagnate da un testo delle Fonti francescane o del Vangelo e dall’ascolto di una testimonianza.

Al termine del rito è stato letto il messaggio inviato da papa Leone XIV e mons. Sorrentino ha annunciato il suo successore alla guida della diocesi, mons. Felice Accrocca, comunicando la promulgazione del decreto con il quale il papa istituisce uno speciale Anno giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace:

“La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole ‘fratello’ e la luna ‘sorella’, che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”.

(Foto: San Francesco d’Assisi)

Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo

Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella  che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.

La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.

Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.

Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.

Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.

Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.

Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente.  Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.

Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati  tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.

Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol  grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’.  (Paradiso, canto XXXIII).           

Papa Leone XIV invita a riconoscere Gesù nella vita quotidiana

“In particolare, saluto i Religiosi, le Religiose e i Consacrati di Istituti Secolari qui convenuti per il Giubileo della Vita Consacrata. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro prezioso servizio al Vangelo e alla Chiesa e vi esorto ad essere segni eloquenti dell’amore di Dio e strumenti di pace in ogni ambiente. Non stancatevi di testimoniare la speranza sulle tante frontiere del mondo moderno, sapendo individuare con audacia missionaria strade nuove di evangelizzazione e di promozione umana”: con queste parole papa Leone XIV, al termine dell’udienza generale ha salutato i religiosi, le religiose ed i consacrati di Istituti Secolari convenuti in occasione del giubileo della Vita Consacrata.

Precedentemente aveva salutato i pellegrini croati incoraggiandoli a non disperdere il patrimonio di fede acquisito: “Fratelli e sorelle, come pellegrini di speranza siete arrivati a Roma per confermare la vostra fede sulle tombe degli Apostoli. Fieri della vostra storia e radicati nella fedeltà alla Chiesa e al Successore di Pietro, portate avanti il tesoro ricevuto. Esso si manifesta nella vicinanza e nell’amore reciproco, umile e perseverante, senza aspettare in cambio i riconoscimenti. Il Signore Gesù, che trasforma la nostra vita con piccoli segni di amore e bussa alle porte dei nostri cuori, vi chiama pazientemente a rispondergli in ogni momento. Siate dunque testimoni di Cristo Risorto e fermento di speranza nella società in cui siete radicati”.

Mentre nella catechesi dell’udienza generale il papa ha richiamato la vicenda dei discepoli di Emmaus per evidenziare come la risurrezione si manifesta in modo umile: “Se ripensiamo ai racconti evangelici, ci accorgiamo che il Signore risorto non fa nulla di spettacolare per imporsi alla fede dei suoi discepoli. Non si presenta circondato da schiere di angeli, non compie gesti clamorosi, non pronuncia discorsi solenni per svelare i segreti dell’universo. Al contrario, si avvicina con discrezione, come un viandante qualsiasi, come un uomo affamato che chiede di condividere un po’ di pane”.

Ed ha richiamato alcuni episodi narrati nei Vangeli avvenuti dopo la resurrezione: “Maria di Magdala lo scambia per un giardiniere. I discepoli di Emmaus lo credono un forestiero. Pietro e gli altri pescatori pensano che sia un passante qualunque. Noi ci saremmo aspettati effetti speciali, segni di potenza, prove schiaccianti. Ma il Signore non cerca questo: preferisce il linguaggio della prossimità, della normalità, della tavola condivisa”.

Tali episodi sottolineano la presenza fisica di Gesù nella quotidianità: “Fratelli e sorelle, in questo c’è un messaggio prezioso: la Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Gesù risorto mangia una porzione di pesce davanti ai suoi discepoli: non è un dettaglio marginale, è la conferma che il nostro corpo, la nostra storia, le nostre relazioni non sono un involucro da gettare via. Sono destinate alla pienezza della vita. Risorgere non significa diventare spiriti evanescenti, ma entrare in una comunione più profonda con Dio e con i fratelli, in un’umanità trasfigurata dall’amore”.

Quindi la resurrezione trasforma tutto in grazia: “Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso ed il ‘sapore’. Ogni gesto compiuto nella gratitudine e nella comunione anticipa il Regno di Dio”.

