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Don Luigi Epicoco: l’accoglienza è eucarestia

‘25 anni di accoglienza, di cura e di comunità nel territorio maceratese’, ha esordito la presidente de ‘La Goccia’, Valeria Rossi, aprendo l’incontro svoltosi a fine febbraio nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra con don Luigi Epicoco, docente incaricato di antropologia filosofica alla Pontificia Accademia Alfonsiana e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. sull’ospitalità, ‘Non dimenticate l’ospitalità: alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo’, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Infatti il 28 febbraio 2001 Flavia e Paolo Carassai, insieme ad altre famiglie, diedero vita all’associazione per accogliere una bambina, Alexia, bisognosa di tutto. Da quel gesto è nata una rete che in questi anni ha accompagnato famiglie affidatarie, sostenuto bambini e ragazzi in difficoltà e operato per diffondere la cultura dell’accoglienza.

Don Epicoco ha riflettuto sulla gratitudine: ‘Non è un’emozione passeggera, ma la capacità di accorgersi del bene ricevuto, di non darlo per scontato’, richiamando il cammino compiuto con citazioni dal libro del Deuteronomio e dalle pagine dell’Esodo: ‘La gratitudine non è nostalgia, ma forza per ripartire’. Una gratitudine espressa nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi, in cui solo uno, straniero, torna indietro a ringraziare: ‘Non ha ricevuto solo una guarigione, ma la salvezza’.

Riprendendo l’episodio di Abramo alle querce di Mamre, don Epicoco ha parlato di uno sguardo che si alza per diventare luogo di comunione: ‘L’accoglienza cristiana non è filantropia è eucaristia: restituzione grata di un bene ricevuto’. Inoltre nella riflessione ha evidenziato la difficoltà di Abramo a rispondere per la prima volta nella storia a Dio che si rivela:

“Come Abramo ciascuno di noi è il primo del quale si dovrebbe poter dire ‘Come te nessuno mai’, questa infatti dovrebbe essere la nostra vocazione del credente, chiamato a vivere il mistero e la novità della propria vita. Quando priviamo il mondo di questa novità priviamo il mondo di santità; sta a noi scoprire la novità con cui vivere le situazioni belle o brutte che siano. Oggi tutti fanno le stesse cose, ma nessuno fa emergere in esse la novità”.

Insomma, l’incontro con Gesù significa scoprire il mai visto in noi e non sicurezza delle nostre certezze: “Per noi, invece, la fede è essenzialmente sicurezza, basata su precisi punti di riferimento, sulle nostre aspettative, su come pensiamo debba essere la nostra vita, ma non è così, bisogna lasciarsi mettere in crisi, anche se questo ci inquieta. L’indifferenza è la mancanza di novità. Come Abramo ciascuno di noi è unico, primo, nuovo e come ad Abramo anche a noi Dio mette nel cuore una promessa, che vuole realizzare. Non importa quello che stiamo vivendo, ma come sappiamo viverlo in novità”.

Infatti la storia della salvezza non è fatta solo di grandi personalità, in quanto spesso Dio si serve di personaggi minori come Sara, Lot, Ismaele, Rebecca: “Tutte queste figure minori, come le radici di un albero che, benché nascoste sottoterra gli consentono vivere e crescere, ci fanno vedere che senza il valore aggiunto delle relazioni non ci può essere il viaggio di salvezza. Ciascuno di noi è protagonista di una storia, tuttavia a volte è chiamato a svolgere il ruolo di attore non protagonista”.

Quindi il rifiuto della salvezza deriva dalla ‘stanchezza’ di apertura mentale di accogliere?

“Io penso che la sfiducia dilagante che avvertiamo dipende dal fatto che guardiamo un po’ troppo a noi stessi e non a Lui. Una persona stanca che si guarda i piedi può solo deprimersi. Una persona stanca che guarda il ‘motivo’ per cui il viaggio vale la pena, trova sempre il modo di mettere il passo successivo. Non è parlando solo della crisi che ci attraversa che ne verremo fuori. E’ tornare a mettere Cristo al centro e non i nostri limiti che ci darà anche energie nuove. A volte penso che il nostro vero problema è un problema di fede”.