Però il problema si pone nel vedere la Resurrezione: “Tuttavia, c’è un ostacolo che spesso ci impedisce di riconoscere questa presenza di Cristo nel quotidiano: la pretesa che la gioia debba essere priva di ferite. I discepoli di Emmaus camminano tristi perché speravano in un altro finale, in un Messia che non conoscesse la croce. Nonostante abbiano sentito dire che il sepolcro è vuoto, non riescono a sorridere. Ma Gesù si mette accanto a loro e con pazienza li aiuta a comprendere che il dolore non è la smentita della promessa, ma la strada attraverso cui Dio ha manifestato la misura del suo amore.

Quando infine siedono a tavola con Lui e spezzano il pane, si aprono i loro occhi. E si accorgono che il loro cuore ardeva già, anche se non lo sapevano. Questa è la sorpresa più grande: scoprire che sotto la cenere del disincanto e della stanchezza c’è sempre una brace viva, che attende solo di essere ravvivata”.

Ecco che la Resurrezione traccia una strada alla speranza: “Fratelli e sorelle, la risurrezione di Cristo ci insegna che non c’è storia tanto segnata dalla delusione o dal peccato da non poter essere visitata dalla speranza. Nessuna caduta è definitiva, nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a rimanere aperta per sempre. Per quanto possiamo sentirci lontani, smarriti o indegni, non c’è distanza che possa spegnere la forza indefettibile dell’amore di Dio”.

Per questo il papa ha sottolineato che Gesù non abbandona nessuno nei momenti di sconforto: “A volte pensiamo che il Signore venga a visitarci soltanto nei momenti di raccoglimento o di fervore spirituale, quando ci sentiamo all’altezza, quando la nostra vita appare ordinata e luminosa. E invece il Risorto si fa vicino proprio nei luoghi più oscuri: nei nostri fallimenti, nelle relazioni logorate, nelle fatiche quotidiane che ci pesano sulle spalle, nei dubbi che ci scoraggiano. Nulla di ciò che siamo, nessun frammento della nostra esistenza gli è estraneo”.

Gesù è vicino ed è in attesa di un suo riconoscimento: “Oggi, il Signore risorto si affianca a ciascuno di noi, proprio mentre percorriamo le nostre strade (quelle del lavoro e dell’impegno, ma anche quelle della sofferenza e della solitudine) e con infinita delicatezza ci chiede di lasciarci riscaldare il cuore. Non si impone con clamore, non pretende di essere riconosciuto subito. Con pazienza attende il momento in cui i nostri occhi si apriranno per scorgere il suo volto amico, capace di trasformare la delusione in attesa fiduciosa, la tristezza in gratitudine, la rassegnazione in speranza”.

Sta a ciascuno il Suo riconoscimento: “Il Risorto desidera soltanto manifestare la sua presenza, farsi nostro compagno di strada e accendere in noi la certezza che la sua vita è più forte di ogni morte. Chiediamo allora la grazia di riconoscere la sua presenza umile e discreta, di non pretendere una vita senza prove, di scoprire che ogni dolore, se abitato dall’amore, può diventare luogo di comunione”.

L’udienza generale è stata conclusa con l’invito ad avere un cuore ardente: “E così, come i discepoli di Emmaus, torniamo anche noi alle nostre case con un cuore che arde di gioia. Una gioia semplice, che non cancella le ferite ma le illumina. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è vivo, cammina con noi, e ci dona in ogni istante la possibilità di ricominciare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il rosario è accompagnamento nella vita

“Cari fratelli e sorelle, con gioia mi unisco a voi in questa Veglia di preghiera a conclusione del Mese di Maggio. E’ un gesto di fede con cui in modo semplice e devoto ci riuniamo sotto il manto materno di Maria. Quest’anno, poi, esso richiama alcuni aspetti importanti del Giubileo che stiamo celebrando: la lode, il cammino, la speranza e, soprattutto, la fede meditata e manifestata coralmente”: stasera a conclusione del mese di maggio papa Leone XIV si è recato al termine della recita del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.