Allora, perché l’accoglienza è importante?

“L’accoglienza è vita soltanto quando non si chiude, perché quando ci chiudiamo all’accoglienza entriamo nella morte Soltanto nell’apertura sperimentiamo la vita”.

E quale è il ‘più’ dell’accoglienza cristiana?

“L’accoglienza cristiana nasce dal fatto che l’abbiamo sperimentata da Cristo. Quindi quando viviamo l’Eucarestia possiamo rispondere a questo dono diventando Eucarestia”.

Siamo nell’ottocento anniversario della morte di san Francesco: quale accoglienza hanno sperimentato Francesco e Chiara?

“San Francesco si converte abbracciando un lebbroso: è stato nell’incontro con il dolore dell’altro. Lui dice che prima gli sembrava amara la vita e dopo quell’abbraccio tutto divenne dolce. La sua conversione è figlia di un incontro”.

‘Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna’ è il titolo del suo libro: quanto è rischioso idealizzare i santi?

“Il rischio della santità è quello di idealizzare. Abbiamo bisogno a volte di nascondere i difetti, di ‘ripulire’ le figure a cui guardiamo. Così possiamo forse ammirarle di più, e possono risplendere di più ai nostri occhi. Tuttavia quando i santi sono idealizzati sono inutili. Sono buoni magari per ottenere qualche grazia, qualche miracolo, ma essi perdono il loro vero ruolo che è quello di ispirare la vita, di suscitare la voglia di vivere diversamente la nostra esistenza”.

Allora quale è il ‘compito’ dei santi?

“Il loro compito non è quello di creare distanze, ma di creare vicinanze. Quando i santi hanno i piedi per terra ci accorgiamo che le loro domande sono le nostre domande, le loro crisi sono state le nostre crisi, il loro buio assomiglia al nostro buio e, persino, i loro peccati assomigliano ai nostri peccati perché anche i santi hanno peccato e questo non deve scandalizzarci ma semmai consolarci”

Per quale motivo san Francesco non ha potuto fare a meno di santa Chiara?

“Nessuno di noi può fare a meno dell’altro perché siamo creature. Essere creature significa essere bisognose l’uno dell’altro. Mons. Tonino Bello diceva che siamo angeli con un’ala sola: l’unica opportunità di volare è quella di abbracciarci a qualcuno”.

San Francesco e santa Chiara quale accoglienza propongono ai giovani?

“Propongono di accogliere con serietà il Vangelo, in quanto diventiamo accoglienti anche nei confronti di noi stessi e degli altri”.

La memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo: a Santa Maria in Trivio la Messa presieduta dal card. Baldassare Reina

Quest’oggi, 21 ottobre, presso la rettoria di Santa Maria in Trivio, a pochi passi dalla Fontana di Trevi, dove sono custodite le spoglie di san Gaspare del Bufalo e del beato Giovanni Merlini, Sua Eminenza Rev.ma il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, presiederà la Santa Messa alle ore 18:30 in occasione della memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

La ricorrenza rappresenta un momento di grande rilevanza spirituale e comunitaria per i fedeli e per i Missionari del Preziosissimo Sangue in tutto il mondo, che ogni anno celebrano il loro santo fondatore con incontri e iniziative culturali e pastorali.

San Gaspare del Bufalo (1786 – 1837), sacerdote romano, dedicò la vita alla missione evangelizzatrice e alla diffusione della devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo. Fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue il 15 agosto 1815 presso l’Abbazia di San Felice in Giano dell’Umbria (PG). Conosciuto per il suo zelo apostolico e la sua predicazione nelle zone rurali d’Italia, subì anche la prigionia durante il periodo napoleonico per essersi rifiutato di giurare fedeltà all’imperatore. Fu canonizzato nel 1954 da Papa Pio XII.

«La memoria liturgica di san Gaspare del Bufalo è un vero evento nell’anno liturgico per noi Missionari del Preziosissimo Sangue», afferma don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari:

«Ogni comunità organizza momenti di preghiera, tridui, celebrazioni e incontri per far conoscere il nostro fondatore, segno di un profondo senso di appartenenza e di gratitudine verso Dio per il dono del suo carisma. Anche quest’anno, nelle comunità italiane e all’estero, la ricorrenza sarà accompagnata da iniziative spirituali e culturali volte a ricordare l’attualità del messaggio di san Gaspare del Bufalo, l’“Apostolo del Sangue di Cristo”, che con la sua vita e la sua opera continua a ispirare sacerdoti, religiosi e laici nel testimoniare l’amore di Dio per l’umanità».

XXVIII domenica del Tempo Ordinario: Gesù ed i dieci lebbrosi

La gratitudine è umiltà e rivela la sensibilità del cuore. La lebbra ai tempi di Gesù era considerata una malattia drammatica: il lebbroso veniva relegato ai margini della società; non poteva avvicinarsi ad alcuno né essere avvicinato. Un giorno sulla strada, che unisce Gerusalemme e Gerico, dieci lebbrosi da lontano gridano: ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi’.

I dieci invocano un miracolo; Gesù legge la fede e la speranza che albergano nel loro cuore e, conforme a quanto prescriveva la legge, risponde: ‘Andate a Gerusalemme, presentatevi ai sacerdoti del Tempio’. Chiedere un miracolo significa credere in Dio; porre in Lui ogni speranza ed avere il coraggio della gratitudine e della conversione del cuore. Miracolare è atto di amore; amore con amore si paga. Gesù non guarda in faccia ad alcuno; Egli guarda il cuore. Per Gesù non esiste ebreo o pagano, amico o avversario: Egli è venuto per salvare l’uomo, tutti gli uomini.  

Il miracolo è sempre un segno eclatante che ferma le leggi della natura; la natura, creata da Dio, serve a rendere lode a Dio creatore e padre di tutti. I dieci lebbrosi ubbidiscono, si avviano verso il tempio per presentarsi ai sacerdoti quando, all’improvviso, pieni di gioia avvertono l’avvenuta guarigione. La loro fede e l’intervento divino li hanno salvati.

Alla realizzazione di un miracolo non si richiede mai qualcosa di forte o di gravoso da attuare perché Dio guarda il cuore dell’uomo e non le forze fisiche che regolano la realtà. i miracoli sono una breccia che Dio apre nel cuore o nella natura per rivelarci la sua santità e onnipotenza; costituiscono un dono di Dio; da parte dell’uomo necessita la fede e la gratitudine verso Dio grande e misericordioso. 

Per i dieci lebbrosi Gesù premia la loro fede; essi, però, eccetto il samaritano dimenticano il Donatore, il Padre  celeste che, nella persona di Gesù li aveva guariti e, lieti, se no tornarono a casa. Solo un samaritano, uno straniero sentì il bisogno e il dovere di lodare e ringraziare Gesù. Ecco l’ingratitudine: dare tutto per scontato come se tutto ci è dovuto. Da qui le parole di Gesù: ‘Non sono stati guariti tutti e dieci?; gli altri nove dove sono? Solo uno straniero  ha sentito il bisogno di dire: Grazie!’

La società va male perché c’é troppo egoismo, molto orgoglio e superbia. Dio resiste ai superbi, dà la grazia agli umili. L’umiltà è verità. Siamo deboli e limitati; quello che siamo è solo dono di Dio; da qui la necessità della riconoscenza, della gratitudine, della preghiera. Dio è essenzialmente amore, per ringraziare occorre umiltà. Il samaritano guarito loda il Signore Gesù; Naaman il Siro, guarito, volle erigere un altare al Signore in atto di ringraziamento. Io, tu, amico che leggi o ascolti, dobbiamo alzare gli occhi al cielo; come la Santissima Vergine Maria poter cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore… perché ha fatto cose grandi in me colui che è potente’.       