Nel breve discorso papa Leone XIV ha richiamato la meditazione di papa san Giovanni Paolo II sul rosario: “Ed in effetti, meditando i Misteri gaudiosi, durante il cammino percorso, siete entrati e avete sostato, come in pellegrinaggio, in tanti luoghi della vita di Gesù: nella casa di Nazaret contemplando l’Annunciazione, in quella di Zaccaria contemplando la Visitazione, che oggi abbiamo celebrato, nella grotta di Betlemme contemplando il Natale, nel Tempio di Gerusalemme contemplando la presentazione e poi il ritrovamento di Gesù”.

Il rosario è un accompagnamento nella vita quotidiana: “Vi hanno accompagnato, nell’Ave Maria ripetuta con fede, le parole dell’Angelo alla Madre di Dio: ‘Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te’, e quelle di Elisabetta che la accoglie con gioia: ‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!’ I vostri passi, così, sono stati scanditi dalla Parola di Dio, che ne ha segnato, con il suo ritmo, il procedere, le soste e le partenze, proprio come per il popolo d’Israele nel deserto, in viaggio verso la Terra promessa”.

Con un richiamo a sant’Agostino il papa ha invitato a lodare Dio con la ‘lingua’ e la vita: “Guardiamo, allora, alla nostra esistenza come a un cammino alla sequela di Gesù, da percorrere, come abbiamo fatto stasera, insieme a Maria. E chiediamo al Signore di saperlo lodare ogni giorno, ‘con la vita e con la lingua, col cuore e con le labbra, con la voce e con la condotta’, evitando le stonature: la lingua intonata con la vita e le labbra con la coscienza”.

In mattinata papa Leone XIV aveva inviato un messaggio alla Conferenza dei vescovi di Francia in occasione del 100^ anniversario della canonizzazione di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney e santa Teresa del Bambin Gesù: “Elevandoli alla gloria degli altari, il mio predecessore Pio XI desiderava presentarli al Popolo di Dio come maestri da ascoltare, come modelli da imitare e come potenti intercessori da pregare e invocare.

L’ampiezza delle sfide che, un secolo dopo, si presentano alla Chiesa in Francia, e la pertinenza sempre più attuale delle sue tre figure di santità ad affrontarle, mi spingono a invitarvi a dare un rilievo particolare a questo anniversario”.

Nel messaggio il papa si è soffermato sul ‘ritratto’ spirituale dei tre santi, come ha scritto papa Francesco nell’enciclica ‘Dilexit Nos’: “Non potrebbe esserci programma di evangelizzazione e di missione più bello e più semplice per il vostro Paese: far scoprire a ognuno l’amore di tenerezza e di predilezione che Gesù nutre per lui, al punto di trasformarne la vita. Ed, in tal senso, i nostri tre santi sono davvero dei maestri, di cui vi invito a far conoscere e apprezzare incessantemente la vita e la dottrina al Popolo di Dio”.

Nel messaggio ha tratteggiato il culto dei tre santi al Sacro Cuore di Gesù: “San Giovanni Eudes non è forse stato il primo ad aver celebrato il culto liturgico dei Cuori di Gesù e di Maria? San Giovanni Maria Vianney non è stato forse un parroco appassionatamente dedito al suo ministero che affermava: “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”? E infine, santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo non è forse il grande Dottore ‘in scientia amoris’ di cui il nostro mondo ha bisogno, lei che ‘respirava’ il nome di Gesù in ogni istante della sua vita, con spontaneità e freschezza, e che insegnò ai più piccoli una via ‘tutta facile’ per accedervi?”

E’ stato un invito a ringraziare Dio per questi doni santi: “Celebrare il centenario della canonizzazione di questi tre santi è anzitutto un invito a rendere grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto in questa terra di Francia durante i lunghi secoli di evangelizzazione e di vita cristiana.

I santi non appaiono spontaneamente, ma, attraverso la grazia, sorgono in seno a comunità cristiane vive che hanno saputo trasmettere loro la fede, accendere nel loro cuore l’amore di Gesù e il desiderio di seguirlo. Questa eredità cristiana vi appartiene ancora, impregna ancora profondamente la vostra cultura e resta viva in molti cuori”.

Infine papa Leone XIV ha invitato la Chiesa francese ha lodare le ‘meraviglie’ di Dio: “Dio può, con l’aiuto dei santi che vi ha donato e che voi celebrate, rinnovare le meraviglie che ha compiuto in passato. Santa Teresa non sarà forse la Patrona delle missioni nelle terre stesse che l’hanno vista nascere? San Giovanni Maria Vianney e san Giovanni Eudes non sapranno forse parlare alla coscienza di tanti giovani della bontà, della grandezza e della fecondità del sacerdozio, suscitando in loro il desiderio entusiasta, e dando loro il coraggio di rispondere generosamente alla chiamata, proprio mentre la mancanza di vocazioni si fa dolorosamente sentire nelle vostre diocesi e i sacerdoti sono sempre più messi duramente alla prova? Colgo l’occasione per ringraziare dal profondo del cuore tutti i sacerdoti di Francia per il loro impegno coraggioso e perseverante, e desidero esprimere loro il mio paterno affetto”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a coltivare la carità

“Il brano biblico che abbiamo ascoltato è l’inizio di una bellissima lettera indirizzata da San Paolo ai cristiani di Roma, il cui messaggio ruota attorno a tre grandi temi: la grazia, la fede e la giustizia. Mentre affidiamo all’intercessione dell’Apostolo delle genti l’inizio di questo nuovo Pontificato, riflettiamo insieme sul suo messaggio”: nel pomeriggio papa Leone XIV si è recato nella basilica dedicata all’apostolo Paolo, fermandosi in preghiera al sepolcro.

Dopo i riti introduttivi della celebrazione e la proclamazione di un passaggio dalla lettera di san Paolo ai Romani, papa Leone XIV ha richiamato i temi fondamentali del messaggio paolino, incentrato su grazia, fede e giustizia con particolare sottolineatura alla grazia della chiamata: “San Paolo dice prima di tutto di aver avuto da Dio la grazia della chiamata. Riconosce, cioè, che il suo incontro con Cristo e il suo ministero sono legati all’amore con cui Dio lo ha preceduto, chiamandolo ad un’esistenza nuova mentre era ancora lontano dal Vangelo e perseguitava la Chiesa”.

Però san Paolo richiama sant’Agostino: “Sant’Agostino (anche lui un convertito) parla della stessa esperienza dicendo: ‘Cosa potremo noi scegliere, se prima non siamo stati scelti noi stessi? In effetti, se non siamo stati prima amati, non possiamo nemmeno amare’. Alla radice di ogni vocazione c’è Dio: la sua misericordia, la sua bontà, generosa come quella di una madre, che naturalmente, attraverso il suo stesso corpo, nutre il suo bambino quando è ancora incapace di alimentarsi da solo”.

In questo consiste ‘l’obbedienza della fede’: “Paolo, però, nello stesso brano, parla anche di ‘obbedienza della fede’, e pure qui condivide ciò che ha vissuto. Il Signore, infatti, apparendogli sulla via di Damasco, non lo ha privato della sua libertà, ma gli ha lasciato la possibilità di una scelta, di una obbedienza frutto di fatica, di lotte interiori ed esteriori, che lui ha accettato di affrontare. La salvezza non viene per incanto, ma per un mistero di grazia e di fede, di amore preveniente di Dio, e di adesione fiduciosa e libera da parte dell’uomo”.

Quindi la chiamata di san Paolo riguarda ogni credente, come aveva sottolineato lo scorso anno papa Francesco: “Mentre allora ringraziamo il Signore per la chiamata con cui ha trasformato la vita di Saulo, gli chiediamo di saper anche noi rispondere ai suoi inviti allo stesso modo, facendoci testimoni dell’amore ‘riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato’. Gli chiediamo di saper coltivare e diffondere la sua carità, facendoci prossimi gli uni per gli altri, nella stessa gara di affetti che, dall’incontro con Cristo, ha spinto l’antico persecutore a farsi ‘tutto a tutti’, fino al martirio. Così, per noi come per lui, nella debolezza della carne si rivelerà la potenza della fede in Dio che giustifica”.