Papa Francesco: ringraziare per la speranza

“La fede ci permette di vivere quest’ora in modo diverso rispetto a una mentalità mondana. La fede in Gesù Cristo, Dio incarnato, nato dalla Vergine Maria, dona un modo nuovo di sentire il tempo e la vita. Lo riassumerei in due parole: gratitudine e speranza”: con queste parole papa Francesco ha iniziato la riflessione per la fine dell’anno civile nella meditazione dei primi vespri della Solennità di Maria Madre di Dio con il canto del Te Deum nella basilica di San Pietro.

E’ una meditazione incentrata sul significato cristiano di speranza, che si basa sulla relazione: “Forse può sembrare che sia così, e magari lo fosse! Ma, in realtà, la gratitudine mondana, la speranza mondana sono apparenti; mancano della dimensione essenziale che è quella della relazione con l’Altro e con gli altri, con Dio e con i fratelli. Sono appiattite sull’io, sui suoi interessi, e così hanno il fiato corto, non vanno oltre la soddisfazione e l’ottimismo”.

Una relazione improntata sullo stupore e non sull’ottimismo: “Invece in questa Liturgia si respira tutta un’altra atmosfera: quella della lode, dello stupore, della riconoscenza. E ciò accade non per la maestosità della Basilica, non per le luci e per i canti (queste cose ne sono piuttosto la conseguenza), ma per il Mistero che l’antifona al primo salmo ha espresso così: ‘Meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine;… ci dona la sua divinità’. Questo meraviglioso scambio!”

E la prima impressione è quella della gratitudine di una Madre per un Figlio: “E’ un’esperienza che solo una mamma può fare, e che tuttavia in lei, nella Madre di Dio, ha una profondità unica, incomparabile. Maria sa, lei sola insieme a Giuseppe, da dove viene quel Bambino. Eppure è lì, respira, piange, ha bisogno di mangiare, di essere coperto, accudito. Il Mistero dà spazio alla gratitudine, che affiora nella contemplazione del dono, nella gratuità, mentre soffoca nell’ansia dell’avere e dell’apparire”.

Una gratitudine che si apre alla speranza: “La Chiesa impara dalla Vergine Madre la gratitudine. E impara anche la speranza. Viene da pensare che Dio abbia scelto lei, Maria di Nazaret, perché nel suo cuore ha visto rispecchiata la propria speranza. Quella che Lui stesso aveva infuso in lei con il suo Spirito. Maria è da sempre colmata di amore, colmata di grazia, e per questo è anche colmata di fiducia e di speranza”.

Tale gratitudine è occasione per volgere lo sguardo al Giubileo: “Cari fratelli e sorelle, possiamo chiederci: Roma si sta preparando a diventare nell’Anno Santo ‘città della speranza’? Tutti sappiamo che da tempo è in atto l’organizzazione del Giubileo. Ma comprendiamo bene che, nella prospettiva che qui assumiamo, non si tratta principalmente di questo; si tratta piuttosto della testimonianza della comunità ecclesiale e civile; testimonianza che, più che negli eventi, consiste nello stile di vita, nella qualità etica e spirituale della convivenza. E allora la domanda si può formulare così: stiamo operando, ciascuno nel proprio ambito, affinché questa città sia segno di speranza per chi vi abita e per quanti la visitano?”

E’ un invito a prepararsi al Giubileo del 2025 con la preghiera, secondo l’insegnamento della Madre di Dio: “Cari fratelli e sorelle, un pellegrinaggio, specialmente se impegnativo, richiede una buona preparazione. Per questo l’anno prossimo, che precede il Giubileo, è dedicato alla preghiera. Tutto un anno dedicato alla preghiera.

E quale maestra migliore potremmo avere della nostra Santa Madre? Mettiamoci alla sua scuola: impariamo da lei a vivere ogni giorno, ogni momento, ogni occupazione con lo sguardo interiore rivolto a Gesù. Gioie e dolori, soddisfazioni e problemi. Tutto alla presenza e con la grazia di Gesù, il Signore. Tutto con gratitudine e speranza”.