Infine ha ricordato san Benedetto da Norcia e papa Benedetto XVI, che hanno sempre ripetuto che Dio ci ama: “Questa Basilica da secoli è affidata alla cura di una Comunità benedettina. Come non ricordare, allora, parlando dell’amore come fonte e motore dell’annuncio del Vangelo, gli insistenti appelli di san Benedetto, nella sua Regola, alla carità fraterna nel cenobio e all’ospitalità verso tutti?

Ma vorrei concludere richiamando le parole che, più di mille anni dopo, un altro Benedetto, Papa Benedetto XVI, rivolgeva ai giovani: ‘Cari amici, diceva, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto… All’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio’… E’ qui la radice, semplice e unica, di ogni missione, anche della mia, come successore di Pietro ed erede dello zelo apostolico di Paolo. Mi dia il Signore la grazia di rispondere fedelmente alla sua chiamata”.

In mattinata il papa aveva inviato un videomessaggio alla Pontifica Università Cattolica di Rio de Janeiro per ricordare il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’: “Cari fratelli e sorelle, voglio inviare questo saluto, un grande saluto, alla Rete delle Università per la Cura della Casa Comune. So che siete riuniti alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro e che avete questa bella occasione del 10° anniversario del documento del Santo Padre Francesco, l’enciclica ‘Laudato sì’.

So che state per fare un lavoro sinodale di discernimento in preparazione alla COP30. Rifletterete insieme su una possibile remissione del debito pubblico e del debito ecologico, una proposta che Papa Francesco aveva suggerito nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. E in questo anno giubilare, un anno di speranza, questo messaggio è così importante”.

E’ un incoraggiamento a costruire ponti:”Vorrei incoraggiare voi, rettori universitari, in questa missione che avete assunto: essere costruttori di ponti di integrazione tra le Americhe e la Penisola Iberica, lavorando per la giustizia ecologica, sociale e ambientale. Vi ringrazio tutti per i vostri sforzi e il vostro lavoro. Vi incoraggio a continuare a costruire ponti”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco alle confraternite di pietà popolare: non dimenticare la preghiera

“Sono molto lieto di accogliervi come pellegrini in questo Anno Giubilare. Sono venuti per ringraziare Dio per l’ultimo Congresso Internazionale delle Confraternite e della Pietà Popolare. Quando mi hanno detto che saresti venuto, ero un po’ preoccupato, perché nel messaggio ti avevo chiamato ‘pazzo’ e forse era per questo che eri interessato a incontrarmi. Ma mons. Saiz Meneses mi dice che questa iniziativa è stata una grazia i cui echi si possono ancora udire e che mi sento più a mio agio”: anche oggi papa Francesco, ancora non pienamente in forma, ha ricevuto in Casa santa Marta la Commissione esecutiva del II Congresso internazionale delle Confraternite e della pietà popolare.

Durante l’incontro ha ricordato un suo precedente messaggio: “Nel mio messaggio, se ricordate, ho proposto di vivere questo evento come una preghiera di lode, che accompagni il nostro cammino terreno come un pellegrinaggio verso Dio e verso i fratelli. In questo modo chiedeva loro di essere testimoni di un amore traboccante, al punto da sembrare pazzi, pazzi d’amore”.

Anche a loro ha ricordato il valore della preghiera: “Quanto sarebbe bello per noi se, al termine di questo evento, i primi echi si udissero soprattutto nelle famiglie. Si potrebbe udire come il silenzio fragoroso di una preghiera che giunge fino alle lacrime, perché viene dal cuore; sia davanti all’immagine del titolare della loro fratellanza, che presiede le loro case; sia davanti al Tabernacolo della parrocchia o del tempio, sia accanto al letto del malato o in compagnia degli anziani”.

Infine ha sottolineato la loro iniziativa di una casa per i ‘senzatetto’: “Il vostro Arcivescovo mi ha anche detto che un altro di questi echi, già realizzato, è una casa di accoglienza per i senzatetto, frutto della carità nascosta a cui ho fatto riferimento nel mio messaggio. Spero che in quest’opera potremo sempre sentire il battito di un cuore amorevole. Proponiamo che, attraverso ‘il rispetto, l’affetto e la cura’ in questa casa, la società e coloro che vengono accolti tornino a riconoscere la dignità unica di ogni persona”.

(Foto: Santa Sede)

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