Quindi la preghiera apre allo stupore, come aveva sottolineato prima della recita dell’Angelus della festa della Santa Famiglia il papa: “La capacità di stupore è un segreto per andare avanti bene in famiglia. Non abituarsi all’ordinarietà delle cose. Sapersi anzitutto stupire di Dio, che ci accompagna. E poi, stupirsi in famiglia. Penso che è bene nella coppia sapersi stupire del proprio coniuge, ad esempio prendendolo per mano e guardandolo negli occhi alla sera per qualche istante, con tenerezza: lo stupore ti porta alla tenerezza, sempre”.

Lo stupore dovuto alla bellezza del matrimonio: “E’ bella la tenerezza nel matrimonio. E poi stupirsi del miracolo della vita, dei figli, trovando il tempo per giocare con loro e per ascoltarli… E’ una bella paternità e maternità, questa. E poi, stupirsi della saggezza dei nonni. Tante volte, noi i nonni li tiriamo fuori dalla vita. No, i nonni sono fonti di saggezza. Impariamo a stupirci della saggezza dei nonni, della loro storia. I nonni che riportano la vita all’essenziale.

E stupirsi, infine, della propria storia d’amore – ognuno di noi ha la propria: il Signore ci ha fatto camminare con amore, stupirsi di questo. La nostra vita ha sicuramente degli aspetti negativi, ma stupirsi anche della bontà di Dio di camminare con noi, anche se noi siamo così inesperti”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: Dio è Padre

“Martedì prossimo, 20 giugno, ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite: con grande tristezza e tanto dolore penso alle vittime del gravissimo naufragio avvenuto nei giorni scorsi al largo delle coste della Grecia. E sembra che il mare fosse calmo. Rinnovo la mia preghiera per quanti hanno perso la vita e imploro che sempre si faccia tutto il possibile per prevenire simili tragedie. E prego anche per i giovani studenti, vittime del brutale attacco avvenuto contro una scuola nell’ovest dell’Uganda. Questa lotta, questa guerra dappertutto… preghiamo per la pace!”.

Papa Francesco ai consacrati ed alle consacrate: siate testimoni della profezia evangelica come i Santi

La giornata in Ungheria è stata conclusa dall’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, le consacrate, i seminaristi e gli operatori pastorali presso la Concattedrale di Santo Stefano, accolto dall’arcivescovo di Esztergom-Budapest, dal presidente della Conferenza Episcopale e dal parroco, il quale gli porge la croce e l’acqua benedetta.

‘Genitori sta a noi’: i dieci comandamenti dalla prospettiva di mamma e papà

Da quando sono diventata mamma non è cambiata solo la mia vita, ma anche la mia fede. Voglio dire, il modo di rivolgermi a Dio ha assunto sfumature nuove. I miei esami di coscienza sono spesso incentrati sul mio rapporto con i figli, su come li amo, su come li educo, su come li accudisco.

Avezzano ha accolto il nuovo vescovo

Domenica 3 ottobre la Chiesa marsicana ha accolto il nuovo vescovo, mons. Giovanni Massaro nella Cattedrale di Avezzano con la celebrazione eucaristica per l’inizio del ministero pastorale nella diocesi dei Marsi. Prima della celebrazione eucaristica mons. Massaro si è recato prima nella Casa circondariale di Avezzano, per incontrare alcuni detenuti ed il personale di sorveglianza, e poi nella casa diocesana di accoglienza ‘Fratelli tutti’. A seguire si è recato in Municipio per incontrare i sindaci della Marsica e poi, a piedi, insieme a loro si è recato in Cattedrale attraversando le strade della città.

Mons. Lorefice invita a ‘salire in alto’

“Correva l’anno 1624 quando la città di Palermo veniva infestata dalla peste che seminava morte e distruzione. In quella situazione i nostri concittadini e i nostri padri nella fede sperimentarono la grande benevolenza di Dio per l’intercessione di S. Rosalia. le reliquie della Santa, rinvenute sul Monte Pellegrino il 15 luglio del 1624 e portate in processione il 9 giugno 1625, placarono le malattie e improvvisamente la peste svanì”.

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